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Elezioni europee, che cosa ci si aspetta per la sanità

Le elezioni europee sono alle porte: dal 6 al 9 giugno i cittadini dei 27 Stati Membri saranno chiamati a scegliere i propri rappresentanti per i prossimi 5 anni.

In campagna elettorale non si è parlato molto di sanità: si tratta di una competenza nazionale e, sebbene molti problemi siano simili, si fatica a trovare soluzioni congiunte.

Nel nostro viaggio con Across Europe abbiamo visto come alcune Nazioni europee stanno affrontando nodi come la carenza di personale sanitario, le disuguaglianze di accesso ai servizi sanitari e la sostenibilità dei propri sistemi di assistenza.

L’eterogeneità delle esperienze ci dice che difficilmente su questi temi si troverà a breve una soluzione comune. 

Un esempio per tutti: il voto che stabilisce l’aborto come diritto fondamentale. L’11 aprile il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che prevede di inserire l’interruzione di gravidanza nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione.

L’ok dell’europarlamento, arrivato con 336 voti favorevoli, 163 contrari e 39 astensioni, non è però vincolante, ma ha “solo” valore politico: seppur si tratti di un passo importante, non incide a livello normativo.

Parallelamente all’approvazione della risoluzione, gli eurodeputati hanno invitato Polonia e Malta ad abrogare le proprie leggi nazionali che limitano questo diritto. 

L’unico aspetto su cui si è lavorato concretamente, soprattutto durante l’ultimo semestre a guida belga, è quello che riguarda la carenza di farmaci: il 24 aprile è stata lanciata la Critical Medicines Alliance, che contiene una serie di azioni per diversificare le catene di approvvigionamento e sostenere la produzione farmaceutica europea.

Le sfide dei prossimi anni

Sul tavolo dell’Unione Europea di domani ci sono alcune questioni importanti: la riforma della legislazione farmaceutica, il cambiamento più importante degli ultimi 20 anni che sta incontrando una serie di ostacoli da parte dell’industria. 

La Commissione europea ha elaborato una proposta di riforma che è passata al vaglio dei tanti stakeholder coinvolti. I diversi attori hanno potuto esprimere la loro posizione, proponendo contromisure. Il 10 aprile il Parlamento europeo ha approvato una versione light rispetto alla proposta della Commissione, che tiene conto anche delle perplessità e delle richieste delle case farmaceutiche. Questo pacchetto sarà ridiscusso e definitivamente approvato dal nuovo Parlamento. 

Riforma della legislazione farmaceutica, spazio europeo dei dati sanitari e antimicrobico resistenza tra le questioni che interesseranno la prossima legislatura

Altro tassello importante è stato l’approvazione del Regolamento sullo spazio europeo dei dati sanitari (EHDS), che fa parte della più ampia strategia europea dei dati. Il documento intende facilitare la circolazione dei dati sanitari tra i diversi Stati membri, in modo che un cittadino europeo possa ritirare un farmaco in una nazione dell’UE con una ricetta emessa in un altro. Allo stesso modo, gli operatori che si prendono in carico nel territorio dell’Unione un cittadino europeo potranno accedere ai suoi dati sanitari ovunque questi si trovi, facilitando quindi gli accessi in ospedale e in generale la ricerca scientifica. Il regolamento sarà pubblicato nella Gazzetta ufficiale in autunno. 

Infine, durante l’ultimo mandato la Commissione ha posto alcuni paletti importanti per quanto riguarda la lotta all’antimicrobico resistenza (AMR), tra cui la riduzione del 50% delle vendite di antimicrobici per gli animali da allevamento e l’acquacoltura entro il 2030, il divieto dell’uso di routine di antibiotici a scopo profilattico per gruppi di animali o come promotori della crescita negli animali da allevamento e la riduzione del 20% del consumo di antibiotici sempre entro il 2030. Tuttavia, come ha ricordato a TrendSanità il Direttore Generale per la Salute e la Sicurezza alimentare della Commissione Sandra Gallina, «non possiamo riposare sugli allori».

L’ECDC stima che, ogni giorno nei paesi dell’UE/EEA, circa 390.000 pazienti ospedalizzati siano colpiti da almeno un agente antimicrobico, e per circa il 35,5% dei pazienti questo è accaduto negli ospedali.

La Direttrice uscente dell’ECDC Andrea Ammon ha evidenziato sempre a TrendSanità «l’urgente necessità di ulteriori azioni per mitigare questa minaccia a livello europeo».  

I problemi comuni

Per quanto riguarda invece temi come la carenza del personale sanitario, le liste d’attesa, la sostenibilità dei servizi sanitari e le disuguaglianze territoriali l’Unione europea è frammentata tra le diverse politiche nazionali. 

Questi problemi interessano tutti, compresi quei Paesi che destinano alla sanità una percentuale molto alta del proprio prodotto interno lordo (come la Francia e la Finlandia), oppure le nazioni che hanno puntato molto sulla sanità digitale (come l’Estonia).

Tra i casi raccontati dalla rubrica Across Europe, Lussemburgo e Bulgaria sono peculiari. Il Lussemburgo è il primo paese in Europa, in termini di spesa sanitaria pro capite, ma con il 5,7% nel rapporto tra spesa sanitaria e PIL, si posiziona all’ultimo posto su questo parametro. Rispetto ad altri Stati Membri, il Lussemburgo gode di un notevole vantaggio finanziario derivante dalla crescita della popolazione e dall’apporto dei lavoratori frontalieri, che contribuiscono al sistema sanitario senza gravarne in modo completo sulle risorse. Per contro, ha una tradizione medica piuttosto limitata. Non ci sono le facoltà di medicina o farmacia, per esempio.

La Bulgaria, al contrario della maggior parte dei paesi dell’UE, non ha problemi con le liste d’attesa. Tuttavia, permangono importanti disuguaglianze sociali, soprattutto tra le città e le zone più rurali, che pregiudicano l’accesso ai servizi. Le differenze legate al reddito e al luogo di residenza sono più marcate rispetto alla media degli altri paesi dell’Unione Europea. 

Chi sarà il prossimo commissario alla sanità?

Una delle persone che avrà il potere di impattare maggiormente sulla sanità europea del futuro sarà il prossimo commissario alla sanità. Questo ruolo è stato ricoperto nell’ultimo quinquennio dalla cipriota Stella Kyriakides, che non sembra interessata a proseguire anche nella prossima legislatura. È inoltre piuttosto raro che un commissario uscente sia riconfermato nello stesso ruolo.

Un pezzo di Euronews ricorda che uno dei favoriti, il vice primo ministro di Malta Chris Fearne, che è anche un chirurgo e il ministro della Salute di più lunga data in Europa, è fuorigioco a causa di uno scandalo nazionale che l’ha spinto a dimettersi e a ritirare la sua candidatura europea. 

Dopo l’uscita di scena del maltese Chris Fearne, gli altri nomi papabili sono Frank Vandenbroucke, Tomislav Sokol oppure Dubravka Šuica

Con l’uscita di scena di Fearne, molti guardano al belga Frank Vandenbroucke, che ha guidato con successo l’ultimo semestre europeo. Un altro nome in lizza è quello dell’attuale relatore del Parlamento, il croato Tomislav Sokol, che durante l’ultima legislatura ha partecipato attivamente ad alcuni dei più importanti dossier sanitari del mandato ed è stato anche membro della commissione parlamentare per la salute e delle due commissioni speciali sul cancro e sulla pandemia.

Tuttavia, per gli equilibri tra gli Stati, due suoi connazionali potrebbero togliergli la poltrona: una è l’attuale commissario europeo per la democrazia e la demografia Dubravka Šuica che se riconfermata potrebbe ottenere anche la delega alla salute. L’altro è il primo ministro Andrej Plenković, che si dice potrebbe essere la scelta di riserva del PPE se Ursula von der Leyen non dovesse essere riconfermata. In questo ultimo caso, difficilmente la Croazia potrebbe ottenere un altro ruolo chiave come quello alla salute.

Logistica smart dei dispositivi medici: utopia o realtà?

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La grande distribuzione utilizza da anni tecnologie in grado di tracciare i prodotti. Magazzini automatizzati che permettono di gestire con precisione i flussi e casse intelligenti per gli acquisti sono una realtà in un numero crescente di aziende non sanitarie.
Poli culturali come il Teatro Stabile di Torino o il Teatro Regio di Parma stanno utilizzando la tecnologia RFID per tracciare attrezzature e oggetti di scena.

Una delle sfide della governance dei dispositivi medici è il loro tracciamento.

Sebbene ci sia un regolamento europeo che si concentra anche su questo aspetto, la realtà a livello nazionale è molto eterogenea. Alcune aziende sanitarie utilizzano tecnologie smart per la gestione dei propri magazzini, mentre altre fanno fatica a digitalizzarsi.

Nella prima puntata Live XL i nostri esperti si sono confrontati sulla governance del dispositivo medico, riflettendo su come la logistica impatti sull’intera supply chain e sulle ricadute positive che, almeno in alcuni ambiti, l’implementazione di tecnologie come l’RFID potrebbero generare.

L’ebook raccoglie le esperienze degli esperti, anche in video, e i temi della discussione.

La prima puntata di Live XL è stata realizzata con il patrocinio di:

  • AIIC – Associazione Italiana Ingegneri Clinici
  • FARE – Federazione delle Associazioni Regionali degli Economi e Provveditori della Sanità
  • SIFACT – Società Italiana di Farmacia Clinica e Terapia
  • SiHTA – Società italiana di Health Technology Assessment

Europa in campo contro la disinformazione e gli attacchi esterni

«Sii critico su ciò che leggi on line: audio e video possono essere alterati. Controlla le fonti. Difenditi da chi ti vuole manipolare». Si gioca anche così la partita per le elezioni europee.

#FightDisinformation

Molti avranno incrociato in queste settimane in tv e sul web lo spot e la campagna #FightDisinformation, promossi dalla Commissione UE e dall’ERGA, il gruppo europeo dei regolatori per i servizi audiovisivi che riunisce le 27 autorità nazionali di regolamentazione di settore. L’iniziativa nasce per contrastare le distorsioni informative e le manipolazioni diffuse in occasione delle elezioni europee che chiameranno al voto tutti gli europei dal 6 al 9 giugno.

Inquietante déjà vu

Notizie false, video e audio artefatti, sono, per chi si occupa di comunicazione e salute, un inquietante déjà vu che fa tornare alla mente i mesi più difficili della pandemia da covid-19. E la salute, i vaccini e le iniziative di prevenzione delle malattie restano ancora adesso uno dei temi più utilizzati da chi punta ad indebolire la credibilità delle istituzioni europee e di quelle nazionali. A questo si aggiungono di recente i rischi dell’utilizzo strumentale di intelligenza artificiale, chatbot e deep fake.

L’impegno UE

Antonio Parenti

«La grandissima ondata di disinformazione che abbiamo avuto sulla sanità nel periodo della pandemia ha sicuramente causato morti e ricoveri gravi di chi ha creduto alle notizie false messe in circolazione o di chi ha scelto di non vaccinarsi sulla base di informazioni distorte e manipolate – spiega a TrendSanità Antonio Parenti, Capo della Rappresentanza della Commissione Europea in Italia –. Per cui, non è che stiamo parlando di attività ludiche che non hanno alcun effetto sulla società. Ma parliamo di rischi reali e concreti su cui l’Unione Europea e le sue istituzioni sono molto attente».

FIMI – Foreign Information Manipulation and Interference

Sono iniziative create da soggetti interni alla UE e non solo. «Nell’ambito delle elezioni di giugno – spiega ancora Parenti – è in particolar modo chiaro che ci sarà sicuramente un forte tentativo di influenzare il voto da parte di potenze straniere». Quelle a cui si riferisce il funzionario comunitario in gergo vengono chiamate FIMI – Foreign Information Manipulation and Interference. Quelle censite negli ultimi mesi hanno preso di mira la salute, la crisi climatica e le misure varate dall’Europa per contrastarla, le persone LGBTIQ+ e molto altro.

La forza della democrazia europea

Qui il rappresentante della Commissione UE ci tiene a fare una doverosa precisazione: «Questo è uno dei limiti ma, se vogliamo, è anche la forza del sistema democratico dei nostri Paesi. C’è un dibattito, ci sono opinioni diverse che si confrontano in modo anche netto. E poi c’è la disinformazione che deve essere definita, qualificata e vista come tale. E, dunque, deve essere combattuta, ma tutto va fatto preservando il nostro sistema democratico che consente la discussione a differenza di altri Paesi dove questa libertà è molto limitata. Questa è oggi l’Europa e questo rimane uno dei punti forti».

Dal debunking al prebunking

Il video IDMO-Google

Torniamo alla pandemia e alla grande infodemia che abbiamo conosciuto in quegli anni. Molte delle ricerche e delle iniziative scientifiche messe in campo in quel periodo hanno provato a puntare sul rafforzamento del senso critico dei cittadini nei confronti della disinformazione evolvendo il concetto di debunking (smentire le notizie false dopo che si sono diffuse) in quello di prebunking dando alla popolazione gli strumenti cognitivi per riconoscere le tecniche e gli stratagemmi ricorrenti della disinformazione su tutti gli argomenti su cui si declina: che sia la salute, il clima, la guerra o le differenze di genere. In questo senso va citata l’interessante collaborazione di EDMO e IDMO (rispettivamente l’osservatorio europeo e quello italiano dei media digitali finanziati dalla Commissione UE) con piattaforme come Google e altre, per “addestrare” gli utenti, anche i più giovani, con video e animazioni.

Votare informati

«Le istituzioni europee stanno cercando naturalmente di facilitare l’opera di definizione di quali sono le distorsioni dell’informazione e di identificare anche le fonti di questa disinformazione. Perché se, per esempio, abbiamo una forte attività da parte di settori statali russi, è importante che questo si sappia perché il cittadino deve poter svolgere il proprio voto di giugno nel modo più informato. Ma informato sui fatti e sulle opinioni e non sulla base di fake news messe in giro da chi vuole indebolire l’Europa» conclude Parenti.

MasterPharm 2024: fare rete tra esperienze d’eccellenza

«Farmacia ospedaliera, tra innovazione, sostenibilità e governance: attorno a questi quattro poli si è sviluppato il dibattito del primo modulo Masterpharm 2024, che ha centrato il suo obiettivo, ottenendo grande partecipazione, approfondendo alcune validissime esperienze regionali, portando ad un ampliamento della platea dei partecipanti rispetto alle passate edizioni, e giungendo a definire e sostenere in modo chiaro il concetto di rete multiprofessionale». Così Francesco Cattel (Coordinatore di Masterpharm e direttore della struttura complessa di farmacia ospedaliera dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino) commenta la chiusura del primo appuntamento di Masterpharm 2024, evento di formazione che da tre anni a Torino si rivolge al mondo dei farmacisti ospedalieri.



La scelta di Cattel e del Comitato Scientifico per il primo modulo del 2024 – che ha visto la presenza di circa 100 professionisti – è stata quella di sviluppare un confronto in tre giornate tra le Farmacie ospedaliere di alcune regioni italiane, per far emergere esperienze ed eccellenze di settore in un panorama ampio di tematiche che vanno dall’organizzazione all’appropriatezza prescrittiva, dalla gestione ospedale-territorio all’automazione nel setting farmaceutico. L’evento torinese – aperto dai contributi di Nello Martini e Giovanna Scroccaro – ha così visto la condivisione di esperienze professionali provenienti da Piemonte, Lazio, Lombardia, Campania, Sicilia, Marche, Abruzzo, e Liguria, in un evento patrocinato da SIFO (che era presente anche con i saluti del presidente Arturo Cavaliere) e SIFACT (con il saluto di Francesca Venturini, past-president) e inaugurato dagli interventi di Lorenzo Angelone e Antonio Scarmozzino (Direzione sanitaria, AOU Città della Salute, Torino), Franco Ripa (Direttore programmazione, Sanità Regione Piemonte) e dei Direttori della Scuola di Medicina, Umberto Ricardi, e della Scuola di Farmacia ospedaliera, Gianluca Miglio, dell’Università di Torino.


Al centro dell’appuntamento sono state alcune esperienze regionali d’eccellenza, attività e progettualità in cui i farmacisti ospedalieri hanno mostrato “un nuovo modo” di gestire contesti abituali, oppure un modo originale di affrontare tematiche innovative. Tra queste ultime – portando l’esperienza sviluppata sul territorio della regione Lazio – Marcello Pani (segretario nazionale SIFO e Direttore Farmacia Policlinico Gemelli, Roma) ha contributo al racconto dell’esperienza regionale con i farmaci sperimentali, sviluppati nella «farmacia degli sperimentali intesa come una vera e propria unità perimetrata e distinta dalla Farmacia Ospedaliera» anche se ovviamente è diretta sempre da quest’ultima. «Nelle strutture che fanno molta ricerca come il Policlinico Universitario Agostino Gemelli – ha sottolineato Pani – ci sono centinaia di trials attivi che abbracciano tante discipline differenti. È quindi molto importante per noi gestire in modo corretto tutte le attività che si svolgono nella farmacia degli sperimentali, anche per assicurare il rispetto delle normative italiane ed europee, che prevede attività isolate e separate dalle altre azioni ordinarie svolte nella farmacia ospedaliera». In questo ambito i professionisti del Lazio hanno presentato le scelte di garantire un magazzino specifico, con un sistema di stoccaggio e conservazione dei farmaci «che rispetta tutte le normative previste dalla vigente legislazione nazionale ed anche una struttura di galenica dedicata, che serve ad allestire le terapie che necessitano appunto di un allestimento preliminare prima della sperimentazione clinica sui pazienti».



Dal canto loro le esperienze di Sicilia (con il coordinamento di Maurizio Pastorello), Marche (con Mauro Mancini) e Abruzzo (coordinatore Andrea Marinozzi) hanno approfondito le esperienze regionali sviluppate nell’ambito della robotica, dei molecolar tumor board e della ricerca clinica, sempre nella logica di una condivisione di esperienze capaci di portare a tangibili “upgrade” professionali. I farmacisti ospedalieri della Campania hanno portato esperienze coordinate da Simona Serao Creazzola, Adriano Vercellone e Ugo Trama (presidente del prossimo Congresso SIFO). «Le esperienze che abbiamo presentato a Masterpharm partono primariamente dal Prontuario terapeutico regionale», ha detto Simona Serao Creazzola (Direttore Dipartimento Farmaceutico, ASL1, Napoli). «Si tratta di un’importante architettura creata per agevolare l’accesso alle terapie innovative da parte dei pazienti della Campania». A questo si è aggiunta poi la presentazione del percorso di centralizzazione dei magazzini regionali campani, che potranno garantire una distribuzione per conto centralizzata. Ha commentato Serao Creazzola: «Su questo tema non siamo degli apripista, pertanto risulta sicuramente utile vedere come si stanno muovendo le altre regioni sullo stesso tema: per questo è importante avere un luogo come Masterpharm che permette di realizzare un confronto tra realtà diverse che si confrontano su problematiche simili in funzione di un cambiamento che avrà ricadute utili sia per i cittadini che per i professionisti». Cambiamento che per la Lombardia, per voce di Emanuela Omodeo Salè (componente del Direttivo SIFO e Direttore Farmacia, IEO, Milano) coordinatrice di sessione insieme a Roberto Langella, passa anche attraverso le modifiche organizzative “di sistema”: «In Lombardia siamo agli inizi di un nuovo paradigma regionale – ha detto Omodeo Salé – che porterà il paziente a decidere come spostarsi dall’ospedale sul territorio. Ovviamente sarà importante definire bene quali sono i perimetri e gli ambiti di competenza dei farmacisti ospedalieri e dei farmacisti territoriali. Quindi possiamo dire che la necessità di creare una rete chiara di riferimento sarà fondamentale per la sanità lombarda: per questo riteniamo utilissimo il contributo che la nostra professione può offrire alla riflessione organizzativa regionale».



La considerazione è centrale: il farmacista ospedaliero può portare un contributo sostanziale proprio laddove sui territori regionali c’è bisogno di progettare e creare nuova organizzazione e (quindi) rete. È un tema sottolineato anche da Barbara Rebesco (Direttore Politiche del Farmaco, Dispositivi Medici e protesica, ALISA, Genova), che ha portato l’esperienza ligure relativa alla gestione delle malattie infettive nel periodo covid-19 e nell’antimicrobial stewardship. «A partire dal periodo pandemico abbiamo creato una squadra coesa basata su un modello di rete ben definito, che ci ha portato a gestire con tempestività le terapie innovative», ha dichiarato Rebesco, che ha anche sottolineato come «la nascita in Liguria dei Dipartimenti interaziendali regionali-DIAR, sia proprio una scelta di governance basata sull’implementazione dei vantaggi di una rete attiva ed efficiente». Una considerazione poi condivisa anche da Matteo Bassetti (Direttore Clinica Malattie Infettive, IRCCS San Martino, Genova), che ha sottolineato che «oggi è molto importante la collaborazione tra il farmacista ed il clinico. Proprio il COVID19 ha dato nuovo impulso all’approccio multidisciplinare diffuso: in Liguria abbiamo sperimentato in modo particolarmente efficace il modello del dialogo tra farmacia territoriale, farmacia ospedaliera, medici del territorio ed ospedale. Portare avanti un modello simile, rispettando giustamente le peculiarità di ogni singola regione, credo sia fondamentale».



Le parole introduttive di Franco Ripa – «I risultati più efficaci negli eventi si ottengono quando si raggiunge il mix equilibrato tra cultura manageriale e cultura tecnico-professionale. In questo modo si assicurano i migliori risultati per la salute del cittadino: e Masterpharm ha tutte le caratteristiche per appartenere a questa categoria» – sono state così confermate nell’andamento della tre giorni, che ha visto circa sessanta relatori condividere contenuti e riflessioni in un contesto di nove sessioni, a cui hanno portato il loro contributo anche farmaco-economisti, oncologi, esperti di malattie rare (tra cui Dario Roccatello, coordinatore Rete del Piemonte), esperti di logistica sanitaria e di digital therapeutics. Il prossimo appuntamento di Masterpharm24 è previsto per il prossimo novembre, quando – sempre a Torino – si terrà il secondo modulo, che vedrà un confronto tra esperienze italiane e internazionali sui “quattro poli” già indicati da Francesco Cattel, e che metterà – aggiunge il responsabile del Corso – «a confronto esperienze europee e nordamericane sui temi della farmacia ospedaliera, dell’innovazione, della sostenibilità e della governance del farmaco, ampliando anche lo sguardo e spingendosi verso un’analisi puntuale dei servizi sanitari nell’epoca delle innovazioni terapeutiche ed organizzative».

Consip SpA: al via la gara per 220mila stent coronarici e23mila palloni medicati

Consip SpA ha pubblicato la gara per la stipula di un Accordo Quadro per la fornitura alle strutture sanitarie pubbliche di 220mila stent coronarici (Scaffold riassorbibili – BVS e Stent medicati – DES) e 23mila palloni medicati (a base di paclitaxel e di sirolimus per angioplastica coronarica).

L’obiettivo dell’iniziativa – che ha un valore complessivo di circa 83 milioni di euro e una durata di 12 mesi – è garantire alle strutture sanitarie pubbliche la fornitura di dispositivi di ultima generazione e la disponibilità di un’offerta ampia e flessibile di dispositivi, da scegliere in base alla propria popolazione di pazienti e secondo le indicazioni dei medici.

Lo strumento dell’Accordo Quadro multi-aggiudicatario e la possibilità di ricorrere al criterio della scelta clinica, permetteranno alle Amministrazioni di affidare la fornitura anche a un operatore economico non risultato primo in graduatoria, qualora il prodotto offerto da quest’ultimo possegga le caratteristiche adeguate alle esigenze specifiche del paziente.

Consip si è avvalsa del contributo della Società Italiana di Cardiologia Interventistica (GISE) al fine di garantire l’appropriatezza clinica e tecnologica dei dispositivi, in linea con i trend di evoluzione del mercato.

Come per le altre gare del settore sanitario, la commissione giudicatrice sarà composta da medici esperti del settore, per riporre la più ampia attenzione alle esigenze del paziente e alla promozione di innovazione tecnologica e qualità.

Il termine per la presentazione delle offerte da parte delle imprese è fissato alle ore 16 del 5 luglio 2024.

Psichiatria, Bondi: «Aumentare risorse e fare focus su depressione perinatale»

«Le guerre, la crisi economica, la passata epidemia e i cambiamenti che vive la nostra società, si pensi solo al passaggio al digitale e all’uso di Internet, oppure all’angoscia che genera il cambiamento climatico nei giovani, sono fattori che stressano maggiormente il sistema nervoso rispetto ad altri organi del corpo, fattori che aumentano l’insorgere di patologie psichiche come ansia e depressione».

Emi Bondi

Emi Bondi, presidente della Società Italiana di Psichiatria (SIP) e Direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, spiega come i cambiamenti abbiano impatto in un ambito ritenuto strategico per la salute. In un panorama europeo in cui si investe nella salute mentale una media del 5% della spesa sanitaria nazionale, dove l’obiettivo a livello internazionale è stato fissato al dieci percento, l’Italia non regge il confronto e investe solo il 2,9%, a fronte di un’esponenziale crescita della richiesta.

L’Italia spende per le ore lavorative perse per depressione circa 4 miliardi di euro

«L’ansia e la depressione stanno diventando le principali cause di disabilità nel mondo in termini di ore lavorative perse – spiega Bondi –fare prevenzione e curare, significa evitare costi sociali imponenti». Si riferisce ai circa 4 miliardi di euro stimati che l’Italia spende per le ore lavorative perse per depressione. Inoltre, se i costi per il trattamento della patologia – includendo farmaci, visite specialistiche ambulatoriali e ricoveri – ammontano a circa 4mila euro per paziente, è stato stimato che il Sistema Sanitario Nazionale destini pro capite una spesa esigua, intorno ai 60 euro per cittadino.

Una fotografia impietosa della situazione l’ha scattata l’ultimo report di Ipsos e Axa, intitolato “Mind Your Health”, pubblicato nel marzo 2024. I risultati dell’indagine di sedicimila interviste rivolte a persone tra i 18 e i 75 anni in 16 Paesi, hanno evidenziato che, in Italia, il 28% della popolazione riporta una forma di disturbo mentale, e che il dato sarebbe in crescita di sei punti rispetto all’anno precedente. L’ansia e la depressione, secondo il report, sono le patologie più comuni. La prima rappresenta il 14% del totale dei disturbi rilevati, mentre la seconda il 12%.

Bondi spiega: «Le patologie psichiche sono in assoluto tra le più diffuse nella nostra società, ma ciononostante la salute mentale continua a essere sottostimata, sotto finanziata e sottovalutata: è ora di immettere risorse in questi servizi, soprattutto per ciò che concerne il SSN».                                 

Nuove patologie e riorganizzazione delle risorse 

«La situazione di incertezza causata dalla crisi economica, l’insicurezza del futuro, la società che cambia – come dimostra la pandemia che ha minato le nostre certezze – rappresenta un fattore di stress che richiede performance notevoli e si ripercuote sugli aspetti psichici». E continua: «Inoltre, oggi siamo in grado di identificare patologie che una volta non riuscivamo a individuare. Sono in crescita esponenziale i disturbi del comportamento alimentare, le problematiche legate all’utilizzo delle sostanze, l’insorgenza di patologie psichiatriche e psicotiche, la cui età d’esordio si è abbassata. Crescono i disturbi legati alla dipendenza da internet». Bondi spiega: «Per questa ragione, i servizi per rispondere ai nuovi bisogni si devono riorganizzare con delle nuove risorse, con personale specializzato nelle discipline emergenti e ambulatori dedicati».

Parole e farmaci per curare tutti

L’Italia investe circa il 2,9% della spesa sanitaria nazionale in salute mentale. La media europea è del 5%

Circa un anno fa, per affrontare le nuove sfide post-pandemia, il Ministero della Salute ha istituito il Tavolo tecnico sulla salute mentale, coordinato da Alberto Siracusano, professore al Policlinico Universitario di Tor Vergata a Roma. «Il Tavolo– spiega Bondi – ha il compito di riorganizzare i servizi in modo da rispondere a quelle che sono le nuove esigenze dopo l’epidemia di Covid-19. Ma per farlo i servizi di salute mentale necessitano di personale. Noi curiamo con le parole o con i farmaci, e la salute mentale si basa sulla relazione terapeutica con il paziente. Se i servizi di salute mentale hanno i fondi ridotti e il personale è ridotto, ci si riduce a trattare solo ed esclusivamente le urgenze, cioè i pazienti che giungono in pronto soccorso».

Perché le più colpite sono le donne?

Nell’ambito della salute mentale la ricerca ha evidenziato che, rispetto agli uomini, le donne sono colpite in numero maggiore da ansia e depressione. Gli uomini sono più toccati da altre tipologie di disturbi, tra cui schizofrenia e disturbi del neuro sviluppo, e in maniera minore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel documento Women’s Mental Health: An Evidence Based Review, divenuto apripista sul tema, evidenzia come, a impattare, siano prima di tutto le politiche pubbliche di politica economica e i fattori socioculturali e ambientali.

Fattori culturali e genetici

Bondi, primo presidente donna nella storia della SIP, conferma: «È notorio che noi donne dovendo far coincidere più ruoli lavorativi, quello occupazionale, quello della gestione della casa e dell’accudimento dei figli siamo soggette a stress prolungato, il quale è fattore di ansia e depressione» e, tra i fattori genetici che predispongono la donna, «vi sono gli ormoni femminili che rendono il genere più vulnerabile durantela gravidanza, il post partum e il peripartum».  

Focus e fondi sul periodo perinatale

E continua: «Nel tavolo tecnico sulla salute mentale abbiamo affrontato il tema delle ripercussioni della depressione perinatale: sia per quel che concerne la donna, sia per i risvolti che può avere sul figlio. Se una madre sta male e subisce violenza mentre è in gravidanza, avrà maggior probabilità di sviluppare problemi di salute mentale, e il bambino, di conseguenza, avrà maggiori problemi di depressione e ansia, oltre che possibili ritardi nello sviluppo». Bondi conclude: «Oggi è centrale curare le donne nel periodo perinatale, offrire la necessaria prevenzione e dare tutto il sostegno possibile per permettere a tutte l’accesso alle cure», perché «in Italia abbiamo un servizio sanitario di base a cui tutti possono accedere in quanto riconosciamo il diritto alle cure nel trentaduesimo articolo della Costituzione, ma per applicarlo sono necessari fondi».

Gli ortottisti fanno la differenza. Fin dai primi giorni di vita

«Orthoptists making a difference» è il tema della Giornata internazionale dell’ortottica, che si celebra ogni primo lunedì di giugno. Con l’invecchiamento demografico e un sistema sanitario in evoluzione, il ruolo degli ortottisti diventa sempre più cruciale, in ambito della prevenzione, valutazione e riabilitazione delle disabilità visive.

In Italia, gli specialisti della visione sono meno di 3.500, un numero insufficiente rispetto alle crescenti esigenze della popolazione.

Per esempio il Giappone ha una popolazione simile alla nostra ma molto più anziana, e gli ortottisti nipponici sono 16171, cinque volte più che in Italia. Dati che fanno riflettere.

Fare prevenzione in ambito visivo non rappresenta solo un risparmio di risorse, ma anche un beneficio per tutte le età, sin dai primi giorni di vita. La valutazione ortottica, inclusa nei LEA fin dal 1996, si conferma sempre utile in una fase iniziale e in un approccio globale alla persona assistita, sottolineando l’approccio a una visione olistica e preventiva nella cura delle disabilità visive. La riabilitazione visiva è trascurata e relegata ai margini, tuttavia deve diventare parte integrante e accessibile del Servizio sanitario nazionale. Con 4,5 milioni di italiani che già rinunciano alle cure, è essenziale garantire che questi trattamenti siano disponibili per tutti. La riabilitazione visiva assume un ruolo fondamentale anche nella cura dei bambini, compresa l’area contattologica, richiedendo competenze qualificate e sicurezza nel trattamento.

Un esempio virtuoso di eccellenza è rappresentato dall’ASP di Ragusa, che con l’esperienza quarantennale del team di Ortottisti, ha dimostrato i benefici dello screening neonatale e prescolare. Grazie a queste iniziative, l’incidenza di strabismi è stata ridotta dal 33% a meno del 5%, evidenziando l’importanza di un approccio preventivo fin dai primi giorni di vita, dati che combaciano con uno studio pubblicato su International journal of pediatrics and child health.

Il DPCM del 12 gennaio 2017 sottolinea l’importanza dell’ortottica neonatale e dell’informazione ai genitori sull’importanza degli stimoli ambientali per lo sviluppo visivo del bambino. Questo impegno garantisce un futuro in cui la salute visiva di ogni individuo sia al centro dell’attenzione, migliorando la qualità della vita.

La ricerca, in particolare sullo studio dei movimenti oculari, rappresenta una nuova frontiera, specialmente nello studio dei disturbi dello spettro autistico. Studi recenti hanno dimostrato che il tracciamento oculare può essere utile per diagnosticare e valutare l’autismo in età precoce (Pub med e Journal of the American Medical Association).

Serve aumentare l’attenzione sulla salute visiva nei luoghi di lavoro, estendendo i controlli anche ad altri lavoratori, coloro che operano nei cantieri, per valutarne il campo visivo e la percezione della profondità, e nei settori nautici, per garantire la corretta percezione dei colori, ma anche i professionisti della salute, sempre più esposti all’uso di videoterminali.

La Commissione di albo nazionale degli Ortottisti della FNO TSRM e PSTRP, insieme all’Associazione tecnico scientifica degli Ortottisti italiani (AIOrAO), il 3 giugno riuniranno a Pisa gli Ortottisti di Italia. Un appuntamento che rappresenta la prima tappa di un viaggio che si protrarrà per diversi mesi, culminando con la celebrazione del 70° anniversario della professione di Ortottista.

Per l’occasione la Commissione di albo nazionale degli Ortottisti sottolinea il ruolo cruciale dell’Ortottista, chiedendo alle Istituzioni di valorizzarne l’operato, come strumento per irrobustire il SSN, e contestualmente sensibilizza la popolazione sull’importanza di rivolgersi a professionisti sanitari qualificati e regolarmente iscritti all’albo, afferenti agli Ordini TSRM e PSTRP.

Entusiasti, realisti o scettici: medici, infermieri e cittadini a confronto sulla AI

Quali potenzialità ha l’intelligenza artificiale in sanità? Quali sono i rischi e i benefici che l’AI porta con sé nell’ecosistema sanitario? Quali opportunità per i professionisti sanitari e per i pazienti? Sono domande cui ha provato a dare risposte il recente convegno dell’Osservatorio Sanità Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, Sanità Digitale, trasformare il Presente per un Futuro Sostenibile.

I dati

L’interesse per l’AI, rispetto ai dati rilevati nel 2023, segna una crescita da parte di tutto l’ecosistema sanitario.  Per una gran parte del personale sanitario l’AI potrà essere un valido supporto per le proprie attività. Secondo il 72% degli specialisti e il 70% dei MMG (campione di circa 667 medici specialisti e 436 MMG) potrà rafforzare le capacità di accuratezza e personalizzazione delle cure.

La GenAI, con attività supervisionata, può rendere più efficienti alcune attività del medico, soprattutto per la produzione di documentazione amministrativa. Il tempo liberato da queste attività potrebbe essere dedicato alla cura

Per il 55% degli specialisti e il 66% dei MMG potrà rendere più sostenibili le attività di monitoraggio di un elevato numero di pazienti cronici. Sei pazienti su dieci (62%), coinvolti nella ricerca svolta in collaborazione con Alleanza Malattie Rare, APMARR, FAND, FederASMA e Onconauti, dichiarano che, se usata con prudenza, l’AI possa portare più benefici che rischi e che possa aiutare il medico nel prendere decisioni più precise e rapide (58%).

Le preoccupazioni

Tra le preoccupazioni dei medici, invece, emerge il rischio che l’automatizzazione di alcune attività possa condurre a errori (55% degli specialisti e 59% dei medici di medicina generale) e che l’introduzione dell’AI nella pratica clinica possa diminuire il valore del giudizio clinico basato sull’esperienza professionale (53% e 56%).

Il 29% degli specialisti, il 34% degli infermieri (coinvolti nella ricerca in collaborazione con FNOPI – circa 4 mila infermieri –) e ben due terzi dei MMG ha poi utilizzato soluzioni di AI generativa per ricercare informazioni scientifiche, la crescita si attesta dal dato del 2023 che ne rilevava l’utilizzo da parte di circa il 10% dei medici.

I cittadini

Il 22% degli italiani ha utilizzato ChatGPT almeno una volta nell’ultimo anno. Il 23% di questi l’ha usato per cercare informazioni su prevenzione e stili di vita, il 19% su problemi di salute e il 15% su farmaci e terapie. Nel 40% dei casi l’utente che si è rivolto a ChatGPT in cerca di informazioni sulla salute afferma che le informazioni trovate hanno consentito di ridurre le comunicazioni con il medico.

TrendSanità era presente al convegno e ha posto alcune domande riguardo ai dati emersi dalla ricerca sul tema dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa (GenAI) da parte dei medici di medicina generale, da medici specialisti e da cittadini, a Chiara Sgarbossa, Direttrice dell’Osservatorio Digitale in Sanità della School of Management del Politecnico di Milano.

L’intervista

Chiara Sgarbossa

Come inquadrare i dati che rilevano l’aumento dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale generativa da parte dei medici, degli specialisti e dei cittadini?

«Nella prima rilevazione dell’utilizzo di AI generativa da parte di medici, specialisti e cittadini, ad inizio 2023, il fenomeno era appena decollato. Nell’ultimo anno invece – spiega Sgarbossa – vi è stato un incremento dell’utilizzo di GenAI soprattutto per ricerche su informazioni scientifiche, da parte dei medici di medicina generale e degli specialisti.  Questo fenomeno è dovuto anche all’aumento di soluzioni offerte in ambito medico».

L’intelligenza artificiale generativa (GenAI) potrebbe sopperire o cooperare con un sistema sempre più carente di medici, specialmente di medici di medicina generale?

«Una delle domande che ci si è posti riguardo alla carenza dei medici è stata proprio se la GenAI possa, in qualche modo, sostenere questa carenza. Non abbiamo ancora dati in tal senso, ma penso che la GenAI, con attività supervisionata, possa rendere più efficienti alcune attività del medico, soprattutto per la produzione di documentazione amministrativa. Il tempo liberato da queste attività potrebbe essere dedicato alla cura di un maggior numero di pazienti».

Per un utilizzo consapevole e competente dell’AI generativa, serve una rivoluzione culturale sia nei professionisti sanitari, sia nei cittadini?

«Assolutamente sì, il primo cambiamento che dovrà esserci è di tipo culturale. I cambiamenti generazionali che stanno avvenendo e quindi l’ingresso anche di medici giovani nella professione fa sì che ci sia una maggiore cultura all’innovazione e propensione al digitale. Tuttavia, essendo un cambiamento rilevante, occorre accompagnarlo con attenzione per evitare che sia i cittadini sia i medici utilizzino gli strumenti di GenAI in modo inappropriato».

La formazione alle competenze diventa essenziale per un corretto e consapevole utilizzo dell’AI generativa?

«La formazione diventa fondamentale. In questo senso, sia le aziende sanitarie, sia le Regioni possono introdurre e implementare dei percorsi formativi per tutte le professioni sanitarie, così come stanno facendo su telemedicina e fascicolo sanitario elettronico, tutti temi interconnessi, anche perché spesso il supporto decisionale sarà integrato alle soluzioni di telemedicina, così come alle cartelle cliniche elettroniche e al fascicolo sanitario elettronico: sono tutte soluzioni sinergiche e non avrebbe senso una formazione “stand alone” sull’intelligenza artificiale generativa».

Per concludere, come reputa l’approccio dei cittadini riguardo all’AI generativa?

«Le risposte dei cittadini intervistati sull’utilizzo dell’AI generativa sembrano dare fiducia – conclude la Direttrice dell’Osservatorio –. Soprattutto perché vedono un avanzamento anche nella scienza e nelle potenzialità che offre. Anche questi strumenti si diffonderanno in futuro come è già successo con l’utilizzo della robotica che sta supportando in modo importante i chirurghi o anche altre specialità mediche che fino a qualche anno fa sembravano oggetti futuristici. Ovviamente, la visione del cittadino è in un’ottica di “consumer” che cerca risposte. Ci dovrà essere attenzione affinché il cittadino non pensi che la risposta avuta dall’AI possa sostituire il parere del medico. Anche in questo caso sarà opportuna un’azione di informazione e formazione alla buona pratica dell’uso dell’AI da parte del cittadino».

Impianto di protesi biologiche e biosintetiche nel trattamento delle patologie di parete: una valutazione di HTA

Introduzione

La chirurgia di parete, nonostante sia considerata di minore importanza clinica per la sua natura benigna, ha un impatto significativo sulla qualità di vita dei pazienti. La ricerca scientifica è focalizzata sull’identificazione di una protesi ideale che sia biocompatibile, resistente e che minimizzi il rischio di aderenze e infezioni in relazione anche ai diversi campi chirurgici.

Difatti, l’introduzione dell’innesto protesico nel trattamento delle patologie di parete, specialmente nell’ernia ventrale, ha comportato notevoli benefici negli ultimi decenni [Rosen et al., 2017]. L’utilizzo di materiale eterologo ha ridotto significativamente le recidive, soprattutto rispetto alle plastiche dirette, offrendo una riparazione “tension free” dei difetti erniari. Tuttavia, l’infezione delle protesi rappresenta un rischio significativo, spesso richiedendo terapie invasive.

La protesi biosintetica sembra portare un vantaggio in termini di efficacia, sicurezza, rilevanza della tecnologia e impatto economico

All’interno di questo contesto, difatti, l’utilizzo di protesi dovrebbe aiutare nei casi in cui non sia possibile completare una chiusura parietale (fino al 19% dei pazienti sottoposti a ricostruzione di parete addominale) [Rosen et al., 2017]. Tuttavia, non sempre vi è questa possibilità e nei pazienti sottoposti a posizionamento di protesi a bridge, per impossibilità di chiusura addominale, quasi la metà di essi (il 45%), va incontro a recidiva di laparocele [Morales-Conde et al., 2022; Rognoni et al., 2018; Charleux-Muller et al., 2022]. Conseguentemente all’utilizzo di una protesi, pertanto, è necessario, sebbene non sempre possibile, poter disporre di un campo privo di contaminazioni che possano minare l’integrità delle protesi impiantate. In tali condizioni, sta emergendo con sempre maggior frequenza l’uso di protesi in materiale biologico e biosintetico con l’obiettivo di ridurre il rischio di contaminazione batterica, ma allo stesso modo di creare un efficace, duraturo e definitivo rinforzo di parete. Attualmente, non esiste un consenso univoco sul miglior trattamento delle ernie ventrali in campi contaminati ed è per tale motivo che la valutazione delle nuove tecnologie, come l’utilizzo delle protesi biosintetiche, potrebbe apportare vantaggi ai pazienti, alla struttura sanitaria, nonché all’intero Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Nasce da questo assunto la necessità di eseguire un’analisi più dettagliata e multidimensionale che abbracci l’intero percorso del paziente affetto da ernia ventrale in campo chirurgico “non pulito”, valutando il ruolo delle protesi biosintetiche rispetto a quelle biologiche, così da identificare l’approccio migliore in termini di valore per il trattamento di pazienti affetti da laparocele ventrale in campo pulito-contaminato (grado III VHWG – Ventral Hernia Working Group), con una conseguente riduzione del rischio infettivo e di complicanze post-operativo, oltre a garantire una sostenibilità economico ed organizzativa per le strutture sanitarie che erogano tale prestazione.

Il raggiungimento dell’obiettivo così declinato permetterà di rispondere alla seguente policy question: «Esiste un reale vantaggio derivante dall’introduzione di una protesi biosintetica innovativa, a dispetto di una protesi biologica considerata allo stato attuale lo standard, per il trattamento dei pazienti affetti da ernia ventrale in campo pulito/contaminato (classificati grade 3 (vhwg)/ classe 2-3 (cdc), prendendo in considerazione il punto di vista aziendale, in termini di efficienza economica e organizzativa, senza dimenticarsi però del beneficio clinico (efficacia e sicurezza) per i pazienti?».

Metodologia

Per il raggiungimento del sopra indicato obiettivo e nel tentativo di rispondere alla policy question, è stata condotta una valutazione di Health Technology Assessment, assumendo il punto di vista ospedaliero aziendale per valutare se vi fosse un beneficio clinico, economico e organizzativo nell’introduzione delle protesi biosintetiche rispetto a quelle biologiche nei pazienti con ernia ventrale in campo pulito/contaminato.

Sono stati approfonditamente esaminati i seguenti aspetti:

  1. rilevanza generale della patologia;
  2. rilevanza tecnica delle tecnologie oggetto di indagine;
  3. sicurezza;
  4. efficacia;
  5. impatto economico-finanziario;
  6. impatto sociale ed etico;
  7. impatto di equità;
  8. impatto legale
  9. impatto organizzativo.

Il tutto è stato condotto seguendo un approccio di tipo comparativo tra l’utilizzo di protesi biologiche (scenario basale) e l’utilizzo di protesi biosintetiche (scenario innovativo).

Per la disamina delle sopra indicate dimensioni di HTA sono stati utilizzati i seguenti strumenti di indagine:

  1. evidenze scientifiche per la disamina delle dimensioni di rilevanza generale, efficacia e sicurezza;
  2. approcci quantitativi, per quanto riguarda l’assessment delle dimensioni di impatto economico, impatto organizzativo ed impatto sociale;
  3. approcci qualitativi, quali metodi di generazione di consenso (per la definizione del percorso del paziente quantificato poi come al punto .2 e questionari predisposti ad hoc ai fini dell’assessment per la disamina delle dimensione di impatto etico e di impatto legale.

Risultati

Rilevanza generale della patologia

Non vi sono dati precisi sul numero di laparoceli complessi trattati, per i quali scelte tecniche “errate” possono portare a complicanze come recidive e infezioni protesiche influenzando negativamente i costi sanitari e la qualità di vita dei pazienti. Quindi, è essenziale identificare e quantificare la popolazione target per valutare l’uso delle protesi innovative come le mesh biosintetiche nei laparoceli ventrali in determinate condizioni.

Utilizzando dati nazionali si stima che in Italia vi siano circa 17.000 casi di laparoceli all’anno. Tuttavia, la mancanza di dettagli nei dati professionali italiani rende difficile comprendere quanti di questi siano considerati “complessi”. Per questo motivo abbiamo considerato gli interventi effettivamente eseguiti presso una struttura ospedaliera di medie dimensioni di Regione Campania nel corso dell’anno 2023, e stimato che l’incidenza di casi complessi con campo pulito-contaminati sia del 5%, traducendosi in una popolazione target di circa 850 pazienti che si sottopongono a tale intervento chirurgico.

Sicurezza ed efficacia

Per quanto riguarda le dimensioni di efficacia e di sicurezza è stata condotta una ricerca bibliografica avente l’obiettivo di identificare i principali indicatori comparativi di sicurezza delle due tecnologie in esame, studiando, in particolare, l’insorgenza di sieroma e di Surgical Site Infection (SSI) per quanto concerne la dimensione di sicurezza, nonché il tasso di re-intervento e di recidiva per quanto riguarda la dimensione di efficacia.

In prima istanza, si è osservata una occorrenza di sieroma pari all’8% nei pazienti trattati con protesi biologiche e pari al 9% nei pazienti trattati con protesi biosintetiche [Morales-Conde et al., 2022]. Per quanto concerne la SSI, questo evento occorre nel 24% dei pazienti trattati con protesi biologiche versus il 17% per i pazienti trattati con protesi biosintetiche [Morales-Conde et al., 2022].

La valorizzazione economica degli eventi occorsi a seguito di impianto di protesi biologica o biosintetica viene mostrato nella Tabella 1, dove è esplicitata anche la modalità di risoluzione della complicanza.

Valorizzazione evento avverso sieroma

Protesi Biologiche
(Occorrenza sieroma: 8%)

Protesi Biosintetiche
(Occorrenza sieroma: 9%)

Non sono necessari trattamenti (nel 70% dei pazienti)

€ 0

€ 0

Due controlli ambulatoriali aggiuntivi (nel 30% dei pazienti)

€ 212,22

€ 212,22

Valorizzazione media ponderata dell’evento avverso sieroma

€ 63,67

Valorizzazione media ponderata dell’evento avverso sieroma, per modalità di approccio considerando la relativa occorrenza

€ 5,09

€ 5,73

Valorizzazione evento avverso SSI

Protesi Biologiche
(Occorrenza SSI: 24%)

Protesi Biosintetiche
(Occorrenza SSI: 17%)

Quattro controlli ambulatoriali aggiuntivi + terapia antibiotica (nel 65% dei pazienti)

€ 460,32

€ 460,32

Otto controlli ambulatoriali aggiuntivi + terapia antibiotica (nel 20% dei pazienti)

€ 920,65

€ 920,65

Reintervento (nel 10% dei pazienti)

€ 15.232,70

€ 11.685,26

Dieci controlli ambulatoriali aggiuntivi + terapia antibiotica (nel 5% dei pazienti)

€ 1.150,81

€ 1.150,81

Valorizzazione media ponderata dell’evento avverso SSI

€ 2.064,15

€ 1.709,41

Valorizzazione media ponderata dell’evento avverso SSI, per modalità di approccio considerando la relativa occorrenza

€ 495,40

€ 290,60

Tabella 1. Eventi avversi correlati alla procedura

Per quanto concerne la dimensione di efficacia, le protesi biosintetiche presentano un minore tasso di recidiva a due anni (13% versus 20%), nonché una minore occorrenza di re-intervento (9% versus 12%) [Morales-Conde et al., 2022]. Così come condotto per gli aspetti di sicurezza, si è proceduto alla quantificazione delle risorse economiche assorbite, al fine di risolvere tali eventi (Tabella 2).

Recidiva a due anni

Protesi Biologiche
(Occorrenza recidiva:20%)

Protesi Biosintetiche
(Occorrenza recidiva: 13%)

Due controlli ambulatoriali aggiuntivi (nel 100% dei pazienti)

€ 212,22

€ 212,22

Valorizzazione media ponderata dell’evento avverso sieroma, per modalità di approccio considerando la relativa occorrenza

€ 42,44

€ 27,59

Re-intervento

Protesi Biologiche
(Occorrenza re-intervento: 12%)

Protesi Biosintetiche
(Occorrenza re-intervento: 9%)

Revisione chirurgica con intervento di durata maggiore (da 180 minuti a 270 minuti)

€ 15.232,70

€ 11.685,26

Valorizzazione media ponderata dell’evento avverso SSI, per modalità di approccio considerando la relativa occorrenza

€ 1.827,92

€ 1.051,67

Tabella 2. Efficacia della procedura

Impatto economico

La disamina della dimensione economica ha previsto dapprima una mappatura del percorso del paziente, individuando le macrofasi di seguito descritte.

  1. Intervento: di tipo chirurgico di plastica di laparocele, con protesi biosintetica o biologica. Sia nel caso di utilizzo di protesi biologica sia biosintetica, non si prevede alcuna differenza in termini di durata dell’intervento, strumentario, personale, ma solo in termini di diverso materiale protesico utilizzato.
  2. Degenza: dopo l’intervento il paziente rientrerà in reparto per il successivo decorso, che avrà una durata compresa fra i due e i sette giorni.
  3. Follow-up: di tipo clinico, con visita chirurgica ambulatoriale e valutazione chirurgica/infermieristica stimata a 30 minuti, ogni 6 mesi. La durata del follow up previsto per lo studio sarà di 2 anni, pertanto saranno ipotizzate 4 visite ambulatoriali, nel caso di assenza di complicanze. Da questo punto di vista, è opportuno considerare come la valorizzazione economica dei percorsi, abbia considerato
  4. anche l’occorrenza di complicanze (sieroma e SSI), nonché di eventuale re-intervento e recidive.

Sulla scorta di quanto sopra, il costo del percorso risulta essere pari a € 17.150,37 a singolo paziente trattato con protesi biologica e pari a €12.607,67 per paziente trattato con protesi biosintetica. Da questo punto di vista, l’utilizzo di protesi biosintetiche permette alla struttura sanitaria di risparmiare € 4.542,70 a singolo paziente.

Per meglio apprezzare la bontà di utilizzo standardizzato della protesi innovativa, è stata condotta una analisi di costo-efficacia, identificando il CEV (Cost-Effectiveness Value), che prevede il calcolo del rapporto tra costo sostenuto ed efficacia raggiunta. Nel caso in esame, l’efficacia è stata calcolata come il complementare della possibilità di una recidiva a due anni, ed è pari all’80% nelle protesi biologiche arrivando all’87% in quelle biosintetiche. Andando a confrontare i due CEV ottenuti si osserva come nel secondo caso il valore sia inferiore e quindi le protesi biosintetiche sfruttano meglio le risorse consumate in relazione ai risultati raggiunti.

La Tabella 3 mostra i risultati derivanti dalla valorizzazione economica dei percorsi e dall’analisi di costo-efficacia.

Macro-fasi

Protesi Biologica

Protesi Biosintetica

Intervento

€ 8.086,75

€ 4.539,31

Degenza

€ 6.372,06

€ 6.372,06

Follow-up

€ 320,70

€ 320,70

Eventi avversi

€ 2.370,85

€ 1.375,59

Totale percorso

€ 17.150,36

€ 12.607,66

Differenza (Euro)

-€ 4.542,70

Differenza (%)

-26,49%

Parametro di efficacia – Occorrenza di pazienti che non sviluppano una recidiva a 2 anni

80%

87%

CEV

21.437,97

14.491,57

Tabella 3. Valorizzazione economica del percorso e analisi di costo-efficacia

In ultima istanza, per valutare la sostenibilità economica correlata all’introduzione e all’utilizzo consolidato della protesi innovativa all’interno della pratica clinica, è stata condotta un’analisi di impatto sul budget, assumendo il punto di vista aziendale e considerando la popolazione target pari a 850 individui che si sono sottoposti a riparazione di parete addominale in campo pulito-contaminato/contaminato con posizionamento di protesi a livello nazionale.

Partendo dallo scenario attuale, in cui la protesi biosintetica viene usata solo nel 30% della casistica si immaginano una serie di scenari intermedi per poi arrivare allo scenario ideale con un utilizzo del 100% della protesi biosintetica. Questa ipotesi permetterebbe un risparmio del 20% rispetto alla situazione attuale, pari a 2,7 milioni di euro (Tabella 4).

Scenari

Protesi Biologica

Protesi Biosintetica

Costo scenario

Differenza [€]

Δ

AS IS

70%

30%

€13.419.426,87

TO BE 1

50%

50%

€12.647.166,78

-772.260,09

-5,75%

TO BE 2

30%

70%

€11.874.906,68

-1.544.520,18

-11,51%

TO BE 2

0%

100%

€10.716.516,54

-2.702.910,32

-20,14%

Tabella 4. Analisi di impatto sul budget

Impatto organizzativo e sociale

La mappatura del percorso di gestione del paziente trattato con protesi biologica o biosintetica ha rilevato un numero differente di accessi presso il centro clinico, in riferimento alla gestione di eventuali complicanze e/o di recidive e re-interventi, per un totale di 5,6 accessi per paziente trattato con protesi biologica e 5,1 accessi per paziente trattato con protesi biosintetica.

Tale differenza che, come sopra illustrato, ha generato un impatto economico a favore della nuova tecnologia potrebbe prevedere un vantaggio anche da un punto di vista organizzativo, in termini di riduzione di slot ambulatoriali necessari e di durata della degenza, nonché da un punto di vista sociale, in termini di riduzione della mancata produttività in capo al paziente, ai fini del soddisfacimento del suo bisogno di salute.

Da un punto di vista esclusivamente organizzativo, considerando gli 850 pazienti che potrebbero essere sottoposti a tale intervento chirurgico, è evidente come il beneficio organizzativo aumenti al crescere del tasso di utilizzo della protesi biosintetica, con la possibilità di liberazione di slot ambulatoriali pari al 6%.

Scenari

Protesi Biologica

Protesi Biosintetica

TOT

Differenza

Delta

AS IS

70%

30%

4,621,54

TO BE 1

50%

50%

4,542,83

-78,71

-1,7%

TO BE 2

30%

70%

4,464,12

-157,42

-3,4%

TO BE 3

0%

100%

4,346,05

-275,49

-6,0%

Tabella 5. Analisi di impatto organizzativo

Da un punto di vista sociale, oltre alla valorizzazione economica della mancata produttività del paziente sulla base degli accessi ambulatoriali necessari (ogni controllo viene ipotizzato di durata pari a due ore, comprendendo sia il viaggio A/R dall’ospedale a casa, i tempi di attesa e la visita effettiva), si è considerata anche la durata della degenza ospedaliera (tenendo in debito conto non solo l’intervento principale, ma anche il re-intervento e l’eventuale ricovero per SSI), per un totale di giornate di ospedalizzazione pari a 34,32 per paziente trattato con protesi biologica e pari a 33,21 per paziente trattato con protesi biosintetica.

Sulla scorta di tali dati di input, si riscontra un vantaggio di natura sociale a favore della protesi biosintetica, quantificabile in una riduzione di circa 88 euro, in termini di costi direttamente sostenuti dal paziente (Tabella 6). Difatti, il vantaggio delle protesi biosintetiche sembra esplicarsi, anche se con uno scostamento esiguo rispetto al risultato relativo alle protesi biologiche, in termini di numero di accessi, mancata produttività, numero di interventi e giorni di riposo.

Il minor rischio di infezione di ferita, e in generale di complicanze post-operatorie legate al posizionamento di una rete biosintetica, sembrano infatti dare un vantaggio nei re-accessi in ospedale, riducendo così la necessità del paziente di presentarsi in ospedale per controlli e medicazioni, come anche riducono il rischio di reintervento, impattano positivamente con una produttività da parte del soggetto, e ne riducono la necessità di giorni di riposo, facendo sì che i pazienti si riprendano più rapidamente e che ritornino più velocemente alle loro attività quotidiane e lavorative.

Protesi Biologica

Protesi Biosintetica

Mancata produttività per la degenza

1.838,57 €

1.779,11 €

Viaggio A/R per degenza

43,00 €

43,00 €

Mancata produttività per i controlli

104,55 €

95,87 €

Viaggio A/R per controlli

239,77 €

219,86 €

Totale mancata produttività

2.225,89 €

2.137,83 €

Scostamento [€]

-88,05 €

Scostamento [%]

-4%

Tabella 6. Definizione della mancata produttività

Impatto sull’equità e impatto legale

La valutazione della dimensione di equità e di impatto legale è stata condotta somministrando un questionario a un pool di esperti (N=5), di riferimento per il territorio investigato dagli impatti economici, con lo scopo comprendere, in ottica comparativa, la percezione di tali professionisti in riferimento alle due tecnologie oggetto di indagine, fornendo un punteggio variabile da un minimo di -3 (impatto fortemente negativo) a un massimo di + 3 (impatto fortemente positivo).

Da un punto di vista di equità, si evince una difficoltà di accesso per le protesi biosintetiche rispetto alle biologiche (valore medio: 0,3 versus 1) che potrebbe avere un impatto sulle liste di attesa. Degno di nota è però considerare come le protesi biosintetiche potrebbero migliore l’accessibilità alle cure, grazie a una ottimizzazione del percorso, per una migliore gestione degli eventi avversi e delle complicanze chirurgiche.

Per quanto riguarda gli aspetti di natura legale dal risultato del questionario qualitativo sulla dimensione specifica le due tecnologie vengono percepite sostanzialmente sovrapponibili (valore medio: 0,4 versus 0,3).

Conclusione

La valutazione ha permesso di rispondere alla “policy question” formulata, concludendo che l’impiego della tecnologia innovativa oggetto di studio, quindi la protesi biosintetica, abbia un ruolo migliorativo nei pazienti che vengono sottoposti a intervento chirurgico di laparocele in campo pulito-contaminato, rispetto all’utilizzo di protesi biologica (tecnologia basale). Questa considerazione viene ampiamente dimostrata anche dalla fase conclusiva dell’attività, costituita dall’analisi decisionale a criteri multipli, così da simulare la fase di appraisal della tecnologia.

In linea generale, si riscontra come la tecnologia innovativa abbia ottenuto un punteggio maggiore rispetto al comparator (0,73 versus 0,57).

Dimensioni

Peso Finale Normalizzato

Protesi biologica

Protesi biosintetica

Punteggio Normalizzato macrodimensioni

Punteggio Normalizzato macrodimensioni

Punteggio standardizzato dimensioni

Punteggio Finale

Punteggio standardizzato dimensioni

Punteggio Finale

Rilevanza generale della patologia

0,15

0,53

0,08

0,53

0,08

Rilevanza tecnica delle tecnologie

0,1

0,58

0,06

0,75

0,08

Sicurezza

0,19

0,67

0,12

0,88

0,16

Efficacia

0,17

0,54

0,09

0,75

0,13

Impatto economico e finanziario

0,12

0,53

0,07

0,86

0,11

Equità di accesso

0,1

0,75

0,07

0,58

0,06

Impatto sociale ed etico

0,08

0,39

0,03

0,53

0,04

Impatto legale

0,03

0,5

0,02

0,58

0,02

Impatto organizzativo

0,06

0,58

0,03

1

0,06

TOTALE

0,57

 

0,73

Tabella 7. Analisi decisionale a criteri multipli

Difatti, analizzando la Tabella 7, la protesi biosintetica sembra portare un vantaggio in termini di efficacia, sicurezza, rilevanza della tecnologia e di impatto economico, se comparata alla protesi biologica. Quanto emerso è probabilmente legato al ridotto tasso di recidive di laparocele e di infezione protesica che si riscontrano con le protesi biosintetiche (vantaggi emersi nelle dimensioni di rilevanza tecnica della tecnologia, sicurezza ed efficacia), unitamente a un costo della tecnologia innovativa minore rispetto a quello della protesi biologica, ancora molto elevato (dimensione economica).

Per quanto concerne, invece, equità di accesso, impatto sociale ed etico, legale e organizzativo, non vengono riportate nelle percezioni degli operatori delle differenze significative tra le due tecnologie. Nonostante non sia emerso dalla presente valutazione, un elemento eventualmente oggetto di futuri approfondimenti potrebbe essere legato alla tipologia di materiale utilizzato (es. derma porcino) all’interno delle protesi biosintetiche, in quei pazienti i cui credo religiosi possano portare a prevedere specifiche restrizioni all’impiego di taluni animali. L’impatto organizzativo della nuova tecnologia, inoltre, può essere migliore avendo minor tasso di complicanze postoperatorie e, di conseguenza, comportare un minor tasso di re-accessi ambulatoriali ed eventuali re-ricoveri.

Complessivamente si può concludere affermando come la tecnologia innovativa (protesi biosintetiche) sembri generare, oltre a un minor impatto economico della tecnologia stessa, un vantaggio in termini soprattutto di complicanze postoperatorie e recidive. Tuttavia, tale studio presenta delle limitazioni legate alla scarsità di dati in letteratura relativamente alle protesi biosintetiche, soprattutto, in quanto tecnologia recente e con una sostanziale scarsezza di dati veramente conclusivi in termini di follow up ed esiti a lungo termine.

Bibliografia

Sclerosi multipla, AISM: In Italia emergenza continua

Un’emergenza sociale e sanitaria continua. Questa è la sclerosi multipla (SM) in Italia, una grave malattia neurologica che colpisce oltre 140mila persone nel nostro Paese, con 3.600 nuove diagnosi all’anno: 6 nuovi casi ogni 100.000 persone, 12 in Sardegna. Questa mattina, in occasione della Giornata mondiale dedicata alla malattia, è stato presentato, presso la Sala della Regina della Camera dei deputati, il Barometro della sclerosi multipla e patologie correlate 2024. Elaborato annualmente da AISM (Associazione italiana sclerosi multipla), il Barometro offre una fotografia aggiornata della patologia e il quadro che ne viene fuori rivela una situazione critica e la necessità di interventi immediati.

La prevalenza della sclerosi multipla è intorno ai 227 casi per 100.000 abitanti nell’Italia continentale, con eccezione della Sardegna (stima di circa 420 casi per 100.000 abitanti). Si tratta soprattutto di donne, tre ogni uomo, diagnosticate in genere in età giovanile, tra i 20 e i 40 anni. AISM stima in circa 2.000 in Italia le persone con NMOSD – disturbi dello spettro della Neuromielite Ottica e della variante Mogad, patologie rare molto simili alla sclerosi multipla che vengono seguite negli stessi Centri clinici.

Le forme di sclerosi multipla

La SM nell’85% dei casi esordisce nella forma a ricadute e remissioni, con aggravamenti periodici seguiti da periodi in cui le persone stanno meglio. Dopo un certo numero di anni il recupero dalle ricadute è sempre meno completo, e il peggioramento diventa progressivo con accumulo di disabilità (forma secondariamente progressiva). Esistono farmaci efficaci che rallentano questo processo, ritardando l’insorgere di disabilità grave. Il 10-15% delle diagnosi riguarda invece la forma più grave, già progressiva all’esordio (primaria progressiva) e per la quale non esistono ancora cure efficaci.

L’impatto economico e sociale della SM

In Italia, il costo sociale di SM e NMOSD ammonta a circa 6,5 miliardi di euro l’anno. Il costo medio annuo per persona è di 45.800 e lo Stato si fa carico direttamente, attraverso servizi sanitari e sociali pubblici, di poco meno della metà (22.200 euro pari al 48%). Le famiglie si sobbarcano il 12% mentre il restante 40% è a carico della collettività, legato soprattutto alla perdita di produttività di pazienti e caregiver che smettono di lavorare, e quindi di generare ricchezza, a causa della patologia. I costi sociali aumentano all’aumentare della disabilità: dai 34.600 a persona per una disabilità lieve fino ad arrivare a 62.400 per una disabilità grave ma la quota sostenuta dallo Stato rimane invariata. A sostenere i costi aggiuntivi per la disabilità più severa sono infatti il sistema economico del Paese e le famiglie, che arrivano a spendere di tasca loro circa 14.000 euro annui nei casi gravi, in gran parte per assistenza a domicilio.

La sfida dei centri SM in Italia: tra eccellenza e criticità

Il Barometro 2024 presenta i dati dell’indagine realizzata quest’anno su 180 dei 237 Centri Clinici per la SM presenti in Italia e quelli raccolti nel 2023 su circa 1.500 persone con SM, insieme a quelli di fonte istituzionale. I Centri SM sono il punto di riferimento per oltre il 90% delle persone, il 70% delle quali riceve i farmaci modificanti il decorso, che riducono le ricadute e rallentano la progressione. Due terzi di loro riceve una terapia che può fare a casa, e riferisce che questa autonomia migliora la sua qualità di vita. Al restante 35% viene somministra la terapia al Centro clinico, e molti tra questi pazienti apprezzano la possibilità di confrontarsi con i clinici o con altri pazienti.

I bisogni insoddisfatti

SM e NMOSD generano però bisogni complessi, cui i servizi devono rispondere in modo tempestivo e coordinato. I problemi emergono soprattutto nei ritardi per accedere a risonanze magnetiche (36,2%) e visite di controllo (24,7%), e rimangono più spesso insoddisfatti i bisogni che richiedono servizi integrati: riabilitazione (46,9%), trattamento psicologico (45,2%), cure farmacologiche sintomatiche (39,3%) e assistenza domiciliare (19,6%) che le persone hanno indicato di non aver ricevuto, o di aver ricevuto in quantità insufficiente rispetto al bisogno.

La crisi del personale che investe tutto il Servizio sanitario nazionale non risparmia i servizi per la SM, secondo i dati 2024 ogni neurologo dedicato segue 558 pazienti e un infermiere 477, valori molto superiori a quelli indicati da Agenas (1 neurologo ogni 300/400 pazienti). La telemedicina, sebbene abbia potenziato la risposta a distanza, non è ancora pienamente integrata nel sistema sanitario, e anche l’implementazione delle cure digitali si scontra con la mancanza di personale.

I PDTA per la Sclerosi Multipla

La diffusione dei Pdta (Percorsi diagnostico terapeutici e assistenziali) per la SM, non solo a livello regionale (14 approvati in Italia più 4 in discussione) ma anche a livello territoriale (passano dal 25% del 2022 al 36,5% i Centri che ne hanno uno) segnala che il sistema delle cure, e i Centri SM in particolare, sono aperti a soluzioni innovative, che offrano cure integrate e centrate sulla persona e razionalizzino i loro percorsi di cura. Rimangono però ostacoli organizzativi, di nuovo la carenza di personale è il principale (indicato dall’80% circa dei Centri), ma anche la debolezza dei servizi territoriali e sociali (60% circa) e le complicazioni amministrative alla gestione e condivisione dei dati clinici (57%), rallentano la piena realizzazione dei PDTA.

La partecipazione delle persone con SM nelle decisioni che le riguardano non è ancora piena e si ferma al 30% la quota che riferisce di essere molto coinvolto nei processi decisionali relativi alla propria assistenza sanitaria e ai servizi sociali. Promuovere un maggiore coinvolgimento è fondamentale per garantire che le loro esigenze siano adeguatamente soddisfatte.

Anche l’accesso a politiche e benefici economici che richiedono valutazione della disabilità rimane per molti problematico: il 60% di chi vi si è sottoposto ritiene che la commissione conoscesse poco la SM, quasi il 70% che non ne considerasse i sintomi invisibili.

Il ruolo cruciale dei caregiver

Il Barometro sottolinea l’importanza fondamentale dei caregiver nel supporto quotidiano alle persone con SM. Soprattutto le persone con disabilità moderata (47,2%) e grave (78,6%) hanno bisogno di aiuto e assistenza in casa, ma oltre il 20% non riesce a riceverlo. Tra chi lo riceve, il 39,7% ha un caregiver familiare, e più in generale il 55% può contare solo sulle proprie risorse, e al tempo dedicato dal caregiver aggiunge quello di personale a pagamento, mentre si ferma al 17,1% la quota di chi riceve aiuto solo dai servizi pubblici.

Progetto di vita: accessibilità, discriminazione, scuola e lavoro

SM e NMOSD generano un rischio importante di esclusione e di discriminazione, che oltre il 75% indica di subire nella vita quotidiana. Il mondo del lavoro (35%) è indicato come il contesto in cui più spesso si realizza la discriminazione, ma anche la burocrazia e quindi il rapporto con i servizi pubblici (34,9%) e i servizi finanziari (20,7%) sono menzionati da quote elevate.

Chi riceve la diagnosi durante il percorso di istruzione riporta impatti importanti, il 30% di chi era all’università ha perso anni, e il 18% ha lasciato gli studi. Lo svantaggio quindi si accumula nel tempo, e spesso le persone arrivano già vulnerabili nel mondo del lavoro. Tra chi oggi non lavora, quasi il 60% ha smesso di farlo a causa della SM, e oltre la metà di questi (34%) indica che il contesto di lavoro non si adattava alle sue necessità.

L’accessibilità soprattutto degli spazi e dei trasporti pubblici rimane un problema molto frequente, e riguarda non solo il 95% di chi ha disabilità moderata o grave, ma anche il 45% delle persone con disabilità lieve. È uno dei segnali che nella società SM e NMOSD non sono conosciute: oltre il 90% ritiene che la popolazione generale la conosca poco o per nulla, e quote molto simili si esprimono in questo senso a proposito dei giornalisti, del personale di uffici pubblici e privati, e il 51% anche di quelli sanitari non specializzati. Lo confermano d’altra parte gli italiani stessi, secondo l’indagine Doxa 2023 il 64% ritiene di sapere cos’è la SM, ma rimangono diffuse convinzioni scorrette: il 62% ritiene erroneamente che tutte abbiano disabilità grave e il 41% è convinto che non possano lavorare.