L’intelligenza artificiale entra in corsia, ma l’Europa è ancora a metà del guado

L’OMS fotografa lo stato dell’AI nei sistemi sanitari europei: molte applicazioni già attive, ma strategie, competenze e governance restano indietro. In Italia Agenas dà l'avvio al progetto MIA per la sanità territoriale

L’intelligenza artificiale è già entrata negli ospedali europei: legge radiografie, supporta le diagnosi, dialoga con i pazienti e promette di alleggerire la pressione su sistemi sanitari sempre più sotto stress. Ma tra l’uso crescente delle tecnologie e la capacità di governarle, il passo è ancora lungo. A certificarlo è il primo grande report di OMS Europa sullo stato di preparazione dei sistemi sanitari all’AI, una fotografia nitida di opportunità reali e ritardi strutturali.

L’AI è una priorità per tutti, ma pochi sono davvero pronti

L’indagine “Artificial intelligence is reshaping health systems: state of readiness across the WHO European Region”, condotta tra giugno 2024 e marzo 2025, ha coinvolto 50 dei 53 Stati membri della Regione europea dell’OMS, con un tasso di risposta del 94%. Un dato che rende il quadro particolarmente rappresentativo: l’AI è una priorità per tutti, ma pochi sono davvero pronti.

Strategie: l’AI avanza, la governance arranca

Il primo dato è emblematico: solo 4 Paesi su 50 (8%) hanno già adottato una strategia nazionale specifica sull’intelligenza artificiale in sanità. Altri 7 Stati (14%) dichiarano di essere in fase di sviluppo. La grande maggioranza si muove invece su piani più generici: 33 Paesi (66%) hanno una strategia nazionale sull’AI di tipo trasversale, mentre 17 Stati (34%) includono l’AI all’interno di strategie di sanità digitale senza un documento dedicato (Figura 1).

Secondo l’OMS, questa frammentazione rischia di rallentare l’implementazione e di creare incertezze normative, soprattutto in un settore delicato come la salute, dove sicurezza clinica, responsabilità e diritti dei pazienti non possono essere lasciati all’interpretazione.

Figura 1. Strategie e governance
[Fonte: Report OMS Artificial intelligence is reshaping health systems: state of readiness across the WHO
European Region
]

Competenze cercasi: il tallone d’Achille europeo

L’intelligenza artificiale può migliorare le cure solo se chi lavora in sanità è in grado di comprenderla e usarla criticamente. Eppure i numeri raccontano un gap significativo. Solo il 24% dei Paesi (12 su 50) offre formazione sull’AI al personale sanitario già in servizio, mentre appena il 20% (10 su 50) ha introdotto contenuti sull’AI nei percorsi formativi universitari o pre-servizio (Figura 2).

Ancora più limitata è la creazione di nuove professionalità: solo il 42% degli Stati membri (21 su 50) ha istituito ruoli dedicati all’AI e alla data science nei sistemi sanitari. Un ritardo che, avverte il report, può tradursi in un uso acritico degli algoritmi o, al contrario, in una diffidenza che ne frena i benefici (Figura 2).

Figura 2. La formazione
[Fonte: Report OMS Artificial intelligence is reshaping health systems: state of readiness across the WHO
European Region
]

Cittadini ai margini del dibattito

Il coinvolgimento degli stakeholder è diffuso ma sbilanciato. Il 72% dei Paesi (36 su 50) ha avviato consultazioni sull’uso dell’AI in sanità, prevalentemente tramite focus group e incontri tecnici.

L’accettabilità sociale dell’AI dipende dalla trasparenza

Tuttavia, solo il 42% ha coinvolto associazioni di pazienti e appena il 22% ha incluso il pubblico più ampio.

Un limite non secondario, perché – sottolinea l’OMS – l’accettabilità sociale dell’AI dipende dalla trasparenza e dalla possibilità per i cittadini di comprendere come vengono utilizzati i loro dati e come le decisioni algoritmiche incidono sulle cure.

Dove l’AI è già realtà

Nonostante le criticità, l’AI è già ampiamente utilizzata. Il 64% dei Paesi (32 su 50) impiega sistemi di diagnostica assistita, soprattutto in ambito radiologico. Il 50% utilizza chatbot per il supporto ai pazienti. Le priorità dichiarate sono chiare: il 98% degli Stati punta a migliorare la qualità delle cure, il 92% a ridurre la pressione sul personale sanitario e il 90% ad aumentare l’efficienza dei sistemi.

Tuttavia, solo poco più della metà dei Paesi che hanno individuato priorità chiare ha stanziato fondi dedicati, confermando uno scarto persistente tra visione strategica e investimenti concreti.

Italia: dall’uso sperimentale alla sanità territoriale aumentata dall’AI

Nel quadro europeo tracciato dall’OMS, l’Italia riflette luci e ombre di una trasformazione ancora in corso. Come molti Paesi dell’Europa meridionale, non figura tra quelli che hanno già adottato una strategia nazionale specifica sull’intelligenza artificiale in sanità, ma mostra un’attività crescente sul piano applicativo e progettuale.

L’Italia non ha ancora adottato una strategia specifica sull’AI in sanità, ma mostra un’attività crescente sul piano applicativo

Durante la pandemia da COVID-19, il Servizio sanitario nazionale ha sperimentato l’uso dell’AI per il triage dei pazienti, la previsione del deterioramento clinico e il supporto alla diagnostica per immagini, in particolare in ambito polmonare. Esperienze che hanno dimostrato come l’AI possa rappresentare un alleato concreto in contesti di forte pressione clinica e carenza di personale, in linea con quanto rilevato dal report OMS, secondo cui il 92% dei Paesi europei adotta l’AI per ridurre il carico sul personale sanitario e il 98% per migliorare la qualità delle cure.

Oggi, la sfida per l’Italia è fare un passo ulteriore: passare dalla sperimentazione frammentata a un’integrazione sistemica, capace di rafforzare la sanità territoriale e ridurre le disuguaglianze di accesso alle cure.

Il progetto MIA: l’AI al servizio della sanità territoriale

È in questa prospettiva che si colloca MIA (Medicina & Intelligenza Artificiale), il progetto promosso da Agenas, nato nell’ambito della Missione 6 “Salute” – Componente 1 del PNRR, Sub-investimento 1.2.2.4 Intelligenza artificiale.

L’AI non deve sostituire, ma supportare il personale sanitario

L’idea alla base è chiara: l’AI non deve sostituire medici e operatori sanitari, ma diventare uno strumento di supporto quotidiano, capace di semplificare le decisioni, valorizzare le competenze professionali e migliorare la qualità delle cure. Un approccio in linea con le indicazioni dell’OMS, che individua proprio nel supporto al personale sanitario una delle principali leve di valore dell’AI in sanità.

MIA nasce con un obiettivo preciso: ridurre le distanze, non solo tecnologiche ma anche territoriali e sociali, che ancora caratterizzano l’accesso alle cure. Se governata con responsabilità, l’intelligenza artificiale può contribuire a rendere più uniforme la qualità dell’assistenza, rafforzando quel modello di sanità di prossimità su cui punta il PNRR.

Dalla diagnosi alla prevenzione

Pensata come una piattaforma di facile utilizzo, MIA consente ai professionisti sanitari di interagire con l’intelligenza artificiale attraverso un’interfaccia intuitiva, ponendo quesiti clinici e ricevendo risposte basate su evidenze scientifiche validate e accompagnate da fonti verificabili.

MIA fornisce risposte basate su evidenze scientifiche validate e accompagnate da fonti verificabili

Il supporto si articola su tre fronti strategici. Il primo riguarda le attività diagnostiche di base, con suggerimenti su possibili quadri clinici, esami da prescrivere e percorsi terapeutici iniziali. Il secondo è la gestione delle cronicità, dove l’AI aiuta a monitorare i pazienti nel tempo, favorendo interventi più tempestivi e personalizzati. Il terzo ambito è quello della prevenzione, con strumenti che segnalano campagne attive, individuano i cittadini eleggibili per screening e vaccinazioni e suggeriscono azioni mirate in base ai fattori di rischio individuali.

Meno burocrazia, più tempo per la cura

I benefici attesi non sono solo tecnologici, ma organizzativi e clinici. MIA punta a ridurre il tempo dedicato alle attività ripetitive, migliorare l’appropriatezza delle prescrizioni e favorire una maggiore aderenza alle terapie. Un utilizzo più proattivo dei dati può contribuire anche a ridurre le ospedalizzazioni evitabili, migliorare la gestione delle comorbilità e rafforzare le politiche di prevenzione, aumentando l’adesione agli screening e la copertura vaccinale.

In un sistema sanitario alle prese con carenza di personale e aumento dei bisogni assistenziali, l’AI diventa così un moltiplicatore di capacità, non un sostituto del rapporto medico–paziente.

MIA rappresenta anche un banco di prova per la capacità della sanità pubblica italiana di governare l’innovazione, integrando tecnologie avanzate con regole chiare, formazione adeguata e una visione di lungo periodo.

Il successo dell’AI si misurerà nella sua capacità di rendere le cure più accessibili, eque e sostenibili

La sfida non è solo far funzionare gli algoritmi, ma costruire fiducia, garantire trasparenza e assicurare che l’uso dell’AI produca valore reale per professionisti e cittadini.

Perché il successo dell’intelligenza artificiale in sanità non si misurerà nella potenza dei sistemi, ma nella loro capacità di rendere le cure più accessibili, eque e sostenibili. E MIA, in questo percorso, prova a indicare una direzione possibile.

La vera sfida è governare l’innovazione

A livello europeo, comunque, il dato forse più allarmante riguarda le barriere all’adozione: l’86% dei Paesi indica l’incertezza legale come principale ostacolo, seguita dai costi (78%). Quasi tutti gli Stati (92%) chiedono regole chiare sulla responsabilità in caso di errori dell’AI e il 90% linee guida su trasparenza ed esplicabilità degli algoritmi.

L’86% dei Paesi indica l’incertezza legale come principale ostacolo all’AI

L’intelligenza artificiale non è più una questione tecnologica, ma una prova di maturità dei sistemi sanitari. L’Europa ha iniziato la corsa, ma per non restare intrappolata tra sperimentazioni isolate e diffidenze diffuse dovrà fare una scelta netta: investire in regole, persone e fiducia.

Perché in sanità, più che altrove, l’innovazione senza governance rischia di essere solo una promessa mancata.

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Carlo M. Buonamico
Giornalista professionista esperto di sanità, salute e sostenibilità