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Salute in carcere: presentate da Cittadinanzattiva le  “Raccomandazioni civiche per il diritto alla salute e alla prevenzione oncologica delle donne detenute”

Nove diritti per promuovere e garantire la salute delle donne detenute all’interno degli istituti penitenziari, in particolare in riferimento alla prevenzione oncologica. A indicarli le “Raccomandazioni civiche per il diritto alla salute e alla prevenzione oncologica delle donne detenute”, presentate oggi da Cittadinanzattiva nel corso di una iniziativa tenutasi all’interno del carcere femminile di Roma Rebibbia. Le Raccomandazioni scaturiscono da un percorso di ascolto dei bisogni di salute delle donne, condotto da Cittadinanzattiva con il progetto I Care, che ha visto il coinvolgimento della ASL RM 2, del Garante regionale del Lazio e comunale dei diritti delle persone private della libertà personale e di diverse associazioni impegnate nella tutela di chi vive all’interno dei penitenziari. Su di esse sono chiamati ad esprimersi i vertici dell’Amministrazione penitenziaria e le istituzioni sanitarie – DAP, Ministero della Salute e rispettive articolazioni regionali – al fine di condividere un impegno congiunto per garantire il diritto alla salute ed alla prevenzione oncologica negli istituti penitenziari femminili.

Il documento enuclea nove diritti fondamentali, riconosciuti dalla normativa nazionale e sovranazionale, e numerose raccomandazioni specifiche per garantirli: diritto all’informazione e alla consapevolezza; diritto all’accesso ai servizi sanitari; diritto alla tempestività della diagnosi e dell’assistenza; diritto alla continuità delle cure e del trattamento; diritto ad una corretta alimentazione; diritto all’attività fisica; diritto ad un ambiente salubre; diritto al supporto psicologico; diritto all’ascolto e alla partecipazione.

Su 61861 persone detenute nei penitenziari italiani a fine 2024, 2698 sono donne, ossia il 4,36%. Facendo riferimento alle carceri esclusivamente femminili (Trani, Pozzuoli, Roma Rebibbia, Venezia Giudecca), il numero più alto di donne detenute, 378, si trova proprio nel carcere Stefanini di Rebibbia di Roma: qui il tasso di sovraffollamento è del 138%, superiore a quello generale, già molto elevato e pari al 120%, delle carceri italiane.

«In un momento estremamente critico per la maggior parte delle carceri italiane, nuovamente alle prese con l’emergenza del sovraffollamento, abbiamo voluto accendere un faro sulla condizione della detenzione femminile, del tutto trascurata, promuovendo un percorso pilota che intendiamo proseguire e riproporre in altri istituti penitenziari – ha dichiarato Laura Liberto, responsabile Giustizia per i diritti di Cittadinanzattiva -. Al contempo abbiamo inteso avviare un percorso che impegni concretamente le istituzioni coinvolte sul terreno della tutela della salute delle donne detenute, a partire dall’ascolto dei loro bisogni, e che continueremo a presidiare. Ad oggi infatti l’informazione sulle tematiche della salute e, in particolare, sulla prevenzione del carcinoma mammario trovano ancora troppo poco spazio nei servizi rivolti alle donne detenute e spesso si registra una difficoltà di accesso ai servizi essenziali di assistenza. Inoltre, la condizione sociale, l’esposizione per tanti anni ad una vita in cui sono state trascurate, o inaccessibili, le più elementari dimensioni di cura, fanno delle detenute dei soggetti bisognosi di sostegno per maturare la consapevolezza e l’attitudine a prendersi cura di sé stesse e della propria salute. Allo stesso tempo è fondamentale promuovere informazione anche presso gli operatori e le operatrici delle strutture penitenziarie, cosicché possano sostenere le donne in questo percorso».

L’iniziativa I Care si è sviluppatanel corso del 2024 attraverso laboratori curati da Cittadinanzattiva in collaborazione con la ASL Roma 2 per formare le partecipanti sul carcinoma mammario, sui loro diritti, sull’accesso al SSN e sui servizi essenziali, sugli screening, sui fattori di rischio, sulle misure di prevenzione (alimentazione e stili di vita sani e corretti) e sulle tecniche di auto-palpazione e di auto-monitoraggio. Inoltre, si sono svolti alcuni laboratori creativi realizzati in collaborazione con l’Associazione M.A.S.C. finalizzati a far emergere i bisogni di salute delle donne coinvolte. Questa azione ha portato alla realizzazione del video spot #laprevenzioneliberatutte, lanciato in occasione della Giornata internazionale contro il cancro al seno (19 ottobre), un messaggio che parte dal carcere sull’importanza della prevenzione rivolto a tutte le donne. Negli ultimi mesi dello scorso anno, attraverso specifici laboratori, un gruppo ristretto di donne ha acquisito competenze specifiche per diventare peer educator di altre detenute sui temi della salute femminile e del carcinoma mammario.

Il progetto è stato parzialmente finanziato dal Community Award Program 2023 promosso da Gilead Sciences.

Morbillo: nel 2024 superati i mille casi, il 90% in non vaccinati

Dal 1 gennaio al 31 dicembre 2024, in Italia, sono stati notificati 1045 casi di morbillo di cui 53 nel mese di novembre 2024, numero in aumento rispetto al mese precedente. È quanto emerge dal numero di gennaio 2025 del bollettino periodico Morbillo & Rosolia News curato dalla sorveglianza epidemiologica nazionale del morbillo e della rosolia.

«L’aumento dei casi nel 2024 è significativo, e riflette quello registrato in tutta Europa e segnalato più volte dall’Ecdc – afferma Anna Teresa Palamara, che dirige il dipartimento di Malattie Infettive dell’Iss -. Il morbillo può essere potenzialmente pericoloso, specie per i più piccoli, ma le sue complicanze possono essere molto gravi anche per gli adulti. Il vaccino, che è sicuro ed efficace, rimane lo strumento principale a disposizione per contrastare questa malattia».

Nel 2024 diciotto Regioni/PPAA hanno segnalato casi, di cui otto (Lombardia, Lazio, Emilia-Romagna, Sicilia, Campania, Toscana, Abruzzo, Liguria) hanno segnalato complessivamente l’85,1% dei casi (889/1.045). L’incidenza più elevata è stata osservata nella P.A. di Bolzano (67,0/milione abitanti) seguita dalla Sicilia (37,3/milione), dall’Abruzzo (37,0/milione), dal Lazio (35,0/milione), dall’Emilia-Romagna (31,6/milione) e dalla Liguria (29,2/milione). A livello nazionale, l’incidenza nel periodo è stata pari a 17,7 casi per milione di abitanti.

Sempre nell’intero 2024 l’età mediana dei casi segnalati è pari a 30 anni (range: 0 – 73 anni). Oltre la metà dei casi (51,7%) ha un’età compresa tra 15 e 39 anni e un ulteriore 23,7% ha più di 40 anni di età. Tuttavia, l’incidenza più elevata è stata osservata nella fascia di età 0-4 anni (79,0 casi per milione). Sono stati segnalati 50 casi in bambini con meno di un anno di età (126,9 casi per milione). Lo stato vaccinale è noto per 975 casi dei 1.045 segnalati (93,3%), di cui 878 casi (90,1%) erano non vaccinati al momento del contagio, 57 casi (5,8%) erano vaccinati con una sola dose e 33 casi (3,4%) erano vaccinati con due dosi. Per i rimanenti 7 casi (0,7%) non era noto il numero di dosi effettuate. Circa un terzo dei casi (n=362; 34,6%) ha riportato almeno una complicanza. Le complicanze più frequentemente riportate sono state epatite/aumento delle transaminasi (n=156) e polmonite (n=114). È stato segnalato un caso di encefalite in un giovane adulto, non vaccinato. Per il 49,5% dei casi (517/1.045) viene riportato un ricovero ospedaliero e per un ulteriore 18,8% (196 casi) una visita in Pronto Soccorso.

L’informazione sull’ambito di trasmissione è nota per il 42,0% dei casi segnalati (439/1.045). La trasmissione è avvenuta principalmente in ambito familiare (n=178; 40,5%). Novantacinque casi (21,6%) si sono verificati a seguito di trasmissione in ambito sanitario (nosocomiale o ambulatorio medico), 74 (16,9%) casi durante viaggi internazionali, 45 (10,3%) hanno acquisito l’infezione in ambito lavorativo (non medico) e 26 (5,9%) casi in ambito scolastico. Tra i casi segnalati, 78 sono operatori sanitari, di cui 58 non vaccinati, 15 vaccinati (9 casi con due dosi, 4 con una sola dose, 2 non noto il numero delle dosi effettuate). Il 52,1% dei casi di morbillo confermati in laboratorio sono stati genotipizzati (545/1.045) e mostrano la seguente distribuzione: 523 casi con genotipo D8, 22 casi con B3.

Nello stesso periodo in esame sono stati segnalati anche 2 casi di rosolia, classificati come possibili.

La sorveglianza è coordinata dal Dipartimento di Malattie Infettive dell’ISS Reparto Epidemiologia, Biostatistica e Modelli Matematici e il Laboratorio Nazionale di riferimento per il Morbillo e la Rosolia con il contributo della rete nazionale di Laboratori Regionali di Riferimento (MoRoNet). 

Riordino professioni sanitarie, l’audizione di CIMO-FESMED: «Definire atto medico e rendere attrattivo il lavoro nel SSN»

Guido Quici, Presidente del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED, ieri è stato audito dalla Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati nell’ambito dell’indagine conoscitiva in materia di riordino delle professioni sanitarie.

Il Presidente ha sottolineato l’imprescindibilità di una definizione chiara di atto medico, che affidi in modo esclusivo ai medici attività quali il consenso informato, l’anamnesi, la diagnosi e la terapia: «Occorre prendere atto come, in un sistema sanitario in profondo cambiamento – si legge nel documento presentato alla Commissione -, sia necessario definire con precisione i confini di ciascuna professione sanitaria. Non è un caso che i percorsi formativi necessari a svolgere una determinata professione sanitaria siano profondamente diversi tra loro. L’anarchia delle competenze può mettere a rischio la sicurezza delle cure».

Analizzando poi le cause della carenza di professionisti, che affondano le radici nella lunga stagione dei tagli in sanità e nell’assenza di una vera politica per il personale sanitario, è stata evidenziata la necessità impellente di rendere nuovamente attrattivo il lavoro negli ospedali pubblici, risolvendo in tempi rapidi alcune delle criticità che risultano alla base del malcontento dei medici ospedalieri e, dunque, della loro fuga dal SSN. La Federazione CIMO-FESMED ha dunque richiesto lo sblocco del tetto sulla spesa per il personale sanitario, una seria rivisitazione del fabbisogno di personale, la depenalizzazione dell’atto medico, maggiore sicurezza nei presìdi sanitari, la corretta applicazione dei contratti di lavoro, il miglioramento dei rapporti tra direzioni ospedaliere e dipendenti e della formazione aziendale e una riforma della formazione specialistica che preveda gli ospedali di formazione e l’assunzione diretta degli specializzandi.

La Commissione presenta un piano d’azione per proteggere il settore sanitario dagli attacchi informatici

La Commissione ha presentato ieri un piano d’azione dell’UE volto a rafforzare la cibersicurezza degli ospedali e dei prestatori di assistenza sanitaria. Tale piano d’azione è stato annunciato negli orientamenti politici della presidente von der Leyen come una priorità fondamentale entro i primi 100 giorni del nuovo mandato. L’iniziativa rappresenta un passo importante per proteggere il settore sanitario dalle minacce informatiche. Migliorando le capacità di rilevamento, preparazione e risposta alle minacce degli ospedali e degli operatori sanitari, creerà un ambiente più sicuro per i pazienti e gli operatori sanitari.

La digitalizzazione sta portando una rivoluzione nell’assistenza sanitaria, consentendo servizi migliori ai pazienti attraverso innovazioni come le cartelle cliniche elettroniche, la telemedicina e la diagnostica basata sull’intelligenza artificiale. Tuttavia, gli attacchi informatici possono ritardare le procedure mediche, creare ingorghi nei pronto soccorso e interrompere i servizi vitali che, nei casi più gravi, potrebbero avere un impatto diretto sulla vita degli europei. Nel 2023 gli Stati membri hanno segnalato 309 incidenti significativi di cibersicurezza che hanno colpito il settore sanitario, più che in qualsiasi altro settore critico.

Il piano d’azione propone, tra l’altro, che l’ENISA, l’agenzia dell’UE per la cibersicurezza, istituisca un centro paneuropeo di sostegno alla cibersicurezza per gli ospedali e i prestatori di assistenza sanitaria, fornendo loro orientamenti, strumenti, servizi e formazione su misura. L’iniziativa si basa sul più ampio quadro dell’UE per rafforzare la cibersicurezza in tutte le infrastrutture critiche e segna la prima iniziativa settoriale specifica per attuare l’intera gamma di misure dell’UE in materia di cibersicurezza.

In sintesi, il piano d’azione si concentra su quattro priorità:

  • Prevenzione rafforzata. Il piano contribuisce a sviluppare le capacità del settore sanitario di prevenire gli incidenti di cibersicurezza attraverso misure di preparazione rafforzate, quali orientamenti sull’attuazione di pratiche critiche di cibersicurezza. In secondo luogo, gli Stati membri possono anche introdurre buoni per la cibersicurezza per fornire assistenza finanziaria agli ospedali e ai prestatori di assistenza sanitaria di micro, piccole e medie dimensioni. Infine, l’UE svilupperà anche risorse di apprendimento in materia di cibersicurezza per gli operatori sanitari.
  • Migliorare l’individuazione e l’identificazione delle minacce. Il Centro di sostegno alla cibersicurezza per gli ospedali e i prestatori di assistenza sanitaria svilupperà un servizio di allarme rapido a livello dell’UE, che fornirà avvisi quasi in tempo reale sulle potenziali minacce informatiche, entro il 2026.
  • Risposta agli attacchi informatici per ridurre al minimo l’impatto. Il piano propone un servizio di risposta rapida per il settore sanitario nell’ambito della riserva dell’UE per la cibersicurezza. Istituita nel regolamento sulla cibersolidarietà, la riserva fornisce servizi di risposta agli incidenti da fornitori privati di fiducia. Nell’ambito del piano, possono svolgersi esercitazioni nazionali di cibersicurezza insieme allo sviluppo di manuali per guidare le organizzazioni sanitarie a rispondere a specifiche minacce alla cibersicurezza, compreso il ransomware. Gli Stati membri sono incoraggiati a chiedere la segnalazione dei pagamenti di riscatto da parte delle entità, per poter fornire loro il sostegno di cui hanno bisogno e consentire il follow-up da parte delle autorità di contrasto.
  • Deterrenza: Proteggere i sistemi sanitari europei dissuadendo gli attori delle minacce informatiche dall’attaccarli. Ciò include l’uso del pacchetto di strumenti della diplomazia informatica, una risposta diplomatica congiunta dell’UE alle attività informatiche dolose.

Il piano d’azione sarà attuato di concerto con i prestatori di assistenza sanitaria, gli Stati membri e la comunità della cibersicurezza. Per perfezionare ulteriormente le azioni più incisive in modo che i pazienti e i prestatori di assistenza sanitaria possano beneficiarne, la Commissione avvierà presto una consultazione pubblica su questo piano, aperta a tutti i cittadini e le parti interessate.

I prossimi passi

Il piano d’azione è l’inizio di un processo volto a migliorare la cibersicurezza nel settore sanitario. Azioni specifiche saranno attuate progressivamente nel 2025 e nel 2026. I risultati della consultazione confluiranno in ulteriori raccomandazioni entro la fine dell’anno.

Contesto

L’UE opera su vari fronti per promuovere la ciberresilienza e proteggere i suoi cittadini e le sue imprese dalle minacce informatiche in un’Europa sempre più digitale e connessa. Il piano d’azione risponde all’urgenza della situazione e alle minacce uniche che il settore deve affrontare. Si basa sul quadro legislativo esistente nel settore della cibersicurezza. Gli ospedali e gli altri prestatori di assistenza sanitaria sono considerati un settore ad alta criticità ai sensi della direttiva NIS2. Il quadro di cibersicurezza NIS2 funziona di pari passo con la legge sulla ciberresilienza, la prima normativa dell’UE che introduce requisiti obbligatori di cibersicurezza per i prodotti che includono elementi digitali, entrata in vigore il 10 dicembre 2024. La Commissione ha inoltre istituito un meccanismo per le emergenze di cibersicurezza nell’ambito della legge sulla cibersolidarietà, che rafforza la solidarietà e le azioni coordinate dell’UE per individuare, preparare e rispondere efficacemente alle crescenti minacce e incidenti di cibersicurezza.

Garantire un’infrastruttura digitale resiliente e sicura è essenziale per la piena diffusione dello spazio europeo dei dati sanitari, che porrà i cittadini al centro della loro assistenza sanitaria, garantendo loro il pieno controllo dei loro dati.

Sounds4Coma: un progetto innovativo che apre nuove strade per il trattamento e recupero dei pazienti in coma

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Il progetto Sounds4Coma si concentra sull’uso dei suoni per stimolare la coscienza nei pazienti in coma. Questa iniziativa pionieristica, sviluppata grazie a una lunga ricerca di base e a un lavoro interdisciplinare che unisce neuroscienze e suono, ha dimostrato come la terapia basata su stimoli acustici personalizzati possa contribuire al recupero della coscienza. Il progetto è nato come un piccolo esperimento pilota, ma si è gradualmente consolidato nel tempo, raggiungendo una portata sempre più vasta, con dati scientifici sempre più solidi.

TrendSanità ha raccolto le riflessioni sul progetto da Giancarlo Sciascia, Cultural Manager & Foresight Specialist, per spaziare dalle ricadute in ambito clinico a quelle sul sistema della ricerca.

Il progetto Sounds4Coma si concentra sull’uso dei suoni per stimolare la coscienza nei pazienti in coma

Spiega Sciascia: «Sounds4Coma è un progetto quadriennale, avviato due anni fa con un finanziamento di oltre 400 mila euro dall’Agenzia nazionale della ricerca francese. Coinvolge esperti in acustica, scienza dei sistemi, neurofisiologia e terapia intensiva per sviluppare un approccio innovativo e “data-driven” all’uso del suono in terapia intensiva».

Sfruttando avanzamenti nelle neuroscienze computazionali, il progetto mira a progettare stimoli sonori personalizzati per diagnosticare il coma, individuando marcatori neurali della “coscienza nascosta” tramite EEG, ed è stato condotto in due stanze di terapia intensiva appositamente attrezzate.

Dalla sperimentazione alla replicabilità

Giancarlo Sciascia

«Il vero valore di progetti come Sounds4Coma risiede non solo nei risultati, ma anche nella loro replicabilità. – sottolinea Sciascia. Iniziative di ricerca di base come questa, che si sono sviluppate nell’arco di un decennio, offrono una base solida su cui altri ospedali possono costruire percorsi simili senza dover attendere lunghi anni per sviluppare metodologie proprie. Una volta che l’efficacia delle tecniche viene dimostrata, è possibile applicare il modello in altri contesti clinici, monitorando e adattando alcuni parametri specifici. Questa potenzialità apre scenari promettenti per la medicina, dove il trasferimento delle conoscenze può avvenire in modo rapido, evitando lunghe fasi di sperimentazione preliminare».

L’eccellenza del GHU di Parigi e l’importanza della collaborazione interdisciplinare

Il progetto Sounds4Coma ha preso forma all’interno del GHU di Parigi, un centro di eccellenza che rappresenta uno dei poli più avanzati nel campo delle neuroscienze, grazie al partenariato con la startup tecnologica Mezzo Forte, che ha realizzato un dispositivo audio immersivo inedito in ambito clinico. In questo contesto, la sperimentazione è stata condotta con un approccio interdisciplinare, integrando competenze acustiche e neuroscientifiche. In particolare, il ruolo di Jean-Julien Aucouturier, ricercatore del CNRS (Centro Nazionale della Ricerca Scientifica), è stato cruciale. Aucouturier, ingegnere e neuroscienziato, ha guidato il progetto combinando una conoscenza profonda di entrambi i campi, un elemento che ha dato al progetto una marcia in più sin dall’inizio.

Aucouturier, ingegnere e neuroscienziato, ha guidato il progetto combinando una conoscenza profonda di entrambi i campi

«Questa integrazione tra discipline diverse è una delle chiavi del successo del progetto, e dimostra come la combinazione di conoscenze e sensibilità provenienti da ambiti apparentemente lontani possa portare a risultati importanti», prosegue Sciascia. «In questo senso, favorire percorsi formativi che includano esperienze interdisciplinari può rappresentare un valore aggiunto per i futuri ricercatori, capaci di portare innovazione in settori emergenti come questo».

Il panorama italiano: sfide e opportunità

Mentre il progetto francese ha raggiunto una dimensione accademica e clinica di grande rilevanza, in Italia sperimentazioni simili sono meno diffuse e spesso su una scala ridotta. Tuttavia, esistono centri di ricerca in cui queste metodologie potrebbero trovare spazio. Il punto chiave è capire come garantire le risorse necessarie per sperimentare e sviluppare progetti di questa portata. In questo contesto, la finanza a impatto potrebbe giocare un ruolo importante, offrendo un modello di collaborazione tra settore sanitario, startup tecnologiche e valutatori indipendenti che certificano l’efficacia delle sperimentazioni.

Infine, va considerato il contesto politico e sanitario italiano, dove l’autonomia regionale potrebbe rappresentare sia un’opportunità che una sfida. Se da un lato la frammentazione del sistema sanitario può ostacolare un’applicazione uniforme delle innovazioni, dall’altro può favorire iniziative locali.

In conclusione, per replicare esperienze simili, sarà fondamentale promuovere una mentalità orientata alla sperimentazione e all’open innovation, sostenuta da adeguati strumenti di finanziamento e dalla capacità di integrare competenze diverse all’interno dei gruppi di lavoro.

La riunione dei Capi delle Agenzie di HTA (HAG) segna l’inizio dell’applicazione del Regolamento HTA dell’UE

Il 14 gennaio si è tenuta virtualmente la riunione del Gruppo dei Capi delle Agenzie di HTA (HAG), con oltre 60 partecipanti provenienti da 28 agenzie. L’incontro ha avuto luogo due giorni dopo l’entrata in vigore del Regolamento HTA dell’UE e ha affrontato i principali sviluppi nell’attuazione del regolamento.

In particolare, si è discusso della stesura e approvazione dei due atti di esecuzione rimanenti (le regole procedurali per la consulenza scientifica congiunta (JSC) e per la valutazione clinica congiunta (JCA) di dispositivi medici e diagnostici in vitro) e dell’operatività prevista dal Programma di Lavoro 2025 per il nuovo quadro di valutazione congiunta a livello UE.

Guardando al 2025, il Gruppo ha esaminato varie iniziative in corso:

  • l’iniziativa HAG INSIGHT, volta a rafforzare le competenze a lungo termine delle agenzie di HTA europee per un’attuazione sostenibile del regolamento;
  • il lancio del Gruppo di Lavoro sui Dispositivi Medici Digitali (HAG DMD WG).

Il Gruppo di Lavoro sulla Comunicazione ha presentato il feedback ricevuto dagli HTA Info Days, evidenziando i risultati positivi degli eventi organizzati nel 2023 e 2024 in collaborazione con la Commissione Europea.

Altri temi discussi includono lo sviluppo del Piano Strategico HAG 2025-2028, la valutazione e il reporting del Regolamento HTA dell’UE ai sensi dell’Articolo 31 del regolamento, e la trasparenza dei dati nelle valutazioni cliniche congiunte (JCA).

Infine, il Gruppo ha approvato l’ammissione di tre nuovi membri:

  • il Ministero della Salute della Repubblica di Cipro e il Ministero della Salute della Repubblica di Slovenia, come membri osservatori;
  • l’Agenzia per la Valutazione delle Tecnologie Sanitarie e il Sistema Tariffario (AOTMiT, Polonia).

Con l’ingresso dei nuovi membri, il Gruppo dei Capi delle Agenzie di HTA conta ora 35 membri provenienti da 23 Stati Membri UE/SEE, garantendo una maggiore rappresentatività delle organizzazioni responsabili dell’HTA in Europa.

La prossima riunione del Gruppo si terrà a Oslo, Norvegia, il 19 e 20 maggio 2025.

Piani terapeutici, AMOlp incontra il presidente AIFA

Il 9 gennaio, una delegazione dell’Associazione Medici e Odontoiatri liberi professionisti, AMOlp, rappresentata dai dottori Sergio Di Martino, Loredana Costabile, Paola Fusaro e Gianluigi Rosi è stata ricevuta dal presidente AIFA Roberto Nisticò.
Durante l’incontro la delegazione di AMOLp ha posto l’attenzione sulla seria problematica dei medici liberi professionisti, per i quali è attualmente precluso l’accesso ai piani terapeutici.

Tale limitazione rappresenta un grave disagio per i cittadini che a loro si rivolgono, costretti inevitabilmente ad ingolfare in modo significativo le già lunghe liste di attesa per visite ambulatoriali, i reparti di degenza ordinaria e spesso i Pronto Soccorso, con un ulteriore carico sul lavoro già gravoso dei colleghi del pubblico. La rappresentanza dei medici liberi professionisti, ha sottolineato come l’impossibilità ad accedere alla prescrivibilità, attraverso i piani terapeutici, di farmaci fondamentali come i nuovi anticoagulanti orali, gli anti diabetici di ultima generazione, le associazioni di farmaci per l’asma, i farmaci biologici (solo per citarne alcuni di una lunga lista), può determinare non solo un pericoloso ritardo nell’inizio di terapie fondamentali per la cura dei loro pazienti, ma di fatto una incomprensibile differenza tra coloro che si rivolgono alla sanità pubblica e coloro che si rivolgono alla sanità privata.

È stato sottolineato come il codice deontologico impegni ogni medico alla tutela della salute individuale, con il principio inviolabile di garantire ad ogni paziente la migliore opzione terapeutica disponibile. Tuttavia, spesso i medici privati, impossibilitati alla prescrizione di farmaci con piano terapeutico, potrebbero essere costretti, loro malgrado, a ripiegare su altre opzioni terapeutiche meno innovative e potenzialmente meno efficaci col concreto rischio di andare in conflitto col codice stesso. Non possono esserci differenze operative tra medici e ciascuno deve poter fornire la propria opera utilizzando tutte le migliori potenzialità terapeutiche e diagnostiche.

La delegazione ha infine ribadito l’opportunità di ridurre la durata dei piani terapeutici; numerosi farmaci di ormai provata efficacia, come ad esempio il Denosumab, importante farmaco per la cura dell’osteoporosi, sono da anni sottoposti a limitazioni prescrittive non giustificabili con i principi di profilo di sicurezza e di appropriatezza prescrittiva, di fatto acquisite durante il lungo periodo di utilizzo.

Il presidente Nisticò ha ascoltato le criticità esposte e le proposte avanzate dai medici privati per contribuire allo snellimento delle liste di attesa. AMOlp ringrazia il presidente di AIFA per l’ascolto attento e la sensibilità alle problematiche esposte, auspicando nel contempo un urgente intervento del parlamento e del governo per il riconoscimento ai liberi professionisti dei diritti rivendicati, a esclusivo vantaggio della salute dei cittadini, la cui tutela deve rimanere centrale e prioritaria.

Falsi medici e deroga emergenziale: i rischi di una normativa prorogata fino al 2027

Il caso del presunto falso medico scoperto recentemente, a Vizzolo Predabissi, in provincia di Milano, ha riacceso i riflettori sulla questione della sicurezza e delle verifiche nel sistema sanitario italiano. L’Ordine dei Medici di Milano, tramite il suo Presidente, prende una posizione netta sulla vicenda e solleva preoccupazioni su una normativa emergenziale che rischia di tenere aperte pericolose falle nel sistema.

«Quando scopriamo questi casi, siamo spietati – afferma Roberto Carlo Rossi, Presidente dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della Provincia di Milano. – Ci costituiamo immediatamente parte civile e, se l’imputato è riconosciuto colpevole, non solo deve espiare le sanzioni penali, ma si trova anche a risarcire l’Ordine. È l’unico modo per tutelare i cittadini, perché l’atto medico è una cosa seria».

Quali sono i sistemi di controllo e di verifiche che l’Ordine mette in atto in casi di questo tipo?

«Il sistema di controllo ordinario prevede verifiche rigorose: per iscriversi all’Ordine, prerequisito per esercitare la professione, i medici devono presentare una serie di titoli che, anche quando autocertificati, vengono poi sistematicamente controllati. Per le lauree straniere, l’iter è ancora più severo e richiede l’approvazione del Ministero della Salute. L’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri della Provincia di Milano ha addirittura un ufficio legale dedicato, guidato da un avvocato specializzato, che si occupa esclusivamente, del riconoscimento dei titoli esteri».

Roberto Carlo Rossi

I titoli esteri per l’esercizio della professione medica, dall’emergenza Covid-19 ad ora, come vengono gestiti?

«Sul tema dei titoli esteri emerge una criticità preoccupante. Durante l’emergenza da pandemia di Covid-19, è stata introdotta una deroga nazionale che permette alle Regioni di autorizzare l’esercizio temporaneo della professione a medici con titoli stranieri, bypassando le normali procedure di verifica. Una norma forse affrettata, nata dalla paura di non avere abbastanza medici durante la pandemia. Il problema è che questa deroga, invece di essere eliminata con la fine dell’emergenza, è stata prima prorogata fino al 2025 e poi ulteriormente estesa al 31 dicembre 2027. Si tratta di una follia. Non possiamo mai recedere dal requisito della qualità dell’atto medico. Possiamo discutere di condizioni di lavoro migliori, di aumenti salariali per attirare più medici, ma mai transigere sui controlli di qualità. Nel caso specifico di Vizzolo Predabissi, il sospetto è che il presunto falso medico, che millanta una laurea irlandese, possa aver approfittato proprio di queste maglie larghe create dalla deroga. Non si spiegherebbe altrimenti come l’Azienda sanitaria non abbia richiesto l’iscrizione all’Ordine».

«È tempo di tornare indietro su una deroga che, nata come risposta emergenziale, rischia ora di compromettere la sicurezza del sistema sanitario italiano»

Come si tutelano i cittadini da questi fatti?

«Per tutelare i cittadini, ricordo che è possibile verificare l’iscrizione di qualsiasi medico attraverso il sito dell’Ordine provinciale, che viene aggiornato in tempo reale dopo ogni Consiglio. Il database della Federazione Nazionale, seppur con qualche giorno di ritardo, offre un’ulteriore garanzia. Il rapido intervento dei NAS in questo caso dimostra che il sistema di controllo funziona, ma non possiamo permetterci eccezioni. I rischi per i pazienti sono troppo alti: anche un semplice consiglio sbagliato, l’indicazione di non approfondire un sintomo apparentemente banale, può avere conseguenze gravissime».

L’appello al legislatore da parte del Presidente Rossi è chiaro: «È tempo di tornare indietro su una deroga che, nata come risposta emergenziale, rischia ora di compromettere la sicurezza del sistema sanitario italiano».

«Creare l’Istituto Italiano sull’Invecchiamento. Servono ricerca e soluzioni innovative per affrontare l’eccezionale sfida demografica dell’Italia»

Creare l’Istituto Italiano sull’InvecchiamentoI3 per affrontare l’eccezionale sfida demografica dell’Italia e dare al Paese una visione del futuro della popolazione e soluzioni innovative per essere competitivo sullo scenario globale, sostenibile e in salute, inclusivo per tutte le età e con il giusto equilibrio intergenerazionale. 

È questo il senso dell’incontro che si è svolto oggi al Ministero della Salute alla presenza del Ministro, Orazio Schillaci, del Viceministro del lavoro e delle politiche sociali, Maria Teresa Bellucci, di Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente Pontificia Accademia per la Vita e Presidente della Fondazione Età Grande, della Rettrice dell’Università di Firenze, Alessandra Petrucci e di molti esponenti delle istituzioni, dell’università e della ricerca. 

Nonostante la peculiarità demografica e malgrado i traguardi raggiunti negli studi sulla longevità, l’Italia difetta di un centro scientifico di eccellenza sulla ricerca e la raccolta dati, sulla prevenzione e l’invecchiamento attivo, sull’analisi multidisciplinare di soluzioni e il disegno di politiche d’intervento. Francia, Gran Bretagna, Germania, Portogallo, Paesi Bassi e quasi tutti i Paesi europei hanno un’istituzione dedicata. Una nazione giovane come il Canada ne ha fondato uno più di 20 anni fa e quello statunitense, il National Institute on Aging (NIA), è un punto di riferimento per tutti da mezzo secolo. 

«Ci siamo chiesti se fosse possibile partire da un approccio diverso: vedere la trasformazione in atto anche come un’opportunità e non solo come uno scenario negativo e abbiamo pensato di costruire qualcosa che potesse essere un riferimento a livello nazionale e internazionale» ha dichiarato Alessandra Petrucci. A fare da premessa e intelaiatura scientifica alla creazione dell’Istituto Italiano sull’InvecchiamentoIè stato il lavoro portato avanti da Age-It, il programma di ricerca guidato dall’Università di Firenze e finanziato dal PNRR: la più importante ricerca mai fatta in Europa sul futuro della popolazione con più di 800 ricercatori, una rete di oltre 20 atenei che va da Nord a Sud, centri di ricerca, aziende e istituzioni. 

«Ma dobbiamo anche contrastare l’ageismo e dare un senso nuovo agli anni in più che ci sta regalando la scienza. Se gli anziani vengono considerati sostanzialmente inutili, in una società fatta soprattutto di anziani ci rassegniamo all’idea che il futuro del nostro Paese sia inutile. È una prospettiva inaccettabile che va ribaltata», ha spiegato ancora la Rettrice. 

«L’invecchiamento è una tematica cruciale e la creazione di un Istituto Italiano sull’Invecchiamento può contribuire ad affrontare le sfide che abbiamo davanti dovute all’andamento demografico e all’impatto sociale e sanitario che ne deriva. L’invecchiamento attivo è stato uno dei temi portanti del G7 della salute. Il futuro della popolazione italiana al centro anche del lavoro di Age-It è una responsabilità che chiama in causa tutti» ha dichiarato nel suo intervento il Ministro della Salute, Orazio Schillaci. 

«La Riforma in favore delle Persone Anziane, voluta dal Governo Meloni e varata in tempi record, è un testo storico, che ha colmato un vuoto legislativo andando a riconoscere i diritti dei 14 milioni di anziani che vivono in Italia – ha affermato il Viceministro Bellucci –. Oggi, attraverso il Comitato interministeriale per le Politiche in favore della popolazione Anziana (CIPA), di cui sono delegata a presiedere i lavori, come Governo portiamo avanti il nostro impegno per la programmazione di efficaci politiche nazionali in favore dei nostri anziani, con particolare attenzione ai fragili e ai non autosufficienti. L’Italia è infatti la prima Nazione in Europa per popolazione anziana e questo dato di realtà ci spinge a lavorare con determinazione affinché ciascuno possa vivere in modo dignitoso questa preziosa stagione della vita. La sfida demografica, quindi, rimane tra i temi in cima all’agenda del nostro Governo, e certamente la creazione dell’Istituto Italiano sull’Invecchiamento può essere uno strumento efficace per avere una visione del fenomeno più attenta e complessiva». 

Le dieci aree di ricerca

Dieci gruppi di lavoro (SPOKE) con dieci aree di ricerca hanno presentato i risultati dei loro studi e le loro proposte innovative: dalla demografia, che ha analizzato per la prima volta l’impatto della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) sulle nascite in Italia anche alla luce dei LEA appena entrati in vigore che prevedono la copertura per numerose prestazioni per la procreazione; all’intelligenza artificiale utilizzata per prevedere i fattori di decadimento cognitivo; dall’impatto dell’inquinamento sulle patologie neurologiche degli anziani alle mutazioni del mercato del lavoro nel Paese con meno giovani in Europa; dalle sperimentazioni terapeutiche per contrastare l’invecchiamento cellulare alle proposte per la sostenibilità del sistema previdenziale; dal ripensamento dell’assistenza ai non autosufficienti, alla formazione dei caregiver e alla tutela della loro condizione psicologica. E poi nuove evidenze in tema di dieta, esercizio fisico, stimolazione cognitiva, socializzazione e controllo dei fattori di rischio vascolari, innovative soluzioni per ripensare case e spazi urbani, un nuovo approccio del mercato che valorizzi la silver economy e l’esordio dell’indice di giustizia intergenerazionale che misura lo sbilanciamento a favore dei diversi gruppi sociali in Italia e nella UE. 

Rapporto OISED, in 5 anni meno strutture e forte carenza del personale nei SerD

In cinque anni, tra il 2018 e il 2023 (ultimo anno i cui dati sono disponibili) il personale dei SerD (i servizi per le dipendenze da sostanze stupefacenti) si è ridotto di -252 unità.

Nei SerD alla riduzione si associa una diminuzione degli utenti presi in carico (-4.125 nei cinque anni), sebbene in aumento nell’ultimo anno (+4.835 utenti), nei servizi di alcologia invece, si registra una riduzione degli utenti in carico sia nel medio periodo (-2.501) che nell’ultimo anno (-604).

Il tasso di personale in rapporto agli utenti in carico per la dipendenza da stupefacenti è circa il 30% in meno rispetto alla dipendenza da alcol (4,7 vs 7,2 ogni 100 utenti in carico rispettivamente). Nel medio periodo il primo ha registrato una riduzione ed il secondo un aumento: -0,2 unità ogni 100 utenti e +0,6 unità ogni 100 utenti rispettivamente.

E per raggiungere gli standard previsti dal DM 77/2022 di applicazione del PNRR per il riordino dell’assistenza territoriale, mancano all’appello 1.929 unità di personale: 261 medici, 215 infermieri, 396 psicologi, 646 educatori professionali, 273 assistenti sociali, 139 amministrativi. Solo quattro Regioni, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Molise, sono allineate agli standard, mentre sono al di sotto tutte le Regioni del Mezzogiorno, tranne la Puglia, tutte quelle del Centro, tranne il Lazio. L’allineamento agli standard consentirebbe di prendere in carico altri 40.000 soggetti (100 in più ogni 4 unità di personale).

In termini economici, la dipendenza da stupefacenti e da alcol, genera un costo (diretto) annuo complessivo di 7,8 miliardi, di cui 6,7 nel primo caso (compresi i poli consumatori) e 1,1 nel secondo.

L’analisi è contenuta nel secondo rapporto OISED (Osservatorio sull’impatto Socio-Economico delle dipendenze, primo Centro Studi e think thank interamente dedicato allo sviluppo di analisi a supporto della governance e la sostenibilità del settore per la cura delle dipendenze), presentato oggi a Roma.

L’Osservatorio è nato da una iniziativa congiunta del Centro di ricerca C.R.E.A. Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità) e di Ce.R.Co (Centro Studi e Ricerche Consumi e Dipendenze) con l’obiettivo di colmare le lacune nelle conoscenze e informazioni sul settore delle dipendenze, e favorire il confronto tra istituzioni e stakeholder.

Contenere gli “esiti del fenomeno”, sottolinea OISED, porta a risparmi per il Paese: per ogni euro investito in termini di presa in carico socio-sanitaria (farmaci, interventi psico-sociali, visite etc.) si stima potrebbero esserne risparmiati 4. Analogamente si stimano molto rilevanti i risparmi ottenibili con gli effetti di una riduzione del ricorso alla detenzione in favore di misure alternative, consentirebbero un risparmio di 45,7 milioni l’anno per ogni punto percentuale di riduzione dei casi “a rischio”.

Ai costi diretti, si affiancano poi 198,8 milioni di costi indiretti associati alle perdite di produttività dovuti ai decessi, agli accessi al pronto soccorso e ai ricoveri, associati alle patologie alcol e droga correlate, generando un costo totale annuo  per il Paese di € 8 miliardi.

Considerando anche il valore, in continuo aumento, delle sostanze stupefacenti, che nel 2023 raggiunge circa 16,2 miliardi, il valore economico annuo del fenomeno per il Paese è di 24,2 miliardi: l’1,2% del PIL italiano.

L’epidemiologia

Dalle elaborazioni condotte basate sulle fonti disponibili dei servizi per le dipendenze, sia pubblici che del privato sociale, la stima 2023 è di circa 235.000 utenti con dipendenza presi in carico: l’83,5% nei servizi pubblici, il 16,5% nel privato sociale. Il 65,9% sono tossicodipendenti (“puri” o con dipendenza da alcol concomitante), il 24,6% alcolisti “puri”, per il 6,4% di utenti con dipendenza da gioco d’azzardo patologico, per il 3,4% da tabagismo e per l’1,3% da altre dipendenze, quali internet, social, sex addiction e così via.

Per le tossicodipendenze prevale la popolazione maschile, che rappresenta l’85,4% dell’utenza per i maschi, il tasso di assistiti è di 392 persone in trattamento ogni 100.000 abitanti, contro le 64 nelle donne.

Per il 90,9% sono italiani, per il 3,2% provenienti dall’Africa Settentrionale e, per il restante 5,9%, provenienti da Paesi americani e asiatici.

L’utenza è in età produttiva: il 54,6% si concentra nella fascia d’età 35-54 anni, il 18,0% in quella 25-34 anni ed il 18,0% in quella 55-64 anni.

Il 60,2% è in trattamento per uso primario di eroina, il 26,0% di cocaina e il 12,0% di cannabinoidi; il restante 1,8% abusa di altre sostanze, quali ipnotici e sedativi, stimolanti, allucinogeni o inalanti volatili.

Il numero dei detenuti tossicodipendenti, a fine 2023, è di 17.405, il 29,0% della popolazione carceraria, in aumento nell’ultimo quinquennio del +2,8 per cento. Il 30,3% dei detenuti è straniero (5.899 detenuti), dato in riduzione nell’ultimo quinquennio del -31,2 per cento.

Per la dipendenza da alcol gli utenti dei servizi sono soprattutto maschi: il rapporto maschi/femmine risulta pari a 3,2.

Il 73,2% ha un’età compresa tra 30 e 59 anni; un terzo della casistica totale trattata si concentra nella fascia d’età 50-59 anni; i giovani sotto i 30 anni sono il 7,4% della casistica trattata.

I nuovi utenti sono per il 28,2% compresi nella fascia d’età 40-49 anni. La loro incidenza si è ridotta dell’1,8% rispetto al 2019: la riduzione è stata massima nel Centro (-4,8%), minima nel Nord-Est (-0,5%).

L’organizzazione dei servizi e ricorso all’Emergenza-Urgenza

In Italia ci sono 570 SerD articolati in 614 sedi: in media un SerD ogni 100.000 abitanti. Ma si passa dal massimo di 1,1 nel Nord-Ovest, al minimo di 0,8, del Nord-Est (0,9 nel Centro e 1 nel Sud e Isole). Il Molise è la Regione col valore massimo: 2,1 SerD per 100.000 abitanti; la P.A. di Trento registra invece il valore minimo: 0,2. P.A. di Bolzano, Friuli-Venezia Giulia, Lazio e Campania hanno un valore inferiore a 0,8; Piemonte e Puglia un valore superiore a 1,4.

I Servizi di alcologia erano nel 2022 (ultimo anno disponibile) 449; nei Servizi operano 4.512 persone (di cui una consistente parte sono le stesse dei SerD), +5,2% rispetto al 2019. Il valore massimo, pari a 9,5 unità ogni 100.000 ab. di età 16+, si registra nel Centro del Paese, seguito dal Sud e Isole con 9,3 e dal Nord-Ovest con 9,0; il dimensionamento minimo si riscontra nel Nord-Est (7,2 unità ogni 100.000 ab. di età 16+).

Il ricorso ai servizi di emergenza-urgenza nei casi di dipendenza da stupefacenti è in continuo aumento (+22% nell’ultimo quinquennio) e rilevante, in controtendenza con quanto accade per le problematiche connesse all’alcol; il rapporto è di 1:4 tra gli accessi di chi ha fatto abuso di droghe e chi di alcol (14,6 e 67,1 ogni 100.000 rispettivamente); il primo fenomeno si concentra soprattutto nel Nord-Ovest del Paese, il secondo nel Nord-Est. In entrambe le tipologie di utenti il 60-70% degli accessi avvengono in seguito ad un trasporto da parte del 118 e in circa il 12% dei casi esitano in un ricovero ospedaliero.

Il personale

In media il personale infermieristico è circa un terzo dell’organico (28,5%), seguito da quello medico (20,9%); gli psicologi rappresentano il 17,6% di tutto il personale, gli assistenti sociali il 14,9%, gli educatori professionali il 9,6%, il personale amministrativo il 3,9%, e il restante 4,7% altre figure professionali.

Nel Nord-Ovest si riscontra in media una quota di medici e infermieri inferiore alla media nazionale, e una superiore di educatori professionali, assistenti sociali ed amministrativi. Nel Centro e Mezzogiorno si osserva una quota di medici ed infermieri superiore alla media nazionale, e inferiore degli educatori professionali e agli amministrativi.

Per i SerD, Calabria, Sardegna, Sicilia e Abruzzo sono le Regioni con la maggior quota di personale medico (27,4%, 25,2%, 24,6% e 24,6% rispettivamente).

In Friuli-Venezia Giulia il personale infermieristico è quasi la metà di tutto l’organico (49%), seguono Molise, Liguria e Lazio (44,2%, 42,5%, 42,4%); all’estremo opposto la P.A. di Trento, la P.A. di Bolzano e il Piemonte, dove gli infermieri sono il 21,9%, il 26,3% e il 28,1% di tutto il personale dedicato.

Nella P.A. di Bolzano e in Umbria è più presente la figura dello psicologo: rispettivamente il 26,3% e il 21,8% del personale. In queste Regioni i medici sono il 17,5% e 17,3% e gli infermieri il 26,3% e 37,3%. L’incidenza minima di psicologi sull’organico è in Valle d’Aosta e Toscana (5% e 7,8% rispettivamente).

Per i servizi di alcologia il dato regionale è eterogeneo: massima offerta (24,3 unità ogni 100.000 ab. 16+) in Valle d’Aosta; minima (3,1, in Emilia-Romagna). La media è di 9,9 unità. Lombardia, P.A. di Trento, Emilia-Romagna, Umbria, Calabria, Sicilia e Sardegna hanno un valore inferiore a 7,8; Piemonte, Valle d’Aosta, P.A. di Bolzano, Liguria, Molise e Basilicata, invece, un valore superiore a 13,4 unità ogni 100.000 ab. 16+.

Il valore economico dell’assistenza sanitaria

L’assistenza distrettuale, domiciliare e territoriale rappresenta il 67,1% del totale, l’assistenza residenziale il 26,4% e l’assistenza semi-residenziale il restante 6,5 per cento.

Nei servizi pubblici, il costo per l’assistenza è di1.362,7 euro per 100 abitanti, in aumento rispetto al 2019 del +15,2% (1.183,2 euro per 100 abitanti); a livello regionale si va dal minimo di 650,6 per 100 abitanti nel Lazio, al massimo di 6.444 euro per 100 abitanti in Sardegna.

La spesa pubblica per l’assistenza residenziale è 534,8 euro ogni 100 abitanti, in aumento rispetto al 2019 del +4%; a livello regionale il minimo di 120 euro è in Molise, il massimo di 1.369,1 euro in Liguria.

Il costo per l’assistenza semi-residenziale è di 132 euro per 100 abitanti, in aumento del +78,8% sul 2019. A livello regionale il minimo di 0 euro è in Valle d’Aosta, il massimo di 676 euro in Campania.

Per i ricoveri in acuzie, per i tossicodipendenti il costo medio pro-capite nazionale è di € 920,8 euro ogni 1.000 abitanti. A livello regionale, il massimo di 2.107,6 euro è in Emilia-Romagna, il minimo di 253,6 euro in Campania: la media è di 866,9 euro.

Per i ricoveri in acuzie, da dipendenza da alcol, il costo medio pro-capite nazionale è di 2.995,8 euro per 1.000 abitanti per i ricoveri ordinari e 16,7 euro per quelli diurni. Per gli ordinari, a livello regionale il massimo è di 5.304 euro a Bolzano, il minimo di 1.759 in Sicilia: la media è di 3.501,5 euro. Per i diurni il massimo è di 99,1 in Friuli-Venezia Giulia, il minimo di 3 euro in Puglia: la media è 15,2 euro.

I ricoveri in acuzie, per i tossicodipendenti costano in media a ricovero 2.864,1 euro. Il massimo di 4.076,6 euro in Basilicata, il minimo di 1.985,4 euro a Bolzano, la media è 2.694,4 euro.

Per gli alcolisti il costo medio per ricovero è 4.585,4 euro per gli ordinari e 360,4 per i diurni. Gi ordinari costano (il massino) 5.767,7,8 euro nel Lazio e al contrario (minimo) 3.152,9 euro a Bolzano: la media è 4.360 euro. Per i diurni il massimo è di 613,6 euro in Friuli-Venezia Giulia, il minimo di 250,1 euro a Bolzano: la media è di 318,2 euro.

I possibili risparmi

In base agli scenari elaborati da OISED, azioni per migliorare l’aderenza alla terapia (potenziamento interventi psicosociali, ricorso a trattamenti terapeutici quali i long acting etc.) potrebbero far crescere la quota degli attivi trattati in un range 5-15 punti percentuali, con un dimezzamento per utente degli esami per accertamento d’abuso e delle visite di controllo; ovviamente l’investimento sarebbe rappresentato da un incremento della spesa farmaceutica (posta pari al triplo dell’attuale), un dimezzamento della spesa per gli esami ed un raddoppio di quella per le visite psicologiche. Tali azioni porterebbero un risparmio per il Paese compreso 58 e 126,9 milioni annui.

L’adozione di azioni finalizzate a migliorare l’aderenza alla terapia, attraverso la formalizzazione di percorsi trasversali tra i vari setting assistenziali, in una potenziale crescita degli utenti trattati in un range 5-15 punti percentuali  produrrebbe un risparmio annuo compreso tra € – 66,3 e -198,6 mln.

Sul versante del potenziamento dei Servizi a bassa soglia, si è ipotizzato si possa produrre un incremento del 15-25% degli utenti attivi, che genererebbe una crescita nel range 5-15% del costo di presa in carico presso i SerD, una riduzione degli utenti che commettono illeciti/reati del 5-15%, e degli accessi al Pronto Soccorso del 15-25%. In tal caso il valore centrale dei range elencati porta a stimare un risparmio potenziale di circa € 175,1 mln. annui.

Per il sistema giudiziario, un maggior ricorso alle misure alternative alla detenzione, e relativi percorsi riabilitativi, può produrre una riduzione dei costi attribuibili agli Esiti e alla dimensione Sociale (ordine pubblico e aspetti giudiziari), attraverso l’ aumento degli utenti presi in carico dal privato sociale (con comprensivo aggravio dei costi dell’assistenza necessari per l’adeguamento delle infrastrutture per la gestione di questa categoria di utenti), e un risparmio di 45,7 milioni. per ogni punto percentuale di riduzione degli Esiti droga-correlati e dei reati/illeciti amministrativi.

Per l’alcol, i costi relativi agli Esiti sono quasi tutti (86,0%) attribuibili ai decessi e agli accessi alle strutture ospedaliere (al pronto soccorso e ricoveri, dovuti sia alle patologie alcol-correlate sia agli incidenti stradali), e valgono 546,6 milioni.

Analogamente a quanto fatto per la dipendenza da sostanze stupefacenti, OISED ha determinato l’impatto economico di azioni politica sanitaria, sociale e giudiziaria, finalizzate a contenerne gli effetti.

Per la dipendenza da alcol, il board scientifico OISED ha indicato quale azione ritenuta di potenziale efficacia un incremento del 10-20% degli utenti in carico presso i servizi, attraverso attività di screening sulle abitudini di vita, campagne informative con i MMG, comporterebbe una riduzione di richiesta di assistenza sanitaria alcol-correlata nel range 5-15% (patologie specifiche, trattamento di feriti di incidenti stradali etc.) e di denunce per violazioni degli artt. 186 e 187 del Codice della Strada di pari entità nel range 5-15%. Tali azioni comporterebbero un risparmio per il Paese nel range € 8,2-21,3 mln. Lo scenario associato al valore centrale dei range proposti comporterebbe un risparmio annuo di € 19,2 mln.

Gli effetti dell’Autonomia Differenziata

Nel secondo Rapporto OISED è stato poi applicato, utilizzando dimensioni di valutazione (Equità, Appropriatezza, Esiti, Innovazione ed Economico-finanziaria) articolati in dieci indicatori di performance,  il modello elaborato dal CREA Sanità per valutare gli effetti dell’autonomia differenziata applicato in questa annualità, a fini esemplificativi, su tre gruppi di Regioni: Province/Regioni Autonome e/o a statuto speciale; Regioni in Piano di Rientro economico-finanziario; Regioni che hanno richiesto l’AD in Sanità nel 2017 (Emilia Romagna, Lombardia e Veneto).

Mettendo a confronto i tre gruppi di Regioni con le “altre” Regioni rimanenti, l’andamento nel medio periodo (pre-concessione AD) degli indicatori selezionati è stato migliore nel gruppo di Regioni “target” specifico che non nelle “Altre”, per il gruppo di quelle a statuto speciale e, soprattutto, per quelle che hanno richiesto l’Autonomia Differenziata, mentre va peggio nelle Regioni in Piano di Rientro. La determinazione della variazione di tale trend nel periodo pre e post concessione AD consentirà quindi di valutare gli “Esiti” della sua introduzione.

Le proposte OISED

Dalle analisi emerge un dimensionamento dell’offerta sociosanitaria per la presa in carico di soggetti con dipendenza da stupefacenti e/o alcol, con una forte variabilità regionale, sia in termini di personale dedicato, che di tipologia di figure professionali. Per la dipendenza da stupefacenti il Nord-Ovest ha il maggior organico in rapporto alla popolazione, agli utenti in carico, e in termini di ricorso al ricovero ospedaliero; per quella da alcol è invece il Nord-Est. Per tutte e due le forme di dipendenza il minor tasso di personale e di utenti in carico si registra nel Mezzogiorno.

Per questo, dato l’elevato impatto del fenomeno delle dipendenze, a livello organizzativo, giudiziario ed economico, OISED ritiene auspicabile:

  • Allineare la dotazione di personale agli standard organizzativi previsti dal DM 77/2022, per allineare l’offerta al fabbisogno “reale”, anche in base alla “nuova” domanda (4 unità in più consentirebbero una presa in carico di 100 utenti in più)
  • Promuovere e potenziare attività di sensibilizzazione alla popolazione giovanile per introdurli in percorsi terapeutici anche specifici, per prevenire, oltre agli episodi acuti, la “cronicizzazione” del problema
  • Introdurre percorsi di presa in carico socio-sanitaria degli utenti (PDTA-SS, Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali Socio-Sanitari) trasversali tra servizi pubblici (ambulatoriali e ospedalieri), del privato sociale (servizi a bassa soglia, servizi ambulatoriali privati, strutture comunitarie residenziali e semiresidenziali, etc.) e carcere, per:
    • incrementare il numero di nuovi utenti in carico per prevenire il verificarsi di “esiti” e implicazioni a livello sociale (incidenti, denunce ecc.)
    • garantire continuità nella presa in carico, in particolare per i detenuti stranieri una volta messi in libertà
    • garantire equità di trattamento tra i diversi setting nelle diverse Regioni
  • L’adozione di azioni finalizzate ad aumentare l’aderenza al trattamento, anche riducendo lo stigma, attraverso soluzioni quali il potenziamento-integrazione degli interventi psicosociali, il ricorso ad approcci farmacologici sempre più personalizzati (quali, ad esempio, potrebbero essere le formulazioni long acting dei farmaci), etc. Particolare attenzione deve essere dedicata ai senza dimora, ai disoccupati, ai soggetti con comorbidità psichiatriche, etc.

«Queste azioni – commenta OISED – richiedono evidentemente un incremento di risorse economiche che però, alla luce di quanto emerso dall’analisi, generano complessivamente dei risparmi per la Società».

Inoltre, commenta OISED, «la “nuova” epidemiologia richiede anche una revisione del ruolo dei servizi e della tipologia di attività che gli stessi erogano: i “nuovi” servizi, pubblici e del privato sociale, dovrebbero lavorare in maniera integrata al fine di garantire una individuazione e relativa presa in carico, anche in una fase di pre-dipendenza». A tal proposito, sarebbe auspicabile prevedere un finanziamento dedicato alle dipendenze, peraltro introdotto nella recente Legge di Bilancio, sebbene quantitativamente limitato e da monitorare nel riparto e nell’effettiva implementazione nelle Regioni; è altresì auspicabile che il fondo regionale delle dipendenze sia associato anche alla definizione di un budget a livello di Azienda Sanitaria, con una distinzione per tipologia di setting assistenziale (ambulatoriale, residenziale e semiresidenziale, carcerario), al fine di garantire equità di presa in carico nei diversi setting, nelle diverse Regioni.