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Dal Congresso Sidemast l’appello degli esperti sui servizi di HTA

Un aiuto concreto nella diagnosi delle lesioni dermatologiche e nel corretto utilizzo dei farmaci secondo la medicina della 4 p: personalizzata, predittiva, preventiva e partecipativa. Ma anche un ruolo fondamentale nell’oggettivazione della malattia, evitando tutte le influenze esterne che possono condizionare scelte e diagnosi dei dermatologi. E ancora, un supporto strategico alla preparazione dei dermatologi attraverso la GAN (Generative adversarial network).

Sono solo alcune delle grandi opportunità legate all’utilizzo sempre più diffuso dell’Intelligenza Artificiale (IA), che proiettano la dermatologia nel futuro. A patto però che si crei a tutti i livelli – anche normativo – una task force multidisciplinare dedicata alla formazione dei medici e di tutte le categorie interessate sull’uso consapevole ed informato dell’IA che, se non compresa e ben utilizzata, può diventare estremamente rischiosa.

Questo il messaggio lanciato dagli esperti presenti al 98esimo Congresso nazionale della SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse, che si conclude oggi a Giardini Naxos (ME).

L’intelligenza artificiale è diventata parte integrante della nostra vita quotidiana, basti pensare ai sistemi integrati di guida delle auto, alla domotica o ai motori di ricerca che usiamo quotidianamente per navigare sul web. Anche il settore sanitario sta adottando sempre più questa nuova tecnologia per migliorare la gestione quotidiana dei pazienti: per esempio, l’IA viene spesso utilizzata non solo nella fase diagnostica ma anche in quella prescrittiva; aiuta cioè lo specialista a dispensare in modo corretto e sicuro i farmaci ai pazienti secondo la pratica della medicina delle 4P.

Ma per far sì che il potenziale dell’IA per rivoluzionare la salute e l’assistenza sanitaria diventi realtà e possa mantenere la sua promessa di migliorare la salute globale occorre affrontare tre sfide chiave: disponibilità e affidabilità dei dati; la loro capacità di utilizzo da parte di operatori addestrati alla conoscenza e all’uso dell’IA. Infine, una normativa che accompagni la crescita della IA garantendo equità, appropriatezza e soprattutto la sicurezza dei pazienti che usufruiranno di questi strumenti.

«Per essere in grado di poter beneficiare o ancora meglio di utilizzare l’IA in modo attivo è necessario prima di tutto avere una formazione adeguata – spiega Pietro Rubegni, Direttore dell’UOC Dermatologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria Senese e professore ordinario di Dermatologia dell’Università di Siena, relatore del 98esimo Congresso della SIDeMaST – per ottenerla è importante organizzare e creare team multidisciplinari dove i giovani dermatologi si confrontano quotidianamente con biostatistici, bioingegneri e biologi. È quanto peraltro stiamo portando avanti nella dermatologia a Siena che già per tradizione collabora in modo stretto con la bioingegneria da oltre 30 anni, prima con il Prof Gabriele Cevenini e da circa cinque anni anche con la dr.ssa Alessandra Cartocci, biostatistica e socia fellow della SIDEMAST. Grazie a questo lavoro di grande collaborazioneabbiamo sviluppato internamente quello che viene definito ‘Health technology assessment (HTA) group’».

Attualmente sono tre i campi in cui la dermatologia si serve dell’IA. In primis è utilizzata per la diagnosi precoce dei tumori della pelle. Infatti, l’Intelligenza Artificiale può accompagnare il professionista nella valutazione delle lesioni cutanee durante il percorso diagnostico che arriva fino al riconoscimento finale della neoformazione.

«È come se il dermatologo e l’IA andassero ‘a braccetto’ lungo questo percorso – sottolinea Alessandra Cartocci – ma è sempre l’uomo che guida e pone le basi per cui l’IA potrà facilitare il suo lavoro: è impensabile l’idea che possa sostituirsi a lui. Un position paper dell’EADV, European Academy of Dermatology and Venereology sull’argomento ha infatti dimostrato che la maggior parte delle App sviluppate e vendute per il riconoscimento automatico delle immagini hanno fallito miseramente, tuttavia se il dermatologo seleziona le lesioni ‘giuste’ da mostrare all’Intelligenza Artificiale quest’ultima ‘vince’ rispetto ai medici. Ma se si seleziona qualcosa che l’Intelligenza Artificiale non conosce, quest’ultima sbaglierà».

Il secondo campo di applicazione dell’IA è quello che consente una valutazione oggettiva della gravità di malattia: «Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia parla del “rumore”, vale a dire degli stati d’animo che sono influenzati da quanto ci accade intorno e che condizionano quindi le nostre scelte quotidiane, anche in medicina. L’IA elimina le influenze esterne e ci permette di non sbagliare, di essere quindi equilibrati nella valutazione. Questo sarà fondamentale nei trials clinici dei nuovi farmaci dove dobbiamo poter avere delle valutazioni oggettive e equiparabili dell’attività del farmaco. L’IA riesce ad eliminare le influenze soggettive e ci racconterà quanto il farmaco funzionerà, non quanto a me sembra che funzioni».

Terzo, forse il più rilevante e futuribile, aggiunge l’esperto “è la possibilità di predire per quel tipo di paziente quale sarà la terapia migliore e con meno effetti avversi” . E su questo fronte la condivisione dei dati tra gli esperti sarà dirimente.

Un ulteriore campo in via di sviluppo che vede protagonista l’IA è la metodica GAN (generative adversarial network): una tecnica che, utilizzando immagini reali delle manifestazioni patologiche consente di creare immagini verosimili, anche se “finte/sintetiche”: «In medicina i dati spesso sono pochi – prosegue Rubegni – le GAN potranno aumentarli a dismisura consentendo, a partire ad esempio da 50 immagini di melanoma, di produrne centinaia, completamente verosimili e indistinguibili. Queste a loro volta potranno essere utilizzate per insegnare ai giovani o addestrare, attraverso ulteriori metodiche di IA, altri modelli per il riconoscimento automatico».

Ma, conclude l’esperto «poiché la maggior parte dei sistemi sanitari non ha oggi la capacità normativa per supervisionare e gestire questa tecnologia in rapida evoluzione, dobbiamo fare in modo di accompagnare la crescita dell’IA con delle norme che la contengano».

ISS: in Italia fuma un adulto su 4

In Italia, la maggioranza degli adulti tra i 18 e i 69 anni non fuma (59%) o ha smesso di fumare (17%), ma un italiano su quattro è fumatore (24%). Questa percentuale cresce però tra i giovani, di cui il 30,2% usa almeno un prodotto tra sigaretta tradizionale, tabacco riscaldato o sigaretta elettronica. Sempre in questa fascia di età raddoppia il policonsumo, l’utilizzo contemporaneo di diversi prodotti. Lo affermano i risultati di due diverse indagini dell’Iss (per gli adulti la sorveglianza Passi del Centro Nazionale per la Prevenzione delle malattie e la Promozione della Salute (Cnapps), per i giovani l’indagine sul consumo di tabacco e nicotina negli studenti nell’anno scolastico 2023-2024 del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità), resi noti in vista della giornata mondiale senza tabacco del 31 maggio, che registrano anche un calo netto del numero dei centri antifumo.

«Negli ultimi 15 anni la percentuale di fumatori si è ridotta, ma troppo lentamente.  Erano il 30% nel 2008, adesso si attestano al 24% – evidenzia il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Rocco Bellantone -. Questo processo va accelerato puntando sulla prevenzione, che deve partire dalle scuole. Sono infatti proprio le scuole uno dei luoghi principali in cui costruire una socialità tra i bambini e ragazzi che punti a promuovere stili di vita sani, come l’abitudine a non fumare».

Ecco i dati principali, mentre i risultati completi verranno illustrati il 31 maggio durante il convegno organizzato dal Centro Nazionale Dipendenze e Doping insieme all’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” e alla Società italiana di tabaccologia, che potrà essere seguito in streaming al link https://www.iss.it/-/xxvi-convegno-nazionale-tabagismo-e-servizio-sanitario-nazionale- .

Fuma o svapa quasi uno studente italiano su 3, raddoppia il policonsumo

Circa uno studente italiano su tre tra i 14 e i 17 anni (30,2%) ha fatto uso di un prodotto a base di tabacco o nicotina negli ultimi trenta giorni, tra sigarette tradizionali, elettroniche e tabacco riscaldato. Tra le ragazze il consumo è in percentuale leggermente maggiore rispetto ai coetanei maschi. Quasi raddoppia rispetto all’ultima rilevazione 2022 in questa fascia d’età il policonsumo, cioè l’utilizzo contemporaneo di questi prodotti, che si attesta al 62,4%, rispetto a un precedente 38,7%. È quanto emerge da un’indagine sul consumo di tabacco e nicotina negli studenti nell’anno scolastico 2023-2024 del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità su un campione rappresentativo di 6012 studenti.

In maniera più marcata per la sigaretta tradizionale, ma anche per i dispositivi a tabacco riscaldato e l’e-cig, il consumo si concentra prevalentemente nel weekend e l’età del primo contatto con la nicotina si attesta tra i 13 anni e mezzo e i 14 e mezzo. Non appaiono esservi stretti controlli sull’età al momento dell’acquisto, tanto che la maggior parte dei ragazzi intervistati afferma di aver acquistato personalmente i prodotti al bar o dal tabaccaio.

I genitori e il fumo dei ragazzi

In circa un caso su tre i genitori sono a conoscenza del fatto che i ragazzi utilizzano un prodotto a base di tabacco o nicotina e sembrano tollerare maggiormente l’utilizzo dei nuovi prodotti rispetto alla sigaretta tradizionale (15,3% HTP; 16,5% e-cig; 9,9% sigaretta tradizionale).

«Il marketing sempre più aggressivo nei confronti di questa fascia di età dei prodotti a base di nicotina, che passa da strumenti come il packaging e l’aspetto esteriore dei dispositivi sempre più ‘accattivante’ all’ideazione di sapori ‘fruttati’ più vicini al gusto dei giovani sta facendo sì che l’uso sia sempre più diffuso – sottolinea Simona Pichini, che dirige il Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’Iss -. Non a caso l’Oms ha scelto come slogan per la giornata di quest’anno ‘Proteggere i bambini dalle interferenze dell’industria del tabacco’. Non bisogna dimenticare che la nicotina è una sostanza che dà dipendenza, e che ci sono evidenze degli effetti negativi per la salute anche dall’uso di questo tipo di dispositivi».

Negli ultimi 15 anni meno fumatori adulti, le donne perdono il ‘vantaggio’ sugli uomini

La riduzione dei fumatori registrata negli ultimi 15 anni coinvolge tutte le fasce di età e sia uomini che donne, ma con modalità e ritmi diversi. La quota di fumatori si riduce sia fra gli uomini che fra le donne ma fra queste ultime la riduzione risulta più lenta e il risultato è che oggi le donne hanno in parte eroso il vantaggio che storicamente avevano sugli uomini. La riduzione dell’abitudine al fumo si riscontra in generale in tutte le fasce d’età, ma è sostenuta soprattutto dalle coorti più giovani; tuttavia se fra le coorti più giovani si riduce la quota di consumatori di sigarette tradizionali, va di contro aumentando la quota di consumatori, duali o esclusivi, di altri prodotti del fumo (fra e-cig e tabacco riscaldato). È il quadro che emerge dal campione di oltre 63mila adulti (18-69enni) raccolto nel biennio 2022-2023 dalla sorveglianza Passi coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità, i cui dati vengono diffusi in occasione della giornata mondiale senza tabacco, che si celebra il 31 maggio.

Il consumo medio giornaliero è di circa 12 sigarette, tuttavia 22 fumatori su 100 ne consumano più di un pacchetto. Il fumo di sigaretta è più frequente fra gli uomini rispetto alle donne (28% rispetto al 21%) e riguarda molto di più le persone con difficoltà economiche o bassa istruzione. La variabilità territoriale mostra in testa alla classifica delle Regioni con le più alte quote di fumatori alcune realtà del Centro-Sud, come  Umbria e  Campania.  Inoltre, un terzo dei fumatori intervistati dichiara di aver tentato di smettere di fumare nei 12 mesi precedenti, restando almeno un giorno senza fumare. Ma nella stragrande maggioranza dei casi (quasi il 78%) il tentativo fallisce: solo una bassa quota (11%) raggiunge l’obiettivo e riferisce di aver smesso di fumare da più di 6 mesi.

Nel biennio 2022-2023 a fronte di una quota di fumatori pari al 24%, il 20% riferisce un uso esclusivo di sigarette tradizionali e il 4% dichiara sia di fumare sigarette tradizionali che di utilizzare un dispositivo elettronico (fra e-cig e tabacco riscaldato). A questi si aggiunge una quota di persone (3%) che fa invece un uso esclusivo di dispositivi elettronici. Si evidenzia quindi, in base al monitoraggio Passi di tutti i dispositivi, una riduzione costante della quota di chi utilizza esclusivamente sigarette tradizionali (dal 25% del 2014 al 20% del 2023) a favore di un aumento di coloro che utilizzano sia sigarette tradizionali che dispositivi elettronici (dall’1,5% del 2014 al 4,4% del 2023); cui si aggiunge poi una quota, anche questa in lenta crescita di coloro che utilizzano solo dispositivi elettronici (dallo 0,4% del 2014 al 3,3% del 2023).

«L’uso composito dei prodotti da fumo rappresenta una sfida complessa per la salute pubblica – spiega Giovanni Capelli, Direttore del CNaPPS -, perché non si può escludere che la combinazione di sigarette tradizionali e dispositivi elettronici, con e senza nicotina, si traduca in aumento del rischio per la salute, per l’esposizione ai prodotti della combustione del tabacco che comunque restano e si sommano ai rischi legati alla  esposizione a livelli più alti di nicotina e ad una varietà di sostanze chimiche nocive contenute nei dispositivi elettronici».

Il Telefono verde dell’Iss sul fumo, in vent’anni oltre 110mila telefonate gestite

L’Istituto Superiore di Sanità ha attivato nel 2000 il telefono verde contro il fumo, che risponde al numero 800554088. Si tratta di un servizio nazionale anonimo e gratuito, attivo dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 16. Dal 2003 ad oggi, quindi in 20 anni, sono state circa 111mila le chiamate gestite.

In calo i centri antifumo sul territorio

Nel 2023, anno di riferimento dell’ultima rilevazione, i centri antifumo sul territorio sono 223, in calo rispetto all’anno precedente in cui erano 241. La Regione che dispone di un maggior numero di centri è il Piemonte con 31, seguita dalla Lombardia con 29 e dal Veneto con 27.

Il quesito sbagliato e altri interrogativi del test di Medicina (e della riforma in discussione)

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Il 28 maggio si è tenuta la prima sessione del test d’ingresso alla facoltà di Medicina, quest’anno in una nuova modalità che dovrebbe traghettare dal TOLC (abbandonato a causa del gran numero di ricorsi che ne hanno contestato l’equità) alla nuova riforma dell’accesso che è in discussione in Parlamento.

Il quiz, tuttavia, non è privo di problemi, così come la proposta di riforma. TrendSanità ne ha parlato con Carlo Tabacchi, docente di logica che da oltre 25 anni si occupa della formazione e dell’orientamento dei ragazzi che desiderano accedere ad alcune facoltà universitarie (tra cui Medicina) e di chi si sta preparando per un concorso pubblico o per una selezione aziendale.

Test di Medicina: nella prova di questa settimana un quesito è palesemente sbagliato

«Al Cineca è stato chiesto di elaborare oltre 3.500 quesiti in un mese circa – commenta Tabacchi -. Avere una banca dati, poi, non garantisce l’assenza di errori. Tant’è che nella prova di questa settimana un quesito è palesemente sbagliato».

Si tratta di un sillogismo che chiede di individuare la risposta certamente non corretta. Cioè quella falsa. «Quella individuata non è certamente vera, cioè potrebbe esserlo, ma anche non esserlo. È una sottigliezza, ma fa una grossa differenza».

La domanda “incriminata” è la numero 6, che recita:  «Tutti gli innamorati sono felici. Chi è felice sorride. Roberto è felice. Se le precedenti osservazioni sono vere, quale delle seguenti deduzioni è certamente non corretta?». Le possibili risposte sono:

  • Chi è felice è innamorato;
  • Roberto sorride;
  • Chi è innamorato sorride;
  • Non è detto che Roberto sia innamorato;
  • Roberto è felice

Facendo un controllo su internet, Tabacchi si è accorto che qualcuno aveva intercettato l’errore: «Un ragazzo su Youtube, commentando le domande, sosteneva che andasse segnalata. Probabilmente non è stato fatto».

Sebbene la banca dati pubblica non garantisca l’assenza di errori, minimizza la loro probabilità perché i candidati, esercitandosi, segnalano eventuali scorrettezze.

«Proprio perché il tempo è stato poco, poi, nel database sono stati inseriti quesiti nuovi, ma anche domande già uscite – osserva Tabacchi -. Io ho usato per anni nei corsi quella su Don Abbondio di cui si è molto parlato per introdurre la figura retorica della litote. Era un quesito uscito in un vecchio test».

Il test “tampone”

Il quiz è stato a crocette, composto da 60 quesiti da risolvere (su carta) in 100 minuti. Dal 5 maggio è stato reso disponibile il database di 3.500 domande da cui sono state pescate quelle inserite nella prova. 

Si sono presentati oltre 71.000 candidati, che vedranno i propri risultati il 6 giugno e potranno ritentare la prova il 30 luglio (con le stesse modalità, ma la banca dati di partenza conterrà quesiti diversi). La graduatoria nazionale sarà disponibile dal 10 settembre.

I posti a disposizione sono 20.867, circa mille in più dell’anno scorso.

Dal 2022 il test era il TOLC-Med, una modalità che prevedeva 50 quesiti “pesati” da svolgersi in 90 minuti. Al centro delle contestazioni che l’anno scorso hanno portato all’annullamento del test c’è proprio il sistema dell’equalizzazione, giudicato deficitario.

Da qui la volontà del Ministero dell’Università di riformare l’accesso: è in discussione un testo che prevede di posticipare la selezione di un semestre, chiedendo agli aspiranti medici di frequentare alcuni mesi e sostenere determinati esami prima di avere la certezza del proprio percorso.

Un cambiamento importante, al momento non privo di incognite.

Il caos degli aspiranti

«In questo momento tra gli studenti del quarto anno delle superiori c’è molta confusione: non sanno se e come prepararsi quest’estate. Per contro, chi l’anno scorso ha sostenuto l’esame che è stato annullato ha ricevuto una comunicazione frammentata», commenta Tabacchi, che in questi mesi si è occupato molto di orientamento. 

Il Ministero ha infatti annullato il test dello scorso anno, ma ha fornito punteggi minimi per l’ingresso in ciascun ateneo, dichiarando che ci saranno posti dedicati ai ragazzi del quarto anno che hanno sostenuto la prova. «Il problema è che non è chiaro quanti siano. Con le informazioni che abbiamo in questo momento un candidato che abbia superato lo sbarramento non ha la certezza di entrare. Per questo tutti avrebbero dovuto essere invitati a ridare l’esame».

In questo momento tra gli studenti del quarto anno delle superiori c’è molta confusione

Chi invece non ha ancora sostenuto il test, non ha molti elementi per prepararsi: in teoria l’anno prossimo dovrebbe entrare in vigore la riforma, ma secondo molti osservatori i tempi sono molto ambiziosi. È quindi possibile che ci sia un altro anno con regole decise all’ultimo.

«Ai ragazzi io suggerirei di approfondire biologia e chimica, materie utili sia nel caso in cui si tenga il quiz, sia nel semestre comune», afferma Tabacchi.

I punti interrogativi della riforma

«Intanto non si capisce come avverrà la selezione: inizialmente si è parlato di abolizione del numero chiuso, poi si è capito che si tratta di un posticipo», riflette Tabacchi.

Carlo Tabacchi

Tra i nodi da sciogliere c’è quello dell’iscrizione: un ragazzo che paga le tasse universitarie per un intero anno e non dovesse passare il nuovo test può decidere di ritirarsi. In questo caso non è chiaro che cosa accadrebbe alla quota già versata.

Il secondo aspetto fumoso è sulla graduatoria: da qualche anno è nazionale. Permettere di iniziare l’anno accademico vincola i candidati meritevoli a rimanere nell’ateneo in cui stanno già studiando? In questo caso si tratterebbe di un passo indietro rispetto allo status quo, che è stata una grande conquista degli studenti.

E se la selezione dovesse basarsi solo sugli esami? «Molti rettori si sono già espressi sfavorevolmente, perché questa scelta caricherebbe di pressione i docenti e introdurrebbe elementi di aleatorietà molto forti, con i cognomi che potrebbero tornare ad avere un grande peso», afferma Tabacchi.


E ancora: oggi ci sono circa mille studenti che ogni anno frequentano i corsi di Medicina in lingua inglese. In questo momento devono sostenere un quiz a parte in un momento diverso rispetto a chi sceglie la lingua italiana (non tutti gli atenei garantiscono questa opzione). «Sarebbe iniquo che loro continuassero con lo sbarramento iniziale, ma se dovessero partecipare al semestre comune ci sarebbe un problema di lingua».

Infine ci sono le università private: «Temo che la proposta di riforma le avvantaggi molto – sostiene Tabacchi -. Oggi le loro graduatorie hanno uno slittamento molto forte perché spesso i candidati entrano anche nel pubblico. Con le nuove modalità, immagino che loro possano continuare a fare il test prima dell’inizio dell’anno accademico: a questo punto tenterà la selezione solo chi se lo potrà permettere. In cambio avrà la certezza di poter frequentare il corso».

Cosa fare con il quesito sbagliato

Nelle prossime settimane si capirà se il quesito di logica sarà annullato. Anche in questo caso, però, si vede un problema all’orizzonte (ma non troppo): visto che la prova viene proposta su due turni per poi scegliere il punteggio migliore, bisogna capire se anche la seconda avrà 59 quesiti oppure 60 (come stabilito).

«Non sono stati previsti quesiti di riserva, che esistono non alcuni concorsi: si tratta di 5-6 domande in più, tipicamente una per materia, che servono proprio se uno di quelli ufficiali si rivela sbagliato. In questo modo i candidati sono valutati sullo stesso numero di quesiti stabilito per legge», conclude Tabacchi.

ECDC, allarme della direttrice Ammon: «Tagli a fondi e personale. Dimenticata lezione del covid-19»

«Le lezioni apprese dalla pandemia non sono più al centro dell’agenda nel dibattito politico attuale. Lo vedo accadere in molti Stati Membri dell’Unione Europea. Ad esempio, a livello nazionale molti colleghi riportano che le risorse aggiuntive ottenute durante la pandemia sono state ritirate. Hanno persino dovuto ridurre il personale». Andrea Ammon, Direttrice del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) a Stoccolma, ha lavorato instancabilmente per rafforzare la difesa dell’Unione europea contro le malattie infettive negli ultimi sei anni. Presto andrà in pensione e il Consiglio di Amministrazione ha nominato Pamela Rendi-Wagner Direttrice per i prossimi cinque anni (2024-2029).

«Le lezioni apprese dalla pandemia non sono più al centro dell’agenda nel dibattito politico attuale. Lo vedo accadere in molti Stati Membri dell’Unione Europea»

È passato più di un anno da quando questa emergenza sanitaria pubblica di interesse globale è stata dichiarata risolta. Ammon ricorda quei momenti frenetici, quando il display nel Centro Operativo di Emergenza al piano terra indicava un livello preoccupante di emergenza sanitaria pubblica per mesi. «La pandemia di covid-19 è stata la sfida più grande che il settore della sanità pubblica abbia mai affrontato negli ultimi 100 anni».

La prevenzione delle malattie infettive

Dalla diffusione del coronavirus nell’Unione Europea nel 2020, il mondo è cambiato profondamente. Eppure, c’è ancora molto da fare per la prevenzione delle malattie infettive, sia a livello europeo sia a livello nazionale. «Basandoci sul nuovo mandato della nostra Agenzia, abbiamo effettuato molte visite di valutazione nei paesi dell’UE. Abbiamo fornito loro raccomandazioni per migliorare i loro sistemi sanitari e suggerito di preparare piani d’azione su misura».

Andrea Ammon

Guardando alle prossime elezioni europee, secondo Ammon, il miglioramento dei sistemi di prevenzione sanitaria dovrebbe essere una priorità per gli Stati Membri, anche se soluzioni su misura a livello nazionale richiederanno uno sforzo continuo da molte parti. Innanzitutto, sarà essenziale esaminare da vicino il bilancio del Consiglio dell’UE e chiedere ai governi nazionali di dedicare parte del budget alla prevenzione sanitaria. «Soprattutto negli ultimi due anni e mezzo, abbiamo assistito alla volontà di spendere di più per la difesa, l’energia e il cambiamento climatico. Richiede una costante advocacy da parte del settore sanitario nei confronti dei ministri delle Finanze per ottenere un budget per la prevenzione pubblica. Da un lato, ora sappiamo che le persone tendono a dimenticare a un certo punto, persino il numero di morti. Dall’altro lato, ci sono così tante altre richieste che pesano sul bilancio nazionale degli Stati Membri che la salute sta scendendo nella lista delle priorità».

La sfida dell’antimicrobico resistenza

Come evidenziato da Ammon, un’altra sfida a livello europeo rimane la resistenza antimicrobica. «In tre anni, tra il 2019 e il 2022, abbiamo assistito a un suo preoccupante aumento contro alcuni antibiotici di ultima generazione».

Sarà essenziale esaminare da vicino il bilancio del Consiglio dell’UE e chiedere ai governi nazionali di dedicare parte del budget alla prevenzione sanitaria

L’ECDC stima che, ogni giorno nei paesi dell’UE/EEA, circa 390.000 pazienti ospedalizzati siano colpiti da almeno un agente antimicrobico, e per circa il 35,5% dei pazienti questo è accaduto negli ospedali. Il numero è più alto rispetto alla prevalenza del 32,9% nel 2016-2017. Infine, i pazienti con covid-19 associato alle cure sanitarie e i pazienti trattati nei reparti covid-19 hanno spesso ricevuto antibiotici.

Secondo un recente studio pubblicato a maggio 2024 dall’ECDC, questi numeri evidenziano l’urgente necessità di ulteriori azioni per mitigare questa minaccia a livello europeo. Ammon lo ha sottolineato molte volte: «Dando priorità alle politiche sanitarie e alle pratiche di prevenzione e controllo delle infezioni, così come alla gestione degli antimicrobici e migliorando la sorveglianza, possiamo proteggere efficacemente la salute dei pazienti».

Quale futuro in UE

E sebbene il covid-19 possa essere considerato da alcuni governi nazionali come qualcosa di cui non preoccuparsi in futuro, molto resta ancora da fare anche per migliorare le politiche sanitarie europee nel loro insieme. All’interno del sistema sanitario e politico dell’UE, molti esperti stanno ancora discutendo se la prevenzione delle malattie non trasmissibili debba essere posta sotto il controllo dell’ECDC o di un altro organo “esecutivo” dell’UE.

A dicembre 2022, l’ultimo rapporto sullo Stato di Salute nel ciclo di pubblicazioni dedicato all’UE dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), ha affrontato una serie di fattori di rischio comportamentali e ambientali che hanno avuto un grande impatto sulla salute e sulla mortalità delle persone, evidenziando la necessità di dedicare maggiore attenzione alla prevenzione delle malattie sia trasmissibili che non trasmissibili.

Anche se il consenso sull’importanza di questi temi è cresciuto in tutta Europa, Ammon non sembra fiduciosa su questa prospettiva: poiché la decisione dovrebbe essere collegata a risorse aggiuntive da dedicare al Centro in caso di estensione del mandato dell’Agenzia, probabilmente questo al momento non avverrà. «Se ci fosse un forte consenso politico, ciò potrebbe accadere rapidamente» ha concluso Ammon. 

Inquinamento e cute: il binomio che spiega il trend in aumento della dermatite atopica

Numerosi studi hanno infatti dimostrato non solo la connessione tra cambiamenti climatici ed incremento della dermatite atopica, ma anche tra inquinamento ambientale e aumento della patologia. Inoltre, il trend in crescita dell’inquinamento atmosferico, dovuto soprattutto all’incremento dei veicoli a motore e all’uso del carbone per la produzione di energia elettrica, impatta sulla salute umana sin dall’età pre-natale. L’esposizione delle future mamme agli agenti inquinanti favorisce infatti i rischi di sviluppo della dermatite atopica entro i primi sei mesi di vita del neonato. Anche l’inquinamento derivante dagli incendi boschivi ha le sue ripercussioni in termini di aumento dei casi di dermatite atopica negli adulti e nei bambini.

A puntare i riflettori sul binomio inquinamento e cute e le ricadute sulla dermatite atopica sono i dermatologi della SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse riuniti in occasione del 98° Congresso nazionale in corso a Giardini Naxos (ME) fino al 31 maggio. 

La dermatite atopica

La dermatite atopica è una malattia cutanea infiammatoria cronica caratterizzata da un difetto della barriera cutanea ed una alterata risposta immunitaria a sostanze irritanti e allergizzanti.  Può insorgere in qualunque epoca della vita ed è caratterizzata dalla presenza di eczema con intenso prurito e importante impatto negativo sulla qualità di vita dei pazienti. È in costante aumento in termini di incidenza e prevalenza, soprattutto nei paesi industrializzati. In Europa e negli Stati Uniti, dati recenti suggeriscono che coinvolga circa il 20% dei bambini e il 7-14% degli adulti, con sostanziali variazioni tra i diversi Paesi.

«È noto – afferma Luca Stingeni, Presidente del 98° Congresso Nazionale SIDeMaST, Professore Ordinario di Dermatologia dell’Università di Perugia e Direttore della Clinica Dermatologica e del Dipartimento di Medicina Generale e Specialistica dell’Azienda Ospedaliera di Perugia – che variabili climatiche come la temperatura, l’umidità dell’aria, il carico di pollini e l’esposizione ai raggi UV influenzino i segni e i sintomi della dermatite atopica. Ma più recentemente, l’inquinamento ambientale è stato segnalato come fattore di induzione e/o aggravamento della patologia atopica attraverso molteplici meccanismi biologici. Tra questi, la formazione di radicali liberi dell’ossigeno (ROS), lo stress ossidativo, la compromissione della barriera cutanea e una risposta infiammatoria».

Considerando che, la cute rappresenta l’organo più esteso del corpo umano e funge da barriera tra l’organismo e l’ambiente esterno, il costante contatto con l’ambiente e gli inquinanti atmosferici può danneggiare direttamente la funzione di barriera cutanea e alterare l’omeostasi, vale a dire il processo che tende a mantenere stabili le condizioni interne all’organismo. Questa alterazione contribuisce allo sviluppo e all’esacerbazione delle malattie cutanee, tra le quali la dermatite atopica.  In particolar modo, la cute dei soggetti che ne sono affetti è maggiormente sensibile se esposta a ossido di azoto, ozono e idrocarburi policiclici aromatici (IPA).

«L’alterazione della funzione della barriera epidermica – spiega l’esperto – viene misurata dal Dermatologo con la metodica TEWL (Trans Epidermal Water Loss), ovvero lo studio della perdita di acqua attraverso l’epidermide. Già nel 1998 uno studio condotto a Monaco ha dimostrato che se si espone la cute di soggetti affetti da dermatite atopica al biossido di azoto presente in un ambiente inquinato aumenta la TEWL quale indicatore di compromissione della barriera cutanea».

Più recentemente (2018), alcuni studiosi cinesi hanno dimostrato che l’alterazione della barriera cutanea è in grado di generare radicali liberi e alterazioni strutturali delle membrane cellulari delle cellule dell’epidermide. È stato provato inoltre che la sua funzione è compromessa dall’esposizione al particolato.

Gli effetti dell’inquinamento

Per valutare gli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla dermatite atopica sono stati condotti in Europa numerosi studi che, sebbene non omogenei per inquinanti presi in esame, fonte di inquinamento e concentrazione delle sostanze inquinanti, hanno prospettato un rischio più elevato di sviluppare dermatite atopica ed esacerbazione dei sintomi della malattia quando vi è una maggiore esposizione agli inquinanti atmosferici: «Per esempio – continua Stingeni – i neonati, che presentano fisiologicamente una immatura barriera cutanea, possono essere particolarmente vulnerabili allo sviluppo di dermatite atopica quando vivono in aree urbane. In uno studio tedesco condotto nel 2009 è stato dimostrato che la vicinanza alle grandi arterie stradali e la maggiore esposizione ad aria inquinata (in particolare, al particolato PM2,5) durante la prima infanzia, sono associati a una maggiore prevalenza di dermatite atopica. Questi risultati sono supportati da studi più recenti condotti in Sud America e Corea in pazienti in fascia d’età pediatrica, che hanno dimostrato che l’esposizione ai cosiddetti TRAP (traffic-related-air-pollutants) correlava positivamente con una aumentata prevalenza di eczema flessurale sia nei maschi che nelle femmine».

Questi risultati sono in linea con i risultati di altri studi condotti nel continente asiatico che dimostrano come l’esposizione al biossido di azoto nei primi anni di vita sia associata a una maggiore incidenza di dermatite atopica. Inoltre, continua l’esperto, «l’esposizione al biossido di azoto e particolato prima della nascita (soprattutto nel primo trimestre di gravidanza), aumenterebbero significativamente il rischio di sviluppo di dermatite atopica prima dei 6 mesi di età. In un altro studio è stato notato che anche l’esposizione postnatale agli stessi inquinanti era associata a una ridotta remissione della dermatite atopica dopo l’infanzia, con persistenza della malattia».

Infine, alcuni recenti studi epidemiologici condotti in Cina, Corea e Turchia (2021-2022) hanno dimostrato correlazioni positive tra la scarsa qualità dell’aria e le visite mediche effettuate per dermatite atopica sia nei bambini che negli adulti. Uno studio condotto nel 2019 ha messo in correlazione l’incremento di visite dermatologiche per dermatite atopica degli adulti e dei bambini con l’incremento delle concentrazioni di particolato PM2,5, PM10, biossido di azoto e biossido di zolfo. La stessa correlazione è stata dimostrata con l’inquinamento da incendi boschivi, sia nei bambini che negli adulti.

“L’impatto dell’inquinamento sul decorso della dermatite atopica –  conclude Stingeni –  e le importanti ripercussioni per il SSN dovrebbero essere valutati su ampie casistiche di pazienti, correlando questi dati alla presenza di malattia cutanea e alla gravità dei sintomi. Al tempo stesso è necessario invertire la tendenza a favore di politiche ambientali che riducano l’inquinamento atmosferico. Da un punto di vista della gestione clinica, è meritevole segnalare che alcuni dispositivi mirati al miglioramento della funzione barriera della cute riportano la dicitura “anti-pollution”, confermando come la ricerca clinica in tema di inquinamento ambientale e dermatite atopica stia producendo evidenze scientifiche su cui si basano le innovazioni terapeutiche per questa importante patologia infiammatoria cronica».

Diabete: rivoluzione insulina settimanale, adesso AIFA segua EMA

Cinquantadue somministrazioni invece di 365 è il cambiamento nella gestione del diabete promesso dall’insulina settimanale. 

La molecola, chiamata Icodec e prodotta da Novo Nordisk, è la prima al mondo ‘a lento rilascio’ e ha ottenuto l’approvazione dell’ente regolatorio europeo EMA per la commercializzazione in Europa basata sui dati di sicurezza ed efficacia del programma di fase 3a ONWARDS.

«L’insulina settimanale è una innovazione attesa da tempo sia per le persone con diabete di tipo 1 e 2, per gli effetti positivi sia dal punto di vista clinico che sociale – sottolinea Angelo Avogaro Presidente SID – auspichiamo quindi che AIFA dia il suo nulla osta all’approvazione di questa insulina innovativa, che coniuga benefici clinici a sostenibilità ambientale grazie alla diminuzione nel numero di penne utilizzate e quindi all’uso della plastica». 

«Si tratta di un miglioramento evidente nella gestione della malattia, con ripercussioni positive sia sulla qualità di vita che sull’aderenza al trattamento. La necessità della somministrazione quotidiana, infatti, può essere stressante e influire sulla continuità di trattamento. La nuova insulina basale viene somministrata sottocute, una sola volta alla settimana, e ha mostrato di migliorare il controllo glicemico, rispetto alla versione giornaliera, senza un aumento del rischio di ipoglicemia», continua Avogaro.

I vantaggi sono notevoli, come la riduzione del carico di trattamento: meno iniezioni (da 7 a 1 a settimana) possono significare un minor numero di aghi, meno dolore e una maggiore semplicità, migliorando la compliance e la qualità della vita. Miglioramento del controllo glicemico e minore rischio di ipoglicemia: le formulazioni settimanali rilasciano l’insulina in modo più costante, riducendo i picchi e i cali di zucchero nel sangue e il rischio di ipoglicemia grave. Il migliore controllo glicemico a lungo termine può ridurre il rischio di complicazioni diabetiche come malattie cardiache, ictus, nefropatia e retinopatia.

«Mettere la persona con diabete al centro significa prendere in considerazione anche i suoi bisogni sociali e di vita – prosegue Avogaro -. Meno iniezioni offrono più flessibilità per la routine quotidiana, viaggi e attività sociali. Eridurre le iniezioni frequenti può diminuire lo stress, l’ansia e la depressione associati al diabete con un impatto emotivo inferiore oltre ad un aumento del senso di controllo e di autoefficacia. Una sola iniezione settimanale può aumentare l’aderenza che è un elemento importante per migliorare gli esiti di salute e ridurre sia i ricoveri ospedalieri che i costi che ne derivano».

Dello stesso avviso Riccardo Candido, Presidente dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD): «L’approvazione da parte dell’EMA della nuova insulina a somministrazione settimanale prefigura una rivoluzione per le persone con diabete in terapia insulinica. L’auspicio è che adesso gli enti regolatori nazionali, a partire dall’AIFA, si adoperino per garantire in tempi rapidi la disponibilità di questo nuovo farmaco, che può consentire un percorso di cura con insulina più semplice e più efficace, e quindi, in definitiva, più salute e miglior qualità di vita per le persone con diabete».

Soddisfazione anche da parte dei pazienti: «L’approvazione da parte dell’EMA della prima insulina basale settimanale al mondo è per noi una notizia epocale che, al di là del risultato scientifico ottenuto, ci vede esultare per il concreto miglioramento che offre alla qualità della vita delle persone con diabete – dichiara Emilio Augusto Benini, presidente di FAND Associazione Italiana Diabetici – È un risultato importante, di sicuro il miglior risultato ottenuto dopo la scoperta dell’insulina fatta 100 anni fa. Cambia il numero di somministrazioni e di conseguenza, questa insulina riduce il sacrificio, più psicologico che fisico, che le persone con diabete fanno nell’osservazione delle prescrizioni terapeutiche. Riduce di gran lunga il numero di iniezioni e quindi, come diciamo spesso noi persone con diabete, l’obbligo di pungersi. Adesso rivolgiamo un appello ad AIFA, affinché non mortifichi con lunghe attese il nostro entusiasmo e dia priorità all’approvazione anche in Italia, affinché si possa dare il via nell’immediato alla distribuzione dell’insulina basale settimanale».

Collaborazione pubblico-privato per l’innovazione in sanità

La collaborazione tra l’amministrazione pubblica e il settore privato nell’innovazione sanitaria in Italia si presenta come un terreno fertile per la creazione di valore e la sostenibilità del sistema sanitario nazionale. Attraverso un’efficace sinergia tra enti pubblici e attori privati, è possibile promuovere lo sviluppo di soluzioni innovative, migliorare l’accessibilità ai servizi sanitari e garantire una gestione più efficiente delle risorse. Tuttavia, affinché questa collaborazione sia davvero efficace, è necessario che la pubblica amministrazione svolga un ruolo attivo nel supportare e facilitare il processo di co-creazione di valore, e che il settore privato si ponga come partner dinamico nell’ottica di contribuire al benessere generale della società.
Quali strumenti sono a disposizione delle parti, sia pubblica sia privata? E quali vincoli sono previsti? Come è possibile sfruttare al meglio le competenze e le risorse di entrambi i settori per affrontare le sfide più urgenti del sistema sanitario?

Ne parliamo con:

  • Patrizio Armeni
    Associate Professor of Practice, Health Economics and HTA, SDA Bocconi
  • Roberto Bonatti
    Studio Legale Russo Valentini, Bologna

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Ageismo, è emergenza sociale: da Fondazione Longevitas il Manifesto Europeo per contrastare pregiudizi e discriminazioni in base all’età

L’età anagrafica come oggetto di stigma e pregiudizio, come se l’essere anziani fosse di per sé un limite, una condizione invalidante, una differenza in termini negativi. Si chiama “ageismo” ed è un fenomeno non ancora messo a fuoco nel dibattito politico e culturale e che sembra inarrestabile. E in una società longeva come quella europea il problema diventa critico, perché rischia di bloccarne lo sviluppo, minando le relazioni intergenerazionali. Servono politiche mirate e più incisive, e allo stesso tempo trasversali a ogni livello della nostra comunità. È questo il messaggio del Manifesto Europeo contro L’Ageismo presentato oggi presso il Parlamento Europeo a Roma da Fondazione Longevitas con altre 21 organizzazioni firmatarie del documento. Un appello che giunge anche a pochi giorni dalle elezioni europee per chiedere ai candidati al Parlamento Europeo l’impegno a sottoscriverlo e a porre il contrasto all’ageismo come una priorità dell’agenda istituzionale.

Secondo il Rapporto Globale sull’Ageismo presentato il 18 marzo 2021 dal Comitato Economico e Sociale Europeo in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, il Dipartimento delle Nazioni Unite per gli Affari Economici e Sociali e il Fondo delle Nazioni Unite, circa il 42% della popolazione anziana europea avverte la presenza diffusa di discriminazione legata all’età nel proprio paese, con particolare rilevanza sul luogo di lavoro. Una persona su tre in Europa, sia giovane che anziana, dichiara di essere stata vittima di ageismo. L’ageismo produce impatto in termini di limiti al diritto alla salute, escludendo spesso gli anziani dalle cure solo in base al criterio d’età, e ancora in tanti ambiti del vivere, come il lavoro, rispecchiandosi, e alimentandosi, nei media e sui social: gli anziani costituiscono solo l’1,5% dei personaggi in televisione negli Stati Uniti, solo 8,5% dei personali principali in tv in Germania, il 12% dei tweet secondo un’analisi contiene linguaggio ageista. L’impatto sulla salute è enorme, si stima che vi siano ben 6,33 milioni di casi di depressione nel mondo attribuibili ad ageismo, e anche sull’inaccettabile fenomeno degli abusi, che colpisce il 15,7% degli anziani, ovvero quasi 1 su 6.

Anche alla luce di questi numeri drammatici, la lotta contro l’ageismo costituisce una delle quattro principali azioni del Decennio dell’Invecchiamento in Buona Salute (2021-2030) delle Nazioni Unite. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ageismo è la terza principale causa di discriminazione a livello mondiale. Ma il vero e proprio piano di contrasto al fenomeno, con strumenti mirati, è ancora tutto da costruire.

«L’agesimo, per le conseguenze serie e di ampia portata che ha sulla salute, sul benessere e sui diritti umani, è una delle grandi sfide del nostro tempo – dichiara la Presidente della Fondazione Longevitas Eleonora Selvi – Per gli anziani tale fenomeno è associato, infatti, a una vita più breve, a una salute fisica e mentale peggiore, a una ripresa più lenta da disabilità e declino cognitivo. Riduce la loro qualità della vita, aumenta isolamento sociale e solitudine (entrambi associati a gravi problemi di salute), limita la loro capacità di esprimere la propria sessualità e può aumentare il rischio di violenza e abusi. L’ageismo, infine, può essere sperimentato anche dai più giovani, per esempio in termini di pregiudizi e discriminazioni sul lavoro, limitando la crescita personale e professionale. È un’emergenza che l’Europa, e non solo, deve affrontare con strumenti più incisivi e un’ampia visione politica: il nostro appello è quello di aderire al nostro Manifesto e mettere in campo atti politici concreti».

I 9 punti del Manifesto

Le Istituzioni europee hanno dedicato strumenti e fondi significativi, ma non sufficienti, per integrare i cittadini anziani come membri produttivi della società. Il 27 gennaio 2021 la Commissione Europea ha presentato il suo Libro Verde sull’invecchiamento demografico “Promuovere la solidarietà e la responsabilità fra le generazioni”, che conferma la necessità di azioni concrete a sostegno degli anziani in tutte le politiche, senza prevedere però un vero e proprio programma di iniziative da mettere in atto da parte dell’UE e degli Stati membri. È invece necessario e urgente un cambio di paradigma, abbandonando la visione basata sull’assistenza e concentrandosi sullo sviluppo dell’autonomia delle persone anziane, per eliminare alla radice il pregiudizio negativo nei loro confronti e superare le sfide urgenti, compresa la solitudine, che colpisce oltre il 44 per cento degli europei sopra i 55 anni. Il “Manifesto Europeo contro L’Ageismo” presentato da Fondazione Longevitas sintetizza gli interventi necessari in 9 punti:

  • l’elaborazione da parte delle Istituzioni di una strategia europea per la lotta contro l’ageismo;
  • l’istituzione di una Giornata Europea contro l’Ageismo per sensibilizzare l’opinione pubblica, coinvolgere la società civile e promuovere azioni concrete;
  • la promozione da parte delle Istituzioni europee e dei Governi nazionali di attività di educazione e sensibilizzazione per contrastare l’ageismo, nelle scuole, nel mondo del lavoro e complessivamente nell’opinione pubblica;
  • il sostegno attivo, da parte dell’Europa, delle relazioni intergenerazionali, favorendo l’istituzione di programmi di mentoring che connettano le diverse generazioni;
  • la promozione dell’inclusione digitale delle persone anziane, come una premessa imprescindibile per promuoverne il benessere e favorirne la partecipazione sociale;
  • il sostegno da parte dell’Europa agli Stati membri nelle azioni finalizzate a migliore le risposte ai bisogni di salute della popolazione anziana, per una sanità sempre più equa e accessibile;
  • l’impegno a promuovere attivamente la collaborazione internazionale, attraverso conferenze, condivisione di dati e di best practice e la stesura di specifici trattati contro l’ageismo;
  • la destinazione di fondi adeguati alla ricerca scientifica sulle cause e gli effetti dell’ageismo, con un monitoraggio costante delle tendenze ad esso collegate;
  • la costruzione di partnership strategiche con il settore privato al fine di coinvolgere attivamente le imprese nella lotta all’ageismo.

«I numeri sempre crescenti di persone anziane, spesso con disabilità e non autosufficienti, ci impongono una riflessione in particolare sulle azioni, sull’organizzazione e l’implementazione di servizi che bisogna mettere in campo per garantire loro una vita partecipata e dignitosa che guardi non solo al benessere e alla salute ma anche all’autonomia della persona. – dichiara Alessandra Locatelli, Ministra per le disabilità della Repubblica Italiana – Il Patto per la Terza età e la legge delega sulla disabilità, a cui il governo ha lavorato, sono due riforme importanti che vanno a dare risposte concrete esattamente in questa direzione. Serve, però, continuare a fare rete e rafforzare la collaborazione a tutti i livelli per poter affrontare in maniera adeguata le sfide di questo tempo».

Le sfide della transizione demografica

«Occorre fare rete per affrontare una sfida  profonda e complessa come quella della transizione demografica, valorizzando la coesione sociale e le nuove possibilità anche tecnologiche, oltre che di salute e assistenza, per una piena autosufficienza anche superati i 65 anni – dichiara Maria Teresa Bellucci, Viceministro del Lavoro e delle Politiche sociali – Il Manifesto Europeo contro l’Ageismo è un’iniziativa lodevole perché richiama le istituzioni, ma anche la cittadinanza, a un cambio di paradigma per superare lo stigma verso le persone anziane, promuovendo innanzitutto la solidarietà e la responsabilità tra le generazioni, che è uno dei pilastri della legge-quadro in favore della terza età, approvata a marzo, dopo meno di un anno e mezzo di Governo. Solo un impegno condiviso e proattivo può cambiare la mentalità, superando i pregiudizi e l’isolamento che troppo spesso rendono ancora più difficile l’ultima fase della vita degli anziani. Una società finalmente longeva deve imparare a essere più felice e attiva in ogni età, con strategie percorribili e semplici da realizzare. Ringrazio i promotori del Manifesto per la sensibilità e le azioni volte a un reale cambiamento».

«L’ageismo ha un impatto su tutti gli aspetti della salute delle persone anziane: accorcia la durata della vita, peggiora la loro salute fisica e mentale, ostacola il recupero dalla disabilità e accelera il declino cognitivo – dichiara la Sen. Daniela Sbrollini, Vice Presidente X Commissione del Senato, Co-Presidente Intergruppo Parlamentare Qualità della vita nelle città –  L’ageismo aggrava  l’isolamento sociale e la solitudine e riduce l’accesso all’occupazione, all’istruzione e all’assistenza sanitaria, tutti fattori che hanno un impatto sulla salute. Bisogna puntare a strategie efficaci per ridurre l’ageismo, quali politica e leggi apposite, istruzione e interventi di contatto intergenerazionale. La politica e la legge possono affrontare la discriminazione e la disuguaglianza sulla base dell’età e proteggere i diritti umani. Gli interventi educativi a tutti i livelli di istruzione possono correggere idee sbagliate, fornire informazioni accurate e contrastare gli stereotipi. Bisogna ricostruire le reti di prossimità nelle città e affrontare l’invecchiamento nelle aree interne marginali, realizzando città che siano luoghi di incontro e di benessere, delle health city in cui si possa praticare movimento e attività fisica, che facilitino le relazioni e allo stesso tempo i sani stili di vita. In tutto questo non farò mancare il mio impegno a favore degli anziani e in sinergia con la Fondazione Longevitas».

«La discriminazione basata sull’età, il cosiddetto ageismo, affligge sempre di più l’Italia. – dichiara il Sen. Francesco Zaffini, Presidente X Commissione permanente (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato della Repubblica – È un fenomeno in crescita e complesso che ha radici culturali e sociali e che comporta costi elevati, sia per le persone che per l’economia. Per l’Oms l’ageismo è la terza causa di discriminazione al mondo, basti pensare che in Europa ne è vittima una persona su tre, e dunque, paradossalmente, in una società longeva come la nostra questo fenomeno assume proporzioni ancora più grandi. Uno dei temi principali è anche che questo tipo di discriminazione non avviene soltanto a livello sociale ma anche sanitario, perché gli anziani diventano “troppo vecchi e troppo costosi”, concetto che è ovviamente frutto di una valutazione errata che viene dal passato. Come ho più volte ripetuto, invece, essere anziani non può e non deve essere un limite o una condizione invalidante. Per tale motivo io e la mia Commissione abbiamo licenziato un provvedimento, di cui sono stato relatore, che riporta l’anziano ad essere un cittadino di serie A, in cui lui stesso torna ad essere protagonista di tutte quelle decisioni che riguardano il suo destino, sia in termini di invecchiamento attivo che di gestione di una eventuale non autosufficienza. Ora, a differenza del passato, ci si occuperà della presa in carico di queste persone non più solamente sotto il profilo clinico sanitario, ma ci sarà anche “una valutazione multidimensionale che tiene conto delle esigenze sociali, territoriali e persino sportive. Questo è un tema a cui questo governo pone massima attenzione, tanto da aver chiuso con questo provvedimento un percorso che durava da troppi anni.  L’obiettivo è quello di far recuperare centralità alla figura dell’anziano, come oggi sta facendo anche la Fondazione Longevitas in questo convegno».

«L’invecchiare positivo è relativo al generale aumento della salute e del benessere. – dichiara il Sen. Antonio Guidi, Membro della VII Commissione permanente (Cultura e patrimonio culturale, istruzione pubblica), Membro della X Commissione permanente (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato della Repubblica – Tuttavia, va sempre garantita la comunicazione intergenerazionale. Le misure per promuovere la longevità positiva sono trasversali e riguardano soprattutto efficaci servizi sociali e psicologici che aumentino l’interazione fra generazioni differenti. Solo con la comunicazione fra diverse età, si vive bene in tutte le età. Di solitudine si muore».

Antibiotico-resistenza: ripensare la nostra risposta per superare la crisi

Gli antibiotici sono stati una delle più grandi innovazioni della medicina moderna. Il loro contributo è stato determinante per salvare milioni di vite umane ma l’emergere e la diffusione di agenti patogeni resistenti ai farmaci riduce la nostra capacità di debellare le infezioni comuni, con un impatto enorme sulla salute umana e animale, sulla produttività agricola e sulla sicurezza alimentare.

L’antibiotico-resistenza comporta costi significativi per i sistemi sanitari e le economie a livello globale. Le infezioni correlate all’assistenza sanitaria (Ica) rappresentano ormai una delle principali minacce per la salute umana che rende gli ospedali tra i posti meno sicuri a causa dello sviluppo di microrganismi che sviluppano infezioni ospedaliere resistenti ai trattamenti disponibili. Minaccia ancora più preoccupante perché legata ad una carenza ormai strutturale di nuove molecole antibiotiche che non sono più nella pipeline delle aziende farmaceutiche.

È ormai evidente che per vincere la sfida è necessario un cambio di paradigma e un approccio innovativo. Quanto sono efficaci le nostre attuali strategie? Quali sono le innovazioni nella lotta alla resistenza antimicrobica?  Quali sono le nuove linee di difesa che il mondo dovrebbe prendere in considerazione? 

Queste sono le domande alle quali si cercherà di dare una risposta nel corso di un evento, promosso da Biovitae (marchio del gruppo P&P Patents and Technology-BIOVITAE) e HealthInnovation Exchange, che si terrà al Campus Biotech di Ginevra, martedì 28 maggio, alle 14, esplorando approcci innovativi che hanno dimostrato un enormepotenziale nel contrasto all’Amr.

All’evento parleranno il professor Pierre Somse, ministro della Sanità e della Popolazione della Repubblica Centrafricana, Hatem Amer, vice ministro della Salute e della Popolazione per le Relazioni Internazionali dell’Egitto, il professor Enrico Garaci, già presidente dell’ISS e Rettore dell’Università di Roma Tor Vergata, Mauro Pantaleo Ceo di Biovitae, Romano Florigia Lista, Brig. Gen. Direttore dell’istituto della Difesa per le scienze biomedicali, Helen Onyeaka e Taghi Miri, professori dell’Università di Birmingham e Giorgio Buonanno docente all’Università di Cassino.

La sessione riunirà Ministri della salute e scienziati per analizzare il contesto globale attuale e approfondire l’importanza dell’approccio One Health nella lotta all’Antimicrobico Resistenza (AMR) per fornire un contributo alla discussione che si farà all’ High Level Meeting delle Nazioni Unite a settembre e al G7 Salute che si terrà ad Ancona in ottobre. 

Sclerosi multipla, ogni anno solo in Italia colpisce 3.600 persone

Sclerosi multipla (SM), si cambia. La ricerca su questa malattia è in continuo movimento e produce risultati tangibili che hanno cambiato la vita delle persone con SM. Ma si può e si deve fare di più per una patologia che ogni anno, solo in Italia, colpisce 3.600 persone: sono circa 3 milioni nel mondo, oltre 140mila in Italia, una diagnosi ogni 3 ore.

A cominciare dalla prevenzione e dalla diagnosi della malattia, i temi al centro del congresso annuale della Fism, la Fondazione dell’Associazione Italiana Sclerosi Multipla, al via oggi a Roma presso l’hotel Villa Pamphili fino al prossimo 30 maggio.

Il convegno si intitola “Salute del cervello: ripensare la diagnosi della sclerosi multipla e delle patologie correlate“: sempre di più i successi della ricerca sulla sclerosi multipla e patologie correlate si legano a un’agenda globale che ha come obiettivo la salute del cervello.

E a testimonianza di un lavoro di ricerca mondiale il congresso Fism apre con la presenza di numerosi ricercatori internazionali che con Aism e Fism stanno portando avanti considerevoli progetti per trovare quella cura definitiva che ancora non esiste.

La prevenzione

Le nuove evidenze scientifiche mostrano che la ricerca sulle cause della sclerosi multipla ha compiuto enormi passi avanti negli ultimi anni. Questo oggi consente sempre di più di immaginare strategie di prevenzione che, se non possono ancora prevenire l’insorgenza della malattia, possono aiutare a identificare i fattori di rischio e scongiurare la disabilità. O a capire quali sono le strade da percorrere.

Come accade nel caso del virus Epstein-Barr, ricorda Kjell-Morten Myhr dell’università di Bergen, ospite della prima giornata di lavori del congresso Fism. «È ormai dimostrato infatti – afferma – che l’infezione da EBV sia un prerequisito essenziale per lo sviluppo della malattia, ma non è chiaro ancora in che modo un virus così comune possa contribuire alla SM».

Per scoprirlo, Myhr e colleghi hanno lanciato il progetto EBV-MS finanziato dall’Unione europea per un valore di 7 milioni di euro, che vede anche la partecipazione di Fism, per studiare a 360 gradi il virus, le sue interazioni con l’ospite, gli stili di vita e immaginare possibili strategie terapeutiche, dagli antivirali ai vaccini.

Nella seconda giornata Luca Battistini, direttore del Laboratorio di Neuroimmunologia, Fondazione Santa Lucia Irccs di Roma, con la sua lettura per la consegna del Premio Rita Levi Montalcini ricorderà l‘importanza crescente dell’asse intestino-cervello e della disbiosi come ulteriore ‘trigger’ (detonatore) per lo sviluppo della sclerosi multipla e come fattore di rischio su cui è possibile fare prevenzione.

I passi in avanti

Ma i traguardi della ricerca hanno già prodotto risultati concreti destinati a cambiare la pratica clinica. È il caso dei nuovi criteri diagnostici per la sclerosi multipla: ufficialmente verranno presentati solo al prossimo congresso Ectrims, in programma a settembre a Copenaghen, ma Xavier Montalban del Cemcat, il Centro per la Sclerosi Multipla della Catalogna, ne anticipa i contenuti al congresso Fism. «Grazie al lavoro di revisione portato avanti da esperti radiologi, clinici, epidemiologi e con il contributo del punto di vista dei pazienti- spiega- abbiamo raggiunto un consensus su quelli che saranno i nuovi criteri diagnostici per la sclerosi multipla».

Ma quali sono i benefici di nuovi criteri diagnostici? «La revisione periodica dei criteri diagnostici sulla base delle evidenze scientifiche- prosegue Montalban- ci consente di poter anticipare sempre di più le diagnosi e così i trattamenti, magari anche prima della manifestazione dei sintomi. E questo, lo abbiamo dimostrato, si associa a una migliore prognosi sul lungo termine, in grado anche di abbassare il rischio di disabilità e migliorare la qualità di vita dei pazienti».

Tra i temi al centro della revisione, ha anticipato Montalban, le caratteristiche del nervo ottico, l’analisi di nuovi marcatori di risonanza magnetica e le valutazioni relative ai pazienti con concomitanti fattori di rischio vascolare.

«Abbiamo bisogno di una ricerca che produca ricadute concrete sulla vita delle persone con SM – dichiara la vicepresidente Aism, Rachele Michelacci – e l’arrivo di nuovi criteri diagnostici che promettono di migliorare la prognosi e la qualità di vita delle persone risponde appieno al primo dei punti inclusi nella nostra Carta dei Diritti, il diritto alla salute».

Dal congresso della Fism emerge chiaramente l’importanza di investire in una nuova disciplina: la scienza con e del paziente. Questo sottolinea un concetto fondamentale: una diagnosi precoce della malattia verso una medicina preventiva può progredire solo conoscendo l’esperienza di malattia della persona e rendendola scientifica per tutti gli attori del sistema.

«La scienza con le persone della persona – sottolinea Paola Zaratin, direttore della ricerca scientifica Fism – deve essere una delle discipline fondamentali di un modello di ricerca e cura multidisciplinare e partecipatorio, unico a garantire che l’innovazione scientifica e la trasformazione digitale possano essere introdotti nella pratica clinica».

La ricerca

In questo spirito i pazienti sono chiamati a unirsi al tavolo della ricerca. «Noi persone con SM – le parole di Michelacci – ci dobbiamo sentire co-responsabili nei confronti della ricerca. Per una diagnosi precoce della progressione, per conoscere le cause della malattia, per trovare le cure dobbiamo essere al tavolo della ricerca e dare, insieme a tutti gli altri attori, quelle risposte che ancora non ci sono. Dobbiamo essere parte attiva del disegno scientifico. E un lavoro che va fatto insieme, reciprocamente».

Al centro di un programma per la salute del cervello e di una medicina preventiva anche la creazione di un EU Brain Data System. «In questo contesto- dichiara Marco Salvetti, professore ordinario di Neurologia Università Sapienza, direttore della neurologia dell’Azienda ospedaliero-Universitaria S. Andrea di Roma, membro del consiglio di amministrazione di Fism- continuiamo il nostro impegno per la creazione di sistema integrato di dati clinici, genetici, di neuroimmagini e riferiti dai pazienti (Barcoding MS), per la caratterizzazione di tutti i nuovi casi diagnosticati di SM in Italia e in Europa».

Ripensare la diagnosi della sclerosi multipla e garantire la salute del cervello, significa però anche continuare a investire nella ricerca di potenziali biomarcatori e fattori di rischio della malattia. Si parlerà anche di questo al congresso, con la presentazione dei risultati dei progetti sostenuti da Fism che hanno indagato, tra l’altro, il ruolo dell’inquinamento atmosferico come possibile trigger dell’infiammazione nella SM, e la ricerca di biomarcatori nel sangue e nel liquido cerebrospinale per il monitoraggio della malattia e per studiare efficacia ed effetti collaterali delle terapie, anche grazie ai dati clinici che arrivano dal Registro Italiano Sclerosi Multipla e Patologie Correlate, che oggi comprende oltre 90mila pazienti.

Nella terza giornata del convegno, invece, i massimi esperti di cellule staminali si confronteranno con rappresentanti delle istituzioni ed esperti di economia sanitaria e sviluppo di farmaci per discutere delle prospettive concrete che vengono dalle cellule staminali per la sclerosi multiple e delle sfide, cliniche e regolatorie, poste dall’avvento delle terapie avanzate.

Chiuderanno i lavori le presentazioni sul ruolo centrale della riabilitazione attraverso la ricerca fisica e cognitiva svolta dalla Fondazione, come chiave per mantenere in salute il cervello, preservare la funzione e la qualità di vita delle persone.

Sono 188 i progetti in corso, nel periodo 2022-2024, sostenuti da Fism (84 per bloccare la SM, 74 per ristabilire la funzione, 23 per la prevenzione primaria e sette per potenziare le infrastrutture di ricerca) per un investimento complessivo di oltre 56 milioni di euro.

A questi si aggiungeranno altri cinque milioni di euro con il finanziamento del bando Fism 2024, ottenuti in gran parte grazie al contributo del 5xmille dei cittadini.

Una rete internazionale

Fism e i suoi ricercatori fanno parte di una rete internazionale e nel 2023, insieme alle associazioni di Australia, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti e alla Federazione Internazionale SM, si sono impegnati per una strategia di ricerca globale. «Solo inserendo le priorità di ricerca all’interno di una strategia globale e valorizzando il contributo dei pazienti – evidenzia il presidente della Fism, Mario Alberto Battaglia – possiamo rispondere ai bisogni delle persone con SM».

«Nel farlo – precisa – ci siamo dati tre direttrici. La prima mira a bloccare la sclerosi multipla, la progressione dei sintomi e della disabilità, trovando i nuovi trattamenti che ancora mancano. La seconda punta a recuperare la funzione: trovare strategie per riparare la mielina, rendere sempre più efficace la riabilitazione, migliorare la qualità di vita delle persone. La terza è l’ambizione di mettere una volta per tutte la parola fine alla SM, che vuol dire ridurre a zero i fattori di rischio e arrivare a un mondo in cui non ci sia più nessuna diagnosi di sclerosi multipla».

La presenza sulla scena internazionale di Aism e Fism è quanto mai fondamentale in un periodo come questo, ha sottolineato il direttore esecutivo dell’European Brain Council, Frédéric Destrebecq, ospite del congresso. «Le elezioni europee – ricorda – sono una grande occasione per portare all’attenzione del nuovo Parlamento l’importanza della salute del cervello. Auspichiamo che questo possa tradursi in una strategia a livello europeo che dialoghi con i piani nazionali».

«Il numero delle persone in Europa che convivono con problemi neurologici è elevato – conclude – e le discussioni su questi temi devono avvenire con il contributo di chi è esperto per sua esperienza, per rompere lo stigma e l’isolamento. Il coinvolgimento delle persone aiuterà ad aumentare l’attenzione soprattutto su una condizione come la SM, dove abbiamo l’opportunità di raccontare di come la ricerca abbia portato allo sviluppo di molte terapie».

Il congresso è stato reso possibile con la sponsorizzazione non condizionante dei main sponsor Alexion, AstraZeneca Rare Disease, Biogen, Merck Italia, Neuraxpharm, Novartis Italia e dello Sponsor Bristol-Myers Squibb.