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Il carcinoma polmonare causa 34mila morti in Italia ogni anno

Con 34mila nuovi decessi all’anno, il carcinoma polmonare rappresenta la più frequente causa di morte oncologica in Italia. Per quanti sono colpiti da questa neoplasia ci sono, però, buone notizie. Negli ultimi anni, infatti, si sono registrati importanti progressi nella chirurgia e nelle terapie farmacologiche, che hanno permesso, anche grazie alla prevenzione primaria, in primis la lotta al tabagismo, di aumentare significativamente le aspettative di sopravvivenza dei pazienti.
Il successo dei trattamenti è però legato alla precocità della diagnosi. Ed è per questo motivo che l’implementazione di un programma strutturato di screening polmonare deve rappresentare una priorità nell’ambito degli interventi e delle politiche di sanità pubblica.


Per contribuire a un dibattito aperto sul tema, C.R.E.A. Sanità ha sviluppato, con il contributo di Roche Italia, un innovativo modello che, per la prima volta, integrando e aggiornando uno studio precedente, analizza anche l’impatto di farmaci innovativi come l’immunoterapia, di recente introduzione, e offre una valutazione economica dello screening del cancro al polmone, basata su evidenze di costo-efficacia, costo-utilità, impatto finanziario (budget impact).
I risultati del modello stimano che l’attuazione di un programma di screening nazionale nei pazienti ad alto rischio, consentirebbe, grazie a una diagnosi tempestiva, un incremento della sopravvivenza dei pazienti screenati di 7,63 anni rispetto ai non screenati, a fronte di una riduzione dei costi sanitari pari 2,3 miliardi di euro, in un orizzonte temporale di 30 anni.

In termini finanziari, va previsto un investimento iniziale nel primo anno, legato anche all’organizzazione dello screening, pari a circa 80 milioni di euro, che sarebbe però più che compensato dai risparmi pari a circa 180 milioni di euro già al primo anno.
La presentazione dei risultati, avvenuta oggi alla Camera dei Deputati, è stata l’occasione per dare vita a un dibattito costruttivo che ha coinvolto esperti clinici, economisti e istituzioni, con l’obiettivo di stimolare un impegno condiviso per ampliare l’accesso allo screening al polmone nel nostro Paese.
«Il modello elaborato – ha spiegato Federico Spandonaro, professore aggregato Università degli Studi di Roma Tor Vergata e presidente del Comitato Scientifico C.R.E.A. Sanità – dimostra che la promozione di uno screening della popolazione ad alto rischio per il carcinoma polmonare è una politica di sanità pubblica efficace ed efficiente che, purché adeguatamente promossa e incentivata, risulta anche sostenibile da un punto di vista finanziario».


«Parallelamente alla lotta al tabagismo – ha dichiarato Giulia Veronesi, direttrice del Programma di Chirurgia Robotica Toracica presso l’Irccs ospedale San Raffaele – è prioritario favorire l’accesso allo screening ai soggetti ad alto rischio, cioè fumatori o ex forti fumatori sopra i 50 anni. Le società scientifiche internazionali e la Commissione europea stanno già andando in questa direzione e raccomandano, per questi soggetti, regolari TAC al torace a basso dosaggio di radiazioni intensità, per un monitoraggio adeguato».
«Quando il tumore al polmone viene diagnosticato e trattato in fase precoce con chirurgia e farmaci – ha proseguito Veronesi – si possono raggiungere tassi di sopravvivenza a 5 anni intorno all’80%. Per questo, investire in un programma strutturato di screening polmonare è oggi più cruciale che mai, perché consente un guadagno di vita di oltre 7 anni a fronte di un risparmio economico per il Sistema sanitario nazionale».
«Mentre è ormai prassi consolidata fornire evidenze anche in termini di costo-efficacia delle terapie – ha commentato il presidente Aiom, Francesco Perrone – ci sono ancora pochi dati e analisi di questo tipo sullo screening. Il modello presentato oggi sul polmone è, per questo, molto interessante e ha il potenziale per essere replicato e applicato ad altri screening oncologici, fornendo uno strumento di grande valore per guidare le politiche sanitarie».
L’onorevole Ugo Cappellacci, presidente della XII Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, ha ricordato che «gli screening consentono di giocare d’anticipo sulla malattia e sulle conseguenze. Per questo è fondamentale recuperare i ritardi accumulati durante la pandemia. Una delle misure su cui Governo e Parlamento stanno lavorando è lo smaltimento delle liste d’attesa, con un provvedimento importante a favore dei diritti dei cittadini».


«La missione – ha poi precisato Cappellacci – è, inoltre, quella di ampliare l’offerta di screening ad ambiti prioritari come quello del tumore al polmone, grazie all’azione comune avviata a livello europeo e che vede anche l’Italia protagonista. In Commissione abbiamo svolto una serie di audizioni sul Piano Europeo Contro il Cancro da cui, una volta di più, emerge che impiegare nuove risorse a favore della salute non va considerato una spesa, ma il migliore investimento e la migliore riforma che si possa attuare».
«Grazie a significativi investimenti in ricerca – le parole di Federico Pantellini, Medical Lead Roche Italia – mettiamo a disposizione dei pazienti affetti da tumore al polmone farmaci immunoterapici e a bersaglio molecolare in grado di agire fin dalle fasi precoci della malattia, dove l’obiettivo può essere quello della cura. Per poter assicurare i benefici associati a questi trattamenti, è prioritario effettuare una diagnosi quanto più precoce e lo screening è uno strumento chiave».

«In questa prospettiva – ha concluso Pantellini – rinnoviamo la nostra volontà ad essere un partner di valore per il Sistema, collaborando con tutti gli attori in campo affinché l’accesso a questa strategia di salute pubblica così preziosa possa essere
garantito. Il dibattito di oggi si inserisce nell’ambito del programma LungLive, promosso da Roche per ridefinire insieme il tumore al polmone, puntando su prevenzione primaria, screening e innovazione terapeutica fin dalle fasi precoci di malattia».
Il modello presentato fornisce uno strumento prezioso, se si tiene conto del fatto che, tra tutti i tumori, quello al polmone è quello a maggiore impatto per la società: a livello mondiale l’onere raggiunge i 4.000 miliardi di dollari, mentre in Italia è stato stimato un costo annuo di 2,5 miliardi di euro. E in un contesto di risorse limitate per le politiche pubbliche, l’aspetto economico non può essere trascurato.


Assumendo di effettuare lo screening con frequenza biennale sulla popolazione ad alto rischio (rappresentata dai soggetti di età compresa fra 50 e 79 anni con forte esposizione al fumo- più di 30 pack-year), considerando un orizzonte temporale di 30 anni e adottando, infine, un tasso di risposta del 30%, il modello predisposto stima che sarà necessario effettuare in media circa 460.000 LD-CTs annue (circa 360.000 a regime se non si modificheranno significativamente le abitudini di fumo).

Il lavoro di ricerca condotto si è concentrato sulla modellizzazione delle diverse possibili modalità alternative di effettuazione dello screening e permette di modificare la popolazione invitata e aderente, la frequenza di ripetizione dello screening e le opzioni di gestione dei casi in cui lo screening effettuato non permetta una diagnosi certa. 

In aggiunta, una particolare attenzione è stata dedicata alla descrizione dei percorsi terapeutici a oggi disponibili, prevedendo la possibilità di un loro aggiornamento nel tempo.

Il lavoro è stato implementato con il supporto di un board scientifico composto da Giulia Veronesi, professoressa presso I.R.C.C.S. ospedale San Raffaele, Ferrara R., ricercatore, Dipartimento di Oncologia Medica, Università Vita-Salute San Raffaele, Graziano P., Direttore Unità di Patologia, Istituto di Ricerca Casa Sollievo della Sofferenza.

Teleconsulto in cardiologia: da WhatsApp a ECWMED. Nascita e sviluppo di un ecosistema

Introduzione

Il dibattito politico sulle problematiche della sanità è polarizzato da due grandi temi: l’annosa questione delle liste di attesa e l’affollamento delle strutture di Pronto Soccorso.

Assistiamo quotidianamente da un lato ad appelli volti a “salvare” il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) denunciandone il progressivo definanziamento, dall’altro alla stigmatizzazione del «blackout comunicativo che fa viaggiare su due rette parallele ospedali e servizi sanitari territoriali» e che avrebbe come risultato due milioni di ricoveri impropri e sei miliardi di euro di sprechi.

Esiste una rilevante richiesta di comunicazione tra ospedale e territorio, anche tramite canali che possano contribuire al governo delle liste di attesa e alla riduzione di invii in pronto soccorso

In effetti molte sono le minacce al nostro sistema sanitario: il progressivo invecchiamento della popolazione, la cronica carenza di personale, lo stress subito dalla pandemia Covid-19 e la presenza di una deriva dei conti pubblici con una politica che non sempre si dimostra in grado di superare ritardi, sacche di resistenza, difesa di interessi corporativi e poteri economici forti.

In attesa della piena realizzazione delle Case della Comunità e degli Ospedali della Comunità che dovrebbero consentire (con molti nodi tuttora irrisolti) la piena presa in carico del cittadino grazie alla attività delle Centrali Operative Territoriali, grande enfasi è stata data al potere salvifico di soluzioni di telemedicina con un proliferare di esperienze nei campi più disparati, talvolta in assenza di una regia istituzionale.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede in effetti il finanziamento di servizi di telemedicina, che dovrebbero rappresentare «un formidabile mezzo per:

  • contribuire a ridurre gli attuali divari geografici e territoriali in termini sanitari grazie all’armonizzazione degli standard di cura garantiti dalla tecnologia;
  • garantire una migliore “esperienza di cura” per gli assistiti;
  • migliorare i livelli di efficienza dei sistemi sanitari regionali tramite la promozione dell’assistenza domiciliare e di protocolli di monitoraggio da remoto».

Il teleconsulto

Mentre molto risalto è stato dato ai servizi di telemonitoraggio e tele-riabilitazione (ad esempio anche con il relativo Documento di Consenso), relativamente poca attenzione è stata dedicata al teleconsulto.

Il teleconsulto è un atto medico in cui il professionista interagisce a distanza con uno o più colleghi per dialogare riguardo la situazione clinica di un paziente

Questa prestazione di telemedicina viene definita come «un atto medico in cui il professionista interagisce a distanza con uno o più medici per dialogare, anche tramite una videochiamata, riguardo la situazione clinica di un paziente, basandosi primariamente sulla condivisione di tutti i dati clinici, i referti, le immagini, gli audio-video riguardanti il caso specifico. Tutti i suddetti elementi devono essere condivisi per via telematica […]. Il teleconsulto tra professionisti può svolgersi anche in modalità asincrona, quando la situazione del paziente lo permette in sicurezza […]. Questa attività si considera come parte integrante dell’attività lavorativa dei medici specialisti e delle altre professioni sanitarie e come quella effettuata in presenza non prevede remunerazione a prestazione, e non ha una tariffa a livello di nomenclatore tariffario della specialistica e non prevede compartecipazione alla spesa da parte del cittadino e nemmeno una prescrizione SSN. Questa attività può essere registrata mediante gli applicativi aziendali in uso per tenere traccia di quanto erogato ad un paziente e monitorare l’attività del personale coinvolto, ma non viene ad oggi rilevata nei flussi istituzionali».

L’esperienza della Cardiologia di Chivasso – ASLTO4

L’ASLTO4 si estende su una superficie di circa 3.200 kmq e con i suoi 514.420 abitanti (anno 2019) presenta una densità di popolazione pari a 162,3 abitanti/kmq. I comuni più popolosi sono Settimo Torinese (47.000 abitanti) e Chivasso (27.000 abitanti).

Il Presidio Ospedaliero di Chivasso, che conta 212 posti letto, di cui 12 di cardiologia, serve il Distretto di Chivasso-San Mauro (120.478 abitanti) e il distretto di Settimo Torinese (84.935 abitanti).

Le malattie del sistema circolatorio rappresentano la prima causa di morte negli ambiti nazionale, regionale e provinciale; in particolare, nella provincia di Torino nel 2019 si registravano 37,9 morti ogni 10.000 abitanti, valore inferiore rispetto a quanto registrato a livello regionale (41,3) e in linea con i valori rilevati a livello nazionale (36,6).

Nel 2020 il 40,7% circa della popolazione piemontese aveva una malattia cronica e il 19,2% aveva almeno due malattie croniche, valori lievemente inferiori alle medie italiane.

Nel giugno 2023 è stata creata una chat WhatsApp per gli MMG dei distretti serviti dalla Cardiologia di Chivasso, con casi clinici anonimi e non urgenti

Nei due distretti serviti dalla SC Cardiologia di Chivasso operano 153 medici di medicina generale (MMG). In occasione di un corso di aggiornamento è stata proposta la creazione di una chat WhatsApp in cui sarebbe stato possibile avere un contatto con un cardiologo qualora se ne fosse avvertita la necessità nella gestione quotidiana dei pazienti. Poiché, come è noto, WhatsApp non è un sistema GDPR “compliant”, doveva essere garantita la privacy dei pazienti. Potevano essere discussi pertanto casi clinici anonimi e venivano inoltre esclusi i casi urgenti.

La Figura 1 mostra l’andamento della iscrizione dei MMG alla chat nel tempo: nell’arco di sei mesi 90 MMG su 153 avevano aderito al progetto.

Figura 1. Andamento della iscrizione dei MMG alla chat WhatApp

Nei primi sei mesi di attività sono stati trattati una media di 61 messaggi mensili che hanno riguardato interpretazione di referti elettrocardiografici (29 %), iter diagnostici (52 %), suggerimenti su terapie farmacologiche (52%), suggerimenti su priorità di richiesta di accertamenti cardiologici (28%).

Dopo sei mesi di attività è stato inviato un questionario ai MMG che avevano accettato di partecipare alla chat per comprendere l’utilità del servizio. Alcune delle risposte più significative, relative ad un mese di attività, sono illustrate nella Figura 2.

Figura 2. Selezione di risposte ai quesiti

Per la seconda fase del progetto, fase in cui si è ritenuto indispensabile lo scambio di documenti non anonimizzati e la fornitura di una consulenza ufficiale, si è pensato di impiegare il Portale ECWMED (System Technology) che dal 2004 gestisce in Piemonte le relazioni operative tra ASL e MMG/pediatri di libera scelta per quanto riguarda attività extra quota capitaria e che si è diffuso progressivamente anche in Umbria, Veneto, Valle d’Aosta, Sardegna e Lazio.

Le applicazioni e gli strumenti sono sviluppati con tecnologie open source: PHP e MySQL. Il parco applicativo è installato o presso i server delle singole ASL o presso server farm regionali (in Piemonte presso CSI).

Nella seconda fase del progetto si è aggiunta la gestione “Consulenza Cardiologica” sul Portale ECWMED per le relazioni tra ASL e MMG

È pertanto stata attivata la gestione “Consulenza Cardiologica” che ha come scopo quello di far dialogare in un ambiente sicuro e protetto informazioni sanitarie tra il MMG e lo specialista cardiologo sull’assistito.

Dal punto di vista del MMG, la procedura è così strutturata.:

  1. il medico MMG identifica il paziente assistito dal portale ECWMED
  2. a seguito dell’identificazione del paziente, seleziona il Servizio Cardiologico dove inviare la richiesta di consulto
  3. inserisce il quesito testuale da inviare e può effettuare upload di file relativi al consulto richiesto

Al momento del salvataggio della richiesta, in automatico, il sistema invia un alert (email) al medico della cardiologia, avvisandolo che è presente sul portale ECWMED una richiesta di consulto richiesto da un MMG.

Per il medico cardiologo ospedaliero, la procedura invece è la seguente:

  1. il sistema propone una schermata relativa alle richieste di consulti inviati dai MMG per i loro Assistiti
  2. selezionando l’assistito, il cardiologo vede la richiesta ed eventuali allegati che il medico ha inviato, permettendogli di rispondere ed eventualmente allegare a sua volta documenti.

Al momento del salvataggio, in automatico, il sistema invia un alert (email) al medico per segnalare che è presente la risposta riferita alla sua richiesta di consulto.

Il medico di medicina generale, entrando nel Portale ECWMED, vede sia la sua richiesta che la risposta del cardiologo. Chiaramente può a sua volta richiedere ulteriori delucidazioni allo specialista che nello stesso modo risponderà.

Tutte le transazioni vengono storicizzate in modo che sia il MMG che il cardiologo possano vedere sempre tutta la storia delle loro comunicazioni.

Nella Tabella 1 sono riportati i casi proposti per valutazione sul portale.

CASI PROPOSTI_ECWMED

134

100%

Interpretazione esami

58

43%

Suggerimenti terapeutici

28

51%

Rinnovo piani terapeutici

16

12%

Valutazione esami ematici

10

7%

Gestione anticoagulanti

10

7%

Gestione antiaggreganti

10

7%

Tabella 1. Quesiti posti dai MMG (novembre 2023-aprile 2024)

Poiché l’avvio del Portale ECWMED non ha interrotto l’impiego della chat WhatsApp (per specifica richiesta dei MMG), è di un certo rilievo la valutazione del comportamento dei MMG per l’uno o l’altro mezzo, come descritto nella Figura 3.

Figura 3. Contatti WhatsApp vs ECWMED

Conclusioni

La percentuale di MMG che hanno aderito al progetto (90/153) e il numero di teleconsulti richiesti documenta che esiste una rilevante richiesta di comunicazione tra ospedale e territorio attraverso canali che possono contribuire in modo significativo al governo delle liste di attesa e alla riduzione di invii in pronto soccorso.

Per proseguire questo cammino sono indispensabili a nostro avviso due linee di intervento: da una parte non è pensabile che questa intensa attività di consulenza non venga né tariffata né tracciata centralmente derubricandola a «parte integrante dell’attività lavorativa dello specialista», dall’altra è opportuno prevedere una incentivazione all’impiego di queste prestazioni da parte dei MMG per “arruolare” anche coloro (e non sono pochi) che per vari motivi non hanno dimostrato interesse nell’impiego di questa modalità di comunicazione con l’ospedale.

Non solo un collegamento unidirezionale ospedale-territorio ma un ecosistema per le interazioni multiple e condivise

È infine necessario riflettere sullo strumento più adatto per creare questo ecosistema: l’esperienza maturata ci consente di sottolineare come la chat si sia dimostrata vincente non solo perché “veloce” e gestibile con facilità mediante l’impiego di smartphone ma anche perché la condivisione dei quesiti tra tutti i partecipanti con possibilità di interazioni multiple è risultata molto gradita.

Pertanto non un collegamento unidirezionale ospedale-territorio ma un vero e proprio ecosistema in cui tutti i componenti hanno una finalità comune: mettere il paziente al centro della propria attività.

Ringraziamenti

Un ringraziamento particolare a tutti i colleghi MMG che hanno partecipato attivamente alla realizzazione di questo progetto

Cultura, scienza, politica e pratiche della felicità

Il Lugano Happiness Forum è un evento di due giorni il cui intento è riunire accademici, politici ed esperti per esplorare gli intricati meccanismi e i principi alla base del benessere e della felicità umana.

Il Lugano Happiness Forum è organizzato da IBSA Foundation per la ricerca scientifica, la Divisione Cultura della Città di Lugano e l’Harvard University Lee Kum Sheung Center for Health and Happiness di Boston.
Partner dell’evento l’USI Università della Svizzera italiana, il LAC Lugano Arte e Cultura e Lugano Region.


Nel corso di questo forum si potrà intraprendere un viaggio rigoroso nei campi delle diverse discipline scientifiche e degli studi interdisciplinari per scoprire cosa plasma e definisce la ricerca della felicità nella cultura, nella scienza, nella politica e nella vita pratica. 
La felicità in Svizzera, inclusa la Città di Lugano, può essere descritta come una combinazione di diversi fattori che contribuiscono a un’elevata qualità della vita e al benessere generale.

La Svizzera è costantemente annoverata tra i Paesi più felici al mondo, e questo sentiment trova conferma anche a Lugano. Il Lugano Happiness Forum è dedicato a promuovere un ambiente in cui le scoperte più recenti e teorie innovative, iniziative e idee possano essere condivise, discusse e analizzate da una comunità di menti appassionate e impegnate a far progredire la nostra comprensione di una vita felice.

Questo forum costruisce un ponte tra gli aspetti accademici e scientifici, applicati della felicità, politiche incluse, incoraggiando lo scambio di idee che non solo approfondiscano le conoscenze teoriche, ma abbiano anche implicazioni pratiche per il miglioramento del benessere degli individui e delle società.

In un’ottica di sostenibilità, il forum sarà un evento “Carbon Neutral (ISO 14068-1)” grazie alla partnership con +O Positive Organizations e vedrà il coinvolgimento di associazioni impegnate nella lotta allo spreco alimentare per tutta la parte di preparazione e fornitura alimentare.

Italiani e attività fisica: uno su due fa sport, spesso col supporto della tecnologia

Metà degli italiani fa sport, anche in maniera saltuaria, e sono sempre di più coloro che si allenano con il supporto di app e dispositivi dedicati al fitness e al monitoraggio delle performance. A dirlo è l’ultima indagine dell’Osservatorio Sanità di UniSalute, che insieme a Nomisma ha analizzato l’atteggiamento e le abitudini degli abitanti del Bel Paese nei confronti dell’attività fisica.

Dalla ricerca – che ha coinvolto un campione rappresentativo di 1.200 persone su tutto il territorio nazionale – emerge come il 29% dichiari di praticare un’attività sportiva in maniera continuativa, in aumento rispetto alla rilevazione svolta nel 2022, quando la percentuale era solo del 25%. Se a questi si aggiunge il 21% che dice di fare sport in maniera saltuaria, il totale degli sportivi arriva al 50%, con una prevalenza degli uomini (59%) rispetto alle donne (41%). Diminuisce invece il numero degli inattivi, ossia di chi dichiara uno stile di vita totalmente sedentario, che passa dal 21% al 14% del campione.

L’indagine evidenzia come la tecnologia sia un’alleata sempre più preziosa per chi fa sport: quasi tre sportivi su quattro dichiarano di aver fatto uso almeno ogni tanto di app e device dedicati al fitness nell’ultimo anno, in particolare per usufruire di funzioni come il contapassi (64%), il monitoraggio delle calorie bruciate (45%) e il cardiofrequenzimetro (42%). Inoltre, in linea con un trend iniziato negli anni della pandemia, oltre la metà (55%) ha seguito anche corsi o dirette streaming di allenamento online.

Guardando alla frequenza di allenamento, il 49% dichiara di allenarsi almeno 3 volte a settimana, con il 14% che arriva anche a cinque o più sessioni nella settimana tipo. Uno su tre (31%) si allena con il supporto di un personal trainer o di un istruttore. Le attività più praticate sono la corsa e altre discipline affini all’atletica leggera (34%), lo yoga e il pilates (22%, ma sale al 40% tra le donne) e altri corsi in palestra (20%). Si conferma inoltre la passione degli italiani per il pallone, con il 19% che dichiara di giocare a calcio, calcetto o calciotto. Seguono per popolarità il ciclismo e il nuoto, entrambi al 15%.

Ma quali fattori spingono gli italiani a dedicarsi all’esercizio fisico? Secondo i dati della ricerca, il 28% degli intervistati lo fa principalmente per curare l’aspetto fisico e mantenersi in forma; mentre il 24% per migliorare le proprie condizioni di salute. Ma lo sport svolge per molti anche una funzione chiave nella gestione dello stress e nel miglioramento del benessere mentale, con il 19% che indica questo aspetto come motivazione principale per la sua attività sportiva. Infine, la ricerca ha esaminato anche le caratteristiche di coloro che non praticano sport. È emerso come per la maggior parte(80%)si tratti di persone che lo hanno praticato in passato, anche solo in maniera saltuaria, ma ora hanno smesso. Come mai? La mancanza di tempo, a causa degli impegni richiesti dal lavoro e da altre attività quotidiane, è tra i motivi indicati dalla maggioranza del campione (54%). Altre motivazioni comuni sono i costi troppo alti (20%) e l’insorgere di problemi a livello fisico (19%). Uno su tre (34%), comunque, ammette di essere semplicemente pigro e di non amare fare sport.

Disturbi dell’udito e dell’equilibrio. A Roma il 1° Congresso nazionale degli Audiometristi

Si è appena concluso il 1° Congresso della Commissione di albo nazionale dei Tecnici audiometristi della FNO TSRM e PSTRP, una giornata che ha portato nella Capitale più di 250 professionisti sanitari da tutta Italia.

«Il nostro impegno è garantire la qualità della vita delle persone con deficit dell’udito e del sistema dell’equilibrio. Disturbi che richiedono una valutazione accurata e personalizzata, nonché di un’assistenza continua e sofisticata» afferma Pietro Cino, Presidente della Commissione di albo nazionale dei tecnici audiometristi.

Teresa Calandra, Presidente della FNO TSRM e PSTRP, intervenuta al congresso, ha ribadito: «I tecnici audiometristi rappresentano una risorsa fondamentale per il sistema sanitario. Promuovere la salute uditiva significa favorire la socialità, consentendo a coloro con problemi uditivi di partecipare pienamente alla vita comunitaria. Auspichiamo che tutti i cittadini, ovunque nel Paese, possano sottoporsi a controlli regolari e, se necessario, ricevere interventi tempestivi. La collaborazione interprofessionale e l’utilizzo delle nuove tecnologie sono fondamentali per affrontare questa sfida e garantire un’assistenzadi alta qualità».

Si stima che in Italia vi siano circa 7 milioni di persone con problemi uditivi, e solo un terzo della popolazione ha effettuato controlli uditivi negli ultimi 5 anni. Dati recenti dell’OMS sostengono che il 50% dei casi di ipoacusia potrebbero essere prevenute attraverso misure di prevenzione adeguate.

Al centro del dibattito congressuale il ruolo del tecnico audiometrista all’interno dei percorsi di prevenzione, valutazione e riabilitazione dei disturbi dell’udito e dell’equilibrio.

La prima sessione si è aperta parlando di prevenzione, entro cui è stato sottolineato l’importanza cruciale degli screening uditivi, effettuati sia tra i neonati che nelle scuole. Particolare attenzione è stata riservata alla valutazione acustica degli ambienti di prova audiometrici, che ha suscitato grande interesse. Diverse le esperienze e buone pratiche che hanno messo in risalto la figura dei tecnici audiometristi, nell’individuazione precoce dei disturbi uditivi nel periodo neonatale, evidenziando il ruolo vitale di questi professionisti sanitari nell’accuratezza dell’esecuzione dei test elettrofisiologici. Inoltre, è stata ribadita l’importanza di implementare su scala nazionale gli screening uditivi anche in età scolare per rilevare eventuali disturbi insorti durante questo delicato periodo della vita, in linea con le raccomandazioni dell’OMS e l’Obiettivo 3 dell’Agenda 2030 delle Nazioni unite.

Durante la seconda parte dell’evento, si è fatto luce sul tema della sordità, problema sociale che colpisce diversi segmenti della popolazione . Solo il 25% di coloro che potrebbero sentire meglio fa uso di tecnologie assistive, nonostante la stragrande maggioranza di chi porta una protesi acustica (l’87%) dichiari migliorata la propria qualità di vita. Il tema della valutazione della sordità centrale, dunque, ha ribadito l’importanza cruciale del tecnico audiometrista, il cui ruolo trascende la semplice analisi strumentale. Dalle relazioni si desume, infatti, che questo professionista sanitario è essenziale in un team multidisciplinare, contribuendo attivamente alla riabilitazione uditiva e migliorando il benessere delle persone. In maniera analoga, con l’avanzamento tecnologico degli impianti cocleari, il contributo del tecnico audiometrista è ancora più significativo, in quanto partecipa a tutte le fasi del processo: dalla valutazione pre-impianto, all’assistenza intraoperatoria, fino all’attivazione, ma anche al mappaggio e monitoraggio post-operatorio. Questa evoluzione professionale riflette l’importanza di un approccio olistico e personalizzato nel trattamento dell’ipoacusia, a garanzia per ogni persona di ricevere le cure più adeguate e avanzate disponibili. 

La riabilitazione tubarica e quella degli acufeni – trattate durante l’ultima sessione –  sono campi di grande interesse nel settore audiologico, con metodiche innovative che promettono miglioramenti significativi nella cura. Di fondamentale importanza il tecnico audiometrista nella riabilitazione vestibolare che, avvalendosi di un approccio multidisciplinare, integra diverse competenze per affrontare le sfide di questa complessa condizione. Questi progressi rappresentano un passo avanti importante per la medicina riabilitativa, evidenziando l’importanza della ricerca continua e dell’aggiornamento professionale.

Dagli innumerevoli spunti forniti durante le relazioni emerge chiaramente come il tecnico audiometrista risulta essere una professionista sanitario con una marcata propensione all’uso della tecnologia. Del resto l’impiego dell’intelligenza artificiale (AI) nel settore sanitario, e in particolare nel campo audiologico, è un tema di crescente importanza, come evidenziato nel rapporto del Parlamento europeo intitolato “Artificial intelligence in healthcare”. Questo documento sottolinea l’efficacia dell’AI nell’aumentare l’efficienza dei clinici, migliorare la diagnosi e il trattamento medico e ottimizzare l’allocazione delle risorse umane e tecniche. Tuttavia, il rapporto mette anche in luce i rischi clinici, sociali ed etici associati all’uso dell’AI, come potenziali errori e danni alle persone, rischio di bias e aumento delle disuguaglianze sanitarie, mancanza di trasparenza e fiducia, e vulnerabilità a violazioni della privacy e attacchi informatici. Per mitigare questi rischi, la Commissione di albo nazionale ha riconosciuto la necessità per i tecnici audiometristi di rimanere aggiornati sulle tecnologie emergenti, inserendo un articolo pertinente nel nuovo codice deontologico di prossima emanazione. Questo passo è fondamentale per garantire che i professionisti del settore siano in grado di utilizzare in modo etico e responsabile le nuove tecnologie, contribuendo così a plasmare un futuro sanitario più sicuro e innovativo.

Anche in ragione di ciò, è emersa prepotentemente una necessaria e non più procrastinabile evoluzione del profilo professionale, oramai datato di 30 anni e ingessato tra terminologie desuete e limitanti che non tengono conto delle evoluzioni normative succedutesi in questi ultimi anni in termini di autonomia e responsabilità delle professioni sanitarie. Una revisione che consideri l’evoluzione delle competenze, l’autonomia e la responsabilità – anche in relazione al quadro sanitario europeo – può aprire nuove opportunità di crescita e sviluppo della professione finalizzate a rendere più efficace il SSN nell’interesse delle persone assistite.

«Questo congresso – continua Cino – è stato un momento di crescita professionale e umana, e ha rappresentato uno stimolo per animare la discussione ed elevare il livello di competenza, per una professione sempre più all’avanguardia e altamente qualificata. Un’evoluzione necessaria per un SSN in forte cambiamento e in relazione ai nuovi bisogni di cura dei cittadini».

Liste d’attesa: «Senza fondi non si va lontano. Curare “slow” e ridurre corsa a prestazioni»

«Il problema delle liste d’attesa è un problema molto complesso che riguarda l’organizzazione degli ospedali pubblici, il crescente peso della sanità privata, i continui tagli dei finanziamenti al Fondo Sanitario Nazionale, la riduzione del personale, l’aspettativa irrealistica di ottenere una diagnosi per ogni minimo disturbo, la pressione commerciale delle aziende che producono strumenti diagnostici, la tendenza di molti medici a prescrivere un esame piuttosto che spiegarne l’inutilità e, in ultimo, dunque, anche il problema dell’appropriatezza prescrittiva».

Il netto ridimensionamento dei fondi stanziati rispetto a quelli inizialmente previsti dal Ministero della Salute (gran parte delle misure dovrebbero vivere attingendo a vecchi fondi stanziati in passato) hanno attirato numerose critiche ai provvedimenti del Governo

Tempo e salute, cura e prestazioni, attese e prevenzione, fondi e accessibilità. È costellato di variabili e antitesi il tema delle liste d’attesa tornato al centro dell’attenzione con la presentazione di due provvedimenti del Governo, un Decreto-legge e un Disegno di legge, che puntano a limitare i disagi causati ai cittadini. Il Decreto, entrato in vigore l’8 giugno, prevede l’istituzione della Piattaforma nazionale delle liste di attesa, la creazione di un “Organismo di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria”, la creazione di CUP (Centri Unici di Prenotazione) a livello regionale che possano avere a disposizione le agende delle strutture pubbliche e delle private convenzionate, la possibilità di offrire prestazioni anche il sabato e la domenica e modalità per garantire ai cittadini tempi certi per le prestazioni mediante ricorso a intramoenia o privato. Il previsto superamento del tetto di spesa per il personale slitterà al 2025 e nel decreto pubblicato vengono riviste le modalità di tassazione agevolata per i professionisti sanitari che offriranno prestazioni aggiuntive e in orari extra. Il netto ridimensionamento dei fondi stanziati rispetto a quelli inizialmente previsti dal Ministero della Salute (gran parte delle misure dovrebbero vivere attingendo a vecchi fondi stanziati in passato) e i tempi lunghi per vedere effetti concreti (ci vorranno 7 decreti attuativi) hanno attirato numerose critiche ai provvedimenti.

Ma torniamo alle considerazioni iniziali con il tentativo di parlare di liste d’attesa scalfendo un po’ la superficie del consueto dibattito. Perché, se ho un tumore e sto riuscendo a curarlo, o a limitarlo, e devo fare una PET-TC per vedere che succede non posso aspettare 30 giorni e nemmeno 10. Se non ho patologie particolari, invece, non serve fare esami del sangue ogni sei mesi. Ma se il messaggio che mi arriva dalle istituzioni è che fare screening e prevenire è fondamentale, e non viene comunicato correttamente chi deve farlo e per cosa, allora la questione si complica.

«È stato studiato in moltissime ricerche che il 30-40% delle prestazioni eseguite dai cittadini sono inutili, cioè non producono salute, non cambiano la qualità della vita dei pazienti e non hanno influenza sulla durata della loro vita».

È stato studiato in moltissime ricerche che il 30-40% delle prestazioni eseguite dai cittadini sono inutili: cioè non producono salute

Marco Bobbio

Getta un sasso nello stagno il Presidente di Slow Medicine ETS, il cardiologo Marco Bobbio, che cerca di fare chiarezza tra le corrette procedure suggerite per la prevenzione e una delle derive del cosiddetto disease mongering, che potremmo tradurre come commercializzazione delle malattie o come titolava il libro che coniava questa espressione nel 1992: “Spacciatori di malattie: come medici, aziende farmaceutiche e assicuratori ti stanno facendo sentire malato”.

L’associazione che Bobbio presiede da anni sottolinea nel suo manifesto che «la diffusione e l’uso di nuovi trattamenti sanitari e di nuove procedure diagnostiche non sempre si accompagnano a maggiori benefici per i pazienti. Interessi economici e ragioni di carattere culturale e sociale spingono all’eccessivo consumo di prestazioni sanitarie, dilatando oltre misura le aspettative delle persone, più di quanto il sistema sanitario sia poi in grado di soddisfarle».

È bene ribadire con forza un concetto: aspettare 150 giorni per una mammografia (dati Cittadinanzattiva) prescritta per essere effettuata entro 10 giorni è inaccettabile. Può fare davvero la differenza tra la vita e la morte per una persona. È inaccettabile avere una visita cardiologica solo per 25 cittadini sui 100 di quelli che ne avrebbero bisogno entro 10 giorni (dati Agenas 2023). Così come è difficile da mandare giù che dopo anni di discussione sul tema liste d’attesa ancora non ci siano dati realistici in arrivo in modo costante da tutte le Regioni e Province Autonome.

Ma il punto di vista di Slow Medicine ETS può dare elementi di riflessione che rompano la consueta dialettica sul tema.

«Va detto, intanto, che sottoporsi a tanti screening certe volte anticipa solo delle diagnosi, senza che ci sia poi la possibilità di curarle e migliorare la propria vita. Cioè, non sempre saper prima è meglio. Certe volte saper prima aumenta l’angoscia ma non cambia la storia naturale del paziente».

A chi va rivolto questo monito?

«Il problema dell’appropriatezza prescrittiva dovrebbe riguardare tutti i medici e non solo i medici di medicina generale perché loro spesso sono il terminale di prescrizioni che vengono richieste da altri. Quando un paziente va di sua iniziativa da un professionista privato, paga la visita e questo professionista prepara un elenco talvolta sterminato di esami che devono essere fatti. Allora il paziente ritorna dal medico di medicina generale e “impone” che gli vengano prescritti perché il luminare ha dichiarato che quelli sono indispensabili. Quindi, un medico di medicina generale si vede in qualche modo forzato, o in alcuni casi costretto, a prescrivere degli esami, anche se non li ritiene necessari né utili per il paziente. Rivalersi su di lui per l’inappropriatezza della prescrizione è, a mio parere, decisamente iniquo».

Resta l’impressione di una carenza di comunicazione tra pazienti, specialisti e medici di famiglia. Voi, a proposito, avete deciso di lavorare sull’ascolto dei pazienti e dei medici e degli altri professionisti sanitari.

Aspettare 150 giorni per una mammografia prescritta per essere effettuata entro 10 giorni è inaccettabile. Può fare davvero la differenza tra la vita e la morte

«Già nel 2019 abbiamo lanciato un progetto intitolato Storie Slow chiedendo ai soci e ai simpatizzanti di raccontare storie personali in cui il caso clinico, la malattia, è stata risolta evitando interventi, evitando trattamenti, evitando di fare degli accertamenti o riducendo delle medicine. Aspettando, lasciando che le malattie continuassero nella loro evoluzione naturale. Riducendo quel tanto una terapia a volte imposta dalla fretta tecnologica, dall’idea che prescrivendo comunque qualcosa si può risolvere tutto e subito».

Cosa avete raccolto?

«Abbiamo ricevuto 70 storie scritte da medici, da pazienti, da infermieri, da fisioterapisti. È veramente un ventaglio amplissimo di persone e di casi che sono stati risolti senza bisogno di ricorrere immediatamente ad accertamenti, tecnologia, trattamenti. Anche perché l’organismo umano ha la capacità di risolvere i problemi, è fatto in modo da affrontare le malattie e i disturbi e cercare di superarli spontaneamente. Poi non sempre ci riesce, quindi ben vengano i farmaci, i trattamenti chirurgici, gli esami di laboratorio, ma non sempre questo è indispensabile».

Quali sono stati gli spunti ricorrenti di queste narrazioni?

Sobrietà, rispetto, tempo e accompagnamento sono i quattro concetti chiave emersi dalle storie “slow” che abbiamo raccolto

«Abbiamo individuato i temi più frequenti di queste storie e ne abbiamo messi a fuoco quattro che sono stati sviluppati in un libro (“I gatti della signora Augusta”): la sobrietà è il primo. Il fatto che non sempre sia necessario aggredire le malattie ma si può, in alcuni casi, soprassedere, aspettare e rimandare. O rinunciare a un trattamento ottenendo dei risultati soddisfacenti per il paziente. Il secondo tema è quello del rispetto. Come sanitari dobbiamo accettare e prendere in considerazione le opinioni, i valori, i desideri del paziente. In qualche modo concordare un percorso diagnostico e terapeutico che tenga conto anche delle esigenze del paziente. È uno dei temi più ricorrenti nelle storie che abbiamo raccolto. Il terzo tema è quello del tempo. Per curare bene i pazienti ci vuole del tempo e, infatti, c’è una legge dello Stato (la 219/2017) che nell’articolo 1 comma 8 recita: “Il tempo della comunicazione tra medico e paziente costituisce tempo di cura”. Purtroppo, questa legge viene disattesa troppo spesso e nelle strutture pubbliche si tagliano i tempi perché bisogna “produrre” e la logica della produzione prevale su quella del benessere dei pazienti. E il quarto e ultimo tema è quello dell’accompagnamento. Sono storie di fine vita, di medici, infermieri e psicologi che hanno aiutato i pazienti a passare senza accanimenti diagnostici e terapeutici l’ultimo momento, il più delicato della vita».

Come mettere in relazione questi concetti con i recenti provvedimenti annunciati dal Governo?

«Ecco, un po’ la logica che sembra pervada la medicina di oggi in Italia e non solo, perlomeno quella che anima il DL e il DDL, è una logica che investe molto sulle prestazioni e poco sulla cura. Cioè, noi eroghiamo prestazioni, state tranquilli, vi consentiamo tutte le prestazioni che volete, tutti gli esami che volete ve li diamo, eccetera… Ma la cura è un’altra cosa, vuol dire avere del tempo per stare dietro al paziente per capirlo, per capire le sue esigenze, le sue aspettative, i suoi bisogni. Per trovare la cura più adatta per lui, mettendo insieme le conoscenze che derivano dalle linee guida con le sue aspettative».

Da dove partire per modificare questo paradigma?

Fondi vanno reperiti tagliando contributi alle assicurazioni e alle mutue integrative che sono spesso solo un volano di prestazioni senza reali benefici

«Il sistema sanitario va rifinanziato in modo sostanziale, su questo non c’è nessun dubbio. Dove trovare i fondi? Magari tagliando quelli che vengono erogati alle mutue integrative, per esempio. Le mutue integrative sono nate con l’idea di supportare e integrare le strutture pubbliche quando non sono in grado di erogare dei servizi, ma in realtà sono esse stesse volano di prescrizioni perché più accertamenti si fanno più questi creano ulteriori accertamenti. Si trova sempre un valore fuori dalla norma, o quella piccola lesione riscontrata nella radiografia. Tutto questo avvia una cascata di ulteriori prestazioni che poi ricadono sul sistema sanitario nazionale e aggravano, di conseguenza, i tempi di attesa. E c’è anche il fatto che, essendo spesso prestazioni offerte dall’assicurazione, c’è l’idea per cui se ne debba necessariamente “approfittare”. Ho sentito delle persone dire: “Quest’anno ho diritto ancora a far due visite cardiologiche”. E le farà perché è un suo diritto, perché ha pagato il premio assicurativo. Sempre più spesso vengono offerti gratuitamente “pacchetti di prevenzione”, quello dermatologico, quello polmonare, quello renale, ecc… che non hanno mai dimostrato di ridurre l’incidenza di malattie gravi ma piacciono, perché danno l’illusione di poter scoprire e risolvere le malattie prima che creino disturbi.  Tutte iniziative che genereranno ulteriori richieste di accertamenti».

Resta il problema dei fondi. Passata la pandemia si sono subito ridotti i fondi alla sanità…

«Prima di tutto va finanziato il SSN e vanno ridotti i finanziamenti a strutture private che invece di ridurre il carico per lo Stato incentivano questa ondata di prescrizioni. Poi bisogna ridurre gli sprechi all’interno degli ospedali. Per esempio, esami del sangue ripetuti, prescritti solo a scopo difensivo. Bisogna ripensare alla sanità pubblica in termini di risparmio, che non vuol dire tagliare in modo indiscriminato. Negli ultimi 20 di lavoro che ho passato negli ospedali ho visto gli assessori e i direttori degli ospedali che avevano il compito di fare dei tagli, di ridurre le spese, ma si è trattato prevalentemente di tagli lineari. Riduciamo le spese del 10% e riduciamo a tutti in modo uguale perché è più semplice invece di fare l’analisi dei problemi e scegliere di tagliare dove ci sono degli sprechi e finanziare le attività che creano salute. Con i tagli lineari, invece, si tagliano sia le cose inutili sia quelle utili, si risparmia, ma si curano peggio i pazienti».

Infine, c’è il tema del personale.

«Uno dei tagli più dannosi che ha colpito negli ultimi vent’anni la sanità è stato proprio quello sul personale, col mancato turnover. Questo, ovviamente, ha complicato tutto. E ora ci troviamo con bassi stipendi, scarsa attrattività dell’impegno negli ospedali, concorsi pubblici che vanno deserti e la concorrenza dei lavori a gettone nel pronto soccorso per 700 euro a turno. Per invertire la tendenza dobbiamo garantire degli stipendi, delle carriere adeguate e un lavoro gratificante e soddisfacente. Sono tante le cose che in questi ultimi decenni sono andate perse nella sanità pubblica. Si è giocato soltanto di rimando, non si è più investito, non ci sono state le persone, le risorse e la capacità di capire cosa fosse realmente necessario per garantire le cure necessarie per tutti».

L’importanza dei software gestionali per poliambulatori e centri medici: il caso CGM XMEDICAL

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Introduzione

Gestire un poliambulatorio o un centro medico è un compito complesso che richiede precisione, efficienza e un alto livello di organizzazione. L’utilizzo di software gestionali specializzati, come CGM XMEDICAL, può trasformare radicalmente il modo in cui queste strutture operano, migliorando la qualità del servizio, facendo risparmiare tempo e garantendo una gestione più accurata delle attività quotidiane.

Numerosi sono i vantaggi dell’adozione di un software gestionale per i poliambulatori e centri medici, uno strumento che può ottimizzare i processi interni e migliorare l’esperienza del paziente.

Efficienza operativa e risparmio di tempo

Uno dei principali vantaggi di un software gestionale come CGM XMEDICAL è la capacità di automatizzare numerose attività che richiederebbero altrimenti tempo ed energie da parte del personale medico e amministrativo. Questo permette di gestire in maniera efficiente:

  • prenotazioni e appuntamenti: il sistema permette di evitare sovrapposizioni di orari, ridurre al minimo i tempi di attesa e migliorare l’efficienza operativa. Grazie alla gestione ottimizzata delle risorse, i pazienti possono prenotare facilmente, e il personale può gestire gli orari in modo più produttivo;
  • promemoria automatici: il software invia automaticamente promemoria via SMS o e-mail ai pazienti, riducendo il numero di appuntamenti mancati. Questo migliora la comunicazione tra il centro medico e i pazienti, assicurando che questi ultimi siano sempre informati sui loro appuntamenti e sugli eventuali preparativi necessari;
  • gestione della sala d’attesa: il sistema ottimizza gli accessi e la disposizione delle sale d’attesa, garantendo un flusso continuo e ordinato di pazienti. Questo riduce i tempi di attesa e migliora notevolmente l’esperienza del paziente, che può beneficiare di un ambiente più confortevole e ben organizzato.

Accuratezza e sicurezza dei dati

La gestione accurata dei dati dei pazienti è fondamentale per qualsiasi struttura sanitaria. L’archiviazione sicura dei dati è uno degli elementi chiave da garantire: i dati dei pazienti devono essere archiviati in modo sicuro e nel rispetto delle normative GDPR, per assicurare la massima riservatezza e protezione delle informazioni sensibili. Dotarsi un software gestionale dedicato significa avere una soluzione avanzata per questo aspetto, e non solo. Con CGM XMEDICAL è infatti possibile utilizzare la firma grafometrica e digitalizzare i documenti: con questi strumenti si riduce il rischio di errori umani e ci si assicura che tutti i documenti siano facilmente accessibili, organizzati e archiviati.

Il software consente inoltre il monitoraggio delle prestazioni della struttura in tempo reale, facilitando la gestione della qualità e l’identificazione di aree di miglioramento.

Miglioramento dell’esperienza del paziente

Avere un poliambulatorio ben organizzato non solo migliora la gestione interna ma offre anche una migliore esperienza ai pazienti. Il software gestionale contribuisce a questo obiettivo attraverso:

  • accesso online ai servizi: i pazienti possono prenotare appuntamenti online, ricevere promemoria e accedere ai propri dati sanitari in qualsiasi momento;
  • pianificazione personalizzata: il sistema consente di pianificare gli appuntamenti in base alle disponibilità dei pazienti, migliorando la loro soddisfazione e fidelizzazione;
  • comunicazione efficace: il software facilita la comunicazione tra pazienti e struttura sanitaria, attraverso e-mail, SMS e notifiche personalizzate.

In un contesto sanitario sempre più complesso e dinamico, l’utilizzo di un software gestionale come CGM XMEDICAL rappresenta una soluzione indispensabile per i poliambulatori e i centri medici. Questo strumento non solo migliora l’efficienza operativa e la qualità dei servizi offerti, ma consente anche di risparmiare tempo e ridurre gli errori, garantendo una gestione ottimale delle risorse e dei dati.

Investire in un software gestionale avanzato significa investire nel futuro della propria struttura sanitaria, offrendo al contempo un servizio eccellente e sicuro ai pazienti.

Reumatologia, 1 caregiver su 4 non ha informazioni complete su transizione dall’età pediatrica a quella adulta

I caregiver e le persone affette da patologie reumatologiche lanciano l’allarme sul delicato momento del passaggio dalle cure del pediatra reumatologo a quelle del reumatologo dell’adulto. E lo fanno direttamente da Vienna nel corso di una delle sessioni dei lavori della 25ᵃ edizione dell’EULAR, l’annuale congresso della reumatologia europea. Un caregiver su 4 (24,7%) infatti denuncia la mancanza d’informazioni complete e dettagliate sul processo di transizione. Dall’altra parte, le persone di età compresa tra i 16 e i 30 anni colpite da almeno una tra le oltre 200 patologie reumatologiche, lamentano alcune criticità che mettono a serio rischio la continuità terapeutica e di cura nel passaggio dal pediatra reumatologo al reumatologo dell’adulto: dalla scarsa comunicazione e coordinamento tra i medici specialisti al senso di abbandono avvertito con impatti diretti sugli aspetti più emotivi e psicologici della persona, fino all’eccessiva burocrazia che allunga a dismisura i tempi di attesa prima dell’invio del paziente per una prima visita con il reumatologo dell’adulto. Proprio rispetto al contatto con quest’ultima figura, le persone affette da malattie reumatologiche in età pediatrica riferiscono una certa difficoltà a rapportarsi dal punto di vista comunicativo ed empatico, con la sensazione di sentirsi meno ascoltate e comprese. Sono questi alcuni dei risultati principali oggetto della ricerca The transition from pediatric to adult healthcare: a leap into the dark?, presentata da APMARR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare in occasione dell’edizione 2024 dell’EULAR – European Congress of Rheumatology.

Entrando più nel dettaglio della metodologia d’indagine, l’abstract presentato all’EULAR da APMARR si basa su una ricerca quali-quantitativa svolta su un campione nazionale di 394 persone. Quest’ultimo è stato poi suddiviso in due target differenti: un primo, composto da un totale di 308 caregiver di persone con malattie reumatologiche di età compresa tra 14 e 20 anni sia tra coloro che hanno effettuato la transizione (45,1%, N=139) che tra chi non l’ha effettuata (54,9%, N=169) e un secondo, composto da 86 persone con almeno una patologia reumatologica, di età compresa tra 16 e 30 anni. Anche in questo caso con un ulteriore suddivisione tra chi ha effettuato la transizione (83,7%, N=72) e chi invece non l’ha fatto (16,3%, N=14). 

In Italia le malattie reumatologiche colpiscono più di 5 milioni e mezzo di persone e sono frequenti anche in età pediatrica: in media, ogni anno, sono 10mila gli adolescenti italiani colpiti da queste patologie, la più comune delle quali è l’artrite idiopatica giovanile. «Il passaggio dalle cure pediatriche a quelle del reumatologo dell’adulto è particolarmente delicato ed è un momento cruciale nella direzione dello sviluppo di un adolescente – dichiara Antonella Celano, presidente APMARR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare APS ETS – Una corretta transizione delle cure dal reumatologo pediatra a quelle dello specialista dell’adulto è fondamentale per consentire ai giovani adulti di non interrompere la continuità terapeutica, mandando in remissione la patologia e mantenendo una buona qualità della vita».

La ricerca mette in luce due aree di criticità che rendono la transizione dalle cure pediatriche a quelle del reumatologo dell’adulto un percorso non sempre semplice. «Da una parte, i caregiver, soprattutto i genitori, dichiarano di avere spesso informazioni incomplete, dall’altra, le persone affette da patologie reumatologiche in età pediatrica, riferiscono una certa difficoltà nella relazione con gli specialisti sotto il punto di vista comunicativo ed empatico – spiega Matteo Santopietro, senior project leader WeResearch – Ricerche di Marketing e coautore insieme ad APMARR della ricerca sulla transizione in reumatologia – In particolare, le persone affette da patologie reumatologiche in età adolescenziale, hanno dichiarato la necessità di un sostegno psicologico per affrontare il “cambiamento”: con il pediatra reumatologo si era instaurata una relazione reciproca di fiducia e ascolto, il passaggio al reumatologo per adulto, in molte persone intervistate, ha causato un disagio psicologico dovuto alla sensazione di abbandono e solitudine. È quindi importante, per una corretta transizione, fare in modo che il cambiamento sia supportato da uno psicologo insieme ai medici coinvolti e al paziente».

L’impatto della cultura sulla salute

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Esistono studi rigorosi che mostrano come per ogni sterlina spesa su arte e partecipazione culturale, il ritorno dell’investimento sia 4-5 volte superiore». Così Enzo Grossi a TrendSanità, a margine dell’evento “La cultura come risorsa per la salute. Salute & Cultura – L’altra dimensione della cura”, che si è tenuto il 4 e il 5 giugno a Torino. Epidemiologo, ricercatore, socio di CCW-Cultural Welfare Center, durante l’incontro Grossi ha fornito una panoramica della letteratura esistente: «Il corpus delle prove scientifiche sul ruolo delle arti nella promozione della salute in soggetti sani e malati è impressionante – ha affermato -: più di 10mila studi scientifici, oltre 3mila studi clinici randomizzati e centinaia di revisioni sistematiche e metanalisi, con i più rigorosi criteri di valutazione solitamente usati in campo farmaceutico. Tutto questo si può e deve tradurre in azioni politiche».

Anche l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) ha prodotto un report che riassume i risultati dei lavori pubblicati tra il 2000 e il 2019, che hanno a che fare con la prevenzione delle malattie e la gestione della salute.

I problemi

Enzo Grossi

Eppure, nonostante questi dati, è complicato inserire in modo sistematico la partecipazione culturale all’interno dei percorsi dedicati alla salute: «Prima di tutto c’è un problema di formazione della classe medica – afferma Grossi -. Questo tipo di filosofia è rimasto estraneo al mondo della medicina tradizionale occidentale. Ancora oggi nelle facoltà di Medicina non si parla della possibilità di intervenire, soprattutto in ambiti dove non ci sono farmaci a disposizione, con metodologie di coinvolgimento artistico e culturale delle persone». E l’effetto rischia di essere controproducente: «Se un cittadino sente parlare di questi temi e si rivolge al proprio medico per saperne di più, è probabile che verrà dissuaso o quantomeno l’efficacia di questi strumenti sarà ridimensionata proprio perché il dottore non conosce questa letteratura».

E poi c’è il nodo delle risorse: «La sanità non deve essere vista a silos: noi non dobbiamo competere con i farmaci. Esistono territori dove questi non hanno nessun ruolo, come nella promozione della salute. Esistono metodologie strutturate che si possono seguire, senza la necessità di intraprendere sperimentazioni ex-novo per dimostrarne l’utilità».

E in alcuni ambiti lo si potrebbe fare a costo zero: «Se si vuole per esempio risparmiare l’utilizzo di analgesici durante la colonscopia, si può consigliare al paziente una playlist da scaricarsi in autonomia e portarsi il giorno della visita, traendo sollievo dall’ascolto».

La prescrizione sociale

«Nei paesi nordici e nel mondo anglosassone è adottata almeno da tre decadi ed è un mezzo che consente ai professionisti e ai servizi sanitari di utilizzare risorse non sanitarie presenti nella comunità per rispondere ai bisogni dei propri pazienti, migliorandone la salute e il benessere – ha ricordato Giovanni Capelli, direttore del Centro nazionale per la promozione della Salute e prevenzione delle malattie dell’ISS-Istituto superiore di Sanità -. Le prove scientifiche dimostrano che i fattori sociali, come per esempio l’istruzione, il reddito e le condizioni abitative influenzano i comportamenti sanitari e hanno un forte impatto sulla salute. È quindi necessario ripensare l’equilibrio tra il modello di cura biomedico e quello sociale e psicologico nella pratica clinica, favorendo un approccio più personalizzato alle cure». 

Le prove scientifiche dimostrano che i fattori sociali come istruzione, reddito e condizioni abitative influenzano i comportamenti sanitari e hanno un forte impatto sulla salute

La prescrizione sociale lavora proprio sui determinanti sociali della salute, riducendo potenzialmente la domanda di assistenza sanitaria e i relativi costi. Si rivolge in particolare alle persone che richiedono un supporto emotivo e sociale superiore a quello che può essere reso disponibile nell’assistenza sanitaria, come per le persone con patologie croniche o socialmente isolate, con disturbi mentali o vulnerabili a causa dell’età o della condizione economica.

In Italia ci sono quasi 4mila musei e circa 9mila biblioteche: una rete di servizi culturali che è già una risorsa e che potrebbe essere attivata per rispondere a questi bisogni.

Il canto per combattere la depressione post partum

Ilaria Lega

Ilaria Lega, Prima ricercatrice presso il Reparto di Salute della Donna e dell’Età evolutiva, Centro per la Prevenzione delle malattie e la Promozione della salute dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), ha riportato l’esperienza di Music and Motherhood, un pilota che ha adattato alcune linee guida internazionali al caso italiano. Sono stati coinvolti alcuni consultori famigliari a livello nazionale, che a loro volta hanno intercettato 23 donne con sintomi di depressione post partum. «Si è trattato di un trial clinico di 10 settimane nel quale l’esperienza del canto di gruppo è stata confrontata con altri approcci – spiega Lega -. Questo metodo ha mostrato risultati più rapidi rispetto ad altri».

L’OMS ha scelto contesti culturali diversi in cui sperimentare questo protocollo.

«Abbiamo deciso di coinvolgere i consultori familiari perché sono tra i servizi che per primi hanno individuato l’importanza della promozione della salute mentale della donna in gravidanza e del dopo-parto. Parliamo anche di situazioni non patologiche, ma di disagio che spesso non trovano una risposta adatta nei servizi di salute mentale».

Una volta individuati i partner dell’iniziativa, la difficoltà vera sono state le risorse: per il pilota non era previsto un riconoscimento economico per il lavoro svolto. «Il personale dei servizi consultoriali è accomunato da una grande passione e entusiasmo, ma sarebbe fondamentale avere fondi dedicati», rileva l’esperta.

Adesso, alla luce dei dati internazionali e di questo pilota, il protocollo sarebbe pronto per essere inserito nell’uso clinico. «Spetterebbe quindi a aziende e Regione reperire le risorse per implementare il progetto – rileva Lega -. L’investimento, poi, sarebbe minore di quanto richiederebbe una terapia psicologica individuale o di gruppo», conclude.

Il dialogo intersettoriale

Gli obiettivi della due giorni sono stati sintetizzati da Annalisa Cicerchia, Professoressa di Economia della Cultura all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Prima ricercatrice ISTAT, Vice Presidente di CCW: «Vogliamo delineare modelli di interazione tra mondi diversi che possano moltiplicare l’efficacia, la replicabilità e lo sviluppo di competenze trasversali».

Per farlo, è necessario lavorare sul dialogo intersettoriale.

Annalisa Cicerchia

Da qui le linee di impegno per il futuro: «Non mi piace chiamarle sfide – afferma Cicerchia a TrendSanità -: diffondere competenze insistendo sul dialogo tra ambiti diversi e portare un sostegno robusto alla capacità di progettare, valutare e rendicontare i risultati e gli impatti».

Non solo fare quindi, ma anche saper misurare e replicare i protocolli adottati. In questa direzione, l’8 marzo 2020, il primo giorno del primo lockdown, per rispondere con impatto alle grandi sfide sociali acuite dalla pandemia, da esperti provenienti da diverse discipline è nato a Torino CCW-Cultural welfare center, il primo centro italiano di ricerca su Cultura e Salute, per accompagnare la ricerca valutativa, l’innovazione con la ricerca-azione e la costruzione di competenze e i decisori.

Catterina Seia

Sottolinea Catterina Seia, presidente del CCW – Cultural Welfare Center: «Le politiche europee danno forti segnali di legittimazione alla relazione tra Cultura e Salute, indicata dall’Agenda Europea della Cultura 2030 come pilastro per le prossime decadi e il Piano di lavoro UE per la Cultura 2023-2026 include tra i 21 assi l’obiettivo di potenziare la partecipazione culturale. Va sostenuta la ricerca valutativa e costruite nuove competenze sulle medical humanities. CCW con la CCW School ha formato oltre 3000 professionisti in Italia e ha lanciato la terza edizione del Master Executive Cultura & Salute».

La due giorni è stata possibile grazie a: Reti HPH Piemonte Italia e Internazionale, Università di Torino – Dipartimento Scienze Chirurgiche; CCW – Cultural Welfare Center ETS, in collaborazione con MAMD – Fondazione Medicina a Misura di Donna; DoRS – Centro di Documentazione per la Promozione della Salute Regione Piemonte; ISS – Istituto Superiore di Sanità; Università di Chieti e Pescara – Centro BACH e con la partecipazione di Osservatorio Culturale del Piemonte, Istituto dei Sordi di Torino, Biblioteche civiche torinesi, SCT – Social Community Theatre Centre, Centro Scienza e Fondazione Compagnia di San Paolo.

Rivoluzione digitale in sanità, il FSE 2.0: un’unica piattaforma nazionale per i dati sanitari degli italiani

Semplificazione, completezza delle informazioni sanitarie, sicurezza dei dati: i punti di forza del Fascicolo sanitario elettronico 2.0, cuore della trasformazione digitale della sanità italiana, sono presentati e approfonditi durante quattro workshop, che si tengono alle Corsie Sistine, a Roma, mercoledì 12 e giovedì 13 giugno. Nell’ambito del convegno L’Innovazione nel Sistema Sanitario Nazionale. Il Fascicolo Sanitario Elettronico per modernizzare la Sanità che vede il patrocinio del Ministero della Salute e del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, protagonisti i principali attori della sanità pubblica italiana, riuniti per discutere i dettagli della rivoluzione/trasformazione digitale da diversi punti di vista: il Ministero della Salute, il Dipartimento per la Trasformazione Digitale, Sogei, Agenas, le Aziende sanitarie italiane, l’Istituto superiore di Sanità, le società scientifiche nazionali, gli organismi rappresentativi dei medici e dei farmacisti. Il progetto del FSE fa parte della progettualità del PNRR, che comprendono diversi investimenti, finalizzati alla trasformazione digitale della Sanità.

I temi dei workshop

Argomenti di presentazione e discussione saranno la nuova cultura digitale della sanità italiana; il grande progetto di cooperazione fra Stato, Regioni, Aziende sanitarie, industria ICT; il primato della tecnologia digitale italiana in Europa e l’uso del dato clinico dematerializzato; il fascicolo e la telemedicina come elementi essenziali della personalizzazione della cura.

Nell’ambito della trasformazione informatica per la riduzione delle liste d’attesa e per una nuova efficienza del Servizio Sanitario Nazionale, il progetto del Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 è centrale e insieme alla telemedicina, alla sanità iper connessa, all’anagrafe sanitaria, al passaggio in cloud delle aziende sanitarie, alle cartelle cliniche elettroniche dei medici di famiglia e dei medici specialisti, ai sistemi informativi ospedalieri, costituisce un grande investimento digitale, che si rafforza e completa con l’EDS, Ecosistema dei Dati Sanitari, che mette insieme e rielabora dal punto di vista tecnologico tutti i dati raccolti dalle regioni, valorizzando il lavoro fatto dai diversi territori in questi anni. Il completamento dell’EDS è previsto per il 2025.

Il FSE consente una più efficiente coordinazione delle Cure, grazie alla condivisione delle informazioni tra i diversi professionisti sanitari, riducendo il rischio di duplicazioni di esami e prescrizioni non necessarie. In particolare, nella gestione delle emergenze, i medici possono accedere rapidamente alle informazioni cruciali del paziente (come allergie, farmaci in uso, anamnesi), migliorando la tempestività e l’efficacia dell’intervento. I pazienti possono accedere facilmente al proprio fascicolo sanitario tramite internet, consultando in qualsiasi momento i propri dati medici, le prescrizioni e i referti.

Sono stati realizzati due strumenti, ovvero un cruscotto per condividere i dati con le regioni e un cruscotto pubblico per condividere i dati con tutta la cittadinanza sull’avanzamento dei lavori, ma ancor prima sui servizi che il FSE offre sulle possibilità di accesso. Il cruscotto di monitoraggio per le regioni è già attivo a partire dal mese di maggio mentre è accessibile a tutti a partire dal 12 giugno 2024. In caso di mobilità sanitaria tra regioni, i pazienti che si spostano sul territorio nazionale possono mantenere la continuità delle cure, poiché le loro informazioni sanitarie sono facilmente accessibili ovunque tramite il FSE.