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Ex-Ilva, intervista all’eurodeputata Rosa D’Amato: «Serve un piano europeo per l’acciaio “verde”»

È di venerdì la notizia della valutazione positiva dell’Unione Europea rispetto al “prestito ponte” per l’ex-Ilva. 320 milioni di euro provenienti dal Governo italiano per mantenere attiva la produzione in attesa che l’impianto, oggi controllato da Acciaierie d’Italia in amministrazione controllata, sia venduto.

In realtà la Commissione non ha fornito alcuna risposta formale, ma si è limitata ad assicurarsi che il prestito non sia un aiuto di Stato (che violerebbe le regole della libera concorrenza stabilite da Bruxelles). Ora per sbloccare il trasferimento servirà un decreto del Ministero dell’Economia.

Ma che cosa significa tutto questo nella pratica, e perché è coivolta l’UE? E soprattutto: cosa sta succendendo negli altri paesi europei alle prese con impianti inquinanti? TrendSanità ne ha parlato con l’eurodeputata tarantina Rosa D’Amato, che ha indicato l’uso tempestivo del Just Transition Fund, un fondo europeo per la riqualificazione economica, come l’unica soluzione praticabile.

L’impatto sanitario dell’acciaieria

Nel 2022, l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha classificato Taranto come una «zona di sacrificio» a causa dell’inquinamento atmosferico derivante da Acciaierie d’Italia (ex-Ilva), correlato a elevati livelli di malattie respiratorie, cardiache, cancro, disturbi neurologici e mortalità prematura. Secondo il rapporto, privilegiare gli interessi economici a scapito della salute rappresenta «una macchia sulla coscienza collettiva dell’umanità».

Un primo campanello d’allarme era giunto nel 2011, quando uno studio epidemiologico dell’Istituto Superiore di Sanità rilevò un eccesso di mortalità legato all’inquinamento atmosferico nei dintorni dello stabilimento siderurgico, portando la Procura di Taranto a un’inchiesta culminata con il sequestro dell’area a caldo.

Nel 2013, la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione contro l’Italia per violazioni delle direttive europee sulla qualità dell’aria e sulle emissioni industriali. Negli anni successivi, si sono seguite altre procedure di infrazione, mentre i governi italiani hanno emesso 14 decreti “salva-Ilva” per consentire all’azienda di continuare la sua attività.

Il lavoro di D’Amato in Europa

La battaglia per la chiusura definitiva dell’ex-Ilva ha spinto l’attivista tarantina a candidarsi al Parlamento europeo. Durante i suoi dieci anni come eurodeputata (2014-2024), Rosa D’Amato (gruppo Verdi/ALE) ha denunciato l’inattività dei governi nazionali attraverso lettere e interrogazioni alla Commissione europea, ha promosso missioni delle Commissioni Ambiente e Petizioni a Taranto, e ha sostenuto petizioni e azioni legali da parte di cittadini e associazioni territoriali.

La sentenza della Corte di giustizia europea

Uno dei casi sostenuti da D’Amato è stata l’azione inibitoria collettiva presentata da 11 cittadini tarantini, incluso un bambino di 8 anni affetto da una malattia rarissima (mutazione del gene sox4), con meno di 10 casi noti al mondo.

Rosa D’Amato

In una sentenza storica vincolante in tutta l’UE, il 25 giugno 2024 la Corte di giustizia europea ha stabilito che, se ci sono gravi pericoli per l’ambiente e la salute umana, l’acciaieria va chiusa senza ulteriori proroghe. Ora spetta alle autorità italiane fornire le valutazioni di danno sanitario per il rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale necessaria a mantenere la fabbrica in funzione.

Per D’Amato, i dati sanitari e ambientali esistenti sono chiari e sufficienti, inclusa la relazione dell’Agenzia regionale per l’ambiente del 28 maggio 2024, che identifica la cokeria come la fonte primaria delle emissioni di benzene.

Le sfide dell’industria siderurgica europea

L’ex-Ilva figura consistentemente tra le acciaierie più inquinanti dell’UE, secondo i dati dal 2007 a oggi sulle emissioni annuali di CO2 e composti cancerogeni come benzene, diossine e furani pubblicati sull’European Industrial Emissions Portal.

Oltre all’Ilva, altre acciaierie in Polonia, Francia e Belgio sono tra le più inquinanti d’Europa. In Germania, le storiche acciaierie della regione del fiume Reno hanno ridotto le loro emissioni grazie a chiusure o ristrutturazioni parte di una strategia di transizione verso fonti di energia rinnovabile.

In una sentenza storica vincolante in tutta l’UE, la Corte di giustizia europea ha stabilito che, se ci sono gravi pericoli per l’ambiente e la salute umana, l’acciaieria va chiusa

I tribunali tedeschi hanno avviato cause legali contro più di una dozzina di città per piani di qualità dell’aria insufficienti. In Francia, nel 2020, il Consiglio di Stato ha obbligato lo Stato francese a pagare una multa di 10 milioni di euro all’anno per ogni sei mesi di ritardo nell’attuare azioni concrete per ridurre l’inquinamento atmosferico.

Ad aprile 2024, il Parlamento europeo ha approvato la revisione delle direttive sulla qualità dell’aria e delle emissioni industriali, rendendo più stringenti i valori massimi di inquinanti permessi nell’aria e avvicinandoli agli standard internazionali raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’iniezione di altri 320 milioni di euro

Ma chiudere la maggiore acciaieria europea, l’unica con un ciclo di produzione integrale di acciaio, e una fonte di lavoro cruciale in una regione già martoriata dalla mancanza di alternative economiche, non suscita entusiasmo tra i vari attori nazionali, compresi i sindacati, Confindustria e il governo.

Venerdì, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha annunciato la valutazione positiva dell’UE per il “prestito ponte” di 320 milioni euro ad Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria — con un tasso di interesse annuo del 11,6% — per mantenere l’acciaieria operativa fino alla vendita a una delle varie multinazionali interessate all’acquisto.

Lea Zuber

Sebbene la Commissione europea non abbia adottato una decisione formale, Lea Zuber, portavoce per la concorrenza, ha dichiarato a TrendSanità: «La Commissione ha avuto discussioni serrate e costruttive con le autorità italiane per verificare che il prestito sia concesso a condizioni di mercato, garantendo che gli interventi pubblici a favore delle imprese possano essere considerati privi di aiuti di Stato».

D’Amato ha criticato le scelte del governo: «È irresponsabile che il governo Meloni sia pronto a concedersi un ulteriore prestito per mantenere in funzione l’azienda, pochi mesi dopo aver dirottato altri 150 milioni, inizialmente destinati alle bonifiche, verso la manutenzione degli impianti dove era stato trovato l’amianto

L’ipotesi della riqualificazione ecologica

Un’opzione sopra al tavolo è la “decarbonizzazione” dell’area a caldo, sostenuta dal governo, Regione, Comune, Acciaierie d’Italia e Legambiente. Questo permetterebbe di riconvertire l’impianto senza ricorrere all’importazione di ferro preridotto o acciaio da paesi terzi, economicamente insostenibile per l’Italia.

In Svezia, progetti innovativi come H2 Green Steel e HYBRIT prevedono la produzione di acciaio senza l’uso di carbone. L’idrogeno verde, prodotto tramite elettrolisi dell’acqua con fornaci elettriche, viene utilizzato per la riduzione diretta del ferro, rilasciando vapore acqueo invece di CO2 ed eliminando le emissioni di benzene e diossine legate alla combustione del carbone.

Soluzioni green sperimentate altrove, come l’idrogeno verde, non sono praticabili a Taranto

Tuttavia, D’Amato, che nel settembre 2023 ha visitato gli impianti svedesi sperando di portare in Italia il loro know-how, sottolinea che questa soluzione non è applicabile a Taranto: «Gli esperti ci confermano che ci vorrebbero 114 km2 per produrre energia idroelettrica, un’area che in provincia non c’è. Inoltre, solo 1700 dipendenti avrebbero il loro posto di lavoro garantito, portando in cassa integrazione gli altri 6000».

Il Fondo per la Transizione Giusta

Secondo Rosa D’Amato, la strada giusta è un’altra, e anche la Commissione europea lo riconosce: «La scelta di stanziare 800 milioni euro del Just Transition Fund alla provincia di Taranto dimostra che la Commissione è pienamente consapevole del problema».

«L’unica opzione realistica per Taranto è chiudere l’impianto e avviare una riconversione economica del territorio utilizzando il Just Transition Fund»

Il Fondo per la Transizione Giusta è stato concepito per finanziare progetti mirati a promuovere l’occupazione e la crescita delle regioni europee ultraperiferiche durante la transizione verso la neutralità climatica. D’Amato ha lavorato a emendamenti alla proposta legislativa del Parlamento europeo per assicurare che il fondo non venisse utilizzato per sostenere le operazioni dell’acciaieria.

«L’unica opzione realistica per Taranto è chiudere l’impianto e avviare una riconversione economica del territorio utilizzando il Just Transition Fund», afferma D’Amato, la quale ha commissionato uno studio con proposte per lo sviluppo territoriale. Avverte inoltre: «Se non utilizzati entro il 2027, questi soldi saranno persi per sempre».

E conclude: «Serve un piano strategico europeo per l’acciaio “verde”, per decidere quanto produrre, dove e come», richiamando le origini dell’Unione europea, come la Comunità europea del carbone e dell’acciaio.

NAME Piemonte: i risultati di un anno in medicina narrativa

NAME Piemonte è un progetto di formazione e ricerca. Sviluppato dal DAIRI R (diretto da Antonio Maconi), dal Centro Studi per le Medical Humanities (Mariateresa Dacquino) e dalla Società Italiana di Medicina Narrativa – Simen (Stefania Polvani e Giovanni Melani), in collaborazione con l’Istituto di Management, Scuola Superiore Sant’Anna ( Giuseppe Turchetti e Ilaria Palla) e il coordinamento operativo di Apertamente (Giulio Bigagli).

NAME è un progetto regionale pilota – uno dei primi progetti italiani che misura specifici indicatori di medicina narrativa – calato in realtà aziendali con specificità diverse e in aule in cui i professionisti avevano background e profili professionali differenti; articolato su 6 laboratori in 4 città, per un totale di 96 ore di formazione che hanno coinvolto 119 professionisti, 12 docenti e facilitatori. La progettualità, avviata a febbraio 2023 con focus group e la costituzione di una cabina di regia composta da professionisti del sistema sanitario regionale con l’obiettivo di supervisionare e migliorare il percorso, è terminata lo scorso mese di maggio. 

Le aree oggetto di analisi sono state tre: come la Medicina Narrativa può diminuire il conflitto (sia tra operatori, sia con i pazienti), migliorare l’aderenza alla terapia e migliorare la pratica clinica. 

I risultati

L’analisi degli indicatori del progetto consente di evidenziare che la Medicina Narrativa contribuisce positivamente nella comunicazione medico-paziente, nella presa in carico del paziente, nel coinvolgimento del familiare e nell’utilizzo tempo dedicato dal medico per la spiegazione della terapia come tempo di cura.

L’analisi dei dati (elaborati in modo quantitativo con questionari e qualitativo con analisi semantiche) ha riscontrato una maggiore percentuale di conflitti risolti (+8.5%) e una maggiore aderenza alle prescrizioni attraverso la relazione con personale dedicato (+6.04%).

Questo ultimo dato indica proprio che sono i professionisti stessi a riconoscere che la comunicazione tra operatore e paziente migliora l’aderenza. Per quanto concerne l’applicazione della MN nella pratica clinica, i progetti di lavoro emersi (48) – in particolare diari narrativi e PDTA – sono un’ottima base per la pratica di cura, costituendo la prima applicazione, a livello nazionale, di percorsi integrati con la Medicina Narrativa, che devono però vedere il coinvolgimento di attori fondamentali come i pazienti e le Associazioni dei pazienti.

Malattie ematologiche, il ruolo fondamentale del dialogo medico-paziente-figli

L’importanza del dialogo tra genitori e figli, in caso di diagnosi di malattia ematologica, e il ruolo chiave del medico. Questi gli aspetti principali che emergono dallo studio “Communicating the diagnosis of a hematological neoplastic disease to patients’ minor children: a multicenter prospective study “, guidato dal reparto di Ematologia adulti della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori, diretto da Carlo Gambacorti Passerini, ematologo di Milano-Bicocca.

La ricerca si è svolta anche attraverso il confronto con reparti ematologi di altre strutture (Ospedale Niguarda di MilanoPoliclinico di MilanoPoliclinico San Matteo di Pavia) e ha evidenziato come la comunicazione condivisa, ma con ruoli ben precisi, possa essere la chiave per una maggiore serenità di tutta la famiglia.

Una nuova diagnosi di malattia oncoematologica rappresenta infatti un evento in grado di modificare radicalmente la vita quotidiana di una persona e gli equilibri familiari. In questo contesto, i figli in età minore spesso rappresentano la “voce dimenticata” all’interno della famiglia: nel tentativo di proteggerli dalle situazioni dolorose, i genitori tendono ad evitare la comunicazione con i figli in merito alla malattia, nella convinzione che bambini e ragazzi non possano comprendere quanto succede.

Questo studio ora invece sottolinea, grazie ai «dati emersi dall’analisi dei questionari sottoposti (dal 2017 al 2021) a coppie di genitori – dice Beatrice Manghisi del gruppo di ricerca di Monza, prima autrice dello studio – che la comunicazione di diagnosi di malattia ematologica ai figli minori, seppur con modalità diverse nei quattro centri coinvolti, abbia un impatto positivo, senza cambiamenti allarmanti nei comportamenti di bambini e ragazzi. Una comunicazione sincera ed aperta, in merito a questa tematica difficile, promuove il dialogo all’interno della famiglia, senza necessità di tenere nascosti ai figli ricoveri ed effetti collaterali delle terapie».

In particolare, presso la Clinica Ematologica dell’IRCCS San Gerardo dei Tintori, è attivo dal 2009 il “Progetto Emanuela” che offre aiuto ai genitori per parlare della loro malattia ai figli. Alla base di questo progetto, il colloquio di medico ematologo e psicologo insieme con i minori per spiegare loro cosa sta succedendo al genitore, offrendo così sia la competenza scientifica del medico sia la mediazione psicologica. 

Un esempio delle immagini utilizzate per la comunicazione della diagnosi ai figli dei pazienti: il midollo osseo è rappresentato come un prato fiorito e la leucemia sono le erbacce

«Attraverso l’uso di immagini che illustrano con metafore e figure la malattia e la terapia – precisa Lorenza Borin, co-autrice dello studio – si preparano i bambini ai cambiamenti fisici che interverranno e si spiega il motivo per cui il genitore dovrà stare isolato. Durante il colloquio è presente una psicologa che sostiene il medico e guida la risposta alle domande, proponendo a seconda dell’età attività di dialogo, gioco o disegno».

«Presso il nostro centro di Monza – prosegue Manghisi – è stata riscontrata una maggior apertura al dialogo tra figli e genitori, mentre nelle altre realtà, dove non esiste un progetto consolidato come il Progetto Emanuela, la comunicazione con i figli dei pazienti è affidata al supporto psicologico o ai genitori stessi».

«La nostra esperienza con il progetto Emanuela ci convince fortemente del ruolo chiave che il medico ematologo può svolgere nella comunicazione con i figli dei pazienti. – conclude Carlo Gambacorti Passerini, direttore della Struttura Complessa Ematologia adulti del San Gerardo – I pazienti percepiscono le competenze mediche come complementari a quelle genitoriali, e identificano nell’ematologo un supporto indispensabile nella comunicazione, una figura in grado di prendersi cura anche degli aspetti familiari e relazionali. Questo nuovo ruolo del medico sembra avere un impatto positivo sui pazienti stessi, migliorando la comprensione della malattia, la fiducia nel personale sanitario e l’alleanza terapeutica medico-paziente».

“Riforma” disabilità, ministro Locatelli a TrendSanità: «Con “progetto di vita” basta burocrazia e rinvii. Puntare su LEPS e nuova normativa caregiver»

«Attualmente i territori rispondono ai singoli bisogni, solo che lo fanno in modo frammentato. Ci sono sportelli, uffici e vari enti ai quali le persone con disabilità e le loro famiglie si devono rivolgere con notevoli complicazioni a volte per i tempi di attesa, e perché non tutti sono in grado di rispondere a quel bisogno specifico e serve tornare in un altro ufficio. Con l’introduzione del “progetto di vita”, invece, noi semplifichiamo l’iter burocratico, semplifichiamo la vita delle persone con disabilità, obbligando gli enti e le istituzioni a sedersi tutti intorno allo stesso tavolo e a dare contemporaneamente le risposte ai bisogni che siano di tipo sanitario, socio sanitario, assistenziale e sociale in modo da poter attivare immediatamente, all’atto della firma del “progetto di vita”, tutti i servizi e le misure che sono stati ritenuti adeguati per rispondere ai bisogni, sempre partendo dai desideri e dalle esigenze della persona con disabilità e in condivisione con la sua famiglia».

Alessandra Locatelli

Parte dalla più importante delle novità introdotte dal “decreto disabilità” il Ministro Alessandra Locatelli nel suo colloquio con TrendSanità e nel confronto con gli esperti di associazioni, enti e professioni che ogni giorno si dedicano con abnegazione a questo tema, le cui opinioni sulla “riforma” potrete leggere presto sulla nostra testata. Questo decreto, il numero 62 del 2024, entrato in vigore da pochi giorni, il 30 giugno 2024, è stato definito epocale…

Ma cosa cambia nel concreto per le persone con disabilità?

«Il “decreto disabilità”, cuore della riforma che stiamo attuando, rivoluziona la presa in carico della persona, permette di sburocratizzare il percorso di riconoscimento dell’invalidità civile e, soprattutto, attraverso l’introduzione del “progetto di vita”, di superare le frammentazioni tra le prestazioni sanitarie, sociosanitarie e sociali. Si semplifica, dunque, la fase preliminare dell’accertamento dell’invalidità, la cosiddetta valutazione di base, individuando un unico soggetto accertatore, riunificando le procedure esistenti ed eliminando le visite di rivedibilità grazie a un certificato che di norma avrà durata non limitata nel tempo. Il decreto sul “progetto di vita” introduce anche il principio dell’accomodamento ragionevole e aggiorna il linguaggio sulla disabilità: parole come handicappato e portatore di handicap saranno abolite dalle leggi ordinarie e si parlerà finalmente di persone con disabilità». 

La macchina amministrativa da avviare è complessa. Ci sono le risorse sia umane, sia economiche?

«Sì, sono state stanziate dal precedente Governo e da noi incrementate. Inoltre, la parte che riguarda i medici componenti le commissioni di valutazione in capo all’INPS verrà implementata con le risorse che abbiamo messo a disposizione della stessa INPS».

A livello territoriale spesso le leggi, anche se valide, si attuano con fatica e la differenza tra Regioni non aiuta. Cosa si prevede per superare questo problema?

«Intanto, c’è sicuramente un tema di norme da attualizzare, un tema di risorse che verranno sempre incrementate, ma c’è anche un tema che non riguarda solo la differenziazione territoriale, ma le singole persone, quindi lo sguardo che dobbiamo cambiare. La riforma, infatti, vuole stimolare e promuovere un nuovo approccio che guardi alle persone per i loro talenti e le loro competenze e non per i loro limiti. Questo per tutti gli ambiti della vita quotidiana a partire dalla presa in carico della valutazione della disabilità, che non deve essere più legata solo alla capacità residua di lavorare ma alla funzionalità di ogni singola persona fino ad arrivare ad altri temi che devono ricomprendere il benessere, la cura, l’aspetto della formazione e dell’inclusione lavorativa, la vita ricreativa e la dimensione della vita sociale. Tutto questo deve tenersi insieme perché la persona è una. Per quanto riguarda le differenze territoriali nello sviluppo di buone politiche della presa in carico delle persone attraverso l’elaborazione dei LEPS (Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali) avremo l’opportunità di dare uno standard minimo a tutte le Regioni affinché si possano allineare e garantire gli stessi diritti a tutti».

Per attuare il “progetto di vita” si prevede un budget personalizzato che può essere flessibile in base alle esigenze specifiche, ma la compartecipazione al costo delle prestazioni resta in piedi. Come si conciliano le due cose?

«Il “progetto di vita” viene realizzato con il budget di progetto e deve tenere conto delle risorse della persona con disabilità ma anche di quelle che vengono messe a disposizione dal livello locale, regionale e nazionale. Tutto concorre a scrivere il budget di progetto ed è quello che rende sostenibile il “progetto di vita”, inteso sia come progetto della riforma della disabilità sia come il progetto di vita, per esempio, per applicare la Legge 112/2016 sul “dopo di noi”. Perché per poter garantire alla persona una vita il più possibile autonoma, indipendente e dignitosa, bisogna inserire nel budget di progetto tutte le risorse disponibili, comprese quelle della persona. Non c’è niente di strano, serve però che tutti gli enti e chi lavora negli enti siano in grado di elaborare progetti e budget di progetti sostenibili, mirati, adeguati a ogni persona, a partire dai suoi desideri e dal suo diritto di scegliere come previsto dalla Convenzione Onu».

Come si potrà semplificare un iter piuttosto complesso come quello che prende in carico la persona con disabilità?

«Quello che serve per introdurre in maniera efficace questo strumento è una capillare formazione che avverrà nelle prossime settimane già per le nove province oggetto della sperimentazione che partirà dal 1° gennaio 2025,ma poi si diffonderà in tutto il territorio nazionale una formazione intensa rivolta agli enti locali, agli enti regionali, alle Università, in accordo con il Ministero dell’Università, agli enti del Terzo settore e a tutte le categorie professionali coinvolte nella stesura del “progetto”. Non dimentichiamo poi che insieme con la sperimentazione del “progetto di vita” partirà anche la sperimentazione che riguarda la valutazione dell’invalidità civile».

Come si è valutata e riconosciuta la figura del caregiver, centrale in moltissime famiglie?

«Nella riforma della disabilità la figura del caregiver è molto importante. La stesura del “progetto di vita” della persona con disabilità parte dai desideri della persona stessa, ma è anche un percorso condiviso con la famiglia, che è quindi direttamente coinvolta nel “progetto”. Più in generale, il tavolo tecnico che abbiamo istituito con il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sta predisponendo una bozza di proposta di cornice normativa per il riconoscimento della figura del caregiver familiare, in particolare convivente, prevedendo dei sostegni che siano diversificati a seconda della complessità della presa in carico della cura da parte del familiare. Questo per dare finalmente una risposta concreta attesa da anni dalle famiglie».

L’estate è arrivata: i suggerimenti di AIFA per conservare e utilizzare correttamente i medicinali

Anche i farmaci temono il caldo e per questo, in estate, è necessario qualche accorgimento in più per conservarli correttamente. Ovunque si vada, non deve mancare quanto necessario per proseguire le nostre terapie in sicurezza. Con il caldo, prima della partenza per le vacanze, sarà bene però osservare alcune semplici accortezze. Prima di tutto leggendo il Foglio Illustrativo, che riporta le esatte modalità e temperature di conservazione. È importante rispettarle perché la sicurezza non va in vacanza.

Ecco alcuni consigli:

La temperatura è importante, rispettala

Innanzitutto va verificata attentamente sul Foglio Illustrativo la giusta temperatura di conservazione. Se non sono specificate particolari condizioni, i farmaci vanno conservati in ambienti freschi e asciutti a una temperatura inferiore a 25 °C. In viaggio è buona norma dotarsi di borse refrigerate che possano mantenere una temperatura adeguata per tutta la durata del tragitto.

In auto ricordarsi che l’abitacolo è più fresco del portabagagli.

In aereo meglio portare i farmaci salvavita nel bagaglio a mano insieme alle prescrizioni. Ricordando che i liquidi di volume non superiore a 100 ml possono essere trasportati nel bagaglio a mano e devono essere inseriti in buste trasparenti, mentre per compresse e capsule non ci sono restrizioni.

Alcuni farmaci necessitano di particolari condizioni di conservazione. L’insulina, ad esempio, deve essere conservata in frigo a una temperatura controllata compresa tra 2 e 8 °C. Anche i farmaci per la tiroide, i contraccettivi e altri medicinali a base ormonale sono particolarmente sensibili alle variazioni termiche.

Evitare, in ogni caso, di esporli a fonti di calore e a irradiazione solare diretta.

Occhio all’aspetto

Se l’aspetto del farmaco che si assume abitualmente sembra diverso o presenta difetti come un colore o un odore anomalo o una differente consistenza, consultare il medico o il farmacista prima di assumerlo perché questi cambiamenti non sempre sono indice di un deterioramento del medicinale.

Controllare sempre la compatibilità con l’esposizione al sole

Alcuni farmaci possono provocare reazioni di fotosensibilizzazione come dermatiti o eczemi. Questo fenomeno può verificarsi in particolare con creme a base di cortisone, gel, soluzioni o spray, ma anche antibiotici e anticoagulanti. In questo caso, è bene evitare l’esposizione solare, in particolare nelle ore più calde della giornata, e utilizzare sempre un’adeguata protezione. In casi specifici, ad esempio dopo l’uso di cerotti a base di ketoprofene, è necessario evitare di esporsi al sole fino a due settimane dopo il trattamento.

Preferire le formulazioni solide

Ricordarsi che, quando possibile, in estate l’utilizzo di formulazioni solide come le compresse è da preferire alle formulazioni liquide, poiché meno sensibili alle alte temperature.

Portare con sé le confezioni originali

Un errore comune durante la preparazione dei bagagli è quello di mettere farmaci diversi nello stesso contenitore per risparmiare spazio. Tuttavia, questo può comportare una difficoltà nel riconoscere i medicinali, e c’è il rischio di fare confusione con le scadenze, le avvertenze o i dosaggi. Inoltre, blister e scatole riparano i farmaci da luce e umidità, al contrario dei portapillole o di contenitori non esplicitamente destinati al trasporto di medicinali. Questi potrebbero facilmente surriscaldarsi e alterarli. Occorre estrarre dal contenitore originale solo la dose da assumere.

Nel caso fosse necessario acquistare un farmaco, la confezione originale che riporta la composizione potrà essere d’ausilio a dialogare con medici e farmacisti del luogo.

Per non dimenticarsi di assumere i medicinali nei giusti orari è utile scaricare l’App “AIFAmedicinali” (disponibile per cellulari Android e iOS), che consente di creare il proprio armadietto farmaceutico con l’attivazione di alert per ricordare quando assumerli o per segnalare se sono previste carenze in farmacia.

Con questi semplici ma essenziali accorgimenti che compongono un piccolo vademecum da portare in valigia per viaggiare sicuri, le vacanze saranno più serene.

Dispositivi medici: differenze territoriali e payback le incognite. Gli Early Feasibility Studies (EFS) la speranza

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La sostenibilità dei dispositivi medici dipende da una molteplicità di fattori: pensare una nuova governance, colmare le grandi differenze territoriali, utilizzare al meglio gli Early Feasibility Studies (EFS) – le valutazioni cliniche dei dispositivi medici nelle prime fasi di sviluppo – avviare appieno il Programma nazionale HTA.

A dire il vero ci sono tanti altri spunti emersi nel corso della seconda Conferenza Nazionale sui dispositivi medici, svoltasi a Roma e promossa dalla Fondazione Mesit. Alla luce delle molte interlocuzioni svolte nella giornata tra gli esperti e TrendSanità, intanto, una fotografia è doveroso farla: quello dei dispositivi medici è un settore decisivo che vale ben 17 miliardi di euro, ed è capace di «trainare il nostro PIL», come sostiene senza alcun tentennamento Marco Trabucco Aurilio, Presidente Mesit. Ma l’innovazione, aggiungono in parecchi, deve essere finalizzata a migliorare la salute e i servizi per i pazienti.

Abbandonare le differenze territoriali ed evitare i viaggi della speranza

È importante evitare i viaggi della speranza e quindi le differenze fra Nord e Sud, garantendo le stesse possibilità a tutte le Regioni

Achille Iachino

Fare innovazione spendendo meglio è tra i buoni propositi di Achille Iachino, Direttore della Direzione Generale dei Dispositivi medici e del Servizio Sanitario farmaceutico del Ministero della Salute. Tra le novità annunciate, il sistema di registri dei dispositivi medici, che consentirà di ottenere dati utili per fare governance e programmazione. E per quanto riguarda l’accesso ai dispostivi medici è importante «evitare i viaggi della speranza e quindi le differenze fra Nord e Sud, garantendo le stesse possibilità a tutte le Regioni». Inevitabile uno sguardo al passato, quando «abbiamo governato la sanità per tetti i problemi non sono mancati e non a caso il payback è figlio di quel tempo», sostiene Iachino.

Gli EFS e le criticità sulle tempistiche europee

Nel frattempo, le aziende stanno spingendo per avviare la nuova governance, con regole chiare e definite. E qui entrano in gioco gli EFS, che, a parere di Fernanda Gellona, Direttore Generale di Confindustria dispositivi medici, rappresentano «la luce in fondo al tunnel, nonché un ultimo tram su cui dobbiamo salire, per agevolare la competitività in Italia».

L’impoverimento della concorrenzialità dell’Europa è un aspetto sottolineato anche da Cristiano Spada – Direttore Uoc di Endoscopia presso la Fondazione Policlinico Universitario Gemelli, che riporta come «dalla Cina ci dicono che in Italia e in Europa non siamo interessanti, perché per partire e fare una sperimentazione si supera anche l’anno e mezzo». E poi, aggiunge, «nel campo dell’endoscopia ci sono state rivoluzioni incredibili e non dimentichiamoci che l’implementazione fino a 15 anni fa avveniva solo in Europa». In risposta a questo rallentamento Iachino sostiene che «il problema è frutto di un approccio: quando dobbiamo fare qualcosa andiamo alla ricerca degli standard migliori».

Programma nazionale di HTA, istruzioni per l’uso

Ma guardiamo alla grande risorsa da cui il settore si aspetta molto: il Programma nazionale di Health Technology Assessment (HTA) per i dispositivi medici, sì in fase di implementazione, ma già coperto da stakeholder e da un albo di 22 centri collaborativi. Marco Marchetti, a capo dell’Unità di HTA dell’Agenas, tocca un tema molto importante, quello dei rimborsi: «Una delle ambizioni del Programma – afferma – è creare una connessione tempestiva con i processi di rimborso dei dispositivi medici». L’aspetto delle tariffe lo approfondisce Pietro Derrico, past President Società italiana di HTA, che suggerisce di ispirarsi a una delle nazioni con il sistema sanitario fra i più avanzati, la Germania, dove «i negoziatori danno fiducia all’impresa, che entro un anno riporta i dati di real world evidence con i quali si fanno i calcoli su salute, costo dell’organizzazione, assistenza e non solo».

Più formazione: previste borse di studio

Altra novità riguarda la formazione, essenziale per regolare l’accesso all’innovazione in un contesto tecnico scientifico, dove sarà opportuno uniformare il linguaggio dei professionisti sanitari. «Abbiamo previsto due livelli di formazione – anticipa Marchetti – una di base, destinata a 2000/2500 operatori l’anno, e una avanzata, per la quale metteremo a disposizione circa 250 borse di studio per corsi di perfezionamento post universitari e altre 50, per master universitari di secondo livello». 

Una grande risorsa: i registri dei dispostivi medici

Ad approfondire il tema dei registri dei dispositivi medici è Antonella Campanale, Dirigente medico, Ufficio 5 di Vigilanza sugli incidenti con dispositivi medici del Ministero della Salute, che li definisce «uno strumento strategico con cui valutare la performance». «Tranne una flessione negli anni della pandemia da covid-19 – spiega – c’è sempre stato un aumento nella spesa pubblica dei dispositivi medici, che nel 2023 ha superato i 5 miliardi di euro». Il 2023 è l’anno d’esordio della raccolta dati degli impianti protesici mammari, primo e unico registro al mondo, che raccoglie i dati sia nel pubblico che nel privato.

CONSIP: robot chirurgici in arrivo

È in preparazione una grande novità per CONSIP con una gara sui robot chirurgici

L’impegno che si prefigge CONSIP, rappresentata da Roberta D’Agostino, Responsabile Divisione Sourcing Sanità, Beni e Servizi, è di individuare dispositivi innovativi con un rapporto qualità-prezzo ragionevole. E quindi, «il mercato della fornitura – chiarisce – non è il nemico, il nostro obiettivo è dare la possibilità a tutti di partecipare e fornire ai medici più scelte possibili». La centrale acquisti della pubblica amministrazione non si ferma qui, perché è in preparazione una grande novità con una gara sui robot chirurgici.

L’innovazione alla portata dei pazienti

In conclusione della intensa giornata, torna chiaramente l’invito al Servizio Sanitario Nazionale a migliorare le sue performance grazie all’innovazione tecnologica. Ma senza dimenticare il principale beneficiario: il paziente. Di questo parla Andrea Rappagliosi, chair dell’HTA committee della Medtech Europe, perché «dare più salute ai cittadini è il senso per cui l’industria esiste».

Iachino: «Il sistema dei dispositivi medici è pronto a recepire l’innovazione»

Achille Iachino, Direttore della Direzione Generale dei Dispositivi medici del Ministero della Salute, ha parlato alla seconda Conferenza Nazionale sui Dispositivi Medici. Ha sottolineato l’importanza degli studi di fattibilità precoce per valutare l’impatto dei dispositivi sul sistema sanitario, citando un esperimento ministeriale con ottimi risultati. Ha inoltre evidenziato il ruolo del registro dei dispositivi medici nell’analisi dei dati, utile per fotografare il sistema e individuare aree di miglioramento.

AGENAS: «In due anni, nuovo sistema di rimborsabilità per i DM»

Il sistema di HTA in Italia richiede una revisione del meccanismo di rimborsabilità dei dispositivi medici, attualmente legato a tariffe non aggiornate che non coprono i costi dei dispositivi innovativi. In altri Paesi, come la Francia, il rimborso è legato al valore aggiunto clinico apportato dai DM. Nel corso della seconda Conferenza Nazionale sui dispositivi medici, sottolinea Marco Marchetti, capo dell’Unità di HTA di Agenas: «In Italia nei prossimi due anni è previsto un rinnovamento del sistema. Le Regioni hanno difficoltà a coprire i costi di questi dispositivi, che non sono inclusi nei Livelli essenziali di assistenza. La revisione del meccanismo potrebbe ridurre le disuguaglianze tra Regioni e la mobilità sanitaria».

CONSIP: «Il sistema sanitario deve guardare sempre all’aspetto qualitativo»

Dall’innovazione al procurement, l’equità nell’accesso ai DM a livello regionale: nel corso della seconda Conferenza Nazionale sui dispositivi medici, svolta a Roma nei giorni scorsi, è emerso anche il tema del procurement, con la partecipazione di Roberta D’Agostino, Responsabile Divisione Sourcing Sanità, Beni e Servizi di Consip, che ha sottolineato: «Nella definizione di un capitolato di gara CONSIP considera sempre l’aspetto qualitativo soprattutto per i dispositivi innovativi. Fondamentale è definizione della corretta base d’asta, che garantisca la qualità elevata dei device con un prezzo che renda sostenibile il sistema».

Il centro-destra europeo vuole creare una nuova commissione per la sanità pubblica nel Parlamento europeo

Peter Liese

Il Partito Popolare Europeo (PPE), gruppo parlamentare del centro-destra europeo, sta spingendo per una riforma della commissione parlamentare ENVI (Ambiente, Sanità pubblica e Sicurezza alimentare). La proposta prevede la creazione di una commissione separata dedicata esclusivamente alla sanità pubblica, con una decisione attesa già per oggi, 11 luglio.

Peter Liese, capo della delegazione tedesca del PPE, sostiene che una commissione specifica per la sanità pubblica consentirebbe di dedicare maggiore attenzione e risorse su questo settore, migliorando l’efficienza dei lavori parlamentari, permettendo di assegnare deputati, staff del segretariato e tempi di discussione.

Attualmente, la sanità pubblica rientra nelle competenze della commissione ENVI, che si occupa anche di ambiente e di sicurezza alimentare. Secondo il PPE, questa sovrapposizione tematica riduce la capacità di concentrarsi adeguatamente sulla sanità pubblica.

Tilly Metz

Tuttavia, non tutti concordano con questa proposta. Il gruppo dei Socialisti e Democratici, al quale appartiene il Partito Democratico (PD), il gruppo dei Verdi, al quale appartiene Europa Verde, e il gruppo della Sinistra europea, al quale appartengono la Sinistra italiana e ora anche il Movimento Cinque Stelle, si oppongono alla divisione della commissione attuale.

Secondo loro, mantenere la tematica della sanità pubblica all’interno di ENVI è fondamentale per preservare l’approccio “One Health”, che sottolinea l’interconnessione tra la salute umana, animale e ambiente. «C’è il rischio che la sanità pubblica venga affrontata separatamente dall’ambiente, che si comprometta l’approccio “One Health”», ha affermato Tilly Metz, portavoce dei Verdi.

La proposta del PPE non è nuova. Già all’inizio dell’attuale legislatura, nel 2019, il gruppo aveva spinto per una commissione separata per la sanità pubblica. Tuttavia, è riuscito soltanto ad ottenere un compromesso: a febbraio del 2023 è stata creata la sottocommissione di sanità pubblica “SANT” (acronimo di “santé”, francese per salute). Tuttavia, la sottocommissione non ha potere legislativo autonomo, e le proposte discusse in SANT devono essere successivamente votate in ENVI.

Le date da tenere d’occhio

La discussione è tutt’altro che conclusa. Questo giovedì, la conferenza dei presidenti del Parlamento europeo (l’organo supremo del Parlamento europeo, composto dal presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, e dai presidenti dei sette gruppi politici) potrebbe decidere sulla creazione di una commissione dedicata esclusivamente alla salute pubblica. Tuttavia, voci interne al PPE e alla Sinistra Europa hanno riferito a TrendSanità che, al momento, non è prevista la creazione di nuove commissioni.

Nella settimana successiva (16-19 luglio), il Parlamento europeo si riunirà a Strasburgo per la prima sessione della sua nuova legislatura (2024-2029). Mercoledì 17 alle 12:30 si voterà sul numero di deputati per ciascuna commissione, mentre venerdì 19 sarà annunciata la composizione delle commissioni.

Successivamente, il 23 luglio a Bruxelles si terrano le riunioni costitutive delle commissioni, con l’elezione dei rispettivi presidenti e vicepresidenti. I lavori sui dossier politici inizieranno al rientro dalle vacanze estive: il 9 settembre per SANT e il 23 settembre per ENVI. Si vocifera che il PPE potrebbe voler ritardare la decisione fino all’autunno per garantire più nomine politiche in un secondo turno decisionale.

Con 88 membri, ENVI è oggi la commissione più grande del Parlamento europeo. Le proposte di riforma del PPE riflettono i cambiamenti in atto anche all’interno della Commissione Europea, guidata dalla Presidente Ursula von der Leyen, appartenente allo stesso schieramento politico. Secondo una bozza interna del Segretariato generale della Commissione europea (che lavora per i 27 commissari europei – uno per Stato membro), anche la Direzione Generale della Salute e della sicurezza alimentare (DG SANTE), attualmente divisa in due aree – sanità pubblica e sicurezza alimentare – potrebbe subire una riorganizzazione a settembre, con la sicurezza alimentare trasferita sotto la Direzione Generale dell’Agricoltura (DG AGRI).

Possibili impatti della riorganizzazione

Se approvata, la creazione di una commissione separata per la sanità pubblica potrebbe migliorare l’efficienza nella gestione di temi cruciali come la risposta a future crisi pandemiche, il Piano europeo contro il cancro e la resistenza agli antibiotici. Tuttavia, c’è il rischio che questa separazione possa indebolire l’approccio integrato e multidisciplinare alla salute, noto come “One Health”, che è stato un punto focale della Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dopo la pandemia di Covid-19. Se ciò accadesse, sarebbe visto come un ulteriore passo verso il fallimento del Green Deal europeo.

Le decisioni che verranno prese nelle prossime settimane e mesi potrebbero avere un impatto duraturo sulla gestione della sanità pubblica in Europa.