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AGENAS lancia la Piattaforma Nazionale di Telemedicina, a regime da fine 2025

L’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (AGENAS) ha organizzato l’evento di presentazione della Piattaforma Nazionale di Telemedicina (PNT), una delle linee di investimento previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (M6C1 Investimento 1.2.3.1), raggiungibile a questo indirizzo: https://pnt.agenas.it/home

In queste settimane si è avviata con successo la fase di popolamento dati da parte delle Regioni e Province Autonome che permetterà, entro dicembre 2025, l’assistenza di almeno 300.000 pazienti attraverso gli strumenti di telemedicina. Tale numero continuerà ad aumentare fino a circa 790.000 pazienti come previsto dal DM salute 28 settembre 2023.

Per l’implementazione dei servizi minimi di Telemedicina sono state effettuate due gare mediante le regioni capofila Lombardia e Puglia. La prima per le acquisizioni delle Infrastrutture Regionali di Telemedicina (IRT) legate all’erogazione dei servizi minimi (finanziata con 340.819.917 euro ripartiti tra le Regioni e PP.AA con fondi PNRR); la seconda per l’acquisto delle postazioni di lavoro e la relativa logistica (finanziata con 186.281.702 euro ripartiti tra le Regioni e PP.AA con fondi PNRR).

Nello specifico:

  • Gara Regione Lombardia. Sono stati acquistati dalle Regioni e PP.AA. i seguenti servizi minimi di Telemedicina:
    • Televisita: 13 Regioni e PP.AA. aderenti su 21
    • Teleconsulto: 14 Regioni e PP.AA. aderenti su 21
    • Teleassistenza 15 Regioni e PP.AA. aderenti su 21
    • Telemonitoraggio di base (pazienti bassa/media complessità): 17 Regioni e PP.AA. aderenti su 21
  • Telemonitoraggio avanzato (pazienti ad alta complessità): 18 Regioni e PP.AA. aderenti su 21

Si ricorda che le Regioni e le PP.AA. che non hanno aderito alla gara della Regione Lombardia hanno individuato al proprio interno i servizi minimi per l’erogazione delle prestazioni.

  • Gara Regione Puglia. Sono 90.369 le postazioni per l’erogazione delle prestazioni di telemedicina da mettere a disposizione degli operatori sanitari in strutture quali:
    • Farmacie rurali
    • Studi medici
    • Case di Comunità/Ospedali di Comunità/Centrali Operative Territoriali
    • Enti sanitari

Dalla programmazione delle Regioni e PP.AA. si evince come gli operatori sanitari che dovrebbero far uso della strumentazione e delle postazioni acquisite sono:

  • Medici del ruolo unico 42.674
  • Medici specialisti 121.969
  • Pediatri di Libera scelta 6.650
  • Infermieri 99.161
  • Professionisti sanitari 121.597

Aspetti operativi

Dal punto di vista tecnologico, la Piattaforma Nazionale di Telemedicina si compone di un’Infrastruttura Nazionale di Telemedicina (INT) di livello centrale e 21 Infrastrutture Regionali di Telemedicina (IRT) nelle Regioni/PP.AA. preposte all’erogazione dei servizi minimi di telemedicina.

Entro dicembre 2025, la Piattaforma Nazionale di Telemedicina presentata oggi da AGENAS permetterà l’assistenza di almeno 300.000 pazienti

La INT, attuata da AGENAS, mette a disposizione “servizi abilitanti” per lo sviluppo, l’armonizzazione e il monitoraggio dei servizi di Telemedicina. Inoltre, grazie all’adozione di standard internazionali, governa e permette l’interoperabilità tra i servizi delle diverse Regioni/PP.AA., con l’obiettivo di migliorare la qualità e la quantità dell’offerta sanitaria. Sempre in tale ottica di cooperazione, la INT è allineata con le altre infrastrutture e iniziative europee, supportando la strategia di utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione in ambito sanitario per migliorare la salute e l’assistenza dei cittadini nonché la creazione dell’EU Health Data Space.

L’operatività della INT è assicurata mediante lo sviluppo di un apposito linguaggio – curato dai professionisti AGENAS – che permette di descrivere le attività da svolgere per erogare prestazioni e servizi sanitari in telemedicina. Tale linguaggio è utilizzabile e leggibile sottoforma di grafici dagli operatori del sistema nonché trasformato in istruzioni informatiche subito eseguibili dalle piattaforme regionali e interoperabile con il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 e con l’Ecosistema dei Dati Sanitari (EDS).

Così ha presentato questo linguaggio e le sue peculiarità Francesco Gabrielli, Referente scientifico della PNT: «Abbiamo spianato un percorso dove ogni sciatore può fare la propria traccia, il solco è tracciato, quelli che vengono dopo possono scegliere di usarlo o meno, e chi osserva può vedere le modifiche tracciate nei percorsi. Un processo di lavoro scritto in un luogo può essere condiviso da tutti e può essere utilizzato in parte o nella sua totalità da altre regioni o strutture. Sarà anche possibile, finalmente, fare uno studio oggettivo sulla modifica dei modelli di erogazione di telemedicina. I modelli presenti nella PNT si chiamano “orientativi” perché sono stati pensati non perché le strutture aderiscano in modo acritico ma perché il processo già elaborato (“la strada spianata”) possa essere personalizzabile come si vuole purché sia scritto con il linguaggio previsto, in modo da essere interpretabile da tutti».

L’introduzione di un linguaggio uniforme consente di implementare sistemi di telemedicina su tutto il territorio nazionale caratterizzati da un elevato livello di confrontabilità, tracciabilità e verificabilità ma al contempo con un’ampia capacità di personalizzazione. Ciò consente di fornire al professionista sanitario uno strumento di supporto organizzativo all’utilizzo della telemedicina comune su tutto il territorio nazionale, e agli attori coinvolti a vario livello nel governo dei servizi di accedere a funzionalità utili per finalità di governo e ricerca.

Aspetti amministrativi

AGENAS, mediante una procedura di partenariato pubblico privato, e con la collaborazione preventiva di ANAC (finalizzata a verificare la conformità degli atti), ha affidato la progettazione, realizzazione e gestione della Piattaforma Nazionale di Telemedicina in concessione a PNT Italia S.r.l., società costituita per il 60% da Engineering Ingegneria Informatica S.p.A. e per il 40% da Almaviva S.p.A., per la durata complessiva di 10 anni. Il contratto è stato siglato alla presenza del Ministro l’8 marzo 2023.

In data 16 gennaio 2025 il Garante per la protezione dei dati personali ha espresso parere favorevole sullo Schema di decreto del Ministero della salute recante la disciplina dei trattamenti di dati personali nell’ambito dell’infrastruttura Piattaforma nazionale di telemedicina. Si tratta di un provvedimento – da adottare di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e con il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’innovazione tecnologica – che modifica anche il decreto del Ministero della salute del 7 settembre 2023 e lo schema di decreto sull’Ecosistema Dati Sanitari (EDS).

I prossimi passaggi per l’approvazione definitiva dello schema di decreto prevedono il parere dell’Agenzia per la cybersicurezza oltre che sentire la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano.

Cure palliative ma non per tutti: una necessità che supera le risorse

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Il 4 febbraio si celebra il World Cancer Day, un’occasione per riflettere sulle sfide globali dell’oncologia, tra cui l’accesso alle cure e l’integrazione delle cure palliative. In questo contesto, il modello delle cure simultanee è sempre più al centro del dibattito. Per alcuni, rappresenta un bisogno essenziale per garantire la qualità della vita dei pazienti; per altri, un’opzione applicabile solo in contesti organizzativi favorevoli.

Il tema è stato anche al centro del XXVI Congresso Nazionale AIOM del 2024, dove gli oncologi italiani hanno discusso le difficoltà nell’accesso alle cure palliative, la carenza di palliativisti e le complessità organizzative. Un problema globale, come evidenzia Jennifer Temel sul New England Journal of Medicine: le cure palliative non solo migliorano la qualità della vita, ma possono anche aumentare la sopravvivenza dei pazienti oncologici. Tuttavia, la domanda supera di gran lunga la disponibilità della forza lavoro specializzata in cure palliative in diverse parti del mondo. Negli Stati Uniti, ad esempio, si contano tra i 1.700 e i 3.300 specialisti certificati in cure palliative a tempo pieno, la maggior parte dei quali non specificamente dedicata all’oncologia.

Anche in Italia la carenza di palliativisti frena l’adozione del modello multidisciplinare. «Su 149 posti in specializzazione, ci sono state solo 39 domande nel 2024» ci dice Giampiero Porzio dell’Associazione Tumori Toscana – Cure Domiciliari Oncologiche e membro del Working Group  “Cure Simultanee e Qualità della Vita” AIOM, intervistato da TrendSanità. La sua proposta è pragmatica: un modello a due livelli, con un approccio di base gestito dall’oncologo per tutti i pazienti e un livello avanzato affidato ai palliativisti per i casi più complessi. Fondamentale, dunque, formare gli oncologi affinché possano offrire cure palliative primarie efficaci e identificare tempestivamente chi necessita di cure avanzate.

Giampiero Porzio

Perché ci sono così pochi medici palliativisti?

«Le motivazioni sono diverse e, a dirla tutta, nessuno le ha mai analizzate in modo scientifico. Innanzitutto, è una specialità che non garantisce grandi prospettive di carriera. Non è un settore considerato prestigioso e questo ha il suo peso. È l’unica specialità medica che non nasce in ambiente accademico: le cure palliative si sono sviluppate nelle charity inglesi, non nelle università o in altri centri di ricerca di prestigio. Questo fa sì che chi ha ambizioni accademiche o di avanzamento professionale non consideri questa strada».

Quindi, l’assenza di una base accademica incide?

«Esattamente. Non c’è una progressione accademica chiara per chi ambisce a diventare professore universitario o ricercatore. E poi, diciamolo, le cure palliative non sono “cool”. Chirurghi e cardiologi sono sempre sotto i riflettori, protagonisti di serie TV o film, i palliativisti no. Inoltre è chiusa la strada dell’attività libero-professionale e sono scarsissime le possibilità di carriera, tutti aspetti rilevanti soprattutto per i giovani medici, che cercano un percorso che sia non solo gratificante, ma anche riconosciuto socialmente».

La carenza di palliativisti è un problema solo italiano?

«No, assolutamente. È un problema globale. Cambiare il nostro sistema non risolverebbe la questione, perché la carenza di palliativisti è presente ovunque. Riguarda l’Italia, certo, ma anche gli Stati Uniti e altri Paesi sviluppati. Si tratta di una professione che fatica a trovare spazio, anche per motivi economici. Le strutture spesso preferiscono investire in figure che portano più profitti o che sono più visibili agli occhi del pubblico e dei media».

Quale potrebbe essere il ruolo della telemedicina nelle cure palliative?

«La telemedicina potrebbe essere uno strumento valido, ma è ancora poco diffusa. In uno studio su 22 centri di terzo livello negli Stati Uniti, su 3.800 pazienti eleggibili solo 1.250 sono stati inseriti nello studio. Questo dimostra che la telemedicina non è per tutti. Va usata con cautela e in modo mirato. Non possiamo pensare che sia una soluzione universale. Serve un approccio equilibrato, che tenga conto delle necessità specifiche dei pazienti e delle loro condizioni cliniche».

In che modo potrebbe essere usata in Italia?

«Noi, a Firenze, la stiamo utilizzando in modalità ibrida: alterniamo visite in telemedicina a incontri di persona. Questo ci permette di mantenere il rapporto umano, fondamentale per i pazienti, senza togliere flessibilità al sistema. Un esempio pratico è il seguente: iniziamo con visite in presenza per valutare il paziente, poi, se le condizioni lo permettono, passiamo a incontri virtuali. Tuttavia, restiamo sempre pronti a tornare al contatto diretto se la situazione clinica del paziente peggiora. È necessario concentrarsi su tre fattori: tempo, semplicità e target ben definito, sono questi i pilastri per un approccio efficace.

Il tempo inteso come inizio precoce del trattamento. Per curare la maggior parte dei sintomi basta conoscere pochi farmaci e puntare sulla semplicità di un approccio mirato, che miri a risolvere il sintomo “primario”, eliminando il quale spesso si riesce ad alleviare anche quelli secondari.

Il momento giusto per integrare le cure palliative è alla diagnosi di malattia avanzata, non alla fine della vita

Quali sono le difficoltà maggiori nell’applicazione della telemedicina?

«Mancano cultura e formazione. Non servono strumenti sofisticati: persino una chiamata su WhatsApp può essere utile. Il problema è che spesso si pensa che la telemedicina sia la panacea di tutti i mali, ma non è così. Serve precisione, flessibilità e la capacità di tornare alla visita in presenza quando necessario. Inoltre, bisogna considerare che non tutti i pazienti sono pronti ad accettare un approccio digitale. Alcuni hanno bisogno del contatto umano per sentirsi realmente assistiti».

E quali sono le possibili soluzioni per affrontare la carenza di palliativisti?

«La soluzione sta nella diffusione della cultura delle cure palliative. Bisogna formare quante più persone possibili, dai medici di base agli infermieri, con competenze di base. In Canada, ad esempio, hanno formato 28.000 operatori sanitari con programmi semplici ed efficaci, con un impatto significativo sull’accessibilità alle cure palliative. Si tratta di un progetto di formazione ambizioso e innovativo chiamato Pallium Canada: Learning Essential Approaches to Palliative Care (LEAP). L’obiettivo era potenziare la capacità a livello nazionale di fornire cure palliative di base, rispondendo così alla crescente domanda di assistenza per i pazienti con malattie avanzate. Si è concentrato su aspetti basilari delle cure palliative: trattare i sintomi più comuni, comunicare efficacemente con i pazienti e supportarli nel delicato percorso delle cure di fine vita. È un modello semplice, pratico e replicabile su larga scala, che consente di diffondere le conoscenze essenziali anche in contesti con risorse limitate.

Questo è il futuro: diffondere conoscenze essenziali e creare una rete di supporto

Anche, l’esperienza della Florida può insegnarci molto: lì stanno formando infermieri per gestire le cure palliative in contesti con alta densità di pazienti anziani e complessi. Ciò dimostra che con soluzioni pratiche si possono superare anche le sfide più grandi.

Questo è il futuro: diffondere conoscenze essenziali e creare una rete di supporto. Non possiamo permetterci di avere solo pochi specialisti in grado di gestire i casi complessi. Dobbiamo formare una “prima linea” di operatori in grado di affrontare le situazioni più comuni».

Ritiene che i nuovi modelli di cura siano replicabili ovunque?

«No, “one size doesn’t fit all”. Ogni territorio ha le sue peculiarità. Ad esempio, ciò che funziona a Firenze potrebbe non funzionare a L’Aquila. Anche all’interno dello stesso reparto oncologico, un modello potrebbe essere valido per il tumore al polmone ma inadatto per quello al pancreas. Bisogna avere modelli flessibili e adattabili alle diverse realtà, tenendo conto delle risorse disponibili e delle esigenze specifiche».

In conclusione, quale dovrebbe essere l’approccio futuro alle cure palliative?

«Bisogna investire sulla formazione e sulla diffusione della cultura delle cure palliative. Solo così si potranno affrontare le crescenti necessità. Non servono strutture imponenti o modelli complessi, ma una rete capillare di operatori sanitari formati sulle basi delle cure palliative. Il paziente deve essere al centro, sempre.

Un approccio pragmatico e umano è fondamentale per garantire la qualità della vita, soprattutto nei momenti più difficili della malattia. Il futuro delle cure palliative quindi non può prescindere dall’integrazione con l’oncologia, la formazione e la telemedicina per gestire la carenza di specialisti. Così come è necessario semplificare i protocolli terapeutici e identificare farmaci essenziali».

Fondazione Telethon chiede all’EMA l’autorizzazione per mettere in commercio la terapia genica per la sindrome di Wiskott-Aldrich

All’inizio del mese dedicato alle malattie rare, Fondazione Telethon annuncia di aver presentato all’EMA, l’Agenzia europea del farmaco, la richiesta di autorizzazione all’immissione in commercio per la terapia genica per il trattamento di pazienti con la sindrome di Wiskott-Aldrich (WAS), una malattia genetica rara del sistema immunitario.

Già nel 2023 Fondazione Telethon si era assunta la responsabilità della commercializzazione della terapia genica per l’ADA-SCID, la rara immunodeficienza nota al pubblico come “malattia dei bimbi bolla”, diventando di fatto la prima charity al mondo ad assumersi la responsabilità di rendere disponibili ai pazienti che ne hanno necessità le terapie scoperte grazie al lavoro dei propri ricercatori. TrendSanità ne aveva parlato in un’intervista a Stefano Benvenuti, responsabile delle relazioni istituzionali di Fondazione Telethon.

«Un anno fa avevamo annunciato la nostra intenzione di portare all’approvazione la terapia genica per questa rara e grave malattia. Questa nuova tappa conferma sia la promessa fatta alla comunità dei pazienti e ai donatori di rendere le terapie per malattie rare e ultra-rare accessibili e sostenibili, sia l’impegno della Fondazione ad assumere un ruolo sussidiario rispetto agli operatori industriali, ogni qual volta questa sia la condizione necessaria a garantire l’accessibilità della cura. Nei prossimi mesi siamo pronti ad avviare questo percorso anche negli Stati Uniti», ha dichiarato il direttore generale della Fondazione, Ilaria Villa.

Quest’anno il mese dedicato alle persone con malattie rare, che solo nel nostro Paese sono più di due milioni, è centrato sulla ricerca e sulla necessità di offrire un maggior numero di terapie efficaci. UNIAMO, la Federazione Italiana Malattie Rare, celebra questo appuntamento con una campagna di comunicazione, “Molto più di quanto immagini”, che mette il focus sulla ricerca scientifica come unica vera speranza per cambiare il futuro dei pazienti rari: sono infatti circa 8mila le patologie rare conosciute, ma solo per il 5% di queste esiste già un trattamento farmacologico.

Che cos’è la sindrome di Wiskott-Aldrich

La WAS è una rara immunodeficienza di origine genetica che si manifesta fin dalla prima infanzia con infezioni ricorrenti e recidivanti, emorragie, eczemi, aumento del rischio di sviluppare malattie autoimmuni e linfomi. Colpisce quasi esclusivamente i maschi, con un’incidenza di 1 su 250.000. Le attuali opzioni terapeutiche per questi bambini consistono in trattamenti di supporto per la gestione e la prevenzione delle manifestazioni. Attualmente il solo trattamento potenzialmente risolutivo è il trapianto di cellule staminali del sangue, che tuttavia è realizzabile solo in presenza di un donatore adeguato e non è esente da rischi.

Che cos’è la terapia genica

La terapia genica fornisce una versione corretta del gene difettoso, grazie a un vettore virale che lo inserisce nelle cellule staminali del sangue prelevate dal paziente. Una volta reinfuse, queste cellule corrette sono in grado di ripristinare un sistema immunitario funzionante, senza rischio di rigetto visto che derivano dal paziente stesso.

Come per l’ADA-SCID, anche per la WAS la terapia genica agisce sulla causa genetica della malattia e pertanto viene somministrate un’unica volta nella vita. Entrambe sono state messe a punto grazie all’attività di ricerca dell’Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica (SR-Tiget) di Milano, riconosciuto come uno dei più importanti riferimenti al mondo nel campo delle terapie avanzate.

Ad oggi sono complessivamente 30 i pazienti con WAS trattati con questa terapia genica (“etuvetidigene autotemcel”). I risultati ottenuti sui primi pazienti che hanno ricevuto il trattamento indicano che è in grado di ripristinare la corretta funzione del sistema immunitario, con una marcata diminuzione delle infezioni, un aumento delle piastrine e un miglioramento delle manifestazioni tipiche come eczema, petecchie ed emorragie. Tutti i pazienti trattati finora continuano a essere monitorati per raccogliere ulteriori dati sulla sicurezza. In attesa dell’approvazione da parte delle autorità regolatorie, in Italia questa terapia genica è disponibile grazie a un programma di accesso precoce previsto dall’Agenzia italiana del farmaco (AIFA).

Nuove norme di comportamento per i professionisti sanitari

Garantire la salute delle persone e delle comunità, promuovendo trasparenza sui doveri e sull’identità dei professionisti sanitari, è l’intento dei nuovi Codici deontologici delle professioni sanitarie afferenti alla Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP), presentati oggi presso l’Arcispedale “Sant’Anna” di Cona, a Ferrara. 

Le nuove norme disciplinano il comportamento di più di centomila  professionisti appartenenti a 16 professioni sanitarie: Assistenti sanitari, Dietisti, Igienisti dentali, Logopedisti, Ortottisti, Tecnici audiometristi, Tecnici audioprotesisti, Tecnici della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro, Tecnici della riabilitazione psichiatrica, Tecnici di fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare, Tecnici di neurofisiopatologia, Tecnici ortopedici, Tecnici sanitari di laboratorio biomedico, Tecnici sanitari di radiologia medica, Terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva e Terapisti occupazionali.

«I nostri Codici deontologici ci ricordano che siamo parte di qualcosa di più grande: una rete di competenze, valori e responsabilità che si intreccia per garantire il benessere e la salute delle persone – dichiara Teresa Calandra, Presidente FNO TSRM e PSTRP –; per ognuno di noi rappresentano un invito costante a fare di più, ad agire sempre con consapevolezza, rispetto e umanità».

La revisione dei Codici deontologici

«La revisione dei Codici deontologici, frutto di un dialogo aperto e della partecipazione attiva di professionisti, enti e cittadini, testimonia un approccio moderno e inclusivo alla definizione delle responsabilità e dei diritti di chi opera nel settore sanitario. È un contributo prezioso per rafforzare il rapporto di fiducia con le persone e promuovere una pratica professionale che risponda pienamente alle esigenze di una società in costante trasformazione». Queste le parole del Ministro della salute, Orazio Schillaci, nel messaggio di saluto e apprezzamento che ha fatto pervenire alla Presidente Calandra.

Approvati durante l’ultimo Consiglio nazionale della FNO TSRM e PSTRP, tenutosi ieri nella città estense, i Codici deontologici sono il risultato di una straordinaria attività di revisione, durata quattro anni, e condotta da un gruppo di lavoro, coordinato da Antonio Cerchiaro, Componente del Comitato centrale della Federazione nazionale, con delega all’etica e alla deontologia. L’iter di revisione ha coinvolto oltre 45 esperti, tra cui rappresentanti delle Commissioni di albo nazionali e territoriali delle professioni interessate, legali ed esperti in etica. «Quanto realizzato è frutto di un confronto continuo con tutti i portatori di interesse, supportato dal lavoro di esperti e addetti ai lavori – sottolinea Cerchiaro –. In questi anni abbiamo vagliato, analizzato e valutato un’enorme quantità di proposte. Il nostro obiettivo era creare 16 documenti coerenti tra loro, senza però trascurare l’unicità di ciascuna professione».

Quali novità

Alla realizzazione dei Codici deontologici hanno contribuito con la loro competenza: don Massimo Angelelli, Bioeticista; Daniele Rodriguez, Medico legale; gli Avvocati Fabrizio Mastro e Marco Croce; Anna Chiara Bassan, Linguista; e Massimo Burgio, che ha curato le attività di revisione. I Codici deontologici sono stati redatti adottando un registro linguistico chiaro e accessibile, cercando di garantire contenuti privi di ambiguità interpretative. Strutturati in due sezioni, dedicano la prima parte ai “Principi fondamentali”, composti da 48 articoli comuni a tutte le professioni, ispirati ai valori etici riconosciuti dalla carta dei valori della Federazione nazionale. Al centro vi sono la persona assistita, la responsabilità professionale e temi attuali come la sanità digitale e l’intelligenza artificiale.

La seconda parte del documento raccoglie le regole comportamentali specifiche per ogni professionista, introducendo importanti novità. Tra queste, la medicina digitale, la sicurezza delle cure, la donazione di organi e tessuti, il tema delle missioni umanitarie, oltre a due articoli di rilievo: uno dedicato alla medicina di genere, che rafforza la centralità della persona assistita tenendo conto delle differenze legate a sesso e genere, e un altro sull’equo compenso, in conformità alla legge n. 49 del 2023, che garantisce un compenso equo e proporzionato alla prestazione svolta dal professionista.

La consultazione pubblica

Per rendere la revisione dei codici deontologici un processo realmente partecipativo e inclusivo, è stata avviata una consultazione pubblica; l’iniziativa ha raccolto oltre 600 contributi provenienti dagli iscritti agli Ordini TSRM e PSTRP, Associazioni tecnico-scientifiche, Enti pubblici, Associazioni di cittadini e assistiti, organizzazioni per la tutela dei diritti, esperti in ambito etico, giuridico, deontologico e linguistico, nonché da cittadini e persone assistite. Tutti i contributi pervenuti sono stati attentamente analizzati e presi in carico dai gruppi di lavoro.

Lara Salani, Presidente dell’Ordine TSRM e PSTRP di Ferrara, che ha affermato: «Come Ordini abbiamo il compito di diffondere i Codici deontologici tra i professionisti sanitari di oggi e di domani, rendendoli accessibili anche all’interno dei nostri corsi di laurea. Le nuove norme di comportamento presentate oggi rappresentano un punto di incontro tra curanti e assistiti, vero e proprio patto di fiducia con i cittadini». All’evento di presentazione al Sant’Anna di Ferrara sono intervenuti tra gli altri i rappresentanti delle Federazioni nazionali delle professioni sanitarie e socio-sanitarie, e le istituzioni locali e regionali. La giornata si è conclusa con la proiezione di un video, in cui ognuno dei rappresentanti delle 16 professioni sanitarie ha richiamato uno degli articoli del rispettivo Codice, a sottolinearne il valore e l’identità.

Garanti di qualità, dignità e autonomia professionale, i Codici deontologici, non rappresentano documenti statici, ma «strumenti dinamici, pensati per crescere e adattarsi ai cambiamenti futuri. Per le professioni sanitarie della FNO TSRM e PSTRP, questa rappresenta solo la prima tappa di un percorso in costante trasformazione», conclude Cerchiaro. 

L’arte di slegare le persone

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A 47 anni dall’approvazione della legge che ha trasformato radicalmente l’approccio alla malattia mentale in Italia, segnando la chiusura dei manicomi, la contenzione meccanica resta una pratica diffusa nel nostro Paese. Consiste nel legare le persone al letto qualora si manifesti una forte aggressività o in situazioni di pericolo per sé e per gli altri.


Quantificarne la diffusione, tuttavia, rimane complesso: i dati disponibili sono scarsi e non accessibili al pubblico. Questo fenomeno infatti, oltre a essere poco conosciuto, è anche carente di un monitoraggio sistematico. Eppure, nel 2021 l’allora Ministro della Salute, Roberto Speranza, aveva stanziato 60 milioni di euro per potenziare i Dipartimenti di Salute Mentale proprio con l’obiettivo, tra gli altri, di superare l’uso della contenzione meccanica. La bozza di accordo è stata approvata in Conferenza Stato-Regioni nell’aprile 2022, ma i risultati di questa iniziativa restano difficili da valutare.

A 47 anni dalla chiusura dei manicomi, la pratica della contenzione meccanica è usata nella stragrande maggioranza dei reparti di Psichiatria


Tra gli elementi disattesi c’è proprio il monitoraggio dei risultati raggiunti: l’attuazione dei progetti terminava a giugno 2024 ed entro dicembre le Regioni avrebbero dovuto trasmettere un report delle attività svolte. A fine 2024, secondo quanto riportato da Ludovica Jona, giornalista autrice di un’inchiesta sul tema, solo 10 Regioni sulle 15 che avevano ricevuto i finanziamenti hanno inviato i risultati. Non lo hanno fatto Lombardia, Lazio, Puglia, Molise e Sicilia.

I numeri

Sempre Jona, a luglio 2024 ha chiesto alle Regioni – tramite una serie di istanze di accesso agli atti – i numeri delle contenzioni. Solo in 12 hanno fornito i dati, relativi al 2022: quell’anno, in queste Regioni ci sono state 7.534 contenzioni. Questa cifra si riferisce ai soli SPDC (i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura che si trovano all’interno degli ospedali) e sono esclusi i reparti di Neuropsichiatria infantile (su cui quasi nessuna Regione ha risposto) e gli altri reparti.


In valori assoluti troviamo ai primi posti la Lombardia (con 2.705), il Lazio (1.280) e la Liguria (1.061). Tuttavia, se guardiamo al rapporto tra contenzioni e ricoveri effettuati, la Liguria passa in testa, con il 27,22%. Seguono la Valle d’Aosta (18,7%) e la Lombardia (17,4%).
Il Friuli Venezia Giulia, da anni, ha zero contenzioni, sia nei reparti per adulti sia in quelli per minori. L’Emilia Romagna si è impegnata a ridurre fortemente la pratica e in una decina d’anni ha abbattuto del 10% le contenzioni. Nel 2022 ne registrava un 2% rispetto ai ricoveri effettuati. Nei reparti per minori, oggi, in Emilia Romagna non si lega più.

Il monitoraggio delle contenzioni non viene effettuato in modo sistematico da tutte le Regioni



Secondo i dati del Club SPDC no restraint, il gruppo di reparti psichiatrici ospedalieri impegnati a non legare al letto, nel 2022 su 318 SPDC erano solo 20 quelli che dichiaravano di non applicare mai misure di contenzione meccanica (Caltagirone, Carpi, Castiglione delle Stiviere, Grosseto, Mantova, Melegnano, Merano, Parma, Pescia, Pordenone, Prato, Ravenna, San Bonifacio, San Giovanni in Persiceto, San Severo, Siena, Terni, Trento, Trieste e Udine).  

Giovanni Rossi

«Non è un caso che si tratti di centri di grandezza media – afferma Giovanni Rossi, già direttore del dipartimento di Salute mentale di Mantova e presidente di Club SPDC no restraint -. Laddove esiste una rete di servizi sociali e territoriali che intercettano le situazioni prima che sfocino in crisi e laddove i servizi di medicina d’urgenza condividono un approccio adatto a persone con problemi psichici o di dipendenza patologica, gli SPDC non sono gli unici a occuparsi della salute mentale delle persone. Senza queste basi tutto si complica».

Situazione frequente è quella di una persona che sia in preda a una crisi e abbia in corpo delle sostanze: prima di essere trasferita in Psichiatria, va eseguito un intervento di disintossicazione «che è meglio effettuare in Pronto Soccorso».

Come funzionano le pratiche no restraint

Roberto Muratori

Se, nonostante servizi territoriali e ospedalieri formati, una persona ha una crisi all’interno di un SPDC no restraint che cosa succede? «Intanto si è costruita una relazione con il personale del reparto che è diversa da quella che può esserci tra un paziente e un chirurgo», afferma Roberto Muratori, che per 20 anni ha lavorato nell’SPDC di San Giovanni in Persiceto (dal 2010 come Direttore) e oggi è Direttore dell’Unità complessa di Psichiatria di Bologna Est. «I nostri operatori a San Giovanni, per esempio, mangiavano con gli utenti. Parlo al passato perché purtroppo questo non accade più: per problemi di budget l’ospedale non può pagare i pasti a tre persone in più».

La relazione personale fa sì che si stabilisca un rapporto di fiducia: «Nel caso di una forte crisi, interviene il professionista che si sente più vicino al degente, quello che ha instaurato un rapporto migliore – racconta Muratori -. Se l’aggressività è tale da non riuscire a essere smorzata dalla relazione, si ricorre al blocco fisico: si abbraccia l’utente, impedendogli di arrecare danno a sé o agli altri. In quel modo il medico o l’infermiere suda con chi è in crisi, soffre insieme a lui. Nel frattempo continua a parlargli per far scemare la rabbia».

L’anno scorso è uscito un primo studio, svolto in collaborazione con il CNR, sulle politiche di non contenzione in Italia: si tratta di uno studio descrittivo su scala nazionale composto da 60 domande sugli aspetti strutturali, organizzativi e operativi degli SPDC che non contengono o aspirano a eliminare la contenzione meccanica. «Si tratta del primo tentativo a livello internazionale di documentare in modo scientifico quello che si fa nei reparti no restraint – afferma Rossi, che è tra gli autori del lavoro -. Adesso stiamo per partire con la seconda fase, mirata a trovare gli elementi caratterizzanti la pratica no restraint con l’obiettivo di stabilire un protocollo attuabile ovunque ci sia l’interesse».

«Il problema maggiore è culturale»


A fine 2024, il Collegio nazionale dei direttori dei dipartimenti di salute mentale ha denunciato la carenza di risorse destinate alla salute mentale in Italia: mancherebbero almeno 2 miliardi e servirebbe il 30% di personale in più, pari a circa 7.500 operatori. 

Nel 2001 la Conferenza dei Presidenti delle Regioni aveva confermato all’unanimità di destinare almeno il 5% dei Fondi sanitari regionali per le attività di promozione e tutela della salute mentale. Un obiettivo che oggi appare molto lontano: l’Italia, agli ultimi posti in Europa tra i Paesi ad alto reddito, destina circa la metà, il 2,5%.

«Sicuramente la carenza di operatori negli SPDC è un problema, ma non bisogna dimenticare la formazione: quando sono arrivato a Mantova si legava. Dopo non più, e questo a parità di operatori. Certamente se si scende sotto una certa soglia, soprattutto nei servizi territoriali, la carenza diventa un problema», ammette Rossi.

Il nodo più grande, secondo lo psichiatra, è culturale e ha a che fare con il controllo. «I 60 milioni stanziati dal Ministro Speranza erano legati proprio al superamento dei temi della custodia e del controllo. Tre erano gli obiettivi: il primo a scelta delle Regioni, il secondo riguardava il superamento delle contenzioni e il terzo la costruzione di progetti personalizzati che consentissero l’uscita dalle REMS».

Il nodo più grande è quello culturale, riguarda la mentalità


Le REMS sono le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, strutture che accolgono persone autrici di un reato che per problemi di salute mentale sono state ritenute non imputabili ma socialmente pericolose.
«A San Giovanni in Persiceto ogni mattina c’è un gruppo di un’ora in cui utenti, infermieri e medici discutono su come affrontare la giornata – interviene Muratori -. Ho provato a introdurre questa pratica a Bologna, ma ho incontrato forti resistenze da parte di alcune professioni, che non volevano fare un gruppo con i degenti».

C’è poi un tema di idoneità degli spazi: non tutti gli SPDC sono adeguati al tipo di utenza che dovrebbero accogliere. «L’ambiente deve essere accogliente e strutturato per occuparsi di persone con problemi psichici e non sempre questa è una priorità degli architetti che se ne occupano», rileva Rossi.

Legare una persona è un reato?

Il 7 novembre 2024 la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per il caso di un uomo sottoposto a contenzione meccanica in un reparto psichiatrico.  

La vicenda è nota come Lavorgna c. Italia (ricorso n. 8436/21) e riguarda un cittadino italiano diciannovenne all’epoca dei fatti al quale, in seguito a alcuni episodi di aggressività nei confronti dei genitori e del personale sanitario, sono state applicate per quasi otto giorni misure contenitive giudicate illegittime.

L’articolo 3 della Convenzione dice che nessuno può essere sottoposto a pene o trattamenti inumani o degradanti. Secondo la Corte Europea, che ha votato all’unanimità, non è stato dimostrato in modo chiaro come il mantenimento della misura restrittiva per quasi otto giorni  –  un periodo straordinariamente lungo – fosse strettamente necessario e rispettasse la dignità umana del degente.

Mentre il Trattamento sanitario obbligatorio (TSO) è normato dalla legge, la contenzione non è considerata un atto terapeutico. Per legittimarla si fa riferimento al Codice penale laddove si parla di stato di necessità: non è perseguibile chi priva fisicamente un’altra persona della propria libertà se questa persona può commettere atti di autolesionismo o essere pericolosa per gli altri. Legare una persona è un reato? «Non esiste una risposta ben chiara a questa domanda – afferma Rossi -. Chi decide che cos’è lo stato di necessità? Parliamo di una pratica che non esiste solo negli SPDC, ma anche nelle RSA».

E se non si può fare altrimenti?

Il 6 febbraio Giovanni Rossi sarà audito dalla Commissione Diritti Umani del Senato sulle politiche no restraint. «Se potrò avanzare una richiesta, questa sarà l’introduzione del monitoraggio – dice -. Per esperienza so che basta osservare il fenomeno per arrivare a una riduzione delle contenzioni. Certo, servirebbe anche un organismo di controllo terzo che possa intervenire per vedere come viene fatta la contenzione. Credo che la Rete dei Garanti delle persone private della libertà sia adatta: si tratta di figure neutre che potrebbero essere informate in tempo reale sulle contenzioni e con il diritto di ingresso nei reparti. In questo modo potrebbero effettuare la verifica mentre la contenzione è in atto». 

La contenzione è un’esperienza traumatica per il degente, ma anche per l’operatore sanitario

Posto che esistono reparti dove da anni il numero di contenzioni è pari a zero, lo psichiatra ammette che ci possano essere delle eccezioni, casi in cui la contenzione sembra l’unica soluzione possibile: «Non escludo che possano delinearsi situazioni estreme dove il personale si senta sopraffatto, ma credo sia importante creare una situazione di monitoraggi e controlli indipendenti che renda tutti più sicuri del fatto che quello che si sta facendo non ha davvero alternative». 

E Muratori osserva che «qualsiasi cosa, anche una contenzione, può essere fatta in modo più o meno attento alle esigenze dell’utenza. La contenzione è un’esperienza traumatica per il degente, ma anche per l’operatore sanitario che la mette in pratica. Farlo nel modo più “umano” possibile dovrebbe essere la base». 

«Azzerare le contenzioni nelle grandi città è più complicato, mentre attuare politiche no restraint in tutti i centri piccoli o medio-grandi è un obiettivo raggiungibile. Partiamo da qui», conclude Rossi.

Medici in fuga dal SSN: in sei anni dimissioni triplicate. Quici (CIMO-FESMED): «È emergenza»

In sei anni, il numero di medici che si sono dimessi dal Servizio sanitario nazionale è triplicato: nel 2016 erano 1.564, nel 2022 4.349. Ed è estremamente probabile che negli ultimi due anni tale numero sia ulteriormente cresciuto. Il dato, presentato dal Ministero della Salute nel corso dell’audizione in Commissione Affari sociali sul riordino delle professioni sanitarie, è eloquente: la fuga dei medici dagli ospedali pubblici è oramai un’emergenza. Al contempo, risulta altrettanto impressionante la crescita registrata tra il 2021 ed il 2024 del numero di borse di specializzazione non accettate dai neo-medici, passato complessivamente dal 10% al 29%.

«Come ripetiamo spesso, il Servizio sanitario nazionale non è più attrattivo – dichiara Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED -. E il problema, come ha ben evidenziato la dottoressa Mainolfi, DG delle professioni sanitarie e delle risorse umane del SSN, non riguarda solo i medici, ma anche gli infermieri. Condividiamo l’analisi delle cause di tale emergenza illustrata dal Ministero, che spazia dal fattore retributivo alla responsabilità professionale; tuttavia, nutriamo seri dubbi su alcune delle proposte presentate per risolvere la situazione».

«Se, infatti, riteniamo necessaria la definizione di ruoli e responsabilità di ciascun professionista, non possiamo che dissentire sulla proposta di “sviluppare forme di task shifting”, che non consentirebbero né di superare il grave problema di carenza di professionisti e di attrattività del SSN, né di garantire la sicurezza delle cure per i cittadini».

«Deve essere chiaro, infatti, che l’incremento di competenze e responsabilità difficilmente renderà più appetibili alcune professioni sanitarie, a fronte del medesimo trattamento economico e delle stesse condizioni di lavoro sofferte oggi. In un contesto di grave carenza di personale, aumentare le competenze senza l’adeguamento dell’organico non può che essere un boomerang, che non risolverebbe il problema ma anzi lo amplierebbe, rendendo ancora meno attrattivo il lavoro in ospedale. Al contempo, è necessario preservare le attività che devono essere svolte in modo esclusivo dai medici, a partire da anamnesi, diagnosi e terapia», aggiunge Quici.

«In ogni caso – conclude il Presidente CIMO-FESMED – ci auguriamo che qualsiasi intervento volto a riordinare le professioni sanitarie e a prevedere il trasferimento di competenze da una professione all’altra veda un coinvolgimento attivo e centrale dei rappresentanti dei professionisti ad un tavolo di confronto. Sono i professionisti, infatti, gli unici attori capaci di offrire una visione sistemica delle criticità e delle esigenze di un Servizio sanitario nazionale in costante evoluzione».  

Formazione manageriale: ultimi giorni per iscriversi ai Master MaPS e COPHTA

Si avvicinano le scadenze per le iscrizioni a due percorsi formativi di alto profilo nel settore sanitario.

Il Master in Management e Funzioni di Coordinamento per le Professioni Sanitarie (MaPS), giunto alla dodicesima edizione,è rivolto ai professionisti sanitari che intendono acquisire competenze gestionali per il coordinamento di unità operative, servizi e dipartimenti, sia in ambito ospedaliero che territoriale. Il programma, strutturato in modalità part-time con incontri in presenza, prevede un tirocinio obbligatorio di 500 ore e un project work finale. Il titolo conseguito consente di accedere a ruoli di coordinamento nel Servizio Sanitario Nazionale. Le iscrizioni chiuderanno lunedì 10 febbraio.

Il Master Executive in Competenze per l’Health Technology Assessment (COPHTA), giunto alla tredicesima edizione, offre una formazione avanzata sulla valutazione multidimensionale delle tecnologie sanitarie. Il percorso si concentra sugli aspetti organizzativi, economici e qualitativi dell’HTA, con particolare attenzione all’impatto delle innovazioni tecnologiche sulla governance del sistema sanitario. Rivolto a professionisti di aziende sanitarie e del settore delle tecnologie medicali, il master prevede una formula flessibile che combina lezioni in presenza e online. La scadenza per le iscrizioni è fissata a martedì 11 febbraio.

Per ulteriori informazioni sui programmi e sulle modalità di iscrizione, consultare i siti ufficiali

Il Veneto abolisce il ticket per le vittime di violenza

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Dal primo febbraio 2025 scatterà in tutto il Veneto l’esenzione dal pagamento del ticket per le vittime di violenza. Lo ha disposto la Giunta regionale approvando una delibera proposta dall’Assessore alla Sanità Manuela Lanzarin, dopo che, su iniziativa della stessa, la misura era stata varata durante i lavori di approvazione della legge di bilancio.

L’art. 21 alla L.R. 33/2024, Collegato alla Legge di stabilità 2025, ha infatti introdotto misure per tutelare le vittime di violenza, residenti in Veneto e che accedono alle strutture sanitarie. Tutte le prestazioni fruite nel periodo successivo alle dimissioni dal Pronto Soccorso, incluse le prestazioni psicologiche e le prestazioni di specialistica ambulatoriale connesse alla violenza subita, dal 1° febbraio 2025 saranno esenti dal pagamento del ticket.

Manuela Lanzarin

Quali sono le ragioni principali che hanno portato alla stesura di questa delibera?

«La violenza, in tutte le sue forme, è un fenomeno che non si riduce ancorché siano molti gli attori impegnati, anzi le persone riescono a far emergere la violenza a cui sono sottoposte, per questo l’interesse e l’impegno delle istituzioni deve essere sempre attivo.

Le persone vittime di violenza vanno aiutate e questo è un modo concreto per essere loro vicine. Vale la pena ricordare come fra le violenze le donne subiscano anche la violenza economica ed altre forme di privazioni, poter garantire l’accesso alle cure senza l’onere del ticket è una forma di sostegno reale».

Quali cambiamenti concreti introdurrà e quali sono le tempistiche?

«L’esenzione entrerà in vigore dal 1 febbraio 2025. La donna vittima di violenza, che già accede ad un percorso protetto negli ospedali della nostra regione, dopo la dimissione e per le successive prestazioni non pagherà il ticket.

Ricordo che fin dal 2019 è stato avviato nei Pronti Soccorso un percorso dedicato alle donne che subiscono violenza, già all’epoca era stata svolta apposita formazione aziendale con 110 corsi e la partecipazione di 3000 operatori ed anche lo scorso anno sono state formate 470 persone, tra cui vi sono stati 185 infermieri, 65 psicologi, 40 medici chirurghi, 26 ostetriche, 20 assistenti sociali, 16 educatori professionali.

Sottolineo l’importanza e la tutela della persona al momento del triage, nella raccolta delle informazioni rispettando la sua privacy. Sarà importante anche organizzare una dimissione protetta o intraprendere un percorso “protetto”, sempre con l’assenso della persona vittima di violenza».

Come si inserisce questa misura all’interno delle politiche più ampie del suo assessorato?

«Ci tengo a precisare che il tema della violenza contro le persone, ed in particolare contro le donne, è un fenomeno deplorevole, esso non ha età, è trasversale anche per quanto riguarda l’estrazione sociale. È proprio una questione di cambiamento che andrà radicato attraverso la cultura del rispetto. Si può migliorare e per far emergere il cambiamento è necessario coinvolgere tutte e tutti, anche attraverso l’uso di un linguaggio corretto, perché l’offesa, il pregiudizio, il disprezzo sono la prima forma di violenza. Ho molto interesse per questo tema che va affrontato assieme a tutte le istituzioni del territorio, con le cittadine ed i cittadini. Il programma annuale per il contrasto alla violenza contro le donne, materia che seguo dal 2015, mette in atto una serie di azioni con finanziamenti mirati e si avvale di una solida rete che svolge anche un’importante attività preventiva della violenza contro le donne».

Ci sono già stati segnali di supporto o critiche da parte della cittadinanza o delle opposizioni?

«È un tema che coinvolge emotivamente uno spaccato importante della società civile, ricordo tutte le donne che hanno perso la vita e le molte storie di donne che hanno incontrato una violenza sottile talvolta e feroce in altre occasioni e che sempre hanno trovato limitazioni alla loro libertà personale. Come si può pensare ci possano essere opposizioni su un tema in cui bisogna lavorare assieme, ogni giorno?»

Ci sono altri provvedimenti che saranno introdotti nei prossimi mesi per rafforzare questa iniziativa?

«Il programma annuale sarà presentato appena avremo il quadro completo delle iniziative che anche il Ministero per le pari opportunità apporterà a riguardo. Ogni anno, in questo periodo, siamo in grado di programmare i fondi per sostenere la rete antiviolenza, attraverso i centri antiviolenza, le case rifugio e gli sportelli antiviolenza.

Il Veneto ha dei presidi territoriali per accogliere le donne vittime o potenziali vittime di violenza, inoltre la rete si rafforza con la partecipazione di tutti gli enti pubblici dove ognuno deve fare la sua parte, penso alle forze dell’ordine, al sistema giudiziario, ai Sindaci, per questo saranno svolte attività di formazione ed informazione in tutto il territorio regionale».

In partenza il più grande progetto di prevenzione cardiovascolare del Paese

A pochi mesi dalla presentazione ufficiale alla Camera dei deputati, Al Cuore della Prevenzione / CVrisk-IT, il più vasto e ambizioso programma nazionale di prevenzione cardiovascolare, apre le porte ai cittadini. La rapida implementazione dell’iniziativa, che coinvolge una cinquantina di strutture tra IRCCS, ospedali e centri autorizzati in tutt’Italia, risponde all’urgente necessità di potenziare gli strumenti a essa destinati. Una tempestività legata anche a dati che confermano come le patologie cardiovascolari rappresentino ancora la principale causa di mortalità in Italia (30,8% nel 2021 secondo Istat). 

I dettagli operativi dello studio, finanziato dal Parlamento tramite il Ministero della Salute con 20 milioni di euro, di fatto la risposta scientificamente più raffinata, innovativa e quantitativamente rilevante mai proposta alla popolazione, sono stati illustrati questa mattina nella conferenza stampa promossa dalla Rete Cardiologica IRCCS – che ha progettato e coordina l’iniziativa – al Circolo della Stampa di Milano.  

«L’avvio operativo di CVrisk-IT è un momento estremamente importante per la prevenzione cardiovascolare nel nostro Paese» ha detto il Presidente della Rete e Direttore Scientifico dell’IRCCS Policlinico San Donato, Lorenzo Menicanti, il quale ha sottolineato che «la rapidità con cui il gruppo di lavoro è passato dalla fase progettuale a quella esecutiva testimonia da un lato l’urgenza di questo intervento e, dall’altro, la solidità della rete e dei centri coinvolti». Menicanti, inoltre, ha posto l’accento sulla «straordinaria collaborazione scientifica su scala nazionale creatasi attorno a CVrisk-IT senza la quale traguardare questo primo pilar di progetto sarebbe stato assai difficile se non impossibile». Allo studio possono aderire gratuitamente cittadini di età compresa tra i 40 e gli 80 anni, sani, senza precedenti patologie cardiovascolari o diabete.

«La collaborazione tra il Ministero della Salute e la Rete Cardiologica IRCCS segna un importante passo avanti nella ricerca sanitaria italiana», ha dichiarato Graziano Lardo, Direttore Generale della Ricerca e dell’Innovazione in Sanità del Ministero della Salute. Il dirigente ha evidenziato come il Ministero non si limiti a svolgere un ruolo di controllo e finanziamento, ma si ponga come vero e proprio partner nei processi di innovazione. CVrisk-IT, ha ricordato Lardo, ha ottenuto la validazione di revisori internazionali e ricevuto un finanziamento grazie a una legge speciale inclusa nella finanziaria 2023. «La sua approvazione definitiva» ha precisato «è giunta dopo un costruttivo dialogo tra il Ministero e la Rete, che ha portato all’integrazione di alcune modifiche suggerite dai valutatori internazionali».

L’arruolamento

«La Rete dei Centri di arruolamento – approfondisce Ambra Cerri, Chief Project Manager di CVrisk-IT e Direttore Operativo Ricerca di IRCCS Policlinico San Donato – è organizzata secondo il modello Hub&Spoke e copre una parte rilevante del territorio nazionale per garantire un accesso equo e capillare; il progetto coinvolge 17 IRCCS (Hub) e una trentina di aziende sanitarie di diversa natura (Spoke). I cittadini che rispondono ai criteri di inclusione e che su base volontaria intendono iscriversi allo studio possono già farlo consultando il sito della Rete Cardiologica IRCCS dove è disponibile un form per la manifestazione di interesse. Questa architettura organizzativa – ha aggiunto – è stata progettata per assicurare una rappresentazione completa e bilanciata del campione di popolazione, garantendo al contempo la massima diffusione e accessibilità a tutti i cittadini». 

Dopo la positiva valutazione dello studio dal Ministero della Salute, la Rete Cardiologica IRCCS ha portato a termine – nel 2024 – i primi importanti obiettivi nel pieno rispetto del cronoprogramma progettuale.  Lo spiega ancora Cerri: «È stato definito il protocollo di studio, già approvato da alcuni Comitati Etici Territoriali dei Centri coinvolti, con l’obiettivo di integrare soluzioni innovative e fattibilità operativo-organizzativa. Inoltre, è stata sviluppata una piattaforma informatica avanzata per la raccolta dei dati, con un’interfaccia dedicata ai partecipanti denominata MyCardioSpace, progettata per semplificare l’utilizzo dei dati a fini scientifici, mettendo al centro il cittadino. A questo proposito – ha aggiunto ancora la manager – c’è un’interlocuzione con il Garante per la Protezione dei Dati Personali». 

CVrisk-IT – che si avvale anche della collaborazione con Human Technopole, centro di ricerca di eccellenza che apporterà know-how tecnologico e metodologico rafforzando l’impatto scientifico – contribuirà alla creazione della più grande biobanca nazionale dedicata alla ricerca cardiovascolare; quest’ultima, diffusa, costruita grazie alla sistematica raccolta di campioni biologici e dati clinici, diventerà un patrimonio prezioso per lo sviluppo di futuri studi scientifici in grado di rafforzare la capacità della ricerca italiana di affrontare le sfide sanitarie globali. «La prevenzione cardiovascolare è un pilastro fondamentale per garantire la sostenibilità del SSN – ha chiosato la Chief Project Manager di CVrisk-IT – perché riduce il carico assistenziale e migliora la qualità della vita. Due le aspirazioni principali dello studio: costruire una rete di prevenzione solida ed efficace, capace di anticipare il rischio cardiovascolare e promuovere interventi mirati di prevenzione. L’obiettivo a lungo termine è che la prevenzione cardiovascolare divenga una normale pratica al pari di quella oncologica».

Il testimonial dello studio

Testimonial d’eccezione dello studio il campione Filippo Magnini, il miglior stileliberista italiano di sempre nelle distanze brevi, due volte campione mondiale nei 100 metri stile libero con un palmares che include anche altrettanti ori mondiali in vasca corta e 17 titoli europei. «Come atleta che ha dedicato la vita al nuoto – ha detto – ho sempre posto la massima attenzione alla salute del mio corpo e, in particolare, del mio cuore; l’ho fatto da professionista e continuo a farlo oggi perché la prevenzione cardiovascolare non è importante solo quando si gareggia ad altissimi livelli – e fatti recenti in altre discipline lo testimoniano – ma lo è in ogni momento della nostra vita. Anche per questo motivo ho accettato con convinzione di sostenere CVrisk-IT: è un’iniziativa unica che offre gratuitamente ai cittadini l’opportunità di partecipare a un programma di prevenzione cardiovascolare di altissimo livello». Magnini si è rivolto anche a tutti gli sportivi amatoriali e a coloro i quali praticano attività fisica con regolarità – che in Italia sappiamo essere in tanti, tantissimi, milioni: «Prendetevi cura del vostro cuore, partecipate a questo studio», ha detto. Il campione ha concluso parlando di «opportunità preziosa per tutti noi italiani, un investimento concreto nella salute pubblica che non possiamo permetterci di sprecare» e ha invitato caldamente la popolazione a informarsi e a partecipare. «Il vostro cuore – ha chiosato – ve ne sarà grato».  

Afra Casiraghi, avvocato, appassionata di natura e benessere, madre di due figli, invitata in ideale rappresentanza di quanti già si sono iscritti allo studio, ha detto di «essere molto felice di prendere parte a questo importante progetto; partecipare significa migliorare la comprensione dei fattori di rischio cardiovascolari e contribuire a sviluppare nuove strategie di prevenzione e trattamento. Invito quindi tutte le persone a fare parte di CVrisk-IT; è anche un modo per ricevere informazioni preziose sulla propria salute cardiovascolare e migliorare il proprio stile di vita».

#UNIAMOleforze: parte la campagna 2025 per la Giornata delle Malattie Rare

In Italia le persone con malattia rara sono più di 2 milioni per le circa 8.000 patologie oggi conosciute. Solo per il 5% di queste malattie, però, esiste una cura. Numeri e quindi vite che possono cambiare anche drasticamente con i frutti della ricerca scientifica.

Nell’ambito del “viaggio” intrapreso tre anni fa, dopo la diagnosi precoce e la presa in carico, proprio il tema della ricerca è stato scelto da UNIAMO – Federazione Italiana Malattie Rare – per la campagna di sensibilizzazione #UNIAMOleforze.

Per tutto il mese di febbraio moltissimi interlocutori realizzeranno una serie di iniziative – più di 60 gli eventi in calendario accomunati dal claim “Molto più di quanto immagini” – che condurranno al 28 del mese, la Giornata delle Malattie Rare.

Stamattina nell’Auditorium “Cosimo Piccinno” del Ministero della Salute si è svolto l’evento inaugurale a cui hanno partecipato i rappresentanti dei principali attori in gioco nel campo della ricerca sulle malattie rare, che hanno aderito in varie modalità alla campagna: Ministero della Salute, Ministero dell’Università e della Ricerca, Istituto Superiore di Sanità, Agenzia Italiana del Farmaco, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Fondazione Telethon.

Tema della campagna di sensibilizzazione 2025 è la ricerca in tutte le sue accezioni: non solo sui farmaci ma anche comportamentale, sulla storia naturale, sull’efficacia delle riabilitazioni…

«La ricerca – ha sottolineato la Presidente UNIAMO, Annalisa Scopinaro – rappresenta speranza per le persone con malattia rara. Dobbiamo pensare però a tutti i tipi di ricerca, non solo quella finalizzata alla produzione di farmaci: comportamentale, sulla storia naturale, sull’efficacia delle riabilitazioni etc. sono tutte ugualmente importanti. E in ogni caso è indispensabile coinvolgere i rappresentanti dei pazienti fin dall’inizio della progettualità di ricerca, qualunque essa sia; farli partecipare alla governance delle sperimentazioni; raccogliere con rigore gli outcome (PROs) dai pazienti e utilizzarli nei percorsi approvativi e di revisione dei trattamenti. Il miglioramento della qualità di vita non riguarda solo aspetti prettamente clinici. Ricerca è anche disponibilità del dato, pulito e sistematizzato. Durante la Campagna #UNIAMOleforze approfondiremo questi concetti dando la nostra prospettiva di comunità».


Ad aprire i lavori Marcello Gemmato, Sottosegretario di Stato alla Salute con delega alle malattie rare, che nel suo intervento ha sottolineato il lavoro svolto dal CoNaMR (Comitato Nazionale Malattie Rare) negli ultimi mesi, coordinato dalla sua segreteria tecnica. Inoltre ha osservato come si debba parlare di ricerca in senso ampio, includendo anche quella organizzativa (come nel progetto europeo Jardin in cui il Ministero coordina un Work Package specifico), quella comportamentale, la raccolta dei dati sulla storia naturale delle patologie, gli effetti dei trattamenti riabilitativi e molto altro. Ha quindi ribadito il suo impegno nei confronti della comunità rara.

È intervenuta quindi Simona Durante, Esperta per la Disabilità e i DSA, Ministero dell’Università e della Ricerca: «Il MUR considera la ricerca scientifica sulle malattie rare di grande importanza. Per questo lavoriamo su più fronti: per favorire sinergie tra università, istituzioni di ricerca, istituzioni sanitarie e industria farmaceutica, massimizzando le risorse utilizzabili per migliorare la cooperazione anche a livello internazionale e per favorire lo scambio di dati e risultati. Ma al tempo stesso è fondamentale ascoltare la voce e le esigenze dei pazienti che devono costituire parte integrante del processo di ricerca per sviluppare terapie mirate. Il MUR continuerà a sostenere l’innovazione e a promuovere sinergie per migliorare la qualità della vita dei pazienti e garantire un accesso equo alle cure. La collaborazione è la chiave per il progresso. Uniamo le forze».

Si è entrati dunque nel vivo dei lavori: «La ricerca è un tema fondamentale per l’Istituto – ha ricordato Marco Silano, Direttore del Centro Nazionale Malattie Rare, ISS – che nel corso degli anni ha prodotto approfondimenti dedicati a singole patologie, oltre a istituire alcuni registri specifici. Oltre a molti Rapporti Istisan dedicati, con le attribuzioni della Legge 175 è affidato all’Istituto il compito di verificare l’assistenza e la presa in carico da parte dei Centri della Rete Nazionale. Il rigore scientifico dell’Istituto permette di spaziare su tematiche ampie che sono di fondamentale importanza per fare luce su molti aspetti di grande interesse per la comunità delle persone con malattia rara, anche se non specificatamente rivolti allo sviluppo di terapie».

Armando Magrelli, Dirigente Ufficio Ricerca Agenzia Italiana del Farmaco, ha parlato del ruolo di AIFA per i trattamenti e la sfida dell’HTA: «Ogni storia conta, ogni voce fa la differenza. AIFA è al fianco dei pazienti per affrontare insieme le sfide delle malattie rare. Uniamo le forze con istituzioni, ricercatori, associazioni e cittadini per promuovere l’accesso a nuovi farmaci, accelerare il progresso della ricerca e garantire una migliore qualità di vita. Perché solo insieme possiamo rendere visibile l’invisibile».

Elena Mancini, CID Ethics CNR, ha approfondito il fondamentale tema per le persone con malattia rara della condivisione dei dati sanitari in Europa: «La creazione di uno spazio europeo dei dati sanitari (EHDS) apre prospettive di fondamentale importanza per i malati rari: favorisce un maggior controllo dei cittadini attraverso la realizzazione di una piattaforma dedicata; consente un concreto esercizio del diritto alla portabilità del dato grazie alla digitalizzazione dei dati sanitari; stabilisce regole specifiche per l’uso secondario dei dati sanitari, favorendo la condivisione di informazioni “rare” che saranno rese disponibili per la ricerca scientifica. Tutto questo si fonda su un cambiamento del concetto di dato personale, della base giuridica per il suo impiego, della natura degli organismi di garanzia e degli strumenti di protezione».

«Nella Giornata delle Malattie Rare – il commento del Direttore Generale di Fondazione Telethon Ilaria Villa – UNIAMO chiede attenzione per la ricerca, che è il nostro ambito d’azione nonché lo strumento fondamentale per rispondere ai bisogni delle tante persone che affrontano queste patologie. Sappiamo che è necessario aumentare il numero delle terapie disponibili, migliorare l’accesso alla diagnosi e supportare la qualità della vita. I progressi fin qui raggiunti nel campo delle malattie rare sono il frutto di un grande impegno collettivo. Per questa ragione, è importante dare risalto al ruolo della ricerca proprio nella giornata che tutto il mondo dedica alla comunità delle malattie rare, di cui Fondazione Telethon fa orgogliosamente parte».

Due gli approfondimenti della mattinata. Il primo dedicato alle esperienze pratiche nella ricerca sulle malattie rare ha visto gli interventi di Miriam Teoli (Dirigente medico, Istituto Dermatologico S. Maria e S. Gallicano IRCCS – IFO), Giuseppe Zampino (Direttore UOC Pediatria e coordinatore delle Unità di Malattie Rare della Fondazione Policlinico Universitario “A. Gemelli” IRCCS), Fabio Amanti (Patient Advocacy Parent Project APS) e Carola Pulvirenti (Patient Adovacy, Associazione Nazionale Pemfigo/Pemfigoide Italy (ANPPI).

Il secondo focus, invece, ha approfondito il ruolo di Fondazioni e aziende farmaceutiche nella Ricerca: al tavolo dei relatori Stefano Benvenuti (Responsabile Relazioni Istituzionali, Fondazione Telethon), Marcello Cattani (Presidente Farmindustria) e Fabrizio Greco (Presidente Federchimica – Assobiotec).

Nel corso dell’evento è stato anche lanciato il video ufficiale della campagna di UNIAMO, prodotto da Revok e Poti Pictures, divisione cinematografi ca della Cooperativa ‘Il Cenacolo’ e prima casa di produzione sociale al mondo.

«Con la provocazione di mettere all’asta Tiziano – ha concluso la Presidente UNIAMO Scopinarovogliamo far passare il messaggio che è ora che si riconosca il valore intrinseco di ogni persona. La persona non è la sua disabilità o malattia; a prescindere dalle proprie condizioni ognuno deve avere il diritto e gli strumenti per costruire il proprio percorso di vita». Testimonial per lo spot 2025 Tiziano Barbini, attore “con malattia rara, 140 centimetri di pura sfacciataggine”, Alessandro Benvenuti, attore, regista e scrittore nei panni del banditore d’asta, e Mario Cordova, doppiatore tra gli altri di Richard Gere e Bruce Willis.

Gli oltre 60 eventi in calendario e tutte le informazioni per partecipare alla campagna per la Giornata delle Malattie Rare 2025 sul sito uniamo.org