Al via il secondo Bando di Ricerca Indipendente 2025 promosso dall’Agenzia Italiana del Farmaco, che rafforza l’impegno a sostegno di studi no profit in aree strategiche per il Servizio sanitario nazionale. Dopo il successo del primo Bando dedicato alle malattie rare, questa nuova iniziativa si concentra su due fronti cruciali, il contrasto all’antimicrobico-resistenza e la medicina di precisione, mettendo a disposizione 20 milioni di euro con l’obiettivo di finanziare studi non a fini commerciali, in grado di generare nuove evidenze scientifiche con ricadute positive sulla salute dei cittadini e sull’intero SSN.
«Promuovere la ricerca indipendente è una delle priorità del mio mandato – sottolinea il Presidente di AIFA, Robert Nisticò –. Un impegno mantenuto riavviando i Bandi finanziati dall’Agenzia, in particolare in aree di potenziale scarso interesse per la ricerca profit e su settori d’importanza strategica per il nostro servizio sanitario, per contribuire concretamente all’innovazione e alla sostenibilità del SSN».
Il Bando, finanziato con il Fondo costituito dal 5% delle spese promozionali sostenute annualmente dalle aziende farmaceutiche, è rivolto a ricercatori italiani di enti e istituzioni pubbliche, che intendano presentare progetti di ricerca indipendente sull’antimicrobico-resistenza e la medicina di precisione. Sarà online, con la relativa documentazione, sul portale dell’Agenzia da lunedì 15 settembre.
Le proposte potranno essere inviate dalle ore 12 di lunedì 15 settembre alle ore 12 di martedì 18 novembre 2025, esclusivamente tramite il nuovo Sistema di Ricerca Indipendente (SRI), disponibile sul portale dei servizi AIFA.
«L’antibiotico-resistenza – ricorda Nisticò – è una pandemia silente che, secondo le ultime stime del Centro europeo per il controllo delle malattie (ECDC), provoca 12mila morti l’anno nel nostro Paese ed ha anche un impatto economico significativo, con un costo di 2,4 miliardi l’anno per l’SSN e 2,7 milioni di posti letto occupati a causa di queste infezioni. Di fronte a questa emergenza – prosegue Nisticò – è necessario adottare un approccio globale e incentivare la ricerca: l’obiettivo è assicurare un uso ottimale degli antimicrobici per evitare che diventino armi spuntate».
Il Bando punta a valutare nuove combinazioni terapeutiche di antimicrobici; favorire strategie innovative per migliorarne l’efficacia; individuare marcatori predittivi della risposta a questi farmaci e utilizzare nuovi strumenti diagnostici, come i test rapidi. Particolare attenzione è rivolta anche alla medicina di precisione, alle potenzialità della farmacogenomica e al contributo dell’Intelligenza Artificiale, in particolare in oncologia, neurologia e psichiatria.
«Si tratta di una delle più grandi rivoluzioni degli ultimi decenni, fondamentale per rendere le terapie sempre più personalizzate: comprendere come la genetica influenza la risposta ai farmaci – conclude il presidente di AIFA – permette di ottimizzarne l’efficacia e ridurre gli effetti avversi, razionalizzare le prescrizioni e migliorare la qualità di vita dei pazienti, soprattutto quelli che assumono più medicinali. La ricerca è essenziale. Le nuove conoscenze, abbinate alla tecnologia, possono contribuire a decisioni terapeutiche sempre più mirate».
Il quadro emerso dalle prove di accesso ai corsi di laurea delle professioni sanitarie restituisce luci e ombre, ma il “bicchiere mezzo pieno” c’è: tiene l’attrattività complessiva dell’area sanitaria tecnica, della riabilitazione e della prevenzione. In particolare, alcuni profili mostrano una marcia in più. Nell’area sanitaria tecnica spiccano Dietisti (D/P 2,9: 1.720 domande su 603 posti) e Tecnici Sanitari di Radiologia Medica (D/P 2,7: 4.249 domande su 1568 posti, +8% rispetto al 2024); nell’area della riabilitazione Logopedisti (D/P 4,8: 4.713 domande su 1032 posti, +21% rispetto al 2024) e Terapisti della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (D/P 2,0; 807 domande su 412 posti, +3% rispetto al 2024); nell’area della prevenzione e promozione della salute Osteopatia (D/P 2,5; 395 domande su 155 posti, +18%), in un quadro generale di 57.985 domande per 33.695 posti nelle università statali (D/P medio 1,7; domande −1,5%, posti +3,8%).
«Vogliamo ribadire un messaggio chiaro: le nostre professioni, grazie al loro profilo specializzato e specialistico, mantengono un forte appeal e devono essere salvaguardate come valore imprescindibile per il Sistema Salute – ha dichiarato Diego Catania, Presidente della Federazione nazionale Ordini TSRM e PSTRP -. Dove l’attrattività è più alta riscontriamo il riconoscimento della caratura delle professioni; dove, invece, persistono minore attrattività e scarso riconoscimento, è necessario intervenire subito con misure correttive. Se non investiamo sulle professioni ad oggi più in sofferenza, rischiamo di disperdere fondamentali competenze specialistiche, con un inevitabile impatto negativo sulla qualità delle cure e dell’assistenza».
Per alcuni profili, in particolare, i dati mostrano un rapporto inferiore a 1 tra domande e posti disponibili: Educatore Professionale (D/P 0,6), Tecnico Audiometrista (0,5) e, con D/P 0,4, Tecnico Ortopedico, Tecnico Audioprotesista, Assistente Sanitario e Terapista Occupazionale (pur con un +33% di domande): un segnale di attrattività insufficiente e di potenziale affaticamento strutturale. Pur sapendo che le graduatorie successive (seconda e terza scelta) prospettano un parziale recupero, occorre una cura d’urto mirata: aggiornamento degli inquadramenti e delle aree di pratica, incentivi economici specifici (tirocini retribuiti, borse vincolate), percorsi di carriera ben definiti e campagne di orientamento dedicate nelle scuole e sul territorio. In assenza di azioni tempestive, ci si ritroverà ad affrontare importanti carenze in ambiti cruciali (prevenzione, salute pubblica, riabilitazione, audiologia e ortoprotesica), con la conseguente impossibilità di rispondere adeguatamente ai bisogni della cittadinanza.
La FNO TSRM e PSTRP individua tre principali assi di intervento: la salvaguardia del valore specialistico delle professioni, con la definizione e il riconoscimento nazionale di competenze avanzate, aree di pratica estesa e percorsi di carriera coerenti con la responsabilità e l’autonomia acquisite; la valorizzazione dei professionisti dal punto di vista contrattuale e organizzativo, attraverso leve retributive mirate, flessibilità oraria, ambienti di lavoro sostenibili e sviluppo professionale continuo, e infine l’istituzione di borse e sostegni ai tirocini delle professioni sanitarie, in particolare nei territori a più alto costo della vita.
Conclude Catania: «La tenuta delle professioni sanitarie deve diventare una priorità nazionale. Occorre attuare misure immediate attraverso la cabina di regia interministeriale: calendario nazionale dei bandi con finestre di iscrizione più ampie e orientamento mirato, borse per i tirocini e soluzioni housing per i fuori sede, incentivi/indennità per i profili carenti; nonché riforme strutturali: percorsi di carriera e pratica avanzata e formazione con tutoraggio riconosciuto. Come ho ripetuto più volte, inoltre, è ora di lasciarsi alle spalle il vincolo di esclusività per le professioni sanitarie, che blocca e penalizza la crescita dei professionisti. Il nostro obiettivo dev’essere quello di attrarre, formare, trattenere e valorizzare profili altamente specializzati, che rappresentano una risorsa imprescindibile per il Sistema Salute. Solo così potremo evitare la dispersione delle competenze e garantire davvero l’universalità e l’efficacia delle cure».
Dalle patologie psichiatriche alla scabbia, dalle dipendenze alle cure odontoiatriche inesistenti, nelle carceri italiane il diritto alla salute resta spesso un’utopia. Medici e Polizia penitenziaria denunciano la frammentazione territoriale, l’assenza di coordinamento e il vuoto formativo per chi opera in questi contesti. E mentre i numeri dei suicidi aumentano, la sanità penitenziaria continua a essere la “parente povera” del Servizio Sanitario Nazionale. Servirebbe un modello unico, nazionale e strutturato, ma anche una riforma culturale, prima ancora che organizzativa.
Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Antonio Maria Pagano, Presidente del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe), e Donato Capece, Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE).
Professione: medico e poliziotto in carcere
Antonio Maria Pagano
«Le motivazioni che possono spingere un medico a lavorare all’interno del carcere sono molteplici – spiega Pagano –. C’è chi è mosso dal desiderio di aiutare, ma anche chi è attratto dalla sfida professionale che comporta lavorare in un ambito tanto complesso. Qui il corpo diventa spesso un mezzo per ottenere benefici, per uscire dalla cella o un linguaggio per esprimere disagio. Servono competenze cliniche, medico-legali e una buona conoscenza delle normative, perché bisogna sapere a che punto del processo si trova il detenuto quando si rivolge a noi.
Fino al 2010 – prosegue – medici, infermieri e operatori sanitari erano dipendenti o consulenti del Ministero della Giustizia, scelti direttamente dai direttori degli istituti. Erano pagati a prestazione. Con il passaggio della sanità penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale, è cambiato tutto: oggi sono dipendenti del SSN, ma l’organizzazione dell’assistenza resta disomogenea, a “macchia di leopardo”, con differenze tra le varie aziende sanitarie, tra servizi di base, salute mentale, dipendenze ed équipe multidisciplinari».
La relazione di cura in carcere coinvolge aspetti sanitari, giuridici, penitenziari
«Prima – aggiunge Capece – c’erano medici dedicati esclusivamente all’assistenza sanitaria dei detenuti. Li conoscevano, sapevano distinguere chi aveva davvero bisogno da chi cercava un pretesto per uscire dal carcere. Oggi, con medici esterni spesso poco esperti, è più facile che si autorizzi un accesso in Pronto Soccorso per paura di reazioni violente. Poi lì, in ospedale, si scopre che non c’erano reali motivi clinici e si torna indietro. Il tutto, dopo aver organizzato una scorta e una macchina e impegnati diversi agenti. In alcuni penitenziari si potevano fare anche le analisi del sangue e in più c’erano dentisti, psicologi, specialisti che visitavano regolarmente i detenuti, addirittura c’erano sale operatorie di emergenza, quasi mai usate».
Il sindacato: più strutture, meno improvvisazione
«Il nostro ruolo, rappresentando le donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria che vivono la realtà delle carceri nella prima linea delle sezioni detentive 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, è proporre soluzioni concrete ai problemi reali – afferma Capece –. Le tossicodipendenze creano da sempre enormi difficoltà gestionali, così come la presenza di persone con disturbi psichiatrici. Dopo la chiusura degli OPG (Ospedale Psichiatrico Giudiziario), molti di loro sono finiti in carcere, perché le REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza) sono pochissime. E così anche chi non dovrebbe stare in carcere, finisce per restarci.
Donato Capece
L’assistenza psichiatrica è carente, ma l’ASL fa poco per potenziare questi servizi. Il personale sanitario è insufficiente e noi agenti penitenziari ci troviamo a fare anche da educatori, assistenti, ascoltatori, infermieri e cappellani. Crediamo che tutti questi problemi si possano affrontare tornando a un modello di sanità penitenziaria autonomo e strutturato, com’era prima di essere inglobato nel SSN. Un modello che funzionava».
Un rapporto di cura da costruire
«Il rapporto medico-paziente in carcere è anomalo – chiarisce Pagano. Nella sanità territoriale, è il paziente a scegliere il medico. In carcere no, il medico è assegnato. In alcuni casi si può fare richiesta di uno specialista esterno, ma serve l’autorizzazione. Chi sta in carcere, normalmente (ma non è scontato), ha lo stesso gruppo di medici, almeno per l’assistenza di base. Per le visite specialistiche, invece, o viene lo specialista in istituto oppure la persona accede a un ambulatorio esterno tramite prenotazione. In tutto questo, è fondamentale includere anche gli aspetti giuridici nell’anamnesi. Sapere a che punto è il procedimento, cosa sta accadendo nell’istituto. Anche un malessere improvviso può dipendere da dinamiche non cliniche ma ambientali».
Verso un modello nazionale integrato
«Come Società Italiana di Sanità Penitenziaria – sottolinea Pagano – abbiamo proposto un modello unico, valido su tutto il territorio. Lo abbiamo presentato al Ministero e al nostro Congresso. Serve un’organizzazione sanitaria coerente, integrata, formativa. La relazione di cura in carcere è complessa: coinvolge aspetti sanitari, giuridici, penitenziari. Gli istituti sono spesso inadeguati, costruiti prima della riforma dell’ordinamento penitenziario. Spazi vetusti che influenzano negativamente la salute di tutti, detenuti, agenti, operatori sanitari e il burnout è dietro l’angolo».
Patologie diffuse, dati frammentari, criticità croniche
«Ad oggi non esiste un sistema nazionale di rilevamento dello stato di salute nelle carceri – spiega Pagano. L’unico studio è del 2014, realizzato per un progetto CCM. Le patologie psichiatriche coinvolgono circa il 10% della popolazione detenuta. Le dipendenze riguardano più del 30%, ma superano il 70% se si considerano anche i casi non dichiarati. L’HIV è oggi residuale, mentre la tubercolosi in forma latente è presente soprattutto tra chi proviene da contesti fragili o comunque da territori dove è ancora endemica. Il carcere, spesso, è il primo vero contatto con un medico, per questo la sanità penitenziaria ha anche un valore preventivo importantissimo.
Ad oggi non esiste un sistema nazionale di rilevamento dello stato di salute nelle carceri
Le malattie cutanee, come la scabbia, sono frequenti, ma l’isolamento dei casi è difficile da attuare per carenze igieniche, sovraffollamento, strutture inadeguate. L’igiene è responsabilità dell’amministrazione penitenziaria, non del servizio sanitario. Grave anche la situazione odontoiatrica. Molti detenuti, infatti, soprattutto tossicodipendenti, hanno gravi problemi dentari. Le cure odontoiatriche non rientrano nei LEA, a parte le estrazioni, cura delle carie e poco più. Chi non può pagare, quindi, resta senza denti. Solo chi ha soldi può permettersi cure complete, creando disparità anche all’interno del carcere. Serve un’odontoiatria sociale, pubblica, accessibile».
«In una situazione di sovraffollamento cronico – aggiunge Capece –, dove ogni anno passano oltre 100 mila persone, anche garantire il diritto alla salute diventa un’impresa. Le malattie psichiche sono le più diffuse, seguite da disturbi gastrointestinali, obesità, diabete e osteoporosi, spesso legati a cattiva alimentazione, carenza di vitamina D e sedentarietà. Mancano gli screening e ciò comporta ritardi diagnostici gravi. Spesso poi siamo noi poliziotti i primi a intervenire in casi di autolesionismo o tentativi di suicidio».
Cosa succede dopo: la continuità assistenziale interrotta
«Una volta uscite, le persone tornano cittadine come tutte le altre – spiega Pagano –, ma manca un sistema per garantire la continuità delle cure. A volte ci comunicano la scarcerazione lo stesso giorno e riusciamo al massimo a consegnare un primo ciclo di terapia e a redigere una “lettera di dimissione” che ha il fine di informare il medico di famiglia di quanto fatto durante il periodo detentivo.
Alcune persone, pur di avere i domiciliari, peggiorano volontariamente le proprie condizioni cliniche e non si curano
Più complesso il discorso per chi va agli arresti domiciliari. Se la sanità penitenziaria si occupa solo di chi è fisicamente in carcere, queste persone restano senza assistenza o, se devono fare una visita medica, devono seguire tutto l’iter insieme all’avvocato e chiedere l’autorizzazione del giudice. Ciò comporta anche dei costi, per questo proponiamo una sanità penitenziaria che segua anche le persone sottoposte a misure restrittive. Avere servizi dedicati nelle Asl consentirebbe di garantire continuità di cura anche fuori dal carcere.
Formazione, responsabilità, consapevolezza
«La sanità penitenziaria è oggi frammentata e disomogenea – continua Pagano – e manca una formazione obbligatoria. Servirebbe già nei corsi di medicina generale e nelle scuole di specializzazione. Lavorare in carcere richiede consapevolezza, conoscenze giuridiche, capacità di redigere relazioni per i magistrati. Non basta saper curare e, se l’assistenza in carcere resta residuale, affidata a chi ha un po’ di tempo libero, non si costruisce competenza».
La sanità penitenziaria è oggi frammentata e disomogenea e manca una formazione obbligatoria
«Il Presidente della Repubblica Mattarella ha definito quella dei suicidi in carcere una vera emergenza sociale – ricorda Capece. Nel 2024 si sono contati 246 decessi in carcere, di cui 91 per suicidio. Numeri che parlano da soli. Ma a fare seriamente riflettere è anche l’alto numero di suicidi che si registra tra gli appartenenti al Corpo: dal 2000 ad oggi parliamo dell’inaccettabile numero di 100. Il Governo ha inserito la prevenzione dei suicidi e dell’autolesionismo tra le priorità e ha istituito, con il DPR 13 novembre 2024 n. 217, il ruolo tecnico per i medici della Polizia Penitenziaria con formazione specifica e aggiornamenti professionali obbligatori. Abbiamo ottenuto 103 posti, ma le procedure sono ferme, vanno avviati i concorsi. Serve riconoscere la specificità della medicina penitenziaria. Un esempio concreto? Gli ospedali dei comuni sede di istituti penitenziari dovrebbero avere reparti di medicina protetta, dove detenuti e sicurezza siano entrambi tutelati. Un modello da estendere e regolamentare».
Il coraggio di pensare un carcere diverso
Secondo i dati del Garante dei detenuti – conclude Capece –, ci sono almeno 9.715 persone con pene definitive inferiori a un anno. Sono persone che potrebbero scontare la pena fuori, sul territorio. C’è chi è dentro per tre mesi, sei mesi, perfino uno. Ma il carcere non può essere la risposta a tutto. La custodia cautelare dovrebbe essere riservata solo a chi è realmente pericoloso, non può diventare la norma per chiunque.
Occorre il coraggio di immaginare un “carcere invisibile” sul territorio, gestito dalla Polizia Penitenziaria con gli Uffici di esecuzione penale esterna
Si possono controllare le persone ai domiciliari, chi lavora in azienda o in progetti di recupero ambientale o chi segue un percorso di reinserimento. È possibile, occorre cambiare mentalità. Pensare che la detenzione sia l’unica soluzione, anche per pene brevi, è sbagliato e pericoloso. Non voglio passare per buonista: chi commette un reato deve pagare. Ma la pena detentiva non può essere l’unica via. Soprattutto quando parliamo di chi ha meno di un anno da scontare».
La UGL Salute esprime fortissima preoccupazione per il drammatico calo delle domande di ammissione ai corsi di laurea in Infermieristica, che quest’anno segnano una nuova e preoccupante flessione. I dati parlano chiaro: per l’anno accademico 2024/2025 sono state presentate circa 21.250 domande per 20.435 posti disponibili, con un decremento di oltre 2.300 domande rispetto all’anno precedente. Il calo complessivo rispetto al 2023 è del -10%, ma se allarghiamo lo sguardo agli ultimi 15 anni, il dato è sconvolgente: si registra una diminuzione del 54,2% delle iscrizioni ai test di ammissione a Infermieristica, passando da 46.281 nel 2010 a poco più di 21.000 nel 2024. Un segnale inequivocabile di una crisi profonda che mina le fondamenta del nostro Servizio Sanitario Nazionale.
«Siamo di fronte a un’emergenza strutturale che non può più essere ignorata. Questo crollo rappresenta una minaccia diretta alla tenuta del sistema sanitario pubblico italiano – denuncia con fermezza Gianluca Giuliano, Segretario Nazionale della UGL Salute -. Senza un ricambio generazionale di infermieri, tra pochi anni non avremo più personale sufficiente per garantire nemmeno i livelli essenziali di assistenza».
Negli ultimi 10 anni le domande per Infermieristica sono calate del 54,2%
Le cause di questo declino sono molteplici, prima di tutto le condizioni di lavoro estreme a cui gli infermieri sono sottoposti: turni massacranti, carichi di lavoro insostenibili, aggressioni nei luoghi di cura, retribuzioni ferme da oltre un decennio. A questo si aggiunge la mancanza di valorizzazione della figura professionale, percepita da molti giovani come svilita. «Chi vorrebbe entrare in un mondo dove si lavora ininterrottamente di notte, nei weekend, sotto stress costante e con uno stipendio che non basta a vivere dignitosamente?» si chiede Giuliano.
Gianluca Giuliano
A tutto ciò si aggiunge la fuga all’estero di migliaia di giovani neolaureati ogni anno, attratti da Paesi che offrono stipendi più alti, migliori condizioni contrattuali e reali opportunità di crescita professionale. Un danno doppio per l’Italia: si formano professionisti a spese dello Stato, che poi vanno a lavorare altrove. Le conseguenze sono gravissime: ospedali in sofferenza, RSA sotto organico, assistenza domiciliare compromessa, aumento esponenziale del burnout tra il personale rimasto, e una preoccupante riduzione della qualità delle cure ai cittadini. Senza un’inversione di rotta, entro il 2030 il nostro Paese rischia una carenza strutturale di oltre 80.000 infermieri.
Per la UGL Salute è arrivato il momento di intervenire con misure serie e strutturali. «Auspichiamo che il Governo intervenga subito, perché rischiamo che la sanità pubblica italiana sia destinata al collasso. Non è più tempo di rinvii: servono risposte oggi, non promesse per il domani. La UGL Salute è pronta a mobilitarsi a ogni livello per difendere i lavoratori della sanità e il diritto alla salute di ogni cittadino. È in gioco il futuro sanitario del Paese», conclude Giuliano.
Il trauma costituisce la seconda causa di mortalità in età pediatrica, preceduto unicamente dalle patologie oncologiche: nel nostro Paese, infatti, si registrano annualmente 500 decessi in età pediatrica riconducibili a incidenti, un dato che posiziona questa causa al secondo posto nella mortalità della fascia 1-14 anni con un’incidenza del 20,3%, immediatamente dopo le patologie oncologiche che determinano il 30,9% dei decessi.
Il confronto con altri sistemi sanitari europei evidenzia criticità significative nel modello italiano. La Svezia ha conseguito l’azzeramento della mortalità per incidenti stradali pediatrici attraverso programmi di educazione stradale implementati fin dalla scuola dell’infanzia, mentre la Danimarca ha triplicato i tassi di sopravvivenza introducendo l’obbligatorietà dei corsi di rianimazione nell’istruzione secondaria superiore.
Mirko Damasco
In Italia, la percentuale di sopravvivenza post-arresto cardiaco si attesta su un modesto 10%. Seattle, che detiene il primato mondiale in questo ambito, raggiunge il 75% grazie all’integrazione sistematica dell’insegnamento della rianimazione nei curricula scolastici e alla distribuzione capillare di defibrillatori automatici esterni. «La causa principale degli incidenti pediatrici risiede nella mancanza di una reale comprensione del concetto di prevenzione – dichiara Mirko Damasco, presidente dell’associazione “Il Salvagente” -. La percezione comune identifica erroneamente la prevenzione con l’attenzione costante, mentre essa consiste nell’anticipazione dei rischi. Un momento di distrazione può risultare fatale se il bambino accede a sostanze pericolose come la candeggina; la prevenzione efficace elimina questa possibilità alla radice».
L’associazione “Il Salvagente” è stata costituita nel 2015 a seguito di un evento che ha profondamente segnato i suoi fondatori: «Mi trovavo nel reparto di terapia intensiva pediatrica quando venne ricoverata Icra, una bambina bresciana vittima di soffocamento durante uno spuntino. I presenti non possedevano competenze di primo soccorso – riferisce Damasco -. All’arrivo dei soccorsi, la piccola era già in arresto cardiaco. Il decesso è sopraggiunto per i danni neurologici irreversibili. Quel giorno, insieme ai colleghi Filippo Castelli e Silvia Riboldi, abbiamo deciso che quella tragedia evitabile doveva rappresentare un punto di svolta».
I dati nazionali indicano che circa 350.000 minori nella fascia 0-14 anni accedono annualmente ai Pronto Soccorso per traumi accidentali, mentre nel 2023 gli incidenti stradali hanno causato 50 vittime tra i minori, con un incremento del 28,2% rispetto all’anno precedente. Su scala globale, gli incidenti infantili determinano 950.000 decessi l’anno e rappresentano la prima causa di morte nella popolazione sotto i 18 anni.
Per rispondere a questa emergenza sanitaria, “Il Salvagente” l’anno scorso ha promosso una petizione indirizzata al Senato per l’introduzione dell’obbligo formativo sul primo soccorso nel sistema scolastico italiano, normativa già vigente in tre quarti dei Paesi mondiali. «Stiamo dialogando con diversi senatori e lo scorso luglio siamo stati auditi dalla commissione diritti umani – precisa Damasco -. In Svizzera, il conseguimento della patente di guida è subordinato al completamento di un corso di primo soccorso».
Tra le iniziative operative dell’associazione, oltre all’erogazione di corsi formativi sul primo soccorso, figura la donazione gratuita di defibrillatori agli istituti scolastici, progetto sviluppato nella consapevolezza che in Italia si verificano quotidianamente 200 decessi per arresto cardiaco improvviso. «Gli istituti scolastici che necessitano di un defibrillatore possono richiederlo e noi provvediamo alla fornitura gratuita unitamente alla formazione del personale – illustra Damasco -. Il tempo utile per un intervento salvavita è di quattro minuti, non uno di più, e in questo lasso temporale l’arrivo di un’ambulanza risulta improbabile».
L’operatività dell’associazione si estende anche in ambito internazionale, con progetti in Uganda dove è in corso la realizzazione di una clinica pediatrica che rappresenterà l’unica struttura specializzata in un raggio di 200 chilometri. «Questa iniziativa vuole affermare il principio dell’uguale valore di ogni vita infantile, indipendentemente dalla collocazione geografica», conclude il presidente.
Oltre 50 imprese venete del settore medtech sono intervenute all’incontro promosso da Conflavoro PMI Sanità “Insieme per una sanità sostenibile”, che si è svolto presso il Crowne Plaza Venice East di Quarto d’Altino, in provincia di Venezia.
Al centro del dibattito la necessità di individuare una soluzione strutturale alla questione del payback sui dispositivi medici, a partire dalle richieste relative alle annualità 2015-2018, che continuano a minacciare la sopravvivenza delle piccole e medie imprese italiane e le cui pretese di pagamento scadono proprio oggi.
Dopo i saluti di Antonio Marotti, delegato Triveneto di Conflavoro PMI Sanità, è intervenuto il deputato Dimitri Coin, che ha sottolineato la «necessità di riportare al centro il sistema sanitario nazionale nelle agende politiche locali e nazionali, come elemento imprescindibile per la coesione sociale e per la tutela del diritto alla salute». Il Consigliere Regionale del Veneto Stefano Valdegamberi ha poi evidenziato «l’importanza delle PMI nel tessuto produttivo e sociale del territorio», mentre Maurizio Pavanello, Consigliere Nazionale e delegato territoriale ACOI, Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani, ha portato la prospettiva clinica sulle «conseguenze di un sistema che rischia di ridurre le possibilità di cura». L’avvocato Giampaolo Austa, docente universitario, ha approfondito i profili giuridici e l’inutilità di un meccanismo come il payback.
Infine, Gennaro Broya de Lucia, Presidente di Conflavoro PMI Sanità, ha ribadito a nome del comparto come «le PMI non possano essere trasformate in bancomat dello Stato per coprire scelte di spesa non determinate dalle imprese stesse. Serve – ha precisato – una misura strutturale che liberi le aziende dal peso insostenibile delle richieste relative al payback a cominciare dal periodo 2015-2018, altrimenti interi segmenti del medtech italiano rischiano di scomparire».
La forte partecipazione e il confronto costruttivo tra imprese e istituzioni hanno confermato la volontà comune di proseguire con azioni coordinate affinché la politica del territorio spinga il Governo e il Parlamento a una soluzione concreta e definitiva entro questa manovra finanziaria.
«Conflavoro PMI Sanità continuerà a rappresentare le esigenze delle micro, piccole e medie imprese del comparto, promuovendo un dialogo costante con le istituzioni nazionali e territoriali per la salvaguardia del medtech italiano» ha concluso Broya de Lucia.
L’adozione della telemedicina nei percorsi preoperatori [Lamperti et al, 2025] rappresenta oggi una strategia innovativa e sostenibile per migliorare l’efficienza del sistema sanitario, riducendo i tempi di chiamata all’intervento e promuovendo la personalizzazione delle cure. In linea con i principi della Value-Based Healthcare [Cecconi et al, 2024], che mira a eliminare le attività cliniche a basso valore, l’Ospedale del Casentino (Arezzo) ha avviato nell’aprile 2024 il progetto pilota S.T.A.R.T. (StraTificazione del Rischio anestesiologico tramite Televisita), un’iniziativa che coniuga innovazione digitale, appropriatezza prescrittiva e centralità del paziente.
Il modello START: struttura, strumenti e finalità
Il progetto prevede l’impiego della televisita come strumento di pre-assessment anestesiologico [Mangia et al,2024] per i pazienti candidati a interventi chirurgici a bassa complessità, come ad esempio chirurgia ambulatoriale, day surgery o piccoli interventi elettivi. Il percorso si avvale di un questionario anamnestico precompilato dal paziente, somministrato in fase di programmazione chirurgica, che anticipa la valutazione clinica e consente una prima stratificazione del rischio anestesiologico secondo la classificazione ASA (American Society of Anesthesiologists).
L’adozione della televisita come strumento di pre-assessment anestesiologico si configura come una leva organizzativa ad alto valore aggiunto
L’anestesista, dopo aver revisionato il questionario, valuta l’idoneità del paziente alla televisita e, se il caso è compatibile, procede con la valutazione a distanza. La televisita ha un duplice obiettivo:
garantire una valutazione strutturata, omogenea e sicura del rischio anestesiologico, contribuendo a ridurre la variabilità tra professionisti e aumentando la qualità della documentazione clinica;
prescrivere esclusivamente esami preoperatori appropriati, evitando accertamenti inutili e favorendo un uso più razionale delle risorse.
L’intero percorso è stato strutturato nel rispetto delle normative vigenti e realizzato mediante l’utilizzo della piattaforma di televisita della Regione Toscana, strumento ufficiale che garantisce standard elevati di sicurezza informatica, tracciabilità, identificazione del paziente, protezione dei dati personali e accessibilità.
Il progetto pilota START ha evidenziato una significativa riduzione degli esami inutili, ottimizzando le risorse umane e logistiche
Questo approccio è pienamente coerente con le linee di indirizzo nazionali sulla telemedicina, con la Missione 6 del PNRR e con le raccomandazioni europee in materia di digitalizzazione della medicina perioperatoria, valorizzando la telemedicina come leva per la trasformazione dei modelli organizzativi e l’equità di accesso alle cure.
Risultati preliminari e impatti organizzativi
I primi risultati del progetto, monitorati tramite indicatori di processo e di esito, evidenziano una buona fattibilità clinica, logistica e gestionale del modello (Tabella 1). Tra i principali benefici osservati si evidenziano:
una significativa riduzione degli esami inutili (ad esempio ECG, ecocardiogrammi e indagini di laboratorio non appropriate), con conseguente risparmio economico;
ottimizzazione delle risorse umane e logistiche, grazie alla riduzione delle visite in presenza, dell’uso improprio degli ambulatori e della richiesta di consulenze specialistiche non strettamente necessarie;
miglioramento dell’efficienza del percorso chirurgico, con minori accessi ospedalieri, tempi più brevi di attesa e minore congestione delle agende di prericovero;
nessuna complicanza intraoperatoria né ritardi legati a valutazioni preoperatorie non congrue, confermando la sicurezza del modello;
elevato livello di soddisfazione dei pazienti, rilevato tramite un questionario di customer satisfaction che ha evidenziato particolare apprezzamento per la rapidità della presa in carico, la semplicità del percorso e la riduzione del disagio legato agli spostamenti.
Categoria
Indicatore
Descrizione
Indicatori di processo
Appropriatezza linee guida
84 ECG non eseguiti, 84 ecocardiogrammi e 78 esami ematochimici evitati perché non indicati
Ottimizzazione risorse del personale
Riduzione attività a basso valore
Riduzione del numero delle consulenze cardiologiche
Riduzione dei tempi di lavoro infermieristico tecnico e laboratoristico
Minore utilizzo del cardiologo e del personale di laboratorio
Ottimizzazione risorse logistiche
Risparmi sul ridotto utilizzo degli spazi ambulatoriali e di altri luoghi ospedalieri
Minore accesso in ospedale da parte dei pazienti
Riduzione degli accessi fisici per esami e valutazioni
Minore impatto ambientale dell’attività sanitaria per i km risparmiati
Indicatori di esito
Nessun intervento annullato la mattina dell’intervento
Miglior programmazione e stabilità del percorso chirurgico
Nessuna complicanza intraoperatoria
Sicurezza del paziente preservata
Aumentata Customer satisfaction
Soddisfazione del paziente per tempi ridotti, qualità, accoglienza e minori spostamenti
La positiva esperienza del modello START rappresenta un’opportunità concreta per promuovere modelli assistenziali innovativi e flessibili con potenziali benefici trasversali per tutto il sistema. In particolare, l’iniziativa contribuisce a:
ottimizzare l’utilizzo delle risorse sanitarie, liberando tempo e spazio per pazienti più complessi;
migliorare la governance clinica, promuovendo l’appropriatezza prescrittiva e riducendo la variabilità professionale;
favorire l’empowerment del paziente, coinvolto attivamente fin dalle prime fasi del percorso;
ridurre l’impatto ambientale, grazie al minor numero di spostamenti e al contenimento dell’attività diagnostica non necessaria.
favorire il lavoro in equipe multidisciplinare, valorizzando il confronto tra anestesisti, chirurghi, infermieri e fisioterapisti, in continuità con i protocolli ERAS e in una prospettiva sempre più orientata alla personalizzazione delle cure.
Conclusioni e prospettive future
L’adozione della televisita come strumento di pre-assessment anestesiologico si configura come una leva organizzativa ad alto valore aggiunto, in grado di coniugare appropriatezza clinica, efficienza operativa e sostenibilità economica. Pur trattandosi di una casistica relativamente limitata (o contenuta) i risultati ottenuti sono incoraggianti e possono porre le basi per:
estensione del percorso a pazienti con profili di rischio più elevati (ASA III);
applicazione del modello a nuove specialità e percorsi chirurgici e a diversi contesti organizzativi.
La telemedicina, in questo contesto, si conferma come uno strumento strategico per l’innovazione del percorso perioperatorio, con benefici tangibili in termini di accesso alle cure, qualità dell’assistenza, sostenibilità e soddisfazione del paziente, pienamente in linea con la visione della Value-Based Healthcare.
Ai test di ammissione ai corsi di laurea in Infermieristica attivi in 41 atenei pubblici, previsti lunedì 8 settembre in tutta Italia, il numero complessivo di domande non coprirà nell’immediato il numero di posti messi a bando.
Il progressivo aumento, negli anni, della disponibilità di posti – chiesto con forza da Regioni/Province Autonome e Ordine professionale – non è andato di pari passo con una analoga crescita di iscrizioni ai test, pur con differenze territoriali, con le regioni del Meridione in cui il rapporto domande/posti si attesta sul valore medio di 1,5.
Se da inizio secolo a oggi i posti a bando sono passati dai 10.614 del 2001 ai 20.699 attuali (di cui 290 di Infermieristica pediatrica), il numero delle domande è stato altalenante: dai picchi del 2010 alle circa 19mila attese quest’anno, al netto dei dati delle otto università private, in cui i test sono previsti successivamente. Tuttavia, da questo anno accademico, a conclusione del “semestre filtro” istituito a Medicina, per la prima volta si riverserà su Infermieristica una quota significativa delle migliaia di studenti che andranno fuori graduatoria dopo aver sostenuto gli esami di Chimica, Fisica e Biologia (i posti disponibili a Medicina saranno in ogni caso 24mila e il 20,4% dei 54mila candidati di Medicina ha indicato Infermieristica come prima scelta tra i corsi affini). Va inoltre tenuto in considerazione il “meccanismo” di immatricolazione al corso di laurea in Infermieristica per coloro che l’hanno opzionata partecipando al test insieme ad altre professioni sanitarie.
«In questo delicato anno accademico, sarà fondamentale analizzare, oltre il numero attuale dei partecipanti ai test, il numero finale di iscritti al primo anno di Infermieristica. Malgrado il crollo da più parti paventato e dato per scontato, la professione tiene e siamo orgogliosi degli sforzi compiuti con Ministeri, Regioni e Università per garantire un numero sempre maggiore di posti a bando. Le richieste di accesso non aumentano con la stessa proporzionalità, ma ciò accade nel contesto di un calo demografico che ormai impatta sul numero complessivo di studenti universitari e che ci preoccupa non poco per la tenuta futura del sistema sanitario», dichiara FNOPI.
Attualmente in Italia circa due diplomati su tre decidono di proseguire il proprio percorso formativo con l’università: un dato lontano dai livelli registrati all’inizio degli anni Duemila, quando la percentuale si attestava al 75%. I dati peggiori rispetto ai test – con cali anche superiori al 20% – coincidono poi con le aree metropolitane dove il costo della vita e il caro-affitti non rendono più i grandi atenei meta ideale per i fuori sede. Il boom tra i giovani diplomati delle lauree telematiche, inoltre, non migliora certamente i dati di Infermieristica, trattandosi di una laurea triennale abilitante che prevede, sin dal primo anno, una intensa attività di tirocinio sul campo e un numero ridotto di insegnamenti fruibili a distanza.
Un trend negativo che, numeri alla mano, si è affermato nel tempo e colpisce in maniera omogenea tutte le professioni di cura, a testimoniare la necessità di affrontare il problema della carenza e della scarsa attrattività del settore in maniera sistemica e corale.
Per la FNOPI, tra le cause strutturali di questo calo di appeal sono certamente da considerare: mancanza di prospettive concrete di carriera, retribuzioni inadeguate a fronte di responsabilità crescenti, carichi di lavoro eccessivi, difficoltà di conciliare vita lavorativa e familiare, scarso riconoscimento sociale, con limitazioni ancora forti dell’esercizio libero professionale tipico di gran parte delle professioni mediche e sanitarie. Nel caso specifico poi di Infermieristica, diventa indispensabile ampliare il lasso temporale dedicato alle iscrizioni ai test, pubblicando i bandi con maggiore anticipo (quest’anno c’è stato un mese scarso a disposizione per gli aspiranti infermieri, per giunta a ridosso di Ferragosto) per permettere a studenti e famiglie di individuare nel corso di Infermieristica un’opportunità su cui riflettere e scegliere con ponderazione.
Nonostante questo, il numero complessivo di laureati in Infermieristica cresce costantemente: se nel 2004 erano stati 8.866 a indossare la divisa dopo la triennale abilitante, a distanza di vent’anni, nel 2024, sono saliti a quota 11.404 (+28,6%), con una previsione a 14.500 nel 2027. Numeri comunque insufficienti a colmare il turnover con gli infermieri che man mano vanno in pensione ogni anno, dato stimano attorno alle 25mila unità. «Il nostro Paese invecchia e invecchiano anche i nostri infermieri: senza una presa d’atto importante, da parte di tutte le istituzioni, della questione infermieristica, abbiamo ormai la certezza di una impossibilità a garantire adeguati livelli di assistenza nei prossimi anni: occorre un investimento strutturale, già da questa legge di bilancio, su tutte le leve che possano rendere più attrattive le professioni di cura, senza ricorrere a soluzioni tampone, con scarse prospettive. Come FNOPI ribadiamo la necessità di dichiarare questa situazione una emergenza nazionale e prevedere, al pari di altri casi emergenziali, provvedimenti immediati, come l’istituzione di una cabina di regia permanente, interministeriale e con poteri speciali, per affrontare i problemi evidenziati prima che sia troppo tardi».
Nelle prossime settimane sarà pubblicato l’atto di indirizzo propedeutico all’avvio delle trattative per il rinnovo del contratto dei medici e dei dirigenti sanitari dipendenti del Servizio sanitario nazionale. Un atto dovuto, che il sindacato dei medici CIMO-FESMED chiede e attende da tempo.
«Ci auguriamo che il testo non preveda passi indietro sulle condizioni di lavoro rispetto a quanto abbiamo ottenuto nell’ultimo contratto – dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -. Negli incontri con Aran e Regioni a cui abbiamo partecipato nei mesi scorsi abbiamo reso chiara la nostra posizione: il rinnovo del CCNL 2022-2024 dovrebbe essere esclusivamente economico, per dare ulteriore tempo alle aziende di uniformarsi alle direttive previste dal contratto firmato lo scorso anno e concentrare gli sforzi negoziali sul CCNL 2025-2027. Abbiamo inizialmente ricevuto notevoli aperture alla nostra proposta, su cui poi tuttavia è calato il silenzio più assoluto. Non vorremmo dunque trovare, nell’atto di indirizzo, qualche sorpresa indesiderata».
«In tal caso, saremo categorici nel difendere i miglioramenti normativi ottenuti all’ultima trattativa: non accetteremo alcun tentativo di peggiorare l’attuale contratto – continua Quici -. Qualsiasi proposta che comporti un passo indietro sarebbe accolta come una provocazione dalla Federazione CIMO-FESMED, e rappresenterebbe il definitivo “liberi tutti” per spingere i medici ad abbandonare la sanità pubblica».
«Anche perché – spiega Quici – più della metà dell’incremento economico previsto, ampiamente inferiore al tasso inflattivo registrato nel triennio 2022-2024, viene già percepito dai medici come indennità di vacanza contrattuale. E sulla parte economica abbiamo le mani legate, dovendo sottostare alle regole che riguardano tutta la pubblica amministrazione. Eppure, è evidente come i medici non siano considerati alla stregua degli altri dipendenti della PA che, a differenza dei dipendenti del SSN, il Ministro Zangrillo si impegna a valorizzare professionalmente ed economicamente: medici e professionisti sanitari fanno parte della PA solo quando ci sono contratti da attendere, atti di indirizzo da rinviare, budget da rispettare e percentuali di incremento che non è possibile sforare. A questo punto – conclude il Presidente CIMO-FESMED – tanto vale farli uscire dalla funzione pubblica».
Proprio in occasione della Giornata Mondiale della Fibrosi Cistica, che si celebra l’8 settembre, la Lega Italiana Fibrosi Cistica (LIFC) celebra un risultato storico: è stata accolta la richiesta presentata congiuntamente da LIFC e CFE (Cystic Fibrosis Europe) per l’inserimento di Kaftrio/Trikafta nella lista dei farmaci essenziali dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).
Un traguardo importante per tutti i pazienti e in particolare un passo concreto per coloro che, ancora oggi, non hanno accesso a trattamenti potenzialmente risolutivi. Serrata è stata la campagna di sensibilizzazione condotta da LIFC nel corso degli ultimi mesi, al fine di richiedere l’estensione dell’indicazione del farmaco Kaftrio per tutti i pazienti di età pari o superiore ai 2 anni, con almeno una mutazione CFTR non di classe I.
«Abbiamo ottenuto questo diritto perché l’OMS ha finalmente accolto l’istanza presentata da LIFC in cui si chiedeva l’inserimento del farmaco nella lista delle medicine essenziali per i pazienti di fibrosi cistica, fornendo così una speranza di cura anche nei Paesi in cui c’è una difficoltà all’ottenimento del farmaco – ha commentato con orgoglio il Presidente LIFC Antonio Guarini –. Il nostro impegno come LIFC nazionale va oltre i confini italiani: ogni giorno lavoriamo e ci impegniamo per garantire cure e diritti alle persone con fibrosi cistica ovunque si trovino. Questo traguardo rappresenta una speranza concreta per migliaia di pazienti e famiglie di tutto il mondo e dimostra, ancora una volta, come insieme possiamo cambiare il futuro della fibrosi cistica, perché da soli si va veloci ma insieme si va lontano».
Di grande rilievo, in questo contesto, è stata la risonanza degli eventi condotti dalla Lega Italiana Fibrosi Cistica a livello nazionale, a sostegno degli “orfani di cura”: non ultimo, il progetto “125 Miglia per un Respiro” che ha visto protagonista l’atleta e testimonial sportivo LIFC Alessandro Gattafoni impegnato in una traversata del mare in kayak, da Civitanova Marche fino alla città di Sebenico, per 180 chilometri. Una sfida incredibile per un atleta come Alessandro, forte ma comunque paziente di fibrosi cistica. Dietro questa performance, però, per Alessandro la mission era ancora più profonda: proseguire il suo viaggio di sensibilizzazione sulla malattia. «Iniziative come quella portata avanti da Alessandro sono fondamentali, per far luce su questa patologia molto diffusa, ma ancora troppo poco conosciuta, e per trasmettere forza ai più di 6.000 pazienti italiani affetti da fibrosi cistica, così come a tutte le persone che affrontano questa sfida, trasformandola in una leva per guardare con fiducia al futuro» ha concluso Guarini.