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Troppe responsabilità e poco tempo: ecco cosa allontana le donne dalla donazione di sangue

Responsabilità familiari e impegni: un difficile equilibrio da gestire per le donne italiane, soprattutto per le over 30, che in Italia trovano poco tempo per donare. Un’evidenza che emerge da “Globuli Rosa”, un‘indagine commissionata dal Centro Nazionale Sangue, nell’ambito della campagna “Dona vita, dona sangue”, promossa dal Ministero della Salute in collaborazione con il CNS e le principali associazioni di donatori (AVIS, Croce Rossa, FIDAS, FRATRES e DonatoriNati), per indagare le ragioni che portano le italiane a donare meno rispetto alle donne di altri paesi europei. Questa iniziativa, che oltre all’indagine, ha dato origine ad una vera e propria campagna di sensibilizzazione, mira a identificare le barriere che impediscono alle donne di donare sangue e sviluppare soluzioni perché la donazione diventi una pratica comune.

L’indagine qualitativa, svoltasi tra maggio e luglio 2024, è stata condotta attraverso due modalità ovvero la realizzazione da parte di Doxa di focus group composti da non donatrici o ex donatrici (divise in gruppi a seconda della fascia di età: 30-45 anni e 46-55 anni), e una survey sul portale donailsangue.salute.gov.it, che ha raccolto opinioni ed esperienze personali di 3.947 donne over 30 sul tema della donazione del sangue, allo scopo di instaurare un dialogo diretto e un ascolto attivo delle intervistate e comprendere più nel dettaglio le motivazioni profonde che si celano dietro la mancata donazione.

I focus group evidenziano come, nonostante la donazione di sangue sia percepita positivamente come un gesto altruistico e generoso, questa pratica non trova particolarmente spazio nella routine delle donne over 30. Essendo al centro delle dinamiche familiari e spesso responsabili della cura domestica, dei figli e degli anziani, le protagoniste dell’indagine indicano tra le principali motivazioni della mancata donazione di sangue, la moltitudine di impegni e responsabilità a cui sono tenute a rispondere e la mancanza di tempo che ne deriva. Sentendosi sovraccariche di “doveri” le donne faticano a considerare l’atto della donazione come prioritario.

All’interno di questo contesto infatti, donare sangue è percepito come un gesto complicato a più livelli, non particolarmente chiaro nell’iter e che non riesce a trovare, come dice il rapporto, spazio nel “cuore” – poiché l’impegno emotivo è già destinato alla famiglia-, nella “mente” -, creando ulteriore disordine e fatica-, e nella “vita”, essendo difficile riuscire a collocarlo tra i vari impegni.

A questo fattore si aggiunge la mancanza di supporto che fa sentire la donna socialmente sola: una condizione questa, che appare profondamente diversa rispetto ad altre realtà europee. Il lavoro fragile e privo di un adeguato sistema di welfare infatti, costringe le donne a evitare ulteriori assenze, preferendo utilizzare permessi e ferie per le necessità familiari e personali, piuttosto che per iniziative sociali.

La mancanza di tempo è un “leitmotiv” che emerge anche nella seconda indagine qualitativa, quella relativa alla compilazione della survey. Questa, grazie alle numerose testimonianze (1446 donatrici,1615 non donatrici e 886 ex donatrici), evidenzia, oltre alla mancanza di tempo, che si attesta anche in questo caso al primo posto come freno principale alla mancata donazione (36,8%), altri temi quali la gravidanza e l’allattamento, individuati come due momenti che portano a interrompere le donazioni di sangue e riprenderle con difficoltà in un secondo momento (18,5%). Inoltre, i problemi di salute, reali o percepiti, sono frequentemente citati come motivazioni che ostacolano significativamente questa pratica (14,5%): le donne in Italia spesso pensano di non avere i requisiti per donare, anche se, all’interno del panorama europeo si distinguono per l’ottimo livello di salute di cui godono1. La scarsa informazione (13,6%) in questo senso può contribuire a far sì che erronee convinzioni e pregiudizi ostacolino a priori la spinta a effettuare la donazione.

Infine, ma non per importanza, vengono indicate la mancanza di informazione sul tema (13,6%), paura e preoccupazioni (7,7%) e la percezione negativa del sistema sanitario (2,8%), rinforzata da vissuti ed esperienze passate.


La campagna Dona vita, dona sangue

Lo scorso 11 giugno il Ministero della Salute – in collaborazione con il Centro Nazionale Sangue e le principali associazioni di donatori (AVIS, Croce Rossa Italiana, FIDAS, FRATRES e DonatoriNati) – ha dato il via per il secondo anno a “Dona vita, dona sangue”, una campagna di comunicazione destinata a promuovere la cultura della donazione del sangue e del plasma. La campagna, che ha avuto come testimonial l’attrice Carolina Crescentini e l’ex stella del rugby e conduttore televisivo Martín Castrogiovanni, ha avuto un primo importante risultato nel 2023, quando per tutto il periodo estivo non sono state registrate carenze di sangue.

La donazione di sangue e plasma
La donazione di sangue e plasma è aperta a tutti i cittadini che dispongano di un documento di identità valido.
Per poter donare sono richiesti:

  • Età compresa tra i 18 e i 65 anni (per la prima donazione 60 anni, i donatori periodici possono donare fino a 70, previo consenso del medico selezionatore);
  • Peso corporeo minimo di 50 chilogrammi;
  • Buono stato di salute


Per informazioni e per cercare l’unità di raccolta più vicina consulta: donailsangue.salute.gov.it

Cammina, corri, salta, fai sport: te lo prescrive il medico e i costi sono detraibili…

Nella quotidiana lotta contro le malattie non trasmissibili, un potente alleato per la prevenzione e per la salute delle persone si delinea nell’esercizio fisico. Recenti studi dimostrano che l’attività fisica regolare non è solo un passatempo, ma un vero e proprio “farmaco” preventivo che presto, anche in Italia, i medici potrebbero presto prescrivere in ricetta medica e i cittadini detrarre dalle tasse. Gli esperti concordano: praticare sport con costanza può ridurre significativamente il rischio di patologie croniche come diabete, malattie cardiovascolari e alcuni tipi di cancro.

Secondo l’OMS, a livello globale, 1 adulto su 4 non segue i livelli raccomandati di attività fisica (circa 1 donna su 3 e 1 uomo su 4 non fanno abbastanza attività fisica per rimanere in salute) e più dell’80% degli adolescenti mondiali è insufficientemente attivo. Ne consegue che nelle persone insufficientemente attive il rischio di morte aumenta del 20-30 % rispetto alle persone attive. Prescrivere sport in ricetta medica può rivoluzionare l’approccio alla salute pubblica, ponendo l’esercizio fisico al centro delle strategie di prevenzione, e perché no, anche di sostenibilità del sistema sanitario.

TrendSanità affronta il tema dialogando con Daniela Sbrollini (Italia Viva), Senatrice della Repubblica Italiana e prima firmataria del Disegno di legge 287 che prevede l’introduzione dell’esercizio fisico come prescrizione medica all’interno del Servizio Sanitario Nazionale.

Come nasce il Ddl 287 di inizio agosto? Chi ha avuto l’iniziativa e chi ha aderito alla proposta di legge?

Daniela Sbrollini

«Il DdL 287, depositato da me ad inizio della XIX legislatura, nel novembre del 2022, riprende una analoga iniziativa legislativa che assieme al collega Faraone presentammo in Senato nella legislatura precedente e ha trovato lo scorso agosto ampia convergenza parlamentare. Il Ddl nasce all’interno di un dibattito avviato con il Ministero della Salute, il Ministero dello Sport e con tutti i colleghi della X Commissione del Senato, sulla necessità di introdurre l’esercizio fisico all’interno del SSN, come elemento di prevenzione, riabilitazione e cura. L’adesione a fine luglio da parte dei colleghi Senatori di tutti i partiti e movimenti politici  a questo mio Disegno di legge conferma come il tema sia trasversale e di ampie sinergie ed è importante che Ministero e Parlamento abbiano la stessa sensibilità sul problema. Considerando che è stato incardinato nei lavori della X Commissione, penso che si possa essere ottimisti sul fatto che l’esercizio fisico entro questa legislatura sia riconosciuto e rimborsato dal SSN, anche, se necessario, attraverso a una Legge delega in materia. Del resto, già il Parlamento in questa legislatura, attraverso una iniziativa costituzionale, si è espresso all’unanimità sul ruolo dello sport quale componente della promozione della salute, con l’inserimento dello sport nell’articolo 33 della Costituzione; un’iniziativa legislativa anch’essa che portava la mia firma».

Su quali basi scientifiche poggia l’idea contenuta nel Ddl 287?

«Sono ottimista. Il fatto che il Ddl 287 sia stato incardinato nei lavori della X Commissione, permette di sperare che, entro questa legislatura, l’attività fisica venga riconosciuta e rimborsata dal SSN»

«Il ruolo dell’esercizio fisico è ampiamente documentato in letteratura scientifica. Le “Physical Activity Guidelines Advisory Committee Report 2008 – U.S. Department of Health and Human Services”, pubblicate nel maggio del 2008, rivoluzionarono la letteratura internazionale in materia, indicando le principali evidenze sull’efficacia dell’esercizio fisico nelle diverse condizioni e fornendo le indicazioni per l’uso corretto di questo nuovo strumento terapeutico nella pratica clinica. Secondo studi recenti, 11 minuti al giorno di attività fisica moderata come una camminata veloce oppure 8 minuti al giorno di attività vigorosa sono sufficienti a ridurre il rischio di malattie cardiache, ictus e alcuni tipi di cancro. Il difficile è modificare in maniera permanente lo stile di vita delle persone sedentarie. Lo studio Italian Diabetes Exercise Study2 (IDES_2) pubblicato su JAMA nel 2019 ha dimostrato su 300 diabetici di tipo 2, sedentari e fisicamente inattivi, che un intervento di counselling sullo stile di vita rispetto alle cure standard ha comportato un aumento significativo e sostenuto nel tempo (3 anni) dell’attività fisica e una diminuzione della sedentarietà».

Quali obiettivi si pone il DdL 287?

«Su tutto c’è il nostro Servizio Sanitario Nazionale i cui principi cardine sono l’universalità, l’uguaglianza e l’equità, e il cui obiettivo è la tutela della salute “come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”, in ossequio all’articolo 32 della nostra Costituzione, nonché la promozione, il mantenimento e il recupero “della salute fisica e psichica di tutta la popolazione senza distinzione di condizioni individuali o sociali e secondo modalità che assicurino l’eguaglianza dei cittadini”. Dobbiamo partire da questo se vogliamo comprendere meglio come questo Ddl punti al concetto di salute quale prodromo di una buona sanità, che prevenga le malattie e che possa supportare medici, operatori sanitari nell’offrire ai pazienti sistemi di cura non meramente basati sull’intervento farmacologico, bensì sugli stili di vita e sull’esercizio fisico. Un approccio integrato in materia sarebbe, inoltre, funzionale ad una reale implementazione del documento programmatico del 2007 del Ministero della Salute “Guadagnare salute”, che tra le diverse ipotesi prevede interventi “volti ad affermare una concezione dell’attività sportiva e dell’esercizio fisico che va al di là della sola attività agonistica, divenendo invece un momento di benessere fisico e psicologico che coinvolge tutti i cittadini, giovani e meno giovani”. Da qui, un’idea di sport come momento di aggregazione sociale, promozione della salute nonché come attività formativa ed educativa dell’individuo. Vogliamo ridare dignità clinica al ruolo dell’esercizio fisico, uscendo dal mero approccio di consiglio o suggerimento, ma inserendo lo stesso all’interno del SSN, attraverso la creazione di forti sinergie tra medico di medicina generale, pediatra di libera scelta e specialisti».

Quali risultati si attendono a livello medico? Prevenzione? Terapia? In quale misura?

«Le evidenze scientifiche sui costi e gli oneri sanitari derivanti da stili di vita non salutari sono schiaccianti, e le prove dei benefici dell’attività fisica/esercizio fisico regolare nella prevenzione e nel trattamento delle malattie croniche non trasmissibili sono inconfutabili. Oltre il 50% dello stato di salute può essere attribuito a stili di vita non salutari, tra cui il fumo, l’insana alimentazione, la sedentarietà e l’inattività fisica come principali contributori. Per esempio, sette tumori sono stati collegati a uno stile di vita fisicamente inattivo. La depressione colpisce 17 milioni di americani ed è direttamente collegata a un’attività fisica insufficiente. Il morbo di Alzheimer e le demenze correlate stanno aumentando a un ritmo spaventoso. Entro il 2025, si prevede che il numero di persone di età pari o superiore a 65 anni affette da malattia di Alzheimer raggiungerà i 7,1 milioni di persone. Si stima che negli Stati Uniti siano oltre 30 milioni gli adulti affetti da diabete (e per il 95% si tratta di diabete di tipo 2). Considerando che ogni 21 secondi viene diagnosticato un nuovo caso di diabete, non sorprende che il diabete sia la malattia più costosa negli USA, con un prezzo di 327 miliardi di dollari all’anno. Alla base della stragrande maggioranza dei casi di diabete di tipo 2 ci sono comportamenti di vita non salutari come cattiva alimentazione, sedentarietà e insufficiente attività fisica che portano a sovrappeso e obesità. Oltre al diabete di tipo 2, uno stile di vita non sano è alla base di malattie croniche prevalenti e costose come malattie cardio-vascolari, sarcopenia, demenze e cancro, che portano a morbilità e mortalità prematura. Per tutti questi motivi oggi è necessario che l’esercizio fisico sia prescrivibile, non meramente consigliabile, dando al medico specialista e al medico di medicina generale la possibilità, in collaborazione con gli specialisti del movimento come i laureati in scienze motorie e chinesiologi, di intervenire attraverso piani terapeutici che contemplino l’esercizio fisico all’interno degli stessi come strumento di prevenzione e cura».

Quale sollievo sociale e sanitario di spesa per il SSN si potrebbe avere con l’avvio dell’esercizio fisico in ricetta medica? Quale tipo di ricetta medica? Bianca o rossa?

«L’attività fisica è un efficace strumento di prevenzione e come tale deve rientrare nella strategia di intervento nei confronti di persone sane o affette da qualche patologia e l’esercizio fisico dovrebbe essere inserito nel normale iter terapeutico per il trattamento di diverse patologie. Tuttavia, questa tipologia di intervento appare ancora largamente sottovalutata nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale. Si sottovalutano i benefici clinici, sociali ed economici che l’inserimento dell’esercizio fisico potrebbe avere sull’individuo e su tutta la collettività. La prescrizione su ricetta rossa porterebbe a considerare l’esercizio fisico come strumento terapeutico di primaria importanza, al pari con gli interventi farmacologici e quelli dietetico-alimentari. Occorre, pertanto, che gli interventi di prevenzione mirati alla promozione dell’attività fisica e motoria, i programmi di sorveglianza sulla diffusione tra la popolazione dei fattori di rischio per malattie croniche, nonché la prescrizione controllata dell’attività fisica nei pazienti a rischio rientrino nei LEA – Livelli Essenziali di Assistenza. Una fusione tra programmi di assistenza sanitaria e di fitness cardio-metabolico nelle comunità non è più un’opzione, ma una necessità».

Quali vantaggi ci sarebbero per i cittadini? I costi dello sport potranno essere detratti?

«Lo sport è un “farmaco” che non ha controindicazioni, fa bene a tutte le età. A volte, a causa di difficoltà economiche, il genitore rinuncia a mandare il figlio a fare sport perché ci sono altre priorità»

«Lo sport è un “farmaco” che non ha controindicazioni, fa bene a tutte le età. A volte, a causa di difficoltà economiche, il genitore rinuncia a mandare il figlio a fare sport perché ci sono altre priorità. I cittadini devono trovare nell’attività motoria e nell’esercizio fisico un elemento per la promozione della propria salute. Oggi l’Italia ha purtroppo dei primati a livello europeo sulla sedentarietà: oltre un terzo della popolazione, soprattutto al Sud e nelle Isole è totalmente inattivo. Anche sull’obesità infantile i dati sono allarmanti e, sempre nelle regioni del Sud e nelle Isole, il numero dei bambini in sovrappeso e obesi ha raggiunto livelli di guardia: secondo ISTAT e IBDO Report sono in questa condizione il 26,3% dei bambini e adolescenti tra i 3 e i 17 anni (2,2 milioni). Una situazione inaccettabile dal punto di vista clinico e socio-economico e ci fa capire che, se non interveniamo subito, in futuro il carico di italiani con malattie croniche non trasmissibili (obesità, diabete tipo 2, malattie cardiovascolari e tumori) sarà destinato ad aumentare mettendo in crisi il nostro SSN. Nel nostro Paese il costo dell’inattività fisica è stimato a 1,3 miliardi di euro nei prossimi 30 anni. Un costo assolutamente non sostenibile dal nostro SSN e sul quale dobbiamo intervenire anche con strumenti legislativi appropriati in tema di incentivazione, attraverso la detrazione dal 730 di parte dei costi connessi all’esercizio fisico prescritto. Dobbiamo agire sull’inerzia del cittadino, incentivandolo e supportandolo, e su quella istituzionale, e non solo con strumenti legislativi, ma finanziando di più il nostro SSN».

Reumatologia e salute globale: l’approccio One Health al centro del XXVII Congresso CReI

La reumatologia italiana si ritrova nei prossimi giorni a Firenze in occasione del XXVII Congresso nazionale del Collegio Reumatologi Italiani – CReI, che si apre con un titolo insolito, What Else? (9-12 ottobre, Palazzo dei Congressi, Firenze) quasi a sottolineare l’unicità di questo evento nel panorama degli appuntamenti scientifici nazionali. Un’originalità che salta all’occhio perché segue coraggiosamente l’approccio One Health, visto che all’evento CREI, come sottolinea la presidente del Collegio Daniela Marotto, “si porrà la persona e la malattia reumatologica al centro di una rete di relazioni, rapporti multidisciplinari, sguardi epidemiologici e collaborazioni con farmacisti, sociologi, economisti, giuristi, legislatori, psicologi, decisori istituzionali ed esperti dello sviluppo ambientale sostenibile”.

Il tutto anche con una decisa immersione nell’innovazione tecnologica in sanità, visto che CReI ha avviato il progetto Digital Team Solution Healthcare pensato come agorà per operatori sanitari, pazienti e caregiver dove comprendere e utilizzare al meglio gli strumenti innovativi messi a loro disposizione.

CReI: una nuova visione della reumatologia 

A Firenze il Collegio presenterà, nei lavori congressuali, un approccio specialistico complessivo che porta uno sguardo prospettico nuovo sulla reumatologia e sulla sanità nel suo complesso. Come descrive Daniela Marotto, per CReI “la cura della persona con patologia reumatologica parte dalla creazione di una rete e dall’esaltazione della multiprofessionalità in quanto ingredienti essenziali per perseguire gli obiettivi dell’universalità e dell’equità delle cure nei confronti dei cittadini”.

Obiettivi che saranno condivisi con i circa mille partecipanti al Congresso, che seguiranno le oltre 50 sessioni previste su quattro giornate di lavoro, con gli interventi di circa centoventi speakers e relatori di prestigio. Tra questi, ovviamente, alcuni tra i massimi esperti nazionali di reumatologia: dal vicepresidente CReI Alberto Migliore (che proporrà un approfondimento su osteoartrosi: interazione del microbiota e mondo articolare) a Luis Severino Martin (che modererà la sessione su psoriasi e artrite psoriasica). A partire dai concetti fondativi espressi dalla presidente Marotto, Patrizia Amato (coordinatore esecutivo del Collegio) entra nel merito del programma, in cui “ampio risalto sarà dato al confronto su aspetti di rilevanza clinica pratica, diagnosi, terapia e influenza dei determinanti ambientali quali stress, sonno, attività fisica, alimentazione ed inquinanti su patologie come artrite reumatoide, spondiloartriti, artrite psoriasica, LES, miositi, sclerosi sistemica, dolore cronico, sindrome fibromialgica, uveiti, artrosi”. “Una particolare attenzione”, prosegue Amato, “verrà poi riservata al rischio cardiovascolare, neoplastico e infettivo che gravano sui nostri pazienti e che sono fortemente influenzati dall’ambiente”.

12 Ottobre: Giornata del Malato Reumatico 

Il Congresso si svolge nei giorni della Giornata Mondiale del Malato Reumatico, che ricorre nella data del 12 ottobre. Quest’anno la WAD, Organizzazione internazionale che promuove questa occasione, ha lanciato il tema «È tutto nelle tue mani, agisci!», come invito a prendere coscienza della necessità di intraprendere iniziative unificate tra pazienti, clinici e organizzazioni. Non a caso il CReI propone proprio in questa giornata – come evento a latere del XXVII Congresso – un evento aperto a tutti i pazienti, pensato come momento di dialogo e confronto tra cittadini e specialisti. Si tratta di un Meeting-Pazienti che prevede molteplici approfondimenti su: comunicazione medico-paziente, sul rapporto tra malattie reumatologiche e salute riproduttiva di donne e uomini.

Perché One Health? 

“Abbiamo creato un programma congressuale imperniato sul concetto One Health così come definito e promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità”, spiega la presidente Marotto, “Ogni anno nel mondo nove milioni di persone muoiono perché vivono in ambienti non sani. L’inquinamento ambientale si associa anche ad un aumento del rischio e all’ingravescenza delle malattie reumatologiche. Ed ecco dunque che One health rappresenta l’approccio ideale per raggiungere l’obiettivo di una salute globale affrontando in un concetto olistico i bisogni delle popolazioni sulla base dell’intima relazione tra la loro salute e l’ambiente in cui vivono”. Da qui la sessione inaugurale (10 ottobre) con la lettura magistrale proposta da Antonio Giordano (oncologo dello Sbarro Institute, Philadelphia) su One health strategie innovative in ambito di ambiente e correlazione con le patologie reumatologiche, a cui più in generale seguiranno un insieme di comunicazioni e approfondimenti che avranno la correlazione ambiente-salute-patologia reumatologica come chiave di lettura.

Multidisciplinarietà concreta

Da anni il CReI spinge forte sull’acceleratore della “contaminazione” di saperi professionali. Perché? “Non si può fare a meno di battere costantemente il terreno della multidisciplinarietà”, precisa la presidente Marotto, “Ad esempio abbiamo avviato un cammino specifico di onco-reumatologia visto che è nota l’associazione tra alcuni particolari tipi di neoplasie quali linfomi, tumore del polmone, melanoma e patologie reumatologiche quali artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico e sindrome di Sjogren mentre altre tipologie di tumore sarebbero meno frequenti nei nostri pazienti”. E CReI non si ferma qui: è infatti attiva anche nel programma congressuale anche una forte collaborazione con gli psicologi di Associazione Nazionale Psicologi Psicoterapeuti-ANAPP (da qui il Corso sulla Sinergia psicologo-reumatologo per la presa in carico e trattamento integrato del paziente, 12 ottobre) e con i fisioterapisti per tutto l’ambito riabilitativo (da cui il Corso Riabilitazione in reumatologia, uno sguardo multidisciplinare, 12 ottobre).

L’importanza della medicina di genere

In linea con il tema portante di tutto l’evento congressuale un’attenzione particolare verrà data alla medicina di genere. “Secondo la visione globale del concetto di salute”, dice Patrizia Amato, “è necessaria l’erogazione di cure appropriate che presuppongano la centralità dell’individuo e la personalizzazione delle terapie. Come dunque potremmo prescindere dal tener conto che le differenze biologiche definite dal sesso in termini di fattori genetici, ambientali, socioeconomici e culturali influenzano lo stato di salute di un soggetto?” Oggi, prosegue Amato, intendiamo sviluppare ed offrire una ‘cultura medico-reumatologica della differenza’, che possa render conto dell’identificazione di sottogruppi di pazienti in base all’età, sesso, fenotipo articolare, durata e attività della malattia”. L’intera sessione del venerdì pomeriggio (11 ottobre) sarà dedicata a Reumatologia e medicina di genere, e si aprirà con la comunicazione su “Artrite e fertilità: è tempo di pensare agli uomini. Dall’esperienza pratica alle evidenze scientifiche”.

Inedito: le Escape Rooms 

Nel mondo ludico dei giochi e dei passatempi le Escape Rooms sono divenute in questi ultimi anni una soluzione divertente e intelligente. Di che si tratta? Un gruppo di “amici” (o cavie) si ritrovano in un ambiente chiuso e isolato e devono cercare di uscirne grazie a tentativi plurimi. L’escape room in Reumatologia è una delle più insolite attività proposte all’interno di CReI 2024! In realtà la proposta è un formato di edutainment in cui ai partecipanti viene proposta un’esperienza particolarissima: piccoli gruppi di specialisti verranno infatti “chiusi” in una di queste rooms-stanze da cui potranno uscire solo dopo aver risolto (in tempi definiti) quesiti ed enigmi clinico-terapeutici messi a punto dal Comitato Scientifico del Congresso.

CReI oggi

Il Collegio è nato nel 1995. L’attuale Direttivo CReI è in carica dal 2021 e vede la seguente governance: Daniela Marotto (presidente); Alberto Migliore (vice-presidente), Angelo De Cata (past-president); Patrizia Amato (coordinatore esecutivo). I consiglieri sono: Gianpiero Baldi, Vincenzo Bruner, Paolo di Giuseppe, Fortunato Ferracane, Mirca Lagni, Giuliana La Paglia, Antonio Marchetta, Paolo Moscato, Raffaele Zicolella, Luis Severino Martin, Carlo Venditti e Rosetta Vitetta.

Giornata della salute mentale: dall’Iss il primo studio sull’assistenza in gravidanza e dopo il parto

In vista della Giornata Mondiale della Salute Mentale, che si celebra il 10 ottobre, l’Istituto Superiore di Sanità ha reso noto i dati delle sorveglianze Passi (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) e Passi d’Argento: il 6% degli adulti italiani riferisce sintomi depressivi, una quota in calo in generale ma in aumento nelle persone di 18-34 anni.

La salute mentale, in particolare delle donne in gravidanza e nel primo anno dopo il parto, è stata anche oggetto di uno studio appena pubblicato da alcuni ricercatori dell’Iss e della London School of Economics (LSE), che descrive per la prima volta il supporto disponibile nei Dipartimenti di Salute Mentale (DSM) italiani per le donne con disturbi mentali perinatali, confrontando l’offerta nazionale con le buone pratiche raccomandate dalle linee guida internazionali.

Con una partecipazione pari al 94% dei DSM presenti sull’intero territorio nazionale, i risultati dello studio evidenziano che:

–    soltanto il 58% dei DSM offre un counselling preconcezionale alle proprie utenti in età riproduttiva e solo il 5% dispone di materiale informativo per questo scopo;

–    il 54% dei DSM non è dotato di un’équipe o di un professionista di riferimento per la psicofarmacoterapia durante la gravidanza e l’allattamento

–    l’80% dei DSM non ha definito un percorso diagnostico terapeutico assistenziale per i disturbi mentali perinatali.

Emerge chiaramente la necessità di incrementare le risorse dei DSM per sanare le carenze nell’assistenza rispetto alle necessità specifiche delle donne con disturbi mentali perinatali, che richiedono setting e percorsi dedicati, accesso prioritario e una presa in carico integrata con i professionisti del percorso nascita.

L’impatto economico dei problemi di salute mentale perinatale non trattati supera di gran lunga il costo necessario a rendere disponibili servizi di salute mentali adeguati

La promozione e la tutela della salute mentale della donna in gravidanza e nell’anno successivo alla nascita del bambino rappresentano una priorità di salute pubblica riconosciuta a livello internazionale – sottolinea Ilaria Lega, che ha coordinato lo studio- I disturbi mentali sono tra le patologie più frequenti della gravidanza e del periodo postnatale, ne soffre una donna su cinque. Se non riconosciuti e trattati adeguatamente, questi disturbi hanno un impatto negativo a breve, medio e lungo termine sulla salute della donna e del bambino. Le ricerche della LSE dimostrano che l’impatto economico dei problemi di salute mentale perinatale non trattati supera di gran lunga il costo necessario a rendere disponibili servizi di salute mentali adeguati.”

L’indagine, condotta nell’ambito del progetto “Rilevazione dei percorsi preventivi e assistenziali offerti alla donna, alla coppia e ai genitori per promuovere i primi 1000 giorni di vita, anche al fine di individuare le buone pratiche, i modelli organizzativi e gli interventi adeguati”, realizzato con il supporto tecnico e finanziario del Ministero della Salute nell’ambito del bando CCM 2019 e coordinato dal Reparto Salute della Donna e dell’Età Evolutiva del CNaPPS, ISS, ha coinvolto i professionisti sanitari dei 127 DSM nazionali. “Se l’alta partecipazione testimonia l’interesse e la sensibilità dei professionisti dei DSM su questo tema – continua Lega – i risultati segnalano l’urgenza di rendere disponibili nei servizi di salute mentale formazione specifica e personale per la presa in carico dei disturbi mentali perinatali, contribuendo a promuovere la salute di almeno due generazioni”.

Da GIMBE il Piano di rilancio del SSN e la richiesta di un patto politico e sociale

«Il Rapporto che la Fondazione GIMBE pubblica periodicamente rappresenta un prezioso spaccato di analisi sulle condizioni e i problemi della sanità in Italia. L’edizione di quest’anno, dedicata alle criticità del sistema sanitario, acquisisce un interesse particolare, ponendosi come sollecitazione all’applicazione dei principi di universalità e uguaglianza sanciti dalla Costituzione. Il Servizio Sanitario Nazionale costituisce, infatti, una risorsa preziosa ed è pilastro essenziale per la tutela del diritto alla salute, nella sua duplice accezione di fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. La sua efficienza è frutto, naturalmente, delle risorse dedicate e dei modelli organizzativi applicati, responsabilità, quest’ultima, affidata alle Regioni. Per garantire livelli sempre più elevati di qualità nella prevenzione, nella cura e nell’assistenza, è necessaria la costante adozione di misure sinergiche da parte di tutti gli attori coinvolti». Lo afferma il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel messaggio inviato in occasione della presentazione – presso la Sala Capitolare del Senato della Repubblica – del 7° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

«Dati, narrative e sondaggi di popolazione – esordisce Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – dimostrano che oggi la vera emergenza del Paese è il Servizio Sanitario Nazionale». Un divario della spesa sanitaria pubblica pro capite di 889 euro rispetto alla media dei paesi OCSE membri dell’Unione Europea,  con un gap complessivo che sfiora i 52,4 miliardi; la crisi motivazionale del personale che abbandona il SSN; il boom della spesa a carico delle famiglie (+10,3%); quasi 4,5 milioni di persone che nel 2023 hanno rinunciato alle cure, di cui 2,5 milioni per motivi economici; le inaccettabili diseguaglianze regionali e territoriali; la migrazione sanitaria e i disagi quotidiani sui tempi di attesa e sui pronto soccorso affollati «dimostrano – continua Cartabellotta – che la tenuta del SSN è prossima al punto di non ritorno, che i princìpi fondanti di universalismo, equità e uguaglianza sono stati ormai traditi e che si sta lentamente sgretolando il diritto costituzionale alla tutela della salute, in particolare per le fasce socio-economiche più deboli, gli anziani e i fragili, chi vive nel Mezzogiorno e nelle aree interne e disagiate».

Definanziamento cronico

«La grave crisi di sostenibilità del SSN – afferma Cartabellotta – è frutto anzitutto del definanziamento attuato negli ultimi 15 anni da tutti i Governi, che hanno sempre visto nella spesa sanitaria un costo da tagliare ripetutamente e non una priorità su cui investire in maniera costante: hanno scelto di ridurre il perimetro della tutela pubblica per aumentare i sussidi individuali, con l’obiettivo di mantenere il consenso elettorale, ignorando deliberatamente che qualche decina di euro in più in busta paga non compensano certo le centinaia di euro da sborsare per un accertamento diagnostico o una visita specialistica». Il Fabbisogno Sanitario Nazionale (FSN) dal 2010 al 2024 è aumentato complessivamente di 28,4 miliardi di euro, in media 2 miliardi di euro per anno (figura 1), ma con trend molto diversi.

Nel periodo pre-pandemico (2010-2019) alla sanità pubblica sono stati sottratti oltre 37 miliardi tra “tagli” per il risanamento della finanza pubblica e minori risorse assegnate rispetto ai livelli programmati. Negli anni 2020-2022 il FSN è aumentato di ben 11,6 miliardi, una cifra tuttavia interamente assorbita dai costi della pandemia COVID-19, che non ha permesso un rafforzamento strutturale del SSN né consentito alle Regioni di mantenere in ordine i bilanci. Per gli anni 2023-2024 il FSN è aumentato di 8.653 milioni: tuttavia, nel 2023 1.400 milioni sono stati assorbiti dalla copertura dei maggiori costi energetici e dal 2024 oltre 2.400 milioni sono destinati ai doverosi rinnovi contrattuali del personale. Le previsioni per il prossimo futuro non lasciano intravedere alcun rilancio del finanziamento pubblico per la sanità: infatti, secondo il Piano Strutturale di Bilancio deliberato lo scorso 27 settembre in Consiglio dei Ministri, il rapporto spesa sanitaria/PIL si riduce dal 6,3% nel 2024-2025 al 6,2% nel 2026-2027 (tabella 1). A fronte di una crescita media annua del PIL nominale del 2,8%, nel triennio 2025-2027 il Piano Strutturale di Bilancio stima una crescita media della spesa sanitaria del 2,3% annuo. «Questi dati – spiega Cartabellotta – confermano il continuo e progressivo definanziamento del SSN che non tiene conto dell’emergenza sanità e prosegue ostinatamente nella stessa direzione dei Governi precedenti».

Crescita del peso sulle famiglie

Rispetto al 2022, nel 2023 i dati ISTAT (tabella 2) documentano che l’aumento della spesa sanitaria totale (+4.286 milioni) è stato sostenuto esclusivamente dalle famiglie come spesa diretta (+3.806 milioni) o tramite fondi sanitari e assicurazioni (+553 milioni), vista la sostanziale stabilità della spesa pubblica (-73 milioni). «Le persone – spiega Cartabellotta – sono costrette a pagare di tasca propria un numero crescente di prestazioni sanitarie, con pesanti ripercussioni sui bilanci familiari. Una situazione in continuo peggioramento, che rischia di lasciare l’universalismo del SSN solo sulla carta, visto che l’accesso alle prestazioni è sempre più legato alla possibilità di sostenere personalmente le spese o di disporre di un fondo sanitario o una polizza assicurativa. Che, in ogni caso, non potranno mai garantire nemmeno ai più abbienti una copertura totale come quella offerta dal SSN».

La spesa out-of-pocket – ovvero quella pagata direttamente dai cittadini – che nel periodo 2021-2022 ha registrato un incremento medio annuo dell’1,6% (+5.326 in 10 anni), nel 2023 si è impennata aumentando del 10,3% (+3.806 milioni) in un solo anno (figura 2). «Una cifra enorme – commenta il Presidente – e largamente sottostimata, in quanto arginata da vari fenomeni: la limitazione delle spese per la salute, l’indisponibilità economica temporanea e, soprattutto, la rinuncia alle cure». Infatti, secondo l’ISTAT nel 2023 4,48 milioni di persone hanno rinunciato a visite specialistiche o esami diagnostici pur avendone bisogno, per uno o più motivi: lunghi tempi di attesa, difficoltà di accesso (struttura lontana, mancanza di trasporti, orari scomodi), problemi economici (impossibilità di pagare, costo eccessivo). E per motivi economici nel 2023 hanno rinunciato alle cure quasi 2,5 milioni di persone (4,2% della popolazione), quasi 600.000 in più dell’anno precedente.

Crolla la spesa per la prevenzione

Rispetto al 2022, nel 2023 la spesa per i “Servizi per la prevenzione delle malattie” si riduce di ben 1.933 milioni (-18,6%). «Tenendo conto che la prevenzione – commenta Cartabellotta – è la “sorella povera” del SSN, al quale viene allocato circa il 6% del finanziamento pubblico, tale riduzione rappresenta un’ulteriore spia del sotto-finanziamento che, inevitabilmente, costringe Regioni e Aziende sanitarie a sottrarre risorse ad un settore sì fondamentale, ma considerato differibile. Ma tagliare oggi sulla prevenzione avrà un costo altissimo in termini di salute negli anni a venire, documentando la miopia di queste scelte di breve periodo».

Crisi del personale sanitario

«La sanità pubblica – commenta Cartabellotta – sta sperimentando una crisi del personale sanitario senza precedenti: inizialmente dovuta al definanziamento del SSN e ad errori di programmazione, oggi, dopo la pandemia, è aggravata da una crescente frustrazione e disaffezione per il SSN.  Turni massacranti, burnout, basse retribuzioni, prospettive di carriera limitate ed escalation dei casi di violenza stanno demolendo la motivazione e la passione dei professionisti, portando la situazione verso il punto del non ritorno». I dati raccolti da organizzazioni sindacali e di categoria documentano infatti il progressivo abbandono del SSN: secondo la Fondazione ONAOSI, tra il 2019 e il 2022 il SSN ha perso oltre 11.000 medici per licenziamenti o conclusione di contratti a tempo determinato e ANAAO-Assomed stima ulteriori 2.564 abbandoni nel primo semestre 2023. L’Italia dispone complessivamente di 4,2 medici ogni 1.000 abitanti (figura 3), un dato superiore alla media OCSE (3,7), ma sta sperimentando il progressivo abbandono del SSN e carenze selettive: oltre ai medici di famiglia, alcune specialità mediche fondamentali non sono più attrattive per i giovani medici, che disertano le specializzazioni in medicina d’emergenza-urgenza, medicina nucleare, medicina e cure palliative, patologia clinica e biochimica clinica, microbiologia, e radioterapia.

«Ma la vera crisi – continua il Presidente – riguarda il personale infermieristico: nonostante i crescenti bisogni, anche per la riforma dell’assistenza territoriale, il numero di infermieri è largamente insufficiente e, soprattutto, le iscrizioni al Corso di Laurea sono in continuo calo, con sempre meno laureati». Con 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti (figura 4), l’Italia è ben al di sotto della media OCSE (9,8), collocandosi tra i paesi europei con il più basso rapporto infermieri/medici (1,5 a fronte di una media europea di 2,4).

Inoltre, nel 2022 i laureati in Scienze Infermieristiche sono stati appena 16,4 per 100.000 abitanti (figura 5), rispetto ad una media OCSE di 44,9, lasciando l’Italia in coda alla classifica prima solo del Lussemburgo e della Colombia. Per l’Anno Accademico 2024-2025 sono state presentate 21.250 domande per il Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche a fronte di 20.435 posti, un dato che dimostra la mancata attrattività di questa professione.

Livelli Essenziali di Assistenza e divario Nord-Sud

Rispetto ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) – le prestazioni e i servizi che il SSN è tenuto a fornire a tutti i cittadini gratuitamente o dietro il pagamento di un ticket – nel 2022 solo 13 Regioni rispettano gli standard essenziali di cura, con un ulteriore aumento del divario Nord-Sud (figura 6): Puglia e Basilicata sono le uniche Regioni promosse al Sud, ma comunque in posizioni di coda. «Siamo di fronte – commenta Cartabellotta – ad una vera e propria frattura strutturale Nord-Sud nell’esigibilità del diritto alla tutela della salute. A questo quadro si aggiunge la legge sull’autonomia differenziata, che affonderà definitivamente la sanità del Mezzogiorno, assestando il colpo di grazia al SSN e innescando un disastro sanitario, economico e sociale senza precedenti che avrà conseguenze devastanti per milioni di persone».

Mobilità sanitaria e conseguenze economiche

Anche la mobilità sanitaria evidenzia la forte capacità attrattiva delle Regioni del Nord, con i residenti delle Regioni del Centro-Sud spesso costretti a spostarsi in cerca di cure migliori. In particolare nel decennio 2012-2021 le Regioni del Mezzogiorno hanno accumulato un saldo negativo pari a 10,96 miliardi di euro (figura 7). «L’aumento della migrazione sanitaria ha effetti economici devastanti non solo sulle famiglie – aggiunge Cartabellotta – ma anche sui bilanci delle Regioni del Mezzogiorno, che risultano ulteriormente impoverite».

Stato di avanzamento del PNRR

Al 30 giugno 2024 sono stati raggiunti i target europei che condizionano il pagamento delle rate all’Italia. «Tuttavia, effettuata la “messa a terra” dei progetti – spiega il Presidente – la loro attuazione già risente delle diseguaglianze regionali, in particolare tra Nord e Sud del Paese». I risultati preliminari del 4° Monitoraggio Agenas sul DM 77/2022 documentano che, al 30 giugno 2024 sono stati dichiarati attivi dalle Regioni il 19% delle Case di Comunità (268 su 1.421) (tabella 3), il 59% delle Centrali Operative Territoriali (362 su 611) (tabella 4) e il 13% degli Ospedali di Comunità (56 su 429) (tabella 5), con ritardi particolarmente marcati nel Mezzogiorno.

Il target intermedio sulla percentuale di over 65 in assistenza domiciliare è stato raggiunto a livello nazionale e in tutte le Regioni tranne che in tre Regioni del Sud. Al 31 luglio 2024 sono stati realizzati il 52% dei posti letto di terapia intensiva (figura 8) e il 50% di quelli di terapia sub-intensiva (figura 9), con nette differenze regionali. «La Missione Salute del PNRR – chiosa Cartabellotta – è una grande opportunità, che rischia di essere vanificata se non integrata in un piano di rafforzamento complessivo della sanità pubblica: non può e non deve diventare una costosa “stampella” per sorreggere un SSN claudicante. Peraltro, la legge sull’autonomia differenziata va “in direzione ostinata e contraria” agli obiettivi dell’intero PNRR che prevedono di ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali. Così facendo, non solo si tradiscono le finalità del PNRR, ma si indebitano le future generazioni per aggravare ulteriormente le disparità nell’accesso alle cure tra Nord e Sud».

«Perdere il SSN – conclude Cartabellotta – non significa solo compromettere la salute delle persone, ma soprattutto mortificarne la dignità e ridurre le loro capacità di realizzare ambizioni e obiettivi. È per questo che la Fondazione GIMBE ha aggiornato il Piano di Rilancio del SSN: un programma chiaro in 13 punti che prescrive la terapia necessaria a salvare il nostro SSN “malato”. Un piano che ha come bussola l’articolo 32 della Costituzione e il rispetto dei princìpi fondanti del SSN e mette nero su bianco le azioni indispensabili per potenziarlo con risorse adeguate, riforme coraggiose e una radicale e moderna riorganizzazione. Per attuare questo piano, la Fondazione GIMBE invoca un nuovo patto politico e sociale, che superi divisioni ideologiche e avvicendamenti dei Governi, riconoscendo nel SSN un pilastro della nostra democrazia, uno strumento di coesione sociale e un motore per lo sviluppo economico dell’Italia. Un patto che chiede ai cittadini di diventare utenti informati e responsabili, consapevoli del valore del SSN, e a tutti gli attori della sanità di rinunciare ai privilegi acquisiti per salvaguardare il bene comune».

«Taranto per tre giorni capitale mondiale della biologia sintetica». La visione del ventenne Guido Putignano

«Avevo 14 anni, mia nonna si era ammalata di Parkinson e vedevo che i farmaci che prendeva avevano effetti limitati se non addirittura nulli. Ero a Taranto, non sapevo a chi fare domande di ingegneria biomedica, non c’erano centri di ricerca e quindi ho cominciato a studiare e a fare esperimenti da solo».

È una storia avvincente quella che racconta a TrendSanità Guido Putignano, che ora di anni ne ha 22 ed è considerato uno dei giovani ricercatori più brillanti del mondo in tema di biologia sintetica con collaborazioni e studi dal Politecnico di Milano, a Cambridge, da Harvard a Zurigo.

«Mi sono avvicinato all’ingegneria biomedica, per cercare di risolvere i problemi complessi di questo secolo, soprattutto quelli legati alla biologia – ci racconta Putignano –. Ho iniziato a capire che spesso i medicinali trattano più i sintomi che la causa delle malattie, specialmente quelle croniche come il Parkinson o i tumori, che sono molto complesse. I farmaci attuali rimangono nel corpo per poche ore, giorni al massimo. Le terapie più avanzate, come gli anticorpi o le terapie cellulari, possono durare settimane o anche anni, con la possibilità di cambiare radicalmente l’approccio, curando la malattia e non solo i sintomi».

Per studiare tutto questo, però, il giovane ricercatore ha dovuto lasciare la Puglia, anche se il legame con Taranto non si è mai interrotto tanto che dall’11 al 13 ottobre Putignano ha fatto in modo che la sua città sul mar Ionio diventi la capitale mondiale della biomedicina con decine di relatori in arrivo da ogni dove, persino dalla NASA, per i Taranto Biotech Days di cui TrendSanità è media partner.

Ma torniamo a qualche anno fa e alla storia di Putignano per capire cos’altro ha in mente per la sua città.

Che tipo di esperimenti faceva a 14 anni? 

«Perlopiù per curiosità, cose semplici, come sensori per monitorare il corpo, o piccoli esperimenti meccanici. Non erano certo molecolari, ma servivano a capire il funzionamento di base. E lì ho capito che serviva un approccio ingegneristico per risolvere i problemi biologici. Alla fine, l’ingegnere per definizione risolve problemi, no? Mi ricordo che al quarto anno di liceo provavo a fare tutto da solo, ma non riuscivo a fare quasi nulla anche perché era come stare su un’isola deserta, non conoscevo nessuno che potesse guidarmi o darmi un riscontro».

Dove faceva questi esperimenti, in un laboratorio scolastico? 

«No, a casa. Avevo messo insieme un piccolo laboratorio. Giravo per negozi, raccoglievo pezzi e costruivo quello che mi serviva. Facevo prove su prove, un po’ alla cieca. E questo spirito di curiosità è rimasto, anche se adesso, finalmente, ho trovato un ecosistema che mi supporta. Poi, verso la fine del liceo, ho iniziato a concentrarmi su attività ingegneristiche e di ricerca, soprattutto online. La cosa bella di Internet è che quello che prima potevi fare solo a Los Angeles o San Francisco, ora lo puoi fare ovunque, anche a Taranto. Ho iniziato a fare coding e ad approfondire le nuove tecnologie, come la realtà virtuale e sintetica. Cinque, sei anni fa erano quasi sconosciute, ora sono temi comuni».

Guido Putignano

E poi immagino che all’università tutto questo si sia incanalato verso la ricerca vera e propria, giusto?

«Esatto, dal gioco si è passati alla realtà. Al secondo anno di università ho vinto una borsa di studio molto competitiva per fare ricerca in laboratorio. Ho lavorato a Zurigo e ho presentato i miei risultati a Cambridge. Quello studio era sugli organoidi cerebrali, cioè cellule che si dispongono in 3D per simulare un organo. In futuro, potrebbero essere usati per testare farmaci specifici su misura del paziente. Poi ho lavorato su tecniche di ingegneria cellulare, in particolare sulle CAR-T cells, cellule ingegnerizzate con una proteina che le rende molto efficaci contro i tumori. Successivamente, ho fatto un progetto con Harvard sul cellular programming, cioè come trasformare un fibroblasto in una cellula staminale. È importante per capire come migliorare le terapie e ridurre i costi. Con approcci computazionali siamo riusciti a migliorare il tasso di successo della trasformazione cellulare di oltre il 40%, riducendo così i costi delle terapie di quasi 50 volte». 

E così arriviamo all’evento di Taranto? 

«L’evento non vuole esaurirsi in tre giorni. Nasce dal bisogno di creare un ecosistema di ricerca sostenibile. La città ha ricevuto dei fondi europei per fare un centro di ricerca, ma senza un contesto adeguato rischia di essere una “cattedrale nel deserto”. L’obiettivo è creare un luogo di incontro locale, nazionale e internazionale per discutere delle nuove frontiere tecnologiche e fare innovazione sul territorio. Abbiamo iniziato in pochi, ma ora siamo un team di 120 persone, tutte mosse dalla voglia di cambiare le cose». 

Firmato il primo accordo HERA Invest per la ricerca su minacce biologiche alla salute pubblica

Lunedì 7 ottobre la Commissione, mediante l’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie (HERA) e la Banca europea per gli investimenti, ha firmato un accordo da 20 milioni di € con la società biofarmaceutica francese Fabentech. Ciò aiuterà l’azienda a sviluppare e diffondere medicinali ad ampio spettro al fine di combattere le minacce biologiche per la salute pubblica.

L’analisi delle minacce condotta dall’HERA ha dimostrato l’importanza di sviluppare la piattaforma tecnologica di Fabentech, basata sulla produzione di frammenti di anticorpi policlonali ad ampio spettro che riconoscono e neutralizzano gli agenti patogeni e le tossine nel corpo umano. Grazie alle sue capacità integrate di ricerca e sviluppo e di bioproduzione, Fabentech intende sviluppare e produrre rapidamente nuove immunoterapie, in modo da migliorare l’efficacia della risposta alle emergenze di sanità pubblica.

Primo accordo del genere nell’ambito di HERA Invest: ne seguiranno altri per rispondere a minacce sanitarie prioritarie in Europa

L’accordo odierno è il primo nel suo genere nell’ambito di HERA Invest. Sono in fase di preparazione ulteriori investimenti con altre imprese europee, che permetteranno di stimolare l’innovazione per rispondere a minacce sanitarie prioritarie quali patogeni ad alto potenziale pandemico, minacce chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari (CBRN) e resistenza agli antibiotici. Iniziativa faro dell’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie, HERA Invest è un’integrazione di 100 milioni di € al programma InvestEU finanziato dal programma EU4Health, che in ultima analisi mira a proteggere i cittadini dalle minacce per la salute.

Nel 2022 l’Autorità europea per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie, insieme agli Stati membri, ha individuato tre specifiche minacce per la salute ad alto impatto alle quali è fondamentale prepararsi a rispondere. Per garantire la disponibilità e l’accessibilità delle contromisure mediche, l’HERA sostiene lo sviluppo, la capacità di produzione e l’espansione della produzione, dell’approvvigionamento e della potenziale costituzione di scorte di medicinali, strumenti diagnostici, dispositivi medici e dispositivi di protezione individuale, nonché di altre contromisure mediche. In quest’ottica l’HERA ha collaborato con la Banca europea per gli investimenti per predisporre HERA Invest. 

Il Nobel per la Medicina va a Ambros e Ruvkun per i loro studi sul microRNA

Il Nobel per la Medicina è stato assegnato agli americani Victor Ambros e Gary Ruvkun per la scoperta del microRNA, piccole molecole di RNA che hanno un ruolo centrale nella regolazione dei geni.

Le anomalie presenti nel microRNA possono giocare un ruolo importante in malattie come i tumori, o in difetti congeniti dell’udito, della vista o dello scheletro.

Victor Ambros, 71 anni, insegna Scienze naturali alla University of Massachusetts Medical School. Nato nel 1953 negli Stati Uniti, ad Hanover (New Hampshire) ha studiato al Massachusetts Institute of Technology, dove è rimasto anche dopo il conseguimento del dottorato, e nel 1985 si è trasferito all’Università di Harvard. Dal 1992 al 2007 ha insegnato nella Dartmouth Medical School poi alla University of Massachusetts Medical School, dove lavora attualmente.

Gary Ruvkun, insegna genetica all’Università di Harvard. Nato nel 1952 negli Stati Uniti, a Berkeley (California), ha conseguito il dottorato all’Università di Harvard nel 1982 e ha proseguito il lavoro di ricerca al Massachusetts Institute of Technology, dove ha lavorato dal 1982 al 1985 e poi è stato ricercatore Massachusetts General Hospital e all’ Harvard Medical School, dove insegna attualmente.

Fabrizio D’Adda di Fagagna, dell’Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche di Pavia (Cnr-Igm) e IFOM Ets, commenta così questa assegnazione: «I microRNA (miRNA) sono noti ora per essere coinvolti in pressoché ogni aspetto della fisiologia della cellula e in moltissime patologie.  Per questo motivo sono considerati sia un potenziale farmaco che un potenziale target di interventi terapeutici. In questo senso si collocano all’interno delle terapie dell’RNA.

Il premio Nobel a Gary Ruvkun e Victor Ambros premia il lavoro di due scienziati entrambi operanti negli Stati Uniti che ha portato alla scoperta dei RNA corti detti microRNA, inizialmente nell’umile verme Caenorabditis elegans, ma poi studiati in varie specie viventi, compreso l’uomo.

I miRNA sono degli RNA che non codificano per delle proteine. Piuttosto modulano la loro espressione. In questa maniera, i miRNA possono orchestrare l’espressione di diversi geni, fornendo cosi un ulteriore livello trasversale di controllo della funzione dei geni».

L’eco-ansia cresce tra i giovani: il futuro del pianeta fa paura

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Sempre più spesso i media mostrano immagini di disastri climatici: inondazioni, laghi che si prosciugano, ghiacciai che si sciolgono, mentre i leader mondiali sembrano reagire in modo lento e incerto. Non sorprende che i giovani si sentano sempre più angosciati per il futuro. Una crescente preoccupazione che si riflette perfino nelle ricerche su Internet: secondo l’agenzia di stampa Grist, nel 2021 le ricerche su Google per “ansia climatica” sono aumentate del 565%.

L’American Psychological Association  descrive l’eco-ansia come “una paura cronica di una catastrofe ambientale”, che può esprimersi con un lieve stress fino a veri e propri disturbi clinici. Del resto anche l’OMS evidenzia come il cambiamento del clima stia diventando una minaccia sempre più concreta per la salute mentale e il benessere sociale.

Un sondaggio pubblicato su Lancet Planetary Health nel 2021, che ha coinvolto oltre 10.000 giovani tra i 16 e i 25 anni, ha rivelato che il 60% degli intervistati è molto preoccupato per il clima e quasi la metà afferma che questa ansia influenza la loro vita quotidiana.

Molti giovani si sentono impotenti e delusi dalle generazioni più anziane che non stanno facendo abbastanza per affrontare la crisi. Si sentono intrappolati in una specie di “ingiustizia intergenerazionale”.

Ne parlano a TrendSanità Vittoria Ardino, Professore di Psicologia delle emergenze e del trauma presso l’Università di Urbino “Carlo Bo”, Simona Frassone, Presidente di ScuolaAttiva onlus, e Luca Cavalieri, attivista di Extinction Rebellion.

Eco-ansia, cambiamenti climatici e salute mentale

Vittoria Ardino
Vittoria Ardino

«Negli ultimi anni, il cambiamento climatico ha avuto un impatto sempre più evidente sulle nostre vite, portando a una maggiore consapevolezza –, spiega Ardino. Per questo di parla sempre più spesso di eco-ansia, un fenomeno legato all’anticipazione di un futuro incerto dovuto alla crisi del clima.

Non è solo una semplice preoccupazione a lungo termine, ma una risposta emotiva complessa e articolata a un futuro che appare minaccioso, soprattutto a causa di eventi climatici estremi sempre più frequenti.

Non si tratta solo di paura dell’avvenire: è un’ansia spesso associata a una percezione di impotenza e mancanza di speranza, che può influire sulla salute mentale in diversi modi.

Vivere in uno stato di allerta costante, nel tentativo di controllare un futuro incerto, impedisce di concentrarsi sul presente, limita l’energia psichica per affrontare la vita quotidiana e ostacola la capacità di regolare le emozioni. In questo modo è più difficile mantenere la calma e la sensazione di sicurezza.

Inoltre, l’eco-ansia può aggravarsi quando interagisce con altri fattori di stress, come i conflitti globali, che peggiorano il senso di incertezza e di paura, soprattutto nelle persone più vulnerabili».

Media e social network

«Per i giovani, l’eco-ansia è una sfida notevole, – continua Ardino – che influenza la loro visione del domani e le decisioni importanti, come avere figli. Già colpiti dalla pandemia di COVID-19, che ha minato la loro capacità di progettare il futuro, molti giovani si sentono ora ancora più incerti.

Un senso di impotenza e preoccupazione che ha alimentato il movimento giovanile per il clima, con figure come Greta Thunberg che rappresentano un modo per trasformare la frustrazione in azione, per incanalare la rabbia nei confronti delle generazioni precedenti, responsabili di lasciare in eredità un pianeta in crisi.

I media e i social network giocano un ruolo sempre crescente nella diffusione della consapevolezza sul cambiamento climatico e sull’eco-ansia

È fondamentale trovare un equilibrio: se da un lato è necessario sensibilizzare e informare la popolazione sui problemi legati al cambiamento climatico, dall’altro bisogna evitare un eccesso di allarmismo che può alimentare l’ansia.

Un’informazione chiara, accurata e basata sui dati è essenziale. Spesso si comunica la crisi climatica come un fenomeno distante o come qualcosa che non ci riguarda direttamente e che può favorire un atteggiamento di evitamento. I media hanno la responsabilità di spiegare in modo chiaro e accurato la realtà, senza sminuire né esagerare».

Eco-ansia nei bambini italiani: il 95% teme per il futuro del pianeta

Preoccupazione, tristezza, rabbia: sono solo alcune delle emozioni descritte dai bambini sul futuro del pianeta.

Un recente studio italiano ha rivelato che il 95% dei bambini è preoccupato per l’ambiente e il 40% ha fatto brutti sogni legati al cambiamento climatico, al punto da avere difficoltà a dormire o a mangiare. Questo studio, condotto nell’ambito del progetto “A Scuola di Acqua” di Scuolattiva Onlus e supervisionato dall’Università di Pavia, ha coinvolto circa 1.000 bambini tra i 5 e gli 11 anni.

Simona Frassone

«La ricerca, – ci dice Frassone –  ha mostrato che i bambini sono consapevoli dei problemi ambientali e del cambiamento climatico: quasi il 97% crede di poter fare la differenza attraverso piccoli gesti quotidiani, dimostrando una volontà di contribuire attivamente alla tutela del pianeta.

Abbiamo anche confrontato le risposte dei bambini con quelle delle loro insegnanti, più scettici sulla possibilità di portare avanti un vero cambiamento. È un divario che deve far riflettere sull’importanza dell’educazione ambientale e sul modo in cui parliamo ai bambini di questi temi, sul linguaggio che usiamo. I bambini, anche quelli non esposti a calamità, percepiscono il cambiamento climatico attraverso ciò che vedono e ascoltano dagli adulti e dai media.

Non è tutto perduto, anzi i bambini ci hanno indicato la via per il cambiamento

È quindi fondamentale il modo in cui comunichiamo e comunicheremo l’emergenza climatica. Termini come “bomba d’acqua” sono negativi e allarmisti. Serve il giusto equilibrio tra allerta e speranza, affinché le nuove generazioni non crescano solo con la paura, ma con la consapevolezza che il cambiamento è possibile, anche grazie al contributo del singolo.

La scuola può svolgere un ruolo decisivo, a patto che non si trasmetta sfiducia ai bambini. È vero che lasciamo in eredità un mondo in difficoltà, ma è doveroso mostrare la strada per migliorare la situazione».

Azione collettiva: può alleviare l’eco-ansia?

Il cambiamento climatico sta influenzando sempre più la vita dei giovani, anche se la percezione del problema è diversa, varia in base a come è elaborato e alla centralità che assume nei valori e riferimenti culturali dei ragazzi.

È quanto ci dice Cavalieri, attivista di Extinction Rebellion: «Alcuni giovani sono molto sensibili alla questione, mentre altri lo sono meno. Una variabile importante è l’ottimismo: chi è più ottimista, tende a distogliere l’attenzione dalle informazioni negative, mentre i pessimisti ne sono maggiormente influenzati. Ma, indipendentemente dalle differenze individuali, il cambiamento climatico incide ormai profondamente sul benessere psicologico dei giovani.

Oggi affrontiamo sfide senza precedenti e la crisi climatica è una di queste. La percezione del problema dipende sicuramente dalla sensibilità personale e dal livello di consapevolezza: per alcuni, un’estate calda può sembrare solo un disagio temporaneo, mentre per altri può rappresentare una minaccia esistenziale.

Coinvolgere giovani e adulti in attività collettive può aiutare a canalizzare la paura in energia positiva e in un impegno concreto

Nella nostra esperienza, la consapevolezza sta crescendo, ma c’è ancora molta polarizzazione. Molti si sentono impotenti e spesso l’attivismo dell’età universitaria si affievolisce con l’ingresso nel “mondo degli adulti”, dove le preoccupazioni ambientali sono messe da parte per fare spazio alle sfide quotidiane, come il lavoro e la stabilità economica. Si crea così una sorta di conflitto tra l’urgenza di agire e le esigenze della vita».

«Per affrontare l’eco-ansia in modo costruttivo, – interviene Ardino – serve anche promuovere la consapevolezza emotiva e il dialogo tra generazioni. L’attivismo è una strada, ma è altrettanto importante sviluppare strategie che trasformino le emozioni in azioni reali, mantenendo un equilibrio tra consapevolezza e speranza».

Niente figli e locus of control

«Molti giovani stanno iniziando a mettere in dubbio un istinto così primitivo come quello della riproduzione a causa del cambiamento climatico, anche se non ci sono dati certi a riguardo – prosegue Cavalieri.

Ma non è l’unico fattore: le crisi economiche e i conflitti in corso generano un panorama psicologicamente complesso. La sicurezza economica di oggi non è paragonabile a quella delle generazioni precedenti e ciò influisce sulla visione del futuro.

Trasformare l’eco-ansia in uno strumento di attivismo può essere una soluzione. Molti giovani si avvicinano ai movimenti climatici perché vogliono trasformare il loro disagio in azioni concrete. Movimenti come Extinction Rebellion, accolgono queste preoccupazioni, cercando di trasformarle in energia positiva. L’idea è non fermarsi alla preoccupazione, ma agire.

L’attivismo climatico non è solo per i giovani. Coinvolgere persone di tutte le età è fondamentale per creare un movimento inclusivo e veramente efficace

Il concetto di locus of control è fondamentale: quando ci sentiamo impotenti, è difficile immaginare di fare qualcosa. Ma unirsi ad altre persone che condividono le stesse preoccupazioni, può dare un maggiore senso di controllo e capacità d’azione. Attivarsi e unirsi agli altri è un modo per sentirsi più forti.

Anche cambiare le abitudini quotidiane può aiutare a ridurre l’eco-ansia, ma è bene non illudersi che piccoli gesti siano sufficienti ad affrontare una crisi globale. Le decisioni più importanti sono prese a livelli molto più alti e per un vero cambiamento è necessaria una mobilitazione collettiva. Anche se cambiare le proprie abitudini, può essere un modo per concretizzare i propri valori, viverli nella quotidianità, cosa che può farci sentire più integri.

Come movimento, evitiamo di impostare il tema ambientalista sui consumi individuali, poiché ogni abitudine ha una propria storia che non ci permettiamo di giudicare; diversamente, si innescherebbe un effetto polarizzante che potrebbe facilmente distogliere dal vero problema: l’irresponsabilità dei sistemi economici e politici di fronte all’emergenza climatica ed ecologica».

Prevenzione, digitale e invecchiamento attivo al Think Tank della salute

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Una grande sfida per il futuro della salute, il Think Tank – La Salute che vorrei: quale percorso per la Sanità del futuro, l’evento, giunto alla sua seconda edizione, che si è svolto in questi giorni a Roma, alla Galleria del Cardinale Colonna, e che ha visto un confronto tra i massimi esperti del mondo istituzionale della salute con l’intervento del Ministro della Salute, Orazio Schillaci, seguito da Alessio Butti, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione, Francesco Zaffini, Presidente 10ª Commissione Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale – Senato della Repubblica e Gian Marco Centinaio, Vicepresidente del Senato della Repubblica, insieme a diversi stakeholder della salute, del sistema sanitario a livello nazionale. Attori impegnati nella sanità italiana – società scientifiche, professionisti clinici, della formazione e non solo – si sono confrontati sulle conoscenze del mondo medico per assicurare ai cittadini una migliore qualità di cura. L’obiettivo è quello di rafforzare il Servizio sanitario nazionale, facendo rete tra i diversi attori coinvolti e consolidando l’assetto territoriale per far nascere un nuovo modello di sanità con il supporto della digitalizzazione. Una sanità di prossimità, che arriva anche a domicilio.

La prevenzione è un investimento necessario per favorire un invecchiamento sano e attivo lungo tutto l’arco della vita e per dare sostenibilità al Servizio sanitario nazionale. È l’unica vera strategia perseguibile sulla quale il governo è fortemente impegnato anche nei consessi internazionali, considerato che già adesso l’Italia deve fare i conti con una popolazione italiana sempre più anziana e di cui prendersi cura. In questo percorso si inseriscono i risultati che vanno consolidandosi sul piano dell’innovazione con investimenti del PNRR per rafforzare la sanità di prossimità e territoriale e per la digitalizzazione del Servizio sanitario nazionale. In particolare, latelemedicina, il Fascicolo SanitarioElettronico e l’impiegodell’intelligenza artificiale in campo sanitario costituiscono le basi del lavoro che si sta facendo per potenziare questi strumenti che già oggi sono rivoluzionari e stanno cambiando il modo di approcciarsi alla sanità, per erogare prestazioni sanitarie e per relazionarsi con i medici. Si tratta di un cambiamento epocale che coinvolge tutti, dai sanitari ai cittadini, e che ha iniziato a far parte ormai della nostra quotidianità. In questo senso, la giornata del Think Tank ha permesso di avere una visione complessiva su sanità, investimenti e tutela della salute dei cittadini. La politica si è interfacciata con chi opera quotidianamente nel mondo della salute, acquisendo informazioni e creando una rete tra stakeholder, quali, ad esempio, AGENAS, AIFA, Farmindustria, Confindustria e gli Ordini Professionali, per offrire un nuovo modello di sanità.

Tra i temi affrontati, la fuga dei cervelli e la possibilità oggi di venire a conoscenza quasi in tempo reale di tecnologie innovative che possono trovare immediata applicazione. Il fatto che la politica, come emerso al Think Tank, abbia carpito immediatamente l’importanza di sviluppare nuove tecnologie è un passo avanti decisivo. Questo potrà permettere ai giovani di rimanere in Italia. Risorse umane e intelletti che rimangono sul territorio aiuteranno a sviluppare le tecnologie nel nostro Paese come invece non avveniva in passato. L’eccellenza nella medicina significa anche eccellenza nella ricerca e nello sviluppo.

“La giornata di confronto sul presente e soprattutto sul futuro del nostro sistema sanitario, nell’ambito del Think Tank svoltosi in questi giorni a Roma, è stata l’occasione per ribadire l’impegno da parte del Ministero della Salute nel rilanciare il Servizio sanitario nazionale. In questo periodo abbiamo posto le basi per risolvere e superare tante annose questioni che investono la sanità pubblica. Sono aumentate le risorse per il Fondo Sanitario Nazionale e da gennaio verrà tolto il tetto di spesa per le assunzioni del personale sanitario. Stiamo lavorando sulla prossima legge di bilancio con il chiaro obiettivo di finalizzare le risorse per assumere più personale e soprattutto per pagare meglio gli operatori che rimangono nel Servizio sanitario nazionale. Per garantire la migliore assistenza possibile ai cittadini da poco è diventato legge il decreto per l’abbattimento delle liste d’attesa. Con lo sguardo rivolto al futuro, prevenzione e innovazione rappresentano le priorità strategiche per rendere il Servizio sanitario nazionale sempre più moderno, equo e sostenibile” – ha dichiarato Orazio Schillaci, Ministro della Salute.

“Stiamo lavorando molto sulla digitalizzazione dei servizi sanitari perché riteniamo che velocizzare la risposta al paziente sia fondamentale. In questo modo, grazie alla tecnologia, possiamo anche migliorare l’efficienza delle cure e delle terapie e l’efficacia del servizio. Ad esempio, sull’efficienza delle cure e delle terapie noi insistiamo moltissimo, non solo sugli ospedali virtuali, che alleggerirebbero gli ospedali che sono sovraffollati o i pronto soccorso, ma consentirebbero anche ai pazienti di poter essere visitati e curati mentre sono comodamente a casa propria. Anche sotto il profilo culturale questa è certamente una conquista. Il Fascicolo Sanitario Elettronico si basa esclusivamente sull’impostazione tecnologica e la valorizzazione del dato. Con la distinzione tra dati amministrativi, dati sanitari e dati clinici finalmente possiamo capire come intervenire, attraverso il sistema degli alert, quando lo screening di un paziente mostra dei livelli che sono alterati. Immediatamente il medico da remoto verifica, controlla, interviene e aggiusta anche la terapia. Questo è il punto fondamentale. Il tema è quello della telechirurgia, per cui, poter intervenire su un paziente che è ricoverato a Milano da New York è fondamentale, e per far questo dobbiamo dotarci di un’importante connettività e soprattutto del 5G” – ha spiegato Alessio Butti, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’innovazione tecnologica.

“La prevenzione, come Rita Levi-Montalcini ha sostenuto a più riprese, è finalizzata a dare più vita ai giorni e non più giorni alla vita. Prevenire quindi è fondamentale per il paziente; il paziente deve essere ben informato, ed ecco che la prevenzione è anche e soprattutto comunicazione. Se il paziente è tranquillo, se il paziente è ben edotto su quali sono le modalità di prevenzione a cui può approcciarsi può veramente avere salva la vita. Ed è questo l’obiettivo del Ministro Orazio Schillaci che vuole rendere una sanità più vicina al cittadino e, per renderla più vicina al cittadino, il cittadino deve essere tranquillo, deve iniziare a fidarsi del sistema salute. Prevenire è anche importante utilizzando le nuove tecnologie, ed ecco che l’innovazione tecnologica, la robotica, l’intelligenza artificiale è fondamentale come braccio operativo della prevenzione, per una medicina che è sempre più di precisione ed è personalizzata, perché la medicina non è solo cura ma è soprattutto prevenzione, prima di arrivare laddove non si riesce ad avere una vera e propria cura della malattia” – ha precisato Maria Rosaria Campitiello, Capo Dipartimento della Prevenzione, della Ricerca e delle Emergenze Sanitarie del Ministero della Salute.

“Uno degli obiettivi che ci siamo proposti di raggiungere quest’anno è la definizione di un piano sanitario nazionale che si colleghi con tutti i provvedimenti che già sono stati introdotti in questi due anni, primo fra tutti il decreto liste d’attesa, dove finalmente abbiamo una strutturazione del sistema in maniera tale da permettere, una volta a regime, di ridurre fortemente le liste d’attesa e di dare la possibilità ai pazienti – grazie all’integrazione pubblico-privato – di non dover attendere nel momento in cui hanno bisogno di  accedere a una prestazione. Il decreto prevede un monitoraggio e un’incentivazione a usufruire delle prestazioni a livello territoriale, ambulatoriale e domiciliare. Il ruolo del medico anche di medicina generale è integrato con gli specialisti, soprattutto perché l’obiettivo è far sì che non sia il paziente a doversi muovere ma che al contrario possa accedere alle prestazioni nel territorio di residenza. Un altro aspetto fondamentale e dirimente è quello riguardante il personale sanitario. È in programma un piano triennale di assunzioni molto importante del personale sociosanitario all’interno del sistema sanitario, accompagnato anche da agevolazioni che possano permettere una remunerazione più conveniente per attrarre nuovamente personale sanitario all’interno del Servizio sanitario nazionale” – ha commentato Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento della programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del SSN del Ministero della Salute.

“Istituiremo un comitato scientifico di esperti, che possa, come già fatto per la ‘Terra dei Fuochi’, avere un approccio ‘One Health’ alla salute, attivando programmi di prevenzione specifici. Un approccio autonomo puramente scientifico immune da qualsiasi tipo di influenze. Attraverso un metodo interdisciplinare e collaborativo, possiamo affrontare le sfide attuali e future, identificare le migliori pratiche e promuovere il cambiamento positivo. Ci impegniamo a collaborare per la prevenzione e la salute pubblica, e per sviluppare strategie efficaci per affrontare le sfide emergenti. Mettiamo in comune le nostre conoscenze, le nostre esperienze e le nostre idee al fine di costruire un futuro più sano e prospero per tutti.

La medicina preventiva rappresenta un approccio fondamentale per preservare la salute e prevenire le malattie. Attraverso interventi mirati a identificare e affrontare i fattori di rischio, la medicina preventiva cerca di ridurre l’incidenza delle malattie croniche e migliorare la qualità della vita delle persone. Questo approccio si basa sull’importanza della prevenzione primaria, che comprende la promozione di stili di vita sani, la vaccinazione, lo screening e la diagnosi precoce delle patologie” – ha dichiarato Antonio Giordano, presidente Sbarro Institute e professore alla Temple University Usa.