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Cittadinanzattiva in audizione alla Camera: «Si arrivi ad una legge unica nazionale che riconosca la figura e i diritti del caregiver»

Una legge nazionale che riconosca la figura del caregiver in senso ampio, al di là del vincolo di convivenza, e che si occupi di definirne propri diritti e tutele al di là di quelli della persona della quale il caregiver si prende cura. È questa in estrema sintesi la richiesta avanzata oggi di Cittadinanzattiva nel corso dell’audizione presso l’XI Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati.

«Attendiamo una legge nazionale che finalmente riconosca diritti e risorse per circa otto milioni e mezzo di persone, perché ad oggi c’è una situazione molto frammentata con alcune Regioni che hanno emanato normative non sempre omogenee. Da un’indagine svolta da Cittadinanzattiva lo scorso anno emerge ad esempio che oltre la metà dei caregiver è stato costretto ad abbandonare gli studi o ridurre l’orario di lavoro: una conseguenza quasi scontata se si pensa che più di due su tre (34,7%) dedicano alla cura del familiare oltre 20 ore a settimana», dichiara Isabella Mori, responsabile tutela di Cittadinanzattiva, che oggi ha partecipato all’audizione.

Di seguito alcuni dei principali punti del documento, presentato in Commissione da Cittadinanzattiva, che nasce da un lavoro condiviso con AIMA (Associazione italiana Malattia di Alzheimer), AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Amiotrofica), Confederazione Parkinson Italia e Associazione Italiana Giovani Parkinsoniani:

  • In linea con la definizione ampia di caregiver familiare, la convivenza non deve rappresentare un vincolo per il riconoscimento della figura e dei diritti dello stesso. Se si dovesse limitare il riconoscimento del ruolo dei caregiver ai soli conviventi, rimarrebbero escluse le tante persone figlie/figli, sorelle/fratelli, nipoti, amici, che di fatto assistono i propri cari;
  • Per alleviare il “peso” di chi assiste, potrebbe essere riconosciuto il ruolo di caregiver a più di una persona per lo stesso familiare, purché venga individuato il caregiver principale;
  • Nella definizione di una Legge statale si raccomanda particolare attenzione all’introduzione e al riconoscimento di diritti specifici per caregiver giovani e giovanissimi. In aggiunta a quelli già previsti (quale il diritto alla frequenza di corsi universitari da remoto) si propone l’aggiunta di nuovi diritti, come l’attribuzione di crediti formativi per chi svolge questo ruolo di “cura” o la validazione del ruolo di caregiving familiare ai fini del riconoscimento del servizio civile;
  • L’assistito deve poter prestare personalmente o attraverso l’amministratore di sostegno o il tutore il consenso alla scelta e la nomina del proprio caregiver informale; il consenso e la nomina sono espressi in forma scritta oppure, nel caso in cui le condizioni fisiche dell’assistito non lo consentano, attraverso video-registrazione o ulteriori dispositivi di comunicazione;
  • Nel Piano di Assistenza Individuale (PAI) per l’assistenza alla persona anziana non autosufficiente, si dovrebbe indicare l’apporto volontario ed informale del caregiver per l’attuazione degli interventi nonché i relativi supporti;
  • Si raccomanda la massima semplificazione delle procedure per il riconoscimento presso l’INPS dello status di caregiver informale. In particolare, si propone di introdurre un limite temporale di massimo 90 giorni, dalla presentazione della domanda fino alla conclusione del procedimento. Sin dalla presentazione della domanda può essere rilasciato un attestato di riconoscimento temporaneo che permetterà al caregiver di svolgere tutte le attività ed azioni necessarie per la cura della persona assistita.

L’assistenza domiciliare infermieristica funziona: il 91,7% dei pazienti è soddisfatto e la promuove

La prima analisi sull’assistenza infermieristica domiciliare in Italia “Il contributo dell’infermieristica per lo sviluppo della territorialità”, l’ha condotta nell’arco di dieci mesi del 2023 il CERSI, Centro di eccellenza per la ricerca e lo sviluppo dell’infermieristica, che ha raccolto ed elaborato i dati su mandato della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI).

All’indagine hanno aderito 77 ASL su 110, per una copertura del 75,3% della popolazione residente nel Paese. È articolata in tre sezioni: la prima rivolta ai dirigenti delle professioni sanitarie per analizzare gli aspetti organizzativi dell’assistenza domiciliare; la seconda agli infermieri per rilevare le caratteristiche professionali, della loro attività lavorativa, delle condizioni di lavoro; la terza rivolta ai pazienti per rilevare la qualità e la soddisfazione dell’assistenza ricevuta.

La valutazione dei pazienti

I pazienti hanno espresso nella quasi totalità una valutazione positiva sull’assistenza ricevuta e il 91,7% dichiara di essere sempre stato trattato con cortesia e rispetto dagli infermieri, l’86% di aver percepito che si stessero sempre prendendo cura di loro, l’83,3% di essere stato ascoltato attentamente, l’82% di essere stato sempre informato dagli infermieri su tempi e modi del loro intervento.

Una valutazione complessiva sull’assistenza domiciliare ricevuta, che espresso con voti da 0 a 10, ha meritato una media di 9,3 (con una punta del 9,4 negli anziani).

L’assistenza erogata dagli infermieri a domicilio

Il numero medio di attività erogate per ASL (su 17) è 10,1. Il percorso per il paziente oncologico è presente nel 40,3% delle strutture e le attività per i pazienti cronici sono erogate dal 74% delle ASL, mentre quelle per gli utenti con disabilità dal 59,7%. I servizi di infermieristica di famiglia e di comunità sono erogati dal 68,8% delle aziende mentre, il 26% delle ASL li codifica come “infermiere di prossimità”.

La metà circa delle ASL eroga consulenze infermieristiche specialistiche e i servizi di sanità digitale risultano presenti in oltre la metà delle ASL (51,9%), di cui il 26% con attività di Teleassistenza.

Le attività di assistenza erogate dagli infermieri (prelievi ematici, medicazioni semplici e avanzate, somministrazione di farmaci, gestione di device, educazione terapeutica, sanitaria, formazione dei caregiver, monitoraggio e misurazioni delle condizioni di salute, valutazione delle condizioni familiari, cure palliative, procedure clinico assistenziali come gestione del catetere vescicale, gestione della nutrizione/dei dispositivi per la somministrazione di nutrizione enterale ecc.) sono garantite in quasi tutte le ASL.

Nelle cure domiciliari sono 49,5 su 1.000 abitanti gli over 65 presi in carico: 16,8 per 1.000 abitanti sono persone con gravi limitazioni per disabilità e l’8,2 per 1.000 abitanti malati cronici.

Il parere degli infermieri

L’83,8% degli infermieri partecipanti ha dichiarato di essere soddisfatto o molto soddisfatto del proprio lavoro. Solo il 20,1% degli intervistati ha dichiarato che, se potesse, lascerebbe il lavoro nei successivi 12 mesi.

Circa un terzo dei partecipanti (37%) ha dichiarato un carico di lavoro medio-alto mentre il 10,3% un carico elevato e rispetto al clima del gruppo di lavoro e la possibilità di erogazione di cure sicure, il 65,8% ha riportato punteggi migliori, con una media di punteggio di 76,9.

Rispetto alle condizioni psicosociali nei luoghi di lavoro, il 65,8% ha riferito una criticità media.

Rispetto agli episodi di violenza, il 20,5% dichiara di averne subito uno negli ultimi 12 mesi. Il 2,6% dei partecipanti ha dichiarato una violenza verbale con contatto fisico negli ultimi 12 mesi. Rispetto al numero di episodi di violenza, il 36,9% dichiara di averne subiti tre o più negli ultimi 12 mesi.

I costi dell’assistenza infermieristica domiciliare

Grazie alla capillarità delle rilevazioni, lo studio AIDOMUS ha potuto calcolare il costo giornaliero di un infermiere che opera nel servizio di cure domiciliari, comprendente il tempo speso a domicilio (circa 24 minuti ad accesso), quello per raggiungerlo, per ritornare presso la struttura, e per le attività di back-office.

Questo costo, considerando 6,84 accessi/pazienti al giorno, è di 138,73 euro.

L’adeguatezza delle stime di costo è stata comparata e confermata anche dall’analisi di 12 capitolati di gara a livello nazionale in 10 Regioni italiane da cui risulta che il costo giornaliero di un infermiere (anche considerando il costo-orario medio appaltato dalle ASL secondo capitolato di gara) è di 152,12 euro per 6,64 accessi. Quindi, se la gestione delle cure territoriali è a carico del SSN si registra un risparmio e la sostenibilità economica si racchiude in una duplice azione: il valore dell’assistenza domiciliare infermieristica erogata e il mancato costo di ricoveri ripetuti di anziani e fragili.

Lo studio inoltre consente di valorizzare economicamente il reale valore delle attività assistenziali svolte dall’Infermiere al domicilio della persona: rapportandole al tariffario ambulatoriale del 2023, il valore della produzione garantita dagli infermieri è pari a 636,31 euro/giorno.

Ne consegue che, in caso di mancata erogazione strutturata del servizio e ulteriore carenza infermieristica, si rischia di non poter garantire adeguatamente tali prestazioni in regime pubblico e convenzionato, costringendo il cittadino al ricorso all’out of pocket.

Anche per questo la FNOPI ritiene necessario e strategico investire sulla professione infermieristica, sostenendola a tutti i livelli.

Considerazioni finali e proposte politiche

«I dati organizzativi dello studio – afferma il Comitato centrale FNOPI – sottolineano la necessità di delineare modelli organizzativi condivisi ed efficaci, basati soprattutto sulle necessità delle differenti categorie di pazienti. I diversi livelli di staffing e skill mix condizionano l’efficienza della risposta del sistema assistenziale».

«È auspicabile – prosegue – l’implementazione di modelli che prevedano il coinvolgimento di infermieri con formazione specifica nelle cure territoriali. Riguardo alle necessità espresse dai pazienti, l’indagine ha mostrato un’utenza soddisfatta dei servizi ricevuti».

«L’indagine condotta sulla soddisfazione degli infermieri rispetto al proprio lavoro – sottolinea FNOPI – impatta sulla ‘retentio’ degli infermieri stessi e dimostra una maggiore attrattività del setting domiciliare specifico. I dati rilevati sulle missed care (cure mancate) permetteranno, con approfondimenti futuri, di determinare i predittori delle nursing missed care sul territorio (anche riferiti alla singola attività) con ricadute positive sui costi dell’assistenza in termini di re-ricoveri impropri».

«Attraverso le strutture, per ora scarse – conclude FNOPI -, quali case della comunità o unità di degenza infermieristiche, sarebbe possibile incrementare la quantità e la complessità degli interventi erogati in ambito territoriale, senza il coinvolgimento delle strutture ospedaliere, con un evidente impatto in termini di risposte ai problemi di salute del cittadino e di riduzione dei costi sanitari.

Oggi la distribuzione della tipologia di servizi disponibili e delle relative risorse non sembra essere sempre in linea con la densità abitativa e dunque con le richieste della popolazione, contrariamente a quanto sottolineato dalla letteratura riguardo alla necessità di adattare il più possibile i modelli alle esigenze dell’utenza».

Terapie digitali, il 65% dei pazienti le userebbe. L’AI rivoluzionerà la medicina personalizzata entro 5 anni

Già oggi strumenti digitali per il monitoraggio a domicilio del paziente, come sensori, App per la salute e real-world data, entro breve l’Intelligenza artificiale applicata alla medicina personalizzata e le cosiddette “terapie digitali” (DTx), soluzioni digitali validate clinicamente per integrare o sostituire le terapie tradizionali, per cui in Italia non esiste ancora una normativa di riferimento.

Sono gli ambiti d’innovazione che stanno contribuendo a trasformare il settore Life Science.

Secondo il 93% delle aziende dell’offerta, coinvolte grazie alla collaborazione con Confindustria Dispositivi medici e Farmindustria, e il 74% dei direttori delle strutture sanitarie, coinvolte nella ricerca con FIASO, entro 3/5 anni l’AI rivoluzionerà la medicina personalizzata. Per il 77% delle aziende dell’offerta e il 55% delle aziende sanitarie le terapie digitali avranno un impatto rilevante, in un orizzonte di circa 5 anni.

In questo ambito i pazienti italiani sono fortemente interessati: dalla ricerca, svolta in collaborazione con Alleanza Malattie Rare, APMARR, FAND, FederASMA e Onconauti, emerge che il 65% sarebbe disposto a utilizzare una terapia digitale proposta dal medico curante, in particolare se consentisse di migliorare lo stile di vita e lo stato di salute (77%) e di avere maggior consapevolezza della propria patologia (72%). Ma per i pazienti è fondamentale che risponda alle proprie esigenze specifiche (71%) e migliori la relazione con il medico curante (70%).

Circa metà dei medici specialisti, coinvolti nella ricerca grazie a Consulcesi Homnya, AMD, AME, FADOI e SIMFER, e dei medici di medicina generale, coinvolti grazie alla FIMMG, sarebbe disposta a prescrivere una DTx se ne avesse la possibilità, soprattutto se certi che il paziente possegga le competenze digitali per un corretto utilizzo (72% dei medici specialisti e 69% dei mmg). Tra i principali benefici riconosciuti dai medici specialisti, emerge la possibilità di avere a disposizione un maggior numero di dati a supporto sia della ricerca clinica (68%) che per prendere decisioni (65%).

Sono alcuni dei risultati della ricerca dell’Osservatorio Life Science Innovation della School of Management del Politecnico di Milano, presentata oggi durante il convegno “Life Science: il digitale per accelerare la trasformazione”.

«L’ecosistema Life Science sta affrontando una trasformazione profonda e in accelerazione, dettata dall’innovazione digitale che offre nuove opportunità, ma pone anche nuove sfide – spiega Emanuele Lettieri, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Life Science Innovation -. La trasformazione digitale in atto impone a tutti gli attori dell’ecosistema Life Science di monitorare e comprendere i trend emergenti così come i segnali deboli. Le imprese Pharma, Biotech e Medtech devono investire in nuove competenze e nuovi modelli organizzativi per migliorare la loro capacità di catturare il valore generato dall’innovazione digitale, sia potenziando il proprio portafoglio prodotti e servizi sia migliorando l’efficienza nei processi aziendali e nella catena del valore».

Terapie digitali

Le terapie digitali si confermano un ambito di innovazione rilevante nel panorama mondiale. A livello internazionale l’Osservatorio Life Science ne ha censite 93 già presenti: il 37% nell’area della psichiatria, il 14% nell’endocrinologia, il 10% nella reumatologia e il 10% nell’oncologia. Il modello di business più adottato è di tipo B2b, che prevede il rimborso della DTx da parte di un’assicurazione a seguito della prescrizione da parte del medico. Il prezzo medio proposto dal produttore di una terapia digitale è poco più di 500 euro per un ciclo di trattamento della durata di 90 giorni, con un aumento di circa il 10% rispetto a quanto rilevato nel 2023.

In Italia non esiste ancora una normativa di riferimento specifica. A giugno 2023, però, è stata presentata una proposta di legge che mira a definire ambiti d’uso per le DTx e istituire organi per la valutazione e il monitoraggio delle soluzioni. In un contesto di incertezza, solo il 18% delle aziende dell’offerta ha già avviato sperimentazioni per il mercato italiano e un altro 27% è interessato a farlo. Per 8 aziende dell’offerta su 10 l’assenza di un quadro normativo specifico a livello nazionale rappresenta la principale barriera allo sviluppo. A seguire, per oltre 7 aziende su 10, l’impossibilità di rimborsare le DTx.

«Per favorire la diffusione delle terapie digitali in Italia, una volta che sarà possibile utilizzarle nel nostro Paese, bisognerebbe coinvolgere già ora pazienti e professionisti sanitari – spiega Chiara Sgarbossa, Direttrice dell’Osservatorio Life Science Innovation -. È importante avviare sperimentazioni che consentano di comprendere e misurare i benefici e gli impatti sulla salute dei pazienti, sull’attività del medico e sull’intero sistema sanitario, completando le informazioni offerte dagli studi di health technology assessment (HTA) sulle terapie digitali che continuano a trascurare la valutazione dell’impatto organizzativo, che è effettuata in circa uno studio su dieci».

La medicina personalizzata

«Il concetto di medicina personalizzata è consolidato in letteratura, ma l’effettiva adozione nella pratica clinica, dalla ricerca clinica alla prevenzione, fino alla diagnosi e alla cura, è oggi ancora poco osservabile – aggiunge Gabriele Dubini, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Life Science Innovation -. Analizzando le startup che si occupano di medicina personalizzata, emerge che il 58% si concentra sulla cura e, in particolare, allo sviluppo di farmaci innovativi e terapie avanzate, soprattutto per il trattamento di patologie specifiche come oncologia e malattie rare, con investimenti medi a 60 milioni di dollari».

Tra le startup analizzate, il 38% si occupa di ricerca clinica, ad esempio attraverso l’identificazione di biomarcatori specifici, con 15,5 milioni di dollari il finanziamento medi. Circa una su dieci si occupa di diagnosi, supporta i professionisti sanitari nelle valutazioni cliniche personalizzate sulla base dei dati sul paziente, con un finanziamento medio di 12 milioni di dollari. Quasi nessuna si occupa di prevenzione, effettuando analisi di dati sul rischio per prevenire eventi avversi in specifiche categorie di pazienti, con una media di circa 1,5 milioni di dollari di finanziamenti.

«L’intelligenza artificiale può supportare e potenziare la medicina personalizzata grazie alla sua capacità di analizzare grandi quantità di dati e di identificare le possibili correlazioni tra dati anche eterogenei – commenta Alberto Redaelli, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Life Science Innovation -. In particolare, l’AI viene sfruttata dal 55% delle startup attive in questo campo, ad esempio accelerando la scoperta di nuovi farmaci e molecole oppure affiancando il professionista sanitario nella presa di decisioni nel processo di cura».

Anche il quantum computing è un ambito promettente per la medicina di precisione, se associato all’utilizzo di algoritmi di AI. Una delle applicazioni di maggior interesse è relativa alla scoperta di nuovi farmaci, in particolare nell’ambito Biotech. I computer quantistici potrebbero ulteriormente accelerare l’identificazione di molecole, in grado di rispondere ai bisogni specifici dei pazienti. Il 34% delle aziende dell’offerta ritiene che sia una tecnologia promettente e che c’è interesse ad applicarla in azienda e un altro 9% dichiara di aver già iniziato a sperimentarla, a livello internazionale.

Il digitale nella ricerca clinica

Le tecnologie digitali possono avere un ruolo rilevante in uno studio clinico, raccogliendo dati anche al domicilio del paziente, come avviene nel caso degli studi clinici decentralizzati. Secondo le aziende dell’offerta, un approccio decentralizzato agli studi clinici permette di raccogliere un maggior numero di dati sui pazienti e di aumentarne e differenziarne maggiormente la tipologia, oltre che produrre un impatto positivo sull’aderenza durante la sperimentazione.

In particolare, i dati derivanti dal mondo reale, o real-world data (RWD), possono integrare i dati raccolti nell’ambito delle sperimentazioni supportando lo sviluppo e il monitoraggio dell’efficacia di farmaci o dispositivi medici lungo tutto il loro ciclo di vita. I RWD sono già sfruttati dall’85% delle aziende dell’offerta, soprattutto per il miglioramento continuo dei prodotti già in commercio. Le difficoltà maggiormente riscontrate dalle aziende dell’offerta e dalle aziende sanitarie nell’utilizzo dei RWD fanno riferimento alle limitate possibilità di riuso dei dati per scopi diversi dagli studi clinici e alla mancanza di standardizzazione dovuta all’eterogeneità delle fonti.

Le barriere al digitale

Per le imprese Pharma, Biotech e Medtech una gestione efficace dell’innovazione digitale è cruciale per migliorare sia il portafoglio di prodotti e servizi, che l’efficienza nei processi. Ma esistono alcune barriere: il 41% indica la difficoltà di quantificare i benefici derivanti dagli investimenti necessari e la mancanza di competenze digitali, il 38% la limitatezza delle risorse economiche. Si tratta di elementi che spesso frenano l’introduzione di innovazioni nelle aziende del settore operanti in Italia e non consentono di sfruttarne appieno le potenzialità.

La capacità di adattarsi ai cambiamenti in atto e di innovare rapidamente sono certamente elementi chiave per la sostenibilità del business nel medio-lungo termine. Per riuscire a cogliere al meglio i benefici dell’innovazione digitale e introdurla nel proprio contesto, le aziende si stanno dotando di modelli organizzativi ad hoc. Nel 23% delle imprese del settore esiste una direzione specifica e nel 21% un ruolo dedicato all’innovazione digitale. Solamente in un caso su tre chi gestisce l’innovazione digitale dispone di un budget dedicato e ha l’autonomia di prendere decisioni relative all’introduzione di innovazioni digitali in azienda.

Elezioni SIFO: ecco il nuovo direttivo. Arturo Cavaliere il più votato

Si sono svolte nel week end le elezioni del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie, indirizzate a definire la governance della società scientifica per il periodo 2024-2028.

Sono risultati eletti per il Consiglio Direttivo: Arturo Cavaliere (602 voti), Ugo Trama (425), Emanuela Omodeo Sale (368), Alessandra Mecozzi (355), Barbara Meini (315), Filippo Urso (315), Adriano Vercellone (311), Davide Zanon (311), Barbara Rebesco(296). Per il Collegio dei Probiviri sono risultati eletti: Silvia Adami, Maria Galdo e Loredana Scoccia. Risultano poi eletti per il Collegio dei Sindaci: Piera Polidori, Maria Ernestina Faggiano, con Stefania Arciello e Roberto Langella come supplenti. Salvatore Calcagno risulta infine eletto nel Collegio dei Sindaci come revisore contabile.

Il presidente uscente, Arturo Cavaliere, è stato il più votato con 602 preferenze, con il Lazio in testa tra le regioni per affluenza al voto con il 92,70 % dei voti espressi dagli aventi diritto sul territorio regionale

Il nuovo Consiglio direttivo SIFO si riunirà il prossimo 22 luglio per procedere con la distribuzione elettiva delle cariche associative (presidenza, vice presidenza, segreteria nazionale e tesoreria).

Il Progetto DAMA: avanzamenti nella gestione ospedaliera dei pazienti con disabilità grave

«Il disabile grave soffre due volte: una perché sta male, un’altra perché non lo può comunicare»

Edoardo Cernuschi, fondatore LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità)

Introduzione

La condizione delle persone con disabilità è riconosciuta e tutelata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone disabili (2006) e ratificata dall’Italia nel marzo del 2009 e dal Consiglio Europeo nel novembre dello stesso anno. Lo scopo della Convenzione è di «promuovere, proteggere ed assicurare il pieno e paritario godimento di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali da parte delle persone con disabilità, nonché promuovere il rispetto della loro intrinseca dignità». Ciò ha permesso di influenzare fortemente le politiche sanitarie verso una maggiore inclusività.

Obiettivi e metodologia

È in tale contesto legislativo che nel 2018 nasce il Progetto DAMA dell’ASST Rhodense con l’obiettivo primario di promuovere e attuare percorsi sociosanitari per la gestione dei pazienti con disabilità intellettiva e motoria gravi, partendo dalla consapevolezza della complessità dei bisogni sociali e sanitari di tali pazienti e delle problematiche di varia natura connesse alla loro assistenza, di cui si fanno carico prevalentemente i caregiver familiari.

Questo nuovo approccio, focalizzato sul benessere delle persone con disabilità, si pone l’obiettivo di:

  • monitorare lo stato di salute dei pazienti che vengono presi in carico attraverso l’erogazione di visite periodiche;
  • accompagnare le famiglie, riducendo le difficoltà di accesso alle cure attraverso percorsi dedicati per le prestazioni specialistiche ambulatoriali;
  • supportare il lavoro degli specialisti ospedalieri al momento delle visite dei pazienti con disabilità;
  • fornire informazioni sui servizi che a vario titolo si occupano della persona con disabilità e della sua famiglia, raccordandosi in rete con i servizi stessi.

L’accesso al servizio è diretto, su richiesta dei caregiver, oppure su segnalazione da parte delle Unità di Offerta Territoriali (UDO residenziali o semiresidenziali), dei Medici di Medicina Generale o dei Medici Specialisti.

Il progetto DAMA è nato nel 2018 presso l’ASST Rhodense, attivando 1.100 percorsi personalizzati e registrando 7.450 prestazioni nel solo 2023

La presa in carico inizia con un primo incontro, nell’ambulatorio della Casa di Comunità di Bollate, tra il paziente, la sua famiglia, il medico, gli infermieri e gli educatori per l’inquadramento clinico e la pianificazione di un percorso personalizzato.

Gli educatori accompagnano il paziente nella preparazione agli esami diagnostici programmati attraverso

  • strategie di Comunicazione Aumentativa Alternativa: approccio che ha lo scopo di offrire alle persone con bisogni comunicativi complessi la possibilità di interagire tramite canali che si affiancano a quello verbale;
  • video modeling: tecnica comportamentale che consiste nel mostrare al paziente il video di una persona che svolge una determinata azione con l’obiettivo di favorire l’apprendimento di nuove abilità pratiche, sociali e comunicative;
  • “storie sociali”: testi scritti secondo specifici criteri che descrivono in modo chiaro, sintetico e preciso una situazione, un’abilità, un risultato o un concetto; permettono alle persone con autismo di meglio comprendere le situazioni che incontrano nella loro vita;
  • simulazione dell’esame da effettuare.

La conoscenza e la comprensione dell’indagine cui si verrà sottoposti riducono i livelli di ansia e migliorano la compliance all’esecuzione della stessa

Il percorso di preparazione viene strutturato in base alle caratteristiche di ciascun paziente, in particolare ai suoi tempi di attenzione, alle sue capacità comunicative e ai suoi interessi. Si concretizza in una serie di incontri che progressivamente accompagnano il paziente all’esecuzione dell’indagine diagnostica, permettendogli di prendere confidenza con gli strumenti che verranno utilizzati, gli spazi in cui essa verrà erogata e gli operatori coinvolti. Dall’esperienza maturata nel corso dell’attività del DAMA emerge come la conoscenza e la comprensione dell’indagine cui si verrà sottoposti riducono i livelli di ansia e migliorano la compliance all’esecuzione della stessa. In caso di necessità gli educatori affiancano personalmente il paziente. In tal modo è possibile che i pazienti presi in carico effettuino gli accertamenti pianificati senza la necessità di essere sottoposti a sedazione. Il percorso di preparazione non migliora solo l’esperienza del paziente ma anche il vissuto della sua famiglia.

L’intervento degli educatori è previsto, oltre che in ambulatorio, anche al domicilio del paziente.

Il personale infermieristico e medico rimane a disposizione, per tutto il periodo della presa in carico, per rispondere alle richieste dei pazienti e delle loro famiglie e per organizzare ulteriori accertamenti che si dovessero rendere necessari, oltre a quelli inizialmente pianificati. Il contatto costante con il paziente e il suo caregiver permette di effettuare un monitoraggio puntuale delle condizioni di salute, riducendo conseguentemente il numero di accessi in Pronto Soccorso e dei ricoveri ospedalieri.

Al fine di garantire un accesso semplificato e personalizzato ai percorsi sanitari sono stati creati, in collaborazione con diverse UU.OO. ospedaliere, percorsi dedicati ai pazienti afferenti al DAMA sia per quanto riguarda la diagnostica strumentale che le visite specialistiche. Attualmente sono attivi circa 40 percorsi.

Ai servizi coinvolti nell’erogazione di prestazioni specialistiche viene trasmessa la scheda, redatta dagli educatori, che riporta le indicazioni comportamentali così da permettere ai servizi stessi di predisporsi a meglio accogliere il paziente in base alle sue caratteristiche. La scheda riporta informazioni relative alla necessità della presenza di un accompagnatore o di contenimento durante l’indagine, alla capacità di vestirsi e svestirsi in autonomia e di mantenere una determinata postura (in piedi, seduto, supino), capacità di comunicare e comprendere attraverso messaggi verbali e non verbali, paura del camice, degli aghi o ansia intensa legata a qualche specifica situazione, farmaci assunti.

Attualmente sono attivi circa 40 percorsi sanitari dedicati ai pazienti del progetto DAMA

Gli esiti degli accertamenti effettuati vengono raccolti e visionati dagli infermieri e dai medici del DAMA e, in caso di necessità, viene coinvolto il medico curante al fine di realizzare un percorso di continuità assistenziale.

È prevista inoltre una visita di controllo annuale, con esecuzione di ECG ed esami ematochimici.

Sin dalla sua origine il progetto ha avuto una forte connotazione territoriale. Il personale del DAMA mette in atto un importante processo integrando gli aspetti sanitari, socio-sanitari e sociali nella gestione dei pazienti con tutti gli attori del territorio (Medici di Medicina Generale, UDO, Neuropsichiatria infantile, Disabilità intellettiva adulti, Servizi sociali) al fine di assicurare il principio della casa come primo luogo di cura come previsto dal DM 77/2022. Questo approccio non solo risponde alle esigenze immediate di salute, ma si estende a sostenere il paziente nella sua vita quotidiana, promuovendo un benessere a lungo termine e una maggiore autonomia.

Risultati e discussione

L’approccio personalizzato ha ridotto significativamente i ricoveri ospedalieri non programmati e le visite al pronto soccorso

Dall’inizio del progetto, il DAMA ha gestito circa 300 pazienti, attivando oltre 1.100 percorsi personalizzati e registrando 7.450 prestazioni nel solo 2023. L’approccio personalizzato ha ridotto significativamente i ricoveri ospedalieri non programmati e le visite al pronto soccorso, dimostrando l’efficacia di una gestione attenta e centrata sul paziente. Il DAMA ha evidenziato l’importanza di un’attenzione particolare alle necessità comunicative e psicologiche dei pazienti. L’integrazione di supporto sociale, assistenza medica e interventi psicologici, insieme a un forte coordinamento tra i vari servizi, ha migliorato significativamente la qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie, confermando che la salute è una condizione multidimensionale che va oltre il trattamento medico.

Conclusioni

Il successo del Progetto DAMA illustra il potenziale delle pratiche sanitarie integrate e centrare sul paziente per migliorare la gestione delle disabilità gravi. Offre un modello replicabile e scalabile che potrebbe essere adottato in altri contesti nazionali e internazionali, promuovendo un cambiamento significativo nel modo in cui le cure vengono erogate ai pazienti con esigenze speciali.

Come migliorare efficienza e resilienza dei servizi sanitari informativi: l’esperienza dell’ASST di Lodi

Flavio Cassinari

Connettere quattro ospedali e una serie di realtà minori in un territorio di oltre 750 chilometri quadrati. Strutture che complessivamente erogano oltre mille servizi al giorno a una comunità che supera le 200.000 persone. Era questa la sfida dell’ASST di Lodi, che nel 2019 ha iniziato a ripianificare la propria infrastruttura informatica. La pandemia ha colpito in modo particolare la provincia, rendendo più urgenti le necessità che erano state individuate (garantire uno smart working flessibile – grazie a RainbowTM -, dotare di connettività sicura e ad alta velocità anche le sedi sanitarie più decentrate e avere una maggiore larghezza di banda).

Per raggiungere questi obiettivi l’azienda sanitaria si è rivolta ad Alcatel-Lucent Enterprise: «Il progetto è composto da due grosse parti – spiega a TrendSanità Flavio Cassinari, Chief Information Officer ASST di Lodi -: una è la rete geografica, l’altra il networking interno. L’obiettivo principale era aumentare l’efficienza della nostra rete geografica ed evitare che danni che abbiamo avuto in passato come l’interruzione di una tratta di collegamento isolassero completamente gli ospedali».

Gli interventi

Luca Aga Rossi

Per riuscirci, si è sostituita un’infrastruttura a stella con una ad anello: nel primo caso, quando una tratta si interrompe, isola le sedi che si trovano sulla punta. L’infrastruttura ad anello permette invece percorsi diversi anche a fronte dell’interruzione di un segmento. Per ottimizzare l’affidabilità della rete geografica, riducendo l’impatto di potenziali guasti, l’ASST di Lodi ha realizzato un’infrastruttura composta da più anelli concentrici. Inoltre, per aumentare le performance, si è passati dalle reti classiche a un giga (GB) a quelle a fibra spenta dedicata che può arrivare a 10 o 40 GB. Sulla rete si è scelto di utilizzare il protocollo SPB (Shorthest Path Bridging) in grado di garantire i corretti livelli di ridondanza e affidabilità necessari per la continuità operativa. «La nostra infrastruttura network era ormai datata – ripercorre Luca Aga Rossi, Security Manager ASST di Lodi -. Oggi disponiamo di un’infrastruttura suddivisa su tre livelli, con un protocollo innovativo. Tra le altre cose, questa nuova soluzione ci permette di fare degli aggiornamenti senza avere un impatto sulle utenze e sui servizi». Il protocollo SPB permette inoltre di «spostare delle macchine virtuali da un ambiente a un altro e quindi da un ospedale a un altro senza alcun impatto sull’operatività. Infine, disponiamo di una soluzione in cloud, che ci permette di estendere il nostro data center in questa modalità».

La direzione intrapresa dall’ASST di Lodi va verso la gestione del parco dei sistemi elettromedicali attraverso dei meccanismi di segregazione della rete. «Server e computer sono gestiti direttamente da noi, mentre i dispositivi medici sono preconfigurati dal fornitore – spiega Cassinari -. Quello che possiamo fare noi è quindi tentare di isolare queste macchine il più possibile. In questo modo, nel caso di un funzionamento anomalo, il malfunzionamento resta confinato il più possibile».

Uno sguardo al futuro

Le sfide future riguardano lo spostamento graduale dei data center in cloud e la connessione in mobilità: «Si tratta di elementi che nel privato sono stati implementati da tempo, mentre nel pubblico rappresentano quasi una novità – rileva Cassinari -. In passato abbiamo avuto problemi con servizi centralizzati a livello regionale che diventavano inagibili se veniva tranciato per sbaglio un filo o se andava a fuoco una centralina». La parola d’ordine è quindi differenziare e creare delle ridondanze. Sia utenti che operatori, poi, hanno sempre più la necessità di collegarsi ai servizi da smartphone e tablet. «Stiamo quindi potenziando reti Wi-fi sia per gli ospiti, sia per gli interni».

I pediatri di famiglia italiani contro l’ipotesi di stop all’obbligatorietà vaccinale

Anche i pediatri di famiglia si uniscono al no all’abolizione delle vaccinazioni obbligatorie (proposta ormai decaduta): «La proposta di abolire l’obbligatorietà per le vaccinazioni pediatriche contro morbillo, rosolia, varicella e parotite è priva di qualsiasi fondamento scientifico e rischierebbe di vanificare gli sforzi degli ultimi anni per arrivare ai tassi di copertura vaccinale raccomandati dagli organismi sanitari nazionali e internazionali, ancora oggi lontani dell’esser raggiunti. Si tenga conto, ad esempio, che nessuna regione italiana raggiunge il 95% di copertura contro il morbillo, relativamente alle due dosi del ciclo di immunizzazione», commenta Antonio D’Avino, Presidente nazionale Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) in riferimento alla proposta di emendamento al ‘Ddl Liste d’attesa’ presentata dal senatore Claudio Borghi per abolire l’obbligatorietà delle vaccinazioni pediatriche.

«Bene il decadimento della proposta di emendamento – prosegue il presidente D’Avino – ma al di là della questione ‘tecnica’ dell’estraneità della materia rispetto al contenuto del Disegno di legge, che ha portato al rigetto della proposta emendativa, preme sottolineare la totale assenza di dati scientifici a supporto della revoca dei vaccini obbligatori per i minori. I vaccini sono farmaci sicuri ed efficaci, essenziali per proteggere chi è più fragile da malattie infettive pericolose e in grado di provocare vere e proprie epidemie, come avviene per il morbillo che ogni anno colpisce migliaia di bambini, con conseguenze importanti sulla loro salute e anche sul Servizio Sanitario Nazionale. La Federazione Italiana Medici Pediatri ribadisce la totale contrarietà rispetto a quanto ipotizzato, sottolineando la validità dei vaccini quale strumento fondamentale di sanità pubblica per proteggere i bambini, gli adolescenti, gli anziani e l’intera comunità».  

Autonomia differenziata, CIMO: «Mina Costituzione e unità del Paese»

I Segretari regionali CIMO, riuniti a Bologna, dopo ampio e approfondito confronto, hanno espresso una posizione unanime e incondizionata sul decreto liste di attesa e sulla Legge per l’attuazione dell’autonomia differenziata.

«Come CIMO prendiamo atto della mancata volontà di voler adottare interventi strutturali seri e fuori tesi a ridurre i tempi di attesa in sanità; un provvedimento legislativo che premia il settore privato senza chiare né il controllo sull’appropriatezza delle prestazioni erogate, né dell’impegno datoriale sui rinnovi dei contratti dei medici.

Il maggior carico di lavoro per noi medici dipendenti, rispetto ad una “mancia” economica oraria, vanifica la nostra richiesta di valorizzare l’indennità di specificità; soprattutto ci offende essere individuati come possibili responsabili di un sistema marcio alla fonte che, tra l’altro prevede ulteriori azioni vessatorie e punitive.

Di contro stigmatizziamo la cattiva abitudine di presentare innumerevoli emendamenti, un vero e proprio “assalto alla diligenza”, che nulla hanno a che vedere con la finalità del decreto.

Conosciamo tutti le vere cause che determinano i lungi tempi di attesa; dalla mancata riorganizzazione della rete ospedaliera e territoriale, alla lunga stagione dei tagli in sanità, alla grave carenza di personale ancorata al blocco ventennale del tetto di spesa, alla evidente inappropriatezza delle prestazioni legata alla “medicina difensiva”.

Di certo manca l’offerta sanitaria perché non si fa prevenzione secondaria e terziaria; il fabbisogno di personale è oggi messo in grave pericolo dall’algoritmo di AGENAS; manca una seria riforma sulla responsabilità professionale; non si valorizza il ruolo del personale sanitario che necessita di una radicale riforma dello stato giuridico, normativo ed economico.

In modo convinto, unanime e incondizionato esprimiamo il nostro parere sull’autonomia differenziata.

Riteniamo che la negativa esperienza in sanità, fonte di grandi sprechi e disequità a danno dei cittadini, rappresenti il vero monito per il futuro del nostro Paese perché analoghi percorsi saranno avviati su altri ambiti dei servizi essenziali portando ad una vera e propria disintegrazione dello stato sociale del Paese. In aggiunta i futuri LEP richiederanno importanti risorse aggiuntive che costringeranno molte regioni ad aumentare il prelievo fiscale riducendo, ulteriormente, il potere di acquisto dei cittadini.

Attesa, pertanto, l’assoluta inutilità di una Legge fortemente voluta da chi intende trasformare il nostro Paese in tanti piccoli “feudi”, CIMO ritiene che i diritti dei cittadini saranno fortemente compromessi da dinamiche che minano i principi fondamentali della Costituzione Italiana ed è per tale motivo che il sindacato dei medici intende essere parte attiva di ogni azione utile a scongiurare gli effetti devastanti di una Legge che mina seriamente l’unità del nostro Paese».

Il batterio “mangia-carne” spaventa il Giappone. Ci sono rischi per l’Italia?

Il soprannome è inquietante: “Batterio mangia-carne”. E, secondo quanto riportato dal The Japan Times, le autorità sanitarie giapponesi hanno segnalato un aumento dei casi di quella che ufficialmente si definisce sindrome da shock tossico streptococcico (STSS), causata dal ceppo V1UK dello streptococco di gruppo A.

Anche se non si tratta di una patologia altamente trasmissibile, è interessante comunque notare e monitorare l’aumento del numero dei casi

Per fare chiarezza e valutare i rischi dalla prospettiva italiana, TrendSanità ha parlato di STSS con Massimo Andreoni, ordinario di Malattie Infettive all’Università di Roma Tor Vergata e Direttore scientifico SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e tropicali) e Francesco Menichetti, già ordinario di Malattie Infettive all’Università di Pisa e Presidente GISA (Gruppo Italiano per la Stewardship Antimicrobica).

Immagine del National Institute of Infectious Diseases Giappone

Il governo di Tokyo ha diffuso l’allarme dopo che i casi di infezione hanno superato la metà del totale dello scorso anno, con 88 contagi nella capitale (517 infezioni in tutto il Paese) al 17 marzo. Nel 2023 i casi furono 141, con 42 decessi. Solitamente la STSS è preceduta dalla necrosi del tessuto sottocutaneo (fascite necrotizzante) e ha un tasso di mortalità molto alto, circa il 30% nel 2023. L’allarme lanciato dalle autorità giapponesi evidenza la gravità di queste infezioni batteriche e la necessità di una rapida risposta sanitaria per contenere la loro diffusione e mitigare gli impatti sulla popolazione.

Perché è definito batterio mangia-carne?

«Per la capacità di produrre una tossina che causa la necrosi del tessuto sottocutaneo e dei muscoli – risponde Menichetti –. La necrosi comporta la distruzione del tessuto colpito, rendendo l’infezione grave e pericolosa per l’arto interessato e per la sopravvivenza. Si parla quindi di fascite necrotizzante, la malattia conseguente all’attività della tossina, i cui sintomi iniziali possono essere facilmente sottovalutati, poiché all’esame obiettivo si vede poco, la cute della gamba, del braccio o della zona interessata appare leggermente pallida, fredda e dura, ma non giustifica il dolore intenso lamentato dal paziente. Ed è proprio l’intensità del dolore che dovrebbe far sospettare la presenza della fascite necrotizzante. La discrepanza tra sintomi lamentati e scarsità di segni visibili è il segnale che i medici non devono sottovalutare. Invece, capita che si considerino esagerate le lamentele del paziente, proprio perché l’azione del batterio, inizialmente, non si vede in superficie. Per questo è imperativo l’approccio chirurgico per la rimozione del tessuto necrotico, l’unico intervento salva vita, che deve essere tempestivo e reiterato. I medici devono saper riconoscere i sintomi della fascite e agire rapidamente, quindi è necessario che siano adeguatamente preparati su questa grave infezione batterica».

Siamo di fronte a una nuova potenziale pandemia?

Massimo Andreoni

«Nonostante la mortalità sia molto elevata – risponde Andreoni –, i casi sono normalmente isolati e non provocano cluster epidemici. Quindi, no, direi che non siamo di fronte a una nuova possibile pandemia. In passato, le infezioni che oggi stiamo osservando erano piuttosto rare: un caso ogni 300mila o un milione di persone. Nonostante il recente incremento, è importante mantenere un approccio cauto e non precipitarsi a definire la situazione come un’epidemia. Non c’è stata un’esplosione improvvisa di casi, essendosi registrati meno di 100 casi in 3-4 mesi. Tuttavia, con una mortalità che varia dal 30% al 60%, la gravità di questa malattia non è da sottovalutare. Anche se non si tratta di una patologia altamente trasmissibile, è interessante comunque notare l’aumento del numero dei casi, probabilmente per una maggiore vulnerabilità immunitaria della popolazione. Ma lo ripeto, nonostante la sua gravità, questa malattia non presenta le caratteristiche per diventare una pandemia, data la sua modalità di trasmissione limitata. In Giappone la situazione è attentamente monitorata».

Francesco Menichetti

Aggiunge Menichetti: «Non esiste al momento un rischio concreto per l’Italia. Nel nostro Paese, i casi di infezione da streptococco di gruppo A, variante V1UK, sono fortunatamente sporadici, senza evidenza di focolai epidemici significativi. Nonostante i casi segnalati in Giappone, da noi non ci sono segnali di possibile rischio. Certo, è importante mantenere alta la vigilanza e la consapevolezza pubblica. I dati giapponesi testimoniano un fenomeno in atto, un incremento di queste forme di infezione streptococcica che merita di essere monitorata con attenzione».

Come si trasmette e chi è più a rischio?

«La sindrome da shock tossico non è un fenomeno nuovo – ci dice Andreoni –, nonostante l’attenzione che sta ricevendo in questi giorni. È una condizione causata dalle tossine liberate da uno specifico streptococco, lo Streptococcus pyogenes. Il quadro clinico che ne deriva è piuttosto severo, con sintomi come febbre alta, rash cutanei e, nei casi più gravi, malfunzionamento multiorganico che può evolvere in shock grave. Spesso è descritta appunto una fascite necrotizzante. Lo streptococco è normalmente presente sulla nostra pelle, diventa pericoloso solo quando acquisisce la capacità di produrre esotossine. Non si trasmette per via aerea ma, più frequentemente, attraverso il contatto diretto. L’uso di tamponi interni durante il ciclo mestruale è uno degli esempi più noti di situazioni che possono favorire lo sviluppo della sindrome. Non è necessariamente una malattia dei soggetti immunodepressi o fragili e può colpire anche individui in perfetto stato di salute».

Aggiunge Menichetti: «Infatti, la cosa più interessante è proprio il coinvolgimento di individui più giovani, con circa un terzo degli over 30 che ha contratto l’infezione deceduto. È proprio quest’anomalia che ha richiamato l’attenzione della comunità medico-scientifica ed è il motivo per cui è un evento che non va sottovalutato. Occorre vigilare e registrare i possibili sviluppi».

Quali possono essere le cause dell’aumento della prevalenza di questo patogeno? Si parla di indebolimento del nostro sistema immunitario nativo causato dal covid-19 e dalla minore esposizione alle infezioni date le misure di sicurezza anti-contagio…

Non esiste al momento un rischio concreto per l’Italia. Nel nostro Paese, i casi di infezione da streptococco di gruppo A, variante V1UK, sono fortunatamente sporadici

Risponde Andreoni: «Recentemente, alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che la pandemia da covid-19 abbia potuto indebolire l’immunità innata a livello globale, favorendo così la diffusione di infezioni batteriche, tra cui quelle causate dallo streptococco. È interessante notare che le misure di distanziamento sociale abbiano significativamente ridotto l’incidenza di infezioni respiratorie come l’influenza, ma hanno in qualche modo ridotto l’esposizione ai patogeni, abbassando così potenzialmente l’efficacia dell’immunità, soprattutto nei bambini. Quindi, è possibile che il sistema immunitario possa essere stato indebolito dalla pandemia, interferendo con i meccanismi che normalmente rafforzano l’immunità innata. L’utilizzo di mascherine e il rispetto del distanziamento sociale, pur essendo misure essenziali per contenere la diffusione del virus, hanno comportato un effetto collaterale non trascurabile, cioè un’immunità potenzialmente indebolita».

È un batterio che ha sviluppato resistenza agli antibiotici?

«Lo streptococco, in generale, mantiene una buona sensibilità agli antibiotici – afferma Andreoni –. In particolare, lo Streptococcus pyogenes. Ma la gravità clinica di questa condizione non è legata alla resistenza agli antibiotici, ma piuttosto alla capacità del batterio di produrre una tossina particolarmente pericolosa».

I cambiamenti climatici e l’inquinamento potrebbero essere una possibile causa della diffusione del batterio?

«Il riscaldamento globale influisce sulla proliferazione batterica, tuttavia non ritengo che possa giustificare completamente l’aumento delle infezioni da streptococco che stiamo osservando – conclude Andreoni –. Più specificamente, le variazioni climatiche potrebbero non essere direttamente correlate all’aumento dei casi di shock tossico. Benché sia vero che un incremento di uno o due gradi, così come un clima più umido, possano estendere la sopravvivenza e la diffusione delle zanzare, applicare questo ragionamento ai germi patogeni è prematuro. È noto che l’innalzamento delle temperature influisce sulla presenza di batteri nelle acque marine e dolci, modificando gli ecosistemi in cui questi si sviluppano. Tuttavia, collegare direttamente questi cambiamenti all’aumento di incidenza di certi ceppi batterici, come quello dello streptococco, richiede ulteriori evidenze e studi più approfonditi».

La banca dati dei farmaci si rinnova per essere più vicina ai cittadini, anche tramite l’App

Bastano pochi click per essere aggiornati su caratteristiche e indicazioni terapeutiche, controindicazioni, interazioni con altri farmaci, rimborsabilità, eventuali effetti dopanti per chi pratica sport agonistico. E con l’App si può creare un armadietto personale dei farmaci che ricorda quando assumerli, perché la mancata aderenza alle terapie nuoce alla salute ma anche alla nostra economia, visto che fa lievitare di 10 miliardi i costi sociali e sanitari. 

Ma l’app fa anche altro: invia alert quando un farmaco viene sospeso o ritirato dal commercio, aggiorna costantemente i medicinali per i quali si registrano carenze, segnala i farmaci con effetti dopanti per chi fa sport a livello agonistico.

Prima di tutto, digitando il nome commerciale del farmaco o del principio attivo la App fornisce sinteticamente tutte le informazioni su questo e le sue diverse confezioni e forme farmaceutiche rispetto a rimborsabilità, caratteristiche e controindicazioni o interazioni con altri medicinali. Un riassunto più approfondito è invece riservato ai medici e ai farmacisti. È poi possibile creare uno o più armadietti farmaceutici, per sé e i propri cari. Si digita il nome del farmaco e si attiva un alert che all’ora indicata ricorda di assumere il medicinale. 

«Un’applicazione semplice per risolvere un grande problema: quello della mancata aderenza alle terapie da parte soprattutto dei pazienti cronici e anziani in politerapia, che interrompono o assumono con discontinuità i farmaci nel 50% dei casi quando si arriva a doverlo fare per quattro volte nel corso di una giornata – sottolinea Robert Nisticò, Presidente dell’AIFA -. Un problema per la salute dei pazienti ma anche per i conti pubblici. Negli Usa studi stimano in 100 miliardi di dollari l’anno i costi sanitari e sociali indotti dalla mancata aderenza alle terapie. Fatte le debite proporzioni si potrebbe stimare in 10 miliardi l’onere per l’Italia».

Ma le funzioni dell’App non finiscono qui. Quando è certificata la carenza di un farmaco viene immediatamente notificata, se questo è in uno dei nostri armadietti o tra i “preferiti”. Un link al sito di AIFA consente poi di sapere quando è prevista la cessazione della carenza e se ci sono in alternativa, com’è nella stragrande maggioranza dei casi, altri prodotti equivalenti o con la stessa indicazione terapeutica. Anche se viene raccomandato di rivolgersi sempre al medico prima di cambiare la terapia. 

Sia la banca dati che la App segnalano per ciascun farmaco se questo contiene sostanze dopanti per chi pratica sport agonistico. Una funzione che verrà arricchita specificando anche per quali tipi di sport un medicinale è considerato dopante e se in gara o anche in allenamento.