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Malessere degli infermieri, a rischio l’assistenza ai pazienti

Cure centrate sul paziente, di alta qualità, di valore elevato e sicure non possono prescindere dal benessere dei professionisti, essenziale e irrinunciabile per stabilire un’alleanza terapeutica efficace con i pazienti e le loro famiglie. Lo evidenzia uno studio condotto dall’Università di Genova con il sostegno dalla Federazione nazionale degli infermieri (Fnopi) sul benessere dell’infermiere e sicurezza delle cure.

Come sottolineano gli autori dello studio, un alto livello di benessere dei professionisti è associato a una maggiore soddisfazione lavorativa, a un minore rischio di burnout, a una riduzione dell’assenteismo, a una maggiore qualità delle cure erogate e, conseguentemente, a una maggiore sicurezza del paziente.

Cure di qualità, sicure e di valore richiedono il benessere dei professionisti, indispensabile per un’alleanza terapeutica efficace con pazienti e famiglie

Nel corso del tempo e, progressivamente, a partire dalla crisi finanziaria del 2008, seguita dalla pandemia Covid-19, però, la soddisfazione lavorativa è diminuita, i livelli di staffing si sono ridotti, il burnout è aumentato, così come l’intenzione di lasciare il lavoro, e questo ha impattato significativamente e continua a farlo sul benessere dei professionisti.

I risultati dello studio, condotto tra giugno e luglio 2023 e che ha coinvolto oltre tremila infermieri afferenti a reparti di degenza di 38 Presidi ospedalieri sul nostro territorio, hanno evidenziato che il 59% degli infermieri in servizio negli ospedali italiani è molto stressato e il 36% sente di non avere il controllo sul proprio carico di lavoro. Il 47,3% si percepisce “privo di energia” e nel 40,2% dei casi si ravvisa un esaurimento emotivo elevato. Il 45,4% ritiene che l’impegno professionale non lasci abbastanza tempo per la propria vita personale e familiare. Sulla possibilità di lasciare l’ospedale a causa dell’insoddisfazione lavorativa, quasi la metà degli infermieri ha risposto in modo affermativo (45,2%).

L’esposizione a pazienti Covid-19 ha determinato un elevato livello di stress nel 46,4% degli infermieri. Il 38,3% ha dichiarato insoddisfazione lavorativa per svariati motivi: principalmente, a causa dello stipendio (77,9%) e della mancanza di opportunità di avanzamento professionale (65,2%). Il 43,4% ha descritto il proprio ambiente di lavoro come frenetico e caotico. Solo il 3,2% percepisce come “eccellente” la sicurezza del paziente nel proprio ospedale. E solo il 27,7% ha affermato che le azioni della direzione dimostrano la sicurezza del paziente come massima priorità. Indipendentemente dal turno di lavoro, ogni infermiere assiste mediamente 8,1 pazienti contro uno standard indicato come ottimale di non più di 6. Studi europei indicano che ogni paziente aggiuntivo per infermiere è associato a un aumento del 7% della mortalità a 30 giorni in ospedale.

Tra le azioni per ridurre il burnout e migliorare il benessere, gli infermieri coinvolti nello studio hanno indicato l’aumento dei livelli di organico infermieristico, permettere agli operatori sanitari di lavorare al massimo delle loro competenze professionali, migliorare la comunicazione del team.

Un cambio di passo dunque che non può che partire dalle organizzazioni e dalla leadership, come peraltro sottolineato in una recente conferenza internazionale sigma Alpha Alpha Beta tenuta a Genova sul tema “Valorizzare gli infermieri e migliorare l’assistenza: focus sul benessere degli infermieri e degli assistiti”.

Una cultura sanitaria empatica e sostenibile valorizza la persona e rende l’ospedale un luogo promotore di salute per chi cura e chi viene curato

«Il benessere organizzativo è un concetto fondamentale per creare un ambiente favorevole; le Direzioni Infermieristiche devono oggi necessariamente mettere in campo azioni atte a promuovere il benessere all’interno delle organizzazioni sanitarie. Dalla promozione di una cultura inclusiva, alla sperimentazione di forme di valorizzazione delle competenze come opportunità di crescita, ai percorsi di inserimento e accoglienza fino al coinvolgimento dei “talenti” come potenziale ed espressione di creatività e innovazione. Su questo abbiamo scelto di investire certi del fatto che caratteristiche quali adattabilità, collaborazione, impegno e motivazione dei giovani talenti rappresentino una delle sfide per il futuro» – afferma Monica Chiti, Direttore Professioni sanitarie, Ospedale di Prato, Dipartimento Infermieristico ed Ostetrico ASL Toscana Centro.

Sulla leadership pone invece l’accento Graziella Costamagna, Direttore Struttura Complessa, Direzione Professioni Sanitarie, Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino, sottolineando come gli studi scientifici dimostrano con chiarezza che lo stile di leadership è un fattore predittivo degli esiti sul paziente sensibili all’assistenza infermieristica determinando il benessere degli infermieri e la qualità dell’assistenza alla persona. «La vision, – sostiene Costamagna – le strategie e le azioni di una leadership infermieristica matura nell’implementazione di modelli innovativi e di personalizzazione delle cure è dimostrato avere un ruolo chiave nei contesti socio-sanitari per un uso efficiente delle risorse, per sostenere il ruolo infermieristico e migliorare l’intention to leave e garantire sicurezza alle cure. I leader a livello organizzativo devono raccogliere la sfida e creare le migliori condizioni possibili affinché gli infermieri possano tornare all’essenza dell’infermieristica e garantire un’assistenza che li fa star bene nella relazione con le persone assistite e restituisce valore all’apporto infermieristico nel percorso complessivo ed interdisciplinare di cura».

Lo stile di leadership è un fattore predittivo degli esiti sul paziente sensibili all’assistenza infermieristica determinando il benessere degli infermieri e la qualità dell’assistenza alla persona

Ancora, come sostiene Franco Piu, Direttore delle Professioni Sanitarie, ASL 5 Spezzino, è necessario puntare sull’adeguamento degli staffing e sull’implementazione di nuovi modelli organizzativi non solo per garantire una migliore qualità dell’assistenza, ma anche per cercare di ridurre lo stress e migliorare il benessere dei professionisti. «In questa direzione – sottolinea Piu – i riscontri positivi ricevuti dalle persone assistite e dai loro famigliari, che si sentono più accuditi e “coccolati” dal personale, sono certamente segnali che incoraggiano a proseguire su questa strada».

E lo confermano le associazioni dei pazienti, che ritengono irrinunciabile l’alleanza e la sinergia con gli infermieri, tanto che organizzazioni come il Comitato Assistenza Malati dell’Ingegnere A. Perioli, associazione che opera sul territorio spezzino dal 1981, ha istituito borse di studio per infermieri per l’acquisizione di maggiore professionalità per la sicurezza e la qualità delle cure dei pazienti.

Come sottoscritto nella Carta di Udine “Stati Generali Itineranti per l’umanizzazione delle cure e il benessere organizzativo”, pubblicata il 30 novembre scorso, il benessere organizzativo configura la capacità di un’organizzazione di mantenere il benessere fisico, sociale, di tutti i professionisti che operano al suo interno. Una cultura sanitaria empatica e sostenibile valorizza la persona e rende l’ospedale un luogo promotore di salute per chi cura e chi viene curato.

Un diritto che cura: il ponte verso la salute per chi è senza fissa dimora

L’approvazione all’unanimità alla Camera della Legge 176/2024, voluta fortemente dal Partito Democratico, a prima firma di Marco Furfaro, segna una svolta storica. La nuova legge, che riconosce il diritto all’assistenza sanitaria alle persone senza dimora, prive della residenza anagrafica sul territorio nazionale o all’estero, che soggiornano regolarmente nel territorio italiano, colma una lacuna che, per troppo tempo, ha escluso migliaia di cittadini dai servizi sanitari di base. Categorie fragili come padri di famiglia separati, donne vittime di violenza e persone che hanno perso lavoro e casa, costringendoli a ricorrere al Pronto Soccorso anche per situazioni non urgenti.

La nuova legge permette l’iscrizione nelle liste degli assistiti delle aziende sanitarie locali, la possibilità di scegliere un medico di medicina generale o un pediatra e l’accesso alle prestazioni sanitarie essenziali. Per rendere operativo questo diritto è prevista la sperimentazione di un programma pilota, finanziato con 1 milione di euro per gli anni 2025 e 2026. I fondi saranno distribuiti su base regionale e assegnati tramite un decreto del Ministro della Salute, in collaborazione con il Ministro dell’Economia e delle Finanze.

La Legge 176/2004 restituisce il diritto alla salute a oltre 96.000 persone, di cui il 62% di nazionalità italiana, finora escluse dall’assistenza sanitaria perché senza fissa dimora

Un aspetto fondamentale sarà il monitoraggio periodico: sarà verificata la spesa sostenuta, le criticità incontrate nell’attuazione della legge e i costi effettivi del programma, per garantire che le risorse siano impiegate in modo efficace e che l’obiettivo di inclusione sanitaria sia raggiunto. La sperimentazione della legge, con avvio nel 2025, proseguirà fino al 2026 in 14 città metropolitane italiane: Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino e Venezia.

A TrendSanità ne parlano Carlo Curatola, membro dell’esecutivo nazionale FIMMG, e Marco Furfaro, primo firmatario della legge.

Una legge in linea con la Costituzione

La nuova normativa si allinea perfettamente ai principi sanciti dagli articoli 3 e 32 della Costituzione italiana: il diritto all’uguaglianza e il diritto alla salute. Come dichiara a TrendSanità Carlo Curatola, membro dell’esecutivo nazionale FIMMG, «la norma conferma l’importanza del ruolo dei medici di medicina generale nella gestione delle persone fragili, costrette a ricorrere direttamente e tardivamente al Pronto Soccorso per qualsiasi problema di salute, aggravando situazioni già complesse sia dal punto di vista clinico, sia socioculturale.

La norma conferma l’importanza del ruolo dei medici di medicina generale nella gestione delle persone fragili

Carlo Curatola

Siamo fieri di essere stati indicati anche questa volta come le risorse umane più adeguate alla presa in carico di quelli che oggi finalmente potremo chiamare “assistiti” e che fino ad oggi non avevano la dignità di un’identificazione in tal senso. Soddisfatti anche per l’approvazione trasversale del mondo politico che, di fatto, ha facilitato l’approvazione della norma. Soddisfazione per una norma che conferma l’importanza del ruolo dei medici di medicina generale nella presa in carico della fragilità.

Fragilità che nelle persone senza fissa dimora assume spesso dimensioni disumane, sommando aspetti clinici e socioculturali. Un motivo in più per continuare a chiedere con forza l’atto di indirizzo utile ad aprire le trattative per il nuovo ACN della medicina generale che dovrà armonizzare il dettato normativo anche nell’interesse di questa tipologia di assistiti».

Risponde a TrendSanità Marco Furfaro, deputato PD

Si è concluso l’iter legislativo: la legge è diventata legge dello Stato. Cosa succederà ora?

Marco Furfaro

«È un passo importante, ma ora inizia il vero lavoro. La legge prevede un’implementazione concreta che spetta al governo in collaborazione con gli enti locali e la Conferenza Stato-Regioni. Non è sicuramente una norma di attuazione automatica. Dal 1° gennaio, infatti, ha avuto avvio la fase di sperimentazione, che poi si estenderà su tutto il territorio nazionale.

Questa norma è fondamentale perché permette alle persone senza dimora di iscriversi all’ASL competente nel territorio dove si trovano abitualmente, ottenendo così l’accesso al medico di base. Parliamo di decine di migliaia di persone, suddivise principalmente in due categorie».

Quali sono?

«La prima è quella più semplice, nel senso è più facile il raggiungimento del diritto. Penso a chi è finito improvvisamente in povertà, magari un genitore che, dopo un divorzio, si ritrova a vivere in macchina o ospite da amici. In questi casi, pur non avendo una residenza fissa, queste persone riescono più facilmente ad accedere ai servizi e a scegliere il medico di base, hanno gli strumenti per farlo.

Il secondo gruppo è più complesso. Sono persone senza dimora per svariati motivi, magari partono da una situazione di povertà, ma col tempo si trovano a dover affrontare difficoltà fisiche, psicologiche e sociali che aggravano la loro condizione. Spesso sono diffidenti nei confronti delle istituzioni e più difficili da raggiungere».

Come si supera questo ostacolo?

«È qui che entra in gioco la collaborazione tra enti locali e terzo settore. Gli enti locali hanno una conoscenza diretta dei casi, ma non è sufficiente inviare una mail o una comunicazione. C’è una difficoltà nel trasmettere un’informazione, di stabilire un rapporto».

E per quanto riguarda i migranti?

«Per i migranti il discorso si complica. I migranti regolari, con permesso di soggiorno e una situazione di integrazione stabile, possono accedere ai servizi sanitari senza particolari problemi. Ci sono poi migranti che hanno bisogno di una mediazione culturale e sociale e, ancora una volta, il terzo settore è fondamentale per colmare queste distanze.

Serve un contatto umano, un ponte di fiducia. È bene partire da ciò che già c’è e funziona, cioè le associazioni di volontariato, che svolgeranno un ruolo determinante per accompagnare le persone verso il loro diritto all’assistenza sanitaria

Il problema maggiore riguarda i migranti irregolari. Per loro, l’accesso al medico di base è precluso, non per la legge in sé, ma per la loro condizione di irregolarità, che andrebbe sanata. Sono persone le cui uniche alternative spesso sono il lavoro nero o situazioni ancora più gravi, come la criminalità. Non si tratta solo di un dramma umano, ma di una condizione che ha costi molto elevati anche per il sistema sanitario, perché l’unico punto d’accesso diventa il Pronto Soccorso».

Com’è stato il dialogo in Parlamento per far approvare questa legge?

«È una battaglia che portiamo avanti da tanti anni, indipendentemente dai colori dei governi, ma che aveva una spinta importante anche da parte delle associazioni di volontariato. La prima legge è nata in Emilia-Romagna, grazie ad Antonio Mumolo, presidente di Avvocati di Strada, per riconoscere il diritto alla salute e il medico di base anche a coloro privi di fissa dimora. Una legge simile è stata poi varata in Puglia e altre Regioni hanno iniziato a parlarne, perché si tratta di un problema trasversale, sotto gli occhi di tutti.

Quando abbiamo deciso di portare questa proposta in Parlamento, come PD ho chiesto la priorità su questa legge e ho iniziato un confronto serrato con il governo e la maggioranza. Non è stato facilissimo ma oggettivamente era una legge necessaria, che affronta anche un problema di giustizia sociale e che aiuta a risolvere il problema dei Pronto Soccorso ingolfati.

Non è ovviamente mancato il sostegno di realtà importanti come Caritas, Comunità di Sant’Egidio, del mondo associativo ma anche della Federazione degli Ordini dei Medici e dei Chirurghi».

Da una parte avevamo il mondo della sanità, dall’altra quello del volontariato. Insieme, queste forze sono state decisive

Quali sono i rischi e le criticità che intravede?

«Ci sono sicuramente delle difficoltà. La legge è fatta e va bene, dopodiché serve che le istituzioni la implementino, la rendano operativa. Noi saremo lì a vigilare ma ciò che mi rincuora è la Conferenza Stato-Regioni che aprirà un dialogo con il governo. Le Regioni, avendo una maggiore prossimità e conoscenza del territorio, troveranno il modo per costruire meccanismi attraverso i quali applicare la legge. Problemi oggettivi ci sono, come la carenza di medici di base, ma non è un buon motivo per non fare la legge, semmai per aumentare il numero dei medici.

Non credo poi che ciò influenzerà più di tanto l’applicazione della legge per due motivi. Primo perché la sperimentazione partirà dalle aree metropolitane dove è concentrata la maggior parte delle persone senza fissa dimora. La seconda è che la penuria di medici di base è un problema che caratterizza più le aree interne e rurali ma dove è anche ridotta la presenza dei senza fissa dimora.

Se questa legge funzionerà, sarà una misura di prevenzione che alleggerirà il peso sui Pronto Soccorso e ridurrà i costi sanitari

Una criticità che intravedo, invece, è il rischio che tutto sia scaricato sul terzo settore, soprattutto nei casi più complessi. E laddove ci sono delle reti associative efficienti, i problemi si affrontano e risolvono, ma dove non ci sono, il rischio che le persone siano lasciate a se stesse è reale.

Infine, c’è un altro aspetto da considerare: se questa legge funzionerà, sarà una misura di prevenzione che alleggerirà il peso sui Pronto Soccorso e ridurrà i costi sanitari. Non risolverà tutti i problemi, ma potrà essere un miglioramento per tante persone e per lo Stato stesso».

Robert F. Kennedy Jr e il futuro della sanità USA, tra scetticismo vaccinale e sfide politiche

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Robert F. Kennedy Jr

Manca meno di un mese al cambio di inquilino alla Casa Bianca e le tensioni politiche non accennano a diminuire. A partire dalla proposta del presidente eletto Donald Trump di affidare l’amministrazione di salute e dintorni a Robert F. Kennedy Jr, nipote del più famoso zio-presidente Usa assassinato a Dallas nel 1963. Anche se questo nome, così come quello di tutta la squadra di governo eccetto il Segretario di Stato, non è ancora certo ma dovrà essere confermato dal Senato americano, il dibattito politico è già entrato nel vivo. Perché il nome Kennedy porta con sé un trascorso ideologico alquanto discutibile. Quantomeno divisivo dell’opinione pubblica, e non solo. Le preoccupazioni riguardano le sue posizioni scettiche sui vaccini, inclusi i controversi commenti sul legame tra vaccini e autismo – peraltro non suffragati da evidenze scientifiche, e la sua intenzione di rivedere i legami tra l’industria farmaceutica e le agenzie regolatorie.

Critiche dalla comunità scientifica

La possibilità che Kennedy Jr.  possa fungere da ministro della salute negli Stati Uniti ha generato una forte opposizione anche tra gli scienziati di tutto il mondo. È di poche settimane fa la lettera firmata da 75 Premi Nobel che sottolinea i rischi di questa nomina, in particolare per il potenziale impatto sulla fiducia pubblica nelle vaccinazioni.

La possibilità che Kennedy Jr.  possa fungere da ministro della Salute negli Stati Uniti ha generato una forte opposizione anche tra gli scienziati di tutto il mondo

Kennedy infatti, reiterando la richiesta presentata nel 2002, per tramite del suo legale di fiducia Aaron Siri ha chiesto alla FDA (Food And Drug Administration) di rivedere l’approvazione del vaccino antipolio. L’obiettivo sarebbe la revoca della sua commercializzazione o, quantomeno, quella dell’obbligatorietà di questa vaccinazione demandando ai cittadini la scelta di sottoporsi o meno all’immunizzazione. Il tutto orchestrato sotto l’egida di una “operazione trasparenza” nei confronti del popolo americano. Una mossa che, quindi, ha più il sapore politico che non sanitario.

Monta così il dibattito istituzional-politico. A partire dalla messa in allarme di senatori come Mitch McConnell, sopravvissuto alla polio. I dati mostrano l’importanza del vaccino anti-polio: grazie a esso, la trasmissione della malattia è stata eliminata negli Stati Uniti dal 1979, con oltre il 93% della popolazione vaccinata. Tuttavia, un caso isolato di paralisi nel 2022 in una comunità con basso tasso di vaccinazione ha dimostrato che la poliomielite rimane una minaccia laddove la copertura vaccinale sia insufficiente.

Commenta Massimo Ciccozzi, epidemiologo e biostatistico del Campus Biomedico di Roma: «I vaccini, dopo l’acqua potabile, sono la cosa che ha salvato più vite umane. Togliere quello contro la poliomielite sarebbe un grave errore e sarebbe decisivo per riavere il problema della polio nei nuovi nati. Se una cosa funziona perché eliminarla? La polio è un virus che disabilita o uccide specialmente i giovani: perché rischiare questo? Che beneficio si trarrebbe dall’eliminazione di questa vaccinazione, visto che non ci sono gravi effetti collaterali? Non sarebbe meglio concentrarsi su altre riforme?»

L’incertezza politica del nome di Kennedy Jr.

Certo, il nome di Kennedy dovrà essere confermato dal Senato. E con i 53 seggi repubblicani ciò non dovrebbe essere un problema. O forse no. Giacché lo stesso Kennedy ha ritenuto di dover incontrare proprio i senatori repubblicani assicurando loro di essere “favorevole al vaccino antipolio”, cercando di allontanare i timori relativi al suo passato di scetticismo vaccinale. Dimostrando così una non tanto celata contraddizione di vedute. Senatori repubblicani come Lisa Murkowski e Thom Tillis hanno chiesto chiarimenti sul suo approccio ai vaccini, ritenendo fondamentale salvaguardare l’accesso e la fiducia nei programmi vaccinali. E mentre alcuni senatori come Rick Scott apprezzano la sua enfasi sulla trasparenza, altri, come John Thune, chiedono spiegazioni approfondite e temono le conseguenze delle sue posizioni antiscientifiche.

Molti interrogativi rimangono comunque irrisolti. E ancor di più fanno discutere i nomi delle figure che potrebbero ricoprire importanti cariche ai vertici delle istituzioni sanitarie a stelle e strisce. Come l’ipotesi della candidatura di Mehmet Oz, meglio noto come il televisivo “Dr. Oz” che ha spesso preso posizioni mediche non convenzionali, per i Centers for Medicare and Medicaid Services.

Oltre alle posizioni sui vaccini, suscitano perplessità alcune dichiarazioni di Kennedy sui rapporti tra FDA e industrie del farmaco

A lasciare perplessi gli esperti di politiche sanitarie sono anche le dichiarazioni rilasciate da Kennedy sulle relazioni finanziarie tra FDA e le industrie del farmaco. Puntando su maggiore trasparenza, il Segretario alla Salute in pectore vorrebbe interrompere tutti questi tipi di relazione, ma gli esperti temono che questo possa rallentare l’approvazione di farmaci vitali. E, più concretamente, avere riflessi nefasti sugli investimenti nel campo delle scienze della vita e della farmaceutica.

Commenta Vincenzo Salvatore, professore di diritto dell’Unione europea e International Trade Law presso l’Università degli Studi dell’Insubria: «In effetti un esponente repubblicano che esprime posizioni sfavorevoli al comparto industriale, e in particolare a quello della salute e farmaceutico che vede una gran parte delle corporation di casa madre americana, suona perlomeno strano. Da un punto di osservazione esterno pare quasi esserci una dicotomia interna al personaggio: da un lato radicate convinzioni personali antivaccinali e la reale volontà di rendere più trasparente il settore farmaceutico», più volte oggetto di inchieste e indagini, «dall’altro la consapevolezza di dover agire secondo l’area politica di appartenenza».

Ripercussioni economiche e la minaccia Oms-Exit

Di fatto, però, le dichiarazioni anti-vaccinazioni, così come quelle che relative alla necessità di ridurre le prescrizioni di farmaci per contenere la spesa sanitaria americana, e le incertezze sulla sua nomina hanno già avuto conseguenze economiche: titoli di aziende farmaceutiche come Moderna hanno subito cali significativi, riflettendo i timori per un potenziale rallentamento delle approvazioni regolatorie. Al contempo, le dichiarazioni di Trump su “indagini scientifiche sull’autismo” rischiano di alimentare ulteriori divisioni su un tema già delicato.

Se confermato, Kennedy dovrà bilanciare le sue convinzioni personali con la necessità di governare un sistema sanitario complesso. La sua nomina rappresenta una prova per il futuro della sanità americana e per la fiducia del pubblico nelle istituzioni.

Se confermato, Kennedy dovrà bilanciare le sue convinzioni personali con la necessità di governare un sistema sanitario complesso

E intanto il quadro si complica. Il suo comandante in capo Donald Trump ha dichiarato l’intenzione di far uscire gli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Che si tratti di una butade Tycoon-style o meno è una mossa degna di essere monitorata: come la storia insegna, quando si spara alto lo si fa per poi ottenere comunque un risultato di portata più modesta che va, però, in quella stessa direzione.

La medicina generale deve tornare ad essere attrattiva in tutta Europa

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato l’allarme: l’Europa si trova di fronte a una carenza di operatori sanitari e sociali, che si prevede raggiungerà 1,6 milioni entro il 2024 e 4 milioni entro il 2030.

Secondo le stime dell’OMS, la crisi incombente comprende un deficit di 600.000 medici, 2,3 milioni di infermieri e 1,1 milioni di operatori sociali e assistenziali se non si interviene con urgenza per invertire la tendenza.

Quando pensiamo ai medici, ci immaginiamo quelli degli ospedali, ma i medici di medicina generale (MMG) devono affrontare sfide simili nel loro ruolo.

«La sfida principale in questo momento è il reclutamento e il mantenimento degli operatori sanitari. Nel caso dei medici di base, in Europa anche i Paesi che hanno ottime condizioni di lavoro e un’ottima retribuzione sono alle prese con la carenza di personale». Tiago Villanueva è presidente dell’UEMO, l’Unione Europea dei Medici di Medicina Generale e di Famiglia. Si tratta di un’organizzazione senza scopo di lucro che riunisce le organizzazioni nazionali, non governative e indipendenti più rappresentative dei medici di base in Europa.

Tiago Villanueva

Villanueva ha raccolto alcuni dati recenti intervistando i membri dell’associazione: «In Romania servono almeno 2.000 medici di base, in Spagna circa 5.000, nel Regno Unito ne servono circa 70.000 e ne hanno 43.000. È abbastanza incredibile che anche in Norvegia ci siano 160.000 pazienti senza medico di base e la Norvegia è un paese piccolo, quindi 160.000 persone sono un numero considerevole». E ancora: «L’Irlanda ha bisogno di 1.400-1.600 medici di base; l’anno prossimo in Italia mancheranno circa 4.000 medici di base; almeno 500 medici di base in Croazia. Anche in Islanda, un Paese minuscolo, servono 200 medici di base. In Macedonia del Nord ci sono attualmente 1.200 MMG, ma il 30% di loro ha più di 65 anni e i giovani medici lavorano in questo ruolo solo per due o tre anni, dopodiché passano ad altre specializzazioni o si trasferiscono in altri Paesi per avere uno stipendio e un futuro migliori».

Anche in Finlandia servono 1.000 medici di base e in Svezia circa 5.000. «E la lista continua», dice Villanueva a TrendSanità.

Ripensare la professione

«Direi che la situazione è preferibile nell’Europa settentrionale, dove le condizioni di lavoro e la retribuzione sono migliori. Tuttavia, se fosse un problema di retribuzione, l’avremmo già risolto. Non si tratta solo di questo. È anche una questione di attrattiva della carriera».

Per Villanueva «i medici di base sono ancora una specialità molto orientata al paziente, dove quasi il 100% del tempo è dedicato alla cura del paziente. Penso che sia necessario rendere più attraente la possibilità di avere tempo per altre attività, come quelle non cliniche: attività accademiche, ricerca, insegnamento. È importante rendere l’intero pacchetto appetibile, non solo l’assistenza clinica. Qualsiasi medico di base sa che quando si inizia la giornata si comincia con il primo paziente e si prosegue senza sosta fino all’ultimo, spesso senza avere nemmeno il tempo di mangiare o di andare in bagno. È un lavoro molto duro. In ospedale c’è una dinamica diversa perché si lavora in team. Penso che dobbiamo ripensare a come rendere la professione attraente per gli studenti di medicina e i giovani medici e non credo che stiamo facendo un buon lavoro».

Anche i luoghi che offrono condizioni più interessanti hanno una carenza di medici di base: «Per esempio, nel sud della Francia, se vai a lavorare in aree remote chiamate deserti sanitari, ti pagano molto bene, ti danno persino incentivi fiscali. Ma anche in questo caso è difficile reclutare medici perché rimangono isolati in un piccolo centro e questo non è positivo per il loro sviluppo professionale».

Differenze tra i Paesi europei

«Qui in Portogallo tendo a venire a conoscenza della carenza di farmaci attraverso i miei pazienti. La segreteria dice che il paziente ha bisogno di una prescrizione ma il suo farmaco è finito: non lo trova in farmacia, bisogna trovare un sostituto. Questo ci mette sotto pressione».

La carenza di medicinali è un problema per tutti i Paesi europei e, sebbene oggi si possa prevedere praticamente tutto, come terremoti e inondazioni, i medici non riescono ad anticipare la carenza di medicinali. 

«Non abbiamo un sistema di allerta per le carenze di farmaci: quando qualcosa non va possiamo solo trovare un modo per mitigare i danni – riflette Villanueva -. Sappiamo che alcuni enti regolatori in alcuni Paesi europei stanno facendo un ottimo lavoro, per esempio l’Irlanda, perché è possibile andare sul sito web dell’agenzia per i medicinali e consultare le carenze, sapere quali farmaci mancano, perché mancano, quando finiranno le carenze. Ma in altri Paesi non c’è questo tipo di infrastruttura informativa». 

La situazione è eterogenea e ogni Paese ha i propri standard: «Le autorità europee non amano dire molto perché la salute è una competenza nazionale degli Stati membri ed è un fatto che alcuni Paesi sono più organizzati di altri». 

La medicina che cambia

«Tra le sfide per il futuro c’è quella delle nuove generazioni: non vogliono lavorare come le precedenti – osserva il presidente dell’UEMO -. Tradizionalmente, negli ultimi 50 anni la medicina è stata più di una professione: è stata una vocazione. Si metteva la professione davanti alla famiglia».

Ma le nuove generazioni non la vedono più così: «Non vogliono lavorare a tempo pieno, vogliono avere tempo per gli amici e la famiglia, chiedono orari di lavoro ragionevoli, non vogliono lavorare di notte e nei weekend. E questa è una sfida perché l’Europa sta diventando sempre più vecchia, la popolazione sta crescendo, ma più si invecchia, più si hanno esigenze sanitarie».

Inoltre, durante la pandemia la maggior parte del lavoro è stato svolto silenziosamente nelle cure primarie, dove i pazienti presentavano sintomi non gravi. «A causa del sovraccarico di lavoro durante il Covid, i medici di base sono stati disillusi dalla professione e credo che le persone si siano sentite frustrate dal fatto di non essere valorizzate dalle autorità e molte persone hanno abbandonato la professione», è l’analisi di Villanueva. 

Sembra che i decisori politici di tutta Europa scelgano sempre le politiche negative invece di quelle positive

L’Associazione Medica Spagnola ha prodotto un’infografica su quelle che definisce politiche positive e politiche negative. Le politiche positive sono cose come gli incentivi finanziari, quelli fiscali, la concessione di alloggi ai medici… Le politiche negative sono cose che sappiamo non funzionare, come il tentativo di aumentare il numero di posti nelle scuole di medicina.

«Si possono immettere nel sistema migliaia e migliaia di studenti in più, ma non funzionerà perché non entreranno negli studi della medicina generale se non la troveranno attraente – ricorda Villanueva -. E purtroppo sembra che i decisori politici di tutta Europa scelgano sempre le politiche negative invece di quelle positive. Le soluzioni sono state individuate, ma non vengono applicate dai decisori, quindi il nostro compito come associazione europea è quello di allertare le autorità europee, la Commissione e il Parlamento su questo genere di cose». A gennaio l’UEMO incontrerà proprio a questo scopo i nuovi rappresentanti della Commissione europea, della DG Sante e del Parlamento europeo.

Sfide per il futuro 

«Continueremo a battere sulla questione del reclutamento e del mantenimento; continueremo a sostenere il riconoscimento della medicina generale e della medicina di famiglia come specialità in Europa, perché nella legislazione europea la medicina generale non è considerata una specialità». Al momento la medicina generale è considerata una qualifica, ma non una specializzazione.

Per le nuove generazioni la medicina non è più una vocazione

Un’altra questione emergente è la sostituzione dei medici di base con altri operatori sanitari. Sta accadendo per esempio nel Regno Unito.

«Ironia della sorte, in un Paese in cui servono quasi 30.000 medici di base nel sistema, molti non riescono a trovare lavoro. È una contraddizione: il governo britannico investe nella formazione di operatori sanitari meno qualificati dei medici. Ma in molti casi sostituiscono i medici nel visitare i pazienti. Non sono infermieri. Non sono medici. Si chiamano Professionisti Medici Associati».

Ma i medici di base sono sostituibili? «Beh, credo che molto di quello che facciamo possa essere delegato, come ad esempio le cose amministrative – ammette Villanueva -. Ma la cura del paziente è qualcosa che deve rimanere al medico, non si possono fare tagli su questo. E non è qualcosa che si può imparare in poco tempo, con un corso. Bisogna frequentare una scuola di medicina, specializzarsi ed essere in grado di fornire uno standard molto elevato di assistenza clinica. Altrimenti si rischia di ottenere risultati negativi».

Sober bar: l’alternativa che salva il fegato, un milione i giovani nel mirino per i danni da binge drinking

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Il momento è decisamente appropriato: le vacanze natalizie offrono l’opportunità di riunirsi con i propri cari, rilassarsi e concedersi piaceri gastronomici. Piccole trasgressioni che, in fin dei conti, fanno sentire meglio. Tuttavia, per alcuni, queste occasioni si accompagnano a un eccessivo consumo di alcol. Negli ultimi anni, i bar senza alcol o sober bar, stanno emergendo come una valida alternativa ai tradizionali luoghi di ritrovo giovanile, offrendo uno spazio sociale alternativo e più sicuro.

Sober bar: la nuova frontiera del divertimento senza rischi

In un contesto in cui i giovani sono abituati a frequentare locali per aperitivi e happy hour, i sober bar si distinguono per la loro offerta esclusivamente analcolica, puntando a promuovere abitudini sobrie e a favorire una socializzazione sana. Sono ambienti ideali anche per famiglie, donne in gravidanza e rappresentano un’interessante rimedio al consumo eccessivo di alcol, grave problema di salute pubblica in Europa.

Gli europei, infatti, sono tra i più grandi consumatori al mondo e questo ha conseguenze molto gravi sulla salute, soprattutto nella fase di crescita tra i 12 e i 24 anni, quando il cervello è particolarmente vulnerabile agli effetti negativi delle sostanze. Niente di nuovo, visto che l’OMS ha da tempo ribadito, in modo inequivocabile, che non esiste un consumo di alcol sicuro.

Un milione di giovani a rischio per i danni da Binge Drinking

I numeri parlano chiaro: nel nostro Paese, circa un milione e trecentomila giovani tra gli 11 e i 24 anni sono considerati consumatori a rischio di alcolismo, con circa 650.000 minorenni. In particolare, i dati sono preoccupanti per le ragazze, in aumento rispetto agli anni precedenti, che risultano più sensibili ai conseguenti effetti dannosi, come riferisce Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto Superiore di Sanità: «Questa sostanza interferisce con il sistema ormonale, aumentando i rischi di patologie gravi, come la formazione di noduli maligni nelle mammelle». E poi, aggiunge: «In generale, il consumo precoce di alcol è particolarmente pericoloso per i giovani, poiché la loro capacità di metabolizzare l’alcol è inferiore rispetto agli adulti, aumentando il rischio di danni cerebrali e fisici».

La percentuale di trapianti legati all’alcol è passata dal 40,9% nel 2023 al 46,8% nel 2024, segno di un fenomeno in costante crescita

In un’epoca in cui si parla sempre più di binge eating e fame emotiva, il binge drinking, l’abbuffata alcolica, non fa eccezione. «Un fenomeno pericoloso che sta mettendo a dura prova il fegato e causando un aumento dei trapianti», afferma il Professor Adriano Pellicelli, direttore della UOC Malattie del Fegato dell’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini. Le conseguenze di questo comportamento, che porta a rischi immediati come la cirrosi epatica, l’insufficienza epatica acuta e il tumore al fegato, sono ben documentate. Inoltre, l’abuso di alcol è legato a un aumento significativo degli incidenti stradali e di altri comportamenti violenti.

Circa il 47% dei trapianti di fegato a causa dell’alcol: l’allarme dell’ospedale San Camillo

L’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma è in prima linea nella lotta contro le malattie epatiche causate dall’abuso di alcol. Nel 2024, circa il 47% dei trapianti di fegato eseguiti nel centro sono stati causati dall’alcol. «Questo dato è allarmante e richiede un intervento urgente a livello nazionale», afferma il professor Pellicelli, sottolineando l’importanza di strategie preventive per ridurre l’incidenza delle malattie epatiche.

Dal 2015, l’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini ha registrato un aumento significativo dei trapianti di fegato legati all’alcol. Nel 2023, su 88 trapianti di fegato effettuati, 29 erano dovuti a cirrosi alcolica e 7 a tumori epatici causati dall’abuso di alcol. Nel 2024, il numero di trapianti è salito a 94, con un forte incremento dei casi legati a malattie epatiche indotte dall’alcol. La situazione è definita dal professor Pellicelli una “crisi sanitaria crescente”, che richiede interventi urgenti e mirati in termini di prevenzione, diagnosi precoce e trattamenti tempestivi.

Le iniziative educative e le etichette come strumento di consapevolezza

Per contrastare il pericolo del consumo eccessivo di alcol, alcuni Paesi europei corrono ai ripari. Il Belgio, ad esempio, segue le orme dell’Irlanda e introduce l’obbligo di avvertenze sanitarie sui prodotti alcolici. Pertanto, a partire da gennaio, le bottiglie di vino, birra e superalcolici dovranno riportare etichette che informino sui rischi per la salute legati al consumo di alcol. Questa misura, simile a quella già in vigore per le sigarette, è stata introdotta per proteggere i consumatori, in particolare i più giovani. Malgrado le chiare indicazioni note da tempo, l’obbligo di etichette informative sugli alcolici è ancora una misura adottata da pochi.

Sulle etichette l’Italia si è schierata contro questa iniziativa, temendo ripercussioni negative sulle esportazioni e sulla reputazione del vino italiano

L’Italia, rappresentante di un’importante industria vinicola, si è schierata contro questa iniziativa, temendo ripercussioni negative sulle esportazioni e sulla reputazione del vino italiano. «Per arrivare a una cultura di questo tipo bisogna sorpassare le diciture deboli come “bevi responsabilmente”, perché è opportuno che le etichette parlino», sottolinea Scafato. Il vino si prepara quindi a indossare l’etichetta con le avvertenze sanitarie? Intanto, Scafato si domanda: «Se all’estero siamo obbligati a informare i consumatori sui rischi legati all’alcol, perché non farlo anche nel nostro Paese? Il diritto di sapere cosa si sta consumando è un principio fondamentale che dovrebbe valere per tutti, indipendentemente dal mercato di riferimento».

Il difficile equilibrio tra sostenibilità e competitività: una sfida europea

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Tra i documenti più rilevanti presentati nel corso dell’anno ormai al termine, spicca il rapporto sulla competitività europea redatto da Mario Draghi, destinato a lasciare un segno profondo negli anni a venire.

Il settore farmaceutico occupa una posizione centrale nell’analisi, con l’indicazione di riformare il quadro normativo europeo. L’obiettivo? Stimolare l’innovazione, attrarre investimenti strategici e garantire ai cittadini accesso equo e tempestivo alle cure. Un messaggio che punta a ridefinire le priorità del continente in un momento cruciale per la sua competitività globale.

Tra le criticità evidenziate nel documento spicca il GDPR, il Regolamento europeo per la protezione dei dati personali, la cui applicazione disomogenea genera incertezza sull’uso legittimo dei dati sanitari. Questa frammentazione normativa ostacola lo sviluppo di strumenti di intelligenza artificiale, limitandone l’efficacia nel settore medico e farmaceutico, e rallenta il progresso tecnologico in un ambito determinante per la salute pubblica.

Non tutti i paesi dell’Unione, poi, hanno adeguato la normativa permettendo l’uso secondario dei dati sanitari per scopi di ricerca scientifica.

Marcello Cattani

«Bisogna agire sulla legislazione farmaceutica che voleva inizialmente accorciare la proprietà intellettuale, quindi rendere più difficile fare investimenti in ricerca di base, in ricerca clinica in Europa, andando a invertirla – ribadisce il Presidente di Farmindustria Marcello Cattani a TrendSanità –. L’auspicio è che i due documenti – il report di Enrico Letta e quello di Mario Draghi – che segnano il passo rispetto alla priorità strategica dell’industria farmaceutica e della ricerca e sviluppo diventino la base di lavoro non più procrastinabile per la nuova Commissione e il nuovo Parlamento».
L’industria chiede una legislazione più forte, che allunghi la proprietà intellettuale per rendere più attrattiva l’Europa per quanto riguarda gli investimenti, la ricerca e la produzione farmaceutica. «In questo modo si potranno garantire più certezze di salute e farmaci ai cittadini europei», prosegue Cattani.

Il documento auspica infine una maggiore collaborazione tra istituzioni pubbliche e private per rafforzare la resilienza del settore.

Complessivamente, il report richiede un’accelerazione importante in un momento di grande trasformazione a livello europeo, con le nuove istituzioni che stanno costruendo i prossimi cinque anni e alle porte l’approvazione della più importante riforma farmaceutica a livello comunitario a distanza di due decenni dalla precedente.

Favorire una maggiore indipendenza produttiva dell’Europa

Marcello Gemmato
Marcello Gemmato

«Nel Rapporto Draghi emerge quanto il settore farmaceutico sia cruciale per la salute pubblica e per l’innovazione tecnologica e industriale – ricorda a TrendSanità il Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato –. Sono considerazioni che questo Governo ha fatto sue fin dal primo giorno di mandato; non è un caso che uno dei primi tavoli tecnici che ho voluto insediare al Ministero della Salute sia stato quello sull’approvvigionamento dei farmaci, al quale si è affiancato quello interministeriale con il Ministero delle Imprese e del Made in Italy sul biomedicale. L’obiettivo è individuare soluzioni per favorire una maggiore indipendenza produttiva dell’Europa di medicinali e principi attivi e per continuare ad essere attrattivi per il comparto».

E proprio per allinearsi con quanto contenuto nell’analisi e semplificare gli aspetti regolatori della ricerca sanitaria, «fra i primi provvedimenti del Ministro Schillaci c’è stata la firma di quattro decreti sulle sperimentazioni cliniche per snellire le procedure amministrative e favorire una minore burocrazia, senza però rinunciare al necessario rigore scientifico», prosegue il Sottosegretario, citando anche il tema della Zona Economica Speciale (ZES) del Mezzogiorno, introdotta come opportunità per le imprese di beneficiare di un’autorizzazione unica e di crediti di imposta per chi decide di investire al Sud.

Necessaria un’azione congiunta


L’invito di Marcello Cattani è a fare sistema: «Ci sono spinte nazionalistiche e capacità diverse di essere attrattivi e competitivi rispetto agli investimenti esteri e credo che i Governi dovrebbero fare un’azione congiunta, rafforzando il framework degli investimenti e dell’attrattività europea per mitigare e andare ad ammorbidire questi effetti di singoli nazionalismi che sono una strategia presente ma miope rispetto a un quadro più ampio che deve essere il rafforzamento dell’Europa, nell’attrarre investimenti nell’industria farmaceutica e stimolare la crescita della propria industria farmaceutica che fa ricerca scientifica, tecnologica e industriale; non solo farmaci innovativi ma tutti i farmaci che in condizioni così difficili possono andare in stato di carenza, e poi non ci dobbiamo lamentare se questo succede». 

Per la prima volta, l’Italia fa il suo ingresso a livello internazionale nel sistema strutturale di incentivi per favorire lo sviluppo di nuovi antibiotici

Tra le indicazioni pratiche, si parla di sbloccare investimenti pubblici e privati tramite incentivi fiscali. È possibile farlo nel nostro Paese? «Riporto un esempio pratico e attuale richiamando quanto abbiamo discusso nel corso dell’evento conclusivo del G7 Salute che si è svolto a Bari sul tema dell’antibiotico-resistenza – afferma Gemmato –. Insieme ai Grandi della Terra, i Paesi ospiti e le organizzazioni internazionali abbiamo commentato le iniziative dell’Italia nel contesto degli incentivi push and pull alla ricerca e all’industria farmaceutica. Per la prima volta, infatti, l’Italia fa il suo ingresso a livello internazionale nel sistema strutturale di incentivi per favorire lo sviluppo di nuovi antibiotici, attraverso 21 milioni di euro annunciati dal Ministro Giorgetti per il finanziamento della partnership globale no profit CarbX. In questo modo promuoviamo gli incentivi push per incoraggiare gli investitori privati ad allocare risorse nella fase di ricerca di nuovi antibatterici».

A questo si aggiungono i 100 milioni di euro del Fondo farmaci innovativi previsti nella Legge di Bilancio 2025, per lo sviluppo di agenti antinfettivi per infezioni da germi multi-resistenti: «Sono misure concrete che puntano a stimolare lo sviluppo di medicinali per una criticità che da qui al 2050 sarà sempre più sentita a livello mondiale».

La sostenibilità della sanità pubblica

E proprio la Legge di Bilancio è di attualità nelle ultime settimane: assunzioni, formazione e investimenti non sembrano all’altezza di quanto promesso qualche mese fa e gli operatori sanitari lamentano la mancanza di soluzioni concrete a problemi strutturali.

Prevenzione, digitalizzazione, presa in carico multidisciplinare e approccio personalizzato sono al centro della discussione sulla Manovra per quanto riguarda la sanità

«Come ho avuto modo di commentare in occasione dello sciopero indetto nelle passate settimane da alcune sigle sindacali di medici e infermieri, la protesta è sacrosanta e riconosciuta dalla nostra Costituzione ed è senz’altro di stimolo per noi tutti a fare meglio – chiosa Gemmato -. Mi chiedo, tuttavia, come mai queste stesse rimostranze non siano state manifestate negli anni passati, quando sotto la guida degli esecutivi di centro sinistra venivano effettivamente applicati tagli lineari al Fondo Sanitario Nazionale che hanno generato le criticità che adesso noi stiamo cercando di sanare. Con uno sguardo programmatico e di lungo respiro, ci stiamo concentrando a rendere più performante e soprattutto coerente con le esigenze di salute attuali un Servizio Sanitario Nazionale che a breve compirà ben 46 anni».

Per Gemmato «la sostenibilità della sanità pubblica e il suo miglioramento sono l’obiettivo in cima all’agenda politica; perché oggi ci troviamo a dover conciliare il progressivo invecchiamento della popolazione e l’incidenza sempre maggiore delle cronicità con la necessità di continuare a garantire l’universalismo delle cure e l’omogeneità del loro accesso in tutto il territorio nazionale. Le leve strategiche su cui intervenire sono dunque la prevenzione, per una gestione del paziente più tempestiva e che eviti il conclamarsi delle patologie; unita alla digitalizzazione della sanità, che consente già di colmare i gap di distanza fisica tra medico e paziente e di applicare un modello di presa in carico del cittadino multidisciplinare, personalizzato e che tenga sempre il cittadino al centro».

Esiti della riunione CIPESS del 19 dicembre 2024: riparto del FSN 2024

Si è tenuta questo pomeriggio a Palazzo Chigi la riunione del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (CIPESS) che ha approvato il riparto fra le Regioni e le Province Autonome delle disponibilità finanziarie per il Servizio Sanitario Nazionale nell’anno 2024, su cui è stata sancita intesa in Conferenza Stato-Regioni lo scorso 28 novembre. Presenti alla conferenza stampa il Sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, e il Sottosegretario di Stato, con delega al CIPESS, Alessandro Morelli.

«Il 2024 vede un significativo incremento delle risorse destinate al SSN, con un importo di oltre 134 miliardi di euro e un delta positivo rispetto al 2023 di 5 miliardi e 140 milioni di euro – commenta in apertura il Sottosegretario Gemmato – È l’investimento in sanità pubblica più alto di sempre grazie agli incrementi previsti con le Leggi di Bilancio 2023 e 2024, e soprattutto conferma il trend di crescita del finanziamento al fondo sanitario nazionale mantenuto dal Governo Meloni. La manovra 2025, infatti, prevede un incremento di oltre 2,5 miliardi di euro e ulteriori 4 miliardi nel 2026».

«Per il secondo anno vengono applicati i nuovi criteri di riparto del FSN, approvati nel dicembre del 2022 in linea con le richieste delle Regioni, che ne auspicavano la revisione dal 2015 – continua Gemmato – Se lo scorso anno le Regioni del centro-sud avevano beneficiato di un incremento di risorse pari a 220 milioni di euro, quest’anno possono contare su 236 milioni di euro, un totale di 456 milioni di euro nel biennio 2023-2024 a sostegno di quei territori in cui il cosiddetto coefficiente di deprivazione è maggiore».

I nuovi criteri tengono conto, infatti, oltre che della popolazione residente e della frequenza dei consumi sanitari per età, anche del tasso di mortalità della popolazione con età inferiore a 75 anni e degli indicatori utilizzati per definire particolari situazioni territoriali che impattano sui bisogni sanitari (vale a dire l’incidenza della povertà relativa individuale, il livello di bassa scolarizzazione e il tasso di disoccupazione della popolazione).

Molte delle risorse allocate del fondo sanitario nazionale 2024, poi, sono destinate alla valorizzazione del personale sanitario: 500 milioni di euro per finanziare l’incremento dell’indennità di esclusività della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria; 335 milioni di euro per finanziare l’incremento dell’indennità di specificità infermieristica; quasi 300 milioni di euro totali che vanno a coprire l’indennità di pronto soccorso per la dirigenza medica e per il personale del comparto sanità.

Oltre 500 milioni di euro vanno al recupero delle liste d’attesa dei quali circa 200 milioni per finanziare gli incrementi delle tariffe orarie delle prestazioni aggiuntive svolte dal personale medico e circa 80 milioni per gli incrementi delle tariffe orarie delle prestazioni aggiuntive svolte dal personale del comparto sanità.

«Sulle liste d’attesa abbiamo investito risorse – dichiara Gemmato – già con le leggi di bilancio 2023 e 2024 veniva data la possibilità alle Regioni di attingere rispettivamente allo 0,3% e 0,4% del FSN per i piani operativi regionali di recupero delle liste d’attesa. Con il decreto Milleproroghe questa possibilità viene estesa a tutto il 2025 e la percentuale sale fino allo 0,7% del FSN».

«Vorrei inoltre evidenziare, perché tema a me caro – prosegue il Sottosegretario Gemmato – che, nell’ambito della ripartizione delle quote vincolate agli obiettivi del Piano Sanitario Nazionale, figurano anche quest’anno 25 milioni di euro per il finanziamento delle attività del Piano Nazionale Malattie Rare 2023-2026 e per il riordino della Rete nazionale delle malattie rare».

Sempre nell’ambito delle risorse vincolate alla realizzazione degli obiettivi di carattere prioritario e di rilievo nazionale, rientrano 40 milioni di euro (dei 120 totali) per finanziare il Piano Nazionale di contrasto all’antimicrobico-resistenza 2022-2025 (PNCAR); 328,3 milioni di euro per lo sviluppo dell’assistenza territoriale, in coerenza con il PNRR, che si tradurranno in un potenziamento del personale da impiegare in tale ambito; e 12 milioni di euro per finanziare anche nel 2024 il bonus psicologo.

Nella seduta odierna, il CIPESS ha deliberato anche la ripartizione dei 25,3 milioni di euro destinati alla proroga della sperimentazione della farmacia dei servizi.

«Anche per il 2025 è presente in legge di bilancio un emendamento bipartisan per proporre un finanziamento analogo alla farmacia dei servizi – commenta Gemmato -. È il segno che l’attenzione verso il cittadino e verso la facilitazione del suo accesso alle cure e alle prestazioni sanitarie di cui necessita su tutto il territorio è un obiettivo comune, non dettato da ideologie, ma semplicemente dal valore etico di portare salute e prevenzione il più vicino possibile al paziente, con il supporto di tutti i soggetti che compongono la sanità italiana».

Tumori: nel 2024 la stima dei casi è stabile e i decessi sono in calo

Nel 2024, in Italia, sono stimate 390.100 nuove diagnosi di tumore: 214.500 negli uomini e 175.600 nelle donne. Si tratta di numeri sostanzialmente stabili rispetto al biennio precedente (erano 391.700 nel 2022 e 395.900 nel 2023). Una tendenza favorevole, a cui si accompagna un altro dato positivo. La mortalità per cancro nei giovani adulti 20-49enni, in 15 anni (2006-2021), è diminuita del 21,4% nelle donne e del 28% negli uomini.

È significativa, in particolare, la riduzione dei decessi per carcinoma polmonare in entrambi i sessi: -46,4% nelle donne e -35,5% nei maschi. Un terzo elemento positivo, determinato soprattutto dai progressi nelle terapie, è costituito dal costante incremento del numero di persone che vivono dopo la diagnosi di tumore: nel 2024 sono circa 3,7 milioni. E la metà dei cittadini che oggi si ammalano è destinata a guarire, perché avrà la stessa attesa di vita di chi non ha sviluppato il cancro.

Differenze territoriali nello screening

Vi sono però aree su cui è necessario più impegno, a partire dai 3 programmi di screening. Nel 2023, rispetto agli anni precedenti, si registra una maggiore copertura della popolazione, che raggiunge il 49% per lo screening mammografico, il 47% per quello cervicale e il 32% per quello colorettale. Ciononostante, restano ancora notevoli differenze territoriali, con le Regioni meridionali che fanno registrare livelli di adesione inferiori rispetto alle altre aree in tutti e tre i programmi di screening. Serve più attenzione anche agli stili di vita: il 24% degli adulti fuma, il 33% è in sovrappeso e il 10% è obeso, il 18% consuma alcol in quantità a rischio per la salute. E si registra un boom di sedentari, aumentati dal 23% nel 2008 al 28% nel 2023.

Il volume “I numeri del cancro in Italia 2024”, presentato oggi in una conferenza stampa a Roma, è la pubblicazione ufficiale, giunta alla quattordicesima edizione, che descrive gli aspetti relativi alla diagnosi e terapia delle neoplasie grazie al lavoro dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), AIRTUM (Associazione Italiana Registri Tumori), Fondazione AIOM, Osservatorio Nazionale Screening (ONS), PASSI (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia), PASSI d’Argento e della Società Italiana di Anatomia Patologica e di Citologia Diagnostica (SIAPeC-IAP).

«Anche se la stima del numero di nuovi casi di cancro è di poco inferiore a quelle del 2022 e del 2023 – afferma Francesco Perrone, Presidente AIOM -, non si può essere particolarmente ottimisti in un quadro più generale di prevalenza ancora alta di fattori di rischio comportamentali e ambientali, che contribuiscono significativamente a causare il cancro. Si tratta di una materia in cui è necessario investire di più e a molteplici livelli, incluse, ad esempio, le riforme che AIOM sta promuovendo per rendere più efficace la lotta al tabagismo. Nel libro siamo andati ‘oltre i numeri’, sfruttando il punto di vista dell’oncologia per arricchire la riflessione su fenomeni di assoluta rilevanza sociale, come la cura del cancro nei migranti, nelle carceri e nelle zone di guerra. Sono contesti in cui i numeri tendono ad essere imprecisi o del tutto ignoti e in cui la prevenzione e la cura del cancro non necessariamente rappresentano la priorità massima, ma piuttosto una lente attraverso la quale mettere meglio a fuoco come il diritto alla salute possa venire calpestato o non sufficientemente garantito».

Il tumore più frequentemente diagnosticato in Italia, nel 2024, è il carcinoma della mammella (53.686 casi), seguito dal colon-retto (48.706), polmone (44.831), prostata (40.192) e vescica (31.016).

Gli stili di vita

«La sfida deve essere quella di investire in prevenzione, promuovendo stili di vita sani, a partire da un’alimentazione corretta, associata all’attività fisica – spiega il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, nella prefazione del libro -. Oggi sappiamo che l’errata alimentazione incide per circa il 35% sull’insorgenza dei tumori e che la dieta mediterranea riduce del 10% la mortalità complessiva, prevenendo lo sviluppo di numerosi tipi di cancro. Allo stesso tempo occorre promuovere una maggiore partecipazione ai programmi di screening, fondamentali per diagnosticare precocemente una patologia e aumentare notevolmente le possibilità di guarigione, perché soprattutto in alcune Regioni non si registrano le adesioni auspicate. Eppure, anche in questo campo, abbiamo nuove opportunità diagnostiche che dobbiamo utilizzare fino in fondo, come l’ampliamento della fascia d’età dai 45 ai 74 anni per lo screening del tumore alla mammella, già partito in molte aree territoriali, a dimostrazione della capacità del nostro servizio sanitario nazionale di saper rispondere rapidamente alle nuove conoscenze e raccomandazioni adottate a livello internazionale. L’ambizione oggi è quella di garantire in un futuro non troppo lontano lo screening per il tumore al polmone, che a oggi è tra le patologie tumorali più diffuse tra gli uomini».

I numeri

Nel 2022, in Italia, sono stati stimati 35.700 decessi per cancro del polmone, 24.200 per il colon-retto, 15.500 per la mammella, 14.900 per il pancreas e 9.900 per lo stomaco.

Dei quasi 10 milioni di morti oncologiche ogni anno in tutto il mondo, il 10,5% avviene in giovani adulti, cioè persone di età compresa tra 20 e 49 anni. In Europa, dove le popolazioni sono più vecchie, le morti per cancro in giovani adulti rappresentano il 4,3% di tutti i decessi oncologici registrati nel 2022. Il volume contiene un’analisi della mortalità dei 20-49enni in Italia dal 2006 al 2021, che ha evidenziato un netto calo generale dei decessi per neoplasia in entrambi i sessi.

«In 15 anni, sono state 786 le vite salvate tra le donne e 939 tra gli uomini in questa fascia d’età rispetto al numero atteso basato sui tassi del 2006 – afferma Massimo Di Maio, Presidente eletto AIOM -. Assume particolare rilievo positivo, in entrambi i sessi, l’importante diminuzione nella mortalità per tumore del polmone, del 46,4% tra le donne e del 35,5% tra gli uomini under 50. Sono dati estremamente incoraggianti, se si considera che questa neoplasia rappresenta la prima causa di morte oncologica negli uomini giovani adulti e la seconda nelle donne dopo il tumore della mammella. Questa osservazione si aggiunge ai progressi ottenuti, grazie alle recenti innovazioni terapeutiche, nella sopravvivenza dopo la diagnosi di carcinoma polmonare. Peraltro, i dati relativi agli stili di vita degli italiani sottolineano la necessità di rafforzare gli sforzi per la prevenzione primaria in persone di tutte le età, attraverso la lotta al fumo di sigaretta, altrimenti si rischia nei prossimi anni un’inversione della tendenza. Dall’altro lato, va tenuto presente il campanello d’allarme che, in questa fascia d’età, suona per le neoplasie del colon-retto e dell’ovaio, dove la mortalità resta stabile da anni».

I Registri Tumori

«Per stimare i numeri del cancro nel 2024 in Italia, sono stati raccolti i dati da 35 Registri Tumori che coprono una popolazione di oltre 44 milioni di persone, cioè l’80% dei cittadini – sottolinea Fabrizio Stracci, Presidente AIRTUM -. Quest’anno, nel nostro Paese, le nuove diagnosi di tumori maligni non supereranno i 390.100 casi. Si tratta di una stima concordante con quanto riportato nel 2022 e 2023, sulla base delle proiezioni a livello europeo. Va evidenziato l’inizio di una potenziale inversione di tendenza nel numero assoluto di nuovi casi, cioè una diminuzione di circa il 5% rispetto all’ultima proiezione AIRTUM del 2020 e alle stime dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro. Un ruolo, seppure parziale, nel potenziale calo delle nuove diagnosi di cancro va anche attribuito alla riduzione di circa il 2,5% della popolazione italiana tra il 2017 e il 2024, da 60.484.000 abitanti a 58.990.000».

Dall’altro lato, i dati dei Registri Tumori indicano un costante aumento della prevalenza, cioè del numero di persone che vivono dopo la diagnosi, circa l’1,5% l’anno nell’ultimo decennio (1,6% nelle donne e 1,3% negli uomini). «Oggi sono quasi 3,7 milioni (3.661.499) di cittadini, il 6,2% dell’intera popolazione – spiega Diego Serraino, Direttore SOC Epidemiologia Oncologica e Registro Tumori del Friuli Venezia Giulia, Centro di Riferimento Oncologico, IRCCS, Aviano -. E la metà delle persone che si ammalano di cancro nel 2024 è destinata a guarire. Per quanto riguarda i tumori ginecologici, la probabilità di guarigione per le donne colpite, nello scorso decennio, da tumore del corpo dell’utero è stata del 69%, per il collo dell’utero del 58%, per l’ovaio del 32%. È evidente il ruolo della diagnosi precoce nell’aumentare le probabilità di superare definitivamente la malattia. Nel carcinoma della mammella è pari complessivamente al 73%, ma passa dal 99% nello stadio I all’81% nello stadio II per scendere al 36% nel III e IV. Considerando tutti gli stadi, chi si è ammalato di tumore del colon-retto ha una probabilità di guarire del 56%, dal 92% se la malattia è diagnosticata in stadio precoce al 71% in stadio II».

La diagnosi precoce

«Individuare un tumore o i suoi precursori in fase iniziale permette di intervenire tempestivamente, con trattamenti più efficaci, meno invasivi e con minori rischi di complicanze, garantendo maggiore sopravvivenza e qualità della vita – sottolinea Paola Mantellini, Direttrice Osservatorio Nazionale Screening organismo coordinato dall’Istituto per lo Studio, la Prevenzione e la Rete Oncologica della Regione Toscana -. I dati mostrano i progressivi miglioramenti dei programmi di screening, sia in termini di capacità di invito che di copertura. Nel 2023, quasi 16 milioni di persone, cioè oltre il 90% della popolazione italiana in età target per lo screening mammografico, colorettale e cervicale è stata regolarmente invitata. Vanno però ridotte le differenze nell’adesione, che restano ancora significative a livello territoriale. Per quanto riguarda la mammografia, la copertura ha raggiunto il 62% al Nord, il 51% al Centro e il 31% al Sud. Lo screening cervicale mostra un livello di copertura pari al 57% al Nord, al 45% al Centro e al 35% al Sud. Inferiori le percentuali di adesione allo screening colorettale: 45% al Nord, 32% al Centro e 15% al Sud».

La prevenzione passa anche dagli stili di vita corretti. «L’abitudine tabagica è più frequente fra gli uomini, fra i più giovani, fra i residenti nel Centro-Sud ed è fortemente associata allo svantaggio sociale, coinvolgendo molto di più le persone con difficoltà economiche o bassa istruzione – conclude Maria Masocco, Responsabile Scientifico dei sistemi di sorveglianza PASSI e PASSI D’Argento, coordinati dall’Istituto Superiore di Sanità -. Anche sovrappeso e obesità sono un importante fattore di rischio oncologico poiché coinvolti, ad esempio, nell’insorgenza dei tumori dell’esofago, del fegato, del pancreas, della colecisti e delle vie biliari, dell’endometrio e del rene. L’obesità è poco più frequente fra gli uomini, aumenta con l’età e coinvolge particolarmente le persone con svantaggio sociale. Storicamente più frequente nel Sud, oggi il gradiente geografico si è annullato. La sedentarietà è aumentata costantemente, passando dal 23% del 2008 al 28% nel 2023. L’incremento ha coinvolto tutti i gruppi della popolazione, entrambi i sessi in egual misura e tutte le classi di età, ma è stato più veloce fra i più giovani e fra le persone con maggiori difficoltà economiche. L’aumento dell’inattività fisica ha coinvolto soprattutto il Meridione e il Centro, ampliando il gradiente geografico fra Nord e Sud».

Buzzetti (SID): sensori, microinfusori e monitoraggio avanzato, un diritto per tutti i pazienti con diabete

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L’ombra del diabete incombe su oltre 540 milioni di persone a livello globale, ma il dato più allarmante è che un milione di loro ne è all’oscuro. E le stime non sono più rassicuranti: entro il 2030 si arriverà a 630 milioni. Quali le conseguenze per la società e per il sistema sanitario e, soprattutto, come si potrà migliorare la qualità di vita dei pazienti? Per rispondere a questi interrogativi, TrendSanità ha intervistato la nuova presidente della Società italiana di diabetologia (SID), Raffaella Buzzetti, prima donna alla guida della storica società. La professoressa, titolare della cattedra di Endocrinologia alla Sapienza di Roma, ha annunciato una nuova era per la SID, con un focus particolare sulle donne con diabete.

Professoressa, cominciamo da quella che potremmo definire la base: il diabete è una delle malattie croniche con maggiore impatto sociale ed economico, che spesso comporta comorbidità e complicanze. Quali politiche sanitarie ritiene siano necessarie?

«Il diabete è una sfida che richiede una risposta coordinata e innovativa. Per affrontare questa complessa patologia, è fondamentale promuovere una stretta collaborazione tra istituzioni, professionisti sanitari, pazienti e aziende. È necessario investire in ricerca e sviluppo, per individuare nuove strategie terapeutiche e migliorare la qualità di vita dei pazienti. Inoltre, è cruciale garantire l’accesso equo a terapie innovative, dispositivi medici e servizi di telemedicina. Solo attraverso un approccio multidisciplinare e una visione di lungo termine sarà possibile ridurre l’impatto del diabete sulla salute pubblica e migliorare la qualità di vita dei pazienti.

È fondamentale promuovere interventi mirati per superare le disuguaglianze sociali e sanitarie, garantendo un supporto adeguato a chi vive in condizioni di svantaggio

Garantire l’accesso equo alle cure è una priorità assoluta per ridurre l’impatto del diabete e promuovere la salute di tutti i cittadini. La Società Italiana di Diabetologia si impegna a collaborare con le istituzioni per uniformare i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), assicurando che farmaci innovativi, dispositivi tecnologici e percorsi diagnostico-terapeutici siano accessibili a tutti, indipendentemente dal luogo di residenza. Inoltre, è fondamentale promuovere interventi mirati per superare le disuguaglianze sociali e sanitarie, garantendo un supporto adeguato a chi vive in condizioni di svantaggio».

L’innovazione tecnologica sta cambiando rapidamente il panorama della diabetologia, dall’uso dei sensori per la glicemia alla telemedicina. Come la SID vede l’integrazione di queste nuove tecnologie nella cura del diabete in Italia?

«La SID vede l’innovazione tecnologica come una grande opportunità per migliorare la gestione del diabete in Italia. L’integrazione delle nuove tecnologie deve essere centrata su equità, efficacia e sostenibilità. Si parte dal presupposto che tutti i pazienti, indipendentemente da condizione economica o residenza, possano beneficiare di sensori glicemici, microinfusori e sistemi avanzati di monitoraggio. Inoltre un aspetto molto importante è la preparazione di medici e persone con il diabete  all’uso ottimale di queste tecnologie, valorizzandone il potenziale per una gestione autonoma e più precisa della malattia. La SID punta a una diabetologia tecnologicamente avanzata, ma sempre centrata sui bisogni reali di chi ha il diabete».

Capitolo ricerca: quali sono le future frontiere in diabetologia, in particolare sulla cura e la gestione del diabete in gravidanza?

«La ricerca si concentra sempre più sulla prevenzione primaria del diabete gestazionale, attraverso l’identificazione dei fattori di rischio modificabili e lo sviluppo di interventi mirati per promuovere stili di vita sani e ridurre l’incidenza della malattia. Le future frontiere della ricerca includono lo sviluppo di strumenti predittivi basati su biomarcatori genetici e metabolici per identificare precocemente le donne a rischio di diabete gestazionale, ma anche terapie personalizzate. Infatti, si sosterranno studi sull’adattamento delle terapie farmacologiche e nutrizionali per garantire un controllo glicemico ottimale senza rischi per il feto».

Sosterremo la ricerca scientifica di eccellenza e investiremo nella formazione continua degli operatori sanitari per garantire l’aggiornamento continuo delle conoscenze e delle competenze

Quali sono le principali linee di intervento che intende promuovere durante il suo mandato?

«Durante il mio mandato, le principali linee di intervento della SID si concentreranno su cinque aree strategiche:

  • prevenzione e diagnosi precoce: investiremo in programmi di screening innovativi e promuoveremo stili di vita sani per ridurre l’incidenza del diabete e delle sue complicanze.
  • accesso equo alle cure: ci impegneremo al fine di garantire a a tutte le persone con diabete, indipendentemente dal luogo di residenza o dalle condizioni socio-economiche, l’accesso a trattamenti di alta qualità e tecnologie all’avanguardia.
  • innovazione tecnologica: integreremo la telemedicina e i dispositivi digitali nella pratica clinica per migliorare il monitoraggio continuo e la personalizzazione delle terapie.
  • ricerca e formazione: sosterremo la ricerca scientifica di eccellenza e investiremo nella formazione continua degli operatori sanitari per garantire l’aggiornamento continuo delle conoscenze e delle competenze.
  • educazione e sensibilizzazione: lavoreremo in completa sincronia e condivisione con le associazioni dei pazienti per implementare  campagne informative finalizzate a promuovere una maggiore consapevolezza del diabete e favorire comportamenti salutari.

Attraverso queste azioni la SID mira a ridurre l’impatto del diabete sulla salute e sulla qualità di vita dei pazienti, contribuendo al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e costruendo un futuro più sano per tutti». 

Uno degli obiettivi della SID riguarda anche la sensibilizzazione e l’educazione sanitaria. Quali strategie adotterete per migliorare la consapevolezza e la gestione della malattia?

«La SID crede fermamente che l’educazione sanitaria sia la chiave per prevenire e gestire efficacemente il diabete. Attraverso una serie di iniziative mirate, vogliamo costruire una cultura della prevenzione e migliorare la qualità di vita delle persone con diabete».

Insulina settimanale: una nuova era per la gestione del diabete

Presentata la nuova edizione del Calendario vaccinale per la vita 2025

Oggi, mercoledì 18 dicembre, presso la Fondazione ENPAM, è stata presentata la nuova edizione del Calendario vaccinale per la Vita 2025, un documento che raccoglie tutte le evidenze scientifiche sulle vaccinazioni in grado di garantire per ogni fascia di età – dalla nascita alla senescenza – la promozione di un ottimale stato di salute.

Il documento, in linea con gli standard europei, è stato redatto sulla base degli ultimi aggiornamenti della letteratura scientifica e rappresenta il contributo di cinque Società scientifiche con più di 50mila Medici e Professionisti sanitari iscritti. Coordinato da Paolo Bonanni – Docente di Igiene presso il Dipartimento di Scienze della Salute Università di Firenze – il Board del Calendario per la vita comprende: Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), Società Italiana di Pediatria (SIP), Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (FIMMG) e Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG).

Nei cinque anni trascorsi dall’ultima edizione (2019) sono numerose le novità nel campo della prevenzione immunitaria che offrono importanti prospettive di salute per tutti. Nella nuova edizione del Calendario, un capitolo è dedicato al successo epocale dei vaccini contro il COVID-19, somministrati in numeri imparagonabili a qualsiasi altro vaccino nella storia, con un altrettanto impressionante risultato di sicurezza a fronte di miliardi di somministrazioni e con un numero di morti evitate che è stimato in 20 milioni a livello globale. È paradossale, a questo proposito, che la stanchezza per la pandemia abbia portato, in alcuni casi, ad una disaffezione per lo strumento che, proprio dalla pandemia, ci ha fatto uscire.

«Abbiamo scelto di dedicare un capitolo al vaccino contro il COVID-19 per delinearne caratteristiche e raccomandazioni di utilizzo per i più fragili – commenta Paolo Bonanni, Coordinatore scientifico del Board – Ampio spazio, però, è stato dato anche a tutti i nuovi strumenti per la prevenzione delle malattie da Virus Respiratorio Sinciziale, a partire dagli anticorpi monoclonali da somministrare ai neonati, senza dimenticare i tre vaccini per la popolazione adulta e le donne in gravidanza. Un altro capitolo, invece, è dedicato ai vaccini coniugati contro lo Pneumococco ad incrementato numero di valenze (15 e 20) ed un ulteriore capitolo sottolinea le caratteristiche del vaccino ricombinante per Herpes Zoster, supportato da nuovi dati sulla durata della protezione. Nel Calendario vengono fornite le nuove evidenze di efficacia dei vaccini contro il Papillomavirus Umano HPV, le cui coperture restano colpevolmente e inspiegabilmente basse. Abbiamo ritenuto, infine, di richiamare l’attenzione, ancora una volta, all’offerta gratuita del vaccino contro il Meningococco B in età adolescenziale».

«Il nuovo Calendario vaccinale per la Vita riveste un’importanza assoluta per le strategie preventive del nostro Paese – afferma Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene (SItI) – Basato sulle migliori evidenze scientifiche ad oggi disponibili e sulla sinergica competenza delle Società scientifiche di riferimento, rappresenta la base per l’aggiornamento del calendario vaccinale del Piano Nazionale della Prevenzione riportando importanti novità sia sul fronte delle tecnologie disponibili ed efficaci che sul fronte delle schedule vaccinali. Ci auguriamo che venga al più presto recepito dalle Istituzioni affinché il diritto alla miglior prevenzione possibile sia consolidato su tutto il territorio nazionale».

Nel documento viene sottolineata l’importanza, sempre più crescente, del coinvolgimento degli Specialisti nell’offerta vaccinale ai pazienti con malattie croniche senza dimenticare che il luogo dedicato alla cura della cronicità è innanzitutto il territorio. Quest’ultimo è ancora ampiamente coperto dalla Medicina Generale che, sempre di più, vuole essere protagonista per quanto riguarda le campagne vaccinali dell’adulto e dell’anziano.

«La Medicina Generale e le Cure Primarie confermano il proprio ruolo centrale nella presa in carico vaccinale del paziente adulto, con particolare attenzione agli anziani e ai soggetti fragili – sottolinea Alessandro Rossi, Presidente della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) – Come avamposti del Servizio Sanitario Nazionale sul territorio, gli studi dei Medici di Medicina Generale rappresentano il canale più immediato ed efficace per promuovere ogni forma di prevenzione. La sfida attuale è incrementare i tassi di copertura vaccinale nell’adulto, che, a differenza delle vaccinazioni pediatriche, richiedono un’attenta selezione e una chiamata attiva, un intervento mirato in cui il Medico di Medicina Generale è la figura di riferimento. La nostra Società scientifica ribadisce il proprio impegno a rafforzare le competenze su questi temi e a promuovere l’organizzazione della Medicina Generale per tradurre questi obiettivi in risultati concreti».

Il Board del Calendario vaccinale per la Vita sottolinea l’importanza delle novità introdotte nel Calendario Vaccinale per la Vita 2025, soprattutto in ambito pediatrico. «Il Calendario punta a proteggere tutti i nuovi nati, con o senza fattori di rischio, dal Virus Respiratorio Sinciziale, responsabile della bronchiolite, che rappresenta la principale causa di ricovero nel primo anno di vita – dichiara Annamaria Staiano, Presidente della Società Italiana di Pediatria (SIP) – La campagna di immunizzazione è partita nelle diverse Regioni, sebbene con modalità e tempi differenti. L’auspicio per il prossimo anno è quello di poter contare su una distribuzione più efficace ed omogenea, per garantire a tutti i bambini pari possibilità di accesso. Tra le altre innovazioni più rilevanti del nuovo Calendario Vaccinale per la Vita vi sono i vaccini pneumococcici a maggiore valenza sierotipica, capaci di ampliare la protezione contro lo pneumococco, con un impatto particolarmente significativo nella fascia pediatrica».

«Il pediatra di famiglia riveste un ruolo centrale nella prevenzione, e la vaccinazione ne rappresenta un pilastro fondamentale, soprattutto per le fasce di popolazione più fragili, come i bambini – aggiunge Antonio D’Avino, Presidente Nazionale della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) – Siamo orgogliosi di far parte del Board che, ogni anno, si prefigge l’obiettivo di redigere il Calendario vaccinale per la Vita, proponendo l’offerta vaccinale ideale sulla base delle evidenze scientifiche e delle più recenti innovazioni farmacologiche disponibili. Ad oggi, uno degli obiettivi più importanti è aumentare le coperture vaccinali, per proteggere sé stessi e gli altri. Per raggiungere questo scopo, è fondamentale che tutti gli stakeholder lavorino nella stessa direzione, informando e sensibilizzando famiglie e genitori sull’importanza, la sicurezza e l’efficacia dei vaccini».

Nonostante negli ultimi anni si siano moltiplicate le occasioni di confronto e di discussione sul valore della vaccinazione nel paziente fragile (con oncologi, reumatologi, diabetologi, ematologi, pneumologi) il Documento sottolinea quanto sia cruciale che le vaccinazioni entrino a pieno titolo nei Percorsi Diagnostico-Terapeutici-Assistenziali (PDTA) affinché la vaccinazione sia responsabilità del terapeuta, alla stessa stregua dei farmaci anti-tumorali o contro le malattie respiratorie croniche, solo per fare due esempi. Ed è fondamentale che anche gli Ospedali si dotino di centri vaccinali per intercettare i malati cronici prima delle dimissioni.

Nella nuova edizione del Calendario trova spazio anche una riflessione sul contrasto tra diritto alla privacy e diritto alla salute che, nel post-COVID, è emersa sempre più. Se è infatti vero che una medicina di iniziativa, sulla base dell’età anagrafica, appare possibile nell’attuale legislazione (si possono organizzare chiamate attive, ad esempio, nella popolazione Over 60), risulta invece impossibile alle Agenzie di Sanità pubblica poter invitare a vaccinazioni – spesso in grado di salvare da gravi complicanze, ospedalizzazioni o morte – sulla base della situazione patologica specifica individuale, in quanto ciò lederebbe il diritto alla privacy. Se è vero che questa possibilità di invito sussista per il singolo Medico di Famiglia, appare chiaro come sia necessario affiancare a tale approccio anche un’offerta di popolazione sulla base dei fattori di rischio, superando l’attuale situazione di contrasto tra diritti che collidono. A questo proposito sarà necessario trovare un tavolo di discussione su come garantire ai soggetti a rischio l’offerta di interventi vaccinali di grande importanza per la salute.

«L’accurato lavoro di revisione delle evidenze scientifiche e la condivisione dei contenuti del nuovo Calendario per la Vita, nato dalla costante collaborazione delle Associazioni del Board rappresenta la migliore premessa alle azioni di governance che andranno attuate, nell’interesse della salute dei cittadini e della collettività, per rendere operativa la nostra proposta – dichiara Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale della Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale (FIMMG) – La prevenzione, alla luce degli scenari assistenziali emergenti, non può che essere una responsabilità condivisa, che partendo dalla programmazione arrivi alla pratica vaccinale attraverso modelli organizzativi innovativi e percorsi comuni capaci di rafforzare la rete e le sinergie tra tutti gli attori coinvolti. La nostra Federazione rafforzerà il proprio impegno a sostegno e tutela del valore etico delle vaccinazioni e della necessaria innovazione organizzativa grazie alla quale i medici di famiglia continueranno a ricoprire un ruolo cruciale nella diffusione della cultura e della pratica vaccinale nelle famiglie italiane».

Se, poi, le raccomandazioni per le vaccinazioni in età adulta ed anziana sono ormai presenti in quasi tutti i Paesi avanzati, quello che manca è, spesso, un’adeguata organizzazione dei servizi vaccinali per tali fasce di età, ma anche adatti sistemi di archiviazione e sorveglianza sulle coperture. In tal senso, risulta di grande urgenza varare, finalmente, un’anagrafe vaccinale nazionale che possa essere estesa a tutta la popolazione, consentendo quindi un preciso monitoraggio delle coperture.

Tutte le Società appartenenti al Board del Calendario vaccinale per la Vita ribadiscono la propria disponibilità ad ogni possibile interlocuzione e supporto alle Autorità sanitarie, nazionali e regionali, con l’obiettivo di migliorare lo stato di salute della nostra popolazione attraverso l’offerta di una sempre migliore prevenzione immunitaria “da 0 a 100 anni”.