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RLS, in Europa è la malattia neurologica con il costo totale più alto

Marco Rolandi, presidente di RLS Italia, che si occupa della sindrome delle gambe senza riposo (Restless Legs Syndrome), ricorda come una relazione comparsa sull’European Brain Council rivela che la sindrome è tra i disturbi neurologici più costosi in Europa.

Una malattia poco conosciuta e sottodiagnosticata, il cui sintomo principale è l’insonnia, che impatta pesantemente sulla qualità di vita dei pazienti.

«Occorre investire sulla prevenzione, fin dall’infanzia, quando il sintomo principale è l’irrequietezza», osserva Rolandi.

Emilia-Romagna, Snami: medici base non diventino dipendenti Ausl

No all’assunzione dei medici di famiglia da parte delle aziende sanitarie come rinforzi per le Case di Comunità. A schierarsi così è il sindacato medico Snami Emilia-Romagna, che giudica un grave errore la proposta trapelata nei giorni scorsi. Prima di tutto perché le Case di Comunità sono «un progetto oramai ritenuto ampiamente critico».
Inoltre, trasformare i medici di base in lavoratori dipendenti e subordinati rischia di compromettere «qualità ed efficienza del nostro sistema sanitario territoriale, a meno che non sia ribaltata su di esso una vagonata di miliardi». Secondo lo Snami Emilia-Romagna, «questa soluzione nel contesto attuale appare come una toppa peggiore del buco, capace solo di aumentare le criticità esistenti senza affrontare i veri problemi della medicina di base». 
 

In poche parole, «si cambia il contenitore senza ragionare dei problemi del contenuto e del sistema, realizzando uno scenario paradossale. Nemmeno negli ospedali i medici rimangono più come dipendenti subordinati ai vari nominati, spesso con ampia ingerenza politica. Il fenomeno dei gettonisti ne è testimonianza e si vorrebbe, invece che correggere i problemi, moltiplicarli su tutto il sistema sanitario”, critica il sindacato, nella cui visione i medici di famiglia dovrebbero essere «liberi e autonomi da gerarchie” per poter “continuare a svolgere il ruolo fondamentale di garante degli interessi dei cittadini». Gli stessi medici dipendenti della sanità pubblica, afferma lo Snami, «scappano sempre più numerosi da una gestione gerarchica spesso degenerata nel tempo, al punto da non consentirgli più di lavorare con la necessaria serenità e sostenibilità sia sul piano umano che su quello professionale».



Voler quindi trasformare i medici di base in dipendenti delle Case di Comunità, insiste lo Snami Emilia-Romagna, «significa snaturare la loro funzione primaria e il loro ruolo di garanzia autonoma, libera da ingerenze». Le Case di Comunità, dal canto loro, «sono l’esatto contrario rispetto l’odierna capillarità degli studi- punta il dito il sindacato- rischiano di diventare poliambulatoriali sovraccarichi e impersonali, forse capaci di erogare prestazioni in una logica industriale più che aziendale, ma incapaci di rispondere efficacemente alle esigenze di relazione e di vincolo fiduciario coi cittadini». 



Secondo lo Snami, la soluzione quindi «non è assorbire i medici di famiglia nel sistema pubblico come lavoratori subordinati, ma aggiornare le regole convenzionali, potenziando funzioni e competenze attribuite, a partire dal percorso formativo, negoziando regole aggiornate per contestabilità del curante e standard di accreditamento delle prestazioni da erogare, in una logica di programmazione vera. Semplificare i processi amministrativi e garantire risorse adeguate per svolgere al meglio il loro ruolo: questo manca in qualunque proposta, dal Governo centrale in giù». Per il sindacato, è insomma «fondamentale riscrivere la figura del medico di famiglia in senso migliorativo, non distruttivo, come pilastro centrale del sistema. Occorre puntare su investimenti mirati, strumenti innovativi e una maggiore integrazione tra i diversi livelli di assistenza, senza compromettere l’efficacia del servizio offerto». Lo Snami invita quindi «le istituzioni a riconsiderare questa scelta e avviare un confronto serio con i professionisti del settore per individuare soluzioni concrete e sostenibili che rispondano davvero ai bisogni del sistema nel suo complesso».

Protesta medici, CIMO-FESMED: «Modalità ancora non definite. La professione al centro dell’incontro del 25 gennaio»

Il sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED smentisce le voci che stanno circolando in queste ore sulla stampa in merito ad un imminente sciopero della categoria. «Sebbene il malcontento ed il disagio dei medici siano palpabili, le modalità della protesta non sono ancora state definite, e saranno discusse il prossimo 25 gennaio nel corso di un incontro dei direttivi nazionali delle organizzazioni sindacali più rappresentative dei medici dipendenti e convenzionati» dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED (a cui aderiscono le sigle ANPO, ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED).

«Come CIMO-FESMED – aggiunge Quici – intendiamo chiedere alle Istituzioni risposte immediate su alcuni temi che riguardano strettamente la professione: la definizione puntuale di atto medico che ponga un freno al costante task shifting di attività mediche verso altri professionisti sanitari; la depenalizzazione dell’atto medico che consenta ai medici di lavorare serenamente, abbattendo anche i costi della medicina difensiva che ammonta a circa 13 miliardi l’anno; la rivendicazione della presenza di rappresentanti dei medici in tutti gli organi che definiscono l’organizzazione ed il funzionamento del Servizio sanitario nazionale».

«Sono questi i temi che porremo all’attenzione dei colleghi a fine mese. Si tratta dunque di argomenti legati strettamente al nostro ruolo, e non di mere rivendicazioni sindacali che saranno discusse in altre sedi, a partire dalla trattativa in Aran per il rinnovo del contratto dei medici dipendenti del SSN che sta per avviarsi».

«Lo ripetiamo ancora una volta: senza medici non c’è salute. È tempo che tutti se ne rendano conto», conclude.

Tecnologia e Slow Medicine: amiche o nemiche?

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Se il proverbio dice il vero, e la lentezza è davvero una ricchezza, questo principio è stato ben compreso dai fondatori di Slow Medicine. Ma la lentezza, intesa come pigrizia o svogliatezza, qui non c’entra. Slow Medicine è un movimento che promuove un approccio all’assistenza sanitaria centrato su cure appropriate, personalizzate e di qualità, evitando sprechi e contenendo i costi per il SSN. È una medicina riflessiva e misurata, che valorizza il tempo necessario per comprendere e rispondere ai bisogni del paziente. L’obiettivo non è solo curare, ma farlo nel modo giusto, coinvolgendo attivamente il paziente nelle decisioni terapeutiche, per garantire una cura consapevole e partecipata. Ma tutto questo come si integra con le nuove tecnologie digitali che nascono, invece, per velocizzare gli interventi?

Rispondono a TrendSanità Marco Bobbio (presidente Slow Medicine), Nicola Draoli (consigliere nazionale FNOPI) e Gianluca Giaconia (vicepresidente AIIC).

Diagnosi e responsabilità medica

«Le tecnologie non sono né buone né cattive – ci dice Bobbio. Dipende da come sono utilizzate, da come scegliamo di applicarle. Possono migliorare il rapporto con il paziente, ma possono anche avere l’effetto opposto. È difficile prevedere quale sarà il loro utilizzo predominante, ma la mia impressione è che si rischi di rendere il rapporto medico-paziente più anonimo. Non solo, possono anche condizionare il giudizio del clinico. Immaginiamo una situazione in cui il paziente descrive i suoi sintomi e il medico formula una diagnosi, ma poi consulta un sistema di intelligenza artificiale. Che succede se l’algoritmo propone una diagnosi diversa?

Fare una diagnosi significa assumersi una responsabilità, anche a livello legale

Marco Bobbio

Se poi ci fosse una contestazione e la diagnosi del medico risultasse sbagliata, la presenza di una diagnosi formulata dall’algoritmo, ben precisa e non accettata, potrebbe renderlo colpevole di non aver seguito il suggerimento dell’AI. Al contrario, se accetta la diagnosi dell’algoritmo, rischia di perdere la sua autonomia professionale. In questo modo, diventa inutile che il medico formuli le sue ipotesi, poiché dipenderà comunque dall’algoritmo. Fare una diagnosi significa assumersi una responsabilità. È un tema discusso anche in ambito giuridico: se la diagnosi formulata dall’algoritmo fosse errata, di chi sarebbe la colpa? Del medico che l’ha approvata, di chi ha acquistato la tecnologia, dell’ospedale, della ditta che l’ha commercializzata o dell’ingegnere che ha sviluppato il software? Questa domanda rappresenterà una questione importante in futuro, un tema complesso che richiede una riflessione approfondita su come integrare correttamente la tecnologia».

Integrazione è la parola chiave

Possiamo chiederci quindi se esistono tecnologie che possono essere utilizzate in modo coerente con l’approccio della Slow Medicine. «La risposta non è semplice – afferma Giaconia, vicepresidente AIIC – anche perché la nostra esperienza come ingegneri clinici ci porta a ragionare sempre in termini di evidenze. Siamo abituati a valutare le tecnologie in ottica HTA (Health Technology Assessment), quindi abbiamo bisogno di evidenze concrete che dimostrino l’efficacia di una tecnologia. Ma, premesso questo, è evidente che alcuni approcci potrebbero dover essere rivisti, soprattutto nel mondo della salute. Una delle principali aree di criticità è il livello di assistenza dei medici di medicina generale. Oggi, il medico di base spesso è ridotto a un ruolo di semplice prescrittore e rischia di perdere la visione d’insieme del paziente. L’uso della telemedicina potrebbe essere un primo passo per ristabilire un rapporto più diretto e umano con il paziente, riducendo la necessità di visite “in presenza” per attività semplici come l’aggiustamento di una terapia. Tale approccio consentirebbe di dedicare più tempo alla cura personalizzata, aumentando l’efficienza senza compromettere la qualità del rapporto umano».

La rivoluzione digitale deve riguardare le persone, non solo la tecnologia

Nicola Draoli

Interviene Draoli: «La prima domanda che emerge è se l’uso crescente delle tecnologie rischia di disumanizzare la cura o se, al contrario, può migliorare la qualità delle terapie e dell’informazione al paziente. Gli infermieri si interrogano da tempo su questo. L’utilizzo di strumenti come il telemonitoraggio, la teleassistenza e il controllo remoto dei parametri vitali, permette di migliorare l’efficacia della presa in carico degli assistiti, specialmente sul territorio, e gestire i consulti a distanza, non solo tra medici ma anche tra tutte le professioni sanitarie, favorendo la collaborazione interprofessionale. Il rischio di disumanizzazione esiste, ma non è tanto una questione tecnologica quanto di come la tecnologia si inserisce nella cura. La rivoluzione digitale riguarda le persone, non solo la tecnologia».

Nuove tecnologie e automatizzazione: più tempo e più attenzione al paziente?

Non è detto che le nuove tecnologie consentano di far guadagnare tempo, con il risvolto positivo di poter dedicare maggiore attenzione al paziente. « Il problema dell’attenzione al paziente non riguarda solo il tempo – interviene il presidente Slow Medicine. Spesso si sente dire, anche dai medici, che abbiamo solo dieci minuti per valutare un paziente e quindi è difficile dedicare abbastanza tempo. In parte è vero, ma non è solo una questione di quantità di tempo, dipende anche da come si usa quel tempo. I nuovi strumenti diagnostici potrebbero, però, essere orientati e progettati affinché anche il parere del paziente diventi parte integrante del processo decisionale. Tuttavia, se dovessi fare una previsione, direi che gran parte dello sviluppo di queste tecnologie mira ad accelerare i processi, rendendo tutto più efficiente, ma non necessariamente più efficace o più umano. Il rischio è che la medicina diventi sempre più distante dai pazienti e questo mi preoccupa».

Gianluca Giaconia

«L’uso della tecnologia in ospedale – ci dice Giaconia –, è spesso indirizzato a soluzioni molto avanzate, come la chirurgia robotica o le grandi apparecchiature di diagnostica per immagini. Un clinico che utilizza queste tecnologie può mantenere una visione globale del paziente o rischia di concentrarsi esclusivamente sulla singola lesione da trattare? La risposta non è semplice, ma il rischio di trasformare un intervento chirurgico o un referto diagnostico in un processo meccanico, piuttosto che umano, è reale. L’appropriatezza non significa solo precisione tecnologica, ma anche avere il tempo giusto per ogni passo del percorso di cura. Un altro elemento critico è la gestione del tempo. Gli operatori sanitari lamentano costantemente la mancanza di tempo. La tecnologia, in teoria, dovrebbe poter ridurre questa pressione, ma spesso la sua implementazione non è efficace.

Se una vera relazione umana mancava già prima della digitalizzazione, la tecnologia rischia di amplificare questo problema. Al contrario, se la tecnologia è utilizzata all’interno di un contesto relazionale ben strutturato, può potenziare la prossimità e la cura del paziente

In pratica, l’AI potrebbe ridurre il carico di lavoro dei medici, supportando la diagnosi e l’aggiustamento delle terapie, diventare uno strumento di supporto che permette al medico di lavorare con meno stress e più sicurezza. La tecnologia, però, non è di per sé la soluzione ai problemi di gestione del tempo e qualità delle cure. Deve essere inserita in un modello organizzativo funzionale. Se integrata in un contesto in cui il rapporto col paziente è già debole, rischia di peggiorare la situazione. Al contrario, in un approccio relazionale forte, la tecnologia può diventare un fattore facilitante e un moltiplicatore di valore».

La ricerca che manca

Uno dei problemi principali degli strumenti diagnostici automatici è che spesso si crede siano più accurati dei medici, ma questo è il cosiddetto bias del risultato positivo: sono pubblicati quasi esclusivamente i risultati positivi. «Se un sistema di intelligenza artificiale per la diagnosi risulta peggiore dei medici, quei risultati non sono pubblicati – spiega Bobbio. Ciò crea un’impressione distorta: sembra che tutti questi sistemi funzionino meglio dei medici, perché vediamo solo gli studi in cui ottengono risultati superiori. La domanda vera è: queste “migliori” diagnosi miglioreranno davvero la vita dei pazienti? Li faranno vivere più a lungo o meglio? Finora non si è quasi mai confrontato l’impatto concreto di questi sistemi, ovvero se, dopo anni, i pazienti trattati con diagnosi automatiche stanno meglio di quelli seguiti da medici umani. Dovremmo fare studi simili a quelli sui farmaci, che dimostrino non solo un miglioramento nei parametri, ma anche un impatto sulla salute, come la riduzione di infarti o della mortalità. Ad oggi, però, studi di questo tipo su larga scala mancano.

Quello che manca oggi è verificare se questi strumenti, oltre ad essere più accurati, migliorano davvero la qualità della vita dei pazienti

Ci sono sistemi di analisi delle immagini che riescono a leggere le radiografie meglio dei radiologi, ma cosa significa “meglio”? Significa che rilevano elementi che avrebbero danneggiato il paziente se non individuati, o solo dettagli irrilevanti che generano ansia inutile? Immaginiamo di avere uno strumento molto preciso per analizzare il flusso sanguigno nel cuore. Scoprirebbe che quasi tutti hanno una lieve insufficienza mitralica, una condizione normale e clinicamente irrilevante. Ma se tutti i pazienti fossero informati di questa “anormalità”, potrebbero entrare in ansia e avviare periodicamente controlli superflui».

Territorialità e vulnerabilità digitale

«La vera rivoluzione digitale dovrebbe partire dal territorio – conclude Draolidove la tecnologia può accorciare le distanze e supportare la medicina territoriale, spesso in difficoltà rispetto agli ospedali. L’assistenza sul territorio può beneficiare della telemedicina e del monitoraggio remoto, consentendo una presa in carico continua dei pazienti anche fuori dall’ospedale. In quest’ottica, l’infermieristica territoriale, come quella degli infermieri di famiglia e comunità, può consentire la costruzione di relazioni durature con i pazienti e la conoscenza dei bisogni della collettività. C’è poi la “fragilità digitale” dei pazienti, specialmente gli anziani o chi vive in aree con scarsa connettività, che hanno difficoltà nell’usare le tecnologie, che da vantaggio potrebbero diventare un ostacolo. La rivoluzione digitale, quindi, non deve essere l’obiettivo, lo è la cura delle persone. Bisogna capire come le tecnologie possano aiutare. Prima di implementare modelli digitali, occorre definire il modello organizzativo e l’approccio alla cura delle persone. Solo così la tecnologia diventa uno strumento funzionale, non un fine».

Rapporto RespiVirNet, in aumento i casi di sindromi simil-influenzali

Nella prima settimana del 2025, dal 30 dicembre 2024 al 5 gennaio 2025, aumenta il numero di casi di sindrome similinfluenzale (ILI) dopo una lieve flessione dovuta alla chiusura delle scuole per le festività. Il livello d’incidenza è pari a 11,3 casi per mille assistiti (9,9 nella settimana precedente). Nella stessa settimana della scorsa stagione la curva dell’incidenza cominciava la sua discesa.  I casi stimati di sindrome simil-influenzale, rapportati all’intera popolazione italiana, risultano essere circa 667.500, per un totale di circa 5.851.500 casi a partire dall’inizio della sorveglianza. Lo evidenzia l’ultimo rapporto RespiVirNet appena pubblicato.

L’incidenza è stabile nelle fasce di età pediatrica, mentre è in aumento nei giovani adulti e negli anziani. Maggiormente colpiti i bambini sotto i cinque anni di età, in cui l’incidenza è pari a 21,4 casi per mille assistiti (21,7 nella settimana precedente). Maggiormente colpite le seguenti Regioni/PPAA: P.A. di Bolzano, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia e Sicilia . Basilicata e la Calabria non hanno attivato la sorveglianza epidemiologica.

Durante la settimana 01/2025, la percentuale dei campioni risultati positivi all’influenza sul totale dei campioni analizzati risulta pari al 21,9%, in ulteriore aumento rispetto alla settimana precedente (17,6%). Tra i campioni analizzati, 113 (6,9%) sono risultati positivi per VRS, 42 (2,6%) per SARSCoV-2 e i rimanenti 259 sono risultati positivi per altri virus respiratori, di cui: 123 (7,5%) Rhinovirus, 49 Coronavirus umani diversi da SARS-CoV-2, 41 Adenovirus, 25 Metapneumovirus, 11 virus Parainfluenzali e 10 Bocavirus. Ad oggi, sul portale RespiVirNet non è stato segnalato nessun campione positivo per influenza di tipo A “non sottotipizzabile” per i virus influenzali stagionali e/o appartenente ad altro sottotipo (es. A/H5).

Distribuzione intermedia del farmaco: bene prime indispensabili misure

La Legge di Bilancio 2025 introduce misure indispensabili a garantire la sostenibilità del servizio della Distribuzione Intermedia farmaceutica nel più ampio contesto sanitario nazionale.

Le due sigle nazionali del settore (ADF e Federfarma Servizi) ritengono che gli interventi previsti in finanziaria siano soltanto il primo passo di un percorso che, grazie ad una visione strategica di politica sanitaria di questo Governo, rafforzerà l’intera catena logistico-distributiva del farmaco.

«Da numerosi anni i Distributori Intermedi attendevano misure tangibili a supporto delle loro Aziende per garantire la sostenibilità del servizio pubblico essenziale svolto e che solo ora, con la Manovra del 2025 e grazie ad una visione strategica del Ministero della Salute, iniziano finalmente a realizzarsi. Si tratta di un importante segnale di attenzione da parte del Governo per la nostra categoria, che trova oggi un primo, concreto sostegno a beneficio anzitutto del bisogno di salute dei cittadini», afferma Walter Farris, presidente dell’Associazione Distributori Farmaceutici (ADF).

Le misure previste da questa Legge di Bilancio, assegnando ai Distributori Intermedi – i Grossisti di farmaci, secondo il D. Lgs. 219/2006 – un incremento della remunerazione pari allo 0,65% sul prezzo dei farmaci SSN di classe A, non consentono tuttavia di risolvere il problema sistemico della sotto remunerazione originatasi con il taglio del margine dal 6,65% al 3% determinato quindici anni fa dalla Legge 122/2010.

«Con questa manovra finanziaria la catena logistico-distributiva del farmaco trova un primo, reale sostegno. Auspichiamo che questo si configuri come l’avvio di un percorso strutturale di attenzione e valorizzazione del servizio pubblico svolto quotidianamente dai Distributori Intermedi. Il nostro comparto, a differenza di altri operatori, ha patito l’assenza di qualsiasi intervento a sostegno dell’indispensabile ruolo avuto anche durante l’emergenza sanitaria generata dal Covid, pur avendo continuato a garantire il servizio alla collettività con margini che da molti anni non coprono neanche i costi operativi delle aziende», dichiara Antonello Mirone, presidente di Federfarma Servizi.

«Apprezziamo dunque l’attenzione che il Ministero della Salute e questo Governo hanno voluto riservare alla categoria in un’ottica di efficienza del Sistema sanitario e di servizio al cittadino, – dichiarano i Presidenti delle due sigle nazionali della Distribuzione Intermedia del farmaco – e auspichiamo che non manchino prossime occasioni di dialogo con le Istituzioni e i partners di filiera nel comune obiettivo di contribuire all’equo ed universale accesso ai medicinali ed ai servizi sanitari nazionali».

GIMBE, crisi senza precedenti del personale sanitario: persi oltre 28 miliardi in 11 anni

«Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) – ha dichiarato Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – sta affrontando una crisi del personale sanitario senza precedenti, causata da errori di programmazione, dal definanziamento e dalle recenti dinamiche che hanno alimentato demotivazione e disaffezione dei professionisti verso il SSN. Senza un adeguato rilancio delle politiche per il personale sanitario, l’offerta dei servizi sanitari ospedalieri e territoriali sarà sempre più inadeguata rispetto ai bisogni di salute delle persone, rendendo impossibile garantire il diritto alla tutela della salute». Queste le criticità al centro dell’audizione di ieri della Fondazione GIMBE presso la XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, nell’ambito dell’“Indagine conoscitiva in materia di riordino delle professioni sanitarie”.

Il Presidente ha presentato in audizione diverse analisi mirate a rispondere su come affrontare carenze e criticità riscontrate in tema di personale sanitario. Per le analisi sulla spesa per il personale dipendente sono stati utilizzati i dati del recente Report “Il Monitoraggio della Spesa Sanitaria” della Ragioneria Generale dello Stato (RGS) relativi all’anno 2023. Per le analisi sulle unità di personale dipendente sono stati invece utilizzati i dati aggiornati al 2022 del Conto Annuale della Ragioneria Generale dello Stato (CA-RGS), che include esclusivamente il personale dipendente delle Pubbliche Amministrazioni a cui si applica il CCNL del comparto sanità, indipendentemente dalla professione e alla tipologia di ente in cui presta servizio. Si è inoltre fatto riferimento ai dati del report del Ministero della Salute, che include sia il personale dipendente del SSN e dell’Università che opera nelle Aziende e nelle strutture pubbliche o nelle strutture di ricovero equiparate alle pubbliche.

Spesa per il personale dipendente

«Nel periodo 2012-2023 – ha spiegato Cartabellotta – il capitolo di spesa sanitaria relativo ai redditi da lavoro dipendente è stato quello maggiormente sacrificato». In termini assoluti, dopo una progressiva contrazione da € 36,4 miliardi nel 2012 a € 34,7 miliardi nel 2017, la spesa ha iniziato a risalire raggiungendo € 40,8 miliardi nel 2022, per poi scendere a € 40,1 miliardi nel 2023 (figura 1).

Tuttavia, in termini percentuali sulla spesa sanitaria totale, il trend rileva una lenta ma costante riduzione: se nel 2012 rappresentava il 33,5%, nel 2023 si è attestato al 30,6% (figura 2).  «Se la spesa per il personale dipendente si fosse mantenuta ai livelli del 2012, quando rappresentava circa un terzo della spesa sanitaria totale, negli ultimi 11 anni il personale dipendente non avrebbe perso € 28,1 miliardi, di cui € 15,5 miliardi solo tra il 2020 e il 2023, un dato che evidenzia il sacrificio economico imposto ai professionisti del SSN», ha commentato Cartabellotta.

Unità di personale dipendente del SSN

Per l’anno 2022, ultimo disponibile, la RGS riporta un totale di 681.855 unità di personale dipendente, pari ad una media nazionale di 11,6 unità per 1.000 abitanti con nette differenze regionali: da 8,5 unità per 1.000 abitanti in Lazio e Campania a 17,4 unità per 1.000 abitanti in Valle D’Aosta (figura 3). «Questi dati – ha osservato il Presidente – portano a due considerazioni generali. Nelle prime 5 posizioni si collocano tutte le Regioni e Province autonome a statuto speciale di più piccole dimensioni (Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Province autonome di Trento e Bolzano) oltre alla Liguria. Al contrario, al di sotto della media nazionale si trovano tutte le Regioni in Piano di rientro, tutte del Centro-Sud, oltre alla Lombardia».

Spesa pro-capite per il personale dipendente

Parametrando i dati RGS-CA sulla spesa sanitaria 2023 per il personale dipendente alla popolazione residente ISTAT al 1° gennaio 2023 la spesa pro-capite per il personale dipendente nel 2023 è stata di € 672, con differenze significative tra le regioni: dai € 1.405 euro nella Provincia autonoma di Bolzano a € 559 in Campania (figura 4), con una “classifica” che riflette quella relativa alla distribuzione del personale dipendente per 1.000 abitanti (figura 3).

Spesa per unità di personale dipendente

Mettendo in correlazione, per l’anno 2022, le unità di personale dipendente con la spesa pubblica totale, la spesa per unità di personale a livello nazionale è pari a € 57.140, con un range che varia da € 49.838 del Veneto a € 81.139 della Provincia autonoma di Bolzano (figura 5), con tutte le Regioni in Piano di rientro che mostrano paradossalmente valori superiori alla media nazionale.

«Quest’inedito indicatore– ha commentato Cartabellotta – dimostra che l’ottimizzazione della spesa pubblica per il personale sanitario è stata gestita in maniera molto differente tra le Regioni. Non a caso, quelle più virtuose nell’erogazione dei livelli essenziali delle prestazioni registrano una spesa per unità di personale dipendente più bassa. Un risultato verosimilmente dovuto sia alla riduzione delle posizioni apicali, sia ad un più elevato rapporto professioni sanitarie/medici, che consente di ridurre la spesa mantenendo una maggiore forza lavoro per garantire l’erogazione dell’assistenza sanitaria».

Spesa per fornitura di personale sanitario

«La carenza di personale sanitario – ha spiegato Cartabellotta – unita all’impossibilità per le Regioni di aumentare la spesa per il personale dipendente a causa dei tetti di spesa, negli anni ha alimentato il fenomeno dei “gettonisti”: medici, infermieri e altri professionisti sanitari reclutati tramite agenzie di somministrazione del lavoro e cooperative, con i relativi costi rendicontati come spese per beni e servizi». Secondo un report dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), relativo al periodo gennaio 2019 – agosto 2023, il fenomeno era già molto evidente nel 2019, con una spesa complessiva di quasi € 580 milioni. Nel 2020 il valore è crollato a € 124,5 milioni, per poi risalire negli anni 2021-2022, fino a raggiungere, nel solo periodo gennaio-agosto 2023, € 476,4 milioni, un valore doppio rispetto all’anno precedente (figura 6).

Personale del SSN e benchmark internazionali

Per l’anno 2022 il report del Ministero della Salute riporta un totale di 727.169 unità di personale: 625.282 dipendenti del SSN (86%), 84.452 dipendenti delle strutture equiparate a quelle pubbliche (11,6%), 8.839 universitari (1,2%) e 8.596 con altro rapporto di lavoro (1,2%). Di queste unità, il 72% è rappresentato dal ruolo sanitario, il 17,6% dal ruolo tecnico, il 9,9% dal ruolo amministrativo, lo 0,2% dal ruolo professionale e lo 0,3% da qualifiche atipiche.

Medici. Nel 2022 i medici che lavoravano nelle strutture sanitarie erano 124.296: 101.827 come dipendenti del SSN e 22.469 come dipendenti delle strutture equiparate al SSN. La media nazionale è di 2,11 medici per 1.000 abitanti, con un range che varia da 1,80 della Campania a 2,64 della Sardegna. L’Italia si colloca sopra la media OCSE come numero di medici in servizio (4,2 vs 3,7 medici per 1.000 abitanti), ma con un gap rilevante tra i medici attivi e quelli in quota al SSN. Nel 2022, il numero di laureati in Medicina e Chirurgia è stato di 16,7 per 100.000 abitanti, un dato superiore alla media OCSE di 14,2. «Oltre ai medici di famiglia – commenta Cartabellotta – le carenze riguardano alcune specialità di fondamentale importanza per il funzionamento del SSN che non sembrano essere più di interesse per i giovani medici: medicina d’emergenza-urgenza, medicina nucleare medicina e cure palliative, patologia clinica e biochimica clinica, microbiologia, e radioterapia. Specialità per le quali la percentuale di assegnazione delle borse di studio per l’ultimo anno accademico è stata inferiore al 30%».

Infermieri. Nel 2022 il numero di infermieri che lavorano nelle strutture sanitarie è di 302.841: 268.013 come dipendenti del SSN e 34.828 come dipendenti delle strutture equiparate al SSN. La media nazionale è di 5,13 per 1.000 abitanti, con un range che varia da 3,83 della Campania a 7,01 della Liguria. L’Italia si colloca notevolmente al di sotto della media OCSE (6,5 vs 9,8 per 1.000 abitanti). Nel 2022, il numero di laureati in Scienze Infermieristiche è stato di 16,4 per 100.000 abitanti, un dato significativamente inferiore alla media OCSE di 44,9: difficilmente la situazione potrà migliorare, visto che per l’Anno Accademico 2024-2025 nel Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche sono state presentate solo 21.250 domande per 20.435 posti. «Questa grave carenza – commenta Cartabellotta – stride con il fabbisogno stimato da Agenas in 20-25 mila infermieri di famiglia e di comunità necessari per la riorganizzazione dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR».

Il Presidente ha quindi analizzato le dinamiche che hanno portato negli anni alla crisi del personale sanitario «I tagli al SSN e il sotto-finanziamento cronico hanno determinato una forte contrazione degli investimenti per il personale sanitario dipendente e convenzionato, attraverso misure come il blocco delle assunzioni, i mancati rinnovi contrattuali e un numero insufficiente di borse di studio per specialisti e medici di famiglia. Inoltre, l’assenza di una programmazione adeguata ha aggravato la progressiva carenza di professionisti sanitari, mentre l’emergenza COVID-19 ha poi slatentizzato una crisi motivazionale già in corso. Sempre più giovani disertano l’iscrizione a corsi di laurea come scienze infermieristiche e a specializzazioni mediche meno attrattive, come emergenza-urgenza), mentre numerosi professionisti abbandonano il SSN per lavorare nel privato o addirittura all’estero. A tutto ciò si aggiungono i pensionamenti previsti tra medici (ospedalieri e di famiglia), infermieri e altri professionisti sanitari, aggravati da burnout e demotivazione, che stanno riducendo sempre più la forza lavoro della sanità pubblica. Ciò ha inevitabilmente peggiorato la qualità e la sicurezza del lavoro per chi rimane, spesso costretto a turni massacranti in condizioni di carenza di organico. Inoltre, l’aumento dei casi di violenza fisica e verbale ai danni del personale sanitario, soprattutto nei pronto soccorso, ha ulteriormente compromesso la sicurezza e le condizioni di lavoro. Il peso della burocrazia e la scarsa digitalizzazione, infine, complicano il lavoro quotidiano dei professionisti sanitari, alimentando inefficienze e frustrazione».

«La crisi del personale sanitario – ha concluso Cartabellotta – non è solo una questione economica, ma una priorità cruciale per la sostenibilità del SSN. Liste di attesa interminabili, pronto soccorso affollati, impossibilità di trovare un medico di famiglia hanno un comune denominatore: la carenza di professionisti sanitari, la loro disaffezione e il progressivo abbandono del SSN. È urgente rilanciare le politiche sul capitale umano per valorizzare la colonna portante della sanità pubblica, rendendo nuovamente attrattiva la carriera nel SSN e innovando i processi di formazione e valutazione delle competenze professionali. Senza questi interventi, il SSN non sarà in grado di garantire universalmente il diritto alla tutela della salute, rendendo vano qualsiasi tentativo di arginare questa crisi».

Unificazione dei magazzini farmaceutici per il Nuovo Ospedale Unico di Busto Arsizio-Gallarate: analisi di fattibilità

Introduzione

Il magazzino farmaceutico ospedaliero tratta medicinali, dispositivi medici e altri articoli sanitari, quali parafarmaci, disinfettanti, integratori, prodotti per la nutrizione enterale, gestendone la ricezione, lo stoccaggio e la distribuzione, sia ai diversi reparti dei tre presidi e alle strutture ad essi collegate, sia direttamente agli assistiti residenti nel territorio di competenza.

L’Azienda Socio Sanitaria Territoriale Valle Olona (ASST) si compone di quattro presidi ospedalieri (P.O.): P.O. di Busto Arsizio, P.O. di Saronno, P.O. di Gallarate e P.O. di Somma Lombardo.

La gestione ottimale dei magazzini farmaceutici risulta cruciale per assicurare un’efficienza che bilanci disponibilità e risparmio

In un’ottica di analisi di risk management per criticità di risorse di struttura, organizzative e di processo, oltre a definire una struttura organizzativa propedeutica alla realizzazione del Nuovo Ospedale Unico Busto Arsizio-Gallarate, si stima che l’unificazione dei magazzini farmaceutici determini un rilevante impatto a livello logistico, ottimizzando la movimentazione dei medicinali in ingresso e in uscita verso le unità operative (UU.OO.) richiedenti. Inoltre, si stimano benefici anche a livello amministrativo-contabile, con un abbattimento del numero di ordini e di fatture gestite attraverso il processo.

Perseguendo tali propositi è stato condotto lo studio di fattibilità di unificazione, presso la sede di Busto Arsizio, dei magazzini dei due presidi ospedalieri, mantenendo elevati la qualità e livello del servizio, la sicurezza e la tempestività delle forniture di medicinali, dispositivi medici e altri articoli sanitari ai reparti di ciascun presidio ospedaliero.

Obiettivo

L’obiettivo dell’analisi è stato valutare la fattibilità tecnica e organizzativa dell’unificazione dei due magazzini. Esso può essere suddiviso in due parti: dapprima si è proceduto alla valutazione della capacità ricettiva del magazzino del P.O. di Busto Arsizio al fine di stabilire se lo spazio fosse sufficiente per accogliere l’attuale giacenza del magazzino del P.O. di Gallarate; successivamente si è posta attenzione su quali dovessero essere i cambiamenti organizzativi in termini di dotazioni tecniche e di personale attualmente in servizio nei due presidi, oltre ad una valutazione utilizzando la metodologia lean rispetto alla distribuzione ottimale dei presidi sul territorio, evitando sovrapposizioni e duplicati, ma soprattutto che soddisfi la reale richiesta dei Reparti e dei Servizi.

Materiali e metodi

L’analisi di fattibilità è stata sviluppata da un gruppo di lavoro multidisciplinare, il quale ha messo in campo tecniche di Lean Management sui dati estratti riguardanti i magazzini del P.O. di Busto Arsizio e del P.O. di Gallarate.

I dati di giacenza e movimenti entrata-uscita sono stati estratti dall’applicativo gestionale di magazzino e dall’applicativo utilizzato per effettuare richieste informatizzate e sono stati incrociati con i dati rilevati durante l’inventario 2022.

Considerando inizialmente solo il magazzino del P.O. di Gallarate si è estratto l’inventario comprendente tutti gli articoli presenti al 21/12/2022; sono stati poi individuati gli articoli interessati da movimentazioni in ingresso e in uscita nel periodo 21/12/2022-31/12/2023. Sono stati estratti, quindi, anche tutti i movimenti degli articoli selezionati in entrata e uscita dal P.O. di Gallarate.

Dall’analisi sono stati esclusi:

  • i dispositivi medici;
  • gli articoli di grosso volume come ad esempio le soluzioni infusionali;
  • medicinali, dispositivi medici e altri articoli sanitari destinati esclusivamente alla distribuzione ai pazienti afferenti al servizio di Farmaceutica territoriale che rimarranno in deposito presso il magazzino del P.O. di Gallarate;
  • medicinali distribuiti attraverso lo sportello della distribuzione diretta ai pazienti in visita presso gli ambulatori del P.O. di Gallarate;
  • medicinali ed altri prodotti sanitari acquistati presso grossista.

In seguito è stata calcolata la giacenza incrementale giorno per giorno di ciascun articolo, utilizzando il differenziale fra gli ingressi e le uscite della singola giornata e sommandolo alla giacenza del giorno precedente. Poi, è stata calcolata la giacenza giornaliera complessiva, intesa come la somma della giacenza di tutti gli articoli presenti in magazzino.

Parallelamente è stato calcolato il volume di una confezione da considerare ai fini del calcolo misurando il volume di singoli campioni di scatole di medicinali di diverse taglie e pezzature e determinandone poi la mediana.

Adottare un approccio gestionale basato sul valore consente di evitare sprechi e duplicazioni di scorte, riducendo i costi e ottimizzando le risorse

Moltiplicando il dato della giacenza giornaliera complessiva al volume stabilito di una confezione è stato ottenuto il volume complessivo dei medicinali contenuti nel magazzino del P.O. di Gallarate.

Infine, attraverso un sopralluogo nel magazzino del P.O. di Busto Arsizio, è stato misurato lo spazio totale destinato allo stoccaggio dei medicinali, concentrandosi su quello attualmente non occupato.

AS-IS

Attualmente, i presidi di Gallarate e Busto Arsizio hanno due magazzini farmaceutici indipendenti; in particolare, escludendo i centri di costo del territorio di competenza, il magazzino di Gallarate serve i presidi di Gallarate e Somma Lombardo, mentre quello di Busto Arsizio serve il presidio di Busto Arsizio e parte delle richieste provenienti dal presidio di Saronno.

Propedeutica alla futura unificazione, è stata da breve variata la classificazione utilizzata per lo stoccaggio a scaffale delle scorte, passando da quella secondo ordine alfabetico a quella secondo il codice attribuito nel gestionale di magazzino, codice che a sua volta viene assegnato sulla base della classificazione anatomica terapeutica chimica (ATC). Quest’ultima viene già da tempo impiegata presso il magazzino farmaceutico di Busto Arsizio.

TO-BE

L’obiettivo di unificare il magazzino di Gallarate con quello di Busto Arsizio ha come scopo l’accentramento su quello di Busto Arsizio dell’attività di distribuzione agli ospedali di Busto Arsizio, Gallarate e Somma Lombardo.

La distribuzione a Distretti territoriali, Servizi territoriali per le Dipendenze (Ser.D.) e centri vaccinali, rimarrebbe in carico alla Farmacia del P.O. di Gallarate, dove ha sede la Farmacia Territoriale che ha competenza su queste strutture.

In carico alla Farmacia del P.O di Gallarate resterebbe altresì la distribuzione di medicinali di grosso volume, quali le soluzioni infusionali, il cui trasporto sarebbe più dispendioso rispetto ai benefici apportati.

È stata quindi condotta un’analisi di tutti i codici presenti a Gallarate e dei 2101 codici presenti sono 410 quelli esclusivamente distribuiti dalla Farmacia del P.O. di Gallarate. Per i restanti codici, presenti anche nel magazzino della Farmacia del P.O. di Busto Arsizio, è stato ipotizzato un aumento del 50 % della giacenza attuale a copertura del fabbisogno rilevato da quanto richiesto ai due magazzini.

La gestione orientata al valore non solo ottimizza le risorse ma riduce le scorte in eccesso, migliorando la qualità delle cure e la tempestività degli interventi

Dal sopralluogo effettuato nel magazzino farmaceutico del P.O di Busto Arsizio è stata quantificata la capacità ricettiva al fine di valutare se fosse in grado di accogliere la quantità supplementare di articoli provenienti dal magazzino del P.O. di Gallarate. Durante il sopralluogo sono stati presi in considerazione soltanto gli scaffali contenenti medicinali, medicinali nutrizionali e disinfettanti mentre non sono entrati nel computo quelli su cui sono stoccati dispositivi medici e grossi volumi che, come anticipato, rimarranno in gestione al magazzino di Gallarate. In dettaglio si è rilevato quanto segue.

Medicinali

  • N° 37 scaffali da 5 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 119L x 29H x 49P cm;
  • N° 3 scaffali da 5 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 99L x 29H x 49P cm;
  • N° 4 scaffali da 5 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 119L x 42H x 49P cm;
  • N° 1 cella frigorifera da 3 scaffali con 4 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 150L x 36H x 50P cm.

Disinfettanti

  • N° 5 scaffali da 5 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 99L x 42H x 49P.

Medicinali nutrizione

  • N° 1 scaffali da 5 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 119L x 42H x 49P cm;
  • N° 2 scaffali da 5 ripiani ciascuno, dimensioni singolo ripiano 99L x 42H x 49P cm.

Inoltre le scorte di alcuni medicinali che risultano ingombranti sono stoccati su pallet disposti in scaffalature aventi la seguente struttura: n.2 campate da 270 cm di larghezza e n.1 campata larga 180 cm, ogni campata consta di due ripiani di altezza 150 cm.

Lo spazio totale offerto dagli scaffali misurati del magazzino di Busto Arsizio corrisponde a 49.89 m3, a cui si sommano 8 posti pallet per le scorte.

Conclusione

L’analisi di fattibilità condotta evidenzia che lo spazio occupato dagli articoli stoccati nel magazzino farmaceutico del P.O. di Gallarate risulta essere pari a 15,16 m3; considerando che la capacità ricettiva del magazzino di Busto Arsizio è pari a 49.89 m3 ed è occupato per circa il 65% (32,43 m3) del volume totale offerto dalle scaffalature, si conclude che esso sia in grado di accogliere gli articoli provenienti dal magazzino della Farmacia del P.O. di Gallarate, in quanto rimangono ancora disponibili 17,46 m3 senza contare i posti pallet per le scorte.

In conclusione si evince come la gestione ottimale dei magazzini farmaceutici risulta cruciale per assicurare un’efficienza che bilanci disponibilità e risparmio. Adottare un approccio gestionale basato sul valore consente di evitare sprechi e duplicazioni di scorte, riducendo i costi e ottimizzando le risorse. Un sistema di programmazione accurato permette di monitorare costantemente le necessità dei diversi reparti, garantendo la disponibilità dei farmaci e dei presidi sanitari quando richiesti. Questa gestione orientata al valore non solo ottimizza le risorse ma riduce le scorte in eccesso, migliorando la qualità delle cure e la tempestività degli interventi.

Sostenibilità ambientale: il legame tra clima e salute

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Il legame tra clima e salute è uno dei temi più urgenti e dibattuti nella comunità scientifica globale. «Il cambiamento climatico, o crisi ecologica, rappresenta la principale minaccia alla salute globale di questo secolo» afferma Roberto De Vogli, Professore associato in Salute globale e Psicologia del potere presso l’Università di Padova, citando anche la prestigiosa rivista The Lancet. Ogni anno, la pubblicazione offre una dettagliata analisi attraverso il Lancet Countdown, che esplora gli effetti del cambiamento climatico sulla salute umana.

Roberto De Vogli

Tra gli impatti già documentati, spiccano l’aumento delle malattie infettive come la malaria, i cambiamenti nei tassi di mortalità legati alle ondate di calore e le conseguenze degli eventi climatici estremi, come inondazioni. «Le popolazioni socio-economicamente svantaggiate sono quelle che pagano il prezzo più alto» sottolinea l’esperto. Questa disparità si osserva sia all’interno dei singoli paesi, dove le fasce più vulnerabili subiscono i maggiori danni, sia tra le nazioni, con i paesi meno responsabili delle emissioni di CO2 che sopportano le conseguenze peggiori. «Pensiamo a luoghi come il Bangladesh o l’Africa subsahariana, che vivono una vera e propria ingiustizia climatica».

Sono già documentati l’aumento delle malattie infettive come la malaria, i cambiamenti nei tassi di mortalità legati alle ondate di calore e le conseguenze degli eventi climatici estremi come le inondazioni

A livello politico, la risposta risulta spesso inadeguata: «Eventi come le COP (Conferenza delle parti della convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), pur avendo un ruolo di sensibilizzazione, si rivelano più orientati alla comunicazione che all’azione concreta. Continuiamo a seguire un modello di sviluppo basato sul profitto a breve termine, trascurando le necessità di lungo periodo».

Ricerche pubblicate su autorevoli riviste, come i Proceedings of the National Academy of Sciences, evidenziano scenari ancora più allarmanti. Secondo De Vogli, «si parla di un rischio esistenziale per la specie umana. Perfino riviste scientifiche tradizionalmente caute hanno adottato termini come “Climate Endgame” per descrivere le possibili conseguenze catastrofiche del cambiamento climatico».

Un aspetto spesso trascurato è rappresentato dalle crisi a cascata. «I report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) si sono spesso concentrati sugli eventi estremi, come le ondate di calore o le inondazioni, ma hanno dedicato meno attenzione agli effetti a cascata sulla disponibilità di risorse essenziali come acqua e cibo, o sulle ripercussioni economiche globali. Questi effetti interconnessi potrebbero portare a conseguenze gravissime».

Serve una revisione completa del sistema basato sul profitto, sui mercati e sulla crescita economica infinita, che ha ignorato i limiti ambientali e il capitale naturale

In un recente studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences gli autori hanno introdotto una metafora molto efficace per rappresentare il rischio di un evento catastrofico legato al clima, stimato in una probabilità su 20. «È come salire su un aereo con una probabilità su 20 di cadere. Nessuno lo farebbe, allora perché – si chiedono gli autori dello studio – su quell’aereo ci volete mandare i vostri nipoti e nipoti dei nipoti?». Mandare le generazioni future incontro a questo rischio innesca una sorta di “ingiustizia generazionale”, un senso di tradimento ormai palpabile tra i giovani, come dimostrano molte indagini internazionali.

«Serve un cambiamento radicale, ma anche vigoroso e deciso, nelle politiche climatiche e sanitarie globali. Non possiamo più permetterci di ignorare le ripercussioni a lungo termine delle nostre azioni», ribadisce l’esperto.

Indicazioni scientifiche per un cambio di rotta climatica

Quando si parla di soluzioni alla crisi climatica, spesso gli scienziati e gli attivisti vengono accusati di proporre posizioni troppo rigide o di criticare senza offrire alternative. Tuttavia, secondo De Vogli, questa è una percezione distorta. «Il numero di proposte politiche e di richieste per cambiare il modello di sviluppo economico è enorme. Non si tratta solo di politiche isolate, ma di una revisione completa di un sistema basato sul profitto, sui mercati e sulla crescita economica infinita, che ha ignorato i limiti ambientali e il capitale naturale», afferma.

Le proposte, infatti, sono numerose e provengono da migliaia di scienziati e da varie agenzie governative e non. «Ci sono modelli che dimostrano la possibilità di convertire interamente la produzione energetica in energie rinnovabili in tempi relativamente brevi», spiega l’esperto, citando un report di 14 università che ha analizzato questo scenario. Tuttavia, gli ostacoli principali sono di natura politica ed economica. «Il problema riguarda potere e ricchezza. Pensiamo alle industrie dei combustibili fossili: gas, carbone e petrolio sono i principali responsabili del cambiamento climatico. Convertirle richiederebbe una decisione radicale come la nazionalizzazione, ma ciò è in contrasto con il modello economico neoliberale che promuove deregolamentazione, liberalizzazione e privatizzazione».

Le previsioni scientifiche sono state costantemente superate dalla velocità dei cambiamenti climatici

L’esperto sottolinea come le previsioni scientifiche siano state costantemente superate dalla velocità dei cambiamenti climatici. «Il Protocollo di Parigi fissava il limite di 1,5°C come soglia critica, ma questa è già stata superata. Nessuno si aspettava un’accelerazione così rapida. Le temperature oceaniche del 2023 e 2024 hanno ampiamente superato le previsioni, e le notizie dall’Antartide sono incredibili, con il ghiacciaio Thwaites, conosciuto anche come “Doomsday Glacier (ghiacciaio dell’Apocalisse)” che si sta sciogliendo».

L’idea di un cambiamento lineare e graduale è ormai superata: «Molti modelli si basavano sull’anno 2100, ma ora è chiaro che il punto di non ritorno potrebbe arrivare molto prima».

Differenze tra i paesi sviluppati sulle politiche climatiche

Le politiche climatiche non sono uniformi tra i paesi sviluppati, e ci sono differenze significative sia all’interno dell’Unione Europea che tra queste nazioni e gli Stati Uniti. «C’è una grande eterogeneità tra i paesi più ricchi. Ad esempio, i paesi del nord Europa hanno fatto passi avanti giganteschi sul piano delle rinnovabili e hanno adottato politiche che sarebbero state impensabili altrove», osserva l’esperto.

Diverso è il caso degli Stati Uniti, dove l’approccio alle politiche climatiche è stato fortemente influenzato dalla politica interna. «Con l’elezione di Trump, gli Stati Uniti tornano ad avere un leader negazionista climatico. Parliamo di una nazione che è seconda al mondo, dopo la Cina, per la percentuale di emissioni di CO2 e dove alcune forze politiche considerano il cambiamento climatico come una cospirazione di paesi stranieri per indebolire l’economia statunitense», sottolinea. Questo rappresenta non solo un’incapacità di affrontare la crisi climatica, ma anche un’incursione nel regno delle fake news e una distorsione della realtà.

Senza la pace, l’ambientalismo non esiste

La mancanza di una linea comune tra le nazioni sviluppate evidenzia come la risposta globale alla crisi climatica sia frammentata e spesso ostacolata da visioni politiche e ideologiche che ignorano l’urgenza della situazione. «Siamo ben oltre l’incapacità di incorniciare una situazione ecologica in modo realistico; siamo in un contesto dove la realtà stessa viene negata», sottolinea ancora l’esperto. Che, inoltre, richiama l’attenzione sul ruolo devastante dei conflitti geopolitici: «Senza la pace, l’ambientalismo non esiste. In 120 giorni di assalto a Gaza sono state emesse emissioni di CO2 pari a quelle annuali di 26 paesi. E per il sabotaggio del gasdotto Nord Stream si stima che siano state rilasciate nell’arco di sei giorni oltre 115.000 tonnellate di gas naturale (CH4), contribuendo a emissioni di gas serra equivalenti a un terzo delle emissioni annuali totali di CO2 della Danimarca».

Questi dati dimostrano come il problema non possa essere risolto solo a livello individuale. «Il comportamento del singolo va apprezzato e riconosciuto, ma dobbiamo anche confrontarci con una realtà molto più pervasiva. Non è a livello di singolo individuo che si riesce a incidere così tanto», conclude De Vogli.

Carenze farmaci, EMA vuole migliorare il monitoraggio

Monica Dias

Siamo in pieno periodo di transizione per quanto riguarda l’ESMP, la piattaforma lanciata dall’EMA (l’Agenzia europea per i farmaci) che dovrebbe contribuire a avere informazioni più dettagliate e standardizzate sulle carenze di medicinali negli Stati europei.

La versione base della European Shortages Monitoring Platform è stata lanciata il 28 novembre e la seconda fase scatterà il 2 febbraio, con la versione completa il cui uso diventerà obbligatorio per l’industria.     
«Questa è l’ultima pietra miliare dell’attuazione del Regolamento 2022/123, che rappresenta il mandato esteso dell’EMA per la preparazione alle crisi e anche per la gestione delle crisi per i farmaci e i dispositivi medici», ricorda Monica Dias a TrendSanità. Dias è responsabile dell’approvvigionamento e della disponibilità di farmaci e dispositivi medici in EMA. 

Lo scopo del regolamento europeo è quello di facilitare lo scambio di informazioni per una migliore prevenzione, identificazione e gestione delle carenze, nonché una migliore comunicazione tra EMA, le autorità nazionali competenti e l’industria per garantire la disponibilità dei farmaci per i pazienti durante le emergenze di salute pubblica e i grandi eventi. 

Limitare l’impatto delle carenze

La piattaforma automatizzerà la raccolta dati sulla carenza di medicinali a livello centrale, fornendo alle autorità di regolamentazione accesso a informazioni complete e in tempo reale per migliorare la gestione delle carenze di farmaci a livello europeo.

Da molti anni le autorità di regolamentazione all’interno dell’Unione Europea e a livello globale lavorano insieme per prevenire le carenze e, se non è possibile, per limitarne l’impatto. «Se vogliamo evitare che le carenze si verifichino, se vogliamo ridurre al minimo il loro impatto sui pazienti, dobbiamo collaborare con le aziende farmaceutiche – ricorda Dias -. Dobbiamo quindi ottenere informazioni e dati dall’industria per sapere quando hanno una carenza effettiva o potenziale,  conoscere quali sono stati gli imprevisti o la causa principale e come intendono risolvere il problema».

La nuova piattaforma permetterà di avere informazioni in tempo reale per migliorare la gestione delle carenze di farmaci a livello europeo

Il problema potrebbe essere di produzione o di distribuzione, e le cause alla base delle carenze sono molteplici. «Il nostro compito è quello di verificare se possiamo aiutare quella particolare azienda a prevenire la carenza o a mitigarne l’impatto. In alcuni casi, potremmo dover prendere in considerazione farmaci o fornitori alternativi per compensare la mancanza di quel particolare farmaco».

EMSP, un hub centralizzato

La piattaforma è stata sviluppata durante il Covid: «L’ESMP fa parte del mandato allargato dell’EMA. Abbiamo già fatto esperienza nella raccolta di dati, ma non attraverso questa piattaforma, che è stata sviluppata durante la pandemia: abbiamo raccolto dati dalle aziende farmaceutiche per i prodotti che facevano parte dell’elenco dei farmaci critici».

Finora è mancato un archivio centrale e standardizzato per gli Stati membri

L’esperienza accumulata, in sinergia con la nuova piattaforma, permetterà di reagire meglio alle minacce future: «Adesso abbiamo uno strumento analitico che ci aiuterà a elaborare quei dati che in passato sono stati analizzati in modo manuale», rileva Dias.

Le difficoltà registrate finora erano dovute anche alla mancanza di un archivio centrale per le carenze, standardizzato in tutti gli Stati membri. «Inoltre, le carenze di farmaci autorizzati a livello nazionale, soprattutto quando non si estendono ad altri Stati membri, vengono gestite a livello nazionale – afferma Dias -. EMA si occupa delle carenze di prodotti autorizzati a livello centrale e delle carenze critiche che sono portate a livello europeo dagli Stati membri, ma la maggior parte delle carenze è gestita a livello nazionale. Nel corso degli anni abbiamo ovviamente aumentato il nostro coinvolgimento e messo in atto una serie di misure per l’armonizzazione. Ritengo che avere l’EMSP come hub centralizzato per le informazioni sulle carenze aiuterà lo scambio di informazioni e una migliore prevenzione e identificazione delle carenze. Tutto questo migliorerà anche la comunicazione tra EMA e le parti interessate e quella verso i cittadini».

I cambiamenti all’orizzonte

È in discussione la Riforma della legislazione farmaceutica, che si ipotizza possa essere approvata entro la fine del 2026. Tra gli aspetti più criticati dall’industria, quello della market exclusivity, che sarebbe estesa per quei medicinali che arrivino subito al maggior numero di Stati membri. «In questo caso stiamo parlando di un problema di accesso e non di disponibilità – chiarisce Dias -. Detto questo, proprio perché si tratta di un testo ancora in discussione, non è chiaro come EMA, in quanto organismo scientifico, possa essere coinvolta per assistere la Commissione nella risoluzione delle controversie tra le aziende e gli Stati membri relative al processo di presentazione dei prezzi e dei rimborsi».

Naturalmente l’Agenzia monitorerà l’impatto di questa proposta sulla disponibilità di farmaci. «Speriamo che qualunque sia la misura messa in atto, abbia ricadute positive, perché sappiamo che il fatto che i farmaci non vengano rilasciati nello stesso momento in tutti gli Stati membri porta a disuguaglianze di salute».

Per quanto riguarda il Critical Medicines Act, un documento che il nuovo commissario per la salute Olivér Várhelyi si è impegnato a pubblicare entro 100 giorni, Dias afferma: «Lo consideriamo complementare alla legislazione farmaceutica proposta. Il lavoro è già iniziato, quindi abbiamo già un elenco di farmaci critici. Riteniamo che la legge sui farmaci critici possa fornire alcuni importanti strumenti di politica industriale per affrontare le vulnerabilità della catena di approvvigionamento dei farmaci critici nel lungo periodo, quindi la consideriamo una misura a lungo termine. E naturalmente ci impegniamo a sostenere la Commissione e i legislatori nell’evoluzione di questa legge».