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Sostenibilità e politiche del lavoro: alla ricerca di un nuovo equilibrio

La sostenibilità nelle politiche del lavoro significa promuovere un equilibrio tra crescita economica, inclusione sociale e rispetto della dignità dei lavoratori, creando condizioni di lavoro etiche e garantendo il benessere presente e futuro dei dipendenti attraverso stabilità, diritti umani, eque retribuzioni e ambienti favorevoli alla salute fisica e mentale.

Sottolinea Simona Cuomo (SDA Bocconi School of Management): «In questo campo non ci sono soluzioni valide per tutte le imprese: occorre superare il mero concetto di benchmarking, per incentivare l’ascolto dei lavoratori, l’eliminazione dei bias nei processi decisionali e l’integrazione di pratiche personalizzate e strategiche che valorizzino il potenziale umano come risorsa chiave per lo sviluppo sostenibile delle imprese».

Giovanni Russo (DAP): «È drammatica la situazione sanitaria dei detenuti. Puntiamo su telemedicina e AI per prevenire suicidi»

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«Le nostre radici affondano nell’umanesimo. Vogliamo essere educatori di soggetti che hanno sbagliato, non custodi di corpi. Riconosciamo che alcuni detenuti necessitano di trattamenti di sicurezza, ma crediamo fermamente che abbiano diritto a una nuova chance. L’obiettivo è un trattamento individualizzato, che riconosca la dignità e le specificità di ogni singola persona».

Parte dai corpi dei detenuti e delle detenute la riflessione del Capo del DAPDipartimento dell’amministrazione penitenziariaGiovanni Russo, con TrendSanità. Corpi che, al pari di chi sta fuori dal carcere, hanno il pieno diritto di vedersi tutelati nella sfera della salute fisica e mentale.

«La salute è un aspetto fondamentale. Quando parlo direttamente con i detenuti nei miei giri nelle carceri italiane, non emerge per primo il problema del sovraffollamento o dei diritti presuntamente negati nei penitenziari, temi su cui siamo impegnati tutti i giorni e su cui c’è una evoluzione positiva. Quello che rilevo è, piuttosto, una condizione drammatica sul fronte sanitario. Sebbene la sanità penitenziaria sia di competenza delle ASL, il Dipartimento avverte come una propria manchevolezza la difficoltà a garantire ai cittadini detenuti un’assistenza sanitaria corrispondente a quella dei cittadini liberi».

«Il Dipartimento avverte come una propria manchevolezza la difficoltà a garantire ai cittadini detenuti un’assistenza sanitaria corrispondente a quella dei cittadini liberi»

Quali sono le principali problematiche?

«Un problema significativo riguarda gli interventi diagnostici. Un numero considerevole di accertamenti doverosi non viene realizzato perché richiederebbe di portare il detenuto fuori dall’istituto in un ospedale. Non si tratta di diagnostica altamente specializzata, ma di esami di base. Molte di queste trasferte non avvengono per mancanza di personale, generando un’aspettativa doverosa che però viene frustrata. Questo produce rancore e priva il detenuto della possibilità di effettuare gli accertamenti necessari che possono prevenire problematiche più serie».

Come incide la composizione multietnica della popolazione carceraria sui bisogni sanitari?

«La multietnicità così presente negli istituti richiede un approccio preventivo e curativo personalizzato e individualizzato»

«L’istituto penitenziario è una collettività forzata caratterizzata da una pronunciata multietnicità, la più alta che viene riscontrata nella nostra società. Circa un terzo della popolazione non appartiene alla nostra comunità originaria, portando con sé patologie e reattività a terapie del tutto innovative per noi. Questo richiede un approccio preventivo e curativo personalizzato e individualizzato, in linea con la filosofia moderna dell’esecuzione della pena. Il trattamento penitenziario e rieducativo non può essere fatto per masse o per corpi, ma deve essere necessariamente individuale».

Quali particolarità ha riscontrato nella salute delle detenute?

«Ecco, a proposito della pluralità di interventi diversi a cui siamo chiamati, quello per le donne è molto importante e delicato. Le detenute rappresentano circa il 4% della popolazione carceraria e presentano una compresenza di più patologie. Mostrano una presenza di disturbi psichiatrici e psicologici molto più pronunciata rispetto ai detenuti uomini».

Come vi state attrezzando per dare risposte a queste esigenze?

«Anche per rispondere a queste necessità stiamo investendo in tecnologia. Stiamo implementando il metaverso e la telemedicina: oltre 45 istituti sono già dotati di strumenti che attuano la telemedicina con risultati più che soddisfacenti, risolvendo parzialmente i problemi di trasferimento del detenuto a cui facevamo riferimento prima».

Quali altri risultati possono arrivare dall’innovazione tecnologica nel sistema penitenziario?

«La vera svolta la avrà l’intelligenza artificiale. Attraverso la nostra partecipazione al recente comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, siamo riusciti a ottenere che l’intelligenza artificiale abbia dignità di presenza nell’ambito del trattamento penitenziario. Non pensiamo a un Grande Fratello, ma a un’azione più specifica e capillare dei bisogni del singolo detenuto, soprattutto nella prevenzione dei suicidi. Stiamo lavorando con l’AGID – Agenzia per l’Italia Digitale – per individuare sistemi di allerta e rilevazione che, senza intaccare la privacy e la dignità del detenuto, ci aiutino a comprendere i processi degenerativi e a cogliere i segnali precoci di disagio».

AIFA vara la stretta sul conflitto di interessi. Ma apre a pareri e consulenze gratuite dei professionisti di alto profilo

«Dare all’Agenzia la possibilità di avvalersi di profili di alta professionalità per pareri e consulenze, senza cadere nella tagliola del conflitto di interessi. Contestualmente rafforzare i paletti per dirigenti e dipendenti, con l’obbligo esteso a entrambi di dichiarare eventuali conflitti di interessi che comportano la sospensione dai procedimenti nei quali si configura il conflitto stesso». Così il Direttore amministrativo di AIFA, Giovanni Pavesi, spiega le novità salienti del nuovo Regolamento sul conflitto di interessi, adottato con delibera dal CdA dell’Agenzia dopo aver accolto i suggerimenti dell’ANAC e ancora in attesa di eventuali osservazioni tecniche da parte dei ministeri vigilanti.

«Non avevamo alcun obbligo di intervenire con un Regolamento sul conflitto di interessi, ma abbiamo voluto farlo per seguire il solco che l’Europa sta tracciando in questo senso nel settore farmaceutico.  Ma soprattutto – spiega il Presidente di AIFA, Robert Nisticò, presentando il regolamento nella sede dell’Agenzia ai suoi dirigenti – abbiamo pensato di tutelare la salute dei cittadini assicurando un’efficace prevenzione dei conflitti di interessi, senza che questo si trasformi in un cappio per il buon andamento dell’Agenzia, ma impedendo che gli interessi di chi ci lavora o collabora possano anche solo apparire prevalenti sull’interesse principale, che è la tutela della salute pubblica».

Presentato il nuovo Regolamento sul conflitto di interessi, adottato con delibera dal CdA dell’Agenzia dopo aver accolto i suggerimenti dell’ANAC e in attesa di eventuali osservazioni tecniche da parte dei ministeri vigilanti

Lungo l’elenco di rapporti e attività che costituiscono “interessi secondari diretti”: rapporti di dipendenza, consulenza o collaborazione a qualsiasi titolo, anche gratuito, con un’entità “sensibile”; trasferimenti di denaro sotto qualsiasi forma da parte di privati operanti nel settore farmaceutico; attività extra istituzionali di docenza e interventi come relatori in eventi organizzati sempre da entità sensibili; possesso di titoli azionari, stock option o qualsiasi altra cointeressenza o interesse partecipato a società del settore farmaceutico; diritti di proprietà, brevetti inclusi relativi a medicinali o principi attivi; partecipazione a comitati strategici, scientifici e direttivi organizzati o finanziati da entità sensibili; cariche sociali, anche a titolo gratuito, di società scientifiche finanziate da imprese o qualunque altro soggetto privato operante nel settore farmaceutico. 
Simile l’elenco di interessi secondari che si configurano quando questi riguardano parenti o persone comunque vicine a dipendenti, dirigenti e collaboratori AIFA.

Dipendenti e dirigenti sono obbligati a presentare la dichiarazione sul conflitto di interessi (DOI) al dirigente superiore. I componenti di CdA, Cdr, OIV (Organismo indipendente di valutazione), CSE (Commissione scientifica ed economica del farmaco) e i Direttori generali rendono a loro volta la dichiarazione di conflitto di interessi al Comitato dei Garanti, che supporta i responsabili della valutazione del conflitto di interessi nei casi di particolare complessità. Del Comitato fanno parte Lorenzo D’Avack, con funzioni di presidente, e in qualità di componenti Pierluigi Navarra e Giuseppe Fabrizio Maiellaro.

Il Regolamento individua tre livelli di rischio:

  1. Assente o irrilevante, per il quale è consentito il coinvolgimento senza limitazioni nelle attività dell’Agenzia;
  2. Rilevante, per cui sono previste delle limitazioni, come l’obbligo di astensione in quelle fasi del procedimento in cui vi sia l’interesse dichiarato;
  3. Elevato, la cui sussistenza esclude lo svolgimento di qualsiasi attività istituzionale.

Una stretta decisa, alla quale si accompagna un’apertura alla possibilità di avvalersi di “elevate professionalità di carattere infungibile”, indispensabili per il buon funzionamento dell’Agenzia.

Ad esclusione dei componenti del CdA è prevista, inoltre, una specifica autorizzazione da parte del superiore gerarchico per la partecipazione, in rappresentanza dell’Agenzia, come relatore, docente, moderatore o assimilabile ad eventi sponsorizzati da soggetti che operano nel settore del farmaco.

La violazione degli obblighi previsti dal Regolamento comporta la sospensione dell’attività da tre mesi a un anno per esperti, consulenti, collaboratori e componenti gruppi di lavoro non alle dirette dipendenze di AIFA. Per i dipendenti scatta invece il procedimento disciplinare.

«Con il nuovo Regolamento – afferma Pavesi – l’AIFA si muove in linea con la recente decisione della Corte di Giustizia europea, che ribaltando una decisione dell’EMA di non approvare un farmaco, in presenza di un possibile conflitto di interesse, ha stabilito che la stessa Agenzia europea “è tenuta a vigilare per evitare che gli esperti che consulta si trovino in conflitto di interessi”. Un rischio dal quale l’AIFA vuole mettersi al riparo – conclude il Direttore amministrativo – anche con un nuovo codice di comportamento interno che amplia i doveri del personale dell’Agenzia, in un’ottica di prevenzione degli illeciti, con particolare attenzione all’utilizzo di tecnologie informatiche, mezzi di informazione e social media».

Nomina direttore Centro Nazionale Sangue, SIMTi e SidEM scrivono al ministro

Le Società Scientifiche SIMTI (Società Italiana di Medicina Trasfusionale e Immunoematologia) e SIdEM (Società Italiana di Emaferesi e Manipolazione Cellulare) esprimono forte preoccupazione per la proposta di modifica dell’articolo 12 della legge 21 ottobre 2005, n. 219, relativa ai requisiti necessari per la nomina del direttore del Centro Nazionale Sangue e contenuta nell’emendamento 6.00.16 al DDL Prestazioni Sanitarie che intende portare modifiche all’ art. all’ art. 12 c.3 della Legge 219 del 21 ottobre 2005 ampliando la scelta della direzione “tra dirigenti, anche non dipendenti dall’Istituto, con adeguata esperienza dirigenziale”.


Una generica esperienza nel campo della programmazione delle attività sanitarie risulta del tutto insufficiente per garantire l’indispensabile competenza specialistica richiesta in un settore complesso come quello della medicina trasfusionale. Questa competenza ha sinora caratterizzato le direzioni succedutesi alla guida del Centro Nazionale Sangue, consentendo lo sviluppo della medicina trasfusionale italiana, sia a livello regolatorio sia nell’importante dialogo culturale con le scriventi Società Scientifiche e con i gruppi di lavoro europei ed extra-europei impegnati su sicurezza e qualità del sangue e dei suoi prodotti.


Qualora l’emendamento fosse accolto si correrebbe il rischio di perdere la funzione di “controllo tecnico-scientifico” del Centro Nazionale Sangue in particolare per quanto riguarda l’emanazione di linee guida sulla qualità e sicurezza del sangue e dei suoi derivati, in attuazione delle direttive comunitarie, la definizione di linee guida sul modello organizzativo e sull’accreditamento delle strutture trasfusionali, il monitoraggio e la verifica del raggiungimento dell’autosufficienza nazionale in sangue, plasma e medicinali plasmaderivati, la realizzazione di studi e ricerche sulla qualità e appropriatezza delle prestazioni trasfusionali, sui relativi costi, e sull’acquisizione di beni e servizi nel settore trasfusionale, con l’obiettivo di valutare l’efficacia e l’efficienza dei servizi erogati.


La credibilità del Centro Nazionale Sangue deriva anche dal riconoscimento, a livello nazionale e ai livelli europeo e internazionale, della competenza scientifica e professionale in medicina trasfusionale connessa proprio con l’esperienza di una direzione adeguata a guidare il nostro Paese, nel prossimo triennio, nel processo evolutivo di implementazione, nel campo del sangue e dei suoi derivati, delle previsioni del Regolamento Europeo sulle sostanze di origine umana (SoHOs), recentemente adottato da Parlamento e dal Consiglio.
Come Società Scientifiche chiediamo pertanto di rivedere la proposta formulata nell’emendamento in oggetto mantenendo invece ferma la necessità di una direzione medica dotata di adeguata e documentata esperienza clinico-assistenziale, organizzativa e gestionale in ambito trasfusionale

Meeting AIIC: l’ingegneria clinica protagonista nella corretta e puntuale raccolta dei dati per una programmazione efficace

«È stato un evento di successo che ha coinciso con la pubblicazione da parte di AGENAS dei dati sulla distribuzione delle grandi apparecchiature sanitarie in Italia nel 2024. Quindi possiamo dire che abbiamo raggiunto l’obiettivo primario: riunire nello stesso luogo i professionisti delle grandi tecnologie ospedaliere, i referenti istituzionali regionali e delle centrali di committenza, i rappresentanti delle agenzie nazionali ed il mondo della produzione per interrogarci tutti insieme su come contribuire alla sempre più corretta, vasta e puntuale raccolta dei dati ai fini di una programmazione efficace. Ci sembra che da qui si possa partire verso una nuova stagione della sanità»: è quanto dichiarato da Lorenzo Leogrande (past-president AIIC e presidente dell’evento) alla conclusione del 4° Meeting AIIC, Quali dati per la governance delle tecnologie in sanità, tenuto nei giorni scorsi a Verona.



Il Meeting – aperto dal messaggio di Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, che aveva inviato il suo plauso all’«incontro che rappresenta un’opportunità per condividere conoscenze esperienze e innovazioni nel campo dell’ingegneria clinica, settore fondamentale per la salute e il benessere della nostra società» e proposto da professionisti impegnati «nel migliorare le tecnologie ed i processi che supportano un sistema sanitario» – ha visto la partecipazione di oltre 300 professionisti da tutta Italia ed ha registrato gli interventi di Simona Ravizza (giornalista e autrice, insieme a Milena Gabanelli, del volume Codice Rosso, dedicato alle criticità, anche tecnologiche, della sanità nazionale), Alessandro Preziosa (Elettromedicali Confindustria), Guido Beccagutti (Confindustria Dispositivi Medici), Massimo Pulin (Presidente Confimi Sanità), Callisto Marco Bravi (AOU Verona), Roberto Toniolo (Azienda Zero Veneto), Adriano Leli (Azienda Zero Piemonte), Nicola Amadori (Regione Emilia Romagna), Marco Niccolai (Regione Toscana), Massimo Di Gennaro (Estar Campania), Carmine Basilicata (Ministero della Salute) ed Enrica Giarmoleo (Agenas).



«L’idea di fondo da cui è partita la nostra Associazione e che abbiamo approfondito nei lavori del Meeting – precisa Umberto Nocco, presidente AIIC – è che possediamo un patrimonio di informazioni consistente legato alle tecnologie installate, uno scrigno informativo destinato a crescere. Sappiamo guardare i dati, siamo in grado di approfondirli ed analizzarli per fornire strumenti intesi come supporto decisionale per le aziende sanitarie: e quindi a partire da Verona la nostra professione si mette a disposizione di tutti gli stakeholder per essere il luogo di raccolta e di lettura di tutti quei dati utili alla gestione strategica e quotidiana della sanità territoriale». Il commento finale al Meeting è stato proposto da Davide Fasoli, coordinatore regionale AIIC Veneto, insieme a Rudi Coatto, entrambi tra i moderatori delle sessioni dell’evento «Avevamo lanciato una sfida: fare un passo in avanti come professionisti su un argomento che gestiamo tutti i giorni, il dato relativo alle apparecchiature come occasione per migliorare i processi e le performance. Adesso vogliamo entrare nella fase operativa: mettere in pratica nelle nostre aziende questa responsabilità per garantire efficienza, controllo, razionalizzazione e risparmio».  



Il prossimo passo, come annunciato nella sessione finale del Meeting, è nelle mani del Centro Studi AIIC: «Abbiamo programmato un lavoro di stesura di un position paper AIIC – conferma Stefano Bergamasco, coordinatore del Centro Studi – che avrà come punto di partenza la corretta identificazione delle tecnologie biomediche come piattaforma di riferimento globale di quell’universo di dati che devono essere standardizzati, resi interoperabili ed offerti all’intera comunità della sanità, sia professionale che di governance. Per il documento ci muoveremo partendo dai precedenti testi del nostro Gruppo di Lavoro sulla gestione, ma tenendo conto ovviamente delle novità emerse negli anni, in particolare a livello regolatorio europeo con l’identificativo UDI e la banca dati Eudamed. Con questo approccio crediamo di poter avviare un lavoro utile non solo in chiave nazionale, ben coscienti del fatto che anche negli ultimi anni l’Italia è stata di riferimento in questo ambito, con la sua Classificazione Nazionale dei Dispositivi Medici CND, avviata nel 2005, aggiornata negli anni successivi, ed ora adottata a livello comunitario come Nomenclatore su scala europea».  

Alessandro Riccardi è il nuovo presidente SIMEU

Alessandro Riccardi

Il nuovo presidente nazionale SIMEU è Alessandro Riccardi, nominato in occasione della prima riunione del neoeletto Consiglio Direttivo Nazionale della Società Scientifica, risultato delle elezioni avvenute nello scorso novembre. Riccardi, laureato a Genova lavora a Pietra Ligure dal 1° febbraio di quest’anno e sostituisce nella carica Fabio De Iaco, Presidente uscente che entrerà di diritto nell’Ufficio di Presidenza del prossimo triennio come Past President.

Dell’Ufficio di Presidenza nazionale sono stati assegnati anche gli altri incarichi gestionali e rappresentativi: Vicepresidente della società è Mario Guarino(Napoli), Segretario Mirko Di Capua (Bergamo), Tesoriere Giovanni Noto (Ragusa) Coordinatore area infermieristica Antonella Cocorocchio (Roma), mentre il Coordinatore degli Specializzandi eletto è Alessandra Iorfida della Scuola di Specializzazione di Medicina di Emergenza Urgenza Humanitas University di Milano

Fanno inoltre parte del Direttivo Nazionale come Consiglieri: Andrea Fabbri, Roberto Cosentini, Sossio Serra, Simone Vanni, Domenico Michele Spampinato, Anna Maria Brambilla, Paolo Pinna Parpaglia, Daniela Pierluigi, Alessio Gamboni, Gabriele Savioli, Nazerian Peiman e Emiliano Fanicchia e Simoni Pompili per l’area infermieristica.

Il Board si completa con il Collegio dei Revisori dei Conti composto da Fabio Causin, Giuseppina Fera e Marco Valobra ed il Collegio dei Probiviri i dott.ri Gian Alfonso Cibinel, Stefano Paglia e Michele Zagra.

«L’impegno condiviso del nuovo gruppo di lavoro è di rafforzare ulteriormente il ruolo scientifico di SIMEU in tutti gli aspetti dell’emergenza urgenza. In un momento molto difficile in cui è necessario evidenziare il ruolo fondamentale di tutti i professionisti, medici ed infermieri, in ambito ospedaliero e preospedaliero come specialisti unici in una medicina di servizio quale è la MEU è importante per noi rinsaldare un legame costruttivo e di lavoro per innovare e costruire nuovi scenari di valorizzazione per tutti i nostri colleghi», la prima dichiarazione del Presidente neoeletto.

Europa, ancora troppe persone con disabilità sono disoccupate: ecco norme e strategie in campo

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Nel 2022, in Europa, 101 milioni di persone vivevano con una disabilità. Un numero pari al 27% della popolazione sopra i 16 anni. I dati del Consiglio europeo mostrano che il tasso di disoccupazione per le persone con disabilità tra i 16 e i 26 anni è del 17,7%, quasi il doppio rispetto alle persone non disabili. La disabilità spesso si accompagna a ingiustizie e disparità e l’accesso al lavoro rimane uno degli ostacoli più grandi: un quinto delle persone con disabilità in Europa è disoccupato, una situazione che rende difficile l’autonomia economica, aumentando il rischio di povertà e isolamento sociale.

Le disuguaglianze di genere aggravano ulteriormente la situazione: le donne con disabilità rappresentano il 29,5% del totale, rispetto al 24,4% degli uomini. Sul fronte dell’istruzione, il divario è evidente: solo il 29% delle persone con disabilità ha un’istruzione superiore, rispetto al 44% della popolazione generale, una disparità che si traduce in un accesso limitato al lavoro e una maggiore vulnerabilità sociale. Anche durante il recente G7 Inclusione e Disabilità, organizzato dal ministro Alessandra Locatelli in Umbria, sono stati discussi temi critici come inclusione lavorativa, accessibilità e vita autonoma, ponendo le basi per un futuro più equo e inclusivo. Anche per proseguire la strada aperta dalla recente riforma, il Decreto 62 del giugno 2024.

Ma il diritto alla piena partecipazione alla vita civile, sociale e politica è davvero garantito a tutte e tutti? Ne parla a TrendSanità Hayd Hammersley, coordinatore delle politiche sociali del Forum europeo sulla disabilità e Vincenzo Falabella, Presidente FISH onlus. A questi interventi si aggiungono le considerazioni raccolte da un portavoce della Commissione europea.

Barriere all’inclusione lavorativa: poche soluzioni, troppe difficoltà

«Ci sono numerosi ostacoli – esordisce Hammersley -. Nei Paesi UE, le persone con disabilità che iniziano a lavorare perdono spesso i sussidi di invalidità e l’accesso ai servizi gratuiti essenziali e riottenerli, in caso di cessazione del lavoro, è molto complicato. È un problema di non poco conto, poiché molte persone con disabilità faticano a vivere con il solo stipendio, spesso hanno lavori part-time o salari bassi e perché il costo della vita associato alla disabilità è più elevato. Per questo chiediamo all’Europa di conservare l’assegno di invalidità alle persone con disabilità che iniziano a lavorare, anche se parzialmente».

Hayd Hammersley

«Inoltre, molti lavoratori disabili hanno bisogno di adattamenti sul luogo di lavoro (“accomodamenti ragionevoli”) per svolgere al meglio il proprio incarico, ma il procedimento per ottenere le sovvenzioni che li finanziano è complesso e poco trasparente, impedendo così a molti datori di lavoro di accedervi. Infine, è essenziale investire nella formazione digitale per chi è disoccupato e disabile, ma anche nell’educazione generale del personale per rendere il lavoro più accessibile, ad esempio con contenuti digitali fruibili, per colleghi non vedenti o ipovedenti». «Molti datori di lavoro non sanno come facilitare il reclutamento e l’occupazione di persone con disabilità – aggiungono dalla Commissione UE –. Ad esempio, non sempre applicano adeguatamente la Direttiva UE sull’uguaglianza in materia di occupazione (78/2000/CE), che richiede gli accomodamenti ragionevoli»

«Un’altra barriera è la scarsa accessibilità dei luoghi di lavoro, che include l’accessibilità fisica degli edifici, delle tecnologie e dei trasporti, rendendo difficile la partecipazione. Inoltre, l’approccio alla disabilità è spesso frammentato, portando a una mancanza di supporto adeguato e integrato. Per affrontare questi problemi, la Strategia per i diritti delle persone con disabilità 2021-2030 ha posto l’occupazione di persone con disabilità tra le priorità e la Commissione Europea continua a sostenere gli Stati membri per migliorare l’inclusione di queste persone nel mondo del lavoro».

Collocamento mirato: il punto in Italia e in Europa

«In Italia e in Europa – conferma Falabella – l’inserimento delle persone con disabilità nel mondo del lavoro è ostacolato da diverse barriere, tra cui la mancanza di accessibilità fisica e digitale, la carenza di formazione specifica, sia per le stesse persone con disabilità che per i datori di lavoro, ma anche i persistenti stereotipi che vedono la disabilità come un limite insuperabile. Dal canto loro, le aziende, soprattutto le piccole e medie imprese, spesso non sono preparate a creare ambienti di lavoro inclusivi, né hanno sufficienti incentivi economici per farlo. Di conseguenza, la Legge 68/99 e il collocamento obbligatorio delle persone con disabilità sono spesso vissuti come un obbligo e non come un’opportunità».

Non vanno dimenticate le buone prassi che meritano attenzione, come i progetti di integrazione socio-lavorativa sviluppati in collaborazione tra associazioni e imprese sociali

«La legge, infatti, che aveva introdotto il concetto di “collocamento mirato”, obbligando appunto le aziende a riservare una quota di posti di lavoro per le persone con disabilità, secondo le loro capacità e nelle giuste condizioni, continua a incontrare gravi ostacoli nella sua applicazione pratica. Sia in termini di controlli e sanzioni, sia per la frammentazione territoriale e la mancanza di uniformità nelle politiche regionali. Un esempio significativo in tal senso è il modello delle cooperative sociali, che riescono a coniugare impresa e inclusione, favorendo l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità in un contesto protetto, ma produttivo» spiega ancora Falabella.

Cosa fa l’Unione Europea

«I diritti delle persone con disabilità sono garantiti dalla legislazione dell’UE, con la Direttiva sull’uguaglianza in materia di occupazione, l’European Accessibility Act e la recente Direttiva sulla Carta Europea della Disabilità – commentano dalla Commissione europea. Inoltre, il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali sancisce, al principio 17, il diritto delle persone con disabilità a partecipare al mercato del lavoro. L’UE e tutti i suoi Stati membri fanno anche parte della Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità (UNCRPD)».

«Per promuovere l’uguaglianza, la Commissione ha adottato la Strategia per i Diritti delle Persone con Disabilità 2021-2030 che mira a migliorare la vita delle persone con disabilità e a rafforzare l’attuazione della UNCRPD e invita gli Stati membri a fissare obiettivi concreti di occupazione. Ad oggi, 11 Stati membri hanno stabilito questi obiettivi nazionali, mentre altri 6 stanno lavorando in questa direzione» dicono ancora da Bruxelles.

«La Commissione ha anche lanciato il Disability Employment Package, una guida con buone pratiche per supportare ogni fase del percorso lavorativo delle persone con disabilità: dal reclutamento all’assunzione, fino alla permanenza e al ritorno al lavoro. Questo pacchetto è rivolto ai servizi per l’impiego, ai consulenti e ai datori di lavoro».

Esempi di inclusione virtuosa in Europa

«Nei Paesi nordici, è molto più facile rispetto ad altre regioni europee ottenere un assistente personale retribuito che fornisca supporto durante l’orario di lavoro. Per le persone che necessitano di un alto livello di assistenza, questo può fare la differenza tra poter accettare un lavoro o dover rinunciare», spiega Hammersley. «Ogni Paese ha i suoi aspetti positivi e negativi. Tuttavia, in alcuni è ancora diffusa la pratica di inserire le persone con disabilità in laboratori protetti e separati, una tradizione che non rispetta il concetto di occupazione inclusiva, come richiesto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle persone con disabilità. In molti casi, questi lavoratori non hanno un vero contratto e quindi non ricevono nemmeno un salario minimo».

Vincenzo Falabella

Interviene ancora Falabella: «Tra i Paesi più virtuosi, troviamo la Germania, la Svezia e i Paesi Bassi. La Germania ha adottato un sistema di “quote obbligatorie” per l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, accompagnato da un robusto sistema di sanzioni per le aziende che non rispettano tali quote. I fondi raccolti dalle sanzioni sono reinvestiti in programmi di sostegno e formazione per le persone con disabilità. Un altro punto di forza è l’approccio sistematico alle politiche di inclusione, con un forte coordinamento tra servizi pubblici e privati. La Svezia si distingue per la creazione di un ambiente lavorativo flessibile e inclusivo, con politiche mirate a garantire l’accesso a formazione e aggiornamento professionale per le persone con disabilità. La collaborazione tra datori di lavoro e servizi pubblici per l’impiego è molto sviluppata e facilita l’integrazione delle persone con disabilità».

Disability Employment Gap: Italia tra i migliori con alcune criticità

Tra i Paesi con le migliori performance nel ridurre il divario occupazionale tra persone con e senza disabilità troviamo l’Italia, la Spagna e il Portogallo

Secondo la Commissione Europea, «l’occupazione delle persone con disabilità dipende anche da altre politiche nazionali, come istruzione, formazione, politiche giovanili, misure antidiscriminazione, assistenza sanitaria e protezione sociale. Occorre considerare tutti questi fattori per avere un quadro completo della situazione. A livello dell’UE, si valutano diversi indicatori, come il tasso di istruzione terziaria, l’abbandono scolastico precoce, l’accesso ai servizi e la differenza di occupazione tra persone con e senza disabilità (disability employment gap), uno degli indicatori principali del Social Scoreboard».

L’Italia ha un gap di 15,9 punti percentuali, la Spagna di 13,8 e il Portogallo di 14, rispetto alla media UE di 21,5 nel 2023. Tuttavia, l’Italia presenta anche alcune criticità: il tasso di abbandono scolastico precoce per le persone con disabilità è molto alto (36,6% rispetto al 19,2% della media UE) e il livello di istruzione terziaria è uno dei più bassi (16,2% rispetto al 35,7% della media UE). Inoltre, un terzo dei giovani con disabilità in Italia non è né in formazione né in occupazione, rispetto alla media UE del 27,3% (2022).

La “blacklist” dei Paesi meno inclusivi

«Nel panorama europeo – afferma il Presidente FISH onlus – ci sono Paesi che hanno più di altri difficoltà nell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità. In Grecia e in Romania, ad esempio, nonostante l’adozione di normative europee, l’inclusione nel mondo del lavoro è molto bassa. Sono Paesi che soffrono la mancanza di politiche attive sul lavoro e di servizi di sostegno efficienti. Le barriere strutturali e culturali sono ancora molto radicate e spesso le persone con disabilità sono viste come dipendenti da sussidi, piuttosto che come lavoratori e lavoratrici da includere».

Europa vs Italia

Secondo le stime più recenti, indicate dal Forum Europeo sulla Disabilità, solo il 51,3% delle persone attive in età lavorativa con disabilità nell’UE ha un lavoro retribuito

A livello europeo, la situazione è diversa ma continua ad essere preoccupante. Le donne e i giovani con disabilità poi sono più svantaggiati degli uomini. Percentuali e dati sono ulteriormente penalizzanti per chi ha disabilità intellettive e del neurosviluppo. «Guardando ai singoli Paesi – interviene Falabella ­– ve ne sono alcuni nei quali l’inclusione lavorativa è più strutturata e sostenuta da politiche pubbliche e da una collaborazione stretta tra pubblico e privato. Per quanto riguarda l’Italia, possiamo dire che si trova in una posizione intermedia: se da un lato le normative ci sono, così come gli esempi virtuosi delle Cooperative sociali, dall’altro la frammentazione e la mancanza di coordinamento tra le istituzioni e il settore privato limitano i risultati».

«Ci sono progetti di grande valore, come il Progetto Cometa in Lombardia, che promuove l’inserimento lavorativo dei giovani con disabilità intellettive attraverso un modello di apprendimento duale, in cui la formazione teorica si integra con l’esperienza pratica in azienda. Anche il programma Garanzia Giovani prevede specifiche misure per facilitare l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, sebbene con risultati variabili in base alle Regioni».

Nuove tecnologie e inclusione lavorativa

Automazione e intelligenza artificiale possono rappresentare un rischio se non accompagnate da politiche di inclusione

«Le nuove tecnologie rappresentano una leva fondamentale per l’inclusione lavorativa – conclude Falabella – poiché permettono di superare molte barriere tradizionali. Strumenti come software per la comunicazione aumentativa e alternativa, dispositivi per il controllo vocale o oculare e le piattaforme di telelavoro possono offrire opportunità lavorative concrete anche a persone con gravi disabilità. Tuttavia, l’accesso a queste tecnologie non è ancora garantito per tutti, soprattutto in termini di costi e formazione. È necessario, pertanto, che le aziende e le Istituzioni investano in formazione tecnologica, affinché le persone con disabilità possano sfruttare appieno queste opportunità. L’automatizzazione di alcuni lavori potrebbe addirittura ridurre le opportunità per chi ha una disabilità, salvo che le nuove tecnologie non siano progettate sin dall’inizio per essere accessibili e inclusive. In Italia, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha destinato fondi anche per l’innovazione tecnologica a favore delle persone con disabilità, puntando sull’abbattimento delle barriere digitali. Questo rappresenta un’opportunità cruciale per integrare le tecnologie a beneficio dell’inclusione lavorativa».

Grandi apparecchiature sanitarie in Italia: il report AGENAS 2024

Le grandi apparecchiature sanitarie in Italia si trovano in prevalenza nelle strutture pubbliche, ad eccezione delle risonanze magnetiche, che risultano collocate per il 60% in strutture private accreditate, e dei mammografi, di cui il 52% si trova nel privato (accreditato e non accreditato). In totale le grandi apparecchiature sono 8.228; il 51% risulta allocato in strutture pubbliche, il 44% in strutture private accreditate e il 6% in strutture private non accreditate. A scattare questa fotografia è il report AGENAS sulla distribuzione delle grandi apparecchiature sanitarie in Italia, realizzato dall’Agenzia con la collaborazione delle Società Scientifiche di settore e del Ministero della salute che, in particolare, ha fornito i dati aggiornati a maggio 2024 provenienti dal flusso informativo per il monitoraggio di questo tipo di apparecchiature sanitarie in uso presso le strutture sanitarie pubbliche, private accreditate e private non accreditate istituito con Decreto del Ministero del 22 aprile 2014.

Nel documento è possibile rilevare le informazioni riguardo queste tipologie di apparecchiature: Tac (TC), risonanze magnetiche (RM), acceleratori lineari, sistemi robotizzati per chirurgia endoscopica, sistemi TC/PET, gamma camere computerizzate, sistemi TC/gamma camera, mammografi, angiografi.

Fonte: Rapporto Agenas Grandi apparecchiature 2024

Il 34% delle grandi apparecchiature ha un’età minore o uguale a 5 anni, il 29% tra 5 e 10 anni, il 37% più di 10 anni

Le apparecchiature che presentano una maggiore numerosità rispetto alla popolazione sono le TC (37,3 per milione di abitanti), i mammografi (35,2 per milione di abitanti), le RM (32,9 per milione di abitanti).

A livello europeo, l’Italia presenta un numero di TC e RMN per milione di abitanti paragonabile a quello della Germania (36,5 TC e 35,2 RM per milione di abitanti) e superiore a quello di altri Paesi quali Spagna (21,4 TC e 20,3 RM per milione di abitanti) e Francia (19,5 TC e 17 RM per milione di abitanti).

L’obiettivo del Report è rendere disponibile la conoscenza aggiornata della dotazione, distribuzione sul territorio nazionale, livello tecnologico e obsolescenza delle grandi apparecchiature presenti nelle strutture delle varie Regioni e Province Autonome. Infatti, il livello tecnologico delle apparecchiature sanitarie e la loro adeguata distribuzione sul territorio rivestono un ruolo fondamentale nel garantire la qualità dell’assistenza erogata dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN), l’equità nell’accesso alle prestazioni, la riduzione dei tempi di degenza e delle liste d’attesa, la razionalizzazione delle risorse.

Partendo dalla fotografia aggiornata della dotazione e distribuzione in Italia, sarà anche possibile valutare gli effetti degli investimenti del PNRR

Le successive edizioni del Report consentiranno, attraverso l’aggiornamento delle informazioni del flusso informativo, di poter rilevare gli effetti derivanti dall’impatto del sub investimento della M6C2 del PNRR sulle grandi apparecchiature per l’ammodernamento del parco tecnologico ospedaliero attraverso l’acquisizione di TC, risonanze magnetiche, acceleratori lineari, angiografi, gamma camere, gamma camere/TC e mammografi.

Per favorire la maggior diffusione e approfondimento dei dati disponibili, AGENAS rende disponibile anche una dashboard navigabile, accessibile liberamente dal proprio Portale statistico (Portale Statistico AGENAS), nella quale sono riportati ulteriori informazioni e dettagli relativi al parco tecnologico per Azienda e singola struttura sanitaria.

Fonte: Rapporto Agenas Grandi apparecchiature 2024

Prosegue l’iter del correttivo al Codice dei contratti pubblici

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Prosegue l’iter dello schema di decreto legislativo correttivo al Codice dei contratti pubblici (Disposizioni integrative e correttive al codice dei contratti pubblici di cui al decreto legislativo 31 marzo 2023, n. 36): approvato dal Consiglio dei Ministri il 21 ottobre 2024, il testo del decreto in questi giorni è passato al vaglio del Consiglio di Stato e alle Commissioni parlamentari per ulteriori pareri.

Lo schema di decreto, frutto di un ampio processo di consultazione che ha coinvolto oltre 90 stakeholder (77 operatori privati e 17 soggetti pubblici), è stato concepito per migliorare l’efficienza, la trasparenza e l’equità del sistema degli appalti pubblici, affrontando criticità emerse durante l’applicazione del Codice vigente (D.Lgs. n. 36/2023). Riassumiamo di seguito alcune delle principali novità del correttivo e le possibili implicazioni sul settore sanitario.

Novità principali del correttivo

L’equo compenso è uno dei pilastri fondamentali del correttivo. Viene introdotto un meccanismo che garantisce che i professionisti coinvolti negli appalti pubblici ricevano compensi adeguati. Per gli affidamenti diretti, il compenso minimo è fissato all’80% del corrispettivo previsto, mentre nelle gare d’appalto si applica un sistema di calmierazione per i ribassi, con un tetto fissato al 35% del corrispettivo. Queste misure mirano a prevenire offerte al ribasso che potrebbero compromettere la qualità dei servizi e delle opere.

Il correttivo conferma l’applicazione di un contratto collettivo unico nelle gare d’appalto e introduce linee guida specifiche per le stazioni appaltanti. Questo approccio garantisce che le tutele lavorative siano equipollenti a quelle del contratto collettivo indicato, contribuendo a evitare il dumping contrattuale e a rafforzare la protezione dei lavoratori nel settore sanitario.

Lo schema di decreto è frutto di un ampio processo di consultazione che ha coinvolto oltre 90 stakeholder

Un altro aspetto cruciale è la revisione dei prezzi, chiarita nel contesto dell’equilibrio contrattuale. Il correttivo introduce un nuovo allegato che disciplina l’attuazione delle clausole di revisione per lavori, servizi e forniture. Questo permette ai contratti pubblici di adeguarsi alle variazioni di costo senza compromettere l’equilibrio finanziario delle parti coinvolte, riducendo l’incertezza per le imprese.

Il correttivo potenzia la digitalizzazione attraverso l’introduzione di misure che semplificano le procedure di gara e migliorano la trasparenza. Questa spinta verso la digitalizzazione è particolarmente importante per il settore sanitario, dove una gestione più efficiente delle pratiche burocratiche può tradursi in un miglioramento della qualità dell’assistenza.

Inoltre, il correttivo prevede anche l’apertura delle gare pubbliche agli enti del terzo settore, inclusi quelli operanti nel campo della salute e del sociale. Questa modifica potrebbe favorire una maggiore partecipazione di organizzazioni non profit nella fornitura di servizi sanitari, aumentando la competitività e migliorando l’accesso ai servizi per i cittadini.

Impatti attesi sul settore sanitario

Le modifiche introdotte dal correttivo al Codice degli Appalti promettono di avere un impatto profondo e positivo sul settore sanitario, toccando aspetti chiave come la qualità, la trasparenza e l’inclusione sociale.

Uno dei principali benefici attesi riguarda il miglioramento della qualità dei servizi sanitari. L’introduzione dell’equo compenso, insieme a nuove tutele per i lavoratori coinvolti, mira a creare un sistema più equo e stabile. Questi cambiamenti potrebbero favorire un ambiente lavorativo più motivante per i professionisti del settore, con ricadute dirette sulla qualità delle prestazioni sanitarie erogate ai cittadini. Un sistema che premia la professionalità e tutela i diritti dei lavoratori può infatti garantire servizi più efficienti e attenti ai bisogni della popolazione.

L’approvazione del testo, dopo i passaggi in Consiglio di Stato, Conferenza Unificata e Camere, è prevista entro fine anno

Un altro aspetto fondamentale è rappresentato dalla maggiore trasparenza nei processi di appalto. La digitalizzazione delle procedure, accompagnata da una revisione dei prezzi e da meccanismi di controllo più stringenti, contribuirà a rendere il sistema più chiaro e competitivo. Questo non solo ridurrà le possibilità di irregolarità e inefficienze, ma consentirà anche di ottimizzare le risorse disponibili, indirizzandole verso interventi realmente necessari e di valore. Una gestione trasparente degli appalti può, inoltre, rafforzare la fiducia dei cittadini e degli operatori nel sistema sanitario.

Infine, il correttivo offre opportunità significative in termini di inclusione sociale. L’apertura agli enti del terzo settore rappresenta un passo importante verso una sanità più inclusiva e orientata alle comunità. Questi enti, grazie alla loro natura spesso radicata nel territorio e alla loro sensibilità verso le esigenze sociali, potranno contribuire a diversificare l’offerta di servizi, rispondendo in modo più capillare e mirato ai bisogni di gruppi vulnerabili o di specifiche realtà locali. Ciò potrebbe favorire una maggiore equità nell’accesso ai servizi sanitari e una sanità più vicina alle persone.

Conclusioni

Le misure proposte nello schema di decreto mirano a garantire una gestione più equa ed efficiente degli appalti pubblici in Italia, con elementi essenziali per migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria fornita ai cittadini e ripercussioni positive attese anche nel settore sanitario.

L’approvazione del testo, dopo i passaggi in Consiglio di Stato, Conferenza Unificata e Camere, è prevista entro fine anno.

Farmacisti dirigenti senza specializzazione, SIFO dice: NO grazie

La Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie-SIFO  sta seguendo con attenzione il dibattito parlamentare che in questi giorni è particolarmente intenso sui temi che riguardano la salute e le sue professioni. In particolare l’attenzione della Società scientifica si pone su un emendamento al DDL Liste d’Attesa (il 6.0.15, “Disposizioni relative all’esercizio della professione di farmacista“) in cui si paventa la possibilità per i laureati in Farmacia e Farmacia Industriale abilitati all’esercizio della professione di farmacista, di partecipare ai concorsi pubblici per dirigente sanitario farmacista del Servizio Sanitario Nazionale anche senza specifica specializzazione.

Arturo Cavaliere: «Siamo in dialogo con Ministro e Sottosegretario e confidiamo che la professione venga rinforzata anziché indebolita»

«Come SIFO stiamo seguendo con attenzione questo emendamento», dichiara Arturo Cavaliere, presidente della Società. «Ci pare che, se l’emendamento venisse accolto, imprimerebbe un indirizzo preoccupante all’intero sistema della sicurezza delle cure, perché porterebbe alla semi-distruzione della professione specialistica di farmacista ospedaliero, mettendo in serio pericolo il mondo Accademico Universitario e della formazione specialistica, facendo da cavallo di Troia ed indebolendo un sistema complessivo di diagnosi, cura, vigilanza e ricerca».

«La SIFO», conclude Cavaliere, «sta dialogando da tempo con il Ministro Orazio Schillaci ed il Sottosegretario Marcello Gemmato, oltre che con FOFI, per la difesa, il consolidamento ed il rilancio della professione del farmacista ospedaliero e dei servizi sanitari. Di conseguenza ci siamo subito attivati per una interlocuzione diretta affinché l’emendamento indicato non venga approvato. Confidiamo nel Governo e nel Parlamento affinché la nostra professione venga rinforzata, invece che indebolita, per il suo ruolo trasversale e sempre più centrale nel rinnovamento del SSN».