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Abolizione obbligo vaccinale bambini: la posizione contraria di igienisti e pediatri

Le vaccinazioni sono uno strumento di prevenzione primaria di straordinaria importanza e vengono utilizzate con l’obiettivo di conferire uno stato di protezione ai soggetti che per età, condizioni epidemiologiche, di salute, occupazionali o comportamentali, sono esposti al rischio di contrarre malattie infettive prevenibili mediante immunizzazione nonché quello di ottenere il controllo o l’eliminazione, quando possibile l’eradicazione, di patologie infettive che correlano con quadri clinici severi, complicazioni o per le quali non esiste terapia.

«I recenti dati epidemiologici relativi al morbillo – afferma Giovanni Gabutti, Coordinatore del Gruppo di Lavoro ‘Vaccini e Politiche vaccinali’ della Società Italiana d’Igiene (SItI) – dimostrano chiaramente che non si può abbassare la guardia e che, anzi, occorre un ulteriore sforzo per incrementare le coperture vaccinali. L’ipotesi di abolire l’obbligo vaccinale non ha pertanto alcun razionale scientifico e comporterebbe il rischio sia di vanificare gli sforzi fatti negli ultimi anni che di favorire la comparsa di nuovi episodi epidemici di malattie che non possono assolutamente essere considerate né sconfitte né banali».

Spesso si dimentica che l’assenza o lo scarso impatto di molte malattie prevenibili con vaccino è strettamente legato al raggiungimento e al mantenimento di elevate coperture vaccinali, che pertanto sono fondamentali.

Un programma di vaccinazione ha due effetti, uno diretto, per cui la quota di popolazione vaccinata diventa immune (da cui deriva una riduzione del numero delle infezioni), ed uno indiretto, in base al quale, superata una certa soglia di copertura, si ottiene un minor numero di casi di infezione e quindi una ridotta forza dell’infezione stessa (immunità di gregge). Il meccanismo dell’immunità di gregge si innesca però quando vengono raggiunti e mantenuti elevati tassi di copertura vaccinale, generalmente ≥95% come esplicitato nel Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2023-2025 che indica chiaramente gli obiettivi di copertura da raggiungere.

L’importanza delle vaccinazioni

L’Italia è sempre stata all’avanguardia in ambito vaccinale e storicamente ha ottenuto risultati eccellenti, soprattutto nella fascia pediatrica. Tuttavia, a partire dal 2013 e per alcuni anni, si è registrato un progressivo calo delle coperture nei confronti sia delle vaccinazioni obbligatorie che di quelle raccomandate che ha determinato nel nostro Paese una copertura media <95% e quindi il rischio di perdere l’immunità di gregge. Per questo motivo è stato emanato il Decreto legge n. 73 del 7 giugno 2017 – “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale” – modificato dalla Legge di conversione del 31 luglio 2017, n. 119, che ha determinato l’obbligatorietà delle seguenti vaccinazioni per i minori di età compresa tra zero e sedici anni e per i minori stranieri non accompagnati: anti-poliomielitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus influenzae tipo b (mediante l’uso del vaccino esavalente) e anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite e anti-varicella.

L’introduzione dell’obbligo ha permesso di ottenere in tempi relativamente rapidi un significativo incremento delle coperture per le vaccinazioni obbligatorie.

Si è osservato tuttavia, in questi anni, una nuova riduzione delle coperture che nulla ha a che fare con l’obbligo ma, piuttosto, con una globale reazione agli eventi correlati alla pandemia dal momento che l’abbassamento delle coperture riguarda tutte le vaccinazioni e non solo quelle obbligatorie.

Nel periodo gennaio-maggio 2024, in Italia, sono stati notificati 556 casi di morbillo (22,7 casi per milione di abitanti), di cui 125 casi nel mese di maggio. La maggior parte dei casi (89,7%) ha interessato soggetti non vaccinati; un ulteriore 4,9% dei casi è stato registrato in soggetti incompletamente vaccinati. L’età mediana dei casi segnalati è pari a 30 anni e sono stati segnalati casi tra operatori sanitari (37 nel 2024) e trasmissione in ambito nosocomiale. Il 30% circa dei casi ha presentato almeno una complicanza.

«Ha del ridicolo anche solo immaginare che genitori convinti della efficacia delle vaccinazioni non vaccinino il proprio figlio solo perché obbligati a farlo e, per dare fastidio allo Stato, ne mettano a rischio la vita – sottolinea Roberta Siliquini, Presidente della Società Italiana d’Igiene – Piuttosto che togliere l’obbligo è necessario rafforzare i Dipartimenti di Prevenzione, ad oggi sottofinanziati, affinchè abbiano le risorse necessarie per meglio comunicare con le famiglie garantendo una capillare e corretta informazione».

Il no dei pediatri

Il Tavolo tecnico Malattie infettive e Vaccinazioni della Società Italiana di Pediatria esprime la sua ferma opposizione all’emendamento al decreto sulle liste d’attesa che prevede di trasformare in “raccomandati” i vaccini contro morbillo, rosolia, parotite e varicella.

La Legge sull’obbligo vaccinale per l’accesso a scuola ha dimostrato di essere un efficace strumento per aumentare i livelli di copertura vaccinale in un momento storico in cui erano in calo. Se consideriamo il morbillo, malattia altamente contagiosa con un tasso di mortalità di circa 0,1-0,2% (1-2 su 1.000) nei paesi sviluppati, prima dell’introduzione della legge, la copertura vaccinale per i nati nel 2014  entro i 24 mesi di età era dell’87,21%. Attualmente, per i nati nel 2020, questa percentuale è salita al 94,38%, ma ci sono ancora 22.755 bambini non protetti contro il morbillo entro i 24 mesi.

Analizzando ulteriormente i dati, nella fascia di età 5-6 anni, più di 73.000 bambini non risultano adeguatamente protetti con una o due dosi di vaccino contro il morbillo. Nella fascia di età dei 18 anni, la situazione è ancora più preoccupante: più di 37.000 diciottenni non hanno effettuato la prima dose di vaccino contro il morbillo e più di 67.000 non hanno ricevuto la seconda dose.

Questi dati spiegano l’attuale quadro epidemiologico del nostro Paese, con 556 casi di morbillo notificati solo nel periodo dal 1° gennaio al 31 maggio 2024.

Alla luce di queste evidenze, appare chiaro che eliminare l’obbligo vaccinale in questo momento sarebbe irrazionale. In un contesto dove la disinformazione è diffusa, una proposta di questo tipo rischia di compromettere la salute pubblica, mettendo in pericolo sia i singoli cittadini sia l’intera società. 

“Rapid Recovery Unit”: il nuovo reparto di Ortopedia dell’ospedale Mauriziano di Torino che riduce le liste d’attesa

Si chiama Rapid Recovery Unit ed è il nuovo reparto dell’ospedale Mauriziano di Torino che, adottando regole di lean management in sanità ed utilizzando tecniche personalizzate ed innovative in sala operatoria, permette di affrontare le patologie ortopediche più importanti, qualila protesi di ginocchio o di anca, dimettendo il paziente tra la seconda e la quinta giornata di ricovero, grazie all’anticipazione dei diversi trattamenti necessari alla cura. Così il Mauriziano vede crescere del 25% il numero di interventi eseguiti con conseguente riduzione delle liste d’attesa.

Il paziente della Rapid Recovery Unit del Mauriziano, sottoposto ad intervento di protesi di ginocchio, entra in reparto tra domenica e lunedì per gli ultimi accertamenti prima dell’intervento chirurgico programmato per il lunedì mattina. Dopo l’anestesia loco-regionale (che agisce solo sulla zona interessata dall’intervento) è il momento della sala operatoria, dove vengono adottate tecnologie dedicate al singolo paziente ed ogni caso è studiato con pianificazione pre-operatoria e con protesi personalizzate. A supporto dell’équipe chirurgica possono inoltre intervenire tecnologie, quali navigazione, robotica o 3D.

Il paziente rientra nel reparto di Rapid Recovery Unit nella stessa giornata dell’intervento chirurgico ed inizia il percorso di riabilitazione con mobilitazione a letto ed iniziale deambulazione con l’ausilio delle stampelle. Nei giorni successivi prosegue il percorso di riabilitazione e viene dimesso entro il venerdì in condizioni di autonomia ed indipendenza, vale a dire con la capacità di salire e scendere le scale, nonché di alzarsi dal letto o dalla sedia. Il percorso di riabilitazione prosegue nei giorni successivi, a domicilio o in ospedale. Per gli interventi meno complessi che possono riguardare la traumatologia sportiva del ginocchio o della spalla le dimissioni possono arrivare il giorno stesso dell’intervento o nella seconda giornata di ricovero.

«Negli ultimi anni, patologie ortopediche come quella dell’artrosi o come quelle traumatiche del mondo sportivo, risultano in costante crescita e con loro aumenta la necessità di interventi chirurgici che vadano incontro alle esigenze del singolo paziente – spiega Roberto Rossi, Direttore dell’Ortopedia dell’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino -. È per questo motivo che il nostro ospedale, con il supporto dell’Università, ha creato il reparto di Rapid Recovery Unit, realtà nata per ottimizzare il risultato destinato al paziente in virtù di un team anestesiologico dedicato, che applica terapie e protocolli antalgici innovativi, in grado di offrire un elevato risultato in termini di diminuzione del dolore e di un team di sala operatoria capace di applicare tecniche chirurgiche innovative con il supporto di nuove tecnologie. Realtà di questo tipo esistono già negli Stati Uniti, in Europa e Italia, ma sono tutte private: quella del Mauriziano è la prima realtà italiana ad essere nata all’interno del Servizio Sanitario Nazionale».

«Si tratta di un percorso assistenziale che coinvolge il paziente ed i suoi familiari in ogni sua fase – aggiunge Elga Ghironi, responsabile assistenziale del Dipartimento area chirurgica del Mauriziano -. Già nella fase pre-operatoria, il paziente viene informato su tutto ciò che accadrà prima e dopo l’intervento: dal pre-ricovero alle fasi intra e post operatorie. Il paziente viene preso in carico da tutte le figure assistenziali che intervengono, ciascuno con le proprie competenze, in ogni fase del percorso: ortopedico, anestesista, fisiatra, fisioterapista, infermieri, personale di supporto, amministrativo ed anche volontario».

«Il nuovo reparto di Rapid Recovery Unit permette di applicare i principi di lean management all’interno del percorso ortopedico chirurgico del nostro ospedale – conclude Stefano Passi, medico della Direzione sanitaria dell’Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano -. Il metodo lean è una tecnica di management in sanità che si basa su tre principi cardine: standardizzare i processi clinici, eliminare gli sprechi, ottimizzare l’attività a valore per l’Azienda e soprattutto per il paziente. Grazie a questo nuovo modello organizzativo, il Mauriziano è oggi in grado di offrire un percorso di pre-ricovero rapido ed efficiente, che si completa nell’arco di una giornata, nonché di garantire un numero maggiore di interventi. Una prima analisi dei risultati clinici e di soddisfazione del paziente e dei risultati economici dell’Azienda ci porta a dire che il reparto di Rapid Recovery Unit ha permesso un aumento del numero di interventi di circa il 25%, nonché una drastica riduzione dei cosiddetti “tempi non a valore”, quelli che indicano sprechi ed inefficienze nell’intero processo ospedaliero e che oggi, con questo nuovo modello organizzativo, risultano pressoché azzerati. Quello di Rapid Recovery Unit è un modello vincente in grado di garantire efficacia, efficienza, sicurezza e soprattutto qualità ai pazienti che curiamo nel nostro ospedale».

Tempo, formazione e il nodo “gestionali”. Pediatri e medici di famiglia alle prese con il FSE 2.0

«Proprio domenica scorsa ho inviato un mio giovane paziente con una patologia grave in pronto soccorso per una urgenza ed ero ansioso di vedere gli esiti degli esami di laboratorio a cui lo stavano sottoponendo. È bastato aspettare meno di un’ora e collegandomi al suo fascicolo sanitario elettronico ho potuto verificare i dati ed essere rassicurato che la situazione si stava normalizzando».

Ecco a cosa può servire, ad esempio, il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) di cui tanto si è parlato nelle scorse settimane. A raccontare questa storia a TrendSanità è Osama Al Jamal, segretario nazionale alla tesoreria FIMP – Federazione italiana medici pediatri e segretario regionale FIMP per la Sardegna. La storia del dottor Al Jamal delinea un approccio positivo a questo strumento, ma complicazioni, ritardi e lati oscuri non mancano.

Una lunga storia

La storia del dottor Al Jamal delinea un approccio positivo a questo strumento, ma complicazioni, ritardi e lati oscuri non mancano

Parliamo di uno strumento innovativo per la nostra sanità. Così innovativo che se ne parla già nel 2003, analizzando il tema della protezione dei dati sanitari personali, poi nel 2009, quando il Garante ne fissa le prime linee guida e ancora, ufficialmente, con l’articolo 12 del Decreto-legge 179 del 18 ottobre 2012 che lo istituisce formalmente. Ora, come dicono i geek dell’informatica, il FSE ha fatto un reboot, e promette una stagione nuova con il Decreto del Ministero della salute del 7 settembre 2023 che ha varato il FSE 2.0 e con il miliardo e trecento milioni dedicati a questo obiettivo dal PNRR.

Dati ancora a livelli molto bassi

Osama Al Jamal

Serviva un riavvio, infatti, perché a dispetto dei tanti utilizzi virtuosi disseminati nella penisola, non è ancora ufficialmente decollato come strumento nazionale. Secondo una rilevazione di Ministero della Salute e Dipartimento per la Trasformazione Digitale, è ferma al 18% la media nazionale dei cittadini che l’hanno usato tra gennaio e marzo 2024. Si va dal 64% della Provincia di Trento all’1% di Marche, Sicilia e Calabria. Si ferma, invece, alla media del 40% il dato dei cittadini che hanno dato il consenso alla consultazione dei propri documenti clinici da parte di medici ed operatori del Sistema Sanitario Nazionale. Vanno meglio, ma sempre con grandi differenze territoriali, gli utilizzi da parte dei professionisti sanitari, soprattutto medici di medicina generale (MMG) e pediatri di libera scelta (PLS).

Opposizioni e disinformazione

Il 30 giugno era una data, inoltre, importante perché rappresentava il temine ultimo per i cittadini per opporsi al caricamento sul proprio FSE dei dati precedenti al 2020. In pochi hanno esercitato questa opposizione (i primi dati dicono circa 280mila persone, dunque lo 0,5% della platea complessiva), tuttavia si sono levate limitate ma rumorose proteste sui social media, e su alcuni media tradizionali, alimentate spesso dalla disinformazione verso questo strumento, dalla paura di condividere dati così sensibili e dal timore di furti e attacchi cyber.

Garante contro Regioni

Ad agitare le acque, il 26 giugno è arrivata anche l’iniziativa del Garante per la protezione dei dati personali che ha notificato a 18 Regioni e alle Province autonome di Bolzano e Trento l’avvio di procedimenti correttivi e sanzionatori per le numerose violazioni riscontrate nei modelli di informativa sul FSE 2.0 predisposti dagli enti che non includevano possibilità di oscuramento, delega e consensi specifici come previsto dalla normativa nazionale.

Le rassicurazioni del Governo

«Abbiamo detto più volte che il dato, anche dopo essere stato caricato, può essere reso anonimo e c’è la possibilità per ognuno di non far accedere ai propri dati senza il consenso» cerca di rassicurare il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, rispondendo a TrendSanità. «Magari il cittadino si fida solo del suo medico di famiglia e del pediatra dei suoi figli e può dare solo a lui il consenso ad accedere». Ecco tornare in campo le due figure chiave che fanno da interfaccia tra ogni italiano e il SSN e che dunque sono le prime a dover alimentare e a poter consultare il FSE.

Il nodo formazione e il caos “gestionali”

Una diagnosi di uno specialista? Io dovrei uscire dal mio “gestionale” e non saprei dove andare a cercare nel FSE, anche perché non ci è stata fatta alcuna formazione

«Una diagnosi di uno specialista? Il risultato di un’analisi di laboratorio? No, non credo ci siano nel fascicolo dei miei pazienti, molte strutture non lo alimentano e poi manca la “cooperazione applicativa”. Io dovrei uscire dal mio “gestionale” e non saprei dove andare a cercare nel FSE, anche perché non ci è stata fatta alcuna formazione». Nelle prime frasi scambiate con TrendSanità dal dottor Nicola Calabrese, vicesegretario nazionale e tesoriere della Fimmg – Federazione italiana medici di medicina generale, ecco spuntare almeno due delle grandi criticità che si trova ad affrontare questo strumento: la prima è la formazione di MMG e PLS e la seconda è quella dei “gestionali”, i programmi che comunemente utilizzano i nostri medici di famiglia per le ricette e dove raccolgono il nostro fascicolo sanitario, anche questo elettronico, ma che ancora non comunica completamente con il fratello maggiore FSE 2.0.

Dal Governo fondi per la formazione

«È evidente – dice a TrendSanità il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per l’Innovazione, Alessio Butti – che, se noi vogliamo raggiungere gli obiettivi del Fascicolo Sanitario Elettronico più velocemente possibile, dobbiamo coinvolgere tutti i portatori di interesse. E chi più del medico di famiglia potrà contribuire ad alimentarlo? Per questo insieme al Ministero della Salute abbiamo previsto anche i fondi per la formazione dei professionisti sanitari, che è fondamentale. Sugli altri temi abbiamo già iniziato una interlocuzione con le rappresentanze di MMG e PLS. Vogliamo coinvolgere anche le Regioni perché ci rendiamo conto di quello che c’è da migliorare sul territorio nel rapporto tra istituzioni e medici. Non vogliamo correre il rischio di far naufragare questo progetto come altri in passato. Pensiamo alla App Immuni per il tracciamento dei contatti Covid-19. È fallita tecnologicamente perché non funzionava e anche perché la medicina generale sul territorio non rispondeva. Per evitare che anche un buon progetto tecnologico diventi un fallimento sul territorio dobbiamo lavorare e confrontarci con i medici».

Carichi di lavoro e burocrazia tecnologica

Nicola Calabrese

Presa in carico, dunque, la questione formazione, sembra che il confronto dovrà ripartire dalla infrastruttura tecnologica, e dai “gestionali” in particolare. «Se torniamo al FSE 1.0 noi MMG, insieme ai PLS, siamo stati i primi ad alimentarlo con 4,5 miliardi di documenti prodotti e caricati. Ma a fronte di questo non c’è stata “cooperazione applicativa” con i sistemi che usiamo tutti i giorni». Insomma, il gestionale alimenta il FSE automaticamente, ma dal FSE ben poco “arriva” sul programma gestionale del medico che dovrebbe uscire dal programma e aprire il FSE per consultare quei dati alimentati da altre strutture o da altri professionisti. «Se a questo ci aggiungiamo l’attività che ci viene richiesta per alimentare il patient summary europeo, allora si capisce quanto possa essere gravoso sui nostri carichi di lavoro…» conclude sconsolato Calabrese.

Il consenso dei cittadini

Fin qui manca il tema dei cittadini che, come abbiamo visto, ancora conoscono, usano e autorizzano molto poco questo strumento. Questo genera il paradosso di un sistema che, tra le tante difficoltà fin qui segnalate, detiene comunque una miniera di dati (molte decine di miliardi di dati sanitari), ma da questi dati riesce a farci ancora poco. Sia per i singoli pazienti, sia come SSN, che potrebbe usarli per migliorare i servizi e ottimizzare le sue sempre insufficienti risorse.

Una campagna che parta dai dubbi

«I cittadini vanno coinvolti meglio. E non è pensabile, come ci ha chiesto la nostra ASL, di affidare a noi il compito di convincerli durante le visite e magari attivarglielo lì per lì. Ma si immagina, con il poco tempo che abbiamo, noi che ci mettiamo a compilare i moduli per il consenso… Ci vuole una campagna di comunicazione istituzionale, nazionale e locale, che chiarisca anche i tanti dubbi che raccogliamo dalla gente: la paura per la privacy e per la sicurezza di dati che vanno in giro per il web. Invece, quando noi riusciamo a spiegare ai cittadini che è importante che in caso di incidente in pronto soccorso si possa vedere subito la cartella clinica del figlio, sapere se ha patologie, se segue cure, allora si convincono subito», conclude il pediatra Al Jamal.

Influenza aviaria, allo studio test specifici per i bovini e il latte crudo

A seguito della diffusione del virus influenzale H5N1 ad alta patogenicità (HPAI) negli allevamenti degli Stati Uniti, gli Istituti Zooprofilattici Sperimentali delle Venezie (IZSVe) e della Lombardia ed Emilia-Romagna (IZSLER), in accordo con il Ministero della Salute, si sono resi disponibili ad organizzare test sperimentali su bovini e latte crudo allo scopo di produrre dati scientifici utili ad una valutazione del rischio e per una precisa diagnosi, qualora dovessero presentarsi eventuali riscontri sul territorio nazionale di casi analoghi a quelli statunitensi.

Questi studi mirano ad ampliare il quadro delle conoscenze scientifiche attualmente a disposizione e a fornire una risposta efficace e tempestiva in caso di rischio sanitario, attraverso metodi di laboratorio validati.

Allo stato attuale non vi è alcuna evidenza di infezione, neanche pregressa, nella popolazione bovina in Europa. La circolazione del virus H5N1 nelle vacche da latte ad oggi è stata segnalata solo negli Stati Uniti.

Indagine sierologica sui bovini

Nelle ultime settimane il Centro di referenza nazionale per l’Influenza aviaria (CRN-IA) dell’IZSVe ha messo a punto test virologici e sierologici per la corretta diagnosi di infezione da virus H5N1 HPAI nei bovini. Attualmente, il CRN-IA sta eseguendo un’indagine sierologica per verificare se nei territori italiani dove nelle precedenti stagioni si sono concentrati i focolai di influenza aviaria nel pollame e nei volatili selvatici vi sia stata un’esposizione dei bovini da latte al virus H5N1 HPAI, mediante la ricerca di anticorpi specifici nel loro sangue.

Ad oggi, sono stati esaminati oltre 3.200 bovini delle province di Verona, Vicenza e Padova, tutti con esito negativo.

Sperimentazione sul latte crudo per la produzione dei formaggi

Le analisi condotte negli Stati Uniti hanno evidenziato che l’infezione dei bovini da latte determina la presenza del virus nel latte prodotto durante l’infezione. Per prevenire la trasmissione del virus all’uomo, le autorità statunitensi hanno disposto che il latte e tutti i derivati provenienti dagli allevamenti infetti siano sottoposti a pastorizzazione. Questa misura di trattamento termico del latte è considerata idonea a rendere non attivo il virus infettante eventualmente presente.

Nel nostro Paese vengono prodotti formaggi anche a partire da latte non pastorizzato, tra questi i formaggi a latte crudo stagionati, di grande rilevanza nel panorama agroalimentare nazionale e internazionale. Il processo produttivo di questi formaggi prevede una serie di passaggi che, sulla scorta di numerosi studi condotti in precedenza su altri microrganismi, appaiono idonei a eliminare l’infettività del virus qualora anche allevamenti da latte italiani dovessero infettarsi.

Queste fasi con potere inattivante sono la scrematura iniziale del latte, la coagulazione, la cottura e la giacenza sotto siero della cagliata, la salagione del formaggio e la sua stagionatura per molti mesi o persino anni.

Al fine di fornire evidenze scientifiche della effettiva capacità di ridurre adeguatamente il rischio infettante, l’IZSLER sta conducendo sperimentazioni per misurare l’abbattimento del virus nel processo di produzione dei formaggi a latte crudo stagionati. I risultati preliminari indicano come già con la sola componente termica del processo si ottiene un deciso abbattimento della carica virale nel latte. La verifica del potere inattivante delle altre fasi di produzione è in corso.

Aggiornamenti sui risultati preliminari della sorveglianza negli animali e delle attività sperimentali sul latte crudo saranno comunicati nelle prossime settimane.

Occorre, inoltre, ribadire come, sulla base delle informazioni fin qui raccolte l’OMS continui a ritenere basso il rischio attuale per la popolazione umana rappresentato dal virus H5N1 e da basso a moderato il rischio per le persone che possono essere esposte ad animali infetti, come allevatori, veterinari e operatori del settore.

Obesità sia fra i temi del prossimo G7 Salute: in una lettera l’appello congiunto al Ministro Schillaci dal mondo della scienza, dei pazienti e della politica

La sfida dell’obesità sia fra i temi in agenda del prossimo G7 Salute di ottobre: è questa la richiesta rivolta al Ministro della Salute Orazio Schillaci in una lettera inviata nei giorni scorsi e firmata da sette organizzazioni rappresentative della comunità scientifica, dei pazienti e del mondo politico-istituzionale. Una richiesta che, come già peraltro previsto da un ordine del giorno a firma dell’On. Roberto Pella approvato in legge di bilancio a dicembre scorso alla Camera, nasce dalla constatazione dell’obesità come una delle grandi sfide di salute globale, la cui assenza dall’agenda dei lavori del prossimo G7 Salute colpisce e non può lasciare indifferenti. Da qui l’appello firmato dai Presidenti dell’Intergruppo parlamentare Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili, On. Roberto Pella e Sen. Daniela Sbrollini, dalla Presidente di Amici Obesi, Iris Zani, dal Presidente di Ibdo Foundation, Paolo Sbraccia, dal Presidente di IO-Net Italian Obesity Network, Giuseppe Fatati, dal Presidente di OPEN Italy, Andrea Lenzi, dal Presidente Sid – Società italiana di diabetologia, Angelo Avogaro, dal Presidente Sio – Società italiana dell’obesità, Rocco Barazzoni.

«È motivo d’orgoglio – sottolinea la lettera – che l’Italia abbia assunto la Presidenza del G7, e il G7 Salute del prossimo ottobre offrirà al nostro Paese un’opportunità unica per farsi capofila nell’ambito delle più importanti sfide che minacciano la salute globale. Fra queste la sicurezza alimentare, che comprende il tema della malnutrizione, ma anche quello della sovralimentazione, un problema complesso, che va ben oltre l’aspetto dell’alimentazione coinvolgendo anche gli stili di vita, la prevenzione, gli aspetti genetici, che portano allo sviluppo di patologie ad alto impatto di salute pubblica come l’obesità. Proprio l’assenza dell’obesità dai lavori – prosegue la lettera – ci colpisce, segnalando il rischio di affrontare solo parzialmente le sfide della sicurezza alimentare. L’obesità, parte del più ampio paradosso della nutrizione secondo cui si contrappongono, e in parte si possono addirittura sovrapporre, denutrizione e sovralimentazione, è infatti una patologia cronica, progressiva e recidivante con tassi di crescita che raggiungono proporzioni epidemiche in Italia e nel mondo, anche a livello infantile. Comporta un profondo impatto sulla salute pubblica in quanto fattore di rischio delle patologie croniche più diffuse e pericolose tra la popolazione, prima fra tutte il diabete mellito di tipo 2, ma anche patologie cardiovascolari e tumori, nonché tutte le principali malattie non trasmissibili, causando 4 milioni di decessi annui nel mondo, di cui 1,2 milioni solo in Europa».

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme “Globesità” per i tassi vertiginosi di crescita del problema, e per le proiezioni che stimano una diffusione che raggiungerà il 70 per cento della popolazione entro il 2030. L’obesità genera anche un importante impatto negativo sull’economia globale: la World Obesity Federation, di cui tutti i firmatari dell’appello sono membri, prevede che l’impatto economico globale del sovrappeso e dell’obesità raggiungerà i 4,32 trilioni di dollari all’anno entro il 2035 se le misure di prevenzione e trattamento non miglioreranno. Si tratta di un valore pari a quasi il 3 per cento del PIL mondiale, paragonabile all’impatto del COVID-19 nel 2020. Il problema colpisce sia i Paesi industrializzati che quelli in via di sviluppo, dove già oltre 115 milioni di persone ne soffrono, e si prevede che entro il 2035 il 79% degli adulti con obesità o sovrappeso vivrà nei Paesi a basso e medio reddito. L’urgenza di una strategia e un piano d’azione e di cooperazione internazionale è l’unica risposta plausibile che guarda ad un futuro sostenibile per i cittadini e per i sistemi sanitari nazionali.

In Italia il quadro è allarmante: 6 milioni di cittadini soffrono di obesità e oltre 23 milioni di persone sono in eccesso di peso, potenziali futuri pazienti. Inoltre, l’Italia svetta tristemente nelle classifiche sull’obesità infantile con la percentuale più elevata, pari al 42%, di bambini in sovrappeso o con obesità nella fascia di età 5-9 anni.

Numeri preoccupanti che motivano l’appello. «Chiediamo quindi – conclude la lettera – che il Ministero che Lei ha l’onore di guidare condivida il senso di responsabilità e lo sguardo al futuro della salute e della sostenibilità globale inserendo la sfida dell’obesità tra i temi oggetto di discussione del prossimo G7 salute. L’Italia potrebbe finalmente guidare un cambio di paradigma globale senza precedenti su questa patologia, affrontando in tutta la sua complessità anche il tema della sicurezza alimentare attraverso l’approccio della salute pubblica, considerando la sovralimentazione e gli stili di vita come elementi caratterizzanti dell’obesità e portando l’Italia ad essere promotore di soluzioni innovative e capofila di un piano d’azione globale di contrasto a questa patologia cronica, progressiva e recidivante».

Industria del farmaco in Italia: la fotografia di Farmindustria

«Al primo posto a livello mondiale per crescita dell’export tra il 2021 e il 2023. È il traguardo raggiunto dall’industria farmaceutica in Italia grazie a imprese, internazionali e nazionali, che continuano a investire nel Paese». È quanto ha affermato Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria, nel corso dell’Assemblea del 4 luglio a Roma.

Cattani ha sottolineato i profili di eccellenza e innovazione del settore farmaceutico nel nostro Paese, così come le sfide ancora aperte, in Italia e in Europa. Di seguito, la sintesi dei temi principali.

L’industria farmaceutica conferma di essere un settore hi-tech strategico per la Nazione

È l’export che traina la produzione e che fa registrare record su record. Farmaci e vaccini sono il secondo settore made in Italy per saldo estero, con 17 miliardi di euro nel 2023. La quota dell’export farmaceutico sul totale manifatturiero è passata dal 3,8% all’8,3% in 20 anni.

L’industria farmaceutica conferma di essere un settore hi-tech strategico per la Nazione. La produzione ha toccato i 52 miliardi di euro nel 2023, con oltre 49 di export, nonostantele difficoltà causate dall’aumento dei costi del 30% rispetto al 2021. Gli investimenti sul territorio sono di 3,6 miliardi, di cui 2 in R&S. Gli addetti sono 70.000 (+2% nel 2023 e +9% in 5 anni), con un incremento di quasi il 20% di under 35 negli ultimi 5 anni, e con un’elevata presenza di donne, il 45% del totale.

Fonte: Farmindustria

L’industria farmaceutica ha un welfare aziendale all’avanguardia ed è il primo settore tra quelli manifatturieri, secondo Istat, per competitività, con il più alto valore aggiunto per addetto, parametro di produttività per cui siamo migliori degli altri Big UE. E che guarda al futuro con progetti di responsabilità sociale, anche con l’alternanza scuola-lavoro, nelle scuole superiori e negli ITS per formare gli studenti e sviluppare le competenze necessarie alle imprese. Proprio con questo obiettivo è stato recentemente firmato un Protocollo d’Intesa con l’Egitto, nell’ambito del Piano Mattei, per la partnership tra imprese e per la formazione, attraverso scambi accademici e professionali di docenti e studenti.

Senza dimenticare che negli ultimi 5 anni la crescita delle domande di brevetto farmaceutico nel Paese è stata del 35%, rispetto al +23% dei Big UE.

Farmaci e vaccini sono il secondo settore made in Italy per saldo estero, con 17 miliardi di euro nel 2023

Un segnale della straordinaria accelerazione scientifica e tecnologica che stiamo vivendo. Intelligenza artificiale, data driven industry, ricerca nello spazio, nuovi modelli di trial clinici, nuove frontiere di R&S consentono sempre più la personalizzazione delle terapie.

Cure “disegnate” sui singoli pazienti con tecnologie all’avanguardia arriveranno nei prossimi anni per trattare molte malattie e correggere difetti del genoma, in una prospettiva One Health di rispetto della salute delle persone e del pianeta.

A inizio 2024 è stato raggiunto un record storico, per i farmaci in sviluppo nel mondo, 23.000, con investimenti in R&S da parte delle imprese farmaceutiche di oltre 1.700 miliardi di dollari tra il 2023 e il 2028.

Ma la competizione globale corre sempre di più. Ecco perché essere veloci, attrarre investimenti e offrire innovazione deve diventare il must delle politiche dell’Unione Europea e dell’Italia. Non possiamo avere una realtà a due velocità: un mondo che cambia rapidissimamente e assetti decisionali e regolatori fermi a venti anni fa. Serve voltare pagina per tenere il passo di altri Paesi in un contesto globale sempre più complesso.

Ora è il momento di accelerare con determinazione, giocando su due tavoli.

Recuperare competitività significa cambiare in fretta la prospettiva: la salute deve diventare prioritaria ed essere considerata un investimento

In Europa per ricominciare a porre al centro il tema della competitività, dell’attrattività per gli investimenti, dell’autonomia strategica e delle catene di approvvigionamento. Bisogna poi avere il coraggio di rivedere completamente la proposta di revisione della legislazione farmaceutica che indebolisce la proprietà intellettuale. Proprio mentre USA, Cina, Singapore, Emirati Arabi, Arabia Saudita mettono in campo politiche per rafforzare la propria struttura industriale. Basti pensare che il gap di investimenti in R&S tra UE e USA è passato in 20 anni da 2 miliardi di dollari a 25. Con il 60% dei nuovi lanci di medicinali che avviene negli USA mentre in UE è meno del 30%. Secondo recenti dati Efpia, la Cina nel 2023 ha superato l’Europa come area di origine di nuovi farmaci: su 90 molecole a livello globale 28 arrivano dagli Usa, 25 dalla Cina, 17 dall’UE. Cina che in R&S cresce a ritmi 3 volte superiori a quelli del nostro Continente. Non bisogna perdere ulteriore terreno con scelte sbagliate che penalizzano l’attrattività e ci espongono a dipendenze strategiche. Si consideri che già oggi il 74% dei principi attivi di uso più consolidato dipende infatti da produzioni in Cina o in India così come il 60% dell’alluminio, materia prima fondamentale per le nostre imprese.

Recuperare competitività significa cambiare in fretta la rotta e la prospettiva: la salute deve diventare prioritaria ed essere considerata un investimento che genera anche risparmi sociali ed economici evitando altri costi. E l’industria farmaceutica deve essere percepita come un’alleata su cui contare perché trasforma le conquiste scientifiche in cure per i cittadini.

Fonte: Farmindustria

In Italia è indispensabile una governance farmaceutica davvero moderna, con regole nuove, chiare, adatte alla rapidità dell’innovazione, superando il sistema del payback, tassa iniqua e aggiuntiva che grava sulle aziende per quasi 2 miliardi nel 2024.

Riforme da accompagnare a una semplificazione per la ricerca clinica e a regole per consentire l’uso del dato clinico per necessità di Ricerca, nel rispetto della privacy.

Fondamentale è anche ridurre i tempi di accesso all’innovazione per i cittadini, ancora troppo lunghi – 14 mesi a livello nazionale, ulteriormente aggravati da quelli a livello regionale – con evidenti differenze sul territorio, che generano disuguaglianza e disomogeneità.

Bisogna proseguire nel dialogo tra Istituzioni e industria collaborando nell’ottica di una visione condivisa dell’interesse nazionale

Occorre riconoscere il valore dell’innovazione e rivalorizzare alcuni farmaci di grande diffusione e a basso costo, per garantire così la sostenibilità industriale messa in difficoltà a causa di un aumento strutturale dei costi. Con un finanziamento basato sulle reali esigenze di salute.

Su Europa e Italia molto positiva è l’azione del Governo che ha dimostrato di credere nell’innovazione. Bisogna proseguire nel dialogo tra Istituzioni e industria collaborando nell’ottica di una visione condivisa dell’interesse nazionale.

Perché solo insieme è possibile vincere in Europa e nel mondo, conclude Cattani.

Aviaria, Dengue, West Nile: cosa ci attende quest’estate?

Tra il 13 marzo e il 20 giugno sono stati segnalati 14 casi umani di influenza aviaria. Lo stabilisce l’ultimo report dell’ECDC realizzato in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie e l’EFSA. Tutti i casi sono stati registrati al di fuori dei confini europei e la maggior parte delle persone infettate ha riferito di essere stata esposta a pollame, mercati di pollame vivo o bovini da latte prima del rilevamento del virus o dell’insorgenza della malattia. Il documento conclude che «Le infezioni umane da virus dell’influenza aviaria rimangono rare e non è stata osservata alcuna trasmissione da uomo a uomo. Il rischio di infezione con i virus dell’influenza aviaria attualmente in circolazione in Europa rimane basso per la popolazione dell’UE/SEE. Il rischio di infezione rimane da basso a moderato per coloro che lavorano o sono altrimenti esposti ad animali infetti o ad ambienti contaminati».

Calogero Terregino

«In Europa e in Italia l’aviaria è un fenomeno da monitorare, ma al momento non desta preoccupazioni particolari». Conferma a TrendSanità Calogero Terregino, veterinario, direttore del Laboratorio di referenza UE per l’influenza aviaria dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.

H5N1 e le sue varianti sono diffuse in tutto il mondo, con l’eccezione dell’Oceania. Quest’anno il virus ha raggiunto anche l’Antartide, dove minaccia la biodiversità. Il contagio infatti non riguarda più solo uccelli selvatici, ma anche mammiferi. Il salto di specie, oltre alla forte diffusione, preoccupa per via delle possibile mutazioni, che potrebbero diventare un problema anche per l’uomo.

H5N1 osservato speciale

In questo momento nel nostro continente la diffusione dei virus ad alta patogenicità negli uccelli sarebbe molto bassa: «Ci sono state alcune annate problematiche, legate alla circolazione del virus principalmente tra i gabbiani – ricorda Terregino -. Parlo del 2021-22 e del 2022-23. I dati attuali parlano di un numero di rilevamenti decisamente inferiore e in Italia nel 2024 abbiamo registrato solamente sei casi». 

A livello internazionale, ha destato preoccupazione la circolazione del virus nei mammiferi, in particolare nei bovini da latte, e i primi casi nell’uomo. Nell’ultimo trimestre, si sono verificati anche i primi casi in alpaca e trichechi. 

«Al momento non sono stati registrati contagi da uomo a uomo: chi è stato infettato ha avuto per lo più sintomi lievi, come congiuntivite – ricorda Terregino -. Si tratta di allevatori e addetti ai lavori: poiché il virus infetta le mammelle dei bovini da latte, sono le persone più a rischio».

Le infezioni umane da virus dell’influenza aviaria rimangono rare e non è stata osservata alcuna trasmissione da uomo a uomo

Il virus è stato trovato anche nel latte, ma le autorità sanitarie hanno escluso il rischio di contaminazione, purché sia pastorizzato.

Per molti l’aviaria potrebbe essere la prossima minaccia pandemica a causa della trasmissione per via respiratoria: «Per il momento è prematuro parlarne in questi termini – sottolinea Terregino -. È una situazione che va monitorata costantemente, ma in questo momento in Europa è sotto controllo e, qualora qualcosa dovesse cambiare, siamo attrezzati per intensificare il monitoraggio e le azioni conseguenti», assicura l’esperto.

Le malattie trasportate dalle zanzare

Sotto la lente d’ingrandimento quest’estate finiscono anche le zanzare, che fungono da vettori per una serie di patologie, dalla Dengue alla Chikungunya, dalla West Nile alla Zika

Al 10 giugno, i casi di Dengue accertati nel nostro Paese erano 259: «Sono tutti importati, ovvero riscontrati in persone che sono state nelle Nazioni più a rischio», afferma a TrendSanità Fabrizio Montarsi, biologo-entomologo, responsabile Laboratorio entomologia sanitaria e patogeni trasmessi da vettori dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie.

Fabrizio Montarsi

Nello stesso periodo, sono stati registrati 4 casi di Zika e 4 di Chikungunya, sempre associati a viaggi all’estero.

Il 26 giugno, invece, è stato confermato il primo caso autoctono di West Nile, facendo crescere a due le province italiane con dimostrata circolazione della malattia: Chieti, dove è stata confermata la positività in pool di zanzare, e Modena, dove si è registrato il primo caso sull’uomo.

«Il tipo di zanzara da tenere sotto controllo è la tigre – rileva Montarsi -. La Aedes aegypti, che in molti Stati è il vettore della Dengue, al momento non è stata segnalata in Italia».

Il picco delle infezioni nel nostro Paese è atteso per il mese di agosto: «Il clima caldo e la maggiore mobilità delle persone sono due fattori di rischio – spiega l’esperto -. Per questo la fine dell’estate sarà un momento da allerta massima».

Anche i cittadini possono fare la loro parte, per esempio utilizzando l’App Mosquito Alert Italia, un progetto di citizen science a cura del Dipartimento di Sanità pubblica e malattie infettive dell’Università La Sapienza di Roma e dell’Istituto Superiore di Sanità Sanità che permette alle persone di segnalare le zanzare con una foto.

I costi delle malattie veicolate dalle zanzare 

Uno studio pubblicato su Science of The Total Environment riporta l’impatto economico (e non solo) delle malattie veicolate dalle zanzare. Tra il 1975 e il 2020 i costi delle zanzare invasive hanno raggiunto quasi 95 miliardi di dollari, appena un decimo dei quali utilizzati per la prevenzione.

Il calcolo è stato fatto raccogliendo i dati in 166 Paesi per 45 anni. Secondo gli esperti, la cifra sarebbe sottostimata visto che molte Nazioni non trasmettono le informazioni con regolarità.

Cittadinanzattiva su autonomia differenziata: bene l’impegno delle 5 Regioni per promuovere il referendum abrogativo. Legge rischiosa ed anacronistica, prima definire i LEP

«Apprezziamo l’impegno che cinque Regioni, Emilia Romagna, Campania, Puglia, Toscana e Sardegna, stanno mettendo in campo per promuovere il referendum abrogativo della legge appena approvata sull’autonomia differenziata. E consideriamo un segnale positivo che anche quelle governate da partiti di maggioranza si stiano interrogando sulle conseguenze di questa legge, in assenza di misure di contenimento e garanzia. Come Cittadinanzattiva avevamo caldeggiato tale mobilitazione, perché la consideriamo un atto forte di responsabilità da parte delle istituzioni regionali e soprattutto uno strumento per attivare la partecipazione diretta dei cittadini ad una riforma che finora li ha esclusi da qualsiasi forma di dibattito. Consideriamo, parallelamente, la possibilità di essere tra i soggetti promotori di un referendum sul tema e di partecipare attivamente alla raccolta delle firme delle cittadine e dei cittadini sul territorio». A dichiararlo Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva.

«Sono anni che ci battiamo contro le disuguaglianze, che temiamo diventino irreparabili qualora si proceda in questa direzione. Quella sull’autonomia differenziata, oltre ad essere una legge rischiosa, è innanzitutto una legge anacronistica, perché arrivain un momento in cui, pur permanendo forti differenze territoriali nell’accesso ai servizi pubblici, tutte le Regioni appaiono in affanno, anche quelle considerate più efficienti. Per esempio, per quanto riguarda la salute dei cittadini, le regioni settentrionali corrono gli stessi rischi di desertificazione sanitaria di quelle meridionali, quasi tutte sono estremamente deboli nelle risposte di assistenza territoriale, molte devono la loro eccellenza alla forza dei servizi privati piuttosto che al rafforzamento di quelli pubblici. D’altro canto, alcune Regioni considerate più fragili stanno migliorando i loro servizi ma, privati di risorse o di interventi di tipo perequativo, rischiano di fare brutti passi indietro. E anche in tema di innovazione la frammentazione non è di aiuto: è degli scorsi giorni la notizia che il garante della Privacy ha avviato procedimenti nei confronti di 18 Regioni e delle 2 Province autonome perché nell’implementazione del Fascicolo sanitario elettronico ha riscontrato difformità che non garantiscono i diritti dei cittadini in maniera uniforme in tutto il Paese». 

«La nostra proposta – conclude Mandorino – è in linea con la Costituzione: prima si definiscano i Livelli essenziali delle prestazioni, si stanzino le risorse necessarie comprese quelle perequative nei confronti delle Regioni più fragili, si normino i tempi di aggiornamento dei LEP e le conseguenti dotazioni di risorse; e solo con questi elementi di garanzia, ben definiti e regolati, si può mettere mano a procedura e intese, definendone in ogni caso il perimetro. La Costituzione infatti prevede “forme particolari di autonomia sulle materie di tutela concorrente», non la devoluzione di tutte e 23 le materie per intero alle Regioni. L’esperienza dei LEA, del loro mancato aggiornamento e, di conseguenza, della loro mancata applicazione ci fa dire che l’iter corretto, anche per l’autonomia differenziata, sarebbe questo, e solo questo. Per questo daremo il nostro contributo per favorire il dibattito e mettere in campo le misure necessarie contro il regionalismo asimmetrico: non di asimmetrie hanno bisogno i diritti dei cittadini in una fase difficile come l’attuale, ma di politiche organiche e tese agli stessi obiettivi di sviluppo dell’intero Paese».

Carenza infermieristica: la buona Università può fare la differenza

«Vogliamo rendere più attrattiva questa importante professione non solo economicamente ma anche con migliori prospettive di carriera. Un passo fondamentale in questa direzione è l’evoluzione della professione infermieristica verso le specializzazioni universitarie per rispondere alle sfide del futuro e per garantire un’assistenza sanitaria sempre più qualificata ed efficiente». Con queste parole il ministro della Salute Orazio Schillaci ha aperto, nel suo messaggio, l’incontro “Sfide e opportunità della professione infermieristica” organizzato da FNOPI (Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche) e CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane).

Un confronto istituzionale e un’occasione per illustrare le potenzialità della professione, le criticità persistenti e il ruolo cruciale rappresentato dalla formazione universitaria negli sviluppi futuri del Sistema Salute.

L’iniziativa si è posta come momento di analisi e raccordo tra ciò che chiedono i giovani per il proprio futuro e le risposte che può dare loro la professione infermieristica come scelta di vita.

Oggi la carenza di infermieri in Italia è di almeno 65.000 unità, secondo la Corte dei conti, ma nei prossimi dieci anni usciranno dalla professione per raggiunti limiti di età, rispetto al decennio precedente, almeno il quadruplo dei professionisti.

L’Italia è il Paese OCSE con meno infermieri per 1.000 abitanti: 6,4 contro una media europea di 9,5 ed è fanalino di coda (sempre nell’OCSE) per laureati in infermieristica ogni 100.000 abitanti: solo 17 contro una media di 48.

Senza un intervento strutturale in grado di ridare attrattività alla professione e di riequilibrare gli organici, la carenza non resta più un problema della professione, ma diventa del Paese e dei cittadini, perché senza infermieri non c’è futuro. Senza infermieri non c’è salute e non c’è assistenza per una popolazione sempre più anziana, fragile e sola.

«Le soluzioni strutturali possibili – ha sottolineato la presidente FNOPI Barbara Mangiacavalli – si basano su tre priorità: incremento della base contrattuale e riconoscimento economico e dell’esclusività delle professioni infermieristiche; riconoscimento delle competenze agite; evoluzione del percorso formativo universitario, con le specializzazioni».

Le modifiche alla legge

Per raggiungere gli obiettivi, le proposte FNOPI comprendono anche alcune modifiche normative.

La prima è alla legge 43/2006 che regolamenta le professioni sanitarie e stabilisce un ampliamento delle competenze prevedendo per gli specialisti una vera e propria laurea magistrale clinica.

In un percorso avviato con il Ministero della Salute, il Ministero dell’Università e della Ricerca, il Consiglio Universitario Nazionale, la Conferenza dei Corsi di Laurea delle Professioni sanitarie, sono state costruite le basi per arrivare all’attuazione di una revisione delle Lauree Magistrali con l’individuazione di tre aree di sviluppo specialistico: Cure primarie, Cure pediatriche e neonatali, Cure intensive ed emergenza.

Poi, fondamentale per garantire la qualità dell’insegnamento e della formazione sono l’applicazione e il monitoraggio delle linee di indirizzo e dei protocolli d’intesa Università-Regioni, con riconoscimento dell’attività degli infermieri dell’Servizio Sanitario Nazionale che erogano formazione.

In Italia, dall’anno accademico 2010-2011 la perdita di attrattività della professione legata alla scarsa retribuzione e all’impossibilità di un concreto sviluppo di carriera ha portato a una riduzione progressiva della domanda, a fronte dell’aumento di posti a bando per cercare di arginare la forte carenza infermieristica. Si è giunti a 23.627 candidati per 20.337 posti a disposizione, arrivando a 1,2 domande per posto, con Regioni, specie al Nord, che registrano anche meno di una domanda per posto.

Infermieri NextGen – Un nuovo sguardo sulla professione

Il video “Infermieri NextGen“, presentato nel corso dell’incontro, si propone di ridefinire e rinnovare la percezione della professione infermieristica, svelando un mondo di opportunità e possibilità che questa scelta può offrire alle nuove generazioni. Un video che simbolicamente la FNOPI ha consegnato alla CRUI, con l’intento di diffonderlo in tutti gli atenei italiani per incentivare l’arruolamento di nuovi futuri infermieri previsto con il test nel mese di settembre.

 Nel cuore del progetto “Infermieri NextGen” ci sono i giovani: ragazzi e ragazze che amano viaggiare, conoscere e sperimentare, nati nell’era digitale e spinti da un profondo bisogno di trovare una collocazione sicura in un mondo in costante evoluzione. Il video, ambientato in un ecosistema dinamico, dà voce ai desideri e alle ambizioni di una staffetta di diciottenni, ciascuno con i propri sogni e obiettivi, tutti diversi e tutti importanti.

Le immagini vivide mostrano una varietà di scenari professionali: dalle corsie ospedaliere all’emergenza, dalle missioni umanitarie all’uso delle tecnologie più avanzate.

Il tono del video è emozionale ma fresco, con un copy giovane e una colonna dalle sonorità elettroniche che risuona con le aspirazioni delle nuove generazioni. L’obiettivo è innescare nei giovani uno “switch” di immaginario, portando alla luce il ruolo reale e moderno della professione infermieristica.

“Infermieri NextGen” non è solo un video, ma una call to action per tutti i giovani che desiderino trovare una carriera significativa, ricca di esperienze e possibilità. Un invito a scoprire e abbracciare la bellezza e la complessità di essere un infermiere oggi.

Infermieri, “intention to leave” e aumento del tasso di mortalità ospedaliera: i dati parlano chiaro

L’intention to leave è un fenomeno, italiano e non solo, che riguarda gli operatori sanitari e sostanzia la probabilità che gli infermieri hanno di lasciare il posto di lavoro o addirittura di lasciare del tutto la professione.

Un evento in costante aumento generato da una serie di fattori. Tra questi, particolarmente rilevante è il malcontento rispetto all’ambiente di lavoro che origina da carichi di lavoro elevati, da una mancanza di opportunità di crescita professionale oltre che da un mancato riconoscimento economico.

Un aumento del 10% di “intention to leave” si associa ad un aumento del 14% della probabilità di mortalità intraospedaliera

Tutto questo genera insoddisfazione, stanchezza emotiva, stress morale ovvero una sensazione dolorosa, associata spesso a squilibrio psicologico, che si manifesta quando i professionisti sono consci dell’azione più appropriata alla situazione, ma la ritardano, o non possono, o faticano ad effettuarla a causa di ostacoli quali ad esempio la mancanza di tempo. Un circolo vizioso che si sostanzia nel burnout e che si ripercuote in maniera rilevante sugli esiti dell’assistenza, oltre che sulla sicurezza delle cure.

Un recente studio ha messo in relazione l’intention to leave con il tasso di mortalità intraospedaliera a trenta giorni. Questo indicatore è un esito critico immediato che riflette tutte le dimensioni dell’assistenza sanitaria, compresi i fattori gestionali e organizzativi ed è facilmente comparabile.

La qualità dell’assistenza e la sicurezza delle cure dipendono dal benessere organizzativo dei professionisti

Lo studio ha coinvolto 15 ospedali italiani di due regioni, 1.046 infermieri e 37.497 pazienti di età superiore a 50 anni, degenti in reparti chirurgici da almeno due giorni. I ricercatori hanno correlato le variabili legate ai pazienti – comorbilità, età, la durata del ricovero – e le variabili correlate ai professionisti – il carico di lavoro, soddisfazione lavorativa, benessere organizzativo – e hanno evidenziato che un incremento del 10% dell’intention to leave aumenta la probabilità di mortalità intraospedaliera del 14%. Inoltre, un aumento del carico di lavoro, ovvero un paziente in più assistito per infermiere, accresce la probabilità di mortalità intraospedaliera del 3,4%.

I risultati dello studio, che, come sottolineano gli autori, andrebbe esteso ad altre Regioni per includere un maggior numero di ospedali al fine di aumentare la generalizzabilità dei risultati, consentono di affermare che ambienti di lavoro e risorse adeguate al carico di lavoro, oltre al benessere organizzativo, si associano a esiti assistenziali migliori e a una riduzione dell’intention to leave.

Per invertire la rotta e ridurre questo fenomeno, migliorando la qualità e la sicurezza delle cure, è ormai evidente che sono necessari interventi finalizzati ad accrescere il benessere organizzativo, la qualità del lavoro dei professionisti e la sua valorizzazione. Un impegno che investe e deve coinvolgere tutti i livelli dei sistemi sanitari e le politiche che ne determinano e governano l’azione. A cambiare però non devono essere solo i professionisti, devono farlo anche le organizzazioni.