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Sanità, Naddeo (ARAN): «Infermieri, facciamo chiarezza sugli incrementi degli stipendi»

«In merito ai recenti commenti sugli incrementi retributivi proposti da ARAN per il personale infermieristico, si rende necessario fornire un’analisi dettagliata e oggettiva della proposta complessiva per garantire una corretta informazione, innanzitutto ai diretti interessati». Lo chiarisce in una dettagliata nota il presidente ARAN, Antonio Naddeo.
«Alcune valutazioni critiche, circolate nei giorni scorsi, si sono focalizzate esclusivamente sull’incremento dell’indennità di specificità infermieristica, e quindi sono incomplete e non riflettono la reale portata della proposta economica. Un’analisi corretta deve necessariamente considerare tutte le componenti dell’incremento retributivo e il loro impatto complessivo sulla remunerazione del personale infermieristico», chiarisce.


Ma entriamo nel dettaglio. «La proposta presentata da ARAN per il rinnovo contrattuale 2022-2024 prevede un incremento complessivo a regime di 172,70 euro mensili per 13 mensilità, per un totale annuo di 2.245,10 euro. Tale incremento si articola nelle seguenti componenti: stipendio tabellare: 135,00 euro mensili; indennità di specificità infermieristica: 15,66 euro mensili; indennità pronto soccorso: 6,52 euro mensili; fondi risorse decentrate: 15,52 euro mensili. L’analisi approfondita della proposta – prosegue Naddeo – rende evidente che lo stipendio tabellare rappresenta il 78% dell’incremento totale, mentre le indennità specifiche (specificità infermieristica e pronto soccorso) costituiscono il 13% dell’aumento complessivo. I fondi per le risorse decentrate completano il quadro con un 9% del totale».
Occorre specificare, per completezza, che l’indennità di specificità infermieristica e di tutela del malato sono state introdotte con il CCNL 2019-2021. L’attuale valore mensile dell’indennità di specificità infermieristica è di 72,79 euro mensili, con l’incremento proposto di 5,22 euro mensili dal 1° gennaio 2024, pari al 7,2% dell’attuale valore; che, dal 1° gennaio 2025, diventano 12,28 euro mensili, pari al 17% dell’attuale valore.


Con il successivo CCNL, dal 1° gennaio 2026, l’incremento potrà arrivare fino all’85% dell’attuale valore dell’indennità. Oggi, il valore mensile dell’indennità di tutela del malato ammonta a 41,10 euro mensili. L’incremento proposto è di 2,95 euro mensili, dal 1° gennaio 2024, pari al 7,2% dell’attuale valore; che, dal 1° gennaio 2025, diventa di 9,34 euro mensili, pari al 22,7% dell’attuale valore. Dal 1° gennaio 2026, con il nuovo contratto, l’incremento potrà arrivare fino al 150% dell’attuale valore dell’indennità”. «La proposta ARAN – conclude Naddeo – si inserisce nel più ampio contesto del rinnovo contrattuale del comparto sanità e rappresenta un importante investimento nel riconoscimento della professionalità del personale infermieristico, con particolare attenzione alle specificità del ruolo e alle condizioni di lavoro in aree critiche come il pronto soccorso».

Defiscalizzazione prestazioni aggiuntive, la Conferenza delle Regioni tenta di escludere i turni notturni. CIMO-FESMED: «Pronti a una valanga di ricorsi»

Ancora una volta le Regioni cercano di danneggiare i medici, interpretando in modo scorretto la defiscalizzazione delle prestazioni aggiuntive prevista dalla legge 107/2024 sulla riduzione delle liste d’attesa delle prestazioni sanitarie. In un documento approvato lo scorso 7 novembre, infatti, la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome esclude dalla tassazione agevolata le prestazioni aggiuntive effettuate nelle guardie notturne. Turni in cui, peraltro, il disagio vissuto dai medici è considerevolmente superiore: qualora questa interpretazione venisse applicata, quindi, difficilmente si troverebbero medici disposti ad effettuare le prestazioni aggiuntive di notte.

Il contratto della dirigenza sanitaria è chiarissimo: i “servizi di guardia notturna” rientrano tra le prestazioni funzionali al perseguimento della riduzione delle liste di attesa e, dunque, anch’essi devono beneficiare della defiscalizzazione al 15% prevista dalla legge 107/2024. Una interpretazione del contratto contraria al significato letterale delle espressioni utilizzate e alla comune volontà delle parti sarebbe contraria alla legge. Inoltre, occorre osservare che l’interpretazione del contratto collettivo spetta alle parti contrattuali e, dunque, non alla Conferenza delle Regioni.

Condivisibile, invece, l’applicazione della tassazione ridotta per i “compensi erogati” dal 8 giugno 2024 – data in cui è entrato in vigore il decreto-legge – anche se si riferiscono a prestazioni rese precedentemente. Tuttavia, la maggior parte delle (poche) Regioni che hanno già applicato la norma predilige l’applicazione della tassazione agevolata alle sole prestazioni rese successivamente a quella data.

«Abbiamo scritto alla Conferenza delle Regioni, al Ministero della Salute e al Ministero dell’Economia evidenziando la nostra posizione e chiedendo dunque che la norma sia applicata nel modo corretto – dichiara Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED (a cui aderiscono le sigle ANPO, ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED) –. In caso contrario, siamo pronti ad inondare i Tribunali di tutta Italia con una valanga di ricorsi: chiederemo agli iscritti di segnalarci eventuali applicazioni erronee della norma».

«Ci era stata promessa la defiscalizzazione dell’indennità di specificità medica, e invece la bozza di legge di Bilancio prevede un aumento di soli 17 euro al mese. Adesso, addirittura, si tenta di mettere le mani nelle tasche dei medici e di togliere anche quel poco che è stato riconosciuto in questi ultimi mesi, chiedendo loro la restituzione di somme ingenti per turni di lavoro notturno già svolti. L’ennesimo atto ostile delle Regioni anche nei confronti del Ministero della Salute, che ha assunto, con il MEF, l’impegno di abbattere i tempi di attesa. Non siamo più disposti a farci prendere in giro in questo modo, è ora di dire basta» conclude Quici.

Resistenza agli antibiotici: un nemico silenzioso alimentato dal cambiamento climatico

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Si è appena chiusa la Cop29 a Baku in Azerbaigian. Trovare un accordo sui nuovi impegni condivisi a livello internazionale per contrastare il cambiamento climatico è stato molto difficile e le contestazioni non mancano.

L’accordo raggiunto, in estrema sintesi, stanzia circa 1.300 miliardi di dollari (circa 1.250 miliardi di euro) di aiuti, ma di questi soltanto 300 miliardi arriveranno come contributi e prestiti a basso interesse da parte dei Paesi sviluppati. I soldi sono destinati ai Paesi in via di sviluppo, meno responsabili delle emissioni di gas serra ma più colpiti dagli effetti del riscaldamento globale, per liberarsi dal carbone, dal petrolio e dal gas che causano il surriscaldamento del pianeta e per affrontare i danni causati dalle condizioni climatiche estreme.

Tutti gli altri soldi dovranno essere raccolti non si sa bene come, forse da finanziatori privati, aziende, tasse o altro, cifre che nei fatti devono essere ancora stanziate e definite.

Ogni riferimento esplicito della “transizione” verso l’uscita dai combustibili fossili, il principale risultato della Cop28 di Dubai, è scomparso, nonostante i tentativi dell’Unione europea, osteggiata dall’Arabia Saudita. Rimane una priorità per il futuro, ma senza monitoraggio concreto.

La resistenza agli antibiotici è una minaccia crescente e il cambiamento climatico la sta peggiorando

Eppure, il cambiamento climatico non aspetta. E non è solo una questione di temperature che salgono e ghiacciai che si sciolgono. C’è un altro nemico silenzioso che sta crescendo all’ombra del riscaldamento globale: la resistenza agli antibiotici.

La risposta alla domanda se il cambiamento climatico stia peggiorando l’antibiotico resistenza è un chiaro “sì”, come confermato da Nature. L’equazione è semplice: il riscaldamento globale favorisce la crescita dei batteri, l’aumento delle infezioni richiede più antibiotici e l’uso massiccio di questi ultimi alimenta la resistenza.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, tra il 2017 e il 2020 il numero di infezioni resistenti da batteri come Neisseria gonorrea, Escherichia coli e Salmonella è aumentato del 15%. La causa? Un uso errato o eccessivo degli antibiotici, che spinge i batteri a fare ciò che l’evoluzione li obbliga a fare: mutare e adattarsi.

Gli eventi meteorologici estremi, come uragani, siccità e inondazioni, sono un’altra faccia del problema. Questi disastri spesso compromettono l’accesso all’acqua pulita e aumentano il rischio di infezioni. In Florida, dopo l’uragano Ian del 2022, è stata rilevata una concentrazione anomala di batteri resistenti nelle acque costiere, a dimostrazione di come il cambiamento climatico possa incentivare la proliferazione dei super-batteri.

A TrendSanità ne abbiamo parlato con Alessandro Miani, presidente della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) e Shouro Dasgupta, ricercatore del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC).

Cambiamento climatico: un terreno fertile per la diffusione di AMR

Una delle ipotesi dei ricercatori è che l’aumento della temperatura possa accelerare il tasso di replicazione dei batteri, migliorando così la loro capacità di evolversi in forme più resistenti. Un’altra possibilità è che i batteri, affrontando lo “stress” del calore insolito, subiscano cambiamenti nell’espressione genica che promuovono la produzione di proteine in grado di difenderli contro gli shock termici, rendendoli contemporaneamente meno suscettibili ai farmaci.

«Il riscaldamento globale e l’antibiotico resistenza (AMR) sono due delle più gravi minacce per la salute pubblica e l’ambiente nel XXI secolo – ci dice Miani.

Gli esperti iniziano a comprendere come questi due fenomeni siano strettamente legati, alimentandosi a vicenda in un circolo vizioso che potrebbe compromettere la capacità dell’umanità di rispondere a future emergenze sanitarie.

Alessandro Miani

L’aumento delle temperature causato principalmente dalle attività umane sta alterando i modelli climatici globali, con un impatto diretto su ecosistemi, biodiversità e salute umana. Secondo un importante studio pubblicato su Nature Microbiology, l’aumento delle temperature globali sta creando le condizioni ideali per la proliferazione dei microrganismi resistenti agli antibiotici, accelerando la crescita di batteri resistenti.

Allo stesso tempo, il caldo estremo può abbattere i meccanismi di difesa del sistema immunitario umano, facilitando l’infezione. Inoltre, l’intensificazione dei fenomeni climatici estremi, come inondazioni, uragani e siccità, aumenta la contaminazione ambientale.

Le inondazioni, ad esempio, possono provocare il rilascio di batteri resistenti presenti in acque contaminate, sollevando un rischio per le popolazioni vulnerabili. Il cambiamento climatico, pertanto, e lo confermano diversi studi, non solo stimola la diffusione dell’AMR, ma rende anche più difficile il trattamento delle infezioni, complicando la gestione delle emergenze sanitarie globali».

I batteri “mutati” non solo sopravvivono, ma trasmettono queste caratteristiche ad altri batteri, rendendo il problema sempre più grave

Conferma Dasgupta: «A causa dei cambiamenti climatici, le pressioni ambientali che influenzano la resistenza antimicrobica potrebbero essere alterate. L’aumento delle temperature può accelerare la crescita batterica e rendere le regioni più inospitali particolarmente adatte alla crescita dei batteri.

Temperature dell’acqua più calde possono anche accelerare la crescita dei patogeni trasmessi per via acquatica, come il Vibrio, mentre una maggiore frequenza di alluvioni può diffondere i batteri da fonti contaminate verso nuove zone. Vibrio, Salmonella, Escherichia Coli, Legionella e Borrelia Burgdorferi sono tra quelli principalmente implicati».

Specie più resistenti

«L’aumento delle temperature – conferma Miani – accelera il metabolismo dei batteri. Per ogni aumento di 1°C, l’incidenza di infezioni da batteri resistenti come Escherichia coli e Klebsiella Pneumoniae cresce del 4,2%. Anche la temperatura dell’acqua ha un impatto significativo: un incremento di 1°C può aumentare il tasso di crescita di Vibrio Cholerae del 30%, incrementando il rischio di epidemie di colera.

In Europa, il riscaldamento ha facilitato la diffusione di patogeni come Vibrio Vulnificus, con un aumento del 200% delle infezioni lungo le coste dal 1980 al 2010. Temperature più alte permettono ai batteri di espandersi in nuove regioni e di proliferare in ecosistemi alterati. Ad esempio, le alghe crescono più rapidamente in acque calde, fornendo un habitat ideale per i batteri patogeni.

Per ogni aumento di 1°C, l’incidenza di infezioni da batteri resistenti come Escherichia coli e Klebsiella Pneumoniae cresce del 4,2%

Il climate change poi aumenta anche la frequenza e l’intensità di eventi meteorologici estremi come inondazioni, uragani e ondate di calore che causano non solo danni diretti, ma favoriscono la diffusione dei patogeni. In Bangladesh, durante le inondazioni del 2017, i casi di diarrea causata da batteri resistenti sono aumentati del 30%. L’uragano Katrina nel 2005 ha provocato un’epidemia di infezioni batteriche con un aumento del 50% nei casi di Staphylococcus Aureus resistente alla meticillina».

Un circolo vizioso, riscaldamento globale e consumo di antibiotici

«Un altro aspetto spesso trascurato – continua Miani – è come il cambiamento climatico influenzi i modelli di consumo di antibiotici. Le alterazioni nei regimi agricoli, causate da cambiamenti nei modelli meteorologici, portano a un uso intensivo di antibiotici in agricoltura, sia per curare gli animali malati che per stimolarne la crescita.

Le alterazioni nei regimi agricoli, causate da cambiamenti nei modelli meteorologici, portano a un uso intensivo di antibiotici in agricoltura

Il riscaldamento globale sta, infatti, creando condizioni più favorevoli per la diffusione di malattie animali (come quelle trasmesse da parassiti), portando i produttori a somministrare più antibiotici per prevenire o trattare infezioni.

Studi recenti pubblicati su JAMA Network Open nel 2022 hanno evidenziato come il cambiamento climatico aumenti la vulnerabilità alle infezioni alimentari e contribuisca al fenomeno dell’AMR, aggravando la crisi sanitaria mondiale».

Shouro Dasgupta

«Temperature più elevate – aggiunge Dasgupta – possono aumentare la frequenza delle interazioni batteriche, facilitando il trasferimento di geni di resistenza agli antibiotici attraverso meccanismi come la coniugazione, la trasduzione e la trasformazione.

Per i plasmidi, trasposoni e integroni può accadere più facilmente negli ambienti più caldi. Temperature più alte possono, inoltre, comportare un maggiore utilizzo di antibiotici per l’aumento dell’incidenza di infezioni, il che a sua volta può selezionare ceppi resistenti.

Allo stesso tempo, temperature più elevate possono migliorare la persistenza degli antibiotici nell’ambiente, creando una pressione selettiva per i batteri resistenti».

Emergenza sanitaria e disuguaglianze

Secondo l’OMS, l’AMR è responsabile di circa 700.000 morti all’anno a livello globale, un numero che è destinato ad aumentare se non si prendono misure urgenti.

Prosegue Miani: «Le morti derivano principalmente da infezioni batteriche, come polmonite, tubercolosi, sepsi e infezioni del tratto urinario, che diventano resistenti ai farmaci di prima linea. Il cambiamento climatico peggiora ulteriormente questa situazione, creando nuove sfide per i sistemi sanitari già sotto pressione. Le popolazioni più vulnerabili, come quelle che vivono in aree a rischio di catastrofi climatiche o in condizioni di povertà, sono più suscettibili agli effetti di entrambe le minacce.

Le regioni più povere, che hanno un accesso limitato alle cure sanitarie e agli antibiotici di qualità, sono, infatti, quelle più esposte agli impatti del cambiamento climatico».

Risposta globale, strategie di mitigazione e adattamento

«Fronteggiare l’AMR in un mondo che sta affrontando il riscaldamento globale richiede un approccio integrato che unisca la prevenzione alla lotta contro le infezioni resistenti agli antibiotici – conclude il presidente SIMA.

La comunità internazionale sta iniziando a prendere sul serio questa interconnessione, come dimostra l’inclusione dell’AMR tra gli obiettivi globali di sviluppo sostenibile (SDG 3).

Il global warming non colpisce solo la salute fisica delle persone, ma amplifica le disuguaglianze socio-economiche

L’uso di fitofarmaci naturali e farmaci omeopatici potrebbe essere una strategia promettente. I fitofarmaci, derivati da piante con proprietà antimicrobiche, hanno dimostrato efficacia contro batteri resistenti, come mostrato da studi che evidenziano l’efficacia di estratti di aglio e tè verde.

L’estratto di aglio, ad esempio, ha ridotto del 70% la crescita di Escherichia coli resistente, mentre l’estratto di tè verde ha diminuito del 50% la proliferazione di Staphylococcus aureus resistente alla meticillina».

Conclude il ricercatore di CMCC: «La COP probabilmente non è il contesto più adatto per parlare di resistenza antimicrobica. Tuttavia una maggiore consapevolezza sull’AMR può certamente rientrare tra le sue finalità, soprattutto tra i decisori politici, anche se le conferenze dedicate alla salute pubblica/globale sono più appropriate per questi argomenti».

MasterPharm 2024: sanità europea, innovazione ed evoluzione del farmacista ospedaliero

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Si è svolto a Torino dal 20 al 22 novembre 2024 il secondo modulo del corso MasterPharm 2024, con focus sui “Modelli integrati a confronto dall’Italia al mondo”. Al termine dell’ultima giornata, TrendSanità ha incontrato il Direttore del corso e Responsabile scientifico Francesco Cattel: facciamo con lui un breve bilancio dell’edizione di quest’anno e un’anticipazione per il 2025.

Che cosa emerge dal confronto internazionale che avete messo in atto in questo secondo modulo di MasterPharm 2024?

«Il primo significativo cambiamento riguarda l’evoluzione della sanità a livello internazionale. In passato, ogni paese gestiva autonomamente il proprio sistema sanitario, confrontandosi occasionalmente all’interno della comunità europea. Oggi, invece, la sanità si configura come una rete integrata tra i paesi europei.

Basti pensare, ad esempio, al nuovo regolamento UE HTA: dal 2025 tutti i Paesi dell’Unione europea saranno chiamati, attraverso il Coordination Group, a proporre e a sintetizzare un unico PICO per la valutazione dei domini clinici nelle valutazioni di HTA, a cominciare dal settore dei farmaci oncologici e delle terapie avanzate.

Oggi la sanità si configura come una rete integrata tra i paesi europei

Un altro esempio importante riguarda il tema affrontato nell’ultima giornata di MasterPharm 2024, e cioè le carenze dei farmaci. Sempre di più ci si rivolge all’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) e alle società scientifiche a livello europeo per strutturare una rete che possa aiutare e supportare il reperimento di materie prime che continua a diventare sempre più difficile dal post-Covid. Si pensava che fosse una malattia, una pandemia, creare le carenze. In realtà la pandemia ha fatto emergere le carenze strutturali di un sistema, per cui queste carenze purtroppo sono diventate permanenti.

Dal dibattito di questi giorni è emerso come le criticità non sono soltanto in Italia, ma si ritrovano simili anche in altri paesi europei, indipendentemente da quello che può essere il tipo di sistema sanitario nazionale. Quindi, bisogna ragionare su un nuovo modello, in una nuova ottica di sanità costruita a rete, che superi i confini nazionali e che coinvolga non solo il network dei farmacisti ma di tutti i professionisti sanitari.

La pandemia ha fatto emergere le falle strutturali di un sistema, per cui queste carenze purtroppo sono diventate permanenti

Un altro tema rilevante nell’ambito della gestione dell’innovazione riguarda la struttura delle agenzie di valutazione a livello europeo, che spesso non includono in un’unica agenzia sia l’attività regolatoria sia l’attività di valutazione, ma la scorporano. AIFA si sta strutturando anche su questo modello, consapevole delle difficoltà di gestire contemporaneamente attività regolatorie e di valutazione all’interno di un’unica agenzia, si sta articolando e si sta strutturando per poter rispondere al modus operandi delle agenzie europee, soprattutto alla luce di questo nuovo regolamento di HTA che prevederà dei tempi molto ristretti nell’ambito della valutazione dei domini clinici».

In questo contesto come si sta evolvendo il ruolo del farmacista ospedaliero del Servizio Sanitario Nazionale e quali necessità ci sono, a suo parere, anche in termini di formazione o coinvolgimento delle istituzioni?

«Il farmacista ospedaliero, come ha ricordato in apertura di MasterPharm, Federico Riboldi, Assessore alla sanità della Regione Piemonte, è una figura che opera su più fronti e possiede a 360° una grande capacità di adattabilità al sistema sanitario.

Nell’evoluzione di questa figura, si pensava inizialmente che il farmacista ospedaliero abbandonando il ruolo legato alla logistica, si trasformasse in un farmacista clinico sul modello anglosassone. Tuttavia, non è andata così. Il farmacista ospedaliero ha sviluppato una solida competenza in farmacia clinica, ma parallelamente ha mantenuto e ampliato la sua expertise nella logistica. Durante la prima giornata di MasterPharm, nella sessione inaugurale, sono stati presentati diversi modelli organizzativi per la gestione logistica, tecnologica e l’utilizzo di strumenti come software di prescrizione informatizzata.

Le attività di competenza del farmacista ospedaliero hanno un impatto sul processo globale e non sulla singola erogazione e somministrazione

Questo sta comportando una trasformazione non soltanto della professione del farmacista, ma una trasformazione più ampia nell’ambito della sanità, che interessa il singolo farmaco e il singolo dispositivo. Una volta il farmacista ospedaliero doveva gestire il singolo bene sanitario, mentre ora si trova a svolgere le sue attività all’interno di una procedura organizzativa più complessa. Basti pensare alla terapia genica, un modello organizzativo che prevede un team multidisciplinare composto dal clinico, dal farmacista, dal genetista, dalla stessa azienda farmaceutica. Si tratta di un processo, non è più di un singolo farmaco racchiuso in una confezione.

Un altro aspetto riguarda la possibilità, per il farmacista ospedaliero, di incidere su altri indicatori della sanità come la riduzione delle liste d’attesa, grazie all’utilizzo di farmaci con somministrazioni più rapide e che velocizzano l’accesso dei pazienti in ospedale. Anche in questo caso, le attività di competenza del farmacista ospedaliero hanno un impatto sul processo globale e non sulla singola erogazione e somministrazione».

Un ultimo flash: ci dà qualche anticipazione per l’anno prossimo? Di che cosa si parlerà nella prossima edizione?

«L’anno prossimo ci concentreremo sul futuro. Durante ogni MasterPharm, mi piace porre una domanda agli ospiti che spesso anticipa la tematica dell’edizione successiva.

Per esempio, durante l’intervista al professor Armando Genazzani, ho chiesto come vede la sanità nel 2040. Questa stessa domanda è stata poi portata al tavolo delle Società Scientifiche. Sarà proprio questa riflessione a guidare il MasterPharm del 2025, che punterà sempre di più sul concetto di multidisciplinarietà. Non parleremo più solo di farmacisti in relazione ai colleghi farmacisti o ai clinici, come in passato, ma allargheremo lo sguardo all’intera equipe sanitaria. Coinvolgeremo decisori, direttori sanitari, direttori generali e figure amministrative, come i provveditori, per affrontare i temi da una prospettiva più ampia.

Inoltre, guarderemo al futuro parlando di innovazioni come l’intelligenza artificiale, un argomento oggi centrale e che, entro il 2040, speriamo diventi una realtà consolidata nella pratica sanitaria. La nostra ambizione è fornire strumenti e visioni per preparare i professionisti a questo scenario in evoluzione».

«Prevenzione fondamentale per la sostenibilità della sanità del futuro». A Roma screening gratuiti con Campus Salute

«Ci troviamo in una fase in cui la popolazione di anziani diventa sempre più ampia e c’è un grande aumento delle malattie croniche, molte delle quali possono essere prevenute in giovane età. Come si deve mangiare, quale esercizio fisico fare, come rispettare i bioritmi, quali sono gli elementi per uno stile di vita sano. Sono queste le informazioni che dobbiamo trasmettere ai più giovani. Accanto agli screening e alle diagnosi precoci è questa la chiave per avere una popolazione più sana nei prossimi anni ed è per questo che si impegna Campus Salute da quando è nata». Spiega così a TrendSanità la professoressa Annamaria Colao, endocrinologa dell’Università Federico II di Napoli, il senso dell’iniziativa che fino al 24 novembre porta in Piazza del Popolo a Roma visite specialistiche gratuite per migliaia di cittadini.

Un vero e proprio villaggio medico itinerante attivo grazie al sostegno di medici, infermieri, professionisti sanitari e volontari con un ruolo fondamentale di ASL Roma 1 e Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini, con Regione Lazio, Comune di Roma e Ordine dei Medici OMCeO di Roma, associazioni e sponsor. A tagliare il nastro dell’iniziativa anche Maria Rosaria Campitiello, Capo Dipartimento della prevenzione, della ricerca e delle emergenze sanitarie del Ministero della Salute.

Una “festa della prevenzione” per tutti

«È una “festa della prevenzione” e cittadini di tutte le età possono accedere alla prevenzione in diversi ambiti: endocrinologia, cardiologia, ginecologia, ortopedia, fisioterapia, nutrizione e senologia, con medici volontari a disposizione per offrire consulenze e consigli personalizzati. Le visite potranno essere effettuate venerdì 22 e sabato 23 dalle 10.00 alle 18.30, con una breve pausa a metà giornata, e domenica 24 nella mattinata» dice a TrendSanità Pasquale Riccio, Presidente di Campus Salute, associazione riconosciuta dal Consiglio economico e sociale ONU. Dal 2010 ad oggi, Campus Salute ha erogato oltre 150mila visite gratuite, raggiungendo 10 regioni italiane e arrivando persino in Serbia. Oltre alle visite mediche, il Campus Salute ospiterà anche eventi solidali e sportivi come il Festival della Letteratura Sportiva, un’occasione per coniugare benessere fisico e culturale.

Controllare la salute anche quando stiamo bene

«È un periodo in cui a volte non è facile tenere sotto controllo la salute e avere accesso alle cure in modo semplice. Avere a disposizione medici e professionisti e tanti volontari tutti riuniti in una delle piazze più belle del Mondo per quattro giorni è una grandissima opportunità che Campus Salute, con tutti i suoi partner, vuole mettere a disposizione dei cittadini. Vi aspettiamo» aggiunge Riccio. «Insomma, il segreto di questa iniziativa è “regalare salute”, e insegnare a tutti a fare dei controlli su indicazione del medico, anche quando stiamo bene» concludono gli organizzatori dell’evento.

Congresso SIIAM, Causio: «Valutiamo insieme la AI. In sanità non tutti gli ambiti sono già pronti ad usarla»

A TrendSanità Francesco Andrea Causio, vicepresidente SIIAM (Società Italiana Intelligenza Artificiale in Medicina), medico in corso di Dottorato di ricerca presso l’Università Cattolica di Roma. «Non solo approfondimento scientifico nel nostro congresso del 30 novembre, ci soffermeremo con esperti di alto livello anche sui temi normativi, su quelli etici e su quelli di divulgazione e comunicazione. È importante che tutti gli attori, medici, infermieri e professionisti sanitari, conoscano a fondo gli aspetti tecnici e tutte le altre implicazioni che hanno queste innovazioni. Il tutto a beneficio dei pazienti».

In Parlamento si discute di salute mentale ma la Legge Basaglia resta “bene comune”: facciamo il punto

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Sono passati quasi 50 anni dall’approvazione delle Legge Basaglia, più di 20 anni dall’adozione del piano di “Tutela salute mentale 1998-2000” e 15 dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e in Parlamento si riaccende il dibattito sulla salute mentale. Sono in campo diversi Disegni di Legge (DDL) presentati tra Camera e Senato e depositati dal Partito Democratico (PD) e Alleanza Verdi e Sinistra, dalla Lega e Fratelli d’Italia (FdI). L’esigenza di una riforma o di un adeguamento normativo per migliorare il sistema di salute mentale è quindi trasversale, ma le indicazioni prospettate sono diverse e mettono in luce una visione che riflette la complessità e la delicatezza del tema della salute mentale in Italia.

A dispetto di qualche polemica reciproca, la premessa di tutti è che non si vuole “toccare” la Legge Basaglia che ha rappresentato una “rivoluzione” nel trattamento delle persone con disturbi mentali e che, nonostante le difficoltà e le critiche incontrate nell’applicazione, resta un esempio di umanizzazione della psichiatria e di tutela dei diritti delle persone con disturbi mentali.

Ne parla a TrendSanità Peppe dell’Acqua, psichiatra, ex direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste e allievo di Franco Basaglia.

Una breve sintesi delle proposte in campo

  • DDL 734, Sensi e Bazoli (PD), Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei principi di cui alla Legge 13 maggio 1978, n. 180. Presentato nel maggio 2023, contiene la proposta di un Piano nazionale per la salute mentale, nonché l’aggiornamento dei Livelli Essenziali di assistenza (LEA) che rilanci l’applicazione dei principi della Legge 180 su tutto il territorio nazionale. Si aggiunge però la punizione per “ogni violenza fisica e morale nei confronti delle persone sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio; non è ammessa nei loro confronti alcuna forma di misura coercitiva che si configuri quale ulteriore restrizione della libertà personale”. Il testo presenta delle forti somiglianze con quello già presentato da Serracchiani, Scarpa e altri nel 21 aprile 2023, il n 1113.
  • DDL 938, Magni, De Cristofaro e Cucchi (AVS), Disposizioni in materia di tutela della sanità mentale, presentato a novembre 2023, che propone di “rafforzare i principi contenuti nella Legge Basaglia”. Lancia un nuovo progetto-obiettivo nazionale e, come nel DDL Sensi, dispone l’aggiunta del divieto delle contenzioni.
  • DDL 1171, Cantù e altri (Lega Nord), Disposizioni per lo sviluppo evolutivo del sistema di prevenzione, protezione e tutela della salute mentale dalla preadolescenza all’età geriatrica, presentato il 19 giugno 2024, che sottolinea gli effetti negativi sulla salute mentale della pandemia da Covid-19 e dell’assunzione di alcool e sostanze stupefacenti e psicotrope dal mercato illegale. Si segnala l’allarme per l’aumento dei disturbi in età evolutiva e in età geriatrica e si esprime un giudizio positivo sulla Legge 180 evidenziandone la non applicazione in diverse Regioni. L’attenzione è spostata sul numero dei posti letto disponibili, ospedalieri e non ospedalieri, per affermare che “il comparto pubblico di salute mentale è incapace di soddisfare la domanda di coloro che sono affetti da tali disturbi”.
  • DDL 1179, Zaffini e altri (Fratelli d’Italia), Disposizioni in materia di salute mentale, presentato il 27 giugno 2024. Anche questa proposta parte dallo stato attuale dell’assistenza psichiatrica con un’enfasi sulla prevenzione e la sicurezza degli operatori e dei famigliari, proponendo la reintroduzione de facto della “pericolosità sociale” come aggettivazione del disturbo mentale. Al Ministero dell’Interno, infatti, insieme al dicastero della Giustizia, sentito il Ministero della Salute, è assegnato il compito di individuare le misure di sicurezza per il contenimento dei comportamenti violenti, normando, e quindi legittimando, i trattamenti coattivi fisici, farmacologici e ambientali.
Peppe Dell’Acqua

Le leggi presentate in Parlamento mirano a stabilire un nuovo quadro di riferimento per la salute mentale. Ma quanto c’è di nuovo?

«I Disegni di Legge Magni, Serracchiani e Sensi delineano un contesto finalmente chiaro, un quadro di riferimento su come affrontare la salute mentale, le cure, l’organizzazione – ci spiega Dell’Acqua -. Si vuole riaffermare il valore del cambiamento per le persone con disturbo mentale e indicare percorsi e modalità organizzative per uscire dalla confusione e dalla miseria in cui sono costretti i servizi di salute mentale oggi in Italia. La Legge 180 è stata troppo spesso usata come “foglia di fico”, un alibi che ha permesso alla politica di indebolire, negli anni, tutto il sistema. C’è chi oggi lamenta la mancanza di infermieri o la scarsità di investimenti, ma meno del 3% della spesa sanitaria nazionale è destinata alla salute mentale, mentre in altri Paesi europei si arriva anche al 12-14%».

Quindi, la Legge 180 non è un ostacolo, ma un’opportunità?

«Esatto, ha creato nuove possibilità. Ha fatto uscire le persone con disturbi mentali da una condizione di “destino inevitabile”, dalla visione del “malato come pericoloso, inguaribile e incomprensibile”. Ha restituito alle persone la possibilità di cura. Ora, dunque, è di cura che dovremmo parlare. La riforma della Legge 180 ha riconosciuto il diritto alla salute mentale, sia per chi è malato, sia per la società, una cura che non si basa sull’isolamento, ma sull’integrazione e sull’accompagnamento».

Che ne pensa dei due Disegni di Legge proposti da FdI e Lega?

«Secondo me ignorano completamente questa nuova visione della salute mentale. Trattano il disturbo mentale come sinonimo di pericolo, di violenza e quindi da isolare o reprimere. Invece di comprendere che i pazienti sono prima di tutto persone. Come nel caso della sicurezza negli ospedali, il governo si limita a rispondere alle situazioni di emergenza con misure di sicurezza o aumentando i controlli. Nel nostro Paese dovremmo chiederci cosa manca nei servizi sanitari, cosa si può fare per migliorare la cura».

Secondo lei, quindi, il ricorso alle forze dell’ordine e addirittura all’esercito non è la risposta?

«Assolutamente no. Le persone reagiscono in modo “difensivo” contro i medici o il personale sanitario perché il clima nei servizi sanitari è diventato di distacco e paura. Gli operatori stessi sono costretti a difendersi dai pazienti invece di avere i mezzi per accoglierli e curarli. La carenza di risorse e l’organizzazione attuale dei servizi impediscono un rapporto di fiducia e di cura tra paziente e operatore. Si punta sulla repressione e sul controllo, mentre sarebbe necessario rivedere l’intero approccio e migliorare il funzionamento del sistema nel suo complesso».

La territorialità della salute mentale non è fallita?

«Se oggi abbiamo un sistema diffuso sul territorio con il Dipartimento di salute mentale, i centri di salute mentale, le strutture diurne, ambulatori e centri residenziali, è grazie alla Legge 180. Non abbiamo più i manicomi, ma un’organizzazione articolata in ogni Regione».

La territorialità della cura è un passo avanti enorme e, bene o male, funziona. Però richiede attenzione, investimenti, formazione per il personale

«E per funzionare ha bisogno di risorse, non solo finanziarie ma anche per formare operatori capaci di costruire un percorso di cura per ogni singolo paziente. Non è un sistema fallito, al contrario, è un sistema da sostenere».

Quindi per lei la Legge 180 è ancora valida?

«Va considerata “un bene comune”, perché ha proposto un approccio alla salute mentale che guarda al futuro. Ci sono problemi reali, è vero, e gli operatori stessi ne sono consapevoli, ma la soluzione non è ritornare alle certezze devastanti della psichiatria. Si parla di cura, va accolta la persona nella sua totalità, con il delirio, le allucinazioni o con l’incapacità di controllare le sue emozioni. Occorre mettere in campo strumenti e percorsi che ci sono, che conosciamo perfettamente e che conoscono accademici, psichiatri, operatori sanitari e amministratori. Però la Legge richiedeva un profondo cambiamento culturale e un impegno delle università per rivedere come si insegnano e si applicano le strategie terapeutiche, la presa in carico nel territorio, un capovolgimento in cui conta la persona, il cittadino, l’individuo e il contesto, non la malattia. Purtroppo, solo in pochi hanno fatto questo passo, molti altri hanno osteggiato la Legge, forse perché riduceva il ruolo centralizzato e assoluto dello psichiatra nel percorso di cura, facendo spazio a un approccio più collaborativo. Non è solo una questione di ego, ma anche di affari, poiché le università e i privati hanno interessi economici nella gestione della salute mentale».

Il problema quindi è più nell’applicazione?

«La Legge 180 è tra le leggi più applicate nel dopoguerra: sancisce che le persone con disturbi mentali sono cittadini, con gli stessi diritti costituzionali di chiunque altro. Ha cambiato l’approccio alla cura, non è una norma che obbliga a trattamenti forzati, ma che restituisce dignità. Con questa Legge, dobbiamo smettere di vedere le persone con disturbi mentali come “oggetti” di paura e controllo e iniziare a considerarle come soggetti con il diritto di essere curati e integrati. Non dobbiamo legare le persone, non chiudere le porte, non abbandonarle. Tutto questo è possibile proprio con l’attuale assetto dei servizi di salute mentale, basta riarticolare le risorse e organizzarsi meglio. La Legge 180, tra l’altro, è stata la prima a confrontarsi con il tema della regionalizzazione, lasciando alle singole Regioni la responsabilità di implementarla. Tuttavia, ogni Regione ha gestito la Legge a modo suo: alcune hanno ritardato, altre pare che non l’abbiano mai presa in considerazione, altre ancora l’hanno utilizzata solo parzialmente. Di fatto, quindi, l’autonomia differenziata in questo ambito esiste già, ed è uno dei motivi per cui oggi ci troviamo con 20 sistemi di salute mentale diversi, uno per Regione. E le differenze territoriali sono evidenti. Nascere in una Regione o in un’altra cambia il diritto costituzionale alla salute. Abbiamo tanti esempi di persone che, pur soffrendo di disturbi mentali gravi, riescono a vivere una vita dignitosa e a essere parte della comunità. Il cambiamento ha permesso di creare un sistema più umano e civile, che accoglie le persone e non le considera più come un pericolo. Una ricercatrice con un grave disturbo mentale tempo fa mi ha scritto per dirmi che la sua fortuna è essere nata a Trieste».

Ma allora perché si parla di possibile revisione?

«Alcuni dei nuovi Disegni di Legge propongono soluzioni come l’aumento di posti letto o il potenziamento delle REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza), che avrebbero un costo altissimo. Ma con quali soldi? Invece di creare strutture di isolamento, dovremmo migliorare quello che già esiste, creare percorsi formativi per gli operatori, investire nel sistema di cura che già abbiamo. Questo tipo di cura non ha bisogno di stravolgimenti, ma solo di funzionare meglio, con più risorse e più formazione. Abbiamo già strutture residenziali e centri diurni, spesso non adeguatamente finanziati, per offrire percorsi di cura e di accompagnamento, anche attivando cooperative sociali, onlus, familiari dei pazienti, associazioni sportive e culturali, ecc. C’è la mancanza di investimenti in attività terapeutiche che non costano molto ma potrebbero fare la differenza, come il teatro, lo sport, le vacanze al mare. Purtroppo, le aziende sanitarie, per paura di superare i tetti di spesa, tendono a rifiutare progetti di questo tipo. Così, i servizi di salute mentale si impoveriscono, trasformandosi in luoghi dove l’unica risposta è la diagnosi, prescrivere farmaci e mandare il paziente a casa».

La Legge 180 chiedeva una trasformazione nell’approccio alla salute mentale. Perché secondo lei questo cambiamento non è avvenuto?

La Legge 180 ha cambiato il nostro atteggiamento verso la malattia mentale: guardare l’altro, chi soffre di un disturbo mentale non è un nemico da temere, ma una persona da curare e da accompagnare

«La legge ci chiedeva di incontrare l’altro in una dimensione etica, non come oggetto, ma come soggetto, una persona reale con la sua storia, le sue passioni, le sue emozioni, i suoi fallimenti, i suoi bisogni. Questo è accaduto poco e oggi si sta perdendo del tutto. Molti psichiatri continuano a vedere il paziente solo attraverso il filtro della diagnosi, del farmaco, trattandolo come “cosa” da controllare. Negli ultimi 50 anni, pochissimi sul terreno della politica e delle psichiatrie hanno voluto investire per cambiare questo approccio».

La visione di “restare umani” vale solo per i pazienti?

«No, anche per chi si prende cura delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale, familiari, operatori sanitari e tutto il personale. Anche loro meritano di lavorare in un sistema che valorizza la dignità e la collaborazione e che permetta loro di vivere una vita normale. È una responsabilità che dobbiamo condividere come comunità, perché solo così possiamo garantire un ambiente di cura che sia davvero umano».

Mercato dei farmaci maturi: aumento dei costi e gare d’appalto minano la sostenibilità

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In Italia, il mercato dei prodotti maturi, sia per i biosimilari che per i farmaci generici, sta affrontando due fenomeni che lo rendono particolarmente problematico.

Il primo fenomeno riguarda l’aumento dei costi lungo tutta la filiera produttiva, che incide in modo significativo soprattutto sulle imprese focalizzate sulla produzione di farmaci a brevetto scaduto. Questo perché tali aziende operano con margini più ristretti sui singoli prodotti, rendendo i costi di produzione – inclusi quelli relativi al personale e alle materie prime – ancora più gravosi. Negli ultimi anni, questi costi sono aumentati notevolmente, anche a causa di tassi di inflazione elevati che hanno caratterizzato non solo l’Italia, ma anche il resto dell’Unione Europea e gli Stati Uniti.

In sistemi come quello italiano, l’inflazione ha avuto un impatto asimmetrico

Tuttavia, in sistemi come quello italiano, l’inflazione ha avuto un impatto asimmetrico. In settori in cui i prezzi finali possono essere liberamente stabiliti in funzione dei costi, l’aumento dei costi produttivi è stato trasferito sui consumatori. Nel settore farmaceutico, invece, dove i prezzi sono prevalentemente negoziati o stabiliti attraverso gare pubbliche i produttori non hanno potuto adeguare i prezzi finali in modo proporzionale all’aumento dei costi. Questo ha ulteriormente ridotto i margini delle aziende, e il risultato, soprattutto nel caso dei farmaci generici, è stato la sospensione di diverse linee produttive. Ciò ha portato, tra le altre, a carenze di antibiotici, anestetici o antitumorali di vecchia generazione – farmaci che, pur non essendo nuovi, sono ancora essenziali.

Il secondo fenomeno che influisce negativamente sul mercato è la gestione delle gare da parte degli enti preposti al procurement. Non si tratta solo di gare al prezzo più basso, che, se ben strutturate, potrebbero avere un senso per farmaci con lo stesso principio attivo. Il problema risiede, piuttosto, nel modo in cui queste gare vengono condotte: spesso non si tiene conto della sostenibilità economica a lungo termine nella doppia ottica del sistema pubblico e del mercato dei fornitori. Quando si stabilisce il prezzo base d’asta, bisognerebbe considerare quale prezzo possa garantire una competizione attiva nel tempo, evitando di strangolare le imprese con condizioni economiche insostenibili che portano inevitabilmente a ristabilire svantaggiose condizioni di oligopolio o monopolio.

Per chiarire meglio: se fissiamo un prezzo che da un lato permetta di offrire sconti e quindi generare un risparmio per l’ente appaltante, ma dall’altro lato sia sufficientemente elevato da mantenere l’interesse delle imprese, consentendo loro di continuare a considerare il mercato attrattivo, allora avremo raggiunto un risultato ottimale. Uno degli obiettivi fondamentali del sistema di acquisti pubblici è infatti questo: non si tratta solo di ottenere il prezzo più basso possibile, che di per sé non è neanche l’obiettivo primario, ma anche di garantire che il mercato rimanga competitivo e affidabile nella capacità di soddisfare il bisogno pubblico. Stabilire il prezzo di partenza o il prezzo massimo implica una responsabilità diretta su come il mercato si svilupperà successivamente.

Obiettivo del sistema di acquisti pubblici non è ottenere il prezzo più basso ma garantire competizione e affidabilità del mercato per soddisfare il bisogno pubblico

Secondo gli ultimi dati pubblicati da Nomisma per il 2022, emerge che, per ogni lotto di gara su farmaci a brevetto scaduto, vengono presentate in media solo due offerte. Questo dato riflette una realtà in cui, laddove ci si aspetterebbe una competizione tra sette, otto o nove imprese (come era normale osservare fino a circa dieci anni fa), di fatto rispondono solo due aziende per singolo lotto. Si tratta di un fenomeno preoccupante, che appare in contrasto, ad esempio, con le aspettative generate dagli accordi quadro sui biosimilari.

L’accordo quadro sui biosimilari è stato concepito dando per scontata la partecipazione di un numero adeguato di imprese alla competizione: ad esempio, su dieci aziende, ne vengono selezionate tre, con l’obiettivo di offrire ai medici la possibilità di personalizzare la scelta del trattamento all’interno di questo gruppo. Questo dimostra che, nelle intenzioni del legislatore, non fosse neanche immaginabile una situazione in cui meno di quattro imprese si contendessero il mercato: quindi, se da un lato si vuole attivare una competizione premiante per le offerte migliori, si vuole lasciare ai clinici una capacità di ri-personalizzazione della domanda, potendo scegliere tra i tre migliori offerenti. Peraltro, l’idea di imporre la scelta del prodotto meno costoso tra i tre non è prevista dall’accordo quadro, ma è una sua interpretazione discrezionale (e sbagliata) introdotta da alcune Regioni. Naturalmente, per prodotti con un buon margine di sostituibilità, è lecito attendersi un utilizzo prevalente del prodotto più economico, semmai richiedendo una giustificazione clinica per la scelta di alternative più costose. Ma non possono esserci costrizioni che limitino l’utilizzo dell’accordo quadro nella sua corretta interpretazione.

Se oltre un terzo dei lotti va deserto, aumentano le procedure negoziate e le richieste d’offerta, e il risultato finale non è affatto conveniente

Se oltre un terzo dei lotti continua a rimanere deserto, si assiste a un conseguente aumento esponenziale delle procedure negoziate e delle richieste d’offerta (RdO). Questo accade perché, quando si constata l’assenza di concorrenza, si finisce per contattare direttamente le imprese e accettare il prezzo che propongono.

Ma a questo punto, è stato davvero vantaggioso puntare a continui ribassi? Forse in due gare su tre si riesce a ottenere un risparmio, ma nell’altra si è costretti a ricorrere a una RdO e il risultato finale non è affatto conveniente. Inoltre, si rischia di importare prodotti dall’estero e di incorrere in carenze di fornitura.

I due temi più urgenti e preoccupanti che emergono sono, quindi:

  1. l’aumento dei costi da parte delle imprese, che si scontra con l’insensibilità di chi si occupa di programmazione e di istruire le gare, e spesso non si conducono analisi di mercato adeguate;
  2. nella definizione dei prezzi base d’asta, c’è una chiara carenza nella fase istruttoria per determinare quali sarebbero i prezzi compatibili con la permanenza – laddove possibile – di una buona competizione sul mercato dei fornitori. L’obiettivo dovrebbe essere mantenere viva la concorrenza nel mercato, ma senza un’adeguata comprensione delle dinamiche dei prezzi, questo obiettivo rischia di essere compromesso.

In questo contesto, non solo si deve affrontare il tema dei prezzi base d’asta, ma le normative sugli acquisti richiedono alle imprese di adottare principi di sostenibilità, ad esempio ambientale. Questi principi, che sono apprezzabili e condivisibili sotto un profilo di responsabilità morale del mercato, dal punto di vista economico comportano però un’organizzazione e delle politiche interne più costose. Tuttavia, tali politiche non dovrebbero essere compromesse dalla continua pressione a ridurre i prezzi finali. Che senso avrebbe un fornitore che rispetta l’ambiente e i suoi dipendenti ma che non può offrire il prodotto senza andare in perdita?

Come si può sperare di incentivare un’impresa più etica, sostenibile, “green” e paritaria internamente, senza riconoscere che tali impegni devono necessariamente avere un impatto sul prezzo finale? Se non lo hanno, l’impresa dimostra di non riuscire a sostenere quella linea di business. Se un’impresa chiude, non può essere né “green”, né sostenibile, né inclusiva. È fondamentale comprendere che queste politiche richiedono una consapevolezza rispetto ai costi: essi non sono semplicemente costi, ma investimenti necessari che devono essere recuperati in qualche modo e la cui responsabilità va quanto meno condivisa tra imprese e sistema pubblico.

Per promuovere imprese più etiche, sostenibili, ecologiche e inclusive, è fondamentale considerare tali impegni nel determinare il prezzo finale dei prodotti

Le imprese, infatti, dispongono di un potere considerevole, rappresentato dalla possibilità di esercitare l’exit option (uscire dal mercato). Si tratta di una scelta difficile e dolorosa ma che può restare comunque una realtà: l’azienda, qualora si trovasse costretta a operare con margini troppo ridotti o addirittura in perdita, opterebbe per ridimensionare una linea di business o abbandonare del tutto un determinato mercato. Questo è un punto che non può essere ignorato.

Dal punto di vista dei finanziatori dell’impresa, infatti, non c’è interesse a sostenere operazioni rischiose o poco remunerative. Di fronte a condizioni economiche sfavorevoli, la scelta è di orientarsi verso altri mercati o puntare su prodotti nuovi e innovativi, laddove possibile.

Pertanto, è essenziale ampliare l’accesso ai farmaci e anche generare risparmi una volta scaduto il brevetto, ma ciò non deve avvenire al costo di distruggere il mercato. La logica dell’impresa, infatti, è diversa da quella di un ente del SSN: se le condizioni diventano insostenibili, potrebbero decidere di ridimensionare le sedi italiane o ritirarsi dal mercato.

È essenziale ampliare l’accesso ai farmaci e generare risparmi una volta scaduto il brevetto, ma ciò non deve avvenire al costo di distruggere il mercato

Questa mancanza di visione strategica è preoccupante. Dovremmo chiederci: cosa vogliamo dal mercato dei prodotti maturi? Sicuramente vogliamo risparmi, ma ancora di più, vogliamo che quei farmaci continuino a essere accessibili e che esista concorrenza tra le imprese. La competizione tra le aziende è essenziale, mentre una strategia che spinga le imprese fuori dal mercato rischia di creare una situazione simile a un oligopolio o a un monopolio di fatto, senza però i vantaggi di una copertura completa della domanda.

La differenza tra un vero monopolio (come quello del farmaco ancora coperto da brevetto) e questa situazione “forzata” è sostanziale: nel primo caso, almeno si garantisce la disponibilità di un farmaco. In questo scenario, invece, il risultato potrebbe essere una carenza di farmaci. Quando un farmaco è protetto da brevetto, l’azienda produttrice ha alcuni anni per pianificare e organizzare la produzione. Ma una volta scaduto il brevetto, il panorama cambia: tutti possono teoricamente produrre quel farmaco, ma nessuno sarà disposto a investire in uno stabilimento produttivo in grado di soddisfare tutta la domanda potenziale per poi vedere ridotti i propri margini al minimo.

Quindi, se il sistema non è regolato in modo adeguato, rischiamo non solo di non ottenere risparmi, ma di affrontare gravi carenze di farmaci essenziali. È una questione che richiede una riflessione più strategica e un orientamento di lungo termine.

Diabete di tipo 1: urgente riconoscere codice di patologia anche nelle fasi asintomatiche

Nell’ambito delle celebrazioni per la Giornata Mondiale del Diabete si è parlato di diabete di tipo 1, la forma autoimmune della malattia che esordisce in età pediatrica, al centro del Convegno che si è tenuto a Palazzo Colonna a Roma. 

Nell’ambito della sessione ‘Dallo screening all’innovazione: le nuove sfide della ricerca’ Raffaella Buzzetti, Presidente SID, ha sottolineato una necessità urgente: «La legge 130 del 2023 che istituisce lo screening per il diabete di tipo1 e la celiachia gratuito per bambini e ragazzi, mette il nostro paese all’avanguardia nel mondo, ma c’è ancora qualcosa da fare. Se da un lato lo screening ci permette di individuare la malattia in una fase molto precoce, allo stadio 1 e 2 grazie alla individuazione di almeno due autoanticorpi, nel nostro paese questa fase asintomatica non è ancora riconosciuta con il codice ICD 10 di malattia, come avviene a livello mondiale, ma solamente con il codice ICD 9 che definisce una mera ‘alterazione della glicemia’. Questo gap impedisce che vi sia un DRG dedicato e che la popolazione positiva allo screening possa accedere sia alle tecnologie per il monitoraggio che al farmaco che permette di modificare la storia naturale della malattia rallentandone l’evoluzione alla fase sintomatica».

La richiesta è stata presentata anche al Ministero della Salute: il riconoscimento del codice di patologia permetterebbe una migliore presa in carico delle persone con diabete di tipo1 asintomatico e un controllo dei rischi legati alla chetoacidosi, la più grave complicanza improvvisa.

Lo screening, che sarà operativo i primi mesi del nuovo anno, permetterà di individuare la predisposizione alla malattia prima che manifesti i suoi sintomi e valutare una terapia che agisce sui meccanismi di autoimmunità ritardandone l’insorgenza di mesi o anni. 

Nasce l’Intergruppo Parlamentare “Innovazione Sanitaria e Tutela del Paziente”

Perseguire la promozione dell’innovazione nel settore sanitario, focalizzandosi sulla tutela dei pazienti e la sostenibilità del servizio sanitario nazionale. È questa la mission del neonato Intergruppo Parlamentare “Innovazione Sanitaria e Tutela del Paziente” presieduto dall’On. Nazario Pagano (Presidente Commissione Affari Costituzionali, Camera dei Deputati), dall’On. Ugo Cappellacci (Presidente Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati) e dal Sen. Francesco Zaffini (Presidente Commissione Affari Sociali, Senato) che sarà presentato oggi presso la Sala Stampa di Palazzo Montecitorio.

L’Intergruppo “Innovazione Sanitaria e Tutela del Paziente”, in un’ottica di sostenibilità a lungo termine del sistema sanitario e di ottimizzazione dell’utilizzo dei fondi pubblici, punta in particolare a sviluppare strategie di programmazione sanitaria che integrino tecnologie avanzate, quali l’intelligenza artificiale e dispositivi medici innovativi, e pratiche cliniche innovative, come la telemedicina. L’obiettivo principale è garantire ai pazienti l’accesso a cure sanitarie di alta qualità, sicure, efficaci ed eque, indipendentemente dalle loro condizioni socioeconomiche, difendendo anche i diritti alla privacy e alla protezione dei dati personali, con un’attenzione particolare alla sicurezza delle informazioni sanitarie digitali.

Sono quattro le azioni strategiche che saranno messe in campo:

  • sul fronte legislativo e regolatorio: sostegno a iniziative legislative per facilitare l’introduzione e la regolamentazione di nuove tecnologie e pratiche sanitarie; collaborazione con enti regolatori e autorità sanitarie per garantire efficacia e sicurezza delle nuove soluzioni terapeutiche e tecnologiche;
  • in ambito di Ricerca e sviluppo: promozione di partnership tra istituzioni pubbliche, private e accademiche per favorire la R&S in campo medico e tecnologico;
  • promozione di programmi di formazione continua degli operatori sanitari per mantenere il comparto sanitario aggiornato sulle più recenti innovazioni e pratiche;
  • collaborazione con i principali stakeholder: costituire, attraverso un’alleanza con Società scientifiche, Università e Associazioni professionali, un comitato scientifico quale organo tecnico di supporto all’attività dell’Intergruppo; promuovere la collaborazione tra pazienti, professionisti, aziende e istituzioni per creare una cultura dell’innovazione e della qualità delle cure, anche tramite il contributo di gruppi editoriali di primaria importanza nel settore sanità e della salute per favorire la più ampia conoscenza delle iniziative dell’Intergruppo.

«La costituzione dell’Intergruppo “Innovazione Sanitaria e Tutela del Paziente” – dichiara l’Onorevole Nazario Pagano, Presidente I Commissione Affari Costituzionali della Camera – risponde all’esigenza di stabilire una sede di confronto parlamentare capace di approfondire, secondo un approccio integrato e interdisciplinare, tutte le questioni che riguardano la sostenibilità a lungo termine del sistema sanitario, anche alla luce delle opportunità offerte dall’innovazione tecnologica e dell’esigenza di una spesa più efficace delle risorse pubbliche. La tutela della salute costituisce infatti, secondo l’art. 32 della Costituzione, un “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività” ed è inoltre uno dei tratti essenziali del modello sociale italiano ed europeo. Per continuare a garantire un elevato livello di tutela di questo principio e diritto costituzionale primario e irrinunciabile, soprattutto dopo l’esperienza della pandemia, occorre un continuo adeguamento delle strutture, delle cure e delle pratiche cliniche. Ciò richiede che il Parlamento sia capace di disegnare leggi che tengano conto sia sostenibilità finanziaria del settore, anche alla luce degli andamenti demografici, sia sulla combinazione di conoscenze e competenze altamente specializzate. A questo scopo – conclude Pagano – è necessario far dialogare Parlamento e le altre istituzioni con la pluralità di attori operanti nel settore, il mondo scientifico, gli enti regolatori, le associazioni professionali e i cittadini. È questo l’obiettivo e il valore aggiunto dell’Intergruppo».

«In un momento storico in cui la sanità deve affrontare sfide cruciali – sottolinea dall’On. Ugo Cappellacci, Presidente Commissione Affari Sociali, Camera dei Deputati – questo Intergruppo rappresenta un impegno trasversale per promuovere l’innovazione tecnologica e garantire la sicurezza e la centralità del paziente nel Servizio sanitario nazionale. Il nostro obiettivo è migliorare la qualità delle cure attraverso il supporto alle nuove tecnologie, la semplificazione normativa e l’ascolto dei bisogni dei cittadini. È tempo di costruire un futuro in cui l’innovazione sia al servizio della salute di tutti».

«La costituzione dell’Intergruppo Parlamentare “Innovazione Sanitaria e Tutela del paziente” – sottolinea il Senatore Francesco Zaffini, Presidente Commissione Sanità e Lavoro di Palazzo Madama – è utile per confrontarsi e sviluppare strategie per una sanità veramente accessibile a tutti, con un approccio integrato e multidisciplinare. Un approccio che, dopo l’esperienza della pandemia va ancor di più riconsiderato, anche rispetto alle innovazioni che ci troviamo davanti, come ad esempio l’intelligenza artificiale, i nuovi dispositivi medici e la telemedicina. Il tutto garantendo una sostenibilità economica, finalizzata a rendere le terapie avanzate e la medicina personalizzata accessibili a tutti, indipendentemente dalle condizioni economiche. Tale progetto richiede che il Parlamento legiferi, coinvolgendo tutte le Istituzioni e attori». Questo è il lavoro che l’Intergruppo dovrà fare.