L’Italia è entrata definitivamente nell’era della longevità. Con circa 14 milioni di anziani, l’invecchiamento della popolazione non può più essere letto come un’emergenza, ma come una trasformazione strutturale che interpella welfare, sanità e società nel loro insieme. È in questo contesto che la Legge 33 segna un cambio di passo: superare una visione assistenziale frammentata per costruire un nuovo patto sociale, fondato su responsabilità collettiva, integrazione sociosanitaria e riconoscimento della fragilità come dimensione costitutiva dell’essere umano. È in occasione del convegno “Invecchiare bene in una società che cambia”, organizzato da Age-It insieme a INPS, che abbiamo posto 5 domande sul tema a Monsignor Vincenzo Paglia, Presidente Emerito Pontificia Accademia per la Vita.
Con 14 milioni di anziani in Italia, l’invecchiamento è una trasformazione strutturale che coinvolge welfare, sanità e società
Monsignor Paglia, lei ha affermato che gli anziani non sono un peso, ma una risorsa per la società. Quali cambiamenti strutturali nel welfare e nella sanità ritiene prioritari per tradurre questa visione in politiche pubbliche efficaci?
«L’idea della vecchiaia come risorsa non nasce da un pregiudizio positivo, ma da un dato di realtà. In Italia gli anziani sono oggi circa 14 milioni di persone: una componente strutturale della società, non marginale. E i numeri economici lo confermano. Basti pensare ai circa 200 miliardi di euro che ruotano intorno al cosiddetto “mercato della vecchiaia” o al valore economico del tempo che i nonni dedicano ai nipoti, che, secondo una stima della Commissione per la riforma dell’assistenza alla popolazione anziana che presiedo, equivale a una vera e propria legge finanziaria. Il vero nodo, però, è culturale. Per troppo tempo una cultura miope, talvolta crudele, ha relegato la vecchiaia a una fase di scarto, quasi un naufragio. Oggi facciamo persino fatica a usare la parola “vecchio”, come se fosse offensiva. Questa contraddizione va superata. La Legge 33 introduce finalmente un cambio di paradigma: non più un approccio prestazionale e intermittente, ma un’assunzione di responsabilità collettiva. L’intera società – ovvero istituzioni, sanità, terzo settore, famiglie e volontariato – è chiamata a prendersi cura degli anziani, accompagnandoli nel loro contesto di vita, a domicilio o in piccole comunità. Questa è la vera rivoluzione che dobbiamo realizzare».
La Carta dei diritti della terza età e dei doveri della comunità propone un nuovo patto sociale verso gli anziani. Quali difficoltà istituzionali e culturali intravede nella sua attuazione?
«Le difficoltà si collocano su due piani. Il primo è culturale e riguarda la necessità di riconoscere pienamente che la vecchiaia è una risorsa e non un peso, come dicevo prima. Il secondo è strutturale. Persistono ancora organizzazioni ministeriali e amministrative che separano rigidamente il sanitario dal sociale: quello che definisco il “peccato originale” del nostro sistema. C’è poi il tema delle risorse economiche. La legge è stata approvata, ma finora è stata finanziata solo in parte.
La separazione degli aspetti sanitari da quelli sociali è il “peccato originale” del nostro sistema
I fondi stanziati consentono però di avviare sperimentazioni territoriali. In alcune aree, ad esempio, stiamo sperimentando un modello di presa in carico olistica degli anziani ultraottantenni: penso a Tor Bella Monaca, dove circa 3-4 mila anziani saranno seguiti attraverso telemedicina, nuovi operatori sanitari e un’assistenza domiciliare sociosanitaria integrata e continuativa. Nessuno verrà abbandonato. Parallelamente, avvieremo sperimentazioni nelle aree interne, come i Monti Simbruini ed Ernici, dove l’indice di vecchiaia è ancora più elevato. L’obiettivo è lo stesso: non lasciare soli gli anziani, ovunque vivano».
In che modo le collaborazioni internazionali possono offrire modelli replicabili per affrontare globalmente la sfida dell’invecchiamento, anche nei Paesi con risorse limitate?
«Finora alcuni modelli sono arrivati soprattutto dal Nord Europa o dagli Stati Uniti. Oggi, però, l’Italia si appresta a diventare essa stessa un riferimento internazionale. È il primo Paese ad essersi dotato di una legge organica sulla popolazione anziana. Abbiamo già presentato la legge e la Carta dei diritti degli anziani al governo della Serbia e a diversi Paesi arabi, a partire dal Bahrein. Nei prossimi mesi è prevista in Italia una grande conferenza con i Paesi dei Balcani e dell’Europa orientale, presso il Ministero degli Esteri. Un ulteriore obiettivo è portare la Carta dei diritti degli anziani alle Nazioni Unite e promuovere la creazione di un organismo internazionale dedicato agli anziani, sul modello dell’UNICEF per l’infanzia. In questo modo l’Italia può diventare promotrice di una nuova cultura e di una nuova politica globale sull’invecchiamento».
Lei parla di fragilità non come limite, ma come dimensione umana da riconoscere. Quali sono le priorità per garantire non solo longevità, ma qualità di vita e cure integrate?
«La legge che abbiamo promosso riguarda tutta la popolazione anziana, non solo i non autosufficienti. Il denominatore comune è la fragilità, che non va intesa come un handicap, ma come una condizione connaturata all’essere umano. Gli anziani, come i bambini, ricordano a tutti – giovani e adulti – che la fragilità è universale, sia fisica sia psichica. Se questa dimensione viene compresa fino in fondo, produce una conseguenza virtuosa: se siamo tutti fragili, allora siamo tutti chiamati a sostenerci reciprocamente.
L’Italia è il primo Paese ad essersi dotato di una legge organica sulla popolazione anziana
La fragilità aiuta a rafforzare la prevenzione, a promuovere l’attenzione e la cura, a sviluppare una cultura della solidarietà. Nessuno è invincibile. Questa consapevolezza non è una sconfitta, ma un modo più autentico di vivere insieme. Come ho scritto anche in un mio volume durante la pandemia, la fragilità non è il contrario della forza: è ciò che rende possibile una società più umana».
Qual è il ruolo del terzo settore nella tutela e nella cura della persona anziana?
«Il terzo settore è basilare, soprattutto nel campo della fragilità, sia essa degli anziani, dei bambini o delle persone con disabilità. È il luogo in cui la prossimità diventa reale e quotidiana. In una società sempre più tecnologica, il terzo settore rende possibili le relazioni, l’affettività, la complicità umana di cui tutti abbiamo bisogno per stare bene. Senza una dimensione amorevole, le leggi non bastano. Credo che il terzo settore debba sempre più riconoscersi in una prospettiva umanistica e solidaristica. In Italia, il volontariato gratuito rappresenta una risorsa straordinaria, anche grazie a una cultura della gratuità che affonda le radici nella dimensione religiosa e spirituale del Paese. È una delle espressioni più alte dell’essere umano. Inoltre, la prospettiva della creazione di un Istituto scientifico dedicato allo studio dell’invecchiamento è, a mio avviso, la “ciliegina sulla torta”. Ripensare la vecchiaia richiede anche uno sforzo intellettuale e organizzativo di alto livello. Abbiamo davanti trent’anni di vita in più rispetto al passato: vanno pensati, progettati, accompagnati. In questo senso, la convergenza con l’INPS e il mondo scientifico è estremamente promettente e apre scenari di grande valore per il futuro».







