Il Nursing Up, sulla base di un proprio accurato report, frutto dell’accurato confronto dell’anno 2023 con il 2022, elaborato partendo dai dati ufficiali del Conto Annuale della Ragioneria dello Stato, lancia il proprio allarme: in Italia gli infermieri diminuiscono in modo drammatico, mentre i medici addirittura crescono!
I numeri parlano chiaro:
Medici: 109.024 (2023) contro 107.777 (2022), quasi 2mila in più
Infermieri: 271.063 (2023) contro 283.932 (2022), meno 12.869 in un solo anno
Ostetriche: 11.812 (2023) contro 13.540 (2022), meno 1.728 unità
«Siamo di fronte – dichiara Antonio De Palma, Presidente nazionale del Nursing Up – a una vera e propria debacle degli infermieri e delle ostetriche, professionisti che rappresentano la spina dorsale del sistema delle cure. In un Paese che invecchia rapidamente, con una popolazione fragile che ha bisogno di sempre maggiore assistenza, perdiamo ogni anno, in media, 10mila colleghi dalle corsie. Nel solo 2024, oltre 20mila professionisti dell’area non medica hanno abbandonato volontariamente il pubblico. Questa è una catastrofe».
Per De Palma, la responsabilità è di politiche di programmazione “profondamente errate”: «Si parla, ma senza riconoscimenti concreti, di lauree specialistiche magistrali, mentre l’infermiere di base è come se non esistesse, e senza di lui l’intero sistema collasserebbe. Eppure, la sanità territoriale annaspa, i pronto soccorso diventano in estate vere e proprie polveriere, cresce il numero delle aggressioni, non c’è turn over, e sei infermieri su dieci si ammalano di burnout».
Il leader del Nursing Up è netto: «Per noi contano i fatti concreti. Basta chiacchiere, basta fumo negli occhi. Ci lascia davvero perplessi sentire Organi sussidiari dello Stato asserire che il personale sanitario nel complesso è aumentato e che addirittura sono aumentati gli infermieri iscritti all’albo, quando nelle corsie del SSN, come certifica la Ragioneria dello Stato, di fatto, il numero di questi professionisti tracolla e nelle regioni la rete dell’assistenza non si regge in piedi. Non si governa la sanità con numeri astratti e soluzioni pasticciate, ma si dovrebbe partire considerando problemi e limiti di chi ogni giorno manda avanti i servizi del SSN».
De Palma conclude con un appello perentorio: «Il destino della nostra vita come singole persone è nelle mani del fato, ma quello dei professionisti sanitari è nelle mani di una politica che finora si è dimostrata lontana dall’individuare soluzioni organizzativamente dirimenti, anche se spesso animata da buona volontà. È tempo di cambiare stakeholders: la legge prevede che siano i sindacati a rappresentare chi lavora, non altri soggetti privi delle necessarie competenze, che tuttavia si propongono ogni giorno come interlocutori qualificati nei confronti delle istituzioni, in un ambito tanto delicato come quello del lavoro.
Ogni anno in Italia si perdono 10 mila tra infermieri e ostetriche
E questo accade, beninteso, nonostante esistano leggi specifiche che negano loro questo tipo di competenza, proprio perché, in materia di lavoro, è solo ascoltando le organizzazioni dei professionisti che si potrà invertire questa rotta disastrosa. L’Italia della sanità è oggi più che mai senza infermieri, ed è questo il vero tallone d’Achille del Servizio sanitario nazionale. Siamo una nave in mare aperto che con i suoi passeggeri sta colando a picco, e nonostante i toni rassicuranti di alcune tra le istanze rappresentative degli interessi ordinistici, proprio non riusciamo a vedere scialuppe di salvataggio all’orizzonte», conclude De Palma.
Scattano domani i versamenti relativi al payback sui dispositivi medici per il quadriennio 2015-2018, che ammontano complessivamente a circa 520 milioni di euro a carico delle imprese del settore.
«Nonostante l’avvio delle procedure da parte di alcune Regioni la pubblicazione dei provvedimenti avviene con criteri non uniformi e senza lo scorporo dell’IVA, elementi che generano incertezza e mettono le aziende nell’impossibilità di calcolare con precisione le risorse effettivamente dovute. In particolare, le piccole e medie imprese, pur formalmente coperte dal fondo di garanzia, sono costrette a esporsi finanziariamente in un contesto già reso instabile dai dazi statunitensi e da uno scenario macroeconomico che non favorisce né programmazione né investimenti futuri». Questo il commento di Fabio Faltoni, Presidente di Confindustria dispositivi medici, alla vigilia della scadenza dei pagamenti del payback 2015-2019 stabilita dal decreto Economia n.95/2025.
Confindustria Dispositivi Medici ribadisce la necessità di un intervento strutturale e definitivo: «Per salvaguardare il tessuto industriale del settore, che rappresenta un asset strategico per il Paese, genera valore e occupazione qualificata e contribuisce in modo significativo all’innovazione tecnologica in Sanità, è urgente – prosegue Faltoni – che nella prossima Legge di Bilancio venga eliminato in via definitiva il payback relativo agli anni 2019-2024 e per il futuro».
L’Associazione di Confindustria richiama inoltre l’attenzione del Governo sulla necessità di aprire subito un confronto con le imprese: «Auspichiamo che, una volta superata questa tranche di pagamenti, venga prontamente convocato il tavolo di lavoro sulla governance del settore, istituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze. È necessario discutere misure concrete, a partire dalla revisione e dall’attualizzazione dei tetti di spesa, fino a un nuovo modello di Governance dei dispositivi medici, che sappia promuovere innovazione, sostenibilità e una programmazione più coerente con i bisogni reali del Servizio Sanitario Nazionale, senza scaricare sui fornitori oneri insostenibili».
Dello stesso avviso anche FIFO Sanità Confcommercio: «Abbiamo richiesto al MEF un intervento urgente per rinviare la scadenza del 9 settembre per il pagamento del payback sui dispositivi medici», annuncia Sveva Belviso, presidente FIFO Sanità Confcommercio.
«Le PMI che hanno manifestato l’intenzione di procedere al pagamento nella misura ridotta sono attualmente impossibilitate per problemi di liquidità per cause a loro non imputabili – prosegue Belviso -. Infatti, la norma che consente l’accesso ai finanziamenti garantiti è entrata in vigore solo il 10 agosto, con scadenza dei termini di pagamento fissata per il 9 settembre, con relativo aggravarsi della situazione a causa della chiusura al pubblico di molti istituti di credito».
«Per chi, invece, sarà costretto a subire le compensazioni, è importante che il MEF, come richiesto, indichi chiaramente alle Regioni che possano operare esclusivamente sul 25% degli importi indicati nei provvedimenti, così come stabilito dalla Corte Costituzionale. Una diversa applicazione – conclude Belviso – si tradurrebbe in un’ulteriore ingiustificata penalizzazione per il nostro settore, con gravissimo pregiudizio per la continuità aziendale».
Oltre il 40% delle malattie legate al consumo di alimenti nel mondo si verifica in ambito domestico, ma questo dato è fortemente sottostimato a causa della mancanza di segnalazioni. La casa è infatti un luogo che si tende a considerare sicuro ma che può nascondere delle sorprese. Conoscere in maniera approfondita le regole di conservazione e preparazione dei cibi aiuta a ridurre il rischio. Per questo l’istituto Superiore di Sanità (ISS) lancia oggi un questionario diretto a tutti, “Mangia Sicuro!”, che consente di colmare i gap e consumare i cibi in sicurezza.
Entro l’8 ottobre in 15 minuti si potranno testare le proprie conoscenze e alla fine si riceveranno risposte corrette, consigli utili e spunti pratici che aiuteranno a confutare alcune abitudini e credenze ancora diffuse, ad esempio su come trattare la carne cruda o l’insalata in busta.
«Le risposte – sottolinea Antonella Maugliani, ricercatrice ISS e referente scientifica del progetto – ci aiuteranno a migliorare le informazioni rivolte ai cittadini su comportamenti alimentari sicuri: dalla spesa, alla conservazione, fino alla preparazione dei cibi. Il contributo delle persone che sceglieranno di compilarlo è importante per rendere la comunicazione più vicina ai reali bisogni e promuovere la salute di tutti».
Il questionario fa parte del progetto ISS “SAC” (acronimo di Sicurezza Alimentare Casalinga), partito ad aprile 2024 e che avrà una durata di due anni. È coordinato dal Dipartimento di Sicurezza Alimentare, Nutrizione e Sanità Pubblica Veterinaria (SANV) e coinvolge un gruppo multidisciplinare dell’ISS con esperti in vari settori.
L’infezione da Legionella pneumophila (LP) può rivelarsi grave e talvolta fatale, soprattutto nelle persone fragili e immunocompromesse. Il contagio in un contesto ospedaliero e sanitario è quindi particolarmente rilevante. Linee guida e normative specifiche stabiliscono le regole e procedure per prevenire il rischio di infezioni. TrendSanità ne ha parlato con Francesco Santi, presidente AIAS (Associazione Italiana Ambiente e Sicurezza).
Un batterio ubiquitario
In passato l’infezione da LP era comunemente nota come ‘malattia del legionario’. In realtà il batterio può provocare due tipi di malattie: la legionellosi, una polmonite batterica che nei soggetti più vulnerabili può avere esito fatale, e la febbre di Pontiac, condizione meno grave simile all’influenza, raramente identificata e che si risolve nel giro di qualche giorno.
Il batterio è naturalmente presente nell’ambiente; l’acqua è l’habitat ideale per il suo sviluppo e proliferazione, favoriti da incrostazioni, corrosioni e depositi calcarei, ristagno all’interno di boiler e serbatoi di accumulo e, secondo alcuni, studi anche dall’impatto del cambiamento climatico.
La temperatura ideale per lo sviluppo del microrganismo è tra i 20°C e i 40°C; temperature inferiori ai 20°C riducono la capacità di contaminazione, mentre temperature superiori ai 55°C portano alla morte del batterio.
La sua presenza all’interno delle tubature fa sì che il batterio possa essere veicolato da piccole particelle d’acqua nebulizzate, e facilmente inalato attraverso le prime vie respiratorie.
Francesco Santi
Spiega Francesco Santi, presidente AIAS: «La Legionella Pneumophila è considerata la più probabile causa di polmonite batterica; nella stragrande maggioranza dei casi l’infezione, che non è trasmissibile da persona a persona, viene contratta in ambito comunitario, quindi in contesti legati alla normale vita quotidiana».
Al fine di prevenire la diffusione della legionellosi è necessario effettuare controlli periodici degli impianti di areazione e del sistema idrico. Anche in ambiente domestico è possibile che ristagni di acqua in scaldabagni e tubature non utilizzate (tipico è l’esempio delle case vacanza) e impianti di climatizzazione possano causare la diffusione della malattia.
Sorveglianza attiva
Attivo dal 1983, il sistema di sorveglianza nazionale della legionellosi dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) raccoglie informazioni specifiche sul quadro clinico e la possibile fonte di infezione per ogni caso di legionellosi diagnosticato. Il medico che accerta la diagnosi di legionellosi ha l’obbligo di compilare la relativa scheda di sorveglianza, inviandola alla ASL di competenza.
Secondo quanto riportato dal Bollettino Epidemiologico Nazionale nel 2023 in Italia sono stati segnalati al dipartimento di malattie infettive 3.911 casi di legionellosi, per il 74,9% concentrati in sole sei regioni: Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Veneto, Lazio e Piemonte. L’incidenza aumenta al crescere dell’età, e raggiunge il valore massimo nella fascia degli ultraottantenni. Nei soggetti cardiopatici e con bronchite cronica ostruttiva, l’alterazione del sistema di difesa polmonare favorisce l’infezione.
Il medico che accerta la diagnosi di legionellosi ha l’obbligo di compilare la scheda di sorveglianza, inviandola all’ASL
«Si tratta di una patologia a segnalazione obbligatoria, alla quale dovrebbe seguire una indagine da parte della ASL per cercare di individuare la causa del contagio. Inoltre il protocollo prevede che il sospetto di malattia sia verificato prima di iniziare la cura attraverso la ricerca dell’antigene urinario; una procedura che viene spesso ignorata, e che fa sì che la malattia sia sottostimata e sottodiagnosticata», aggiunge Santi.
Contesti sanitari più a rischio
Il rischio di legionellosi è maggiore negli ambienti sanitari, non per una maggior prevalenza, ma per le condizioni di fragilità dei soggetti che in questi luoghi sono ospitati. Le infezioni nosocomiali hanno infatti riguardato, nel 2023, il 3,2% dei casi totali notificati in Italia. Si tratta di pazienti con età media di 72 anni ricoverati per cause legate a malattie di tipo cronico degenerativo, oppure oncologiche.
Negli ambienti sanitari sono considerate a rischio tutte quelle procedure che coinvolgono l’apparato respiratorio e prevedono la produzione di aerosol e l’uso di impianti idrici, tra cui terapie inalatorie, ventilazione assistita, broncoscopia, broncoaspirazione, broncolavaggio.
Il rischio di legionellosi è maggiore negli ambienti sanitari, non per una maggior prevalenza, ma la fragilità dei soggetti
Precisa Santi: «La contaminazione dell’impianto idrico sanitario all’interno di una struttura è la principale causa di infezione in caso di sistema immunitario deficitario; talvolta è sufficiente una minima contaminazione a livello dell’acqua per scatenare il contagio. L’erogazione di acqua calda sanitaria richiede controlli regolari; il batterio è resistente, ed è sufficiente un piccolo malfunzionamento o un lieve calo del biocida per far risalire le probabilità di diffonderlo nell’ambiente. Per effetto delle politiche di controllo e sensibilizzazione nel tempo, tuttavia, i casi nosocomiali sono decisamente diminuiti; circa 15 anni fa costituivano il 30% del totale dei casi registrati».
Normative specifiche per la gestione del rischio
Per tenere sotto controllo il rischio legionellosi è necessario adottare specifiche misure preventive e di controllo. La normativa per la sicurezza legata al rischio Legionella si articola in tre tappe.
Il Decreto Legislativo 81/2008 (Testo Unico Sicurezza sul Lavoro) riguarda la gestione dei rischi sul luogo di lavoro e «stabilisce che il datore di lavoro ha l’obbligo di valutare tutti i rischi a cui espone non solo i propri dipendenti, ma anche tutti coloro che frequentano la struttura come visitatori esterni o altre persone autorizzate. La legionella viene identificata come agente biologico pericoloso; pertanto, a partire dal 2008, i datori di lavoro sono obbligati a effettuare una periodica valutazione del rischio specifico per questo batterio, e a prevedere piani di controllo e azioni correttive» afferma Santi.
«Nel 2015 l’introduzione delle Linee guida per il controllo e la prevenzione della legionellosi ha sistematizzato il processo e stabilito le modalità e frequenza di valutazione, fornendo inoltre dettagli sulle tipologie di impianti a rischio, come torri evaporative, sistemi di trattamento dell’acqua e di umidificazione. Gli edifici vengono classificati per priorità in base al rischio di contaminazione, con gli ospedali al primo posto, data la frequente presenza di pazienti vulnerabili con degenza continuativa, l’utilizzo di apparecchiature a nebulizzazione e la complessità degli impianti a elevato rischio, quali torri evaporative e unità di trattamento dell’aria. Seguono le strutture sanitarie senza residenza, come case di cura e ambulatori, e infine, con priorità più bassa, edifici civili come alberghi, uffici e fabbriche».
Tra le acque ad uso umano ci sono non solo le acque potabili, ma anche l’acqua utilizzata per il lavaggio
In seguito, il Decreto Legislativo 23 febbraio 2023, n. 18, ha recepito la direttiva europea sulle acque destinate ad uso umano (direttiva UE 2020/2184 del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2020). Il Decreto ha ulteriormente dettagliato e rafforzato le indicazioni del 2015 confermando il monitoraggio obbligatorio degli impianti idrici degli edifici prioritari.
Aggiunge Santi: «La definizione di acque ad uso umano include non solo le acque potabili, ma anche quelle che entrano in contatto con il corpo umano, come l’acqua utilizzata per il lavaggio, che deve rispettare specifici requisiti fisici, chimici e biologici. In particolare, il decreto ribadisce che nessuna acqua, indipendentemente dall’uso, deve recare danno alle persone, e che la responsabilità della gestione della rete idrica interna e di distribuzione ricade sui rispettivi gestori. La normativa stabilisce che in tutti gli edifici con impianti di acqua potabile e sanitaria, sia fredda che calda, sia garantita la salubrità».
Con il decreto viene per la prima volta introdotta la figura del GIDI (Gestore della Distribuzione Idrica Interna) con il compito di realizzare la valutazione del rischio e comporre un team multidisciplinare per la valutazione di tutti i potenziali rischi connessi all’utilizzo dell’acqua, compresi quelli legati ad altri inquinanti che potrebbero essere presenti, per esempio il piombo.
Nel 2023 è stata introdotta per la prima volta la figura del Gestore della Distribuzione Idrica Interna (GIDI)
«Questo gruppo di lavoro si deve riunire almeno una volta all’anno per rivedere la valutazione del rischio» precisa Santi. «Nelle strutture sanitarie vige un regime di autocontrollo; nei punti sentinella (fondi dei boiler, ritorno del ricircolo, ingresso dell’acqua nei boiler e vari punti distali) i controlli dovrebbero essere fatti ogni tre mesi.
D’altra parte, le ASL hanno facoltà di predisporre ispezioni a seguito della segnalazione di eventuali casi oppure con piani mirati di prevenzione. Per quanto riguarda gli aspetti legali, la responsabilità giuridica del soggetto incaricato è diretta: qualora una persona contragga la legionellosi a causa di una mancanza di interventi adeguati di prevenzione, il referente sarà considerato responsabile per il danno subito dalla persona».
«L’approvazione in Consiglio dei Ministri del disegno di legge-delega di riforma delle professioni sanitarie è un segnale atteso e positivo per il Servizio sanitario nazionale, per i professionisti e per i cittadini. Non è la soluzione finale di un problema annoso, ma di certo è un altro passo in avanti che il Governo fa nell’ottica di un procedimento che evolva verso la depenalizzazione dell’atto medico». Così Silvestro Scotti, Segretario Generale FIMMG, all’indomani dell’approvazione in Consiglio dei Ministri del DDL. «Riconosciamo il lavoro svolto dal Ministro della Salute Orazio Schillaci e dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio, che con questo provvedimento pongono le basi per una cornice normativa più chiara e coerente con i bisogni reali dell’assistenza».
La FIMMG guarda con particolare interesse a due ambiti qualificanti del DDL delega: la responsabilità professionale, con l’intento dichiarato di ridurre gli effetti perniciosi della medicina difensiva, e l’articolo 5, che prevede la trasformazione dell’attuale corso regionale di formazione specifica in medicina generale in una Scuola di Specializzazione. Per FIMMG, l’area della responsabilità professionale deve favorire contesti di cura sicuri e responsabili, distinguendo con chiarezza l’errore dall’esito avverso non prevenibile, valorizzando linee guida e buone pratiche, audit clinico e gestione del rischio.
La responsabilità professionale
«Ridurre la medicina difensiva significa, infatti, restituire centralità clinica e tempo di qualità al paziente. Per la medicina generale questo significa anche ridurre il numero delle prestazioni indotte dall’offerta assistenziale di II livello – sottolinea Scotti -. Regole chiare e strumenti efficaci per prevenire il contenzioso temerario sono essenziali per garantire appropriatezza, continuità assistenziale e sostenibilità del sistema». Del resto, che le tutele individuate dal nuovo DDL coprano anche la medicina generale lo chiarisce il testo stesso, quando si “tiene conto anche della scarsità delle risorse umane e materiali disponibili, nonché delle eventuali carenze organizzative, quando la scarsità e le carenze non sono evitabili da parte dell’esercente l’attività sanitaria”, situazione alla quale oggi è sempre più esposta una medicina generale che deve far fronte a carichi di lavoro enormi anche per l’aumento del numero di pazienti e del mancato investimento su personale e strumenti diagnostici. «La speranza – dice Scotti – è che questo DDL diventi un deterrente al contenzioso, visto che in prima battuta metterà i medici in condizione di contestare facilmente una causa temeraria in partenza».
La formazione della Medicina generale
Sull’articolo 5, la posizione della Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale è certamente favorevole, a partire dall’obiettivo di rafforzare qualità e riconoscibilità del percorso formativo. «La trasformazione in Scuola di Specializzazione è un’opportunità che attendevamo da tempo» afferma il leader FIMMG, che tuttavia avverte: «È essenziale che siano mantenute le caratteristiche specifiche della medicina generale, così come definite anche dalla normativa europea: occorre fare attenzione alla possibilità che questi specializzandi inizino ad operare sul territorio già dal primo periodo di formazione. Serve un coinvolgimento diretto della medicina generale nella didattica ed è essenziale che la specialità in medicina generale sia strutturata con le stesse caratteristiche delle altre, ma restando nel Titolo IV dell’attuale DLgs 368, senza essere ricondotta al Titolo III, fatto che determinerebbe la possibilità di equipollenza con altre discipline, impedendo in questo caso quanto previsto dalle norme comunitarie».
Inoltre, se – come previsto dal DDL – la riformulazione dei percorsi formativi punta ad aumentare l’attrattività della professione e a colmare la carenza di medici di famiglia, per FIMMG è imprescindibile un investimento chiaro e mirato che copra l’attuale spesa per le borse di studio, tenga conto della durata del corso e preveda, già nella prossima Legge di Bilancio, un incremento del numero di borse per rispondere alle necessità del sistema. «Se vogliamo davvero attrarre i giovani medici – conclude Scotti – la riforma deve essere accompagnata da risorse certe, organizzazione moderna e prospettive di carriera riconoscibili. Solo così la medicina generale potrà restare pilastro della prossimità e della prevenzione, garantendo risposte tempestive e di qualità ai cittadini».
Inizia il nuovo anno scolastico con una novità importante per i ragazzi delle scuole secondarie di secondo grado, regolata da una circolare del Ministero dell’Istruzione e del Merito: il divieto di utilizzo di smartphone durante lo svolgimento dell’attività didattica e più in generale in orario scolastico.
Dagli esperti del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) arrivano alcuni consigli per non farsi trovare impreparati e gestire al meglio un attaccamento al telefono che in alcuni casi può diventare un vero e proprio utilizzo problematico dello stesso.
«L’uso problematico dello smartphone (Smartphone Addiction), colpisce a livello mondiale oltre il 25% degli adolescenti, con effetti negativi su sonno, concentrazione e relazioni – sottolinea Adele Minutillo, del Centro nazionale dipendenze e doping dell’ISS – con piccoli passi si può affrontare il problema. L’obiettivo non è eliminare l’uso dello smartphone, ma imparare a gestirlo con consapevolezza».
I cinque consigli dell’ISS per un utilizzo consapevole dello smartphone
Impara a conoscere i segnali di allarme
Un primo passo per gestire l’uso problematico dello smartphone è riconoscere i segnali d’allarme, come il bisogno continuo di controllare il telefono o l’incapacità di disconnettersi.
Inizia da prima e a piccoli passi il digital detox
Stabilisci una “zona smartphone free” a casa condivisa con la famiglia, come la camera da letto o il tavolo da pranzo, per favorire momenti di qualità e disconnettersi gradualmente. Inizia con piccoli passi, ad esempio 30 minuti di pausa digitale al giorno, usando il tempo per altre attività che ti piacciono.
Dormi un numero sufficiente di ore, questo aiuta la memoria e rende meno scontrosi
Dormire bene e a sufficienza favorisce l’apprendimento e la memorizzazione a lungo termine e anche la gestione delle emozioni. Per questo il consiglio è che tutta la famiglia (anche i genitori) tenga i dispositivi elettronici fuori dalla camera da letto o comunque spenti almeno un’ora o due prima di andare a letto. È importante anche limitare o eliminare del tutto l’assunzione di caffè o bevande energetiche con caffeina.
Disattiva le notifiche nei momenti importanti
Durante lo studio, lo sport, i pasti o quando sei con amici e famiglia, disattiva le notifiche, metti il telefono in modalità silenziosa o attiva la modalità “Non disturbare”. Le notifiche continue riducono la concentrazione e ti spingono a controllare lo smartphone anche quando non è necessario. Imparare a creare spazi senza distrazioni digitali ti aiuta a essere più presente e produttivo.
Imposta i limiti di tempo
Stabilisci un tempo massimo giornaliero per l’uso dei social e delle app di intrattenimento. Per aiutarti puoi usare le funzioni integrate negli smartphone che danno informazioni sul tempo di utilizzo e impostano limiti se necessario.
Il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri sera il disegno di legge-delega che riforma le professioni sanitarie. Il provvedimento interviene anche sulla responsabilità professionale e modifica la normativa attualmente vigente, introducendo il cosiddetto “scudo penale“: i medici che si attengano alle linee guida saranno perseguibili solo in caso di «colpa grave», la cui definizione non compare tuttavia nel testo del documento.
Lo scudo penale servirà anche a contrastare la medicina difensiva, che costa circa 11 miliardi all’anno
«Circoscrivere, come stiamo facendo, la responsabilità penale dei sanitari, non significa affatto favorirne l’impunità – hanno commentato in serata i ministri Schillaci e Nordio -. Significa invece porre i medici in condizione di operare con maggiore serenità, dedicandosi senza spreco di energie ai pazienti che necessitano di diagnosi e di cure urgenti ed efficaci. Con questa riforma vogliamo rilanciare le professioni sanitarie e dare risposte efficaci ai nuovi bisogni di salute della popolazione».
Il provvedimento mira anche a contrastare la medicina difensiva, che costa mediamente 11 miliardi l’anno e allunga le liste d’attesa, poiché induce i medici a prescrivere esami costosi, spesso inutili e invasivi, che non soltanto gravano sui bilanci delle ASL ma ritardano gli interventi sui pazienti.
Le denunce contro i medici sono circa 15 mila all’anno, ma la cifra è considerata sottostimata. Secondo ANAAO-ASSOMED, solo il 3% dei provvedimenti giudiziari si conclude con una condanna.
La riforma delle professioni sanitarie
Sul disegno di legge, il Ministro della Salute Schillaci ha dichiarato: «È una riforma attesa da anni che punta a contrastare le carenze di organico, a sburocratizzare il sistema e a valorizzare le competenze delle professioni sanitarie. Sono previste misure di sostegno allo sviluppo della carriera e la revisione di percorsi formativi come l’istituzione della Scuola di specializzazione per la medicina generale. Con questa riforma diamo un ulteriore contributo al potenziamento del servizio sanitario nazionale valorizzando le professioni sanitarie per rispondere in modo sempre più efficace ai bisogni di salute dei cittadini».
Il provvedimento delega infatti il Governo ad adottare, entro il 31 dicembre 2026, misure dirette a incrementare il personale sanitario, potenziare i percorsi di formazione sanitaria specialistica e valorizzare le professionalità e le competenze dei professionisti sanitari.
Sarà introdotto anche un Sistema nazionale di certificazione delle competenze
Sono inoltre indicati i criteri per lo sviluppo delle competenze e il potenziamento della formazione sanitaria specialistica che prevedono l’istituzione di un Sistema nazionale di certificazione delle competenze, specifico per il settore sanitario nonché la ridefinizione del percorso formativo della medicina generale, con la trasformazione del corso regionale di formazione in Scuola di specializzazione, e delle specializzazioni sanitarie non mediche attraverso l’istituzione di scuole di specializzazione ad hoc.
La legge delega prevede infine l’introduzione di misure volte a valorizzare il ruolo degli Ordini professionali.
FISM: «Una risposta concreta e attesa da tempo dai medici italiani»
La FISM (Federazione Italiana delle Società Medico Scientifiche) ha espresso il proprio apprezzamento per l’iniziativa del Governo, che «rappresenta una risposta concreta e attesa da tempo dai medici italiani, perché contribuisce a restituire serenità all’esercizio quotidiano della professione. Limitare la responsabilità penale ai soli casi di colpa grave, in presenza del rispetto delle linee guida e delle buone pratiche cliniche, significa garantire un giusto equilibrio tra la tutela dei pazienti e la necessità di operare in condizioni di maggiore sicurezza e senza il timore costante di contenziosi».
La FISM guarda con interesse anche agli altri obiettivi contenuti nella delega, come la creazione di una scuola di specializzazione universitaria per la medicina generale, il rafforzamento delle politiche di valorizzazione e sviluppo del personale sanitario e le misure per la sicurezza sui luoghi di lavoro. «Questa riforma – ha dichiarato Loreto Gesualdo, Presidente FISM – è un passo avanti significativo verso un sistema sanitario più equo e sostenibile, capace di tutelare tanto i cittadini quanto i professionisti. Come Federazione continueremo a collaborare con le istituzioni per garantire che le norme siano accompagnate da investimenti, innovazione e attenzione alla qualità delle cure».
FNOPI: «Un passo nella giusta direzione»
Il riordino delle professioni sanitarie è stato accolto favorevolmente anche dalla Federazione degli Infermieri (FNOPI): «Già nel corso dell’indagine conoscitiva alla Camera, la FNOPI aveva evidenziato l’importanza di introdurre misure volte a rafforzare il personale sanitario e valorizzarne la professionalità, le competenze e la formazione specialistica, anche attraverso un maggiore coordinamento, formale e sostanziale, delle norme vigenti – si legge in una nota -. Secondo la Federazione – alla luce delle versioni attualmente disponibili del testo – il DDL va nella giusta direzione, con l’auspicio che il relativo iter parlamentare prosegua speditamente, garantendo il pieno coinvolgimento delle professioni infermieristiche e delle altre professioni sanitarie».
CIMO-FESMED: «Bene approvazione, ma sbagliato parlare di scudo penale»
«Accogliamo con cauta soddisfazione l’approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri, del Ddl Delega sulle professioni sanitarie che prevede, tra le altre cose, la limitazione della responsabilità penale alla sola colpa grave – ha dichiara Guido Quici, Presidente del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED -. Tuttavia, nel testo che abbiamo visionato è assente la definizione di colpa grave, che sarà qualificata di volta in volta dal giudice. C’è dunque il rischio che, nel concreto, in caso di contenzioso per i medici non cambi nulla. Per questo riteniamo fuorviante la definizione di scudo penale: di fatto, non c’è alcuno scudo. La Commissione Nordio, invece, nella sua proposta di riforma della responsabilità professionale, aveva quantomeno tentato di delineare le fattispecie in cui il professionista sanitario è chiamato a rispondere per colpa grave».
Il rischio del non definire la colpa grave è che in caso di contenzioso per i medici non cambi nulla
«Apprezziamo poi la volontà di prevedere incentivi in favore del personale sanitario e la razionalizzazione delle attività amministrative volte all’ottimizzazione dei tempi di lavoro – aggiunge Quici – ma nutriamo delle perplessità in merito all’intenzione di rivedere l’apparato sanzionatorio disciplinare, che nel rapporto di lavoro dipendente è materia di competenza contrattuale, e alla proposta di introdurre forme di lavoro flessibile per gli specializzandi. Su questi temi ci riserviamo di leggere nel dettaglio i decreti legislativi prima di esprimere un parere più articolato».
È una malattia genetica rara che conta in Italia meno di 60 pazienti diagnosticati, soprattutto bambini. È la sindrome SYNGAP1, causata dalle mutazioni dell’omonimo gene che codifica una proteina essenziale per il corretto funzionamento delle sinapsi neuronali. Può portare a disabilità intellettiva, epilessia, ritardo nello sviluppo e disturbi dello spettro autistico. La scarsa specificità dei sintomi è uno dei problemi del ritardo nella diagnosi.
«È una malattia del neurosviluppo, non neurodegenerativa – chiarisce Silvia Di Angelantonio, docente di Fisiologia a Sapienza Università di Roma e ricercatrice all’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) – e si manifesta nei primi anni di vita. I pazienti non perdono le funzioni acquisite, ma richiedono tempi lunghi per svilupparle e mantenerle. Alcune famiglie parlano di regressione, ma in realtà spesso è un problema di mancata continuità nell’allenamento delle abilità».
Dalla diagnosi alla consapevolezza: il ruolo della rete
Silvia Di Angelantonio
Un nodo cruciale è quello della diagnosi, oggi ancora troppo legata al caso e alla zona di residenza: «La mutazione viene identificata tramite sequenziamento genetico, ma solo alcuni pannelli per epilessie farmacoresistenti includono SYNGAP1. E non tutti i bambini affetti hanno epilessia. C’è un enorme buco diagnostico, aggravato dalle disuguaglianze territoriali: la maggior parte delle diagnosi arriva da centri del Centro-Nord».
La risposta a questo problema è duplice: lavorare alla costruzione di un registro nazionale dei pazienti e fare cultura attraverso l’informazione, i social, il coinvolgimento dei pediatri di libera scelta e delle ASL. L’associazione APS Famiglie SYNGAP1 Italia è protagonista di questa battaglia.
«Quando siamo entrati in contatto con loro – racconta Di Angelantonio – ci siamo resi conto che non bastava fare ricerca. Bisognava costruire una rete, dare forza all’associazione, coinvolgere più medici, più centri. Nel 2022 erano 27 i pazienti diagnosticati. Oggi sono più del doppio».
Il laboratorio: dai neuroni in 2D agli organoidi cerebrali
Nel suo laboratorio congiunto tra Sapienza e IIT, Di Angelantonio lavora insieme alla collega Bernadette Basilico su modelli in vitro paziente-specifici: «Utilizziamo cellule staminali pluripotenti indotte, ottenute dai pazienti tramite riprogrammazione cellulare o editing genetico. Questo ci permette di sviluppare colture neuronali in 2D e organoidi cerebrali 3D che riproducono lo sviluppo cerebrale alterato nella SYNGAP1», spiega l’esperta.
Non esiste una terapia specifica per la sindrome SYNGAP1: il futuro sarà probabilmente nella terapia genica
Oltre a essere strumenti avanzati per comprendere i meccanismi molecolari della malattia, questi modelli riducono la necessità di sperimentazione animale. «Abbiamo anche sistemi di elettrofisiologia avanzata con oltre 5.000 elettrodi per registrare l’attività neuronale in rete – aggiunge – e ci stiamo preparando a fare RNA sequencing per identificare potenziali target farmacologici».
Ad oggi, non esiste una terapia specifica per la sindrome SYNGAP1. I trattamenti sono sintomatici: antiepilettici, antipsicotici, terapie comportamentali come il metodo ABA (Analisi Comportamentale Applicata). Ma il lavoro dei ricercatori va oltre: «Stiamo esplorando la possibilità di riposizionare farmaci esistenti e di sviluppare approcci di terapia genica». Questo probabilmente sarà il futuro, ma «nel frattempo è fondamentale trovare strumenti per migliorare la qualità della vita di questi bambini e delle loro famiglie».
Terza missione e modelli di comunità
Il progetto condotto da Di Angelantonio e Basilico è stato selezionato da Sapienza come esempio di eccellenza di “terza missione” ed è stato presentato all’ANVUR. L’idea è semplice ma potente: costruire una comunità coesa che unisca ricercatori, clinici e famiglie.
«Ogni anno organizziamo un grande incontro nazionale – racconta –. Quest’anno si è tenuto a Cremona, in una struttura chiamata CR2 Sinapsi, fondata dalla Onlus Occhi Azzurri. Abbiamo coinvolto educatori professionisti, fatto formazione, focus group, momenti di confronto. Non solo su clinica e ricerca, ma anche su temi sociali fondamentali: scuola, inserimento lavorativo, dopo di noi, comunicazione aumentativa, terapie non convenzionali come i cani addestrati per le crisi epilettiche».
Ricerca trasversale e multidimensionale
«Per me – sottolinea Di Angelantonio – la ricerca non è solo il laboratorio. È anche sociologia, economia, design, comunicazione. Quest’anno, ad esempio, abbiamo coinvolto Nicoletta Balbo, sociologa della Bocconi che studia l’impatto della disabilità sulle famiglie. Vorremmo avviare un progetto di ricerca trasversale che unisca scienze dure, sociali e umane. Non è facile, ma è fondamentale».
Importante che la ricerca non si fermi al laboratorio, ma abbracci anche sociologia, design, economia e comunicazione
Un obiettivo ambizioso, in linea con la vocazione europea del progetto: SYNGAP1, infatti, rientra nel network EURAS, che riunisce le cosiddette rasopatie (un gruppo di malattie genetiche rare che colpiscono vari sistemi del corpo, come quello nervoso, cardiaco, scheletrico e cutaneo). L’obiettivo è creare un registro europeo e individuare target terapeutici comuni.
Alla fine, tutto torna lì: alla comunità. Una rete che tiene insieme famiglie, scienziati, clinici, ma anche cittadini, studenti, donatori, volontari. «Il nostro evento nazionale è sì un momento scientifico – conclude Di Angelantonio – ma anche un’occasione di allegria. Dietro l’energia che traspare in queste occasioni, tuttavia, c’è un enorme lavoro, una costruzione collettiva».
L’assunzione di alcol durante la gravidanza, anche in piccole quantità, costituisce un grave rischio per la salute del nascituro. Per far luce su questa problematica, il 9 settembre (non a caso il nono giorno del nono mese dell’anno) è stata istituita la Giornata internazionale di sensibilizzazione sui Disturbi dello Spettro Feto-Alcolico (Fetal Alcohol Spectrum Disorders, FASD), evento che mira a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle disabilità e sui problemi derivanti dall’esposizione all’alcol in utero.
La FASD è prevenibile al 100% evitando il consumo di alcol durante gravidanza
Il termine FASD racchiude una vasta gamma di anomalie fisiche e neurocomportamentali che possono manifestarsi nei bambini esposti all’alcol durante la gravidanza e l’allattamento. Tra le forme più gravi spicca la Sindrome Feto Alcolica (Fetal Alcohol Syndrome, FAS), caratterizzata da malformazioni facciali, microcefalia, deficit di crescita e ritardi neuro psicomotori. I bambini con FAS possono presentare significative difficoltà cognitive e comportamentali, come deficit di funzionalità esecutiva e motoria, di elaborazione o integrazione delle informazioni, discrepanze tra abilità verbali e non verbali, disturbi di apprendimento, dell’attenzione ed iperattività, che, se non diagnosticate e trattate precocemente, possono portare a conseguenze negative durante l’adolescenza e l’età adulta, quali scarso rendimento scolastico o lavorativo, mancanza di autonomia e difficoltà nelle relazioni sociali.
Ogni anno nel mondo nascono circa 120.000 bambini destinati a sviluppare FASD, con quasi 2.500 casi in Italia. La prevalenza della FAS a livello mondiale oscilla tra lo 0,5 e i 3 casi ogni 1.000 nati vivi, mentre l’intero spettro dei disturbi correlati riguarda circa l’1% della popolazione globale. Questi dati evidenziano come la FASD sia la prima causa di disabilità intellettiva nei bambini dei paesi ad alto tenore economico, che, come sottolineato dalla Società Italiana di Neonatologia (SIN), è totalmente prevenibile mediante l’astensione dal consumo di alcol in gravidanza.
«Nonostante queste evidenze, molte future madri continuano a consumare bevande alcoliche, convinte che un consumo “moderato” di vino, birra, aperitivi, amari o superalcolici non possa nuocere al feto», afferma Luigi Memo, Segretario del Gruppo di Studio di Genetica Clinica Neonatale della SIN.
L’Europa è al primo posto nel consumo di alcol, il doppio rispetto alla media mondiale. In particolare, in Italia, un’indagine del 2020 ha rivelato che il 66% delle donne in età fertile ha assunto alcol, con tassi di consumo di alcol e di binge drinking in costante aumento tra i giovani e con l’aggravante che la grande percentuale delle gravidanze non è pianificata, aspetto che può portare ad esporre involontariamente il feto a sostanze alcoliche. Inoltre, dalla raccolta dati 2022 del Sistema di Sorveglianza Bambini 0-2 anni è emerso che il 15% delle gestanti ha assunto alcol durante la gravidanza, con una maggiore diffusione tra le madri del Centro-Nord. Il consumo di alcol in allattamento risulta ancora più esteso, con tassi attorno al 18% in alcune regioni, in particolare Toscana ed Emilia-Romagna.
Secondo dati del 2022, in Italia il 15% delle gestanti e il 18% di chi allatta ha assunto alcol
Per avere un quadro più preciso sul consumo di alcol in gravidanza e sull’incidenza e la prevalenza della FAS/FASD in Italia, il Ministero della Salute ha recentemente rifinanziato all’Istituto Superiore di Sanità (ISS) un progetto biennale sulla salute materno-infantile, nel quale è previsto il monitoraggio del consumo di alcol in gravidanza tra le donne di età compresa tra i 18 e i 24 anni. Al progetto, diretto da Adele Minutillo del Centro Nazionale Dipendenze e Doping, parteciperanno strutture di Neonatologia e Ostetricia in diverse regioni italiane. «È necessario combattere l’accondiscendenza culturale verso il consumo di bevande alcoliche, anche da parte dei professionisti sanitari – conclude Massimo Agosti, Presidente della SIN -. La totale astensione dall’alcol è la sola strada corretta da intraprendere, già da quando si comincia a pensare di voler concepire un figlio. La FASD è una condizione prevenibile al 100% e i medici, in particolare ginecologi, neonatologi e pediatri, devono fornire informazioni chiare e dettagliate sui rischi associati al consumo di alcol in gravidanza. Per i piccoli esposti all’alcol durante la gravidanza, è, inoltre, fondamentale la diagnosi precoce, che garantisca una presa in carico efficace, che preveda cure mediche e neuro- psichiatriche/psicologiche, logopedia, terapia fisica, educazione speciale e altri servizi».
È in corso a Palazzo Chigi una riunione preparatoria del Consiglio dei ministri (che si terrà nel pomeriggio) per fare il punto sulle questioni rimaste aperte prima della pausa estiva. Per quanto riguarda la sanità, il più pressante riguarda la riforma delle professioni sanitarie, che contiene anche la norma sullo scudo penale per i medici.
Si tratta di una legge che esclude – in casi ben specifici – le conseguenze penali nei confronti dei camici bianchi in caso di morte o lesione dei pazienti. Proprio questo nodo ha comportato lo slittamento della discussione del disegno di legge, inizialmente previsto per inizio agosto.
Lo scudo penale era infatti stato introdotto in maniera provvisoria dal Governo Draghi nel 2021 e mirava a tutelare i medici impegnati a vaccinare contro il coronavirus. Il provvedimento è poi stato esteso a tutto il personale sanitario, ma non in modo strutturale: da allora è infatti stato prorogato diverse volte.
L’intenzione sarebbe quella di stabilire un punto fermo in vista dell’ultima scadenza, quella di fine anno. Tra gli elementi che hanno contribuito a far incagliare il decreto c’è la definizione di colpa grave: lo scudo penale infatti protegge il personale sanitario dai processi quando sia stabilito che non c’è stata intenzionalità né colpa grave nel provocare il decesso o la lesione al paziente. Che cosa si debba intendere per colpa grave, tuttavia, non è chiaro.
I nodi da sciogliere riguardano la definizione di colpa grave e le categorie coperte dallo scudo
L’altro elemento riguarda i sanitari coperti dal provvedimento: il ministero della Salute, su spinta delle associazioni di categoria, vorrebbe renderlo disponibile per tutti i sanitari, mentre il ministero della Giustizia prima dell’estate spingeva per coprire solo i professionisti che si dedicano ad attività particolarmente complesse. Anche in questo caso, tuttavia, manca una definizione chiara di che cosa sarebbe incluso nelle attività «di speciale difficoltà».
Un altro aspetto che dovrebbe essere discusso nella giornata di oggi riguarda i medici di medicina generale (MMG): si intenderebbe rendere obbligatorio, per i professionisti che iniziano a lavorare, l’ingresso alle dipendenze del SSN e, più in generale, l’assicurazione di un monte ore all’interno delle Case di Comunità. Proprio per pianificare al meglio il fabbisogno e l’ingresso nel mondo del lavoro dei neo-MMG, il corso di formazione regionale di Medicina generale dovrebbe trasformarsi in una vera e propria scuola di specializzazione.