Tra sostenibilità della spesa, innovazione terapeutica e trasformazione digitale, il sistema sanitario italiano si trova oggi davanti a sfide decisive. In questo scenario, il ruolo delle istituzioni – nazionali e regionali – diventa cruciale per garantire accesso alle cure, qualità dei servizi e capacità di governare l’innovazione.
TrendSanità ha raccolto l’opinione di Emanuele Monti, presidente della commissione Welfare della Regione Lombardia e membro dell’Executive Board dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Con lui abbiamo affrontato i temi della governance del farmaco, delle prospettive del Servizio sanitario e delle opportunità offerte dall’uso dei dati e dalle nuove tecnologie per rendere la sanità più sostenibile ed efficace.
La Lombardia è spesso considerata un laboratorio di politiche sanitarie. Quali sono oggi le priorità della Commissione Welfare della Regione Lombardia per garantire sostenibilità, innovazione e accesso equo alle cure?
«Sicuramente c’è il tema della sostenibilità del sistema sanitario. Non a caso ho voluto promuovere gli Stati Generali dell’economia della salute nelle scorse settimane a Varese, che hanno riunito i massimi esperti della sanità in Italia, insieme a figure istituzionali, ministri e governatori, per discutere della sostenibilità di un sistema che garantisce un accesso equo e universale come quello italiano. Questo sistema si scontra però con l’allungamento dell’aspettativa di vita, che non va di pari passo con una vita in piena salute e che quindi porta con sé costi legati alla gestione della cronicità. Dall’altra parte, l’innovazione tecnologica e terapeutica, che da un lato migliora le cure, dall’altro implica costi crescenti.
Domanda e offerta sanitaria dipendono anche da corrette prescrizioni e dal governo del territorio
Tutto questo, in un modello basato sul finanziamento pubblico, deve essere affrontato in modo sistemico e multidisciplinare, con un approccio che non si limiti alla semplificazione del “più fondi alla sanità”. Su questo sono tutti d’accordo, ma non è necessariamente la strada corretta. Lo ha ricordato anche il presidente della regione Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga nel suo intervento agli Stati Generali: una Regione autonoma che può gestire direttamente determinate risorse ha aggiunto negli anni risorse significative alla sanità, ma senza risolvere i problemi. Anzi, si è ritrovata con liste d’attesa più lunghe.
Un po’ come accaduto in Lombardia, dove dopo il Covid è stato aggiunto un milione di prestazioni in più, ma le liste di attesa non sono diminuite. Questo significa che domanda e offerta sanitaria dipendono anche da corrette prescrizioni e dal governo del territorio: tanti elementi che rientrano nel grande tema della sostenibilità del nostro sistema sanitario. Quindi non è solo una questione di fondi, ma anche di governance.
Come è emerso anche dagli Stati Generali, bisogna agire su diversi fattori. Il primo è la prevenzione: è un moltiplicatore di risparmio ma anche di salute, quindi un ambito su cui investire ancora di più.
Il secondo è l’integrazione tra sanitario, socio-sanitario e socio-assistenziale: piani di zona, servizi sanitari, ospedale e territorio. L’integrazione, e quindi la programmazione, è fondamentale.
Il terzo elemento è l’innovazione tecnologica. C’è la necessità di ridurre la burocrazia: spesso iniziative che potrebbero portare grande valore ai cittadini sono bloccate non per mancanza di fondi o di scelte, ma per la burocrazia. La tecnologia può aiutare a snellirla, in un Paese che soffre di eccesso burocratico.
La tecnologia può aiutare a snellire la burocrazia che rischia di bloccare le iniziative
Un altro tema è la valorizzazione del personale sanitario. La tecnologia non è sostitutiva ma abilitativa: medici, infermieri e professioni sanitarie restano al centro del sistema.
Infine, serve una maggiore responsabilizzazione dei cittadini. Oggi un esame su cinque prenotato non viene effettuato perché il cittadino non si presenta. Questo dice molto, così come l’aderenza terapeutica o la partecipazione agli screening gratuiti. Serve un rinnovato patto sociale per rilanciare il sistema sanitario nazionale.»
Parliamo di innovazione terapeutica e sostenibilità. L’innovazione farmaceutica sta accelerando, ma cresce anche la pressione sulla spesa sanitaria. Dal suo osservatorio anche nell’Executive Board dell’Agenzia italiana del farmaco, come si può garantire un accesso rapido alle terapie più innovative senza mettere a rischio la sostenibilità del sistema? Attraverso la rivisitazione dei modelli di prezzo-rimborso e valutazione dell’innovazione?
«Rispetto a vent’anni fa, il numero di farmaci con richiesta di autorizzazione è aumentato di cinque volte. La piattaforma di nuove terapie è cresciuta molto e crescerà ancora grazie all’intelligenza artificiale, con modelli che consentono un time to market più rapido e studi clinici più efficienti.
Serve sviluppare una cultura che consideri la spesa farmaceutica come generatrice di valore
Le questioni che lei pone sono corrette. La spesa farmaceutica, nella maggior parte dei casi, porta anche un risparmio: nuove terapie riducono costi assistenziali e ospedalieri. Inoltre, migliorano la vita dei pazienti e generano valore sociale, perché un paziente curato torna a lavorare, produce e contribuisce.
Questa visione complessiva, anche in ottica HTA (Health Technology Assessment), fatica però a trovare pieno riscontro nei bilanci regionali, pur essendo scientificamente consolidata e parte integrante dei processi autorizzativi a livello nazionale ed europeo.
Serve quindi sviluppare una cultura che consideri la spesa farmaceutica come generatrice di valore. Restano margini di miglioramento: ridurre le disuguaglianze tra regioni, promuovere i farmaci generici e rafforzare strumenti come il Fondo per i farmaci innovativi, che favorisce l’accesso rapido alle vere innovazioni.»
Nel dibattito sulla regolazione del farmaco spesso si contrappongono livello nazionale e regionale. Quale dovrebbe essere, secondo lei, il giusto equilibrio tra le decisioni centrali e il ruolo delle Regioni? Si può migliorare il dialogo tra istituzioni nazionali, regioni e sistemi sanitari locali?
«Certamente. È il compito fondamentale del Ministero della Salute, che, pur non avendo un portafoglio diretto, deve coordinare i soggetti erogatori e di spesa, cioè le Regioni. Il ruolo del ministero è quindi centrale e deve valorizzare strumenti già esistenti come la Conferenza delle Regioni, Agenas e i tavoli tecnici, compreso quello sulla spesa farmaceutica previsto da AIFA. Gli strumenti ci sono: serve un protagonismo più marcato del Ministero come soggetto di coordinamento.»
Dati sanitari, intelligenza artificiale e medicina personalizzata stanno cambiando il modo di fare sanità. Che ruolo può avere la Lombardia nello sviluppo di modelli avanzati di utilizzo dei dati sanitari? Quali sono le principali sfide da affrontare in tema di interoperabilità, governance del dato e fiducia dei cittadini?
«Stiamo osservando una rivoluzione paragonabile a quella dell’energia. L’intelligenza artificiale avrà applicazioni innumerevoli nella sanità, perché è in grado di elaborare enormi quantità di dati e supportare decisioni di programmazione, cura e ricerca. Dobbiamo essere capaci, come Lombardia e come sistema Paese, di cogliere queste opportunità.
Dobbiamo cogliere l’opportunità dell’intelligenza artificiale per supportare programmazione, cura e ricerca sanitaria
Le priorità sono diverse. La prima riguarda il governo e la programmazione: servono dati e analisi tecnologiche per affrontare sfide come le liste d’attesa, evitando decisioni basate solo su percezioni.
La seconda è il collegamento tra ospedale e territorio, tra specialisti e pazienti, attraverso strumenti come la telemedicina e la medicina digitale, che abilitano anche un maggiore coinvolgimento del paziente.
La terza è lo sviluppo di nuove cure, farmaci e dispositivi medici grazie alla tecnologia, con l’obiettivo di migliorare non solo la durata, ma anche la qualità della vita.»
Molti osservatori parlano di una fase di transizione per il sistema sanitario italiano. Qual è il punto più urgente da affrontare oggi per evitare che nei prossimi anni aumentino le disuguaglianze di accesso alle cure, un fenomeno che è collegato spesso – ma non solo – a una questione di censo?
«In primis la prevenzione. Significa lavorare sulle nuove generazioni ma anche sugli adulti di oggi, promuovendo stili di vita corretti e maggiore adesione alle campagne di prevenzione.
Valutare modelli di sussidiarietà, mantenendo la sostenibilità del sistema
Il secondo è rafforzare la governance dei percorsi clinici. Oggi c’è una crisi delle cure primarie e i pazienti spesso non sono guidati in modo adeguato. Servono percorsi chiari e strumenti come il fascicolo sanitario elettronico.
Il terzo riguarda le modalità di accesso. Oggi circa un quarto della spesa sanitaria è a carico dei cittadini, ma solo una piccola parte è intermediata da assicurazioni o fondi. È necessario valutare modelli che rafforzino la sussidiarietà, mantenendo la sostenibilità del sistema sanitario nazionale.»







