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«Basta condizioni insostenibili»: la sanità italiana si ferma per difendere il SSN

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Il 20 novembre 2024 gran parte della sanità si mobilita e scende in piazza: medici, infermieri e altri professionisti sanitari incroceranno le braccia per 24 ore (garantendo i servizi essenziali), protestando contro le misure previste nella Legge di Bilancio 2025 e i fondi che non bastano.

Alcune sigle sindacali, tra cui Anaao Assomed, Cimo-Fesmed e Nursing Up, hanno indetto uno sciopero per denunciare l’insufficienza dei fondi destinati al Servizio Sanitario Nazionale e le condizioni lavorative sempre più critiche. Anche la FNOMCeO, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, va in Piazza Santi Apostoli per portare il suo sostegno. Filippo Anelli: «Protesta espressione del disagio dei medici, esasperati da mancanza di risposte. Lo sciopero è il frutto dell’esasperazione dei medici, che chiedono da almeno tre anni un’attenzione nei confronti delle Professioni sanitarie».

I medici FP CGIL e UIL, invece, fanno sapere che parteciperanno allo sciopero generale del 29 novembre «contro la peggiore legge di bilancio degli ultimi 30 anni, che taglia risorse a personale e servizi per lasciare il campo libero al profitto ed al privato». È quanto dichiarano Andrea Filippi, Segretario Nazionale Fp Cgil Medici, Veterinari e Dirigenti SSN e Roberto Bonfili, Coordinatore Nazionale Uil Medici e Veterinari.

La manifestazione nazionale si tiene a Roma, in Piazza Santi Apostoli, dalle 12:00 alle 14:00, con l’obiettivo di sensibilizzare i cittadini e le istituzioni sulla necessità di interventi strutturali per garantire la sostenibilità del sistema sanitario pubblico e la dignità professionale degli operatori.

Ne hanno parlato ai microfoni di TrendSanità Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED, Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale Anaao Assomed e Antonio De Palma, Presidente Nursing Up.

Alcuni dati

I medici del SSN si sentono stanchi, demoralizzati, rassegnati e abbandonati, dopo due anni di emergenza Covid-19. È quanto emerge dal sondaggio della Federazione CIMO-FESMED cui hanno partecipato più di 4.200 medici. Il 72% dei medici risceglierebbe la professione, ma solo il 28% continuerebbe a lavorare in una struttura pubblica. Il restante preferirebbe trasferirsi all’estero (26%), anticipare il pensionamento (19%), lavorare in una struttura privata (14%) o dedicarsi alla libera professione (13%).

Il 30% dei medici giudica la propria qualità della vita “insufficiente” o “pessima”. Il 73% degli intervistati lavora più delle 38 ore settimanali previste dal contratto e il 20% di questi supera le 48 ore, violando la normativa europea. Il 43% ha tra 11 e 50 giorni di ferie accumulate, il 24% tra 51 e 100 giorni e il 18% più di 100 giorni.

In termini di attività svolte, il 56% dei medici ritiene eccessivo il tempo dedicato agli atti amministrativi, mentre il 40% ritiene insufficiente il tempo dedicato all’atto medico e all’ascolto del paziente. Solo il 4% dei medici riesce a dedicare tempo alla propria formazione.

Gli infermieri non stanno meglio. Secondo Nursing Up, dal 2010 al 2024, le iscrizioni ai corsi di laurea in infermieristica sono diminuite del 54,2% e solo lo 0,8% dei giovani tra 15 e 18 anni considera la professione infermieristica interessante, rispetto al 3,9% in Norvegia e al 2,8% in Germania.

Mancano almeno 175-220 mila infermieri rispetto agli standard europei. Le stime ufficiali parlano di una carenza di 65mila infermieri per il SSN e ogni anno circa 8mila infermieri lasciano volontariamente il settore pubblico

Nel 2023 si sono registrate circa 130mila aggressioni (fisiche e verbali) contro gli infermieri. Negli ultimi cinque anni, il numero delle violenze è aumentato del 35% e il 70% delle vittime è un infermiere. Inoltre, 90% dei Pronto Soccorso, con bacini di utenza medio-alti, è privo di un presidio di polizia attivo 24 ore su 24.

«L’inefficienza della politica, che ha ridotto sempre di più gli organici all’osso – dichiara De Palma Nursing Up – non dimostrandosi capace di sanare le bibliche liste di attesa e la disorganizzazione degli ospedali, non ha fatto che acuire l’ira della collettività e far sgretolare la fiducia cittadini-professionisti, con questi ultimi diventati sempre di più il capro espiatorio e con i primi che, mai come in questo momento, sembrano davvero aver perso la bussola».

Quanto agli stipendi, l’Italia è al terzultimo posto in Europa per retribuzione degli infermieri, con salari medi di circa 1.500 euro netti al mese.

Infine, negli ultimi 10 anni, circa 50mila infermieri hanno abbandonato l’Italia e oltre la metà di loro non intende tornare.

Difendere il SSN e il diritto alla cura

«Il 20 novembre scioperiamo in difesa del Servizio Sanitario Nazionale, che è in profonda crisi – ci dice Guido Quici. Scioperiamo contro una bozza di legge di Bilancio che destina risorse insufficienti per la sanità pubblica, rateizzandole inoltre in più anni, senza comprendere che la gravità della situazione richiede un intervento immediato.

Guido Quici

Scioperiamo per far capire ai cittadini che le cause dei disservizi che vivono quotidianamente sono da ricercare in anni di tagli al personale e alle strutture sanitarie, falcidiando l’offerta sanitaria. Scioperiamo perché non è previsto nessun incentivo volto a far rimanere nel Servizio sanitario nazionale medici e infermieri, sempre più attratti dall’estero e dalla sanità privata, dove tra l’altro la situazione non è molto migliore, considerato che l’AIOP non rinnova i contratti dei medici dipendenti da quasi 20 anni.

Ci auguriamo che il Governo e l’opposizione ci ascoltino e pongano la giusta attenzione a un settore strategico per il Paese e che inizino a lavorare congiuntamente ascoltando i bisogni dei pazienti e dei professionisti. Utilizzare la sanità solo come terreno di scontro politico non serve a nessuno. È giunto il momento di rimboccarsi le maniche e iniziare a lavorare al SSN del futuro».

Quali sono i motivi?

Risponde Di Silverio: «possiamo racchiudere i motivi in quattro parole d’ordine Risorse, Riforme, Formazione e Sicurezza.

Risorse, perché senza risorse adeguate per il servizio sanitario pubblico e per il personale, non possiamo sopravvivere in questa congiuntura di crisi economica. Una scarsità che arriva da 15 anni di disincentivazione.

Riforme, perché il nostro sistema di cura, che ha ormai 46 anni, necessita urgentemente di una riforma sostanziale, soprattutto nella presa in carico del paziente. L’attuale sistema non è pronto per gestire la cronicità ma le acuzie e deve essere ripensato.

Pierino Di Silverio

Formazione perché abbiamo 50mila specializzandi che vivono ancora in una sorta di “gabbia dorata” all’interno delle università, senza poter formarsi liberamente nelle strutture ospedaliere. Siamo l’unico Paese al mondo in cui non c’è il teaching hospital, dove gli specializzandi non possono formarsi liberamente in ambito ospedaliero.

Non ultimo la sicurezza delle cure che viaggia su due binari: il primo, le aggressioni contro il personale sanitario, perché non basta un decreto che funzioni da deterrente, occorre investire nelle cure e migliorare l’accesso ai servizi, per ricostruire e cambiare il rapporto di fiducia tra medico e paziente che si è rovinato.

Secondo, la depenalizzazione dell’atto medico, poiché l’Italia è l’unico Paese al mondo dove i medici sono sottoposti a quattro diversi tribunali: ordinario, aziendale, ordinistico e il peggiore, quello mediatico. La commissione che ha lavorato sulla depenalizzazione dell’atto medico per un anno e mezzo non ha prodotto risultati soddisfacenti, perché, di fatto, non cambiano una virgola.

Quindi, ci aspettiamo che il governo apra un confronto, stanzi più risorse e soprattutto cominci a riformare seriamente il percorso di cura».

Le buone intenzioni non bastano

Antonio De Palma

È vero che l’attuale Governo ha stanziato più risorse in assoluto per il Fondo Sanitario Nazionale – spiega De Palma – ma le stesse sono spalmate nei prossimi 5 anni e, al netto dei rinnovi contrattuali, sono ben al di sotto del tasso inflattivo, quindi non in grado di sostenere un Servizio sanitario già in grande difficoltà.

Questi finanziamenti sono appena sufficienti a mantenere lo status quo e non saranno certamente alcuni interventi legislativi a ridurre le liste di attesa senza un vero intervento strutturale di rilancio del SSN.

Lo sciopero e la manifestazione di protesta nascono dall’urgenza di garantire il rispetto e la valorizzazione concreta del lavoro infermieristico e di tutti gli altri professionisti ex legge 43/2006. Richiediamo tutele adeguate per i turni massacranti e un riconoscimento economico e professionale per chi è ogni giorno in prima linea nella tutela della salute.

Le promesse di riforma devono tradursi in fatti, contratti, risorse e dignità professionale non possono più attendere

La manovra prevede un aumento dell’indennità di specificità infermieristica, ma non è ancora estesa alle ostetriche, come invece noi chiediamo, ed è una vittoria effimera, poiché ci verrà data a rate, visto che nelle tasche degli infermieri arriverebbero per il 2025 circa 7 euro netti e per il 2026 circa 60 euro netti. Peraltro, si parla di risorse legate, per la maggior parte, a un contratto la cui discussione inizierà tra almeno due anni. Insomma in sostanza “briciole nel tempo”, che offendono l’intera categoria.

Il governo finanzia, oggi, un CCNL del futuro, prevedendo risorse che, invece, dovrebbero essere attribuite seduta stante, come finanziamenti aggiuntivi al triennio ancora in discussione, quello cioè del CCNL 2022/2024.

Nursing Up chiede, inoltre, l’introduzione di norme per retribuire i percorsi formativi e di specializzazione degli infermieri e delle altre professioni sanitarie ex Legge 43/2006, al pari di quanto già accade per i medici.

Le scelte governative, tra assistenti infermieri e reclutamento di personale straniero, sembrano orientate a tamponare le falle di un sistema in crisi senza affrontarne le cause profonde. Il rischio è peggiorare ulteriormente la qualità dell’assistenza e di aumentare il carico di lavoro per il personale esistente.

Una politica sanitaria lungimirante deve puntare su investimenti seri nella professione infermieristica italiana, valorizzando chi opera sul campo e incentivando il ritorno di coloro che hanno scelto di cercare dignità e prospettive migliori altrove. La situazione è allarmante: il disamore verso la professione è evidente, e senza interventi strutturali e investimenti mirati, il rischio di un collasso completo appare davvero concreto».

I pazienti nelle scelte di salute sostenibile

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Annalisa Scopinaro
Annalisa Scopinaro

«Per noi sanità sostenibile significa avere la possibilità di potersi curare, di poter prevenire alcune patologie e di poter provare dei percorsi che non incidano dal punto di vista burocratico più di quello che è già il percorso patologia. È il poter sapere di essere in un sistema che ci accompagna dalla diagnosi alla presa in carico a tutto quello che è l’accesso alle terapie senza dover pesare troppo sulle famiglie». Così Annalisa Scopinaro, Presidente della Federazione Italiana Malattie Rare Uniamo.

Per quanto riguarda le malattie rare, in Italia esiste una rete nazionale che dal 2001 offre un punto di appoggio stabile a chi soffre di queste patologie. «Le problematiche sono da un lato la riconoscibilità della malattia rara: noi abbiamo ad oggi circa 500-600 patologie che hanno un codice di esenzione specifico, mentre le altre patiscono una non riconoscibilità specifica, ovvero non possono entrare nella rete delle malattie rare propriamente detta. Inoltre, dal 2017, da quando ci sono le reti europee ERN, lo sviluppo di questi centri è stato abbastanza disomogeneo dal punto di vista territoriale».

In Italia il rapporto MonitoRare ne ha censiti 325, la maggior parte localizzati in Nord Italia. «E questo non perché al Sud non ci siano eccellenze, ma a volte anche solo la procedura burocratica viene ritenuta troppo gravosa e i centri non si accreditano», evidenzia Scopinaro.

La sostenibilità per le malattie rare

«C’è poi un problema di accesso ai farmaci, che in Italia è complicato dai prontuari regionali nei quali le molecole approvate da AIFA vanno inserite – ricorda Scopinaro -. Questo significa che finché un farmaco non viene inserito in quella specifica regione il paziente non può richiedere quel trattamento; può farlo in un’altra regione, sobbarcandosi i costi». A questo complesso quadro sta cercando di porre rimedio il Piano Nazionale Malattie Rare. «Questi problemi si acuiranno quando arriveranno i 180 trattamenti per terapie avanzate innovative, che porranno oltre al problema di una sostenibilità intesa in senso più generale, anche un problema di sostenibilità di costi».

E non si parla solo del costo complessivo delle terapie per l’Italia, ma anche di quello delle terapie per la singola azienda sanitaria che se non ha programmato bene la spesa rischia di trovarsi in bancarotta, visto il costo unitario di questi trattamenti.

Il Regolamento Europeo Farmaci Orfani, criticato dalle aziende farmaceutiche, sta cercando di porre alcune regole per garantire equità d’accesso almeno in Europa: «La market exclusivity di alcuni trattamenti in termini di anni viene implementata se le aziende fanno approvare il loro farmaco in più Paesi», ricorda Scopinaro.

Il coinvolgimento dei pazienti

«Quando abbiamo iniziato, 25 anni fa, era tutto da costruire e come federazione ci siamo concentrati sui bisogni primari di salute – afferma Scopinaro -. Poi siamo entrati nel Forum del Terzo Settore, ma soprattutto nell’Osservatorio nazionale della persona con disabilità e penso che il nostro ruolo sia importante, anche per la trasversalità dei nostri bisogni. Siamo una delle poche associazioni che ha bisogni a 360° per l’eterogeneità delle persone con patologie rare».

Se la sanità è una competenza regionale, quella sociale è comunale: «Ogni comune decide dove investire i fondi, non c’è un’unitarietà nazionale e anche le stesse tutele dell’INPS, specialmente per alcune tipologie di malattie rare, non sono così scontate perché la patologia magari non si vede, pure impattando notevolmente sulla qualità di vita». Dall’esterno una persona con talassemia o emofilia non ha un problema visibile, ma un grande impatto sulla propria quotidianità: «Significa un’infusione ogni due settimane in ospedale, perdita di giorni di lavoro, controlli, momenti di grande debolezza che rende difficile il lavorare correttamente».

Il G7 inclusione e disabilità è stato un inizio importante: «Per la prima volta c’è stato un momento dedicato in quel consesso – ha ricordato Scopinaro -. Certo, la Carta di Solfagnano può essere implementata, ma lo diciamo con un punto di vista europeo. C’erano paesi, come Taiwan e Giappone, dove ancora oggi le persone con disabilità proprio non hanno un diritto di nessun genere. I punti di partenza erano quindi molto diversi e in una sintesi politica delle varie sensibilità non possiamo pensare di vedere tutti i punti che per noi sono importanti».

Quali priorità per il futuro

Tra i tanti bisogni delle persone con malattie rare e delle loro famiglie, Scopinaro ne cita tre in particolare: «Mi piacerebbe una presa in carico che sollevi la famiglia dalla necessità di dover gestire tutti gli aspetti: organizzativi, burocratici, emotivi». Oggi infatti ci troviamo di fronte a una sanità spezzettata, dove spesso sono i caregiver a dover allacciare i fili dei percorsi, cercando il centro più competente, gestendo spese e spostamenti.

«Poi l’accesso a forme di sollievo, compresi i trattamenti riabilitativi, equi rispetto a tutte le situazioni regionali e commisurati al tipo di problema: non ha senso offrire 10 trattamenti riabilitativi l’anno a un malato cronico che ha bisogno di assistenza continua. Così facendo lo si compara a chi ha un problema transitorio a un ginocchio, per esempio, ma questo non può esistere».

Infine, un sostegno reale alle famiglie per i maggiori costi da sostenere: «Stimiamo che  ogni famiglia con un malato raro spenda circa 1.500 euro al mese, più il cosiddetto lucro cessante, che significa che il caregiver spesso abbandona o riduce considerevolmente l’attività lavorativa», riporta Scopinaro.

Per la presidente di Uniamo, questo sostegno non dovrebbe però tradursi in un contributo aggiuntivo, ma in servizi pubblici: «Dare più soldi non permette alle famiglie di alleggerire davvero il carico di malattia del loro congiunto, mentre offrire dei servizi a supporto sì», conclude Scopinaro.

Nuovi LEA e nomenclatore: il CReI esprime preoccupazione per l’assenza di molte prestazioni reumatologiche

È stato finalmente approvato l’aggiornamento dei tariffari per le prestazioni di specialistica ambulatoriale e protesica che permettono l’entrata in vigore dal prossimo 30 dicembre (come richiesto dalle Regioni) dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Questi provvedimenti assicurano un ulteriore ampliamento del diritto alla tutela della salute dei cittadini inserendo nuove importanti prestazioni.

Il Collegio dei Reumatologi Italiani – CReI plaude l’iniziativa che colma un vuoto di aggiornamento tecnico-economico di 7 anni, ma dopo un’attenta lettura del nuovo Nomenclatore, il Consiglio Direttivo riunito in Sessione Straordinaria ha riscontrato che nel nuovo tariffario non vengono annoverate una serie di fondamentali prestazioni di competenza reumatologica. In particolare CReI si riferisce a: capillaroscopia, ecografia muscolo-scheletrica, artrocentesi, infiltrazioni di sostanze intrarticolari e biopsia delle ghiandole salivari, che invece vengono riconosciute nella disponibilità di altre specialità mediche (tra cui chirurgia, ortopedia e angiologia). In pratica nei nuovi LEA vengono riconosciute alla Reumatologia soltanto la “Prima visita reumatologica” e la “Visita reumatologica di controllo” omettendo tutte le prestazioni sopraindicate. CReI segnala che le stesse prestazioni vengono regolarmente insegnate in tutte le Scuole di Specializzazione di Reumatologia perché fanno parte del Programma formativo di tutti gli Atenei Italiani.

L’assenza di quelle prestazioni era già stata riscontrata in precedenza dal CReI e comunicata in data 18 dicembre 2023 con lettera indirizzata al Ministero della Salute, all’interno della quale si ricordava proprio che «nei programmi delle Scuole di Specializzazione come richiesto dal MIUR sono presenti e obbligatori per il raggiungimento del titolo specialistico, specifici percorsi formativi dedicati all’apprendimento, all’approfondimento e all’esecuzione pratica di tali prestazioni che sono fondamentali e imprescindibili per l’attività del Reumatologo in campo diagnostico, terapeutico e nel monitoraggio clinico-terapeutico».

In quella occasione era giunta (in data 22 dicembre 2023) una pronta risposta del Ministero nella quale veniva precisato che «L’articolazione in branche non limita né condiziona in alcun modo l’attività dei professionisti, dipendenti o convenzionati con il Servizio sanitario nazionale, la cui attività è determinata dai rispettivi contratti di lavoro, collettivi e individuali. Le visite specialistiche per le quali non è esplicitamente indicata la branca, sono incluse nella categoria ‘altre’ e possono essere prescritte nella stessa ricetta insieme ad altre prestazioni complementari; pertanto, tali visite devono essere considerate appartenenti alla branca a cui afferiscono tali prestazioni».

CReI reputa questa risposta solo parzialmente soddisfacente, anche se inquadrata nel contesto attuale. «Purtroppo il nuovo Nomenclatore continua a dimenticare tutte una serie imponente di attività attualmente svolte dai reumatologi – dichiara il Presidente CReI Severino Martin Martin -. Il rischio conseguente è a tutti ben noto: i diversi Direttori delle Aziende Sanitarie non riterranno urgente aumentare le ore settimanali da destinare alla reumatologia. Le conseguenze di questa ‘dimenticanza’ saranno alla vista di tutti: liste di attesa interminabili per eseguire una visita reumatologica o le prestazioni suindicate e prettamente reumatologiche; pazienti reumatologici visitati da specialisti di altre branche affini; giovani reumatologi neo-specialisti costretti a trovare lavoro in altri reparti, con l’ulteriore allungamento delle liste di attesa».


Il Presidente Martin Martin conclude dichiarando che «il CReI si attiverà per richiedere urgentemente un’audizione al Ministero della Salute affinché le preoccupanti criticità segnalate dal Collegio siano affrontate e risolte in modo tale da consentire in modo riconosciuto l’esecuzione diretta da parte del Reumatologo di tali indagini al momento stesso della visita. Ciò contribuirebbe all’abbattimento delle liste di attesa, ad ottenere una diagnosi più precoce delle patologie reumatologiche e fornirebbe al paziente una migliore e più snella assistenza sanitaria».

Nelle ultime due settimane, secondo i dati raccolti da influweb di ISI Foundation, l’incidenza della sindrome simil-influenzale è più che raddoppiata

Secondo i dati raccolti da Influweb, ramo italiano della piattaforma europea Influenzanet, curato da ISI Foundation, Istituto per l’Interscambio Scientifico con sede a Torino, nelle ultime settimane i casi di simil-influenza sono più che raddoppiati nel nostro Paese (dal 4,41 per mille della prima settimana di novembre all’8,81 per mille della seconda settimana).

Non si tratta di previsioni ma di dati che vengono forniti direttamente dagli utenti italiani attraverso la connessione alla piattaforma e mediante la compilazione di un questionario settimanale che monitora il loro stato di salute e la presenza di eventuali sintomatologie di carattere influenzale. 

È un’operazione semplice che richiede pochi secondi e può essere effettuata direttamente sul sito www.influweb.it accessibile anche da smartphone: la piattaforma consente anche agli utenti di aggiornarsi in tempo reale sull’andamento dell’influenza in Italia, scoprendo per esempio la diffusione geografica del virus, quando si avvicina al picco o quando avrà esaurito il suo effetto. Importante, soprattutto per chi viaggia, monitorare anche la situazione negli altri paesi europei: connettendosi su www.influenzanet.info è possibile infatti visualizzare la situazione in Francia, Olanda, Belgio, Svezia, Germania, Svizzera e UK.

Influweb e Influenzanet rientrano nel settore dell’epidemiologia computazionale e digitale, un ambito della ricerca scientifica in cui ISI Foundation opera da anni, sviluppando modelli alternativi per il controllo e la previsione dell’andamento delle malattie: da quelle stagionali (come la normale influenza) a quelle eccezionali (come la pandemia di COVID-19 e la recente emergenza Dengue in Italia e Francia).

«La partecipazione dei cittadini a Influweb è fondamentale – spiega la coordinatrice del progetto, Daniela Paolotti -. Non solo è importante coinvolgere il maggior numero di utenti ma anche ricevere da loro aggiornamenti regolari, a cadenza settimanale, sia in caso di contrazione del virus sia quando ci si senta in piena forma senza alcun sintomo influenzale. Proprio grazie a queste informazioni noi siamo in grado di sviluppare un modello innovativo ed efficiente, che – sfruttando le opportunità offerte dalle reti digitali, le stesse che utilizziamo quotidianamente per comunicare ed informarci – si affianca e rafforza i tradizionali metodi di sorveglianza della salute pubblica».

Violenza sulle donne: dal 21 al 27 novembre servizi gratuiti in oltre 240 ospedali con il Bollino Rosa di Fondazione Onda ETS e nei centri antiviolenza

Fondazione Onda ETS, in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che si celebra il 25 novembre, lancia la quarta edizione dell’(H) Open Week che si terrà dal 21 al 27 novembre con l’obiettivo di incoraggiare le donne vittime di violenza a rompere il silenzio e avvicinarle alla rete di servizi antiviolenza che può offrire percorsi di accoglienza protetta e progetti di continuità assistenziale e di sostegno, fornendo strumenti concreti e indirizzi a cui rivolgersi per chiedere aiuto. Gli oltre 240 ospedali con il Bollino Rosa che hanno al loro interno percorsi dedicati e i centri antiviolenza aderenti all’iniziativa offriranno gratuitamente alla popolazione femminile consulenze, visite, colloqui, info point, e distribuzione di materiale informativo.

«Anche quest’anno l’obiettivo è sensibilizzare il pubblico sull’esistenza di diversi tipi di violenza, oltre a quella fisica e sessuale. Esistono, infatti, violenze verbali, psicologiche e persino economiche, che possono culminare o meno in episodi di stalking e di violenza fisica. È importante sottolineare come il controllo che può essere esercitato su una donna non scaturisce solamente dalla forza fisica, ma anche dalla volontà di controllare e limitare la sua libertà personale in tutti i sensi, con lo scopo di isolarla e lederne la dignità. Fondazione Onda ETS, ogni anno, vuole dare un aiuto attivo e concreto per proteggere e aiutare le donne in difficoltà, garantendo per una settimana servizi gratuiti a sostegno delle vittime di violenza incoraggiandole così a uscire dalla spirale del silenzio, della profonda sofferenza e solitudine. Voglio ringraziare inoltre la Prof.ssa Alessandra Kustermann, Presidente SVS Donna Aiuta Donna S.C.S per la collaborazione in questo progetto», afferma Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda ETS.

Per l’occasione verrà distribuito negli ospedali l’opuscolo informativo “Violenza di genere – Riconoscerla, prevenirla, contrastarla”, disponibile anche in formato elettronico sul sito www.fondazioneonda.it nella sezione “Pubblicazioni”.

L’iniziativa rientra in un progetto più ampio realizzato nel corso del 2024 che ha previsto diverse attività, tra cui un’ampia campagna di comunicazione con l’obiettivo di ridurre i pregiudizi culturali radicati nella società che portano a percepire in maniera distorta la figura della donna e a creare situazioni di violenza nella vita quotidiana. Per il secondo anno consecutivo, la campagna social è stata insignita della Medaglia del Presidente della Repubblica.

Tutti i servizi offerti con indicazioni su date, orari e modalità di prenotazione sono consultabili sul sito www.bollinirosa.it. È possibile selezionare la regione e la provincia di interesse per visualizzare l’elenco degli ospedali aderenti.

«La violenza, anzi meglio declinata al plurale ovvero le violenze, fanno ormai parte integrante della nostra esistenza quotidiana, le “ragioni” con cui vengono spiegate risultano davvero molto flebili (es. “quel ragazzo ha guardato la mia ragazza”). Su giovani uomini e giovani donne si perpetuano “esercitazioni” di violenza incredibili, anche quando la vittima è ormai morta. Che il fenomeno riguardi anche i giovani non è sorprendente: a sbalordire è soprattutto che anche i giovani maschi si scatenino per inezie contro i loro coetanei, e che, comunque, nonostante il trascorrere del tempo continuino a essere donne, giovani o anziane, oggetti di violenza sessuale, e non solo sessuale dei maschi. Oggetti, tra l’altro, che non possiedono la capacità di essere assenzienti. Una sorta di paradosso, che tuttavia viene considerato all’ordine del giorno. Ma le ragazze e le donne di qualsiasi età (purtroppo, è poco studiato il femminicidio in età avanzata) faticano a denunciare perché sanno che saranno poi loro stesse a essere messe sotto processo, come accade visibilmente. Un merito da attribuire oggi alle donne: parecchie donne celebri non esitano a evidenziare le molestie subite da bambine, nonché che le violenze e il sessismo nell’emisfero del ciò che avviene dietro uno spettacolo, un’opera teatrale o cinematografica, benché poi questi due ultimi permangano a risultare invisibili. Le violenze cancellano e tormentano la psiche di molte ragazze e donne di diversa età, fino all’anzianità. Onda sta adoperandosi al massimo affinché ciò non accada in nessuna parte del nostro mondo», dichiara Nicla Vassallo, Professore ordinario di Filosofia Teoretica, Ricercatore Associato dell’Isem/C.N.R., Alumna del King’s College of London, Membro del Comitato d’Onore della Fondazione Onda ETS.

SIF: Armando Genazzani è il nuovo presidente, Monica DiLuca la presidente eletta

È Armando Genazzani il nuovo presidente in carica, eletto dalla Società Italiana di Farmacologia (SIF) per il biennio 2024-2026. Figura di spicco nel panorama della farmacologia, Genazzani vanta un curriculum accademico e professionale di assoluto rilievo, con una carriera internazionale e un contributo scientifico di primo piano. 

Armando Gebazzani

Nato a New York, Genazzani è attualmente professore di Farmacologia presso l’Università di Torino e ha ricoperto il ruolo di Direttore del Dipartimento di Scienze del Farmaco all’Università del Piemonte Orientale. La sua ricerca si è concentrata su temi innovativi come i meccanismi di trasduzione del segnale e la scoperta di nuovi target farmacologici. Con oltre 200 pubblicazioni e un h-index di 55, ha dato contributi fondamentali nell’ambito della comprensione della comunicazione cellulare, e nello sviluppo di strategie terapeutiche in ambito oncologico e neurologico.

Genazzani ha lavorato in prestigiose istituzioni internazionali, tra cui l’Università di Oxford e Cambridge. Ha esperienze di politiche farmaceutiche globali, europee e italiane avendo partecipato a comitati in OMS, EMA e AIFA.

«Sono orgoglioso di poter guidare la SIF in un momento così cruciale per la farmacologia, con sfide importanti legate all’innovazione e all’accessibilità dei farmaci. La nostra missione sarà quella di promuovere una ricerca sempre più vicina ai bisogni dei pazienti e di rafforzare il ruolo della farmacologia italiana nel contesto internazionale», ha dichiarato Genazzani. 

Monica DiLuca, docente ordinario di Farmacologia e Prorettrice alla Ricerca dell’Università degli Studi di Milano, è invece il presidente eletto della Società Italiana di Farmacologia (SIF) per il biennio 2024-2026, in carica dal 2026-2028. Con una lunga carriera dedicata alla ricerca sulle malattie neurodegenerative e oltre 200 pubblicazioni scientifiche in riviste peer-reviewed, DiLuca rappresenta una figura di riferimento nel panorama scientifico internazionale.

Monica DiLuca

Monica DiLuca è infatti membro di EMBO e ha ricevuto importanti riconoscimenti internazionali, tra cui un Dottorato Honoris Causa dall’Università di Bordeaux (2019), una Laurea Honoris Causa dalla Facoltà di Medicina e Farmacia dell’Università di Mons (2017) e l’EPHAR Rodolfo Paoletti Award for Excellence in Pharmacology (2024), tra gli altri. Il suo principale interesse di ricerca è legato alla plasticità sinaptica sia in condizioni fisiologiche che patologiche, con l’obiettivo primario di applicare le sue scoperte di base alla cura delle malattie neurodegenerative, come il morbo di Alzheimer.

«La nostra è una società complessa – ha dichiarato la prima presidente eletta donna della SIF – che vede attive diverse anime, dalla farmacologia preclinica alla clinica e agli aspetti regolatori. Dobbiamo fare tesoro di questa complessità, anche considerando che SIF sta cambiando nella sua composizione, con tantissimi giovani che si avvicinano alla nostra società. Mi auguro di poter affrontare questi aspetti di complessità, rispettando ed integrando i diversi ambiti, proprio nell’interesse della crescita professionale e scientifica dei nostri giovani».

Al via la IV Settimana della Ricerca all’Azienda Ospedaliera Universitaria di Alessandria

Tutto è pronto per la IV edizione della Settimana della Ricerca, un’iniziativa dedicata alla promozione della cultura scientifica e all’approfondimento delle nuove frontiere della ricerca e della medicina.

L’evento, organizzato da Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione (DAIRI) dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Alessandria (AOU AL) e Solidal per la Ricerca con il patrocinio del Comune di Alessandria e di Casale Monferrato, oltre che con la collaborazione di alcuni partner tecnici, vedrà un ricco programma di eventi dal 21 al 30 novembre, con un primo convegno collaterale il 16 novembre dedicato ai “point of care testing”.

Ad aprire la settimana ci penserà uno degli eventi più tradizionali: la III Giornata della Ricerca in Sanità della Regione Piemonte, che si terrà nel Salone di Rappresentanza dell’AOU AL giovedì 21 novembre dalle 9 alle 13. Il giorno dopo, venerdì 22 novembre, una delle novità del programma 2024: verrà infatti inaugurato il laboratorio integrato di Metabolomica al DiSIT dell’Università del Piemonte Orientale alle 11.30.

Lunedì 25 sarà invece la volta del l seminario online dedicato al Bone Health, mentre martedì 26 si proseguirà con la cerimonia di consegna del Premio Roberto Riccoboni Solidal che avverrà al termine di un evento dedicato alle attività di ricerca dei Laboratori dalle 14.30 alle 18.

Altro appuntamento inedito sarà l’approfondimento sul supporto delle strutture amministrative alle attività del DAIRI con un evento dedicato il 27 novembre dalle 10 nel Salone di Rappresentanza dell’AOU AL. Nella stessa giornata a essere coinvolti però non saranno solo i professionisti del settore, ma anche gli studenti del territorio casalese che, nella Sala Consiliare del Comune di Casale Monferrato, parteciperanno dalle 11 alle 13 all’incontro “Come si fa ricerca? Focus sulle malattie asbesto-correlate”, un’opportunità per avvicinarsi al mondo della ricerca scientifica e conoscere le attività del DAIRI in materia di patologie ambientali. 

La XX Giornata Scientifica dal titolo “One Health: la sostenibilità della ricerca“, sempre nel Salone di Rappresentanza dell’AOU AL, sarà la protagonista assoluta di giovedì 28 novembre dalle 8.30 alle 19, mentre la chiusura della Settimana della Ricerca spetterà al convegno sulla terapia del Les il 30 novembre sempre nel Salone dalle 9.

L’obiettivo primario dell’iniziativa è quello di diffondere la cultura del dono legata alla cultura della ricerca: quest’ultima, infatti, rappresenta un bene collettivo che contribuisce al benessere di tutti, ma richiede impegno, competenze specialistiche e risorse. Ecco perché tra le iniziative della Settimana della Ricerca figurano anche alcuni eventi di raccolta fondi promossi da Solidal come la cena del Cervellone il 29 novembre alle ore 20 al ristorante del Centogrigio, l’aperitivo solidale del 21 novembre al Melchionni Café alle ore 18 e il tributo ai Rolling Stones il 23 novembre alle ore 21 al Teatro Alessandrino.

Anche il calcio scenderà in campo per sostenere la ricerca: domenica 24 novembre, alle 15, andare allo stadio Natale Palli a vedere la partita Asd Città di Casale – Fc Gassino significa dare il proprio contributo per raggiungere un obiettivo importante. Grazie alla generosità della società nerostellata, parte dell’incasso verrà devoluto a Solidal per la Ricerca a sostegno delle attività condotte nella sede DAIRI di Casale Monferrato. 

Questa Settimana della Ricerca non si limita quindi a offrire momenti di approfondimento scientifico, ma rappresenta una piattaforma di dialogo che mette in rete le esperienze e le competenze di professionisti, istituzioni e cittadini. Partecipare significa contribuire a un obiettivo comune: una sanità innovativa, inclusiva e sostenibile.

La sfida delle analisi decentrate: siamo pronti per usare correttamente i point of care testing?

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«Il point of care testing (POCT) è una diagnostica rapida che consente di fare un passo avanti sulla refertazione e comunicazione al paziente e al curante di informazioni molto importanti», ha ricordato Andrea Rocchetti, Direttore SC Microbiologia e Virologia, AOU SS Antonio e Biagio e Cesare Arrigo, in apertura del congresso “Le analisi decentrate e i “point of care testing”: una strada in salita?” che si è tenuto sabato 16 novembre all’AOU di Alessandria.

Con la digitalizzazione e la territorializzazione della sanità, le analisi decentrate diventano cruciali, poiché possono essere eseguite ovunque si trovi l’utilizzatore finale: in strutture ambulatoriali, studi medici, RSA, ambulanze, farmacie, Case di Comunità… Il potenziale è alto, ma le difficoltà non mancano: dall’ambito normativo a quello della formazione, passando per la sicurezza e l’affidabilità dei dispositivi, la strada è ancora lunga. Ad Alessandria si sono discussi, con un approccio multidisciplinare, i principali nodi di quella che si appresta a diventare una diagnostica sempre più utilizzata in futuro.

I numeri indicano infatti che il fenomeno è in crescita: il mercato globale della diagnostica point of care è stato stimato in 44,4 miliardi di dollari nel 2023 e si prevede raggiungerà i 47,8 miliardi nel 2024. Inoltre, si pensa che crescerà del 6,1% annuo dal 2024 in poi, raggiungendo i 66,5 miliardi entro il 2030.

Gli aspetti normativi

Il 16 ottobre è entrata in vigore la direttiva europea NIS2 sulla sicurezza delle reti e dei dati. Poiché i POCT sono possibili grazie a dispositivi decentrati, il tema diventa cruciale, per la sanità in generale e per questo tipo di diagnostica in particolare.

Con la digitalizzazione e la territorializzazione della sanità, le analisi decentrate diventano cruciali

«Dal punto di vista normativo, si tratta di un salto di qualità rispetto alla precedente direttiva NIS, in vigore dal 2018 – ha affermato Maurizio Mensi, Professore di Diritto dell’Economia alla Scuola Nazionale dell’Amministrazione, Direttore del Centro di Ricerca @LawLab Luiss (Roma), avvocato e membro Comitato Economico e Sociale Europeo (Bruxelles) -. La NIS2 infatti introduce un assetto organizzativo nuovo. Tra gli aspetti più significativi, una responsabilità diretta del top management aziendale per quanto riguarda la conformità alle misure di sicurezza, il potenziamento della vigilanza e la sicurezza dell’intera supply chain. Inoltre, c’è un inasprimento delle sanzioni in caso di non conformità».

Per prepararsi al meglio alla NIS2, bisogna predisporre un’accurata valutazione del rischio con pianificazione delle misure di mitigazione, un’analisi delle lacune, la formazione del personale dipendente e del management e, soprattutto, la predisposizione di un budget per la conformità: «Una stima della Commissione europea indica che un’azienda già conforme agli adempimenti previsti dalla NIS2 dovrà allocare un 12% di budget aggiuntivo per le ICT, mentre chi si sta affacciando ora dovrà prevedere un +22%», ha riportato Mensi.

L’importanza dell’aggiornamento

Aggiornare i software è un’operazione tanto semplice quanto sottovalutata. Come ha sottolineato Enzo Veiluva, Responsabile dell’Area Privacy di CSI Piemonte, «oggi i dispositivi medici (DM) – anche quelli salvavita – sono sempre più soggetti a vulnerabilità a causa di software obsoleti o infrastrutture informatiche ospedaliere non aggiornate».

Un recente esperimento condotto all’Università Ben-Gurion in Israele ha mostrato come sia “facile” istallare nel Dipartimento di radiologia di un ospedale un dispositivo in grado di intercettare le TAC prima che queste siano lette da un radiologo. Grazie a un software di apprendimento, hanno manomesso le immagini aggiungendo o rimuovendo i segni del cancro. Il risultato è stato così realistico da ingannare sia i radiologi sia la tecnologia di screening del cancro.

Si stima che il costo medio di un cyberattacco in sanità sia di poco inferiore ai 5 milioni di dollari

«Si stima che il costo medio di un cyberattacco in sanità sia di poco inferiore ai 5 milioni di dollari – ha continuato Veiluva -. Da qui l’importanza delle misure di sicurezza e della security by design, cioè tenere conto della sicurezza informatica del dispositivo medico in fase di progettazione. Sarebbe importante che le aziende sanitarie richiedessero esplicitamente la fornitura di certificazioni e garanzie sulla sicurezza informatica nei capitolati per l’acquisto dei DM».

A questo proposito, Marco Foracchia, Direttore Servizio Tecnologie Informatiche e Telematiche “Corrado Tartaglia” Azienda USL di Reggio Emilia – IRCCS e Vice presidente ASIS (Associazione Italiana Sistemi Informativi in Sanità), ha rilevato che «bisogna abbandonare la logica a silos che ha contraddistinto finora l’approccio alla sanità digitale. A questo proposito potremmo sfruttare la flessibilità sperimentata durante il Covid. La security by design non va applicata al singolo dispositivo medico, ma al DM inserito nel sistema».

I diversi modelli gestionali dei POCT

I modelli gestionali dei POCT sono in larga parte gli stessi per quando riguarda ospeale e territorio. Si differenziano per le finalità: «L’ospedale è il luogo delle acuzie, quindi dovrò avere POCT orientati a questo scopo, mentre sul territorio servono soluzioni che si avvicinino al cittadino in ambiti come il rafforzamento l’assistenza domiciliare», ha rilevato Guglielmo Pacileo, Responsabile SSA Governo Clinico Qualità Accreditamento, ASL AL, Direttore Centro Studi Management Sanitario (CeSIM), Dipartimento Attività Integrate Ricerca Innovazione DAIRI.

C’è poi un tema di distribuzione delle risorse: «Queste in ospedale tendono a essere centralizzate, con un sistema di supporto per la manutenzione degli strumenti e per il controllo di qualità, garantendo una gestione continua dei POCT – ha ricordato Pacileo -. Sul territorio, invece, le risorse tendono a essere distribuite e quindi è necessario implementare sistemi che richiedano una minore manutenzione».

L’importanza della formazione

I POCT sono strumenti versatili, accessibili e facili da utilizzare, che riducono il Turn-Around-Time e il clinical decision making con un indubbio vantaggio per i pazienti. Consentono poi la riduzione di alcuni errori preclinici, per esempio quelli che riguardano il trasporto. Per contro, hanno una minore accuratezza rispetto ai test di laboratorio e per questo vanno utilizzati all’interno di un contesto clinico adeguato. Inoltre, in base all’esperienza e al training del singolo operatore ci possono essere risultati diversi. Da qui l’importanza della formazione del personale sanitario.

«I risultati se non sono appropriati perdono di valore e non sono poi utilizzabili dal clinico», ha sottolineato Antonella Lupetti, Professore Associato di Microbiologia, Direttore Master di I Livello sulla diagnostica decentrata, Università di Pisa e Direttore SD Microbiologia Micologica, Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana.

Il Master che dirige Lupetti è destinato a persone già laureate in Tecniche di laboratorio biomedico: «Penso sia assolutamente necessario che questi strumenti vengano gestiti da personale formato, non solo all’interno degli ospedali, ma anche sul territorio».

Anche Luca Rossi, Coordinatore Area Formazione, Dipartimento Professioni Tecnico Sanitarie, AOU Pisa e Docente del Master Diagnostica Decentrata dell’Università di Pisa, ha sottolineato l’importanza della formazione per questi strumenti in continua evoluzione, evidenziando come sia fondamentale lo skill-mix tra laboratorista e infermiere.

E poi c’è una questione di fiducia nei confronti dello strumento: «Uno studio solido ha mostrato come la “confidenza” dei clinici verso le analisi decentrate sia inferiore a quella che hanno verso i dati ottenuti dal laboratorio – ha riportato -. Questa mancanza di sicurezza si traduce spesso nella richiesta di ripetizione di gran parte dei risultati patologici ottenuti dal POCT con conseguente aumento dei costi per la duplicazione di esami e allungamento dei tempi di risposta e trattamento del paziente».

In conclusione dei lavori, Andrea Rocchetti ha ribadito «l’importanza di fare sistema, portando avanti queste istanze tutti insieme. Sarà un lavoro complesso, ma abbiamo a disposizione strumenti molto potenti».

Antibiotico-resistenza e neonati: UniCamillus coordina survey europea per evitare abuso di antibiotici oculari alla nascita

Parte oggi la survey europea che mira a creare linee guida chiare e coerenti nei Paesi dell’UE sulla salute oculare nei neonati. L’indagine, ideata e guidata da Cinzia Auriti, neonatologa e docente presso l’Università UniCamillus, durerà due giorni, in cui saranno raccolti dati sulle attuali pratiche di profilassi oculare contro l’Oftalmia Neonatorum.

Questo progetto mira a coinvolgere centri di nascita in tutta Europa. Oltre all’Università UniCamillus, gli altri partecipanti sono la Società Europea per la Ricerca Pediatrica, la Società Italiana di Neonatologia e l’Università Saint Luc di Bruxelles.

Linee guida europea poco chiare

L’Oftalmia Neonatorum (ON) rappresenta un’infezione oculare che si verifica nei primi 28 giorni di vita, spesso causata da batteri quali la Chlamydia trachomatis e la Neisseria gonorrhoeae. Attualmente, l’OMS raccomanda la profilassi oculare per prevenire queste infezioni in tutti i neonati, tuttavia le pratiche variano notevolmente tra i vari Paesi del mondo, perché varia è la diffusione delle congiuntiviti dovute a questi germi. In Europa ci sono Paesi nei quali la profilassi non è somministrata, e altri nei quali vengono seguite le raccomandazioni dell’OMS.

Oggi abbiamo la necessità di contenere la somministrazione inappropriata di antibiotici. L’obiettivo della survey europea è quello di acquisire dati sul numero di congiuntiviti neonatali da Chlamydia trachomatis e da Neisseria gonorrhoeae, sull’utilizzo di antibiotici congiuntivali al neonato alla nascita e sui criteri che inducono a somministrarli, e di produrre una raccomandazione unitaria che contribuisca al contenimento dell’utilizzo inappropriato di antibiotici.

In Italia, la legge sulla profilassi antibiotica per i neonati risale al 1940, quando si stabilì che tutti i neonati dovessero ricevere l’instillazione congiuntivale di nitrato d’argento all’1%: l’obiettivo era prevenire la cecità neonatale. Una riforma legislativa ha abrogato l’obbligo della profilassi universale già dal 1975 e da allora nessun provvedimento legislativo al riguardo è in vigore. Le linee guida sulla gravidanza fisiologica, redatte dal Ministero della Salute nel 2011, fanno cenno all’utilità della profilassi dell’Ophthalmia neonatorum alla nascita, senza indicare le modalità, i tempi e i candidati al trattamento antibiotico. Tuttavia, esistono dei casi nei quali l’utilizzo della profilassi è fortemente raccomandato: nei neonati di madri con infezioni sessualmente trasmissibili (IST), nei figli di donne con storia ostetrica sconosciuta, nei neonati di donne con comportamenti sociali a rischio.

Allo stato attuale affrontiamo due sfide fondamentali: l’aumento dell’antibiotico-resistenza che induce ad evitare l’uso di antibiotici senza un’indicazione specifica; la diversità delle pratiche nei Paesi dell’Europa, poiché mancano delle linee guida comuni.

Situazione attuale in Italia

Nel 2022 è stata condotta una survey nazionale, guidata da Cinzia Auriti dell’Università UniCamillus e promossa dal Gruppo di studio di Infettivologia Neonatale della Società Italiana di Neonatologia. Hanno partecipato alla survey 302 punti nascita italiani, equivalenti al 72,9% dei centri nascita totali. I dati erano relativi al biennio 2018-2020 e hanno coinvolto l’82,3% dei nati in quel periodo.

I risultati hanno mostrato una forte disomogeneità nell’approccio al problema: solo lo 0,4% dei neonati è stato trattato seguendo le indicazioni dell’OMS relative alle molecole da utilizzare, alle modalità, alle confezioni, mentre il 99,6% dei neonati è stato trattato con una profilassi difforme dalle raccomandazioni vigenti. Nello stesso periodo sono stati osservati soltanto 12 casi di congiuntivite neonatale da Chlamydia trachomatis, pari allo 0.001% dei nati e nessun caso di congiuntivite da Neisseria gonorrhoeae.

Nonostante questi dati di bassa o assente prevalenza dell’infezione, nel biennio considerato, il 100% dei neonati in Italia ha ricevuto antibiotici oculari alla nascita, diversi da quelli raccomandati ed efficaci sui germi in questione, in virtù di una legge da tempo abrogata.

Situazione attuale in Europa

In Europa, l’approccio alla profilassi oculare neonatale varia notevolmente: Paesi come Danimarca, Svezia, Belgio e Regno Unito hanno eliminato la profilassi universale, preferendo lo screening prenatale e il trattamento delle madri a rischio di IST; altri Paesi, come l’Italia fino al 2023, mantengono la profilassi universale, sebbene con farmaci diversi da quelli raccomandati dall’OMS. I farmaci usati variano: tetraciclina, eritromicina e povidone iodio, con differenze nelle preparazioni farmaceutiche, nelle confezioni (monodose o meno) e nella scelta, spesso fatta in relazione ai costi.

C’è bisogno di un protocollo europeo condiviso per garantire un approccio uniforme e basato su evidenze scientifiche.

Obiettivi della Survey

La nuova survey guidata dall’Università UniCamillus si propone di raccogliere dati epidemiologici sull’Ophthalmia Neonatorum, al fine di sviluppare raccomandazioni condivise sull’uso dei farmaci antibiotici nei neonati alla nascita: i risultati saranno fondamentali per affrontare il crescente problema della resistenza batterica e per garantire un approccio più razionale alla profilassi.

Cinzia Auriti

Auriti sottolinea l’importanza di questo progetto: «La nostra missione è garantire che ogni neonato riceva la migliore assistenza possibile, riducendo al minimo il rischio di infezioni oculari. Attraverso questa survey, speriamo di riservare la profilassi antibiotica oculare a chi ne ha davvero bisogno per fattori di rischio definiti, evitare l’uso inappropriato di antibiotici e arrivare a indicazioni condivise, che consentano di superare le difformità assistenziali fra Paesi e Regioni».

La sanità non è più univoca: integrazione e confronto tra modelli nel nuovo appuntamento di Masterpharm 24

È una sanità che necessita sempre più di maggior connessioni ed integrazioni tra modelli, competenze, esperienze e territori, quella che si confronta all’interno del secondo modulo di Masterpharm 2024, evento promosso da Francesco Cattel (Direttore Struttura Complessa Farmacia Ospedaliera, AOU Città della Salute e della Scienza di Torino e Coordinatore del laboratorio HTA della SIFO) che si apre tra due giorni a Torino. È un secondo modulo di carattere internazionale (dopo il primo appuntamento di quest’anno, caratterizzato da “voci nazionali”, tenuto a fine maggio) e che si presenta con il titolo Modelli integrati a confronto dall’Italia al mondo (20-22 novembre, AC Hotel, Torino).


Il titolo di questo secondo evento di Masterpharm 24 mette la sottolineatura sul confronto tra modelli a cui porteranno il loro contributo anche (tra gli altri), Francesco Saverio Mennini (Ministero della Salute), Amerigo Cicchetti (Ministero della Salute), Paolo Russo (AIFA) ed Arturo Cavaliere (Presidente SIFO). Perché questa grande attenzione al tema dell’integrazione? Risponde Francesco Cattel: «Perchè la sanità non è più univoca, ma plurima. Ormai non esiste un tipo di sanità, ma esistono sanità differenti e aderenti alla geografia e al territorio dove operano. Quindi si può affermare che il territorio abbia un suo modello sanitario, come anche l’ospedale e le istituzioni regionali e nazionali, facendo certamente sempre riferimento ad AIFA e AGENAS. Dunque la parola integrazione diventa sempre più determinante. Ed intendiamo riferirci alla capacità di riuscire a costruire il mosaico della sanità cercando di mettere in comunicazione, compenetrandoli, i suoi vari modelli».

L’evento Masterpharm 24-secondo modulo si sviluppa su tre intense giornate, con sette sessioni plenarie ed una serie di parallele, coinvolgendo a Torino oltre 150 esperti di farmacia ospedaliera e di altre professioni sanitarie. I macro-temi di questo evento sembrano essere soprattutto l’innovazione tecnologica e la continuità ospedale-territorio: come queste tematiche impattano sulle farmacie ospedaliere? «La farmacia ospedaliera nasce da una legge della fine degli anni ‘60 e prevedeva un servizio che si occupasse di acquisti farmaci e distribuzione ai reparti – risponde il coordinatore dell’evento torinese -. Sono passati gli anni ed ora la farmacia ospedaliera sta diventando sempre di più una struttura aderente alle azioni delle direzioni strategiche, acquisendo un ruolo sempre più importante rispetto alla gestione del bilancio, non soltanto in termini di costi di farmaci e dispositivi ma anche in termini di miglioramento dei flussi. Di conseguenza, quando si parla di flussi e costi si parla di efficienza: per poter efficientare sarà esponenzialmente importante l’innovazione tecnologica. Stiamo attraversando un periodo importante, focale, che potrebbe cambiare a 360 gradi la nostra sanità, soprattutto a seguito dell’introduzione dell’intelligenza artificiale, dove sicuramente il farmacista avrà un ruolo fondamentale nell’applicazione pratica delle nuove tecnologie».

Un cambiamento che, si sottolinea da più parti, passa da una differente concezione della continuità ospedale-territorio, che «verrà trattato in Masterpharm perché sempre di più la prescrizione farmaceutica nonché la gestione del device nascono in ospedale per poi migrare sul territorio. Questo riconduce l’attenzione di tutti gli operatori e decisori al tema dell’integrazione e della comunicazione, dove sarà fondamentale una figura che sappia operare, ma soprattutto comunicare con gli stakeholder coinvolti, come il farmacista ospedaliero».

Il programma della seconda giornata di Masterpharm24-secondo modulo (giovedì 21) prevede anche una sessione sulla “clinicizzazione della farmacia”: cosa si intende con questa definizione? «Negli anni era stata ravvisata una carenza di cultura clinica nel farmacista ospedaliero, per la quale è stato importante portare avanti il discorso del farmacista clinico – precisa Cattel -. Ormai si può affermare che il farmacista abbia acquisito tale mentalità clinica, sapendo leggere le evidenze scientifiche, per esempio nell’ambito dell’HTA, ma anche cooperando con le figure professionali sanitarie, rappresentando una figura esistente a fianco delle figure sanitarie cliniche. Dunque, l’evoluzione che affronteremo sarà quella che ci porta dal farmacista clinico alla clinicizzazione della farmacia come struttura gestionale».

La seconda e terza giornata del simposio presentano un programma ricco di voci internazionali, con la partecipazione di Nenad Miljković (presidente EAHP), Despoina Makridakis, Tjalling van der Schors e Piera Polidori (tre componenti del board EAHP), Thomas De Rijdt (Università di Lovanio, Belgio), Ana Lozano (Università delle Asturie, Oviedo, Spagna), Annika Jödicke (Università di Oxford, Regno Unito), Antonella Tonna (Università Robert Gordon, Aberdeen, Regno Unito) e Andre Rieutord (Gustave Roussy Cancer Campus, Villejuif, France). Quale contributo si attende possano portare le tante voci europee che sono coinvolte nel programma? «Con le voci degli esperti europei porteremo avanti un discorso di benchmarking – precisa il coordinatore di Masterpharm -, atto non soltanto a ravvisare eventuali mancanze di una realtà rispetto al collega di un’altra nazione, ma indirizzato a creare un confronto transnazionale per capire che siamo eredi di servizi sanitari differenti, in Europa e nel mondo, e che di conseguenza i servizi della farmacia possano essere il risultato di differenze socio-economiche cruciali. Il confronto ci condurrà alla creazione di ragionamenti che trattano la sanità di sistema, a livello generale, piuttosto che di specificità e peculiarità di ciascun servizio».


Con questo evento Masterpharm conclude il suo terzo anno di attività: qual è lo stato di salute di questo progetto così trasversale? Risponde, concludendo, Francesco Cattel: «Possiamo affermare che lo stato di salute di Masterpharm è ottimo: siamo partiti tre anni fa portando come docenti di un evento prettamente formativo i farmacisti della farmacia ospedaliera di Città della Salute e della Scienza di Torino perché, vista la complessità della nostra azienda, pensavamo di poterla portare ad esempio e modello del territorio la nostra realtà. Progressivamente siamo cresciuti parallelamente al corso di formazione, arrivando ad offrire oggi un evento ampio e rappresentativo dove le best practice esposte sono sempre più internazionali, non soltanto coinvolgendo i colleghi farmacisti ma anche altre realtà e progettualità di tipo multidisciplinare, riguardanti per esempio l’HTA e la cronicità. Possiamo quindi dire che il percorso compiuto sino ad ora è lusinghiero e ci conferma nella nostra intenzione di proseguire, creando a Torino una base di riflessione sul futuro della farmacia ospedaliera e del SSN».