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Concluso il congresso CReI: Martin Martin è il nuovo Presidente del Collegio dei reumatologi

È Luis Severino Martin Martin il nuovo presidente del Collegio Reumatologi Italiani (CReI), specialista di origine spagnola eletto al termine del XXVII Congresso della Società scientifica appena concluso a Firenze. Con lui nella governance del Collegio sono stati votati Gian Piero Baldi (vicepresidente) e Crescenzio Bentivenga (coordinatore esecutivo). Gli altri componenti del Consiglio Direttivo CReI per il prossimo triennio sono: Franco Paoletti, Raffaele Zicolella, Rosita Laurenti, Paolo Di Giuseppe, Maurizio Benucci, Carlo Venditti, Silvano Bettio, Alessandra Beccaris, Norma Carrozzo, Andrea Delle Sedie, Donatella Ventura e Stefania Padula. Da Statuto continuerà a far parte del Direttivo anche Daniela Marotto, come past-president, dopo un triennio di guida particolarmente attivo e fruttuoso.

Parla il nuovo Presidente

«Personalmente ed anche come nuovo Direttivo vogliamo affermare che siamo qui per servire il CReI, la reumatologia italiana e tutti i pazienti – sono le prime parole del presidente Martin Martin -. Con il voto espresso dai soci CReI registriamo il desiderio di dare una continuità al lavoro enorme svolto dal Consiglio direttivo uscente, in primis all’azione condotta da Daniela Marotto, dal vicepresidente Alberto Migliore e dalla coordinatrice Patrizia Amato, e quindi insieme ai colleghi del Consiglio Direttivo, tenteremo di rispondere al mandato dei soci CReI proseguendo su un solco già tracciato».

Nato in Spagna nel 1963, il nuovo presidente CREI si è laureato a Siviglia, e si è specializzato a Roma presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Attualmente è Dirigente Medico di Primo Livello all’Ospedale di Velletri; la sua produzione scientifica comprende oltre 200 articoli e comunicazioni scientifiche in reumatologia. Nello specifico, esiste già una linea strategica che il prossimo triennio CReI cercherà di seguire e interpretare? Risponde Martin Martin: «Credo che il nostro compito sia quello di radicarci sempre più sul territorio: questo era uno degli obiettivi precedenti di CReI e cercheremo di perseguirlo anche nell’immediato futuro. Dobbiamo tutti insieme essere vicini e rappresentare i colleghi reumatologi che sono uno dei pilastri della sanità di prossimità, per garantire ai cittadini quei servizi, quelle cure e quella presa in carico che anche il DM desidera rendere centrale nella sanità del nostro Paese».

Consuntivi e passaggi di consegne

«Usciamo dal Congresso di Firenze contenti sia per la trattazione di argomenti di diagnosi e terapia, che per l’ascolto di tante problematiche del vissuto dei pazienti, visto che uno degli obiettivi del nostro ritrovarci è proprio che i colleghi reumatologi si portino a casa qualcosa che cambi la loro pratica clinica – ha dichiarato la presidente uscente Daniela Marotto -. Ma siamo anche soddisfatti perché come CReI cerchiamo, tra i tanti obiettivi societari, di dar vita ad un evento annuale che diventi punto di riferimento sia per i reumatologici italiani che anche per tanti altri specialisti, visto che i lavori del Congresso sono progettati e sviluppati nell’ottica della multidisciplinarietà. In quattro giorni di programma a Firenze ci siamo confrontati con gastroenterologi, oncologi, genetisti, laboratoristi, medici di base, avvocati, cardiologi, ginecologi, pediatri e psicologi, sempre per comprendere più e meglio le interazioni tra le criticità sempre più vaste che incidono in modo correlato sulla salute dei cittadini. Questo perché per CReI l’obiettivo centrale è dare salute ai nostri pazienti, e per farlo si devono affrontare i problemi insieme, in quell’ottica OneHealth che era la piattaforma di tutto il nostro evento e che il Ministro Orazio Schillaci ha rilanciato nel suo messaggio inaugurale».

Dal Congresso alla vita della società scientifica: si conclude il triennio guidato dalla presidente Marotto e proprio lei commenta gli obiettivi raggiunti ed il clima in cui sono stati perseguiti: «Gli anni 2021-2024 sono stati per CReI un periodo intenso e molto dinamico. Posso dire che siamo soddisfatti del lavoro e dei risultati ottenuti e questa soddisfazione ci viene confermata dai nostri soci in tutto il Paese, oltre che dall’evidente crescita della nostra Società nelle interlocuzioni istituzionali, scientifiche, regionali. Quello che pertanto mi sento di suggerire al nuovo presidente Martin Martin, ed al nuovo Direttivo, è di continuare su questa linea: lavorare tenendo sempre a mente che il medico deve fare l’interesse del cittadino, rimanendo a fianco delle istituzioni ed a fianco di tutti gli stakeholders che si occupano di malattie reumatologiche. Dobbiamo far sì – ha concluso Daniela Marotto – che si generi e rafforzi una reale assistenza basata su una vera rete reumatologica, in cui territorio e ospedale siano integrati e comunichino fra loro e non siano entità separate. Quindi l’augurio che faccio ai nostri colleghi è di continuare a far crescere quello che abbiamo seminato: in questo modo alla fine del prossimo triennio si potrà finalmente dire che in tutta Italia c’è un assistenza reumatologica omogenea».


Sanità di prossimità e DM77

Proprio sul tema dell’assistenza reumatologica in tutto il Paese, il Congresso il CReI ha proposto anche una sessione di politica sanitaria in cui sono stati approfonditi i temi della sanità di prossimità, nella cornice già definita dal DM77. Alla sessione hanno partecipato il presidente dell’Ordine dei Medici di Firenze, Pietro Dattolo, Pierangelo Lora Aprile (SIMG) e Paolo Petralia (vicepresidente FIASO). Quest’ultimo ha sottolineato che «tutti gli specialisti di branca e in particolare i reumatologi – che hanno una competenza di prossimità e di anticipazione del bisogno di salute – si pongono al centro di questo percorso di sanità vicina al bisogno. Ed è quindi necessario sviluppare un approccio circolare dove ospedale, territorio e domicilio creano un circolo virtuoso e non concorrenziale, per garantire la risposta più appropriata».

Lora Aprile, dal canto suo, ha ricordato che la sanità di prossimità «non si fa con i mattoni, ma con le competenze», e da questo punto di vista è fondamentale «che si operi una crescita omogenea dell’intero sistema partendo dalle risorse umane, oggi troppo penalizzate dalle scelte nazionali di politica sanitaria». Crescita omogenea che, nelle parole di Pietro Dattolo, si può «raggiungere solo con la partecipazione motivata e con la corresponsabilità dei professionisti della salute, che non possono essere coinvolti solo ‘al termine’ della programmazione, ma fin dalle sue battute iniziali».

A conclusione della sessione Daniela Marotto, ha ricordato che CReI è attivo non solo nella riflessione sul DM77, ma sta dialogando con i rappresentati della politica sanitaria anche sul Disegno di Legge 946 in materia di riorganizzazione e potenziamento dei servizi sanitari in ambito reumatologico. «Per noi risulta essenziale che la presa in carico del paziente reumatologico sia dall’inizio realizzata nella stretta relazione tra medico di medicina generale e specialista territoriale – ha dichiarato Marotto – con l’intervento del reumatologo ospedaliero solo in presenza di acuzie o di casi di particolare complessità. A partire da questa impostazione, come Collegio ovviamente chiediamo che tutti i reumatologi possano finalmente prescrivere i farmaci migliori più innovativi a tutti i pazienti, generando una reale equità di accesso alle cure. Solo così si realizzerà una effettiva medicina di prossimità equa, universale e tempestiva».

Disturbi dell’alimentazione, 132 i centri di cura e 48 le associazioni che offrono servizi e supporto

Sono 180 le strutture sul territorio nazionale, tra centri di cura e associazioni, che si occupano di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (Dna). La Regione che registra il maggior numero di servizi dedicati è l’Emilia Romagna (23, di cui 10 centri Ssn, 4 afferenti al privato accreditato, 9 associazioni), seguita dal Piemonte (20, di cui 12 centri Ssn, 4 del privato accreditato e 4 associazioni).

Questi i dati che emergono dalla mappatura aggiornata disponibile sulla piattaformadisturbialimentari.iss.it dell’Istituto Superiore di Sanità, presentata al convegno “La Mappatura territoriale dei centri dedicati ai Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione: le associazioni e i servizi di cura” che si è tenuto oggi all’Istituto, organizzato dal Centro Nazionale Dipendenze e Doping (Cndd). Il lavoro, coordinato dal Cndd, è stato realizzato con il supporto tecnico e finanziario del Ministero della Salute-CCM.

«I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione – evidenzia il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Rocco Bellantone – sono caratterizzati da un alto tasso di cronicità, mortalità e recidiva. L’esperienza maturata dai professionisti del settore evidenzia l’importanza di un intervento integrato e precoce, per evitare che il disturbo diventi cronico con il rischio di danni permanenti che, nei casi più gravi, possono portare alla morte. La possibilità di rafforzare la collaborazione tra le diverse strutture dedicate risponde a queste esigenze e offre uno strumento pratico per orientarsi sul territorio, uno strumento utile a favorire l’incontro tra la domanda dei cittadini e l’offerta territoriale».

Centotrentadue centri e 48 associazioni

Al 30 settembre 2024 la mappatura conta 180 strutture sul territorio nazionale: 132 centri di cura (105 appartenenti al servizio sanitario nazionale, 27 al sistema del privato accreditato) e 48 associazioni, che vengono ‘censite’ per la prima volta. I centri di cura sono 63 al Nord, 45 al Sud e Isole e 24 al Centro Italia.

La maggior parte è strutturata per prendere in carico utenti dai 13 ai 45 anni. Ma una quota del 18% afferma di poter prendere in carico bambini di sei anni o meno e il 51% la fascia tra 7 e 12 anni. Il 78% anche persone con età superiore ai 45 anni. Rispetto alla modalità di accesso, nel 49% dei servizi è necessaria la prenotazione al Cup o la richiesta Ssn ma nel 33% dei casi la modalità di accesso ai centri è libera e senza impegnativa.

Complessivamente tra gli specialisti che lavorano nelle équipe vi sono prevalentemente psicologi, medici specialisti in psichiatria o neuropsichiatria infantile, dietisti e infermieri. Meno della metà, il 42% dei centri, afferma di avere posti letto dedicati esclusivamente ai DNA, con percentuali variabili per ricovero di tipo psichiatrico o internistico, sia per minori sia per adulti.

Le associazioni mappate per la prima volta, preziose per la prevenzione, l’ascolto e la condivisione

Per quanto riguarda la distribuzione regionale delle associazioni registrate in piattaforma, vi è un divario tra il Nord che ne conta 30, il Centro che ne conta 10 e il Sud che ne conta 8. Le associazioni sono composte da familiari di persone con Dna per il 92%, da cittadini volontari per il 71% e da volontari professionisti per il 56%; in oltre la metà dei casi i volontari sono appositamente formati sulla tematica. Partecipano  all’attività delle associazioni, nel 31% dei casi, anche le persone con disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. In cima ai servizi erogati dalle associazioni vi sono interventi di prevenzione e promozione della salute, seguiti dai gruppi di auto mutuo aiuto per familiari e dalle attività formative. Nel 63% dei casi è disponibile uno sportello d’ascolto, nel 13% dei casi viene fornita assistenza anche con un telefono verde e nel 6% viene offerta attività domiciliare. Tra i destinatari dei servizi erogati i familiari e le persone con disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Nel 79% dei casi le associazioni collaborano con i centri afferenti all’Ssn.

«Il monitoraggio capillare effettuato sui servizi sul territorio dedicati ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione – sottolinea Simona Pichini, direttore facente funzione del Centro nazionale Dipendenze e Doping – è un servizio che ci consente di aiutare in modo concreto e di essere vicini a coloro che hanno disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e alle loro famiglie. Il nostro obiettivo è che con l’aggiornamento della piattaforma, che è costante, i cittadini trovino risposte ai loro quesiti in momenti nei quali essere tempestivi nella presa in carico può fare realmente la differenza».

«La mappatura dei servizi dedicati ai DNA di cui oggi abbiamo presentato l’aggiornamento consente di offrire al cittadino una panoramica a 360° delle risorse presenti sul territorio – rileva Luisa Mastrobattista, primo ricercatore del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Iss – e per questo diamo la possibilità ai servizi censiti di inserire e aggiornare le informazioni in qualunque momento. Il censimento delle associazioni che si occupano di DNA, realizzato per la prima volta in questa mappatura, offre ai cittadini un ulteriore tassello di conoscenza che può risultare fondamentale per una presa in carico tempestiva; l’orientamento sul territorio verso i servizi di cura pubblici e del privato accreditato delle persone affette da DNA e dei loro familiari, infatti, passa anche dalle associazioni che possono offrire un supporto prezioso».

Farmaci, ecco tutti i rischi dello smaltimento scorretto per umani, animali e ambiente

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Tossicità nelle acque e nei terreni, resistenza agli antibiotici e resistenza batterica. Sono gravi le conseguenze per la salute umana, animale e ambientale del non corretto smaltimento dei farmaci. È del 2023, ma prosegue anche nel 2024, la campagna lanciata da Assosalute, l’Associazione nazionale farmaci di automedicazione di Federchimica, per educare i cittadini su questo tema ancora poco chiaro per troppi.

Tra gli errori più comuni, l’abitudine di gettare l’intera confezione del farmaco o smaltire i contenitori dei medicinali liquidi nella plastica o nel vetro

Dal 2015 è stato lanciato il programma europeo Eco-Pharmaco Stewardship (EPS), che promuove una gestione sostenibile dell’impatto ambientale dei farmaci, quindi sull’uso, la conservazione e lo smaltimento appropriato dei medicinali. A testimoniare l’importanza di questo tema, nell’ultimo rapporto sull’uso dei farmaci in Italia (riferito al 2022), l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha dedicato, per la prima volta, un capitolo all’impatto ambientale dei medicinali. Nel report sono stati analizzati 90 principi attivi, scelti tra quelli a maggior consumo, quelli con la più elevata tossicità ambientale e quelli monitorati dal sistema europeo Watch list, appartenenti a 28 classi terapeutiche.

Dall’analisi è emerso che alcuni tra i farmaci più usati in Italia, come gli antinfiammatori non steroidei, sembrano essere i più nocivi per l’ecosistema. Ma anche la presenza di antibiotici nelle acque rappresenta un rischio non da poco, poiché contribuisce allo sviluppo e alla diffusione di resistenze batteriche a questi farmaci, che sono essenziali per sconfiggere le infezioni. I farmaci possono contaminare suolo, fiumi, laghi e mari, provocando danni a piante e animali, soprattutto quando sono smaltiti in modo improprio, attraverso i servizi igienici, il lavandino e la pattumiera anziché lasciarli correttamente negli appositi bidoni fuori dalle farmacie o nelle isole ecologiche.

Per approfondire l’argomento, hanno risposto ai microfoni di TrendSanità Luca Pasina, Responsabile di Laboratorio di Farmacologia clinica e appropriatezza prescrittiva dell’Istituto Mario Negri, e Roberto Tobia, Segretario nazionale di Federfarma.

Come funziona il ciclo dello smaltimento dei farmaci negli ospedali e nelle farmacie?

Roberto Tobia, Federfarma
Roberto Tobia

«Lo smaltimento dei farmaci è regolato da una serie di normative e disposizioni volte a garantire che i farmaci siano eliminati in modo sicuro ed ecologicamente sostenibile – risponde Tobia -. Nel 1980 Federfarma, prima in Europa, ha siglato un Accordo con le principali associazioni del settore farmaceutico per lo smaltimento dei resi medicinali delle farmacie, affidando la gestione operativa ad Assinde. Per i farmaci dei cittadini, invece, lo smaltimento è gestito dall’amministrazione comunale attraverso appositi contenitori, posizionati nei pressi delle farmacie, per la raccolta differenziata dei farmaci. Tuttavia, pochi cittadini sanno come utilizzare correttamente questi contenitori. Come emerge dalla ricerca IPSOS, presentata alla fine dello scorso anno da Assosalute a Roma, in occasione del lancio della campagna “Non mi scadere sui farmaci”, un italiano su due sa che esistono appositi contenitori per differenziare i farmaci, in genere posizionati in prossimità delle farmacie. Ma poi il 70% non sa come usare questi contenitori ed elimina i farmaci in modo pericoloso per la salute e l’ambiente. È anche bassa la percentuale di chi sa che i farmaci scaduti possono essere portati nelle isole ecologiche».

«I medicinali rientrano tra i rifiuti urbani pericolosi – aggiunge Pasina – e non devono essere gettati nella pattumiera. La scatola esterna di cartone e il foglietto illustrativo vanno smaltiti nella carta, mentre il farmaco stesso, all’interno della sua confezione o blister originale, deve essere portato presso le farmacie per essere correttamente smaltito nei cestini dedicati allo smaltimento dei rifiuti speciali. In questo modo, i medicinali seguono un percorso di trattamento specifico».

Chi se ne occupa concretamente?

Luca Pasina, Istituto Mario Negri
Luca Pasina

Risponde Pasina: «Lo smaltimento dei farmaci è un processo che coinvolge i cittadini (che hanno il compito di conferire i farmaci scaduti o inutilizzati negli appositi contenitori presenti presso le farmacie o altri punti di raccolta autorizzati), le farmacie (che fungono da punto di raccolta per i medicinali scaduti o non utilizzati) e aziende specializzate nel trattamento dei rifiuti speciali. Queste aziende si occupano del trasporto e dello smaltimento, che avviene seguendo specifiche normative per evitare contaminazioni ambientali».

Qual è l’impatto sull’ambiente e sulla salute?

Gettare i farmaci nella spazzatura comune è un errore perché contribuisce ad aumentare l’antimicrobico resistenza, contaminando l’ecosistema in cui viviamo

«Il farmaco è un bene e un valore per la salute di tutti. Il suo uso non va banalizzato. Ad esempio, il corretto utilizzo e smaltimento degli antibiotici è fondamentale per la tutela della salute dell’uomo e dell’ambiente», afferma il Segretario di Federfarma. «Per questo, e nell’ottica dell’approccio One Health, che vede la salute dell’ambiente, dell’uomo e del mondo animale strettamente interconnesse, Federfarma è impegnata nel contrasto all’antimicrobico resistenza, un fenomeno che causa oltre 1 milione di decessi l’anno ed enormi costi sociali dovuti ai ricoveri prolungati e ai ritardi nell’effettuazione della terapia. Non si tratta di un fenomeno causato soltanto dal non appropriato uso degli antibiotici, ma anche dalla contaminazione ambientale conseguente allo smaltimento non corretto di questi farmaci. Le farmacie contribuiscono al contrasto dell’antimicrobico resistenza sia trasmettendo ai cittadini una corretta informazione sull’uso proprio e sul corretto smaltimento degli antibiotici, sia erogando servizi sanitari innovativi, come ad esempio il test Point of Care, un test rapido che rivela le infezioni per lo streptococco» spiega ancora Tobia.

Conferma Pasina: «Lo smaltimento scorretto degli antibiotici aumenta il rischio di contaminazione del suolo e delle falde acquifere, contribuendo alla selezione di ceppi batterici resistenti a questi farmaci. È importante evitare di gettare gli antibiotici negli scarichi domestici, poiché possono finire nei fiumi e nei mari attraverso le acque reflue, amplificando il rischio di sviluppare batteri resistenti».

Quali sono le modalità per un corretto smaltimento “casalingo” dei farmaci?

«Bisogna anzitutto separare i blister dalla scatola e dal foglietto illustrativo, che vanno smaltiti nei contenitori della carta – afferma Tobia. Per quanto riguarda i blister con le pillole scadute, vanno gettati nell’apposito contenitore in prossimità della farmacia. Stesso discorso per i flaconi di vetro con residuo di farmaco liquido. Per sensibilizzare sul corretto smaltimento dei farmaci, Federfarma ha partecipato al progetto pilota Recupera e Respira, la prima iniziativa a livello europeo dedicata a educare al recupero e al corretto smaltimento degli inalatori esauriti. La campagna è stata avviata nel 2023 in Friuli Venezia Giulia e ha previsto la consegna di un apposito contenitore e di un kit informativo ad ogni farmacia aderente. I farmacisti, al momento della dispensazione del primo inalatore, hanno ricordato alle persone di non gettare il device nella raccolta indifferenziata (cui era destinato fino ad ora in assenza di un diverso punto di raccolta), ma di riconsegnarlo in farmacia per uno smaltimento sostenibile. Raccolti dalla ditta appaltatrice Assinde, i device sono stati distrutti per combustione a 1100° in termovalorizzatori certificati, evitando la dispersione in atmosfera di residui dannosi per l’equilibrio dell’ecosistema e per la salute dell’uomo. Tale processo consentirà di poter riciclare le materie plastiche recuperate per la produzione di nuovi device o destinarle ad altro impiego».

Perché è importante rispettare la data di scadenza di un farmaco?

Se conservato correttamente, il farmaco non diventa automaticamente inefficace o dannoso il giorno dopo la scadenza

«Perché dopo questa data un farmaco potrebbe degradarsi, diventando inefficace o producendo sostanze dannose – risponde Pasina –. La data di scadenza di un farmaco è obbligatoriamente riportata su tutte le confezioni di medicinali e indica il periodo di validità, basato su studi forniti dal produttore. Tuttavia, questa data non deriva da uno studio che dimostri una perdita di efficacia o un rischio per la salute immediatamente dopo tale termine. L’indicazione della data di scadenza garantisce che, entro quel periodo, la sicurezza e l’efficacia del farmaco siano preservate, ovvero che la quantità di principio attivo e la potenza del farmaco rimangano stabili».

«Non esistono casi documentati in letteratura di tossicità da farmaco scaduto. Pertanto, non bisogna allarmarsi se si assume un farmaco scaduto da pochi giorni. Gli studi disponibili mostrano che, nel 90% dei casi, soprattutto per le formulazioni solide, non c’è una significativa perdita di efficacia del principio attivo, e il farmaco può mantenere stabilità e potenza anche per mesi o anni dopo la scadenza indicata» spiega ancora Pasina.

Da cosa dipende?

«La stabilità dipende anche dalla formulazione e dalle modalità di conservazione: i farmaci liquidi sono più suscettibili a degrado, mentre le compresse tendono a essere più durevoli. Dopo la data di scadenza, un farmaco in formulazione liquida potrebbe mostrare segni di deterioramento visibili, come sedimenti, alterazioni di consistenza o odore, ma non sempre queste modifiche sono visibili. Fiale e siringhe devono essere utilizzate immediatamente dopo l’apertura, poiché la loro validità dura solo pochi minuti. I granulati e le polveri da sciogliere hanno una validità di pochi giorni (generalmente entro 5 giorni), mentre i colliri multidose e gli spray devono essere usati entro 15-20 giorni dall’apertura, e gli sciroppi entro 1-2 mesi. Una volta aperti, i farmaci non dovrebbero essere utilizzati oltre i periodi indicati e bisogna seguire attentamente le istruzioni riportate nel foglietto illustrativo, specialmente per le formulazioni liquide, che contengono anche conservanti» conclude il farmacologo del Mario Negri.

La medicina generale dichiara lo stato di agitazione

Il Consiglio nazionale Fimmg, riunito a Villasimius per l’82simo congresso nazionale, dà mandato per la dichiarazione dello stato di agitazione. Un mandato espresso con forza è affidato al segretario generale Silvestro Scotti e all’Esecutivo nazionale. Alla base della decisione, paventata già nelle scorse settimane, l’inaccettabile ritardo sulla definizione dell’atto di indirizzo, indispensabile per arrivare poi alla firma dell’Accordo collettivo nazionale (ACN) 2022 – 2024, ma anche l’assenza di risorse aggiuntive per il raggiungimento di obiettivi di politica sanitaria in riferimento ad un’assistenza di prossimità. Per questo il Consiglio nazionale si impegna alla mobilitazione attraverso il coinvolgimento assembleare delle sezioni provinciali del paese.

«È imprescindibile e urgente la definizione dell’atto di indirizzo per avviare finalmente le trattative necessarie alla firma dell’ACN per il triennio 2022-2024», dice il segretario generale Silvestro Scotti. «La medicina generale, pilastro fondamentale del Servizio sanitario nazionale, ha affrontato negli ultimi anni sfide straordinarie, tra cui la pandemia e l’evoluzione costante delle esigenze sanitarie della popolazione. Per far fronte a queste sfide e garantire una presa in carico di prossimità moderna ed efficace, è fondamentale dotarsi di un quadro normativo e contrattuale aggiornato. Per la Fimmg, la programmazione asfittica che non va oltre il 2026 e l’assenza dell’atto di indirizzo rappresenta un ostacolo non solo per la categoria, ma per l’intero Servizio sanitario e per la qualità del servizio offerto ai cittadini.

«Abbiamo bisogno di risposte concrete per poter mettere in atto le riforme necessarie, come l’integrazione della telemedicina, la digitalizzazione dei servizi, il potenziamento delle risorse per la medicina territoriale e una migliore tutela del lavoro dei medici di famiglia» 

«Abbiamo bisogno di risposte concrete per poter mettere in atto le riforme necessarie, come l’integrazione della telemedicina, la digitalizzazione dei servizi, il potenziamento delle risorse per la medicina territoriale e una migliore tutela del lavoro dei medici di famiglia attraverso la loro organizzazione di offerta per gruppi di assistenza con personale e strumenti diagnostici», ricorda il leader Fimmg.

Durissimo il richiamo che arriva dall’intera categoria al Ministero dell’Economia e delle Finanze e alla Conferenza delle Regioni, proprio per le questioni contrattuali. «Siamo pronti a batterci affinché la questione si definisca già nei prossimi mesi. Allo stato attuale i medici di medicina generale, che pagano in proprio tutte le spese legate alla professione, sono costretti con uno stipendio allineato al costo della vita del 2021, a supportare l’inflazione corrente. Non volevamo essere eroi in tempo di pandemia – conclude Scotti – non saremo vittime sacrificali ora. In assenza di risposte concrete, che devono arrivare soprattutto a tutela della salute dei cittadini, dallo stato di agitazione saremo pronti a dichiarare lo sciopero».

Salute mentale: il 60% degli italiani sotto pressione, adolescenti in difficoltà

Il 60% degli italiani ha sofferto di stress nell’ultimo anno fino al punto di pensare di non farcela, di non essere in grado di affrontare e gestire le cose; a un italiano su tre questo è accaduto diverse volte negli ultimi dodici mesi.

Tra le principali problematiche sollevate dagli adolescenti, il 30% indica il peso della pressione scolastica e sociale; il 28% le dipendenze (per esempio dalla tecnologia), il 23% ansia, depressione e bassa autostima e, infine, bullismo e cyberbullismo toccano il 19%.

Questi sono alcuni dei dati presentati oggi nella Sala della Regina della Camera dei Deputati, in occasione della Giornata mondiale della Salute Mentale, durante l’incontro L’importanza del benessere mentale, per una Salute Globale promosso da Fondazione Patrizio Paoletti, ente non profit attivo da quasi 25 anni nel campo dell’educazione e della ricerca neuropsicopedagogica.

I numeri, che evidenziano una situazione sempre più preoccupante, sono riportati, rispettivamente, nello studio Ipsos World Mental Health Day, condotto da Ipsos in 31 paesi al mondo, inclusa l’Italia, che esamina la percezione della salute mentale e del modo in cui la sanità se ne occupa, e in un’indagine sui problemi degli adolescenti condotta dalla Fondazione Patrizio Paoletti con l’Università degli Studi di Padova, che ha coinvolto un campione di quasi 1.000 ragazzi partecipanti al progetto Prefigurare il Futuro, mirato al benessere mentale degli studenti dagli 11 ai 19 anni in 12 regioni italiane. 

L’iniziativa odierna, sostenuta dal vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, ha riunito autorità istituzionali, ricercatori ed esperti in diversi ambiti, dalla psicologia alla pedagogia, dallo sport all’innovazione tecnologica, per fare il punto sulla salute mentale in Italia e avviare una riflessione condivisa e interdisciplinare per affrontare il problema in modo trasversale, soprattutto in ottica preventiva.

L’incontro si è aperto con l’indirizzo di saluto dell’on. Mulè: «La salute mentale di ogni individuo è la base per il benessere della società – ha affermato -. La necessità del singolo coincide mai come nel caso della salute mentale con quello della comunità. Per questo è il momento di andare avanti, con coraggio, verso una cultura della cura di tutto ciò che si definisce salute mentale e che abbraccia patologie che vanno dall’ansia alla depressione. Essere accanto a tutte le persone, dagli adolescenti agli anziani, che vivono un disagio significa superare uno stigma culturale ancora presente nella nostra società. Sottovalutare o addirittura negare per vergogna la cura di un disagio comporta un freno non solo al benessere della persona ma a quello della società intera avendo effetti sul fronte professionale di relazione. Per questo è necessario un approccio coraggioso da parte delle istituzioni».

A seguire un videomessaggio del ministro della Salute, Orazio Schillaci, che ha dichiarato: «Affrontare la salute mentale significa superare i vecchi approcci, adottando una visione integrata dove la prevenzione e la cura dei disturbi mentali siano parte di politiche sanitarie inclusive, basate sull’equità e sull’accesso a servizi di qualità. In questa direzione va l’impegno del tavolo tecnico per la salute mentale che abbiamo istituito presso il Ministero della Salute per rafforzare le strutture ed i servizi territoriali, rendendoli più accessibili e vicini alle persone». È  intervenuta poi il sottosegretario del Ministero dell’Istruzione e del Merito Paola Frassinetti.

Queste le parole del fondatore dell’ente promotore dell’incontro, Patrizio Paoletti, che ha aperto i lavori: «La salute è un equilibrio complesso tra il mondo interiore e le relazioni esterne, una Salute Globale che coinvolge il ‘sistema persona’ e si estende a famiglia, scuola, comunità e pianeta. Il benessere mentale e fisico è strettamente connesso alle sfide sociali, economiche e ambientali. Riconoscere questa interdipendenza è essenziale per costruire una società più sana e inclusiva. Da quasi 25 anni, la nostra Fondazione promuove, attraverso ricerca ed educazione, strumenti concreti per sviluppare questa consapevolezza e costruire un futuro più sostenibile. È per questo che siamo qui oggi».

Dopo l’introduzione di Paoletti, spazio al focus sui dati con l’intervento della responsabile studi salute e sanità di Ipsos Italia Stefania Fregosi, che ha appunto illustrato il recente rapporto internazionale sulla salute mentale condotto dall’Istituto: «Quasi il 50% degli italiani – afferma – si è sentito depresso fino a sentirsi triste e senza speranza tutti i giorni o quasi per un periodo che è durato due settimane o più. Donne e giovani le persone in maggiore difficoltà».

A seguire, il presidente della Fondazione Patrizio Paoletti, Gianni Bernardi, ha fotografato la situazione del benessere mentale degli adolescenti emersa nell’ambito del progetto condotto dall’ente in diverse scuole italiane. «Il progetto Prefigurare il futuro ci ha mostrato quanto, ora più che mai, sia importante fornire ai ragazzi gli strumenti per comprendere il proprio mondo interiore e le emozioni, per aiutarli a sviluppare consapevolezza ed equilibrio. Un’educazione che valorizza non solo le competenze cognitive, ma anche le abilità emotive e sociali, prepara i giovani ad affrontare le sfide del mondo con empatia, collaborazione e resilienza».

Bernardi ha inoltre presentato la seconda parte del convegno, orientata a inquadrare l’urgenza di una tutela preventiva della salute globale su diversi fronti: clinico, culturale e sociale.

Tra gli esperti che hanno portato il proprio contributo in questi ambiti: il presidente dell’Ordine nazionale degli Psicologi, David Lazzari, che ha focalizzato l’attenzione sulla salute mentale dei giovani; il vicepresidente dell’Associazione Nazionale Di. Te., Giovanni Siena, che ha affrontato il tema dei bambini e degli adolescenti digitali; il presidente dell’Ordine nazionale dei pedagogisti, Mariangela Grassi, che ha analizzato la situazione della povertà educativa in Italia; il direttore del Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia Università La Sapienza, Eleonora Palma, che si è concentrata sull’invecchiamento neurodegenerativo.

A questi interventi è seguita una tavola rotonda dal titolo Salute mentale e giovani: buone pratiche e strategie. Un dibattitoche, partendo dai contributi precedenti, ha calato nel concreto l’opportunità di fare prevenzione, spaziando tra progetti ludico-educativi, Intelligenza Artificiale e sport.

Moderati dal giornalista scientifico del Tg2 Rai Giorgio Pacifici, sono intervenuti Marco Benini, responsabile progetti socio-educativi Fondazione Patrizio Paoletti, che ha raccontato l’esperienza della Scuola di Circo Sociale a Scampia per combattere emarginazione e dispersione scolastica; Ruben Razzante, professore di Diritto dell’Informazione Università Cattolica Milano e Lumsa Roma, che ha affrontato l’attualissimo tema dell’Intelligenza Artificiale, tra rischi e innovazione responsabile; Maria Rosaria Squeo, responsabile Sanitario CONI, che ha riflettuto sul delicato rapporto tra sport e salute mentale dei giovani.

Il 9% di over75 asintomatici ha una valvulopatia misconosciuta

Circa 150 over75 asintomatici sottoposti a uno screening per le valvulopatie cardiache in sei mesi. Un semplice ecocardiogramma che ha permesso di riscontrare nel 9% dei casi una patologia misconosciuta. Presentati al 82° Congresso nazionale FIMMG-Metis, in corso a Villasimius, i primi risultati del progetto avviato a marzo dalla FIMMG di Milano in collaborazione con l’Heart Valve Center dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e Fondazione Alfieri per il Cuore.

Un’iniziativa nata con l’obiettivo di diagnosticare e prendere in carico quanti più pazienti cronici con questo tipo di patologie.

«Dagli anni difficili del Covid abbiamo imparato che fare rete è l’unico modo per raggiungere tutti i pazienti, soprattutto quelli cronici che hanno bisogno quotidianamente di assistenza – ha sottolineato Anna Pozzi, segretario provinciale di FIMMG Milano -. I risultati sono in linea con quanto riportato nella letteratura internazionale che evidenzia un’incidenza di valvulopatie fino al 13% delle persone sopra i 75 anni e richiamano l’attenzione sulla necessità di estendere lo screening delle malattie valvolari al maggior numero di anziani possibile. Sommando queste informazioni con quanto segnalato dall’Istat sull’invecchiamento della popolazione italiana possiamo ipotizzare che ci siano circa 630.000 anziani con valvulopatie misconosciute sul territorio nazionale».

Il progetto ha preso il via in un primo studio medico della provincia milanese dove, una volta a settimana, un cardiologo ecografista dell’Heart Valve Center dell’IRCCS Ospedale San Raffaele eseguiva, in forma gratuita, uno screening per valutare la presenza di una valvulopatia cardiaca a pazienti asintomatici con più di 75 anni attraverso un ecocardiogramma.

Dopo la diagnosi ai pazienti è stata offerta la possibilità di eseguire visite periodiche e successivi accertamenti per valutare la necessità di un eventuale intervento medico, terapeutico o cardiochirurgico, sempre in collaborazione con l’Heart Valve Center dell’IRCCS Ospedale San Raffaele.

«Siamo felici di aver intrapreso questo cammino con la FIMMG Milano: riteniamo che la prevenzione e la presa in carico dei pazienti cronici debba partire dalla medicina del territorio sino a comprendere gli ospedali. Speriamo che questo primo progetto pilota di proficua collaborazione sulle valvulopatie possa essere incrementato ed esteso ad altri studi medici sul territorio a beneficio di tutta la popolazione –  afferma Francesco Maisano, primario dell’Unità di Cardiochirurgia e direttore dell’Heart Valve Center dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano e professore ordinario di Cardiochirurgia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele -. Questi risultati sono stati possibili perché la medicina del territorio, ovvero la cooperativa IML (Iniziativa Medica Lombardia), IRCCS Ospedale San Raffaele e Fondazione Alfieri per il Cuore, si sono unite per un progetto di salute di ampio respiro e speriamo che questo possa essere di ispirazione per altre strutture e realtà del territorio a beneficio di tutti i pazienti».

Congresso FIMMG: il futuro della medicina generale è in bilico, ma anche in evoluzione

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Dall’82° Congresso Nazionale FIMMG in corso a Cagliari arrivano messaggi forti. Innanzitutto che la medicina generale, pur essendo un pilastro fondamentale della sanità territoriale, «è in grande sofferenza ma ha ancora le energie per farsi ascoltare». Che c’è una crisi di attrattività nei confronti dei giovani. Che, nonostante la digitalizzazione sia partita negli studi dei medici di famiglia negli anni Ottanta, oggi sono spesso accusati di essere l’anello debole nella implementazione della sanità digitale e della telemedicina. Che, a fronte dell’impegno della categoria nel percorso di riforma dell’assistenza territoriale, con l’evoluzione degli Accordi Collettivi Nazionali che hanno previsto forme quali le Aggregazioni Funzionali Territoriali e le Unità Complesse di Cure Primarie, questo impegno rimane spesso misconosciuto e anzi, ogni volta che si giunge a discutere la Legge di Bilancio, l’attenzione alla medicina di famiglia viene meno. Il quadro lo delinea nella sua relazione Silvestro Scotti, Segretario Generale Nazionale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale.

La medicina generale è in grande sofferenza ma ha ancora le energie per farsi ascoltare

Un intervento dai toni accesi, forse anche più del solito, rivolto spesso agli interlocutori politici e istituzionali, non solo italiani, ma soprattutto ai giovani aspiranti medici e alla popolazione di un’Italia sempre più vecchia e affetta da patologie croniche, destinataria della cura dei medici di famiglia, che vogliono continuare ad occuparsene, nonostante il contesto difficile.

La crisi di attrattività: un problema europeo

L’intervento di Scotti ha ricordato un dato preoccupante: la mancanza di attrattività della professione di medico di medicina generale non riguarda solo l’Italia. Il Congresso nei giorni scorsi è stato anche occasione di un confronto internazionale dal quale è emerso che Paesi come Spagna, Regno Unito e Francia vivono una situazione simile alla nostra, dove la professione di MMG fatica a trovare nuovo slancio. Nonostante le differenze di contratti e inquadramento (ad esempio in Francia la medicina generale trova la massima espressione della libera professione, mentre in UK l’organizzazione è più simile a quella italiana), il risultato è lo stesso: sempre meno giovani medici scelgono la medicina generale come percorso professionale. Tra le cause di questa situazione, un mix di eccesso burocratico, scarso riconoscimento e mancanza di adeguata formazione specifica.

L’urgenza di una riforma: messaggio per il G7

Nasce anche dal confronto con i rappresentanti degli altri Stati il messaggio lanciato da Scotti al G7 della Salute che si sta svolgendo in parallelo ad Ancona in questi giorni: serve un cambio di passo globale sulla formazione medica e del personale sanitario che deve costituire una priorità.

Parlando con TrendSanità Scotti aggiunge: «I paesi industrializzati, in particolare quelli del G7, devono riconoscere l’importanza della formazione medica e sanitaria, dando priorità alla cura primaria e al personale sanitario per affrontare le esigenze di una popolazione sempre più anziana e cronica. È fondamentale investire in professioni come medici di famiglia e infermieri, invece di focalizzarsi eccessivamente su iperspecializzazioni, per mantenere un equilibrio generazionale e garantire la salute e la coesione sociale».

Contratti collettivi e riforma dell’assistenza territoriale

Il sistema italiano della medicina generale è regolato dall’Accordo Collettivo Nazionale (ACN), che presenta tuttora importanti sfide strutturali. A febbraio 2024 è stato firmato l’ACN 2019-2021, segnando un passo avanti nella riforma del territorio, con l’intenzione di offrire sia un riconoscimento economico ai medici che una base organizzativa chiara, soprattutto per i giovani professionisti. Tuttavia, nonostante l’impegno nella definizione dei modelli di governance basati sugli ACN, resta il timore che questo sforzo non sia adeguatamente riconosciuto dalle istituzioni, che sembrano ignorare il ruolo primario di tali norme.

Un altro punto critico riguarda l’attesa per l’approvazione dell’Atto di Indirizzo per l’ACN 2022-2024, necessario per aggiornare le norme e adeguarle alle esigenze attuali, comprese le progettualità legate al PNRR.

La pazienza dei medici di famiglia è finita

Sono molti i temi per i quali Scotti utilizza parole forti: in particolare parla di “strage di Stato” in relazione alla carenza dei medici di famiglia ricordando che la definizione degli ambiti carenti e del Ruolo Unico di assistenza primaria è un aspetto critico, poiché senza una soluzione entro marzo 2025, la mancanza di una programmazione adeguata rischia di bloccare l’assegnazione degli incarichi, aggravando ulteriormente la carenza di professionisti nei territori.

Senza medici di famiglia, saltano la sanità territoriale e la coesione sociale

E non manca un richiamo alle prerogative sindacali della FIMMG: «Siamo pronti ad applicarle – sottolinea Scotti – dallo stato di agitazione allo sciopero, facendo capire ai nostri pazienti che è in gioco non un interesse di parte ma la salvaguardia un diritto collettivo costituzionale che dia un futuro: a noi, ai nostri pazienti, al nostro SSN e ai giovani che oggi hanno partecipato al Concorso per diventare Medici di Famiglia».

Il paradosso tecnologico

«Anche sul campo tecnologico – rivendica ancora Scotti – è arrivato il momento di ricordare con orgoglio che la digitalizzazione del SSN è iniziata nello studio di quel singolo medico di famiglia che ha investito su sé stesso, a garanzia dei propri pazienti, con i primi esempi di informatizzazione presenti nella storia del nostro SSN».

Il paradosso emerge quando si osserva che, mentre ai medici di famiglia è richiesto un costante impegno nella digitalizzazione, altri settori sanitari faticano a stare al passo. La transizione digitale appare incompleta, e, nelle parole di Scotti, strumenti come il Fascicolo Sanitario Elettronico spesso includono solo i dati inseriti dai medici di base, lasciando lacune per quanto riguarda i contributi da altri ambiti assistenziali come quelli dell’area specialistica ospedaliera e territoriale.

Legge di bilancio e flat tax

La discussione sulla Legge di Bilancio, da anni, vede la medicina di famiglia chiedere maggiore attenzione. I medici di famiglia, infatti, non solo offrono assistenza sanitaria ma generano occupazione assumendo personale e investendo in tecnologia. Questo sforzo diventa ancora più rilevante per affrontare le sfide organizzative future, soprattutto per i giovani medici che necessitano di supporto con personale sanitario e amministrativo per gestire l’aumento dei pazienti.

Dopo anni di attesa, la categoria percepisce come provocatorio il fatto che si discuta di detassare indennità specifiche per il solo personale dipendente del SSN

Tra le richieste chiave vi sono misure di decontribuzione per i giovani medici e la proposta di una “flat tax variabile” per la medicina di famiglia. Quest’ultima consentirebbe di valorizzare l’impegno professionale e gli investimenti necessari per raggiungere gli obiettivi del servizio. Tuttavia, dopo anni di attesa, la categoria percepisce come provocatorio il fatto che si discuta di detassare indennità specifiche per il solo personale dipendente del SSN.

Il futuro della medicina generale non è ancora scritto

Nelle battute finali della sua relazione Scotti torna alla citazione cinematografica con la quale aveva aperto il suo intervento e, richiamandosi al film “Ritorno al futuro”, sottolinea che «il nostro futuro non è scritto, il futuro di nessuno è scritto. Il futuro è come lo creiamo».  Il rinnovo dei contratti collettivi, le nuove opportunità tecnologiche e un maggiore sostegno ai giovani possono invertire la tendenza. Tuttavia, senza un rinnovato impegno per valorizzare la medicina generale, il SSN rischia di perdere uno dei suoi pilastri fondamentali.

“COSIsiFA”: nasce il network AIFA-Regioni-Istituzioni sanitarie per l’informazione indipendente sui farmaci

Spezzare il monopolio dell’industria farmaceutica sull’informazione dei medicinali con un duplice obiettivo: veicolare verso gli operatori sanitari quelle informazioni scientifiche indispensabili al loro migliore utilizzo e portare i cittadini verso un uso più appropriato dei medicinali.

Considerata da sempre indispensabile per contrastare la spinta verso l’uso di medicinali e prodotti salutistici anche per condizioni che non lo richiederebbero, l’informazione indipendente sui farmaci può da ora contare sul network AIFA-Regioni-Istituzioni sanitarie-Stakeholder che attraverso il progetto “COSIsiFA” (Cittadini e Operatori Sanitari sempre informati sul Farmaco), della durata di almeno tre anni, si ripromette di diffondere capillarmente sul territorio nazionale notizie, informazioni, studi e dati. Senza trascurare la formazione, a cominciare da quella nelle scuole.

L’informazione indipendente – è stato spiegato nel corso della presentazione presso la sede dell’Agenzia a Roma – sarà rivolta a operatori sanitari, pazienti, associazioni e cittadini attraverso sette canali: un sito web di informazione indipendente che faccia da collettore di tutte le iniziative esistenti e future; un bollettino semestrale su tematiche di interesse come pediatria, oncologia, antibiotico-resistenza, cronicità e polifarmacoterapia; produzione di news e newsletter settimanali che rendano fruibile ai più la letteratura scientifica; la produzione di almeno 12 rivisitazioni di studi già pubblicati su temi specifici ma di interesse generale; eventi formativi sia in presenza che a distanza, coinvolgendo anche le scuole; sviluppo della comunicazione tramite social network; sviluppo di una app per l’informazione rapida e personalizzata sui farmaci.

Per la predisposizione di contenuti e strumenti comunicativi sono stati formati 9 gruppi di lavoro, che lavoreranno comunque interagendo e connettendosi tra loro. Quattro di questi “work package” si occuperanno della produzione dei contenuti dell’informazione scientifica su quattro aree di intervento: pediatria, oncologia, antibiotico-resistenza, cronicità e polifarmacoterapia, problema sempre più sentito nella popolazione anziana alle prese in circa il 30% dei casi con la difficile interazione dell’assunzione quotidiana di 10 o più farmaci.  
Gli altri 5 gruppi di lavoro si occuperanno invece della messa a punto degli strumenti informativi e della loro capillare diffusione attraverso: bollettino-newsletter-website; social e app; formazione; revisioni sistematiche degli studi; formazione specifica nelle scuole.

I materiali informativi prodotti dai gruppi di lavoro di contenuto e le revisioni sistematiche saranno disseminati prevalentemente in modalità on-line direttamente sul sito web del progetto che conterrà, suddivise in apposite sezioni, il bollettino bimestrale (18 numeri nei tre anni), le newsletter settimanali (150 nei tre anni), le news dalla letteratura, le schede Horizon sui nuovi farmaci e qualsiasi altro materiale prodotto dai diversi gruppi di lavoro. Il sito, inoltre, avrà una sezione dedicata all’accesso diretto a tutti i prodotti e i servizi indipendenti sul farmaco già realizzati e disponibili (bollettini, banche dati sul farmaco, siti istituzionali e altro ancora), che verranno così ricondotti in un unico luogo a vantaggio degli utilizzatori. Le notizie contenute nel sito saranno rapidamente rintracciabili dall’utente interessato grazie a un sistema di ricerca indicizzato.     
Un modo per mettere anche ordine al grande proliferare in Italia di iniziative e produzioni di materiali vari a livello locale, che spesso non trovano poi adeguati canali di diffusione.

L’informazione indipendente in Pediatria, Oncologia, antibiotico-resistenza, cronicità e polifarmacoterapia

In ambito pediatrico il gruppo di lavoro specifico punterà a produrre schede informative relative ai farmaci per i più piccoli e alle nuove strategie terapeutiche in ambito pediatrico e delle malattie rare. Previste giornate di formazione e corsi rivolti ad operatori sanitari e cittadini.

Per quanto concerne l’oncologia l’informazione sarà mirata soprattutto all’aggiornamento relativo a nuove entità terapeutiche o farmaci con nuova indicazione, per fornire uno strumento atto a definire un utilizzo appropriato e sicuro dei farmaci di nuova rimborsabilità, tenendo conto delle opzioni terapeutiche già presenti sul mercato e delle popolazioni target delle indicazioni d’uso rimborsate. Previsti anche in questo caso corsi e formazione.

Con 11mila morti l’anno causati da infezioni batteriche resistenti agli antibiotici l’Italia è maglia nera in Europa. Un problema di un uso non solo eccessivo, ma anche inadeguato degli antibiotici, riduce il numero di quelli veramente efficaci, aumentando quindi il circolo vizioso delle difficoltà di trattamento. Il problema va quindi affrontato in modo multidisciplinare e multi-strategico. Il gruppo di lavoro istituito su quella che la Commissione Ue ha definito la terza emergenza sanitaria del Continente si inserisce all’interno di un network che ha come scopo quello di formare e informare cittadini e operatori sanitari sul buon uso degli antibiotici a livello territoriale e ospedaliero con il fine ultimo di contrastare il fenomeno.  Per farlo è prevista la produzione di vari materiali informativi sull’uso appropriato degli antibiotici ospedalieri e su quelli usati nel territorio, con report regionali semestrali sull’andamento delle antibiotico-resistenze.

Se la presenza di due o più patologie caratterizza già il 75% dei sessantacinquenni, tale condizione sembra colpire gli ultraottantenni nella loro quasi totalità. La diretta conseguenza di tale fenomeno è l’utilizzo di un elevato numero di farmaci per trattare queste patologie. Dai dati del Rapporto AIFA sull’uso dei farmaci negli anziani, risulta che nel corso del 2019 la quasi totalità della popolazione ultrasessantacinquenne ha ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica (98%), con lievi differenze tra aree geografiche, con consumi giornalieri pari a tre dosi per ciascun cittadino. In questo scenario, la polifarmacoterapia, definita come l’utilizzo contemporaneo di più medicinali (in letteratura si considera l’esposizione a 5 o più farmaci contemporaneamente), è un problema di salute pubblica, perché come noto è associata a una riduzione dell’aderenza terapeutica, nonché a un aumento del rischio di interazioni tra farmaci. Per affrontare il problema il gruppo di lavoro specifico produrrà materiale informativo ponendo particolare attenzione a: interazioni tra farmaci e rischio iatrogeno; inappropriatezza prescrittiva; aderenza terapeutica; cascata prescrittiva; problemi di applicazione delle linee guida; riconciliazione-revisione terapeutica e deprescribing; coinvolgimento attivo del paziente, del caregiver e dei familiari nelle decisioni. Previsti anche eventi formativi a distanza.   

  
A supporto delle attività di informazione, formazione e valutazione dell’appropriatezza prescrittiva nei pazienti cronici esposti alla polifarmacoterapia sarà messo a disposizione della rete dei gruppi di lavoro e delle regioni partecipanti INTERCheck-WEB. Si tratta di uno strumento di supporto alla prescrizione sviluppato dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS con l’obiettivo di fornire a medici e farmacisti informazioni per bilanciare rischi e benefici di una terapia attraverso una valutazione che considera diversi aspetti della farmacologia, risultando per questo particolarmente adatto a valutare i pazienti sottoposti a numerosi trattamenti farmacologici.

Nisticò: «Un’occasione per riequilibrare l’informazione sui farmaci sbilanciata sul marketing”

«Le aziende farmaceutiche investono ingenti risorse – circa 30 miliardi di dollari all’anno soltanto negli USA – nelle attività di promozione rivolte al medico, ma agiscono anche indirettamente sui cittadini attraverso campagne di marketing farmaceutico per stimolare bisogni di salute che non sempre necessitano dei farmaci – spiega il Presidente di AIFA, Robert Nisticò -. Anche le pubblicazioni scientifiche sui nuovi farmaci – prosegue – tendono sempre a enfatizzare i dati di efficacia mettendo in secondo piano i rischi. Per non parlare dell’informazione spesso priva di qualsiasi scientificità veicolata dai social e dalla rete in genere. Per questo – conclude Nisticò – il progetto “COSIsiFa” rappresenta una splendida opportunità per controbilanciare l’informazione scientifica sui farmaci e sul loro corretto uso. Basti pensare al fenomeno delle politerapie che arrivano a contare 10 farmaci assunti giornalmente dai nostri anziani. Un problema che va affrontato fornendo strumenti anche di intelligenza artificiale che consentano al medico di orientarsi tra i numerosi rischi di interazione tra i vari medicinali. Magari per decidere alla fine di derubricarne qualcuno dal ricettario».

«Il network per l’informazione farmaceutica indipendente ha tutte le potenzialità per risolvere le maggiori criticità che oggi riscontriamo nella comunicazione sui medicinali – commenta il Direttore Tecnico Scientifico di AIFA, Pierluigi Russo -. E per garantire la completa indipendenza dell’informazione prodotta tutte le persone coinvolte nel progetto e gli autori dei materiali dovranno sottoscrivere annualmente una dichiarazione sui conflitti d’interesse, che sarà resa pubblica nel sito del progetto. Ogni articolo, derivante dalla letteratura, inoltre avrà al piede eventuali informazioni relative ai finanziamenti degli studi o alla presenza di conflitti d’interesse», conclude Russo.

Ma il progetto non punta solo sull’informazione. «Al giorno d’oggi – afferma Anna Rosa Marra, responsabile dell’Area Vigilanza Post-Marketing dell’AIFA che ha promosso per conto dell’Agenzia l’iniziativa – è impensabile realizzare un progetto di informazione indipendente sul farmaco senza affiancarlo a un’attività di formazione sulla metodologia della ricerca clinica e sui processi di valutazione, approvazione e monitoraggio post-marketing dei farmaci. Mentre l’informazione, infatti, consente la semplice disseminazione delle informazioni, la formazione consente di fornire uno strumento di possibile applicazione pratica delle informazioni ricevute, con il duplice ruolo di rinforzare le informazioni più importanti e, attraverso i casi e le storie, declinarle nella realtà quotidiana».

Crisi SSN, CIMO-FESMED: «Servono riforme strutturali, BTP dedicati e tasse di scopo»

La crisi del Servizio sanitario nazionale e la necessità di nuove risorse per risollevarlo sono state fotografate in modo preciso ed analitico in questi ultimi giorni sia dal Rapporto GIMBE che dalle audizioni in corso sul Piano strutturale di Bilancio alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. Il quadro che ne emerge è sempre più disarmante, e dovrebbe spingere il Governo a prevedere con urgenza azioni incisive e coraggiose che rilancino veramente la sanità pubblica. Un rilancio che vada al di là dei finanziamenti che saranno previsti nella prossima legge di Bilancio, la maggior parte dei quali sarà tra l’altro assorbita dai rinnovi dei contratti del personale, lasciando dunque ben poco all’effettivo miglioramento dell’offerta sanitaria e, quindi, dell’assistenza ai cittadini. Al Servizio sanitario nazionale occorrono risorse extra, che potrebbero derivare da tasse di scopo previste per finanziare specificamente la sanità pubblica.

Oltre alla proposta lanciata da AIOM di aumentare il costo delle sigarette, che ha il doppio obiettivo di disincentivare il fumo e di reperire risorse da investire nel Servizio sanitario nazionale, la Federazione CIMO-FESMED suggerisce:

  • Di destinare al rilancio del SSN 1 miliardo derivante dalla tassazione sugli extraprofitti generati dai settori che negli ultimi anni hanno beneficiato maggiormente della situazione geopolitica e finanziaria;
  • Di aumentare dell’1% l’attuale tassazione sui giochi, ricavando quindi 1,3 miliardi;
  • Di emettere, sulla scia dei BTP Green, nuovi titoli di Stato i cui proventi siano esclusivamente destinati al finanziamento del Servizio sanitario nazionale. Nel 2024, ad esempio, un’unica emissione di BTP Green ha permesso di collocare 9 miliardi.

«Siamo consapevoli dello scenario macroeconomico in cui il Governo è chiamato a redigere la legge di Bilancio, e non vogliamo di certo proporre soluzioni semplicistiche – dichiara Guido Quici, Presidente del sindacato dei medici CIMO-FESMED -, ma i nostri sono solo esempi per evidenziare come, volendo cercarle, le risorse da destinare alla sanità possono essere trovate».  

«È doveroso inoltre specificare che maggiori finanziamenti debbano in ogni caso essere accompagnati da una riforma strutturale del Servizio sanitario nazionale e da un impegno maggiore dello Stato nel controllo delle Regioni, che è essenziale per evitare una dispersione o un utilizzo non oculato delle risorse economiche messe a disposizione. Senza controlli e senza riforme i finanziamenti non saranno mai sufficienti per migliorare la sanità pubblica; ma, al contempo, senza finanziamenti le riforme sono destinate a rimanere sulla carta».

«La situazione è talmente drammatica che non è più il momento di utilizzare la sanità come campo di scontro tra maggioranza e opposizione, che invece dovrebbero collaborare per aiutare sanitari e pazienti in evidente difficoltà. Il governo ha la volontà e il coraggio necessari per fare queste scelte, i cui benefici ricadranno esclusivamente sui cittadini?» conclude il Presidente CIMO-FESMED.

Dal glifosato ai funghi, tutti i rischi nella catena alimentare

Si è tenuta lo scorso venerdì 4 ottobre, nella splendida cornice del Museo Archeologico Nazionale delle Marche di Ancona, la Tavola Rotonda sulla ‘Sicurezza Alimentare’, organizzata dalla Società Italiana di Tossicologia (SITOX). L’evento, parte del calendario di ‘Extra G7 Salute’, è stato moderato dal Presidente nazionale di SITOX, Orazio Cantoni, e ha visto la partecipazione di illustri esperti del settore.

Durante il convegno, si è discusso ampiamente della valutazione scientifica dei rischi legati alla presenza nella catena alimentare e produttiva di sostanze come pesticidi, conservanti e additivi. Il Presidente Orazio Cantoni ha sottolineato l’importanza di garantire una corretta informazione e protezione del consumatore: «Abbiamo analizzato i rischi connessi non solo alle sostanze presenti negli alimenti, ma anche a fenomeni di sofisticazione alimentare e frodi, illustrando come la scienza può aiutare a prevenire e individuare questi rischi, proteggendo la fiducia dei consumatori».

Uno dei temi centrali della Tavola Rotonda è stato il dibattito sull’uso del glifosato, un erbicida largamente utilizzato in agricoltura, divenuto esempio emblematico di cattiva informazione. Contrariamente alle preoccupazioni sollevate da alcune agenzie, infatti, come l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), che lo hanno classificato come potenzialmente cancerogeno, diversi enti regolatori internazionali, come l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) e l’EPA (Environmental Protection Agency) negli Stati Uniti, hanno ribadito che il glifosato non rappresenta un rischio significativo per la salute umana, se utilizzato nelle giuste dosi. Gli esperti hanno sottolineato che la sicurezza del glifosato è garantita quando rispettate le quantità prescritte dalle normative vigenti.

«Le dosi autorizzate sono frutto di un’attenta valutazione scientifica, volta a limitare al massimo l’esposizione della popolazione. Come accade per altre sostanze – ha spiegato Corrado Galli, past president SITOX –  è la dose che determina la tossicità: livelli troppo alti potrebbero essere pericolosi, ma alle dosi comunemente utilizzate in agricoltura, il glifosato non presenta rischi significativi per la salute. Studi approfonditi, come l’Agricultural Health Study, hanno dimostrato che non esiste un legame tra l’uso del glifosato da parte degli agricoltori e un aumento del rischio di tumori. È stato altresì ribadito che il controllo delle infestanti attraverso l’uso di erbicidi come il glifosato contribuisce a mantenere alte le rese agricole, evitando tecniche più invasive e meno sostenibili per l’ambiente».

Nella seconda parte della tavola rotonda, il focus si è spostato sulla sicurezza degli alimenti consumati e sui rischi di intossicazioni alimentari. Carlo A. Locatelli, Direttore del Centro Antiveleni IRCCS Maugeri Pavia e membro SITOX, ha sottolineato come il centro riceva 105.000 richieste di consulenza all’anno, pari a circa 200 al giorno. «Quello dei funghi è l’esempio ‘stagionale’ perfetto per far capire come riusciamo ad intossicarci senza bisogno di acquistare alimenti contaminati al supermercato. Ma è capitato anche di trovare alcaloidi tropanici negli spinaci, dovuti alla contaminazione con stramonio, finito per errore nella catena di produzione. Anche i piselli occasionalmente risultano contaminati da sostanze pericolose».

Locatelli ha anche parlato delle insidie rappresentate dalle piante velenose, spesso confuse con quelle commestibili: «Il colchico autunnale, o falso zafferano, è un fiore bellissimo ma estremamente velenoso, e ci sono stati casi di persone che lo hanno usato per cucinare, con esiti purtroppo mortali. Simili errori capitano anche con la mandragora, raccolta per sbaglio e ingerita». Inoltre, il professore ha sottolineato il rischio rappresentato dalle conserve casalinghe: «Ogni anno si verificano decine di casi di intossicazione da botulino, direi almeno una cinquantina, legati proprio a prodotti fatti in casa».

Gli esperti hanno poi sottolineato l’importanza di scegliere alimenti di stagione e poco processati. “È fondamentale che i consumatori prestino attenzione alla stagionalità dei prodotti, scegliendo frutta e verdura di stagione, che offre il massimo in termini di freschezza e nutrienti, riducendo anche i rischi legati alla conservazione prolungata. Inoltre, gli alimenti poco processati sono una scelta sicura per limitare l’esposizione a conservanti e altre sostanze chimiche che possono aumentare i rischi per la salute».

Tra i relatori della giornata il Capitano Alfredo Russo, Comandante del nucleo NAS di Ancona; Andrea Terron, Senior Scientific Officer di EFSA, e Antonio Iaderosa, Capo Compartimento Centro Repressioni e Frodi Marche/Emilia-Romagna, con un focus su come proteggere il mercato alimentare dalle frodi e garantire la sicurezza dei consumatori, dimostrando ancora una volta l’importanza di un approccio scientifico rigoroso per la tutela della salute pubblica. «In Italia – hanno assicurato – i controlli sugli alimenti sono una cosa seria, l’organizzazione è eccezionale. Gli alimenti sono sottoposti a rigorose verifiche e i ritiri scattano immediatamente appena viene identificato un rischio».