Rubrica

«Le case di comunità non rispondono esattamente al concetto di sanità di prossimità»

A TrendSanità Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi)

Non si può pensare che la sola casa di comunità sia in grado di garantire la sanità di prossimità. Il tema cambia radicalmente a seconda dei territori: nelle grandi aree metropolitane come Milano, Roma, Firenze, Bologna o Palermo, un bacino di 50 mila abitanti può corrispondere a una porzione limitata di quartiere, rendendo più concreta l’idea di prossimità.

Diverso è il caso delle aree interne, dove si concentra la maggior parte dei comuni italiani: qui 50 mila abitanti possono essere distribuiti su territori molto ampi, talvolta comprendenti più vallate. In questi contesti, dunque, non si può parlare di vera sanità di prossimità se si fa affidamento su un’unica struttura centrale.

La casa di comunità può diventare davvero un presidio di prossimità solo se evolve in un hub, anche tecnologico, capace di coordinare una rete diffusa di servizi. Attorno a questo nodo devono gravitare, in modo integrato e connesso anche attraverso la sanità digitale, gli ambulatori dei medici di medicina generale, quelli dei pediatri, le strutture specialistiche, le farmacie dei servizi e, più in generale, l’intero sistema delle RSA.

La casa di comunità può diventare davvero un presidio di prossimità solo se evolve in un hub, anche tecnologico, capace di coordinare una rete diffusa di servizi

In questo modello, i cittadini accedono ai servizi anche in presenza, mentre prestazioni erogate tramite telemedicina, teleassistenza e telemonitoraggio convergono verso la casa di comunità, dove vengono gestite e prese in carico. La prossimità, dunque, non è solo fisica ma anche organizzativa e digitale, resa possibile da una connessione virtuosa tra tutti i servizi sanitari, sociosanitari e amministrativi del territorio, inclusa la rete dei comuni.

Alla luce di ciò, emerge la necessità di un’evoluzione delle case di comunità previste dal PNRR: un vero e proprio upgrade che le trasformi in nodi centrali di una rete integrata. Da qui devono poter partire anche i servizi territoriali più capillari. È il caso, ad esempio, dell’infermiere di famiglia e di comunità, che può operare partendo dalla casa di comunità ma anche da presìdi decentrati, come farmacie dei servizi o RSA, per poi raggiungere il domicilio del paziente, soprattutto nelle aree interne.

Le informazioni e i dati raccolti sul territorio confluiscono quindi nella casa di comunità, dove vengono elaborati e consentono la presa in carico da parte dei medici di medicina generale o degli specialisti, completando così il ciclo dell’assistenza.

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Carlo M. Buonamico
Carlo M. Buonamico
Giornalista professionista esperto di sanità, salute e sostenibilità