Home Blog Page 154

Vaccinazioni: l’importanza di non lasciare indietro nessuno

Il Dipartimento di Ricerca Traslazionale e Nuove Tecnologie in Medicina e Chirurgia dell’Università di Pisa, in collaborazione con diversi partner internazionali, ha guidato uno studio appena pubblicato sulla rivista The Lancet Regional Health – Europe. Nel lavoro dal titolo “Cancer-preventing vaccination programs in prison: promoting health equity in Europe”, la dottoressa Lara Tavoschi e gli altri coautori e coautrici evidenziano il ruolo cruciale delle vaccinazioni contro il virus dell’epatite B (HBV) e il papilloma virus (HPV) nella popolazione carceraria come strategia per promuovere l’equità sanitaria e prevenire il cancro.



La ricerca ha coinvolto 20 paesi europei, valutando i dati sui servizi di vaccinazione e le politiche sanitarie rispetto alle persone che vivono e che lavorano in carcere. Per quanto riguarda l’Italia, sono rientrati nello studio quattro istituti penitenziari: la casa circondariale di Milano San Vittore, l’istituto penale per i minorenni di Milano “Beccaria”, il carcere di Bollate, e la casa di reclusione di Opera per un totale di persone recluse coinvolte di circa 3600 persone (a fronte di una capacità ospitativa inferiore ai 3000 posti). Dall’analisi è emersa una notevole variabilità a livello europeo nella disponibilità e nella copertura dei servizi vaccinali. In Italia la vaccinazione contro il virus dell’epatite viene offerta mentre non sono disponibili dati specifici sulla realizzazione o i benefici della vaccinazione contro il papilloma virus.



Dal lavoro emergono dieci raccomandazioni chiave per migliorare le strategie vaccinali contro il cancro nell’ambito carcerario. Si va dalla richiesta di inclusione esplicita delle popolazioni carcerarie nelle strategie di vaccinazione nazionali e internazionali, enfatizzando il principio di “equivalenza delle cure” come dichiarato da The Nelson Mandela Rules, alla necessità di espansione dei programmi di vaccinazione contro HBV e HPV rivolti a tutte le persone incarcerate che ne possono beneficiare, in particolare adolescenti e giovani adulti, utilizzando approcci neutri rispetto al genere.

«Le vaccinazioni – dice Lara Tavoschi – dovrebbero far parte di un pacchetto più ampio di servizi di salute sessuale e riduzione del danno, compreso lo screening per altre infezioni sessualmente trasmissibili e garantendo il follow-up delle cure post-rilascio».

«Questa ricerca – conclude Tavoschi – fornisce prove solide a sostegno dell’implementazione di programmi di vaccinazione che non lascino indietro nessuno, a beneficio dell’intera popolazione. Affrontando le specifiche esigenze sanitarie delle persone che vivono in carcere, questi programmi possono infatti contribuire in modo significativo alla prevenzione del cancro e al miglioramento complessivo della salute pubblica in Europa».

Lo studio è stato sviluppato come parte del progetto RISE-Vac, co-finanziato dal 3° Programma per la Salute dell’Unione Europea nell’ambito del GA n° 101018353. Gli autori estendono la loro gratitudine a Europris e ai membri del consorzio RISE-Vac per i loro preziosi contributi.

Giornata mondiale della sclerodermia, cinque azioni per migliorare la qualità di vita dei pazienti

Sono circa 30mila le persone in Italia affette da sclerosi sistemica (sclerodermia). La malattia, patologia autoimmune rara, cronica e progressiva, colpisce la cute, i vasi sanguigni, nonché gli organi, come cuore, polmoni, reni, e gli apparati digerente e muscoloscheletrico.  

In occasione della Giornata mondiale della sclerodermia che si terrà il 29 giugno, la Italian World Scleroderma Foundation (IWSF) ed il Gruppo Italiano per la lotta alla sclerodermia (GILS Odv Ets), sotto l’Alto patrocinio della Presidenza della Repubblica, promuovono due appuntamenti per fare luce sulla malattia, a Roma, venerdì 21 giugno. 

Il primo in programma è un evento di divulgazione, dal titolo “Le nuove sfide per i pazienti affetti da Sclerosi sistemica (sclerodermia). Proposta per migliorare la diagnosi precoce, la presa in carico, la cura e la terapia”, presso la Sala della Regina di Palazzo Montecitorio, alle ore 11.00.

Il secondo evento dedicato alla patologia, è un convegno scientifico, intitolato “Il polmone nella sclerosi sistemica. Nuovi orizzonti terapeutici”, presso l’Auditorium dell’Ara Pacis (via di Ripetta 190), nella stessa giornata a partire dalle ore 13.00. Promotrici dell’appuntamento sono la IWSF, la Gils Odv Ets, e  la Systemic sclerosis progression investigation (Spring), con il sostegno della European scleroderma trials and research group (Eustar), ed il  patrocinio della Società italiana di Reumatologia (Sir) e della Società Italiana di Medicina interna (Simi). 

Il convegno mette in luce i trattamenti più innovativi oggi disponibili attraverso la somministrazione delle terapie monoclonali, della terapia antifibrotica e dell’innovativo trattamento con cellule CAR-T.

Le 5 azioni

L’obiettivo posto dalle due occasioni è identificare le criticità organizzative nella gestione dei pazienti nonché le strategie necessarie da adottare al fine di migliorare la qualità di vita dei pazienti affetti da sclerodermia.

In particolare, in Italia sono cinque le azioni importanti che possono essere identificate per migliorare la qualità di vita dei pazienti:

 

  • una maggiore sensibilizzazione dei medici di medicina generale, sui segni e sintomi che possono far sospettare la malattia per poter raggiungere al più presto l’identificazione dei pazienti ed inviarli ai centri specializzati quanto prima;
  • la creazione di una rete dei centri specializzati sul territorio nazionale, ai quali i pazienti possano essere inviati al fine di formulare una diagnosi precoce che possa bloccare la malattia e mantenere la qualità di vita del paziente abbattendo così i costi della gestione medica che grava sul Servizio sanitario nazionale: i centri avranno anche come missione quella di facilitare l’accesso alle terapie sia nei centri ospedalieri sia nei punti di distribuzione sul territorio; 
  • il supporto di un Percorso diagnostico terapeutico assistenziale (Pdta) omogeneo sul territorio nazionale (iniziativa sostenuta dal GILS);
  • la disponibilità di cure domiciliari da parte di operatori sanitari qualificati, non solo dal punto di vista delle competenze cliniche, ma anche relazionali;
  • la promozione della ricerca di base e la sperimentazione clinica che, in una patologia estremamente complessa come la sclerodermia rappresentano una sfida importante per il futuro. Proprio in questa ottica, la IWSF lancia una sfida per il futuro   sostenendo programmi di  ricerca sia clinica che di base.

«Identificare quali siano i passi da proporre per giungere ad una precoce diagnosi per migliorare la condizione dei pazienti, razionalizzando e omogeneizzando le prestazioni erogate può portare anche a una riduzione della spesa pubblica”, spiega Marco Matucci Cerinic, ordinario di reumatologia dell’Università di Vita Salute San Raffaele di Milano e Presidente dell’Italian World Scleroderma Foundation (IWSF). 

Il ruolo della politica

A raccogliere le istanze della comunità scientifica e delle organizzazioni, sono i rappresentanti delle istituzioni, in qualità di relatori durante il primo appuntamento. 

«Le cinque azioni avanzate dai promotori del convegno sono uno stimolo per la politica e le istituzioni che condividono la necessità di migliorare l’assistenza e la gestione della malattia nella vita quotidiana. La sclerodermia è una patologia rara che incide notevolmente sulla sfera privata della persona e dei suoi familiari e merita l’attenzione necessaria affinché sia destinataria dei Percorsi diagnostici terapeutici adeguati e delle strutture sul territorio, dotate di personale formato ed esperto riguardo alla malattia rara», sostiene Luciano Ciocchetti, vice presidente della Commissione XII Affari Sociali, che ha promosso l’iniziativa a Montecitorio.

La voce dei pazienti

Da parte delle Associazioni che rappresentano le esigenze di coloro che sono affetti dalla malattia, emerge la necessità di aumentare la sensibilità dell’opinione pubblica sui sintomi e sugli effetti sulla vita quotidiana. «La fibrosi polmonare è una complicanza che può avere un impatto serio sia sulla salute e sul decorso della patologia, sia sulla qualità di vita del paziente. La mancanza di fiato rende ogni cosa della vita quotidiana più complessa e faticosa», ricorda Ilaria Galetti, vice presidente della Federation of European Scleroderma Associations (FESCA). «Nei casi più seri – continua – ne possono risentire anche la sfera lavorativa, sociale e sessuale. Non sono molti i farmaci che servono a prevenire un peggioramento e la fibrosi non è reversibile. I pazienti con una fibrosi importante debbono fare ossigenoterapia; il problema, in questo caso, è il poter vivere una vita sociale, in quanto se la bombola si esaurisce (dura infatti poche ore) non vi è la possibilità di ricaricarla, nemmeno nelle farmacie». 

Altra esigenza espressa dalle Associazioni è l’istituzione di Percorsi diagnostico terapeutici multidisciplinari riservati. «Il Gruppo Italiano per la Lotta alla Sclerodermia – afferma Paola Canziani, presidente del Gruppo Italiano per la lotta alla sclerodermia (GILS) – ribadisce il suo impegno ad affrontare, con il sostegno delle istituzioni pubbliche e in dialogo con loro, tutte le problematiche connesse alla gestione socio sanitaria della patologia. La prevenzione e la creazione di Percorsi diagnostico terapeutici multidisciplinari dedicati sono la nostra priorità, così come la garanzia dell’uniformità delle cure. Facendo nostre le esigenze dei pazienti e dei loro familiari, siamo come associazione facilitatori nella creazione di nuove ed efficienti dinamiche».

Autonomia differenziata, Quici: «L’esperienza sulla sanità è monito per il futuro»

«La legge sull’autonomia differenziata, approvata dalla Camera il 19 giugno, viene spesso analizzata sul versante sanitario per la concreta esperienza maturata di questi anni con la modifica del Titolo V della Costituzione che ha visto il nostro SSN non più garante della universalità, equità e accesso alle cure per tutti i cittadini italiani – ha osservato Guido Quici, presidente del sindacato medico CIMO-FESMED -. Quindi si parte da una esperienza concreta sul campo che è molto significativa per gli esiti che ha determinato nonostante gli attuali Livelli Essenziali di Assistenza. Si parte da una disomogeneità nel numero di ambulatori e posti letto ospedalieri per abitante, ad una evidente disparità nell’offerta sanitaria, fino ad un inarrestabile aumento della mobilità passiva. Il tutto in attesa dei futuri LEP il cui concreto rischio è quello di creare ulteriori disparità nel mondo professionale a partire dai contratti di lavoro, alla remunerazione dei professionisti, all’accesso alla formazione, ed altro. Alcuni dati, desunti dai rapporti ISTAT lo testimoniano chiaramente».

Sul tema dell’assistenza sanitaria ad esempio, riguardo ai posti letto nelle RSA per ogni 10mila abitanti ce ne sono 98,5 al Nord, 56,5 al Centro e 33,4 al Sud. L’emigrazione ospedaliera per 100 dimissioni è di 6,5 al Nord, 8,3 al Centro e 13 al Sud.

ASSISTENZA SANITARIANORDCENTROSUD
Posti letto RSA x 10.000 abitanti98,556,533,4
Anziani trattati in ADI x 100 persone +65aa3,33,62,6
Posti Letto * specialità elevata assistenza x 100 persone + 14aa4,02,92,9
Emigrazione ospedaliera x 100 dimissioni residenti6,58,313,0
Rinuncia a prestazioni sanitarie x 100 persone7,18,87,3

Mutuando, dal mondo sanitario, consolidate esperienze sul tema diseguaglianze è sufficiente analizzare qualche indicatore di qualità di alcuni servizi ricompresi tra le 23 materie delegabili che, certamente, rientreranno nei futuri LEP.

Su 100 famiglie, quelle che hanno difficoltà ad accedere ad almeno 3 servizi essenziali sono 3,5 al Nord, 5,2 al Centro e 7,6 al Sud. Sullo stesso campione, subiscono irregolarità nella distribuzione dell’acqua 2,9 famiglie al Nord, 7,6 al Centro e ben 15,8 al Sud. Il numero medio di interruzioni per utente sul servizio elettrico sono 1,4 al Nord, 1,9 al Centro e 3,6 al Sud.

Indicatori di qualità dei servizi per definire alcuni standard LEPNORDCENTROSUD
Su 100 famiglie: difficoltà accesso ad almeno 3 servizi essenziali3,55,27,6
Su 100 persone: servizio raccolta differenziata rifiuti urbani72,750,745,1
Su 100 famiglie: irregolarità nella distribuzione dell’acqua2,97,615,8
Numero medio interruzioni per utente: irregolarità del servizio elettrico1,41,93,6
Su 100 famiglie: copertura rete fissa accesso ultra veloce internet59,063,758,6
Soddisfazione  servizio trasporti  pubblici: su 100 utenti assidui di almeno un mezzo26,818,319,0

Emerge, chiaramente, l’assoluta mancanza di garanzie sociali e accesso ai servizi essenziali perché le attuali difficoltà economiche del Paese e delle singole regioni costringerà queste ultime a sostenere costi aggiuntivi per assicurare standard minimi atti a garantire i nuovi LEP.

In primo luogo, l’elevato debito pubblico nazionale dovrà fare i conti con le procedure europee e con il patto di stabilità. Non prevedere nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica porterà, ai nastri dipartenza, regioni non allineate. Meno del 20% delle regioni possono fornire ai propri cittadini, oggi, i futuri LEP ricorrendo alla sola spesa storica. Le restanti regioni non sono in grado di fornire le prestazioni essenziali ricomprese nelle 23 materie delegabili ma dovranno ricorrere a risorse economiche aggiuntive e tutto questo porterà ad un potenziamento del sistema di tassazione locale che,a sua volta, impoverirà ulteriormente i cittadini.

In secondo luogo, la diversissima capacità fiscale tra le Regioni, il cui gettito deriva dalla fiscalità regionale legato al sistema produttivo e all’occupazione, produrrà effetti negativi sulle famiglie italiane che non avranno accesso ai servizi essenziali per un effetto combinato tra maggiori tassazioni locali e minore gettito fiscale. Nel caso della sanità, si prevede un aumento della mobilità passiva che, ogni anno, sottrae risorse alle regioni più svantaggiate arricchendone altre. Quindi meno gettito fiscale, meno prestazioni e più tasse locali per servizi non competitivi.

Infine, i tempi brevi di attuazione. Appare utopistico definire e quantificare le “prestazioni sociali di natura fondamentale”, i LEP, con i relativi costi standard, in un arco temporale piuttosto breve soprattutto se si considera, ad esempio, che l’elaborazione dei costi standard degli asili nido ha richiesto dieci anni. In questo contesto appare superfluo sottolineare il parere della Corte Costituzionale in merito alla garanzia di diritti incomprimibili. A nostro avviso occorre mantenere una dimensione nazionale, evitando di creare uno “spessore” locale che diventi “fonte primaria” con forti rischi per l’integrazione sociale e l’unità del Paese.

In Italia il 28% degli adulti è sedentario, picco in Campania col 50%

Gli adulti fisicamente attivi in Italia tra i 18 e i 69 anni sono il 48%, poco meno di uno su due. Quelli che lo sono solo parzialmente il 24%, mentre i sedentari il 28%. La sedentarietà cresce con l’avanzare dell’età: si attesta intorno al 24% tra i 18 e i 34 anni, poi si registra un aumento che porta a raggiungere il 33% fra i 50 e i 69 anni. È più frequente nelle donne e le persone con uno status socioeconomico più svantaggiato e si manifesta maggiormente nelle regioni del Sud, un esempio su tutti la Campania, dove si registra un picco pari al 50%. Questo il quadro relativo al biennio 2022-2023 tracciato dalle sorveglianze Passi e Passi d’Argento dell’Istituto Superiore di Sanità. Le indicazioni su cui ci si basa sono i criteri dell’Oms, che prevedono 150 minuti a settimana di attività fisica moderata o 75 di attività intensa.

Dal 2021 la percentuale di persone sedentarie è in aumento, in maniera più evidente nelle Regioni meridionali e meno in quelle del Centro. Al Nord sembra invece essere stazionaria. Non sempre la percezione soggettiva del livello di attività fisica praticata corrisponde a quella effettivamente svolta. Un adulto su 3 fra i parzialmente attivi, e quasi 1 su 4 fra i sedentari, percepiscono infatti come sufficiente il proprio impegno.

Troppo scarsa appare l’attenzione degli operatori sanitari al problema dei bassi livelli di attività fisica, anche nei confronti di persone in eccesso ponderale o con patologie croniche. Su 10 intervistati 3 riferiscono di aver ricevuto il consiglio, dal medico o da un operatore sanitario, di fare regolare attività fisica. Fra le persone in eccesso ponderale questa quota di poco superiore raggiunge il 37%, mentre fra quelle con patologie croniche il 45%

L’attività fisica negli anziani, cura della casa e passeggiate

Quasi il 40% degli over 65 raggiunge i livelli di attività fisica raccomandati dall’OMS, il 22% svolge qualche forma di attività fisica senza raggiungere i livelli raccomandati ed è  quindi definibile come “parzialmente attivo”, mentre il 38% risulta completamente sedentario.

Camminare fuori casa è l’attività maggiormente praticata tra quelle di svago negli over 65. Ben oltre la metà degli intervistati (62%) ha riferito di aver fatto una passeggiata a piedi (o in bici) nella settimana precedente l’intervista. Solo una quota più contenuta di intervistati ha dichiarato di praticare attività fisica strutturata, per lo più leggera (18%), come la ginnastica dolce; meno di dedicarsi ad attività fisica moderata (6%) come il ballo o la caccia, o pesante (4%) come il nuoto, la corsa, o l’attività aerobica o attrezzistica.

Le attività domestiche sono praticate dalla gran parte degli intervistati. La cura della casa (dalla pulizia alle attività più pesanti) resta prerogativa delle donne (98% fa attività domestiche leggere, il 62% anche pesanti contro il 61% e 36% rispettivamente fra gli uomini); anche il giardinaggio come la cura di un’altra persona sono prerogative femminili, mentre piccole riparazioni o la cura dell’orto sono più frequenti fra gli uomini. Tra le attività indagate vi è anche il lavoro, considerato attività fisica se di tipo dinamico: il 9% degli over 65 ha dichiarato di svolgere un lavoro (12% fra gli uomini e 6% fra le donne) e fra questi meno della metà (5% fra gli uomini e 2% fra le donne) ha riferito di svolgerne uno durante il quale deve camminare o per cui è richiesto uno sforzo fisico.
La quota di sedentari cresce al crescere dell’età (raggiunge il 61% dopo gli 85 anni), è maggiore fra le donne (41% contro il 37% degli uomini), tra coloro che hanno difficoltà economiche o un basso livello di istruzione ed è maggiore fra chi vive solo (43% contro 38%). La variabilità regionale è ampia, con una proporzione mediamente più elevata nelle regioni meridionali. Dopo un aumento della quota dei sedentari nel periodo pandemico, i valori sono tornati a livelli pre pandemici nel 2023.

Il declino delle nascite in Italia: esperti e istituzioni a confronto in Senato

Continua l’inverno demografico nel nostro Paese. Nel 2023, secondo gli ultimi dati ISTAT i nati residenti in Italia sono 379mila, con un tasso di natalità pari al 6,4 per mille (era 6,7 per mille nel 2022). La diminuzione delle nascite rispetto al 2022 è di 14mila unità (-3,6%). Dal 2008, ultimo anno in cui si è assistito in Italia a un aumento delle nascite, il calo è di 197mila unità (-34,2%). Numeri questi che pongono l’Italia di fronte a una sfida generazionale senza precedenti. Nell’ultimo report dell’ISTAT emerge che la diminuzione del numero dei nati residenti del 2023 è determinata sia da una importante contrazione della fecondità, sia dal calo della popolazione femminile nelle età convenzionalmente riproduttive (15- 49 anni), scesa a 11,5 milioni al 1° gennaio 2024, da 13,4 milioni che era nel 2014 e 13,8 milioni nel 2004.

 «L’Italia è tra i paesi europei con il più basso indice di natalità e l’età media più alta per la prima gravidanza. È necessaria un’inversione di tendenza per riportare l’età del primo figlio ai numeri di qualche decennio fa, quando era di 28 anni. Noi ginecologi siamo in prima linea, poiché abbiamo l’opportunità di seguire le donne fin dall’adolescenza. Tuttavia, è fondamentale prestare attenzione anche al fattore maschile. Gli uomini, infatti, tendono a fare meno controlli per ragioni culturali e di tabù, evitando spesso di consultare specialisti come urologi e andrologi. Una maggiore consapevolezza e prevenzione potrebbero quindi aiutare a risolvere tempestivamente diversi problemi che compromettono la fertilità», ha ribadito Vittorio Unfer, ginecologo e docente di Ostetricia all’UniCamillus.

Un fenomeno multifattoriale

 Il problema della denatalità andrebbe osservato come un fenomeno multifattoriale, per la cui risoluzione serve un’azione congiunta e sinergica di politiche economiche e sociali e della medicina, intesa non solo come cura, ma anche come prevenzione che si fa tramite la correttainformazione e incentivando l’accesso ai controlli.

Secondo gli esperti, è imperativo considerare lo stile di vita e l’alimentazione come elementi determinanti per la salute riproduttiva. La promozione di abitudini salutari e un’alimentazione bilanciata può contribuire significativamente al miglioramento della fertilità sia maschile che femminile. Fattori quali il consumo eccessivo di alcol, il fumo esposizione a sostanze tossiche devono essere attentamente valutati, in quanto hanno dimostrato di influenzare negativamente la capacità riproduttiva.

In base alle ricerche e al contatto costante con i pazienti, gli esperti intervenuti hanno concluso che l’Italia ha bisogno soprattutto di una corretta informazione che possa arrivare a tutte le fasce della popolazione, specie le meno abbienti che non possono permettersi specialisti, e ai più giovani che, vuoi per mancanza di possibilità economiche ma anche per un certo ‘tabù’ che circonda la materia, non affrontano il problema.

La demografia italiana

La popolazione ultrasessantacinquenne, che nel suo insieme a inizio 2024 conta 14 milioni 358mila individui, costituisce il 24,3% della popolazione totale, contro il 24% dell’anno precedente. Aumenta il numero dei grandi anziani ovvero di ultraottantenni che con 4 milioni 554mila individui, quasi 50mila in più rispetto a 12 mesi prima, supera il numero dei bambini sotto i 10 anni di età pari a 4 milioni 441mila individui.

La Liguria è la regione più anziana, con una quota di over sessantacinquenni pari al 29% e una di ultraottantenni del 10,3%.

Il numero stimato di ultracentenari raggiunge a inizio 2024 il suo più alto livello storico, superando le 22mila e 500 unità, oltre 2mila in più rispetto all’anno precedente.

Numeri allarmanti che fanno emergere ancor più il grave problema del calo delle nascite nel 2023 in Italia.

Questa dinamica di progressivo declino demografico pone un’ipoteca sul futuro del paese. Con una popolazione in invecchiamento con un balzo in avanti della durata di vita che si porta a 83,1 anni nel 2023.

Con il mancato ricambio generazionale, sono destinati a diventare insostenibili il sistema sociale, quello previdenziale e sanitario, con ripercussioni soprattutto sulla parte più debole della società.

Un calo preoccupante anche a livello territoriale, tra 2014 e 2021 (ultimo dato per cui sono disponibili stime a livello comunale), il tasso di natalità è diminuito in oltre 5.600 comuni, ovvero il 71,6% del totale.

In 6 comuni su 10 il tasso di natalità è inferiore rispetto alla media nazionale.

Nel 61,6% dei comuni, infatti, il tasso di natalità registrato nel 2021 è stato inferiore alla media nazionale dello stesso anno (6,8 nati ogni mille abitanti). Solo nel 36,6% dei casi questa cifra è stata superata.

In particolare, in provincia di Bolzano (dove quasi 9 comuni su 10 superano il tasso di natalità italiano), nell’area di Ragusa (83,3% dei comuni sopra la media) e nella città metropolitane di Catania (81%) e Napoli (70,7%). 

Tra i capoluoghi è Catania il comune con il tasso di natalità più alto nel 2021: 8,6 nati ogni mille abitanti. Seguono, con almeno otto nati per mille residenti, le città di Andria, Barletta e Palermo. Mentre agli ultimi posti spiccano diverse città sarde e una delle Marche: Ascoli Piceno (4,9), Oristano (4,9), Cagliari (4,5), Nuoro (4) e Carbonia. Nel comune del Sud Sardegna il tasso di natalità si è attestato a 3,1 nati ogni mille abitanti nel 2021.

Si tratta di un fenomeno che ha innanzitutto radici strutturali. Legate al fatto che le persone in età fertile, con l’uscita della generazione del boom economico dall’età riproduttiva, sono sempre meno.

Negli ultimi anni sono aumentate in modo esponenziale i ricorsi alle tecniche in pazienti sotto i 37 anni, indice di una drastica riduzione della fecondità della donna. Questo si riflette in un aumento del ricorso alla donazione dei gameti, provenienti peraltro da altre nazioni, che comporta un cambiamento fenotipo importante nella nuova generazione.

Calo demografico che preoccupa anche a livello economico perché come analizzato da Bankitalia, secondo l’Istat, da qui al 2040 il numero di persone in età lavorativa diminuirà di 5,4 milioni di unità, malgrado un afflusso netto dall’estero di 170.000 persone all’anno.

Questa contrazione si tradurrebbe in un calo del Pil del 13%, del 9% in termini pro capite. Nonostante la crescita dell’ultimo decennio, la partecipazione al mercato del lavoro, pari al 66,7%, rimane di 8 punti percentuali inferiore alla media dell’area dell’euro.

Telemonitoraggio nel diabete: da SID e AMD il documento che fissa i criteri di efficacia e sostenibilità

Il Telemonitoraggio quale strumento fondamentale per il miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza nell’assistenza territoriale nell’ambito del diabete, con benefici nella gestione del paziente, nel miglioramento della cura e nella razionalizzazione della spesa e delle risorse. È questo il tema al centro del documento di consensus e di indirizzo clinico “Percorso di Telemonitoraggio in Diabetologia”, elaborato insieme da SID – Società Italiana di Diabetologia e AMD – Associazione Medici Diabetologi, riunite sotto l’ombrello federativo di FeSDI – Federazione delle Società Diabetologiche Italiane. Il documento delinea in modo chiaro e dettagliato i criteri per il Telemonitoraggio nell’ambito del diabete al fine di assolvere efficacemente alla propria funzione.

Nell’ambito della Missione 6 Salute prevista dal PNRR, la Telemedicina assume un ruolo primario per un migliore supporto ai pazienti cronici nella riorganizzazione dell’assistenza territoriale. L’utilizzo della Telemedicina, attraverso l’assistenza e il monitoraggio dei pazienti a distanza, offre la risposta sanitaria adeguata alle esigenze di una popolazione con un forte invecchiamento e un aumento delle malattie croniche, consentendo la riduzione del rischio di complicanze, una più rapida disponibilità di informazioni sullo stato di salute, e consentendo di accrescere la qualità e la tempestività delle decisioni da parte dei professionisti sanitari, nonché l’equità nell’accesso ai servizi sociosanitari per le persone fragili o che risiedono in aree logisticamente svantaggiate.

Il Telemonitoraggio, in particolare, è una metodologia di gestione del paziente cronico da remoto che rappresenta una naturale estensione di ciò che si fa in ambulatorio e la cui gestione tecnica necessita di una supervisione di natura clinica. Uno specifico bando nazionale ha per oggetto l’implementazione e l’integrazione operativa dell’Infrastruttura Regionale di Telemedicina (IRT) che fungerà da anello di congiunzione tra la Piattaforma Nazionale di Telemedicina (PNT) e i Servizi Minimi di Telemedicina, dovendo poi interfacciarsi con il fascicolo sanitario e i dispositivi dei pazienti per consentire lo scambio dei dati tra i device stessi e l’ambulatorio o la struttura clinica interessata al monitoraggio. Si pone quindi la necessità di individuare criteri di comprovata efficacia e sostenibilità atti a identificare l’idoneità e appropriatezza dei dati generati e inviati dai medical devices, necessari per determinare quegli “avvisi” (advice) utili alla valutazione da parte del clinico. Da qui l’importanza del documento di consensus e indirizzo clinico elaborato da parte di AMD e SID, sotto l’ombrello federativo di FeSDI, con regole e criteri definiti per gestire produttivamente i dati di Telemonitoraggio e gli advice da esso derivanti.

Tra le cinque patologie croniche prioritariamente incluse nei servizi di Telemedicina individuati dal PNRR, il diabete è quella interessata dal coinvolgimento del maggior numero di pazienti che, nella quasi totalità dei casi, sono già in possesso a domicilio degli strumenti di misurazione glicemica necessari al Telemonitoraggio. La diabetologia, quindi, può rappresentare un vero e proprio modello apripista, rispetto a tutti gli altri ambiti, nel Telemonitoraggio proprio grazie alla dotazione tecnologica già ampiamente diffusa nella popolazione con diabete.

Tra gli aspetti centrali messi in evidenza dal documento di consensus vi è la necessità di integrazione del dato della misurazione parametrica della glicemia con il profilo clinico e la storia clinico-terapeutica di ogni singolo paziente contenuti nella Cartella Clinica Elettronica, in ottemperanza a quanto previsto dal DM del settembre 2022, quadro normativo alla base del PNRR Missione 6 Componente 1 | 1.2.3 Telemedicina.Importante è inoltre la fornitura di un quadro clinico completo, invece che il deposito di dati riferiti a rilevazioni di mere glicemie, alla Infrastruttura Regionale di Telemedicina e, quindi, al Fascicolo Sanitario Elettronico.Il documento sottolinea, inoltre, la necessità prospettica di disporre di dati di Telemonitoraggio per scopi di survey epidemiologiche. Il Telemonitoraggio unificato alle attività in Cartella Clinica Elettronica rappresenta una modalità di espansione, e allo stesso tempo di continuità, dell’attività ambulatoriale all’esterno dell’edificio di visita in presenza, con notevoli vantaggi nella gestione del paziente e benefici sul piano organizzativo, dalla gestione delle agende ai tempi di attesa. Infine, il quadro clinico integrato di Telemonitoraggio con i dati in Cartella Clinica Elettronica rappresenta uno strumento utile per valutazioni di costo-efficacia degli approcci di Telemedicina e impatto positivo sulla razionalizzazione della spesa e delle risorse.

«La strategia più efficace per contrastare il diabete e le complicanze ad esso associate, insieme alle campagne di prevenzione primaria, è trattare precocemente e in modo intensivo sia il diabete che i fattori di rischio cardiovascolari associati», dichiara Riccardo Candido, Presidente FeSDI e AMD, «Nella situazione di attuale incremento delle persone affette da diabete e da altre malattie croniche con conseguente aumento del carico assistenziale e di cura per i medici, è essenziale stabilire, come avviene con questo documento di consensus, dei criteri chiari perché il Telemonitoraggio possa assolvere efficacemente alla sua funzione principale di monitorare le condizioni cliniche nei pazienti cronici, riducendo l’accesso delle persone alle strutture ed al contempo semplificando l’attività del medico e degli altri professionisti, ottimizzando efficacia ed efficienza».

«Studi sul diabete hanno dimostrato come i sistemi di Telemedicina riducano significativamente i costi di gestione e agiscano positivamente sul controllo metabolico», dichiara Angelo Avogaro, Presidente SID e Past President FeSDI, «Il documento di consensus che abbiamo elaborato, delinea il flusso informativo per il Telemonitoraggio in diabetologia, definendone il quadro operativo. I contenuti in esso sviluppati determinano inoltre la “Dichiarazione d’uso” o “Patto Terapeutico” per una comprensione chiara dei benefici clinici prodotti e delle risposte attese dalla persona con diabete».

Sangue e plasma: l’estate del 2024 come banco di prova per il sistema

0

«Nell’estate del 2024, auspichiamo di replicare i risultati ottenuti nello stesso periodo dell’anno precedente», afferma Vincenzo De Angelis, direttore del Centro Nazionale Sangue. Al termine del convegno “Sangue e plasma, risorse straordinarie a disposizione di tutti”, tenutosi a Roma nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani. De Angelis discute con TrendSanità della sfida periodica che il mondo del sangue affronta e che quest’anno si presenta arricchita da un precedente significativo: il successo dell’anno scorso nella raccolta estiva di globuli rossi. Il risultato è stato ottenuto grazie ad un lavoro corale tra istituzioni e associazioni, tra le quali Associazione Volontari Italiani del Sangue (AVIS) che ha organizzato l’evento su iniziativa del Senatore Antonio Guidi.

Vincenzo De Angelis

«L’estate del 2023 è stata un’occasione unica, per quanto mi ricordi: per la prima volta non ci sono stati pazienti che hanno lanciato un allarme per la mancanza di riserve di sacche di sangue e il sistema è riuscito a gestire le necessità dei pazienti. E quest’anno — prosegue De Angelis, illustrando le iniziative intraprese in vista dell’estate — ci siamo preparati con una campagna di sensibilizzazione promossa dal Ministero della Salute e rivolta ai cittadini, al fine di assicurare la partecipazione dei donatori anche durante il periodo delle vacanze, per far fronte agli interventi chirurgici, alle patologie del sangue e alla produzione di farmaci plasmaderivati». E continua: «Come l’anno scorso, abbiamo coinvolto le forze armate e creato campagne di comunicazione per i giovani; inoltre ci siamo affidati a coloro che già donano sangue, ricordando che la vacanza non riguarda i pazienti, che continuano a necessitare di sacche di sangue in estate».

Positivo il bilancio e crescono i numeri: c’è fiducia nel sistema

In ambito plasma l’Italia dipende ancora dall’estero

I dati raccolti nell’ultimo periodo parlano positivo ed evidenziano un miglioramento dei numeri e un bilancio sostanzialmente positivo. Nel primo trimestre del 2024, l’Italia ha raggiunto oltre 650mila unità di raccolta di globuli rossi, con un aumento di ben oltre il due per cento rispetto allo stesso periodo del 2023. La raccolta plasma ha segnato un incremento del quattro per cento, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Ma, se per il sangue l’autosufficienza nazionale è conseguita, l’aumento in ambito plasma non significa aver raggiunto l’obiettivo. Secondo i dati diffusi, l’Italia dipende ancora dall’estero, avendo raccolto circa 15 chilogrammi di plasma per ogni mille abitanti, valore inferiore ai 18, auspicabili per l’autosufficienza.

Le sfide del domani del sistema sangue

Disomogeneità regionale, coinvolgimento dei giovani e innovazione digitale. Sono le tre principali sfide che il sistema sangue deve affrontare per garantire un domani in crescita nel settore ematico. De Angelis spiega: «Esiste una notevole disomogeneità tra le varie regioni italiane oggi» e i dati confermano questo trend. Nel 2024, le regioni meno virtuose nella raccolta di globuli rossi sono state Campania, Lazio e Calabria. D’altra parte, alcune regioni si sono distinte per essere particolarmente virtuose e hanno contribuito a compensare le carenze. Tra queste, Lombardia, Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Trento, Veneto, Emilia Romagna, Bolzano, Valle d’Aosta. Le Forze Armate hanno programmato di compensare le regioni carenti. Inoltre, il Piemonte è stato riconosciuto come una delle regioni più virtuose, con un aumento dei donatori di sangue nel 2023 e previsioni di ulteriore crescita nel 2024. De Angelis continua: «Alcune regioni, grazie a un notevole impegno, riescono a garantire una costante disponibilità di riserve ematiche, mentre altre, meno coinvolte nella partecipazione civica, necessitano di supporto da parte di altre regioni».

Il picco dei donatori di sangue e plasma si registra tra i 45 e i 65 anni. La vera sfida consiste nel coinvolgere le nuove generazioni

A questa disomogeneità territoriale si aggiunge il parallelo legato alle diverse fasce d’età della popolazione, in relazione a chi sceglie di contribuire regolarmente e volontariamente al sistema sangue nazionale. De Angelis spiega: «Il picco dei donatori di sangue e plasma si registra tra i 45 e i 65 anni. Superati i 65 anni, si viene esclusi dal sistema; tuttavia, i dati rivelano che il numero di giovani donatori attuali non è sufficiente a compensare coloro che ne escono». E prosegue: «La vera sfida consiste nel coinvolgere le nuove generazioni in un gesto di autentica partecipazione alle attività del sistema sanitario – sottolinea – le associazioni devono sfruttare tutti i canali offerti dalla tecnologia e dai social media. È fondamentale non trascurare il nuovo pubblico, che riveste un ruolo cruciale per la sostenibilità a lungo termine del sistema, impegnandosi in una comunicazione innovativa e nell’uso ottimale della tecnologia digitale per parlare la lingua dei giovani».

L’AI e la possibile rivoluzione del sistema trasfusionale

A proposito dell’intelligenza artificiale, l’innovazione rappresenta una sfida e allo stesso tempo una speranza: «La tecnologia, che abbiamo iniziato a esplorare parzialmente a causa del Covid, ci ha spinti all’utilizzo di strumenti precedentemente esistenti, ma trascurati, come la telemedicina». De Angelis illustra come il digitale finora abbia portato un cambiamento positivo nell’intero sistema: «Chi desidera donare sangue oggi può connettersi al sistema trasfusionale comodamente da casa, utilizzando un’applicazione o un computer, e ricevere assistenza nella compilazione del questionario anamnestico. Inoltre, è possibile integrarsi nel processo di donazione grazie a medici che, operando a distanza, selezionano i donatori per gli infermieri sul posto».

L’intelligenza artificiale potrebbe aiutare a prevedere dove si manifesteranno carenze di sangue, per fornire risposte tempestive

E conclude: «L’intelligenza artificiale si prospetta come una grande speranza per il futuro, offrendo una gamma di possibilità, come la gestione ottimale delle nostre riserve di sangue o l’accesso remoto alle emoteche». Cosa potrebbe rivoluzionare il sistema? «La capacità di prevedere dove si manifesteranno le carenze di sangue. Ciò ci consentirà di raggiungere un traguardo precedentemente inimmaginabile: anticipare le carenze ematiche e fornire risposte tempestive».

Piattaforma Nazionale di Telemedicina: avvio della popolazione dati con Regioni pilota

Partirà nei prossimi giorni la popolazione dati della Piattaforma Nazionale di Telemedicina (PNT) con la collaborazione di alcune Regioni pilota. Si tratta di un ulteriore passo in avanti verso la piena operatività dell’infrastruttura tecnologica che consentirà al Servizio sanitario nazionale di migliorare la corretta presa in carico dei pazienti, in modo equo su tutto il territorio nazionale, e che vede AGENAS coinvolta in qualità di soggetto attuatore di una delle componenti della Missione 6 salute del PNRR (M6-C1 sub investimento 1.2.3. Telemedicina).

L’obiettivo è la presentazione della PNT il prossimo 1° ottobre 2024 a tutti gli stakeholder interessati.

Occorre sottolineare che la PNT garantirà l’interoperabilità con l’architettura applicativa del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE 2.0) e con l’Ecosistema dei Dati Sanitari (EDS) nell’intento di:

  • consentire l’implementazione omogenea dei percorsi di telemedicina su tutto il territorio nazionale facilitando la presa in carico, acuta e cronica, da parte delle cure territoriali, favorendo la deospedalizzazione e potenziando qualità e sicurezza delle cure di prossimità;
  • colmare il divario tra le disparità territoriali e offrire maggiore integrazione tra i servizi sanitari regionali e le piattaforme nazionali attraverso soluzioni innovative, codifiche e standard terminologici condivisi a livello nazionale;
  • migliorare la qualità clinica e l’accessibilità ai servizi sanitari dei pazienti su tutto il territorio nazionale;
  • dotare i professionisti sanitari di nuovi strumenti validati al fine di operare efficacemente in ogni processo sia individuale sia multidisciplinare;
  • facilitare la programmazione, il governo e lo sviluppo della sanità digitale.

Tumori pediatrici in Italia: ogni anno circa 2.500 diagnosi

Ogni anno nel nostro Paese si registrano circa 1.500 nuovi casi di tumore nella fascia d’età 0-14 anni e 800-900 casi tra gli adolescenti di 14-18 anni. Nei bambini fino a 14 anni prevalgono le leucemie, in particolare la leucemia linfoblastica acuta che conta circa 400 diagnosi annue. Negli adolescenti, invece, il tumore più comune è il linfoma di Hodgkin, con circa 150 casi all’anno. «Altri tumori che colpiscono bambini e adolescenti sono quelli cerebrali – spiega Franca Fagioli, Direttrice del Dipartimento Patologia e Cura del bambino dell’ospedale “Regina Margherita” di Torino – che rappresentano la categoria più frequente tra i tumori solidi pediatrici. Poi ci sono neoplasie tipiche dell’età pediatrica come il neuroblastoma e l’epatoblastoma. Negli adolescenti sono caratteristici anche i tumori ossei, in particolare l’osteosarcoma». Alcune di queste forme tumorali pediatriche sono definite rare, perché colpiscono meno di 6 persone su 100.000 per anno (secondo la definizione di RARECARE e JARC, Joint action europea dedicata ai tumori rari, adottata dalla Rete Nazionale Tumori Rari).

Osservatorio Malattie Rare ha dedicato un approfondimento speciale ai tumori pediatrici, realizzato da Angelica Giambelluca.

«I tumori pediatrici presentano caratteristiche biologiche e di trattamento completamente diverse da quelli degli adulti. Non possono essere affrontati allo stesso modo e richiedono competenze e protocolli specifici per l’età. Un aspetto cruciale è la tempestività della diagnosi – rimarca Fagioli – Nella fascia 0-14 anni il tempo medio che intercorre tra la comparsa dei sintomi e la diagnosi è di circa 40 giorni, ma la situazione è più critica per gli adolescenti per i quali si registrano spesso ritardi diagnostici superiori ai 100 giorni. I ragazzi spesso non hanno un medico di riferimento, tendono a sottostimare i sintomi o si vergognano a farsi visitare. Questo ritardo può avere conseguenze significative sulla prognosi: è fondamentale dunque agire attraverso campagne di sensibilizzazione mirate specificamente agli adolescenti sui sintomi a cui prestare attenzione: linfonodi anomali, febbre o dolore persistente, dimagrimento inspiegabile».

I passi in avanti

Negli ultimi decenni sono stati fatti enormi progressi nelle cure dei tumori pediatrici. «Oggi guarisce oltre l’80% dei piccoli pazienti, con punte del 90% per alcune forme come leucemie linfoblastiche acute, linfomi e tumori di Wilms. Risultati straordinari sono stati ottenuti anche per i tumori ossei grazie all’introduzione della chemioterapia pre e post-operatoria. Rimangono purtroppo ancora alcune forme molto aggressive e resistenti alle cure convenzionali, come alcuni sottotipi di neuroblastoma, su cui la ricerca è molto attiva per individuare nuove opzioni terapeutiche. Il merito di questi successi – spiega ancora la Professoressa Fagioli – è da attribuire principalmente a due  fattori. Da un lato la ricerca scientifica, che ha permesso di comprendere sempre meglio la biologia di questi tumori e di sviluppare terapie più mirate ed efficaci. Dall’altro, il modello organizzativo in rete che si è affermato in Italia fin dagli anni ’70. I piccoli pazienti vengono trattati nei 49 centri AIEOP – Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica con protocolli condivisi e diagnosi confermate da laboratori di riferimento per garantire omogeneità e qualità delle cure su tutto il territorio nazionale».

«Tra le principali attività di AIEOP – spiega il Presidente Arcangelo Prete – c’è la stesura e diffusione di protocolli uniformi di diagnosi e trattamento per le varie patologie, così da garantire le stesse possibilità di cura in tutti i centri, da Aosta a Catania». AIEOP è molto attenta all’attuale criticità riferibile alla fascia adolescenziale. «Per legge, l’età pediatrica finisce a 14 anni. Dai 15 si passa al medico di medicina generale. Noi vorremmo estendere l’età pediatrica fino a 17 anni e 364 giorni, per garantire una migliore presa in carico anche psicologica degli adolescenti. Attualmente la scelta se ricoverare un diciassettenne in un reparto pediatrico o per adulti viene fatta caso per caso, ma in tutti i centri AIEOP sono presenti psicologi che supportano questo delicato passaggio».

La diagnosi

Quando arriva una diagnosi di tumore, per le famiglie coinvolte inizia un percorso difficile e doloroso, spesso aggravato dalla necessità di spostarsi in centri specializzati lontani da casa. È qui che entra in gioco FIAGOP – Federazione Italiana delle Associazioni dei Genitori e dei Guariti di Oncologia Pediatrica, che riunisce 35 organizzazioni impegnate a offrire sostegno e assistenza alle famiglie. «Il nostro obiettivo – chiarisce il Vice Presidente Paolo Viti – è unire queste 35 associazioni per svolgere attività di comunicazione, informazione e advocacy. Ci occupiamo dell’accoglienza iniziale delle famiglie in ospedale, di assistenza burocratica per invalidità e altre pratiche con le ASL, oltre a fornire case alloggio per le famiglie durante la terapia dei bambini. Circa il 50% dei bambini viene curato fuori dalla propria Regione. In alcune Regioni come la Calabria, il 75% dei bambini deve andare via, forse la Sardegna è ancor più problematica. Spesso la mamma deve lasciare tutto, casa, marito, altri figli, per periodi che possono durare anche 1-2 anni. Noi rappresentiamo sia i piccoli pazienti che le loro mamme, quindi vediamo il dramma di queste situazioni. L’ideale sarebbe avere un ospedale specializzato vicino a ogni bambino – conclude – ma non è fattibile. Quindi è fondamentale che ci sia una rete che funzioni».

«La Rete Nazionale Tumori Rari (RNTR) spiega Manuela Tamburo de Bella, Responsabile UOS Reti Cliniche Ospedaliere e Monitoraggio DM70/15 e Coordinatore dell’Osservatorio per il Monitoraggio Della Reti Oncologiche Regionali di Agenas – è stata istituita nel 2017 per garantire percorsi di cura omogenei e di alta qualità per i pazienti con tumori rari, adulti e pediatrici, su tutto il territorio nazionale. La RNTR, istituita con un’intesa Stato-Regioni, mette a sistema queste competenze attraverso una precisa architettura di rete, che prevede centri ‘provider’ ad altissima specializzazione, centri ‘user’ per presa in carico di prossimità e ‘nodi’ per funzioni ancillari. La rete comprende tre sottogruppi di patologie con caratteristiche e necessità diverse: tumori solidi dell’adulto, tumori ematologici dell’adulto e tumori pediatrici. Come coordinamento nazionale, insieme a tre tavoli tecnici di esperti e alle Regioni, abbiamo definito i requisiti dei centri della rete e gli standard di qualità. Ora spetta alle Regioni recepire l’intesa e rendere operativa la rete, riconoscendo e finanziando le attività dei centri secondo il loro ruolo. È un processo articolato che richiede tempo e impegno a livello di governance regionale. Intanto però i pazienti e i professionisti possono già usufruire di uno strumento prezioso: il portale della trasparenza di Agenas, in cui sono  mappati tutti i centri della RNTR per patologia e per funzione. Inoltre, siamo al lavoro per implementare la piattaforma nazionale di telemedicina, che permetterà teleconsulti, telepatologia e seconde opinioni tra i centri, evitando spostamenti non necessari ai pazienti. Un altro tassello fondamentale chestiamo costruendo sono i PDTA, i percorsi diagnostico-terapeutico-assistenziali per patologia, che verranno condivisi in tutta la rete come standard di appropriatezza clinica e organizzativa. Infine – conclude Tamburo de Bella – un grande impegno è sul monitoraggio: stiamo definendo gli indicatori con cui, dal 2025, misureremo le performance e l’impatto della rete».

Revisione dell’articolo 110 del Codice Privacy: un nuovo equilibrio normativo per la ricerca scientifica

0

Il panorama normativo italiano in materia di protezione dei dati personali ha recentemente subito una rilevante trasformazione con la revisione dell’articolo 110 del Codice della Privacy. Questa modifica riguarda specificamente il consenso per il trattamento dei dati personali a fini di ricerca scientifica, introducendo cambiamenti significativi che influenzano ricercatori, istituzioni accademiche e cittadini.

Eliminazione della consultazione preventiva

Dal 1° maggio 2024 è entrata in vigore la nuova formulazione dell’articolo 110, che elimina la necessità della consultazione preventiva del Garante per l’utilizzo dei dati sanitari nei progetti di ricerca scientifica. Secondo questa nuova versione, in caso di impossibilità di ottenere il consenso dell’interessato, i dati personali possono essere trattati per fini di ricerca scientifica nei campi medico, biomedico ed epidemiologico, a condizione che sia ottenuto il parere favorevole del comitato etico competente e che siano rispettate le garanzie stabilite dal Garante per la protezione dei dati personali.

Origine della proposta di modifica

Mattia Altini
Mattia Altini

Mattia Altini, presidente Simm (Società Italiana di Leadership e Management in Medicina), tra i promotori della modifica, spiega: «La nostra proposta di modifica scaturisce dalla necessità, percepita da tutti gli operatori sanitari e dal settore scientifico, di riequilibrare il rapporto tra i diritti dei cittadini. Da un lato, vi è il diritto alla protezione dei propri dati personali; dall’altro, un’eccessiva enfasi su questo diritto potrebbe compromettere il diritto alla salute».

Altini prosegue: «Nella nostra visione, l’equilibrio previsto dalla normativa vigente risultava sproporzionato. Abbiamo quindi lavorato per riequilibrarlo, immaginando che per una serie di attività, in particolare quelle relative all’articolo 110, si potesse prevedere un percorso di garanzia più semplice per l’utilizzo dei dati in ambito di ricerca, che è ciò che alimenta la conoscenza e, di conseguenza, le opportunità per i nostri cittadini nelle terapie future».

Supporto della comunità scientifica

Questa convinzione è stata sostenuta da una notevole convergenza di opinioni provenienti dalla maggior parte della comunità scientifica nazionale. A febbraio 2024 Simm, assieme all’avvocato Luca Bolognini, estensore dell’emendamento approvato con l’avvocato Diego Fulco, ha redatto un documento sottoscritto da numerose società scientifiche italiane – Aiom, Anmdo, Cipomo, Cittadinanzattiva, Fiaso, Fondazione Periplo, Associazione Periplo, Fondazione ReS, Siiam, Sibioc, Sin – e presentato alle istituzioni. Istituzioni che, nelle persone della senatrice Simona Loizzo e del senatore Luciano Ciocchetti, hanno raccolto queste istanze fino a giungere all’approvazione della modifica dell’art. 110, nella legge di conversione del Decreto Pnrr.

Applicazione pratica e impatto regionale

Sottolinea ancora Altini: «Il primo effetto della semplificazione delle responsabilità sarà quello di rendere più agevole il percorso dei trial clinici all’interno dei Comitati Etici. A livello regionale e nazionale, questo è di fondamentale importanza poiché parte del processo autorizzativo è stata semplificata. La modifica dell’articolo è stata approvata e resa operativa immediatamente. Ora spetta al Garante definire le nuove modalità operative e fornire indicazioni di massima per consentire a tutti di seguire un percorso semplificato, orientando i Comitati Etici sulle nuove procedure in seguito alla modifica del regolamento».

Garanzie stabilite dall’Autorità

Il Garante per la privacy si è già mosso in questa direzione individuando le prime garanzie da adottare per il trattamento dei dati personali a scopo di ricerca medica, biomedica e epidemiologica, riferiti a pazienti deceduti o non contattabili. Nella delibera emanata dal Garante il 9 maggio 2024 e pubblicata in Gazzetta Ufficiale in data 5 giugno 2024 l’Autorità fa riferimento a «motivi etici» e «motivi di impossibilità organizzativa», definendone le caratteristiche e stabilendo gli impegni a carico del titolare del trattamento. Ad esempio, ricade tra i motivi etici il caso in cui l’interessato non conosca la propria condizione: l’informativa sul trattamento dei dati potrebbe quindi rivelare notizie che potrebbero causare danni materiali o psicologici all’interessato stesso.

La nuova formulazione dell’articolo mira a facilitare le attività di ricerca, garantendo al contempo elevati standard di sicurezza e trasparenza

Più articolata la definizione dei motivi di impossibilità organizzativa: tra questi rientrano il caso in cui la mancata raccolta dati di alcuni partecipanti che non possono essere contattati influenzerebbe negativamente la qualità dei risultati dello studio, ma anche l’eventualità che contattare gli interessati richiederebbe uno sforzo sproporzionato vista la particolare elevata numerosità del campione o, in alternativa, che, nonostante tutti gli sforzi ragionevoli effettuati per contattare i partecipanti (come verificare se sono ancora vivi, consultare la documentazione clinica, usare i recapiti telefonici forniti o cercare dati di contatto pubblici), gli interessati risultino deceduti o non reperibili al momento dell’arruolamento nello studio.

L’Autorità ha anche avviato la procedura per l’adozione di nuove regole deontologiche per trattamenti a fini statistici o di ricerca scientifica.

Prospettive future

«Il nostro obiettivo è continuare a contribuire al miglioramento del Paese, con l’intento esclusivo di rendere il sistema più efficiente», afferma Altini. «Desideriamo proporre, insieme al medesimo gruppo di senatori, un approccio innovativo alla medicina preventiva e all’uso secondario dei dati. Riteniamo che la prevenzione debba essere considerata a tutti gli effetti un atto medico e che sia il sistema sanitario a dover andare incontro al cittadino. Per collegare meglio i vari settori della salute, come la prevenzione oncologica ospedaliera e la medicina generale, non dovrebbe essere necessario il consenso informato. È già chiaro che il cittadino ha scelto un medico curante e che questo medico deve disporre di tutte le informazioni relative al paziente, per ovvie ragioni».

Conclusioni

La modifica dell’articolo 110 del Codice della Privacy rappresenta un passo importante verso un equilibrio più sostenibile tra le esigenze della ricerca scientifica e la protezione dei dati personali. La nuova normativa mira a facilitare le attività di ricerca, garantendo al contempo elevati standard di sicurezza e trasparenza. Sarà fondamentale osservare come queste disposizioni saranno applicate nella pratica e quale impatto avranno sul panorama della ricerca scientifica in Italia.