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Antimicrobial Stewardship: la governance come leva di cambiamento per un sistema sanitario più responsabile

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L’antimicrobico-resistenza rappresenta una delle più gravi minacce per la salute pubblica a livello globale, ma anche un’occasione concreta per ripensare in chiave sistemica il funzionamento del nostro Servizio Sanitario. 

Secondo una definizione del 2017, l’Antimicrobial Stewardship (AMS) è “un coerente insieme di azioni che porti ad utilizzare gli antimicrobici in maniera da assicurare un accesso sostenibile alle terapie efficaci per tutti coloro che ne abbiano bisogno”.

Con il progetto ARCO (Approcci di Rete per il Contrasto all’Antimicrobico-Resistenza Ospedale-Territorio), nato nel 2023 in Veneto, si è avviato un percorso per fotografare lo stato di attuazione delle politiche regionali in tema di antimicrobico-resistenza, facendo emergere buone pratiche, criticità e disomogeneità tra le aziende sanitarie.

La seconda fase del progetto – ARCO Step II – ha poi ampliato il campo d’indagine all’intero Triveneto, includendo anche il Friuli Venezia Giulia e le Province Autonome di Trento e Bolzano, con l’obiettivo di costruire una visione interregionale condivisa. 

Il 16 maggio 2025 si è tenuto a Padova un workshop che ha coinvolto esperti provenienti da diversi ambiti professionali e ha rappresentato un momento chiave di questo percorso, trasformando evidenze e dati in proposte operative concrete. I partecipanti si sono confrontati su alcuni tavoli tematici, lavorando attivamente per definire priorità, criticità e soluzioni. La discussione in ogni tavolo tematico si è basata su predefiniti statement strategici, valutati in base a rilevanza e fattibilità.

La personalizzazione dell’approccio

In apertura del workshop, il dottor Massimo Crapis, attualmente Coordinatore del Progetto Rete Provinciale Malattie Infettive dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara e già Responsabile del programma di Antimicrobial Stewardship presso la Struttura Semplice di Malattie Infettive dell’Azienda Sanitaria “Friuli Occidentale”, ha presentato in plenaria un caso clinico emblematico.

L’obiettivo era evidenziare come differenti contesti organizzativi possano condurre a scelte terapeutiche differenti, che non sempre risultano ottimali in termini di uso dell’antibiotico. Il dottor Crapis ha infatti mostrato come il medesimo caso possa essere gestito in modo microbiologicamente corretto ma con approcci diversi, per tempistiche e tipologia di trattamento.

Un elemento centrale emerso dalla discussione è che alcune configurazioni organizzative possono favorire un uso subottimale degli antibiotici, aumentando così il rischio di sviluppare l’antibiotico-resistenza.

Nelle sue conclusioni, il dottor Crapis ha sottolineato che non esiste un unico modello di Antimicrobial Stewardship valido ovunque: per questo non è sufficiente redigere un documento per realizzare un programma efficace. Serve convinzione da parte di chi lo promuove e un adattamento concreto alla realtà epidemiologica e organizzativa locale. L’approccio ottimale sarebbe quello costruito su misura a livello di singolo reparto, anche se questo, nella pratica, non è sempre realizzabile.

Governance e organizzazione: dalla strategia alla pratica

Il primo tavolo di lavoro del workshop ha affrontato un tema spesso sottovalutato ma cruciale: la governance della stewardship antimicrobica. È emersa con forza la necessità di dotare le aziende sanitarie di strumenti di governo chiari, integrati e realmente operativi, capaci di trasformare l’AMS da iniziativa clinica ad azione sistemica e misurabile.

I partecipanti al workshop hanno riconosciuto come estremamente rilevanti tutti gli statement, mentre la loro fattibilità è stata diversificata. In particolare, i sistemi digitali e di data governance e la governance aziendale integrata AMS-IPC (Antimicrobial Stewardship-Infection Prevention and Control) sono risultati di difficile attuazione.

Obiettivi AMS nei mandati dei Direttori Generali

L’inserimento degli obiettivi AMS nei mandati dei Direttori Generali è stato riconosciuto come un passaggio imprescindibile per elevare il tema da priorità tecnica a responsabilità strategica. Per orientare realmente il cambiamento organizzativo, è necessario che la stewardship antimicrobica sia parte integrante dei mandati assegnati ai Direttori Generali delle aziende sanitarie. Non si tratta di un’operazione formale, ma di una scelta che incide sul sistema di priorità, sulla distribuzione delle risorse e sulle logiche di responsabilizzazione.

La proposta condivisa dai partecipanti è quella di definire target regionali vincolanti, basati su una fotografia realistica dello stato dell’arte aziendale. La Regione dovrebbe quindi offrire un quadro aggiornato e differenziato, per permettere l’assegnazione di obiettivi calibrati su ciascuna realtà organizzativa, evitando approcci uniformi e irrealistici. Gli obiettivi devono essere non solo misurabili, ma anche dotati di strumenti operativi di accompagnamento: budget, risorse umane, accesso ai dati, e supporto tecnico-scientifico.

Inoltre, è stato fortemente suggerito di collegare questi obiettivi a sistemi premianti, sia in termini di performance economica, sia di valutazione dirigenziale, per garantire un allineamento reale tra intenzioni strategiche e comportamenti organizzativi.

Gli indicatori core per la valutazione

L’inserimento della stewardship nei sistemi di valutazione e accreditamento è considerato il passo successivo e complementare al punto precedente. Un’organizzazione sanitaria può migliorare solo ciò che è in grado di misurare e monitorare. Ecco perché la definizione di un set condiviso di indicatori “core” è stata ritenuta cruciale.

È importante avere indicatori semplici ma clinicamente rilevanti – come il consumo di antibiotici e i dati di resistenza antimicrobica – che siano utilizzati non solo per la rendicontazione, ma anche per orientare decisioni e strategie aziendali. La partecipazione a audit clinici e l’attivazione di processi formativi possono completare il quadro, restituendo un insieme di dati solidi e omogenei.

Nel corso della discussione è emersa infatti l’esigenza di semplificare il sistema di raccolta dati, spesso frammentato tra fonti diverse, e di garantirne l’accesso da parte dei team AMS. Alcuni esperti hanno proposto di includere obbligatoriamente il quesito clinico nelle prescrizioni antibiotiche, come leva per contestualizzare i dati e misurare davvero l’appropriatezza. In parallelo, è emersa la necessità di affiancare al dato numerico strumenti di accountability e investimenti culturali capaci di tradurre i numeri in azioni concrete.

L’importanza dei link professional

La figura del link professional (professionisti che hanno un ruolo di collegamento e leadership per la prevenzione e il controllo delle infezioni correlate all’assistenza all’interno delle strutture) è stata riconosciuta all’unanimità come elemento essenziale per il successo della stewardship, soprattutto nei contesti dove non vi è la presenza continuativa di infettivologi o microbiologi.

Tuttavia, la situazione attuale è tutt’altro che omogenea: in molte realtà queste figure non sono formalizzate, non ricevono formazione specifica né riconoscimento economico o professionale. Alcuni sono designati “di fatto”, senza un mandato operativo né un tempo dedicato. 

La proposta del tavolo è stata chiara: serve strutturare il ruolo, definirne le competenze, fornire percorsi formativi accreditati e inserirlo esplicitamente nell’organigramma aziendale. Solo in questo modo si riesce a valorizzare una figura centrale per la buona riuscita dell’AMS, che possa fare da raccordo tra clinici, farmacisti e microbiologi soprattutto nelle realtà prive di un infettivologo.

Interessante la proposta di estendere il modello del link professional anche al territorio, attraverso la creazione di referenti nelle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) e nelle strutture residenziali.

In generale, laddove c’è maggiore difficoltà a trovare professionisti motivati e disponibili (come in ambito chirurgico oppure nelle case di riposo), è ancora più necessario presidiare attivamente la prescrizione antibiotica.

Le criticità della diagnostica microbiologica

Una stewardship priva di un supporto diagnostico tempestivo è un sistema incompleto. Su questo punto vi è stato ampio consenso tra i partecipanti al workshop. È emersa con forza la necessità di potenziare la diagnostica microbiologica – in particolare quella rapida e molecolare – per ridurre il ricorso improprio alla terapia antibiotica empirica e orientare precocemente le decisioni terapeutiche.

Tuttavia, la discussione ha evidenziato criticità diffuse: in molte realtà aziendali, la diagnostica microbiologica non è pienamente accessibile in tutti i contesti assistenziali. Ancora una volta, quindi, il modello organizzativo impatta sull’outcome clinico: in particolare, sono emersi ritardi legati alla mancata copertura diagnostica durante i fine settimana e nelle fasce orarie serali, con conseguenti rallentamenti nelle diagnosi e nelle terapie. A questo si aggiungono ostacoli legati alla scarsa formazione dei prescrittori, ai vincoli economici e regolatori che rallentano l’adozione di nuove tecnologie e al rischio di un uso non selettivo della diagnostica molecolare, che può generare costi elevati e risultati clinicamente poco rilevanti se non correttamente interpretati.

La proposta emersa è quella di sviluppare modelli a rete tra centri hub e spoke, in cui tecnologie e competenze microbiologiche siano condivise e facilmente accessibili. In questa prospettiva, la microbiologia non è più un servizio di supporto ma un partner clinico strategico, da integrare stabilmente nei percorsi decisionali della stewardship antibiotica.

Combattere la frammentazione dei dati

Uno degli ostacoli più ricorrenti nel rendere effettiva la stewardship è la frammentazione dei dati. Senza dati integrati e accessibili, la governance dell’AMS diventa impossibile. Per questo, su questo punto la discussione è stata particolarmente ricca.

Sono state citate esperienze locali di sistemi informativi avanzati – con dashboard, alert clinici, middleware intelligenti – che però restano limitate ad alcune realtà. La maggior parte delle aziende lamenta ancora la mancanza di interoperabilità tra ospedale e territorio, l’assenza di dati microbiologici in tempo reale, e soprattutto l’impossibilità per i team AMS di accedere direttamente ai dati prescrittivi e di consumo per barriere normative e regolatorie legate alla privacy.

Per superare questi ostacoli serve un investimento infrastrutturale e organizzativo, da qui i punteggi bassi per quanto riguarda la fattibilità. Le proposte hanno incluso lo sviluppo di sistemi di Clinical Decision Support System (CDSS), la standardizzazione dei flussi informativi, l’accesso riservato ai team AMS per l’analisi dei dati sensibili e l’integrazione tra sistemi clinici e amministrativi. È stato anche sollevato il tema della governance del dato, oggi spesso priva di una regia aziendale che possa valorizzare le informazioni disponibili ai fini decisionali.

Verso una governance integrata AMS–IPC

Infine, il tavolo ha affrontato una delle criticità più strutturali: la frammentazione della governance aziendale. In molte aziende convivono più comitati e gruppi spesso non coordinati tra loro e con ruoli sovrapposti. Questo genera inefficienze, vuoti di responsabilità e una governance operativa debole.

Su questo aspetto è stato proposto un cambio di paradigma: una governance snella, integrata, con un’unica regia tra AMS e IPC, ospedale e territorio, pubblico e privato. Le Direzioni Mediche e delle Funzioni Territoriali devono assumere un ruolo di coordinamento trasversale, affiancato da team multidisciplinari con mandato operativo, risorse e obiettivi chiari.

È stata proposta la formalizzazione, tramite atti aziendali, della struttura di governance, definendone composizione, funzioni e flussi decisionali. Il modello ideale è quello di una rete clinico-organizzativa in cui i team AMS e IPC collaborano, condividono dati e decisioni, e dialogano con la direzione strategica. In questo modo, la stewardship diventa un’infrastruttura stabile del sistema, e non un progetto temporaneo.

Dalla teoria alla costruzione di una stewardship sistemica

Il lavoro del Tavolo 1 ha messo a fuoco un elemento essenziale: la stewardship antimicrobica non può essere delegata solo alla buona volontà dei clinici o alla sensibilità dei singoli. Serve una governance solida, dotata di strumenti, risorse e responsabilità chiare.

Gli strumenti oggi ci sono – obiettivi nei mandati, indicatori, link professional, diagnostica, data governance – ma serve la volontà organizzativa di metterli a sistema.

Il confronto ha evidenziato l’esistenza di modelli replicabili, ma anche criticità comuni che richiedono un coordinamento sovra-aziendale. Il messaggio emerso è chiaro: l’AMS può diventare una leva potente per migliorare qualità, sicurezza e sostenibilità del sistema sanitario, ma solo se inserita in una cornice di governance integrata e orientata al cambiamento.

Virus Respiratorio Sinciziale, troppo poco conosciuto ma pericoloso: appello per estendere la vaccinazione agli adulti fragili

Il Virus Respiratorio Sinciziale (RSV), noto per essere responsabile di migliaia di bronchioliti nei bambini, oggi minaccia anche milioni di adulti, soprattutto anziani e soggetti con patologie croniche. In Italia si stimano ogni anno circa 290mila casi tra gli over 60, con oltre 26mila ospedalizzazioni e circa 1.800 decessi in ambito ospedaliero. Comunità scientifica e pazienti auspicano dunque una maggiore disponibilità per la vaccinazione contro questa infezione respiratoria. L’esigenza è emersa con ancora maggior vigore dopo l’indagine promossa dall’Associazione Pazienti con BPCO e altre Malattie Respiratorie, che ha rilevato la scarsa conoscenza di questo strumento preventivo.

Secondo la survey dell’Associazione Pazienti con BPCO, il 50% dei pazienti, nonostante la consapevolezza delle malattie respiratorie, non conosce l’infezione

I dati sono stati presentati presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati nell’incontro “Virus Respiratorio Sinciziale, il diritto alla prevenzione per i pazienti fragili” organizzato dall’Associazione Pazienti con BPCO e altre Malattie Respiratorie, su iniziativa dell’On. Luciano Ciocchetti, Vicepresidente XII Commissione Affari Sociali, Camera, con la partecipazione dell’On. Simona Loizzo, che al tema ha dedicato la recente interrogazione parlamentare al Ministro della Salute Schillaci; del Prof. Salvatore D’Antonio, Presidente dell’Associazione; del Prof. Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT; di Annalisa Mandorino, Segretario Generale di Cittadinanzattiva.

La survey dei pazienti: il 50% non conosceva il RSV, in pochi intenzionati a vaccinarsi

L’indagine dell’Associazione Pazienti con BPCO, intitolata “Malattie respiratorie e Vaccinazione contro il Virus Sinciziale”, lanciata il 19 aprile 2025 tra i soci, ha raccolto 444 risposte di pazienti con età media di 70 anni distribuiti nelle varie regioni italiane (Nord 46%, Centro 31%, Sud 23%). Si trattava di pazienti consapevoli, oltre il 97% aveva eseguito esame spirografico, in alta percentuale erano vaccinati contro l’influenza stagionale, con valori ben superiori alla media nazionale.

I pazienti coinvolti erano ben informati e consapevoli delle complicazioni legate alle malattie respiratorie croniche. Tuttavia, circa il 50% non aveva mai sentito parlare dell’infezione da RSV – ha commentato il Prof. Salvatore D’Antonio – Nonostante queste premesse, ci ha sorpreso che solo il 64% abbia espresso l’intenzione di sottoporsi alla vaccinazione per RSV, anche se il nostro campione era rappresentato da soggetti affetti da ostruzione moderata o grave nell’82% dei casi. Il RSV può esacerbare condizioni come la BPCO e l’asma fino a conseguenze gravi, come ospedalizzazione e decesso. I vaccini hanno dimostrato efficacia e sicurezza, limitando notevolmente le riacutizzazioni che sono alla base dei ricoveri”.

I vaccini per il RSV

Ad oggi i dati sull’immunizzazione con l’anticorpo monoclonale pediatrico sono incoraggianti, mentre la situazione negli adulti è ancora in stallo. Il vaccino non è inserito nel piano vaccinale né nei LEA, sebbene venga auspicato un modello di vaccinazione dei pazienti fragili come già accade in UK, Germania e negli USA. La somministrazione dei vaccini anti-RSV si dovrebbe eseguire tra agosto e ottobre, in vista del picco stagionale che si registra tra dicembre e febbraio, per garantire la massima protezione nel periodo di maggiore trasmissione del virus, visto che l’immunità vaccinale tende a decrescere nel tempo.

L’introduzione della vaccinazione contro il RSV nel Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale rappresenterebbe un passo decisivo per proteggere le fasce più vulnerabili della popolazione

“L’introduzione della vaccinazione contro il RSV nel Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale rappresenterebbe un passo decisivo per proteggere le fasce più vulnerabili della popolazione, come gli over 75 e i pazienti con patologie croniche – evidenzia il Prof. Massimo AndreoniÈ positivo che il Ministero della Salute stia mostrando attenzione verso questa emergenza crescente, e auspico che il lavoro congiunto tra istituzioni sanitarie, comunità scientifica e associazioni di pazienti possa accelerare l’adozione di misure strutturate a tutela della salute pubblica. Disporre di vaccini efficaci e sicuri è una risorsa fondamentale: ora è importante garantire un accesso tempestivo e omogeneo sul territorio nazionale”.

Gli sforzi in atto, dalla comunità scientifica alle istituzioni

Recentemente è stata varata la nuova edizione del Calendario vaccinale per la Vita 2025, dove le vaccinazioni considerate prioritarie sono quelle contro l’influenza, SARS-CoV-2, Pneumococco, Herpes Zoster e proprio Virus Respiratorio Sinciziale.

Lo scorso 2 luglio, il Ministro della Salute Orazio Schillaci ha risposto in Aula alla Camera al question time ad un’interrogazione presentata dall’On. Simona Loizzo, Membro XII Commissione Affari Sociali della Camera, riguardo le iniziative per promuovere la vaccinazione contro il RSV. Il Ministro ha sottolineato l’importanza di proteggere le fasce più vulnerabili della popolazione. In aggiunta agli anticorpi monoclonali per i bambini, per la stagione 2025-26, ha annunciato l’introduzione del vaccino per le donne in gravidanza. Il Dipartimento della prevenzione, inoltre, ha avviato l’aggiornamento del calendario nazionale di immunizzazione per l’RSV, per garantire accesso alla vaccinazione a neonati, donne in gravidanza e adulti.

Il Virus Respiratorio Sinciziale rappresenta oggi una sfida di sanità pubblica che merita attenzione e risposte concrete – ha sottolineato l’On. Luciano Ciocchetti – Con questa iniziativa abbiamo voluto dare voce a una parte di popolazione particolarmente esposta È nostro dovere, come rappresentanti delle istituzioni, lavorare affinché strumenti di prevenzione già disponibili, come la vaccinazione, siano resi accessibili ai pazienti fragili. Siamo fiduciosi che, grazie all’impegno condiviso tra Parlamento, Ministero della Salute e operatori sanitari, si possa compiere un passo importante verso una tutela più efficace della salute dei cittadini”.

“Abbiamo interrogato il Ministro Schillaci per inserire nella campagna vaccinale autunnale per i pazienti fragili come oncologici, diabetici, con malattie respiratorie, un calendario di vaccinazione contro il RSV – ha affermato l’On. Simona Loizzo – Il Ministro sembra ben orientato ad aprire questa campagna”.

Complessità e cronicità: come gestire il paziente cardio-renale-metabolico?

Il paziente con sindrome cardio-renale-metabolica (CRM) rappresenta una sfida organizzativa crescente per il sistema sanitario: spesso fragile, cronico e complesso, necessita di una presa in carico integrata, continuativa e prossima al domicilio. Il DM77 indica la strada della stratificazione e dell’intercettazione precoce della cronicità, ma servono modelli territoriali concreti per tradurre questi principi in pratica.
La LIVE presenta due esperienze che stanno lavorando in questa direzione. A Salerno, l’attenzione si concentra sulle aree interne e rurali del Cilento, con le “botteghe della comunità”. A Bergamo, in un ambito che include contesti urbani, cittadine, paesi e zone rurali, l’ATS promuove percorsi di prevenzione e gestione delle patologie croniche.
Un confronto operativo su come strutturare risposte sostenibili e orientate al territorio, capaci di integrare prevenzione, prossimità e presa in carico, per migliorare la qualità della vita dei pazienti e l’efficacia del sistema.

Ne parliamo con:

  • Nicoletta Castelli
    Direttore sanitario, ATS di Bergamo
  • Francesco Colavita
    Direttore ff UOC Sviluppo strategico, Innovazione organizzativa e Comunicazione, ASL Salerno

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Anitec-Assinform: urgente rinviare l’applicazione dell’AI ACT

In occasione della visita in Italia della Vicepresidente Esecutiva della Commissione Europea per la Sovranità tecnologica, la Sicurezza e la Democrazia, Henna Virkkunen, Anitec-Assinform – l’associazione di Confindustria che rappresenta le imprese italiane dell’Information Technology – ha lanciato un appello per lo stop the clock all’AI Act, il rinvio dell’applicazione del nuovo regolamento europeo sull’intelligenza artificiale.

Il settore digitale italiano rappresenta un pilastro dell’economia nazionale, con un valore di mercato complessivo di quasi 82 miliardi di euro e circa 700.000 addetti. All’interno di questo ecosistema, il mercato dell’intelligenza artificiale ha segnato una crescita particolarmente rilevante, raggiungendo nel 2024 i 935,1 milioni di euro, con un aumento del 38,7% rispetto al 2023 (fonte: “Il Digitale in Italia 2025” – Anitec-Assinform e NetConsulting cube). Un ritmo di crescita di gran lunga superiore a quello del PIL nazionale.

L’AI Act è un passo importante,  ma i nuovi profili di compliance che prevede sono senza precedenti, e le imprese chiedono più tempo per adottarli efficacemente

Questo slancio si confronta con una crescente complessità normativa, che rischia di rallentare innovazione e investimenti, soprattutto per le PMI. Anitec-Assinform segnala la criticità dell’entrata in vigore dell’AI Act senza che le imprese possano essersi adeguate agli standard tecnici, attesi – secondo CEN-CENELEC – non prima dei primi mesi del 2026.

Massimo Dal Checco, Presidente di Anitec-Assinform, sottolinea: “L’intelligenza artificiale sta già trasformando il modo in cui le imprese lavorano e competono. In questa fase è fondamentale garantire alle aziende un quadro normativo stabile e comprensibile, soprattutto per le PMI. L’AI Act è un passo importante,  ma i nuovi profili di compliance che prevede sono senza precedenti, e le imprese hanno bisogno di più tempo per adottarli efficacemente. Chiediamo che l’applicabilità degli obblighi previsti dal Regolamento sia rinviata di due anni: senza questa gradualità, rischiamo di frenare la competitività europea proprio in una fase di grande sviluppo per l’AI”.

Con questo appello, Anitec-Assinform rinnova la propria disponibilità al dialogo con le istituzioni europee, per promuovere una normativa più chiara, proporzionata e concretamente applicabile, in grado di sostenere la crescita dell’ecosistema digitale italiano ed europeo.

Alzheimer, test del sangue approvato da FDA: la vera sfida è decidere come e per chi usarlo

Un semplice prelievo di sangue potrebbe rivoluzionare la diagnosi dell’Alzheimer. La Food and Drug Administration (FDA) degli Stati Uniti ha autorizzato a maggio la commercializzazione del primo test in vitro capace di rilevare nel plasma due biomarcatori (pTau217 e β-amiloide 1-42) utili a identificare precocemente le placche amiloidi tipiche della malattia. Si chiama Lumipulse G pTau217/ß-Amyloid 1-42 Plasma Ratio ed è destinato a persone di età pari o superiore a 55 anni che mostrano sintomi compatibili con un declino cognitivo.

Si tratta di un’innovazione che rappresenta un passo importante verso una diagnosi più accessibile, rapida e meno invasiva. A differenza delle indagini tradizionali, come la PET cerebrale o l’analisi del liquido cerebrospinale tramite puntura lombare, il nuovo test richiede solo un campione di sangue. Con circa 7 milioni di persone affette da Alzheimer negli Stati Uniti, una cifra destinata a raddoppiare entro il 2050, l’approvazione di strumenti diagnostici più semplici da usare e disponibili nei contesti specialistici potrebbe avere un impatto significativo sulla presa in carico precoce della malattia.

Alessandro Stefani

Ma è davvero così? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Stefani, Professore Associato di Clinica Neurologica e Responsabile dell’Unità Operativa Semplice Dipartimentale della Malattia del Parkinson del Policlinico Tor Vergata di Roma, autore del volume “Cervelli da buttare?”.

In che modo il nuovo test migliora la diagnosi precoce dell’Alzheimer rispetto alle PET scan o alla puntura lombare?

«Da circa due anni i centri accademici e industriali più agguerriti stanno sondando la credibilità dei test diagnostici sul sangue. Se cioè sia credibile che, con un banale prelievo, nulla di diverso di quanto facciamo, ad esempio, per la glicemia o la colesterolemia, diventi agevole determinare la concentrazione di biomarcatori specifici predettivi di demenza tipo Alzheimer. Ricordiamo che ciò non sarebbe neppure lontanamente immaginabile se decenni di lavori su altri liquidi biologici (il liquor ottenuto previa puntura lombare) o con imaging dedicato (PET) non avessero svelato, cioè marcato, gli indicatori attuali o premonitori della neuro-degenerazione.

Ma non sfuggo alla domanda: cosa aggiungono i nuovi test plasmatici? Poco, giacché non dobbiamo misconoscere l’autorevolezza raggiunta dai test sul liquido cerebrospinale. Chi lavora nel campo, siano neuroscienziati, biologi o clinici, riconosce lo sforzo immenso praticato dai primi anni 2000 e la fatica nel raggiungere, da alcuni anni, efficienza di analisi, superamento di errori, qualità della diagnostica. Al punto che il rapporto tra gli oligomeri liberi di Abeta amyloid 1-42 e 1-40, nel liquido cerebrospinale, identifica già circa il 90% dei probabili Alzheimer, anche prima di una franca esplosione dei deficit.

Il test del sangue potrebbe rendere la diagnosi dell’Alzheimer più semplice, senza patemi d’animo per la lombare o il contrasto PET, e in assenza di ricoveri

Ma allora sarebbero inutili? Niente affatto. Come migliora la diagnosi? La filosofia sottesa è simile a quanto già detto: cogliere, cioè, alterazioni in quelle proteine chiave, o almeno le più note ad oggi, del processo degenerativo. La novità sta nel farlo in modo semplice (senza patemi d’animo per la lombare o il contrasto PET, e in assenza di ricoveri, riposo obbligato ecc.) e relativamente economico. Quindi, le novità detengono un certo grado di razionalità».

Qual è l’accuratezza clinica del test? E cosa significa avere un 92 % di sensibilità nei positivi e un 97 % di specificità nei negativi?

«Sono numeri impressionanti, è indiscutibile; significa che il 92% dei soggetti analizzati è correttamente inquadrato come Alzheimer, mentre (specificità del 97%) il rischio di falsi positivi (Alzheimer che poi non si conferma tale) sarebbe prossimo allo zero. Serve però cautela, nonostante siano stati reclutati quasi 500 soggetti (e dopo i primi 50 descritti da Quaresima et al., nel 2024). Simili dati vanno replicati anche da laboratori alternativi. Sempre vigilando sui criteri di inclusione».

Chi può sottoporsi al test? È utile anche per chi non ha sintomi o per l’Alzheimer in fase precoce?

«Un obiettivo implicito, alla luce della semplicità del prelievo, sarebbe quello di trasformare il percorso diagnostico, farlo diventare una sorta di routine test di screening su vaste popolazioni. Ma si intuisce che ciò richiederebbe uno sforzo organizzativo ed economico che fa tremare i polsi, oltre ad una condivisione sociale poco immaginabile. L’estensione di questi test in fasi addirittura precliniche potrebbe sposarsi con la somministrazione anticipata dei farmaci biologici, degli anticorpi anti-amiloide di fatto disponibili a breve. Anche in tale contesto, serve prudenza. I farmaci in oggetto comportano rischi e richiedono una disciplina assai stringente. Senza contare i costi.

Una chance potrebbe essere quella di concentrare i test predetti su soggetti a rischio per acclarata famigliarità, posto consenso dei malati in fieri. Altro corollario è che, ammesso che i test su plasma raggiungono credibilità analoga ai CSF, saranno ovviamente utili anche per molecole differenti dalle predette, per progetti ancora in fase II-III (preclinica)».

Cosa ne pensano i neurologi?

«La domanda è se esiste un counter-argument. Argomenti cioè in grado di contrastare la fascinazione per i nuovi approcci. Certamente: in primo luogo, i più promettenti test su sangue, a nostra esperienza, fino a ieri, riguardano la fosforilazione tau, segnatamente la cosiddetta p-tau181 e, in minor misura la p-tau231. Niente di pregiudizievole, in apparenza, ma si consideri che la compromissione tau, nel percorso del danno cerebrale nell’Alzheimer, avverrebbe dopo il teorico primum movens amiloideo, forse a cose fatte. In altre parole, i test del sangue sarebbero più una solida conferma che un ausilio davvero precoce e predittivo.

Attenzione ai rischi etici di uno screening troppo anticipato

In secondo luogo, a fronte dei giganteschi investimenti sul tema, la promessa di una diagnosi super-precoce non si riflette necessariamente in una nostra abilità di intervento terapeutico. Gli scettici ritengono che potrebbe estendersi il gap, la distanza, tra una diagnosi pressoché biochimica di mero rischio di sviluppare Alzheimer e l’effettiva reale manifestazione di una demenza con ricadute funzionali. Non condivido, a mio parere, quanto detto dal commissario FDA Martin A. Makary: “la malattia di Alzheimer colpisce troppe persone, più del cancro al seno e alla prostata messi insieme. Sapendo che il 10% delle persone con più di 65 anni è affetto da Alzheimer e che entro il 2050 questa percentuale è destinata a raddoppiare, spero che nuovi strumenti medici come questo possano davvero aiutare chi ne è colpito”».

Quali sono i rischi associati? Cosa comportano eventuali risultati “falsi positivi” o “falsi negativi”?

«I rischi sembrano davvero modesti. Chi affronta questi test, ad oggi, è un soggetto con un sospetto già in corso di processo dementigeno. Come recitano i comunicati FDA in review al Lumipulse G pTau217/ß-Amyloid 1-42: “Questi risultati indicano che il nuovo esame del sangue è in grado di prevedere con buona affidabilità la presenza o l’assenza della patologia amiloide associata alla malattia di Alzheimer, al momento del test, in persone con compromissione cognitiva. Il test è pensato per pazienti che si presentano in centri specializzati con segni e sintomi di declino cognitivo. I risultati devono essere interpretati insieme ad altre informazioni cliniche sul paziente”.

Altro sarà quando, semmai, i test sul sangue diventassero una specie di screening di massima, un’indagine tesa a riconoscere i cittadini a rischio di sviluppare Alzheimer. Qui sì che anche i pochi falsi positivi solleverebbero temi etici.

Rimane il fatto che una diagnosi precoce non si riflette necessariamente in una nostra abilità di intervento. Sapere in anticipo e poi? A quale scopo?

Gli anticorpi disponibili (negli Stati Uniti) “lavano” via le placche amiloidee e non costa nulla sperare nella disponibilità attesa di nuove molecole con impatto sull’evoluzione della malattia di Alzheimer. Inoltre, una maggiore consapevolezza, un’acquisizione di probabilità elevata di diagnosi dopo blood test positivi potrebbe condurre a stili di vita più consoni, all’eradicazione di quei fattori concausali della demenza, non necessariamente parte integrante della patogenesi, ma potenziali contributi alla senescenza (sedentarietà, fattori vascolari, obesità, ecc.)».

I nuovi test possono davvero sostituire gli esami tradizionali?

«Direi di non buttare il bambino (liquor/PET) con l’acqua sporca. Centri qualificati, con idonea selezione di pazienti, convalidino pienamente i test sul sangue, comparandoli con approcci tradizionali consolidati. Oltre un decennio fa, quando il professor Sergio Bernardini e io introducemmo i primi test liquorali su pazienti Alzheimer del Policlinico Tor Vergata, c’era molto scetticismo. La stessa Società Italiana di Neurologia (e lo dico con cognizione di causa, da segretario della sezione Lazio) manifestava incredulità. Anni dopo, il nostro centro Alzheimer, diretto dal professor Martorana (e coadiuvato dalla dottoressa Motta) ha realizzato una banca dati immensa di test liquorali che consente di studiare, comparando, i test plasmatici.

Attendiamo quindi un’estesa convalida dei test in gioco e non limitiamoci a titoli o annunci mediatici roboanti. Qui il tema vero sarà per cosa saranno utilizzati: riconoscere soggetti a rischio di evoluzione maligna di malattia, quando già il quadro clinico, testato da neurologi competenti, suggerisce la diagnosi? Identificare pazienti che più di altri possano beneficiare di terapie combinate e non solo centrate sulla guerra alla “amiloide cattiva”?

Questo è il nostro compito di neurologi esperti, attenti tanto al progresso scientifico quanto alla farmaco-economia».

Protocollo d’intesa FOFI–FNOB: collaborazione tra farmacisti e biologi per rafforzare la rete di prossimità a beneficio dei cittadini

La Federazione degli Ordini dei Farmacisti Italiani (FOFI) e la Federazione Nazionale degli Ordini dei Biologi (FNOB) hanno sottoscritto ieri a Roma un protocollo d’intesa che sancisce la collaborazione tra farmacisti e biologi per l’esecuzione dei test diagnostici ematico-capillari attraverso l’impiego di strumentazioni POCT (Point-of-Care-Testing). L’accordo, firmato dal presidente FOFI Andrea Mandelli e dal presidente FNOB Vincenzo D’Anna, e consegnato al Sottosegretario di Stato, On. Marcello Gemmato, ha l’obiettivo di assicurare il più alto livello di qualità, affidabilità e sicurezza nelle prestazioni erogate ai cittadini, valorizzando le specifiche competenze professionali, nell’ottica del rafforzamento della rete assistenziale di prossimità.

L’esecuzione dei test diagnostici POCT da parte dei farmacisti del territorio rientra tra le prestazioni previste nell’ambito della “Farmacia dei servizi”, come disciplinata dal D.lgs. 153/2009, nel rispetto degli standard e dei requisiti strutturali ed organizzativi previsti dalla vigente Convenzione Nazionale Farmaceutica e delle Linee Guida già predisposte dalla FOFI e che sono in attesa della validazione da parte del Ministero della salute.

In virtù dell’accordo, il paziente che effettua il test ematico-capillare in farmacia riceve un attestato di esito – che non ha valore di referto – riportante i valori registrati ed elaborati dal dispositivo in uso. L’attestato di esito è sottoscritto dal farmacista che assicura il rispetto delle procedure seguite, la corretta conduzione della fase pre-analitica rispetto alle indicazioni fornite dal produttore dell’apparecchiatura con marchio CE, la scelta del test e la manutenzione della strumentazione. D’ora in poi, inoltre, su richiesta dell’assistito, le farmacie che abbiano attivato l’apposito collegamento con un laboratorio clinico, potranno trasmettere a quest’ultimo i dati rilevati per il rilascio del referto clinico, sottoscritto dal biologo o dal medico di laboratorio.

«La firma del protocollo d’intesa segna l’avvio di una proficua collaborazione tra farmacisti e biologi, volta a garantire ai pazienti la migliore assistenza possibile. Mai come in questi anni abbiamo compreso quanto sia importante fare squadra per costruire un servizio sanitario più efficiente e vicino ai reali bisogni delle persone – ha dichiarato il presidente FOFI, Andrea Mandelli -. La capillarità e la prossimità dei farmacisti non solo facilitano l’accesso ai servizi sanitari, ma si fondano sulla relazione di fiducia con il cittadino che ci permette di attuare un approccio proattivo alla salute, fondamentale per affrontare le sfide legate all’invecchiamento della popolazione e alla sostenibilità economica del SSN. La collaborazione con i biologi si inserisce in questa visione: assicurare i più elevati standard di qualità e sicurezza delle prestazioni che ogni giorno eroghiamo ai cittadini, che è la priorità assoluta dei farmacisti e di tutti i professionisti del Servizio Sanitario Nazionale. Un sincero ringraziamento al Sottosegretario Gemmato per la sensibilità e l’impegno profuso per il raggiungimento di questo importante traguardo di collaborazione interprofessionale».

«Abbiamo salvaguardato e ribadito le diverse competenze professionali che fanno capo ai Biologi e ai Farmacisti definendo, al tempo stesso, i loro differenti ruoli e funzioni. Il tutto in sinergia e collaborazione rafforzando, per entrambe le categorie, la professionalità che gli compete», ha commentato Vincenzo D’Anna, presidente della FNOB.

L’auspicio è che questo accordo trovi la più ampia adesione di tutti gli attori coinvolti e degli organismi di rappresentanza.

DDL Prestazioni sanitarie, ANAAO ASSOMED e CIMO-FESMED sul piede di guerra dopo l’analisi degli emendamenti

È impietosa, secondo i sindacati ANAAO ASSOMED e CIMO-FESMED, l’analisi degli emendamenti presentati dalla maggioranza al DDL Prestazioni sanitarie: per un’evidente incapacità di gestire il Servizio sanitario nazionale e di adottare le riforme necessarie al suo rilancio, il Governo sta vergognosamente appaltando la gestione degli ospedali a terzi.

Ecco i punti maggiormente contestati:

  • Si appaltano le prestazioni di Pronto soccorso ai gettonisti e alle cooperative, usciti dalla porta e rientrati dalla finestra, con tutte le criticità in termini di formazione, esperienza, compensi e rispetto della normativa sull’orario di lavoro già ampiamente denunciate e certificate dallo stesso Ministero della Salute
  • Si appaltano le prestazioni di specialistica ambulatoriale alle farmacie, snaturando il loro ruolo di presidi fondamentali per il territorio ma che non possono ambire a diventare dei piccoli ospedali.
  • Si prevede l’introduzione dell’obbligo, per tutti gli specializzandi, di lavorare per un anno in Pronto soccorso durante il corso di formazione, esclusivamente per colmare i buchi di organico e senza tenere in alcun modo in considerazione le legittime aspirazioni dei medici. E in caso di straordinari degli specializzandi, ovviamente non viene stanziato nemmeno un euro per retribuirli, ma verrebbero pagati con i fondi già previsti, togliendo quindi risorse al personale strutturato.

E proprio sul tema delle risorse risicate viene proposto un emendamento – ritenuto inaccettabile dai due sindacati – che, come un moderno Robin Hood, toglie a tutti i medici i fondi contrattuali per il trattamento accessorio destinato alla valorizzazione della carriera dei professionisti per gli anni 2025 e 2026, pari a circa 200 milioni di euro, per darli esclusivamente al personale dell’emergenza-urgenza e delle reti tempo dipendenti. Occorre giustamente valorizzare il lavoro nell’emergenza-urgenza, ma lo si faccia stanziando fondi ad hoc, non togliendoli agli altri, con il rischio peraltro di innescare una guerra tra poveri.

Per non parlare dell’ennesimo tentativo di dipingere l’intramoenia come la causa delle liste d’attesa, prevedendone l’attivazione solo nel caso in cui le agende istituzionali siano piene, con l’unica conseguenza di ridurre ulteriormente l’offerta sanitaria e dunque di allungare i tempi di attesa.

«Ci troviamo dinanzi a un deplorevole tentativo non solo di smantellare il nostro Servizio sanitario nazionale, ma anche di creare profonde divisioni tra il personale – dichiarano Pierino Di Silverio, Segretario nazionale ANAAO ASSOMED, e Guido Quici, Presidente Federazione CIMO-FESMED – dinanzi al quale non possiamo tacere e non possiamo restare fermi. Abbiamo già attivato ogni possibile strumento a nostra disposizione per evitare che tali emendamenti siano approvati, e confidiamo nell’attenzione e nelle competenze di alcuni parlamentari e forze politiche, ma nel caso in cui dovessero passare non escludiamo la possibilità di proclamare lo stato di agitazione e mobilitare i nostri iscritti, fino a promuovere il rifiuto di proseguire un minuto oltre il nostro orario di lavoro».

FSE, frattura digitale tra le Regioni: solo 4 documenti su 16 resi disponibili ovunque

In occasione del 9° Forum Mediterraneo in Sanità, la Fondazione GIMBE ha presentato i dati aggiornati sulla diffusione e l’utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) nelle Regioni italiane. L’analisi indipendente restituisce un quadro chiaro: lo strumento chiave della trasformazione digitale procede a velocità diverse, generando nuove forme di disuguaglianza. Ad oggi, solo quattro tipologie di documenti sanitari risultano disponibili in tutte le Regioni e appena il 42% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione dei propri dati, con divari abissali e percentuali irrisorie nel Mezzogiorno. Una frattura che, come ha sottolineato anche il Ministro Schillaci lo scorso 25 giugno alla Camera, “non è solo un problema tecnico, ma è una questione di equità nell’accesso alle cure”.

Per molti cittadini il FSE resta uno strumento ben lontano dalla piena operatività

«Il Fascicolo Sanitario Elettronico – afferma Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – dovrebbe essere la chiave per migliorare accessibilità, continuità delle cure e integrazione dei servizi sanitari e socio-sanitari. Ma oggi, per milioni di cittadini, resta uno strumento ben lontano dalla piena operatività. Il divario digitale tra le Regioni, se non colmato rapidamente, rischia di trasformarsi in una nuova forma di esclusione sanitaria». Infatti, i dati resi pubblici sul portale Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 del Ministero della Salute e del Dipartimento per la Trasformazione Digitale – aggiornati al 31 marzo 2025 – confermano che la disponibilità e l’utilizzo di documenti e servizi nel FSE variano in maniera molto rilevante tra le Regioni.

Completezza del Fascicolo sanitario elettronico

Documenti. Il Decreto del Ministero della Salute del 7 settembre 2023 ha definito i contenuti del FSE 2.0, ma ad oggi soltanto 4 documenti su 16 monitorati sul portale pubblico – lettera di dimissione ospedaliera, referti di laboratorio e di radiologia e verbale di pronto soccorso – risultano effettivamente disponibili in tutte le Regioni (figura 1).

«Un cittadino siciliano e uno veneto – commenta Cartabellotta – non hanno le stesse possibilità di accesso alla propria documentazione clinica. E questo non è accettabile in un Servizio Sanitario Nazionale che si definisce universale». La disomogeneità regionale è marcata. Alcuni documenti fondamentali – come il profilo sanitario sintetico, le prescrizioni specialistiche e farmaceutiche, il referto specialistico ambulatoriale – sono disponibili in oltre l’80% delle Regioni. Il certificato vaccinale e il documento di erogazione delle prestazioni specialistiche sono presenti in 15 Regioni e Province Autonome (71%), mentre il documento di erogazione dei farmaci e la scheda della singola vaccinazione compaiono nei FSE di 14 Regioni (67%). Il referto di anatomia patologica e il taccuino personale dell’assistito sono accessibili in 13 Regioni (62%). Soltanto 6 Regioni rendono disponibile la lettera di invito per screening, vaccinazioni e altri percorsi di prevenzione, mentre la cartella clinica è resa disponibile nel FSE solo dal Veneto (tabella 1).

Complessivamente, a livello nazionale il FSE mette a disposizione degli utenti il 68% dei documenti monitorati sul portale del FSE 2.0 e previsti dal decreto. Nessuna Regione alimenta il FSE con tutte le tipologie documentali previste dal DM: si va dal 93% del Piemonte e del Veneto al 40% di Abruzzo e Calabria (figura 2).

Servizi. Attualmente, i FSE regionali offrono fino a 45 servizi digitali (tabella 2), che permettono ai cittadini di svolgere varie attività fondamentali: dal pagamento di ticket e prestazioni alla prenotazione di visite ed esami, dalla scelta del medico di medicina generale alla consultazione delle liste d’attesa. Anche su questo fronte, però, il divario tra Regioni è profondo. Solo la Toscana (56%) e il Lazio (51%) superano la soglia del 50% dei servizi attivati. All’estremo opposto, in Calabria la disponibilità si ferma al 7% (figura 3).

«È utile precisare – spiega Cartabellotta – che molti dei servizi digitali sono accessibili tramite altri canali, come portali web o app offerti dalle Regioni. Tuttavia, se questi non vengono integrati anche nel FSE, da un lato si perde l’obiettivo di creare un’unica piattaforma digitale per il cittadino, dall’altro il monitoraggio nazionale restituisce una fotografia parziale e sottostimata dell’effettiva disponibilità dei servizi offerti»

Utilizzo del FSE

Consenso alla consultazione. Al 31 marzo 2025 (per il Friuli Venezia Giulia i dati sono aggiornati al 31 dicembre 2024), a livello nazionale solo il 42% dei cittadini ha espresso il consenso alla consultazione dei propri dati sanitari da parte dei medici. Ma il divario tra le Regioni è enorme: si passa dall’1% in Abruzzo, Calabria e Campania al 92% in Emilia-Romagna. Tra le Regioni del Sud, solo la Puglia (73%) supera la media nazionale (figura 4).

«Fornire il consenso è il primo passo per accedere ai benefici del FSE – sottolinea Cartabellotta – ma serve un grande sforzo informativo e culturale per rafforzare la fiducia dei cittadini, superando i timori legati alla protezione dei dati personali».

Utilizzo del FSE. Tra gennaio e marzo 2025, appena il 21% dei cittadini ha consultato almeno una volta il proprio FSE, considerando esclusivamente chi ha avuto almeno un documento caricato. Anche in questo caso le disparità regionali sono marcate: si va dall’1% delle Marche al 65% dell’Emilia-Romagna (figura 5).

Nel Mezzogiorno, l’utilizzo resta sotto l’11%. «Non basta caricare i dati nel fascicolo – spiega Cartabellotta – bisogna anche mettere le persone nella condizione di usarli. E questo significa investire seriamente in alfabetizzazione digitale».

Utilizzo da parte di Medici di Medicina Generale e Pediatri di Libera Scelta. Tra gennaio e marzo 2025 (ottobre-dicembre 2024 per il Friuli Venezia Giulia), il 95% dei Medici di Medicina Generale e Pediatri di Libera Scelta ha effettuato almeno un accesso al FSE. Nove Regioni raggiungono il 100% di utilizzo: Basilicata, Emilia-Romagna, Marche, Molise, Provincia Autonoma di Trento, Piemonte, Puglia, Sardegna e Umbria. Anche nelle restanti Regioni il tasso di utilizzo si mantiene elevato: Liguria (99%), Lazio e Veneto (98%), Lombardia (96%). Si collocano leggermente sotto la media nazionale Abruzzo e Friuli Venezia Giulia (94%), Calabria (93%), Sicilia (91%), Campania e Provincia Autonoma di Bolzano (88%), Toscana (80%) e Valle d’Aosta (47%) (figura 6).

Utilizzo da parte di medici specialisti. Al 31 marzo 2025 (31 dicembre 2024 per il Friuli Venezia Giulia), il 72% dei medici specialisti delle Aziende sanitarie risulta abilitato alla consultazione del FSE. Anche in questo caso, le differenze tra Regioni restano marcate.  Dodici Regioni e Province Autonome hanno raggiunto il 100% di abilitazioni: Lombardia, Marche, Molise, Province Autonome di Bolzano e Trento, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto. Sotto la media nazionale si collocano Campania (61%), Lazio (60%), Abruzzo (37%), Sicilia (36%) e Calabria (26%). Fanalino di coda la Liguria, con appena il 16% di medici specialisti abilitati alla consultazione del FSE (figura 7).

«In alcune Regioni – conclude Cartabellotta – il FSE è uno strumento pienamente operativo, grazie alla quantità di documenti presenti, al consenso dei cittadini ed al loro effettivo utilizzo.

Serve un patto nazionale per la sanità digitale tra Governo, Regioni e cittadini, che assicuri completezza nei contenuti del FSE e uniformità di accesso in tutte le Regioni

In altre, soprattutto nel Mezzogiorno, il FSE è spesso un contenitore semivuoto e scarsamente utilizzato anche per l’elevata diffidenza sulla sicurezza dei dati da parte della popolazione. Ma la sanità digitale non può essere un’innovazione per pochi: servono investimenti e una governance centralizzata per garantire diritti a tutte le persone indipendentemente dal luogo in cui vivono. Se vogliamo davvero attuare una sanità digitale, i dati devono essere accessibili non solo ai cittadini, ma a tutti i professionisti coinvolti nei percorsi clinico-assistenziali, perché la tecnologia è necessaria, ma non sufficiente. Ecco perché serve un patto nazionale per la sanità digitale tra Governo, Regioni e cittadini, che assicuri completezza nei contenuti del FSE e uniformità di accesso in tutte le Regioni. Altrimenti, rischiamo che la straordinaria opportunità offerta dalla trasformazione digitale, di cui il FSE costituisce la “combinazione” di accesso, finisca per generare nuove diseguaglianze».

Fotografia dell’abuso e dell’uso improprio di farmaci nelle carceri milanesi

Ogni anno in Italia transitano negli istituti penitenziari circa 100mila persone. Di queste, tra il 35 e il 50% presenta un uso problematico di sostanze, mentre oltre un terzo (34,1%) è detenuto per reati legati alla droga. Solo nel 2023, gli ingressi in carcere di persone con dipendenze sono stati 15.492, pari al 38,1% del totale. A fine 2023, i detenuti con dipendenza da sostanze erano 17.405, ovvero il 29% della popolazione carceraria complessiva.

Nel contesto carcerario, il “confine” tra l’uso terapeutico, l’abuso e il misuso è particolarmente sfumato

Il recente Rapporto Antigone 2025 fotografa una situazione sanitaria allarmante: tra i 95 istituti ispezionati, il 44,25% dei detenuti fa uso di sedativi o ipnotici, mentre il 20,4% assume stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. Numeri che raccontano un uso intensivo di psicofarmaci  e pongono interrogativi urgenti sulla gestione della salute mentale dietro le sbarre.

Ne parliamo con Maria Paola Canevini, docente di Neuropsichiatria infantile e direttrice del Dipartimento di Salute Mentale e Dipendenze dell’ASST Santi Paolo e Carlo di Milano, che include anche la sanità penitenziaria per gli Istituti di San Vittore, Bollate, Opera e Beccaria. In questa intervista per TrendSanità affronta il tema, sempre più urgente, dell’abuso e del misuso di farmaci negli istituti di pena.

Maria Paola Canevini

Professoressa Canevini, partiamo dalle definizioni: cosa si intende per uso, abuso e misuso di farmaci in ambito penitenziario?

«Nel contesto carcerario, il “confine” tra l’uso terapeutico, l’abuso e il misuso è particolarmente sfumato. L’abuso riguarda l’assunzione eccessiva o non motivata clinicamente di un farmaco, spesso per scopi psicoattivi. Il misuso invece, comprende tutti gli usi inappropriati, ovvero farmaci prescritti senza adeguata indicazione, richieste manipolative, o assunzione alterata rispetto alla prescrizione. È, purtroppo, un fenomeno che si accompagna sempre più frequentemente a forme di disagio psichico e sociale molto complesse».

Quanto è diffuso il problema della salute mentale in carcere, in modo particolare nel milanese?

«Nei nostri Istituti milanesi, come, per esempio nella Casa Circondariale di San Vittore, si stima che oltre il 50% – dati aggiornati – dei detenuti presenti forme di disagio psichico, spesso associate a disturbi psichiatrici veri e propri. A titolo esemplificativo della portata del problema: una recente delibera regionale ha previsto l’istituzione, all’interno dell’Istituto Penitenziario di San Vittore, di un Reparto di Assistenza Psichiatrica Intensificata con una capienza di 24 posti letto. Applicando i criteri di gravità stabiliti dalla medesima delibera, nel primo trimestre del 2024 avremmo avuto bisogno di 126 posti letto. Si tratta, in molti casi, di persone con storie traumatiche, migranti, precoce politossicodipendenza e disagio sociale. E in più abbiamo il sovraffollamento: a San Vittore 748 posti per 1.115 detenuti, a Bollate 1.267 posti per 1.389 detenuti, a Opera 918 posti per 1.370 detenuti, e al Beccaria la carenza di spazi riabilitativi aggravano ulteriormente la situazione».

Servono risorse e visione per una sanità penitenziaria efficace

Quali sono i farmaci più richiesti o soggetti ad abuso?

«Negli ultimi anni abbiamo osservato un aumento significativo della richiesta e dell’abuso di farmaci nati per l’epilessia, ma oggi usati anche per l’ansia o il dolore. Sono molecole legali, ma vengono spesso usate impropriamente, anche perché possono dare effetti psicoattivi. Lo stesso vale per alcuni oppiacei da prescrizione. Il problema è che molti detenuti arrivano già con terapie complesse, plurifarmacologiche e spesso poco giustificate».

I detenuti arrivano già con queste prescrizioni?

«Talvolta sono il frutto di precedenti esperienze detentive o di prescrizioni territoriali, non sempre aggiornate o corrette. Quando entrano in carcere, richiedono la continuità delle terapie. Alcuni lo fanno perché ne hanno davvero bisogno, altri invece in modo strumentale e con secondi fini.  Nella Casa Circondariale di San Vittore, per esempio, dove il turnover è altissimo, capita che l’abuso di psicofarmaci inizi per strada attraverso il mercato nero e poi sia rivendicato in carcere anche con modalità minacciose autolesionistiche: “O mi dai il farmaco, o mi faccio del male…”. Queste situazioni vengono poi gestite con un lavoro integrato fra psichiatri, psicologi, educatori e personale infermieristico. Quando possibile, cerchiamo di scalare l’uso di farmaci ad alto rischio, sostituendoli con molecole meno problematiche o alternative, non farmacologiche. Ma serve anche un lavoro di rete per garantire continuità assistenziale dopo la dimissione, cosa tutt’altro che semplice».

Esistono linee guida specifiche per la prescrizione psichiatrica in carcere?

«Sono le stesse Linee guida cliniche del territorio. Tuttavia, in Lombardia, abbiamo sviluppato un prontuario farmaceutico penitenziario, condiviso con la Regione. Questo strumento permette di regolare la prescrivibilità di alcuni farmaci, rendendoli accessibili solo con una motivazione clinica precisa. Questo è un primo passo per limitare l’abuso strutturale e uniformare il territorio evitando che i pazienti, passando da un Istituto all’altro, tornino ad abusare di particolari psicofarmaci».

In Lombardia è stato sviluppato un prontuario farmaceutico penitenziario per limitare l’abuso e garantire equità

Nei penitenziari c’è anche “un mercato interno” dei farmaci?

«Questo è un tema molto delicato. Alcuni psicofarmaci non vengono assunti, ma accantonati e poi scambiati, anche in modo organizzato. Questo avviene soprattutto se la somministrazione non è vigilata, come avviene nei reparti ospedalieri psichiatrici. Nelle carceri, gli infermieri non possono, ovviamente, sempre garantire l’assunzione osservata. Usiamo le formulazioni in gocce quando possibile, ma l’accantonamento e lo scambio restano un rischio reale».

Cosa accade dopo la scarcerazione? I detenuti con problemi psichiatrici vengono seguiti?

«Quando una persona esce dal carcere, purtroppo non sempre è seguita. Il passaggio ai servizi territoriali può essere molto difficile, specie se la persona non ha una residenza stabile. Senza codice fiscale o un CPS (Centro Psico Sociale) di riferimento, rischia di essere abbandonata. Paradossalmente, alcune persone ricevono più cure in carcere che fuori. Il problema si accentua per i pazienti psichiatrici migranti».

Paradossalmente, alcune persone ricevono più cure in carcere che fuori, e il problema si accentua per i pazienti psichiatrici migranti

Alcuni farmaci sono cruciali: come distinguere uso legittimo e abuso?

«Pensiamo agli oppiacei per il dolore: sono indispensabili in alcuni casi, ma anche ad altissimo rischio di abuso. Lo stesso vale per i farmaci per l’insonnia. In carcere la qualità del sonno è spesso scarsa e le condizioni ambientali sono sfavorevoli, quindi le richieste sono numerose. Tuttavia, non sempre è semplice distinguere tra una reale necessità clinica e un uso strumentale. Farmaci per l’insonnia come la melatonina, che sono più sicuri, vengono purtroppo percepiti dai detenuti come inefficaci».

Oltre ai farmaci, esistono altri mezzi di “autoalterazione”?

«Un fenomeno emergente è l’inalazione di gas butano, ottenuto dalle bombolette da campeggio usate per cucinare. In alcune carceri si sta cercando di rendere le celle “gas free”, introducendo piastre a induzione. Ma anche qui ci sono limiti tecnici, come l’insufficienza della rete elettrica. Inalare gas è estremamente pericoloso e rappresenta un’ulteriore via per stordirsi, evadere mentalmente dalla detenzione».

Come si può migliorare la situazione?

«Serve una presa in carico multidisciplinare, con protocolli chiari e coordinamento tra istituzioni. Ma soprattutto serve una politica che garantisca il diritto alla cura dentro e fuori dal carcere, con percorsi di uscita assistiti. È anche una questione di sicurezza pubblica: una persona seguita, stabile, curata è meno pericolosa per sé e per gli altri. Ridurre l’abuso di farmaci in carcere significa investire in salute, dignità e reinserimento sociale».

Lotta al fumo: oltre 6 miliardi di persone protette, ma l’Italia è ancora indietro

C’è un dato che colpisce: oggi più di sei miliardi di persone, tre quarti della popolazione mondiale, vivono in Paesi che hanno adottato almeno una misura efficace per ridurre il consumo di tabacco. Lo rivela il nuovo rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), presentato a Dublino nel corso della Conferenza mondiale sul Controllo del Tabacco.

Il documento traccia un bilancio a diciotto anni dall’introduzione del pacchetto di interventi noto come MPOWER, l’insieme di sei strategie che vanno dal divieto di pubblicità all’aumento delle tasse sulle sigarette, passando per le campagne shock sui pacchetti e le aree pubbliche libere dal fumo.

Un approccio che, secondo l’Oms, sta dando i suoi frutti. Nel 2007, solo un miliardo di persone nel mondo era protetto da almeno una di queste misure. Oggi quel numero si è moltiplicato per sei. Eppure, la guerra contro il tabacco è tutt’altro che vinta.

Cos’è il pacchetto MPOWER

Lanciato nel 2007, il pacchetto MPOWER identifica sei azioni fondamentali per combattere il tabagismo:

  • Monitoraggio del consumo di tabacco e delle politiche di prevenzione
  • Protezione dal fumo passivo
  • Offerta di aiuto per smettere di fumare
  • Warning: avvertenze forti su pacchetti e campagne informative
  • Enforcement dei divieti su pubblicità, promozioni e sponsorizzazioni
  • Raise: aumento delle tasse sui prodotti del tabacco

Secondo l’OMS, è scientificamente provato che queste misure salvano vite e riducono i costi sanitari.

Dove il mondo accelera

In quasi 110 Paesi, i pacchetti di sigarette mostrano oggi immagini e messaggi sanitari forti e chiari sui rischi del fumo, un salto enorme rispetto ai soli 9 Stati che lo facevano nel 2007. Inoltre, in 25 Paesi è già obbligatorio il cosiddetto “plain packaging”, confezioni neutre senza colori, loghi o elementi grafici in grado di rendere il prodotto più accattivante.

Sul fronte degli spazi pubblici, sono 79 i Paesi che hanno introdotto leggi che vietano completamente il fumo in luoghi chiusi come bar, ristoranti e uffici. Solo negli ultimi tre anni si sono unite a questo gruppo anche nazioni come l’Indonesia e la Slovenia.

E l’Italia?

L’Italia ha fatto qualche passo avanti nel corso degli anni, ma resta lontana dal gruppo di testa. I dati parlano chiaro: solo quattro Paesi – Brasile, Mauritius, Paesi Bassi e Turchia – hanno implementato tutte e sei le misure del pacchetto MPOWER al massimo livello raccomandato dall’OMS. Altri sette, tra cui Irlanda, Spagna e Slovenia, sono a un soffio dal traguardo. Ma l’Italia non è tra questi.

Tradotto, nel nostro Paese ci sono ancora margini di miglioramento perché, si legge nella scheda dedicata al Belpaese, dal 2014 a oggi non si rilevano cambiamenti significativi in termini di minor accessibilità delle sigarette.

In particolare, secondo il report, tre aree critiche emergono a livello globale e plausibilmente riguardano anche l’Italia:

  • Solo il 33% della popolazione mondiale ha accesso a servizi sanitari gratuiti o a basso costo per smettere di fumare. L’Italia offre alcuni servizi, ma non è chiaro se siano pienamente conformi agli standard OMS
  • Le tasse sui prodotti del tabacco, considerate uno degli strumenti più efficaci, restano insufficienti in 134 Paesi, Italia compresa
  • Le restrizioni su pubblicità e sponsorizzazioni raggiungono livelli “best practice” solo in 68 Paesi, coprendo appena il 25% della popolazione globale. Anche qui, l’Italia ha leggi restrittive, ma non è tra i Paesi che hanno completato l’applicazione al livello più alto.

Il rischio della “normalizzazione”

L’allarme dell’OMS è chiaro. Mentre sempre più governi adottano politiche coraggiose, l’industria del tabacco continua a reinventarsi, soprattutto tra i più giovani, con sigarette elettroniche e prodotti alternativi che rischiano di riaccendere l’appeal del fumo.

«Non possiamo abbassare la guardia – ha ammonito il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus –. Le politiche funzionano, ma devono essere rafforzate e applicate ovunque, senza compromessi».

La strada da percorrere

Nel mondo, 134 Paesi non hanno ancora portato le tasse sul tabacco a livelli sufficienti per scoraggiare il consumo. Solo un terzo della popolazione globale ha accesso a servizi gratuiti o convenienti per smettere di fumare. E appena un quarto vive in Paesi dove le pubblicità di sigarette sono completamente vietate.

Anche l’Italia, nonostante le leggi sul fumo nei locali pubblici e le immagini shock sui pacchetti, è chiamata a fare di più, soprattutto per proteggere le nuove generazioni e ridurre i danni sanitari, sociali ed economici legati al tabagismo.

Il messaggio che arriva da Dublino è chiaro: le armi per combattere il fumo esistono, i dati dimostrano che funzionano. Sta ai governi – Italia compresa – scegliere se usarle fino in fondo.