Intelligenza artificiale e psicoterapia: tra opportunità cliniche, rischi relazionali e nuove responsabilità etiche

La prospettiva è una psicoterapia “criticamente aumentata”, con l’AI come supporto e non sostituto della relazione umana: nasce il manifesto sull’intelligenza artificiale e salute mentale

L’intelligenza artificiale sta entrando con crescente rapidità anche nel campo della psicologia clinica e della psicoterapia, aprendo opportunità significative, ma anche interrogativi etici e clinici ancora irrisolti. È il quadro che racconta a TrendSanità Carlo Ricci, Università Pontificia Salesiana di Roma, Membro del direttivo della Consulta delle Scuole Italiane di Psicoterapia Cognitiva e comportamentale, promotrice di un nuovo manifesto su intelligenza artificiale e salute mentale.

Carlo Ricci

Secondo l’esperto, l’ingresso dell’AI in psicoterapia è, in un certo senso, inevitabile. «La mission dell’intelligenza artificiale è sostituirsi alle attività umane. È inevitabile che anche l’intervento psicologico e psicoterapeutico diventi un ambito di interesse», osserva. I sistemi si stanno muovendo in due direzioni: da un lato modelli generalisti, dall’altro strumenti sempre più specializzati. «È quello che è già successo in medicina: oggi esistono sistemi capaci di confrontare referti e fornire valutazioni molto accurate, grazie a una massa di dati impossibile da gestire per un umano».

Ma accanto alle opportunità emergono le prime criticità, a partire dalla gestione dei dati. «La questione è: queste informazioni dove vanno a finire? Chi è il proprietario? Noi non siamo proprietari di queste informazioni. Di fatto lo sono poche grandi realtà che detengono l’intero bagaglio informativo». Un problema che si accompagna anche a quello della sostenibilità e delle risorse necessarie per il funzionamento dei sistemi: «L’intelligenza artificiale acquisisce dati, li elabora e ha anche un consumo di energia e di acqua notevolissimo».

AI e psicoterapia: una relazione che sembra terapeutica, ma non lo è

Entrando nello specifico della psicoterapia, l’AI mostra una forte capacità di attrazione, soprattutto per le nuove generazioni. «L’intelligenza artificiale ha il vantaggio di rispondere al bisogno della persona di avere risposte immediate, in qualsiasi momento, senza esporsi al giudizio». Questo produce un effetto psicologico preciso: «Sono potenti ‘rinforzatori’. Fanno aumentare la probabilità che il comportamento si ripeta. Il giovane si abitua a usarla sempre di più».

L’AI mostra una forte capacità di attrazione, soprattutto per le nuove generazioni

Il nodo clinico: tecnica senza contesto

Secondo Carlo Ricci, l’AI riproduce alcune condizioni tipiche della relazione terapeutica: «Utilizza criteri che usiamo anche in psicologia: accoglienza, assenza di giudizio, accettazione incondizionata. Questo le dà una grande forza nel costruire una relazione». Tuttavia, questa relazione presenta un limite strutturale. «Quanto questa relazione sia davvero terapeutica è il punto critico. La persona ha l’impressione di trovarsi in una relazione empatica, ma per definizione non può essere autentica. Una macchina non ha coscienza e non può avere consapevolezza di ciò che dice».

Nonostante ciò, la letteratura scientifica evidenzia anche benefici. «Abbiamo prove di efficacia nel supporto alla gestione dello stress, nella riduzione dell’ansia e persino in condizioni di lieve depressione». Tuttavia, i dati sono ancora parziali. «Non abbiamo follow-up a lungo termine, perché questi sistemi sono relativamente recenti».

L’intervento dello psicoterapeuta non è semplicemente dialogico, ma è comprendere la fragilità e scegliere il momento più opportuno

La criticità più rilevante riguarda però l’applicazione delle tecniche psicoterapeutiche: «L’intervento dello psicoterapeuta non è semplicemente dialogico, ma è comprendere la fragilità e scegliere il momento più opportuno». L’esperto porta un esempio: «Una persona con attacchi di panico può beneficiare dell’esposizione all’evento temuto. L’intelligenza artificiale lo può sapere. Ma se proponiamo questa esposizione quando il paziente non è pronto, rischiamo di aggravare il problema».

Questo evidenzia il limite principale dell’IA in ambito clinico: «Non possiamo lasciare che l’intelligenza artificiale applichi tecniche senza piena consapevolezza del contesto».

Responsabilità e decisioni: chi risponde dell’errore?

Un’altra area critica riguarda la responsabilità: «Chi è responsabile se l’intelligenza artificiale fornisce indicazioni che peggiorano la condizione del paziente? È il fulcro del tema». Il problema, sottolinea Ricci, riguarda tutta la medicina. «Esistono sistemi che leggono risonanze magnetiche con altissima attendibilità, ma come fa il clinico a sottrarsi alla pressione di un giudizio algoritmico così forte?».

L’introduzione dell’AI modifica la relazione terapeutica con rischio di effetti disfunzionali, soprattutto se l’AI non è dichiarata

In psicoterapia il nodo è ancora più complesso: «Se il paziente si rivolge esclusivamente all’intelligenza artificiale e le indicazioni lo peggiorano, chi è responsabile?». Una possibile soluzione potrebbe essere l’inserimento di regole etiche nei sistemi. «Qualcuno sta pensando di inserire nell’intelligenza artificiale principi etici trasformati in regole apprendibili. È una possibile soluzione, almeno logico-formale».

La triade paziente-terapeuta-AI

L’introduzione dell’AI modifica anche la relazione terapeutica, trasformandola in una triade. Sottolinea Ricci: «Il paziente può rivolgersi all’intelligenza artificiale prima dello psicoterapeuta o verificare con l’AI le indicazioni ricevute». Questo può generare effetti disfunzionali. «È come consultare due medici diversi e seguire entrambe le terapie. Le indicazioni, prese insieme, possono creare problemi».

Un ulteriore rischio è la mancata trasparenza, avverte Ricci: «Temo che, soprattutto tra i giovani adulti, il ricorso all’intelligenza artificiale non venga sempre dichiarato allo psicoterapeuta. Questo rende difficile comprendere alcune decisioni del paziente».

Il tema dei dati e della governance

L’esperto, tuttavia, invita a non demonizzare la tecnologia. «L’intelligenza artificiale fornisce strumenti che possono rendere il lavoro dello psicoterapeuta più efficiente». Tra i vantaggi cita la gestione delle cartelle cliniche, la raccolta automatica di informazioni e il monitoraggio continuo. «Se devo prendere appunti o individuare parole chiave, l’intelligenza artificiale aiuta a farlo molto bene e molto velocemente».

L’intelligenza artificiale fornisce strumenti che possono rendere il lavoro dello psicoterapeuta più efficiente

Particolarmente promettente l’uso in ambito predittivo. «Stiamo lavorando all’addestramento di un’intelligenza artificiale per rilevare comportamenti lesivi in persone con disabilità molto severe». L’obiettivo è identificare segnali precoci. «Nessun umano farebbe in tempo a intercettarli. L’intelligenza artificiale potrebbe segnalarci qualche secondo prima il rischio, permettendo al caregiver di intervenire».

In questo caso, sottolinea ancora l’esperto, l’AI diventa uno strumento di supporto: «L’intelligenza artificiale deve restare al servizio delle decisioni umane».

Formazione: il sistema non è ancora pronto

Un’altra criticità riguarda la formazione. Evidenzia Ricci: «Lo stato dell’arte non è del tutto al passo coi tempi. È necessario incrementare azioni formative per gli psicoterapeuti».

La formazione dovrebbe coprire sia benefici sia rischi. «Se non conosciamo il funzionamento di questi sistemi, diventa difficile anche spiegare al paziente i fattori di rischio».

La gestione dei dati e la responsabilità degli errori restano nodi ancora irrisolti

L’intelligenza artificiale sta entrando anche nella didattica, aggiunge: «Ci sono studi che mettono a confronto l’insegnamento umano e quello supportato dall’AI». Il vantaggio principale è la personalizzazione. «L’intelligenza artificiale può individualizzare il processo di apprendimento in base al livello dello studente». Tuttavia, resta un limite importante. «La didattica passa anche attraverso aspetti emozionali. La passione del docente è difficile da replicare».

Il messaggio del manifesto: psicoterapia “criticamen­te aumentata”

Il messaggio finale del manifesto è chiaro: «L’intelligenza artificiale non va demonizzata, ma neppure mitizzata. Può contribuire a migliorare alcuni aspetti della cura solo se collocata entro una cornice clinica, etica e normativa rigorosa».

La prospettiva delineata è quella di una psicoterapia “aumentata”, non sostituita. «La psicoterapia del futuro non dovrebbe essere automatizzata, ma ‘criticamente aumentata’ ovvero più capace di usare dati e strumenti, ma consapevole anche che la cura della sofferenza psichica resta fondata sulla presenza umana, sulla relazione e sulla responsabilità».

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Silvia Pogliaghi
Silvia Pogliaghi
Giornalista scientifica, esperta di ICT in Sanità, socia UNAMSI (Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione)