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HIV/AIDS: i dati ISS segnalano ancora un boom delle diagnosi tardive. “Prevenzione al palo e offerta del test i veri nodi” denuncia la LILA

Scarsa informazione, errata percezione del rischio, paura dello stigma da HIV: è questa, ai nostri giorni, la vera epidemia italiana in rapporto all’HIV/AIDS, un vulnus sanitario, sociale e culturale insieme, che fa esplodere le diagnosi tardive e ritarda la possibilità di contrastare al meglio la diffusione del virus.

Nel complesso, nel nostro Paese, la situazione epidemiologica si allinea a quella dei paesi più avanzati ma con criticità emergenti e in deciso peggioramento. Al netto dei ritardi di notifica, le segnalazioni sono state 1.880 ma il dato più preoccupante è rappresentato dal numero elevatissimo di persone che vengono a conoscenza del proprio stato sierologico con grave ritardo, un frutto della mancanza d’informazione, del perpetuarsi di percezioni legate a inesistenti categorie a rischio, del fallimento storico delle politiche pubbliche di prevenzione in questo paese.

Le diagnosi tardive

Nel complesso quasi il 60% di chi ha saputo di aver contratto l’HIV nel 2022 erano in un condizione clinica già molto compromessa o addirittura in AIDS, non a caso il motivo principale per cui le persone hanno eseguito un test è stata la comparsa di sintomi, se non di patologie AIDS correlate. Si tratta di un dato inaccettabile alla luce dei vantaggi offerti dalle attuali terapie antiretrovirali (ART), in grado, se assunte tempestivamente, di preservare al meglio la vita e la salute delle persone con HIV e di rendere il virus non trasmissibile per via sessuale.
È il quadro che emerge dai dati 2022 sulle nuove diagnosi da HIV in Italia, elaborati dal Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di
Sanità.

È il motivo per cui è stata lanciata la campagna “U=U , impossibile sbagliare” affinché le persone possano conoscere gli enormi vantaggi delle terapie ART per la propria salute e per le prospettive di vita. U=U aiuta anche combattere lo stigma che grava sulle persone con HIV. Lo stigma è, infatti, uno dei motivi per cui si è portati a rimuovere il problema e a non fare il test. I dati del COA indicano un aumento delle diagnosi tardive per tutte le modalità di trasmissione ma i con profili di rischio più alti nella popolazione eterosessuale, soprattutto maschile.

In particolare, nel 2022 hanno ricevuto diagnosi tardive i 2/3 degli eterosessuali maschi (circa il 66%), italiani e stranieri, e quasi il 60% delle donne eterosessuali. Per gli MSM (uomini che fanno sesso con altri uomini) la percentuale è del 50%. La probabilità di diagnosi tardive cresce, inoltre, con il crescere dell’età, rappresentando tra i maschi il 69,3% nella fascia 50-59 anni e il 79,2% negli ultrasessantenni; in sostanza sopra i sessant’anni, tra gli uomini, soprattutto eterosessuali, otto diagnosi su dieci sono diagnosi tardive. Numeri alti anche tra le donne: tra i 50 e i 59 anni, il 67% circa ha ricevuto una diagnosi tardiva, sopra i 60 anni si arriva al 73%. Sotto i 25 anni le diagnosi tardive invece sono circa un terzo del totale.

L’Italia fa registrare, inoltre, sui late presenter una delle peggiori performance rispetto alle media europea, che è sempre piuttosto alta ma al 51%. I fattori associati al fenomeno sono costanti, informa il COA: l’età più elevata, l’avere acquisito l’infezione per via eterosessuale nei maschi, la nazionalità straniera, tutti gruppi di popolazione che, evidentemente non percepiscono il rischio e non si percepiscono a rischio. Anche il COA sollecita: “Appare urgente – si legge nel bollettino – individuare nuove modalità per proporre il test HIV a persone che non percepiscono di essersi esposte al rischio HIV e agevolare al massimo l’accesso delle persone straniere ai servizi di testing”.

Perché si fa il test – nuove proposte di screening

Più del 40% delle persone che hanno eseguito il test, lo hanno fatto in seguito alla comparsa di sintomi o sospette patologie correlate all’AIDS e solo il 24% perché consapevole di aver avuto rapporti non protetti. Al terzo posto, con quasi il 9%, prende consistenza, tuttavia, la percentuale di chi, per fare il test, coglie l’occasione offerta da campagne informative o di screening, sul modello di quelle offerte da LILA e altre associazioni.

Nuove diagnosi e incidenza

La curva delle infezioni ha imboccato, da oltre un decennio, un deciso rallentamento per tutte le modalità di trasmissione; siamo così passati dalle 4mila del 2012 alle 1880 del 2022 che, con i ritardi di notifica si stima arriveranno a circa 2mila. Si tratta di un trend, dunque, dimezzato ma che, negli ultimi due anni sembra aver interrotto il suo andamento al ribasso, pur restando sotto i livelli del 2019.

Tolto l’anno del COVID, il 2020, quando si registrò, per ovvi motivi, il minimo storico di nuove infezioni (1303), i valori del 2022 sono in lieve ripresa rispetto ai 1770 del 2021. Di conseguenza, dopo un decennio in continua discesa, anche l’incidenza, (rapporto tra casi segnalati e popolazione) mostra un rialzo, attestandosi a 3,2 nuove diagnosi su 100mila residenti (era di 3 ogni 100mila nel 2021).

Rispetto all’incidenza, l’Italia resta comunque ben sotto la media europea, pari al 5,1% per l’Europa occidentale, al 4,5% per quella centrale e addirittura al 30,7% per quella orientale, tra le aree del mondo tuttora più colpite dal virus. Su base regionale, le incidenze più alte si registrano nel Lazio (4,8), in Toscana (4,0), in Campania e Abruzzo (3,9), in Emilia-Romagna (3,8). In Puglia con il 3,4, si registrano 130 nuove diagnosi, 43 in più dello scorso anno, arrivando ad un totale di 1.519 persone che oggi vivono con l’HIV; mentre per quanto riguarda i casi di AIDS segnalati nel 2022, sono 15, per un totale di 898.

Classi d’età

Un altro aspetto che sta subendo mutamenti rilevanti riguarda la dinamica dell’infezione nelle varie classi d’età: le segnalazioni diminuiscono o restano stabili in tutte le fasce, sia in numeri assoluti, sia in percentuale, ad eccezione però di quella degli over 50 che, percentualmente, è in crescente aumento.

Le nuove diagnosi che riguardano i grandi adulti e gli anziani passano dal 17,2% del 2012 al 31,2% del 2022 arrivando a rappresentare un terzo del totale. Nello stesso intervallo, la fascia d’età 25-39 anni passa dal 48% al 36% (incidenza 6,5 per 100mila) mentre la fascia con l’incidenza più alta diventa quella tra i 30 e i 39 anni (7,3 nuovi casi per 100.000).

Modalità di trasmissione

L’84% delle diagnosi è legato alla trasmissione sessuale, da anni ormai decisamente preponderante rispetto al 4,3% dovuto allo scambio di siringhe tra chi consuma droghe per via iniettiva (IDU). Le diagnosi dovute a rapporti eterosessuali non protetti rappresentano il 43% del totale, quelle dovute a rapporti sessuali non protetti tra MSM, uomini che fanno sesso con altri uomini, sono quasi il 41%.
Tra gli eterosessuali che hanno ricevuto una nuova diagnosi i maschi sono circa il 25% , le donne circa il 17,9%.

Persone straniere, il caso delle donne

Il numero di nuove diagnosi da HIV in persone straniere è in diminuzione dal 2016 al 2020 con un lieve aumento negli ultimi due anni post-COVID 19. Segnala il COA significative differenze tra questo target e quello italiano. Ne citiamo una per tutte: in questo gruppo di popolazione le nuove diagnosi riguardano per il 31,6% le donne eterosessuali, un percentuale più alta di quella delle donne italiane. Questo dato rafforza la necessità di porre particolare attenzione alle donne straniere il cui accesso ai servizi di screening e a quelli per la salute sessuale e riproduttiva è ostacolato da molteplici barriere culturali, familiari e amministrative.

HIV pediatrico

L’attenzione al target delle donne straniere si collega strettamente anche a quella dell’HIV nei bambini. I casi in età pediatrica osservati nel 2022 sono sette, di cui uno dovuto a trasfusione effettuata in Albania e sei a trasmissione verticale dalla madre al/alla neonatə. Gran parte delle mamme di questə bambinə proviene dall’Africa centrale. Nel ribadire la necessità di porre grande attenzione alle donne rifugiate e immigrate, si evidenzia comunque un grande successo dei protocolli adottati dal nostro Paese per prevenire la nascita di bambini con HIV.

Continuità di cura

Nel report di quest’anno è stato inserito anche un monitoraggio sulla continuità delle cure in collaborazione con Spallanzani ed esponenti di ONG, tra cui la LILA. Parametro di riferimento sono gli obiettivi ONU per la sconfitta dell’AIDS entro il decennio.

Il target per il 2025 prevede che il 95% delle persone con HIV sia reso consapevole del proprio stato sierologico, che il 95% riceva le terapie ART e che il 95% delle persone con HIV in trattamento raggiunga la soppressione virologica. Rispetto a tutta la popolazione con HIV, inoltre, le persone in soppressione virale (SV) devono raggiungere, sempre secondo l’ONU, l’86%.

Posto che dal 2012 al 2021, il numero stimato di persone con HIV in Italia è aumentato da 127.000 a 142.000, (più 12%), il monitoraggio mostra come, in nove anni, la percentuale di persone diagnosticate sia arrivata al 94%. Più consistente il numero delle persone che, consapevoli del loro stato sierologico, sono in ART: dal 75% del 2012 sono passate al 94% nel 2021. Coloro che, una volta in trattamento, hanno raggiunto la Soppressione Virologica (SV) sono passati dall’86 al 93%.

L’Italia ha vissuto, dunque, grandi progressi ed è in corsa per centrale il target 95- 95-95. Resta più critico, tuttavia, il raggiungimento del target rispetto a tutta la popolazione con HIV. In questo caso la percentuale di persone in SV raggiunge l’82% rispetto all’86% indicato. Si tratta, secondo le stime, di circa 25mila persone che non sono ancora U=U (erano 55mila nel 2012), in parte perché inconsapevoli o perché non aderenti alle terapie.

Questi gruppi di popolazione vanno raggiunti quanto prima con interventi ad hoc per evitare che si ammalino e che inconsapevolmente possano trasmettere il virus ai/alle partner. Tra le popolazione-chiave che mostrano un’aderenza più scarsa, ci sono i consumatori di droghe per via iniettiva (IDU), tra i quali si raggiunge solo il 75% di soppressione virologica. “Le terapie long-acting potrebbero risultare una soluzione vincente per questo gruppo di persone – spiega la presidente della LILA Giuseppina Giupponi – le principali popolazioni chiave da raggiungere sono, come abbiamo visto, proprio quelle di chi non si percepisce a rischio, di chi teme di avvicinarsi al test e ai servizi, di chi non riesce, da solo o da sola a sostenere la situazione. Il ruolo del terzo settore è decisivo per vincere questa sfida, per questo va adeguatamente sostenuto”.

Assistenza protesica, causa allo Stato per 130 milioni di euro

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Non esistevano gli smartphone, lo scudetto l’aveva appena vinto il Milan di Zaccheroni, Putin diveniva presidente per la prima volta, nasceva a Seattle il movimento no-global e Anna Oxa vinceva il Festival di Sanremo con la canzone Senza Pietà. Era il 1999 e un caffè al bar costava circa 900 lire (46 centesimi di euro).

Il Ministro della Salute era Rosy Bindi e firmava il Decreto Ministeriale 332: “Regolamento recante norme per le prestazioni di assistenza protesica erogabili nell’ambito del Servizio sanitario nazionale: modalità di erogazione e tariffe”.

Protesi d’arto, calzature ortopediche, carrozzine, pannoloni e molti altri ausili indispensabili per aiutare pazienti e portatori di disabilità a vivere una vita migliore, o a prevenire ulteriori complicazioni o patologie, trovavano una classificazione e venivano individuate le prestazioni fornite direttamente e le relative tariffe di rimborso.

I ritardi

In questi 25 anni molto è cambiato, un caffè costa almeno il 118% in più e la tecnologia ha fatto progressi impensabili in tutti i settori. Anche in quello dell’assistenza protesica. L’articolo 11 del DM 332 stabiliva in modo perentorio: “Il nomenclatore è aggiornato periodicamente, con riferimento al periodo di validità del Piano sanitario nazionale e, comunque, con cadenza massima triennale, con la contestuale revisione della nomenclatura dei dispositivi erogabili”. Ma in 25 anni, nell’alternarsi di governi e ministri di tutti i colori, c’è stato un solo aggiornamento.

I pazienti

Per chi aveva bisogno di quei supporti è diventato sempre più difficile rifornirsi, bilanciare l’evoluzione tecnologica con l’aumento dei costi non rimborsati, districarsi tra il vecchio nomenclatore e le diverse applicazioni che ne facevano ASL e Regioni.  

I fornitori

Le aziende ortopediche, quelle più piccole, quelle che realizzano presidi su misura o che operano sul territorio con un rapporto molto stretto con pazienti e portatori di disabilità hanno provato a resistere. Molte hanno dovuto chiudere, molte rischiano di farlo in questi mesi. Hanno provato a non far mancare le forniture in erogazione diretta senza costi per il cittadino, a non far gravare gli aumenti sugli altri ausili riducendo sempre di più i margini tra i costi dei materiali, quelli dei fornitori, l’aumento del costo del lavoro e l’inflazione.

Nel 2017 finalmente sono stati approvati i nuovi LEA, ma le tariffe della protesica sono ancora una volta rimaste ferme. Così, quando nel 2023 è finalmente arrivato l’aggiornamento (DM 23.06.23) e le aziende hanno scoperto che le nuove tariffe sarebbero entrate in vigore solo il primo aprile 2024, e che non era previsto nessun meccanismo per gli anni di mancato adeguamento, hanno detto basta e hanno fatto ricorso al TAR e causa allo Stato per 130 milioni di euro.

Una nuova difficile matassa da sbrogliare per il Governo, che si va ad aggiungere al già complicatissimo intreccio del payback dispositivi medici.

TrendSanità ne ha parlato con alcuni esperti.

Gli avvocati

“Dispiace dopo tutti questi anni di attesa e di rimpalli di responsabilità trovarci a dover discutere davanti alla Giustizia Amministrativa della legittimità del DM tariffe come del suo presupposto, ovvero dei nuovi LEA – spiega l’avvocato Eleonora Zazza (Studio Legale Zazza & Magliaro Associati) –. La prossima settimana presso il TAR del Lazio verrà infatti discussa la domanda cautelare avanzata con il ricorso presentato dall’associazione di categoria e dalle aziende ortopediche per l’annullamento del DM tariffe e degli atti presupposti. Parallelamente al ricorso, oltre 70 imprese del settore da noi assistite hanno diffidato le amministrazioni competenti a corrispondere il risarcimento dei danni patiti per il mancato adeguamento delle tariffe. La somma complessivamente della richiesta si aggira sui 130 milioni di euro. È necessario che, indipendentemente dalle procedure legali, il Ministro convochi la categoria e affronti la questione ripartendo da un dialogo costruttivo e da alcune indispensabili modifiche. C’è poco tempo e il DM così com’è non può entrare in vigore o si rischia una paralisi del settore e un grave danno ai cittadini più fragili”.

Gli operatori

Marco Lainieri, past president nazionale e referente Lazio della FIOTO (Federazione italiana degli operatori in tecniche ortopediche) spiega così il disagio della categoria: “Ci sentiamo presi in giro. Diciamo che siamo nel 2024 ma siamo costretti a fornire un cellulare del 2010 ad un prezzo del 1999. Centinaia di piccole aziende e migliaia di lavoratori sono in grave difficoltà. Lo Stato è inadempiente da anni ma ogni giorno chiede alle aziende di garantire l’erogazione diretta delle prestazioni protesiche a beneficio degli assistiti e della cittadinanza. E parliamo di persone in situazioni delicate: di chi ha subito amputazioni, di chi ha alterazioni cerebropatiche, malattie dismetaboliche, tetraplegia. In questa situazione, e con i nuovi LEA che nascono già vecchi, c’è lo spettro di molte criticità e scelte errate, che negheranno la fornitura di presidi indispensabili e rigetteranno nel caos prescrittori, assistiti, Asl, stazioni appaltanti e fornitori.

Lo Stato è inadempiente da anni ma ogni giorno chiede alle aziende di garantire l’erogazione diretta delle prestazioni protesiche a beneficio degli assistiti e della cittadinanza

Da mesi chiediamo alle Istituzioni di provvedere a uniformare le prestazioni LEA nelle diverse Regioni superando classificazioni e regolamenti difformi, rivedere le tariffe, rivedere gli elenchi delle prestazioni erogabili, accreditare la filiera degli erogatori di prestazioni ortoprotesiche, determinare una metodica di lavoro e aggiornamento permanente dei LEA e delle tariffe e di semplificare i processi di erogazione e controlli. Qui non parliamo di dare a tutti un ginocchio bionico che ha costi molto elevati, ma di articolarne, secondo principi di appropriatezza definiti su evidenza scientifica e buon senso, i criteri di erogabilità ai cittadini aventi diritto, affinché i principi di universalità e uguaglianza diventino una realtà uniforme sul territorio. Tante piccole attenzioni che fanno la differenza e possono migliorare la qualità della vita a chi necessita di ausili e protesi ortopediche per l’autonomia e la terapia quotidiana. Un esempio sono le calzature ortopediche di serie con intersuola in carbonio o con fodere ceramiche per chi ha particolari sofferenze, tutte cose assenti nei nuovi LEA e che, se nel passato potevano essere in qualche modo fornite utilizzando un articolo di riconduzione funzionale, domani, con le nuove regole, il paziente dovrà pagare di tasca sua”.

I portatori di disabilità

E anche per chi apprezza l’aggiornamento dei nuovi LEA i problemi sembrano non essere finiti e il 1999 sembra tornare sempre a galla. “Con i nuovi LEA, se possibile, siamo riusciti a peggiorare le cose – spiega Alessandro Bardini, membro dell’Associazione Luca Coscioni e avvocato impegnato per i diritti delle persone con disabilità –. L’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza dopo molti anni è positivo ma è stato consapevolmente ignorato il tema dell’appropriatezza delle modalità con cui gli ausili vengono forniti dal SSN alle persone con disabilità.

Fornire attraverso gare anche i dispositivi per un singolo portatore di disabilità significa escludere dalla scelta tanto la persona a cui sono destinati quanto il medico che l’ha in cura

Le procedure previste ora sono diventate molto più complicate e molti ausili dovranno essere acquistati direttamente dalle ASL tramite appalti. Purtroppo, in questa procedura sono stati compresi anche quei tipi di ausili che sono sì di produzione industriale ma che, per essere utilizzati efficacemente, devono essere individuati e allestiti ad personam. Si sa che una gara pubblica comunque gestita serve per acquistare tanti prodotti tutti uguali: ma fornire attraverso gare anche quei dispositivi che necessitano di essere scelti in base alle esigenze di un singolo portatore di disabilità significa escludere dalla scelta tanto la persona a cui sono destinati quanto il medico che l’ha in cura e che deve prescrivere l’ausilio più adatto per il suo progetto di riabilitazione.

E siccome non è accettabile, né possibile, acquistare a gara prodotti destinati a bisogni molto complessi, che devono essere individuati e allestiti ad personam, in molte Regioni le gare non vengono portate avanti e le persone con le disabilità più gravi possono ottenere soltanto i dispositivi contenuti nel vecchio elenco, alle tariffe del 1999. Sono pertanto private della possibilità di ottenere i nuovi ausili, pur inseriti nei nuovi LEA. Su questo abbiamo già fatto ricorso al TAR che ci ha dato ragione e ha condannato il Ministero della Salute ad intervenire e garantire un percorso di erogazione appropriato di ausili e protesi”.

I diabetici

Addirittura, per i pazienti diabetici il 1999 torna anche a farsi rimpiangere se viene paragonato a quello che prevedono i nuovi LEA. Scrive Emilio Augusto Benini, Presidente Nazionale FAND Associazione italiana diabetici, in una lettera indirizzata al Ministro della Salute, Orazio Schillaci: “Il ‘piede diabetico’ colpisce il 5% delle persone con diabete (almeno 300mila), pesa per il 25% sulle risorse totali per la cura del diabete e per il 4% causa ricoveri per diabete. La qualità di vita del paziente con ulcera del piede risulta gravemente compromessa per i lunghi tempi di guarigione e, purtroppo, nonostante l’Italia sia all’avanguardia nel trattamento, ogni anno sono sottoposti ad amputazione 7mila pazienti.

È fondamentale prevenire con i presidi dedicati, cioè con calzature di serie tecniche di prevenzione, la cui prescrizione dal marzo 2017 è esclusa dai LEA e delegata dal SSN alle Regioni con notevoli difficoltà di applicazione. Auspichiamo che la persona con diabete, che già vive la difficoltà quotidiana di una cronicità diffusa in vari distretti del corpo, possa sentirsi cittadino di serie A in tutto il Paese”.

Fondazione The Bridge: prioritaria l’adozione di Pdta per l’Hiv

“La Giornata Mondiale contro l’Aids ci permette ogni anno di celebrare i successi ottenuti nel contrasto all’infezione, ma è urgente una riflessione più ampia e propositiva. Con Fondazione The Bridge stiamo lavorando attraverso il coinvolgimento di stakeholder di diversa provenienza, sia a livello nazionale con il progetto Coalition Hiv e con la rete che approfondisce le comorbidità oncologiche tra le persone che vivono con Hiv, sia internazionale, nell’ambito dell’iniziativa europea Hiv Outcomes, per trovare soluzioni condivise che tengano conto dell’attuale evoluzione del contesto scientifico e sociale”. Così Rosaria Iardino, Presidente della Fondazione The Bridge, in occasione della Giornata Mondiale contro l’Aids che si celebra il 1° dicembre di ogni anno.

Iardino è intervenuta alla Camera dei Deputati nel corso della conferenza stampa sull’iniziativa “Montecitorio illuminato di rosso”, promossa dall’On. Mauro D’Attis, presentatore e relatore della Proposta di Legge sul contrasto all’Hiv, l’Aids, l’Hpv e le malattie a trasmissione sessuale.

“In particolare – ha precisato Iardino – nel nostro Paese è prioritaria l’adozione dei Pdta, i Percorsi diagnostici terapeutici assistenziali, in Hiv, strumenti di gestione e programmazione clinico-organizzativa che definiscono la sequenza di azioni clinico-assistenziali rivolte ai pazienti. Oggi i Pdta sono utilizzati in modo disomogeneo a livello regionale, con una frammentazione del servizio che ricade sull’accesso alle cure del paziente. L’obiettivo, allora, è quello di individuare un modello unitario a livello nazionale, da presentare in Conferenza Stato Regioni, che funga da ausilio per l’elaborazione dei Pdta regionali e per la loro implementazione sui territori”.

“Oggi, a preoccupare molto – ha aggiunto la Presidente di Fondazione The Bridge – è l’incremento delle diagnosi tardive nel 2022. È quindi importante non perdere di vista il ruolo fondamentale di una sempre maggiore diffusione dei test. Quasi il 50% delle nuove diagnosi avviene dopo la manifestazione di sintomi o patologie correlate all’Hiv e il fatto che questa percentuale sia in aumento rispetto agli anni precedenti indica la necessità di intensificare gli sforzi di sensibilizzazione e screening, mirati non solo a far emergere il sommerso ma anche a ridurre il numero di ‘late presenters’”.

Per Iardino “abbiamo bisogno di un confronto costruttivo tra tutti i soggetti interessati, decisori, società scientifiche, associazioni di pazienti e aziende, che operano in questo ambito. Come Fondazione The Bridge confermiamo il nostro impegno per mantenere alta l’attenzione su aspetti che hanno implicazioni complesse nella nostra società, come ad esempio lo stigma, che continua a condizionare in modo sostanziale la vita delle persone con Hiv. Da una nostra recente ricerca, su un campione di 915 dipendenti di 32 ospedali in città medie, grandi e metropoli di 10 Regioni italiane, è emerso un forte fabbisogno formativo da parte degli operatori sanitari ospedalieri, sia rispetto al grado di conoscenza dei temi connessi all’Hiv, sia allo stigma” ha concluso.

Fondazione Onda: Bollino Rosa per 367 ospedali nel nostro Paese

Fondazione Onda ha assegnato i Bollini Rosa per il biennio 2024-2025 agli ospedali che offrono servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie che riguardano l’universo femminile, ma anche quelle che riguardano trasversalmente uomini e donne in ottica di genere.

Rispetto al biennio precedente gli ospedali premiati sono aumentati, passando da 354 a 367. Oltre a una crescita numerica, assistiamo a un miglioramento qualitativo dei servizi erogati: gli ospedali che hanno ottenuto il massimo riconoscimento, tre Bollini, sono infatti passati da 107 dello scorso Bando a 126 di questa edizione. 188 strutture hanno conseguito due Bollini e 53 un Bollino. La premiazione è avvenuta in una cerimonia svoltasi presso il Ministero della Salute.

“L’undicesima edizione dei Bollini Rosa, che ha il patrocinio di 31 enti e società scientifiche, rinnova il nostro impegno nella promozione di un approccio gender-oriented all’interno delle strutture ospedaliere, riconoscendo l’importanza di servizi e percorsi a misura di donna, in tutte le aree specialistiche, che si distinguano per la qualità e l’appropriatezza delle prestazioni erogate”, afferma Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda.

Gli ospedali premiati con il Bollino Rosa vengono valutati alla luce dei percorsi inerenti sia alle specialità con maggior impatto epidemiologico nell’ambito della salute femminile, sia a quelle che trattano patologie che normalmente colpiscono entrambi i generi, ma con un approccio personalizzato. Vengono inoltre tenute in considerazione l’accoglienza e l’accompagnamento alle donne e i servizi offerti per la gestione di vittime di violenza.

La condivisione delle best practice

“I 367 ospedali premiati – continua la presidente – costituiscono una rete di scambio di esperienze e di prassi virtuose, un canale di divulgazione scientifica per promuovere l’aggiornamento dei medici e degli operatori sanitari. Allo stesso tempo gli ospedali con il Bollino Rosa rappresentano per la popolazione, l’opportunità di poter scegliere il luogo di cura più idoneo alle proprie necessità, nonché di fruire di servizi gratuiti in occasione di giornate dedicate a specifiche patologie, con l’obbiettivo di sensibilizzare e avvicinare a diagnosi e cure appropriate”.

La valutazione delle strutture ospedaliere e l’assegnazione dei Bollini Rosa è avvenuta tramite un questionario di candidatura composto da circa 500 domande, ciascuna con un valore prestabilito, suddivise in 15 aree specialistiche più una sezione dedicata ai servizi generali per l’accoglienza delle donne e una alla gestione dei casi di violenza sulle donne e sugli operatori sanitari. Un apposito Advisory Board, presieduto da Walter Ricciardi, professore di Igiene pubblica, Università del Sacro Cuore di Roma, ha validato i Bollini conseguiti dagli ospedali (zero, uno, due o tre) a seguito del calcolo del punteggio totale ottenuto nella candidatura, tenendo in considerazione anche gli elementi qualitativi di particolare rilevanza non valutati tramite il questionario (servizi e percorsi speciali, iniziative e progetti particolari ecc..).

Tre i criteri di valutazione tenuti in considerazione, la presenza di specialità cliniche che trattano problematiche di salute tipicamente femminili e trasversali ai due generi che necessitano di percorsi differenziati, tipologia e appropriatezza dei percorsi diagnostico-terapeutici e servizi clinico-assistenziali in ottica multidisciplinare gender-oriented, l’offerta di servizi relativi all’accoglienza delle utenti alla degenza della donna a supporto dei percorsi diagnostico-terapeutici (volontari, mediazione culturale e assistenza sociale) e infine il livello di preparazione dell’ospedale per la gestione di vittime di violenza fisica e verbale.

Durante la cerimonia di premiazione è stato inoltre assegnato un riconoscimento speciale a 34 Referenti Bollino Rosa che si sono distinti negli anni per l’impegno e l’entusiasmo a sostegno delle iniziative di Fondazione Onda.

Sul sito www.bollinirosa.it è possibile consultare le schede degli ospedali premiati, suddivisi per regione, con l’elenco dei servizi valutati.

Verso una medicina moderna

“Una prestazione sanitaria di livello elevato, un’alta competenza specialistica coniugata all’attenzione al paziente e al suo benessere complessivo declinata in ottica di genere, con un particolare riguardo alla gestione dei casi di violenza verso le donne e gli operatori sanitari. È questa la filosofia con cui l’Advisory Board ha assegnato anche questo anno i Bollini Rosa promossi da Fondazione Onda – spiega Walter Ricciardi – Sono un segno concreto dell’attenzione che medicina, sanità e assistenza rivolgono alle donne cercando di praticare una medicina moderna, consapevole della complessità che la specificità di genere richiede. Mi auguro che siano sempre più gli ospedali candidati a bollini come questo”»”.

“Le farmacie lavorano attivamente per diffondere la cultura della medicina di genere, promuovendo screening di prevenzione mirati, ad esempio delle malattie cardiovascolari, i cui sintomi si manifestano in maniera molto diversa nelle donne rispetto agli uomini. In farmacia lavoriamo ogni giorno per informare in maniera chiara e corretta le donne affinché possano prendersi cura della propria salute”, dice Marco Cossolo, Presidente Federfarma nazionale.

“Quello della salute è da sempre un settore presidiato da Aon. Le aziende hanno un ruolo chiave nella salvaguardia della salute dei propri dipendenti e, a tendere, del proprio nucleo famigliare e ciò a cui stiamo assistendo è un crescente senso di responsabilità sia nella promozione del benessere psico-fisico delle persone, che nella sensibilizzazione alla prevenzione. Siamo estremamente orgogliosi di sostenere da diversi anni l’iniziativa Bollini Rosa della Fondazione Onda – dichiara Luca Franzi de Luca, vice presidente esecutivo di Aon S.p.A. – Questa iniziativa affronta un tema centrale come la parità di genere, riconoscendo le specificità dei due universi, femminile e maschile, e promuovendo diagnosi più accurate e percorsi di cura mirati da parte delle strutture ospedaliere. La Fondazione Onda ha dato un importante contributo allo sviluppo della medicina di genere e continuerà a farlo”.

Il valore del farmaco nella sanità digitale

La valorizzazione del farmaco nella sanità digitale rappresenta un’opportunità importante per il Servizio Sanitario Nazionale (SSN): attraverso l’analisi e la gestione avanzata dei dati e delle informazioni, la sanità digitale offre una prospettiva innovativa per migliorare l’accesso equo alle cure e garantire la sostenibilità del sistema.
Il farmacista ospedaliero, come esperto nell’ottimizzazione e nel monitoraggio delle terapie, può beneficiare delle potenzialità della sanità digitale nell’analisi approfondita dei dati relativi ai farmaci e all’aderenza dei pazienti, per contribuire all’efficienza del sistema sia in fase di acquisizione del farmaco sia in fase di somministrazione e monitoraggio.
In collaborazione con il direttore sanitario, la sanità digitale offre strumenti avanzati per la gestione efficiente delle risorse, ottimizzando i costi e garantendo una distribuzione equa delle terapie. Questa sinergia tra dati digitali e competenze professionali contribuisce a costruire un sistema sanitario più resiliente e orientato al paziente, promuovendo un accesso equo alle cure e una sostenibilità a lungo termine.


Ne parliamo con:

  • Vito Ladisa
    Direttore Farmacia Ospedaliera, Istituto Nazionale dei Tumori, Milano
  • Lorenzo Sommella
    Direttore Sanitario, Policlinico Universitario Campus Bio-medico, Roma

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Pnrr: luci e ombre sulla rimodulazione della Missione Salute secondo Gimbe

Il 7 agosto 2023 l’Italia ha inviato alla Commissione Europea la Proposta per la revisione del Pnrr che, relativamente alla Missione Salute, chiedeva di eliminare 414 Case di Comunità, 76 Centrali Operative Territoriali, 77 ospedali di Comunità e 22 interventi di anti-sismica.

Il documento conteneva inoltre la richiesta di differimento delle scadenze per tre target/milestone: Centrali Operative Territoriali (+6 mesi), persone assistite attraverso la telemedicina (+12 mesi), ammodernamento parco tecnologico e digitale ospedaliero (+12 mesi). “La maggior parte delle modifiche – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione Gimbe – è stata motivata dall’aumento dei costi dell’investimento o dei tempi di attuazione, oltre che di ritardi nelle forniture e difficoltà legate all’approvvigionamento delle materie prime”.

Il 24 novembre 2023 la Commissione Europea ha approvato la proposta dove sono riportati i nuovi target quantitativi e le nuove scadenze, senza alcun riferimento a quelli della proposta iniziale.

“Nell’ambito delle attività del nostro Osservatorio sul Servizio Sanitario Nazionale – spiega Cartabellotta – abbiamo effettuato un’analisi comparativa tra la proposta originale e il documento approvato al fine di fornire un quadro oggettivo sulle modifiche apportate agli operatori del settore, informare i cittadini ed evitare strumentalizzazioni politiche”. La tabella 1 e la tabella 2 riportano, rispettivamente, le modifiche quantitative e i differimenti temporali delle scadenze.

Dove si riduce?

“Le modifiche approvate – spiega Cartabellotta – confermano le richieste di espungere varie strutture, ma i criteri e la distribuzione regionale al momento non son noti. Tuttavia, se ad essere espunte saranno le strutture da realizzare ex novo, saranno prevalentemente le Regioni del Centro-Sud ad essere penalizzate”. In dettaglio dovranno essere realizzate:

  • Case della Comunità: 1.038, rispetto alle 1.350 iniziali (-312)
  • Centrali Operative Territoriali: 480, rispetto alle 600 iniziali (-120)
  • Ospedali di Comunità: 307, rispetto ai 381 iniziali (-74)

Secondo quanto riportato nel piano di rimodulazione, gli investimenti espunti dovrebbero essere finanziati con le risorse del programma di investimenti in edilizia sanitaria e ammodernamento tecnologico (ex art. 20 L. 67/1988) non spese dalle Regioni.

“Tuttavia è bene sottolineare – precisa il presidente – che il documento approvato dalla Commissione Europea menziona tali fondi solo per compensare gli investimenti relativi all’antisismica“. In particolare, è stata aggiunta la misura M6C2-10 bis che prevede l’erogazione di almeno il 90% dei 250 milioni di euro per progetti finalizzati alla ristrutturazione e modernizzazione degli ospedali correlati agli Accordi di Programma di cui all’art. 20 della L. 67/88.

È previsto un incremento del target quantitativo, sia del numero di persone over 65 da prendere in carico in assistenza domiciliare (da almeno 800 mila a 842 mila), sia del numero di pazienti assistiti in telemedicina (da almeno 200 mila a 300 mila). “Un impegno – commenta il presidente – indubbiamente condivisibile, in linea con le necessità di potenziare ulteriormente l’Adi e, soprattutto, di espandere l’utilizzo della telemedicina. La cui vera implementazione è tuttavia condizionata dall’inserimento delle varie prestazioni nei livelli essenziali di assistenza, che oggi includono solo la tele-neuroriabilitazione”.

La rimodulazione prevede anche il differimento temporale del target relativo all’attivazione delle Centrali Operative Territoriali dal 30 giugno 2024 al 31 dicembre 2024 (+6 mesi).

Calano i posti letto in terapia intensiva

Le modifiche approvate confermano la riduzione del numero di interventi di antisismica negli ospedali e prevedono una riduzione dei posti letto di terapia intensiva e semi-intensiva. In dettaglio sono previsti:

  • Interventi di antisismica: 84, rispetto ai 109 iniziali (-25)
  • Posti letto di terapia intensiva: 2.692, rispetto ai 3.500 iniziali (-808)
  • Posti letto di terapia semi-intensiva: 3.230, rispetto ai 4.225 iniziali (-995)

“La rimodulazione al ribasso del numero di posti letto in terapia intensiva e sub-intensiva – commenta il Presidente – di ben 1.803 unità (ovvero 1 su 4) risulta poco comprensibile per almeno tre ragioni. Innanzitutto, non era prevista nella proposta di rimodulazione del 27 luglio 2023; in secondo luogo, riguarda un progetto già finanziato con i fondi del decreto rilancio; infine, il potenziamento di queste strutture rappresenta una misura chiave del nuovo piano pandemico”.

Considerato che trattavasi di un “progetto in essere”, già finanziato con le risorse del decreto rilancio (DL 34/2020), dal documento approvato dalla Commissione Europea non risulta in alcun modo se i posti letto “svaniti” verranno comunque realizzati.

Relativamente alla componente 2, la rimodulazione prevede anche il differimento temporale del target relativo all’installazione delle grandi apparecchiature dal 31 dicembre 2024 al 30 giugno 2026 (+18 mesi).

“L’aumento dei costi di realizzazione di opere preventivate in era pre-pandemica e antecedenti alla crisi energetica – conclude Cartabellotta – hanno reso inevitabile espungere un numero consistente di Case e Ospedali di Comunità e Centrali Operative Territoriali. Considerato che la distribuzione regionale delle opere da edificare non è omogenea, è indispensabile trovare un meccanismo di perequazione per evitare di lasciare indietro le Regioni meridionali nel processo di potenziamento e riorganizzazione dell’assistenza territoriale, visto che tra gli obiettivi trasversali del Pnrr vi è proprio la riduzione delle diseguaglianze regionali. Il rifinanziamento di queste strutture – come ripetutamente dichiarato dalle Istituzioni – con i fondi dell’ex. art. 20, oltre ad essere già stato ritenuto non applicabile dalle Regioni, non trova traccia nel documento approvato dalla Commissione Europea. Sicuramente positivo l’aumento degli over 65 assistiti in Adi e in telemedicina. Sull’incomprensibile taglio ai posti letto di terapia intensiva e sub-intensiva sarebbe opportuno che le Istituzioni fornissero chiarimenti”.

PSOlink: analisi dei percorsi locali di presa in carico e gestione del paziente affetto da psoriasi

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La psoriasi è una patologia infiammatoria della pelle ad andamento cronico e recidivante, con una prevalenza nazionale tra l’1,8% e il 4,8%. La sintomatologia, la presenza di altre condizioni e l’alta visibilità della malattia determinano un significativo impatto psicosociale che altera la qualità di vita dei pazienti e condiziona negativamente attività quotidiane, produttività, opportunità lavorative e relazioni personali.

Il progetto PSOlink è nato con l’obiettivo di analizzare i percorsi locali di presa in carico e gestione del paziente affetto da psoriasi e individuare i gap da colmare, le priorità di intervento e le best practices esportabili, al fine di ottimizzare l’integrazione ospedale-territorio e garantire ai pazienti un più equo e rapido accesso alle cure.

Svolto nel periodo compreso tra settembre 2022 e luglio 2023, il progetto ha coinvolto i professionisti della gestione del paziente con psoriasi afferenti a cinque aree sanitarie regionali italiane: ASU Friuli Centrale, ASL Roma 2, ASL1 della Regione Abruzzo, ASP3 Catania e area della provincia di Messina.

Il progetto PSOlink ha permesso di far emergere i reali need nelle realtà ospedaliere e territoriali italiane, con soluzione condivisa da adottare rivolta all’implementazione dei percorsi di presa in carico e gestione che prevedano, come elementi fondamentali, la cogestione tra ospedale e territorio, la multidisciplinarità e la digitalizzazione dei processi, con telemedicina e utilizzo del Fascicolo Sanitario Elettronico per la condivisione dei dati.

Il presente ebook ripercorre il progetto e ne illustra, in sintesi, i risultati.

Tumore al polmone: come cambia l’epidemiologia in Italia

Tumore al polmone: la mortalità femminile registrata negli ultimi 30 anni è in calo. Questa riduzione di mortalità è “in ritardo” di 35 anni rispetto al calo che ha interessato già prima gli uomini. Cosa significa? E quali iniziative in termini di politiche sanitarie e di comunicazione della prevenzione sarebbero opportune?

Ne parliamo con il Dottor Lauro Bucchi, epidemiologo del Registro Tumori dell’Emilia-Romagna e il Professor Annibale Biggeri, ordinario di Statistica Medica del dipartimento di Scienze Cardio-Toraco-Vascolari e Sanità pubblica dell’Università di Padova, tra gli autori dello studio “Epidemiologic transition of lung cancer mortality in Italy by sex, province of residence and birth cohort”, recentemente pubblicato sulla rivista International Journal of Cancer.

Valutazione HTA dell’impianto di protesi transfemorale per osteointegrazione rispetto alle protesi modulari tradizionali

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Introduzione

La DSA (Direct Skeletal Attachment) si configura come una tecnica innovativa, a partire dagli anni ’60-’70, utilizzabile in pazienti che subiscono un’amputazione e necessitano di una connessione sicura e confortevole tra l’arto residuo e quello protesizzato. Ad oggi si registra un volume di operazioni pari a 150 pazienti, mediante utilizzo di tale tecnica, in Svezia, Germania, Paesi Bassi e Australia e i pazienti descrivono il vivere con una protesi osteointegrata come un cambiamento rivoluzionario, non solo in termini di miglioramenti funzionali oggettivamente confermati, ma anche in relazione alla qualità della vita e agli aspetti estetici [Kapp et al., 2000].

L’impianto mediante protesi transfemorale è un’alternativa innovativa rispetto al trattamento con protesi esoscheletriche

L’impianto mediante protesi transfemorale si configura come un’alternativa innovativa rispetto al trattamento con protesi esoscheletriche, caratterizzate da un’invasatura e quindi da una struttura portante rigida [Kapp et al., 2000].

Considerando tale alternativa tecnologica, l’obiettivo del presente contributo consiste nella definizione dei potenziali vantaggi correlati all’introduzione in pratica clinica della tecnica DSA, in comparazione con le protesi modulari tradizionali.

Nello specifico si vuole comprendere l’impatto in termini di efficienza economica e organizzativa, nonché i benefici clinici (valutando gli aspetti di efficacia e sicurezza) per i pazienti, adottando il punto di vista di una ASST lombarda, anche in relazione alla possibilità di introdurre una tariffa di rimborso tramite Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Metodologia

Per il raggiungimento dell’obiettivo è stata condotta una valutazione di Health Technology Assessment (HTA) procedendo alla disamina delle 9 dimensioni previste dal Core Model di EUnetHTA [EUnetHTA, 2016], in logica comparativa tra scenario AS IS (utilizzo di protesi modulari tradizionali) e scenario TO BE (protesi transfemorali per osteointegrazione):

  1. rilevanza generale della patologia
  2. rilevanza tecnica
  3. sicurezza
  4. efficacia
  5. impatto economico-finanziario
  6. impatto organizzativo
  7. aspetti etici e sociali
  8. impatto di equità
  9. impatto legale

Ai fini della valutazione, è stata dapprima individuata e analizzata la letteratura di riferimento, utilizzando come banche dati Scopus e Pubmed, ricorrendo a strumenti di validazione delle evidenze scientifiche da un punto di vista qualitativo, mediante l’utilizzo della scala CASP, così da comprendere i parametri di efficacia e di sicurezza delle due tecnologie oggetto di valutazione.

Inoltre, ai fini dell’analisi, sono stati utilizzati strumenti quantitativi utili per popolare le nove dimensioni oggetto di indagine:

  1. analisi di processo per valorizzare economicamente il percorso del paziente nei due scenari di riferimento
  2. Budget Impact Analysis (BIA), assumendo un orizzonte temporale di 12 mesi, così da comprendere la sostenibilità finanziaria dell’adozione della nuova tecnologia
  3. quantificazione dell’impatto sociale, procedendo con la definizione del costo di mancata produttività in capo al paziente e all’eventuale caregiver.

A livello qualitativo, si è proceduto mediante la definizione di un questionario, somministrato a professionisti afferenti all’ASST di riferimento (3 fisioterapisti, 1 specialista di medicina fisica e riabilitazione e 2 chirurghi vascolari), al fine di validare i profili di efficacia e di sicurezza reperiti dalle evidenze scientifiche, nonché per comprendere le percezioni in riferimento a impatto sociale ed etico, accessibilità alle cure, impatto legale e impatto organizzativo, utilizzando una scala di valutazione Likert variabile da un minimo di -3 (impatto fortemente negativo) a un massimo di + 3 (impatto fortemente positivo).

A conclusione della fase di assessment delle dimensioni, è stata simulata la fase di appraisal della tecnologia, implementando un’analisi decisionale a criteri multipli (MCDA), così da comprendere l’alternativa tecnologica connotata da un più alto valore aggiunto [Thokala et al., 2016].

Risultati

Risultati derivanti da letteratura

Per un’adeguata analisi di letteratura è stato, in primo luogo, strutturato il PICO d’indagine (Tabella 1), e in seguito è stata condotta una ricerca su Scopus e PubMed utilizzando la seguente stringa di ricerca: (DSA OR direct skeletal attachment) AND (osseointegrated OR osseointegration OR bone anchored OR transfemoral) AND prosthesis.

P = PopulationPazienti con amputazione transfemorale
I = InterventionImpianto di protesi transfemorale per osteointegrazione
C = ComparatorImpianto di protesi modulari tradizionali
O = OutcomeEfficacia e sicurezza per i pazienti (es. n. complicazioni, n. reinterventi, necessità di prolungare la riabilitazione)

Tabella 1. Il PICO di indagine

Grazie alla ricerca bibliografica, sono stati identificati 122 paper, dei quali 8 paper sono stati considerati per popolare le dimensioni dell’HTA [Thesleff et al., 2018; Pitkin, 2013; Tomaszewski et al., 2012; Frossard et al., 2019; Al Muderis et al., 2016; Frossard, et al., 2018; Kunutsor et al., 2018; Berg et al., 2021].

Per quanto riguarda il parametro di sicurezza, il beneficio principale risulta legato al design dell’impianto per osteointegrazione e alla durata dell’integrità dell’interfaccia di connessione tra i tessuti umani [Pitkin, 2013]. La complicanza più frequente è rappresentata dalle infezioni dei tessuti molli, seguita dalla rottura della componente ossea in prossimità dell’innesto della protesi.

Da un punto di vista di efficacia, la letteratura conferma una miglior distribuzione delle sollecitazioni ossee durante la normale deambulazione a seguito di intervento con tecnica DSA, in quanto, eliminando il riassorbimento osseo presente intorno agli annessi, il rischio di rottura ossea dopo l’esecuzione risulta inferiore [Tomaszewski et al., 2012]. Attualmente l’aumento maggiore di BMD (Bone Mineral Density) è stato registrato in prossimità degli impianti innovativi con valori pari al 28%, rispetto al 18%, in caso di soluzioni tradizionali [Frossard, et al., 2018].

Risultati della valutazione economico-finanziaria

Per una corretta valorizzazione economica del percorso del paziente, sono stati delineati due differenti scenari:

  1. utilizzo di protesi tradizionale, che non richiede, salvo complicazioni, ulteriori interventi chirurgici;
  2. utilizzo di protesi osteointegrata, per la quale solitamente vengono richiesti due interventi chirurgici.

Si è proceduto alla definizione delle macro-fasi che compongono il percorso del paziente, identificando otto macro-fasi di riferimento previste in entrambi gli scenari oggetto di analisi: analisi pre-chirurgica, pre-ricovero, primo intervento chirurgico, prima visita di controllo, pre-ricovero, secondo intervento chirurgico, seconda visita di controllo, riabilitazione.

La differenza tra lo scenario tradizionale e lo scenario innovativo è dettata e guidata dalle risorse coinvolte

La differenza tra lo scenario tradizionale e lo scenario innovativo è dettata e guidata dalle risorse coinvolte; l’identificazione delle attività di cui si compone il percorso di presa in carico e la conseguente valorizzazione economica hanno consentito di determinare il costo totale unitario del percorso, come si evince dalla Tabella 2.

Step di processoScenario TO BE – Utilizzo di protesi osteointegrataScenario AS IS – Utilizzo di protesi tradizionale
1Analisi pre – chirurgica (rx + analisi del moncone)115,90 €8.611,40 €*
2Pre – ricovero337,60 €
3Primo intervento chirurgico (impianto chiodo e posizionamento tappo di chiusura)28.643,80 €
4Prima visita di controllo152,63 €
5Cura della stomia167,20 €648,20 €
6Pre-ricovero337,60 €
7Secondo intervento chirurgico (impianto chiodo e posizionamento tappo di chiusura)3.163,80 €.
8Seconda visita di controllo152,63 €461,00 €
9Riabilitazione2.691,60 €6.187,40 €
TOTALE COSTI35.762,76 €15.908,00 €

Tabella 2. Valorizzazione economica dei percorsi

 * comprensivo del costo della protesi

Infine, l’analisi di impatto sul budget (BIA), con un orizzonte temporale di 12 mesi e al fine di comprendere l’impatto finanziario incrementale o decrementale delle protesi innovative rispetto alle protesi tradizionali, è stata condotta considerando come popolazione target i pazienti afferenti presso l’ASST, e in particolare consultando i dati reperiti dal Controllo di Gestione, relativi all’anno 2022, è stato considerato un bacino di soggetti a episodio di ricovero per amputazione di arto inferiore pari a 4 pazienti. La distribuzione di questi 4 pazienti sulla base del tasso di utilizzo delle due tipologie di protesi è rappresentata all’interno della Tabella 3.

Scenari di riferimentoProtesi modulari tradizionaliProtesi con tecnica DSA
Scenario tradizionale (AS IS)100% (4 pazienti)0%
Scenario innovativo (TO BE)75% (3 pazienti)25% (1 paziente)

Tabella 3. Scenari di riferimento per l’analisi di impatto sul budget

In linea generale, l’introduzione delle protesi per osteointegrazione porterebbe a un incremento generale dei costi pari al 23,78%, considerando il punto di vista aziendale (Tabella 4).

ScenarioCosto unitarioN° pazientiCosto totale pazientiCosto totale scenario
Scenario tradizionale (AS IS)€ 15.9084€ 63.632€ 63.632
Scenario innovativo (TO BE)€ 35.762,751€ 35.762,75€ 83.486,75
€ 15.9083€ 47.724
Delta scenario TO BE rispetto allo scenario AS IS+ 23,78 %

Tabella 4. Risultati dell’analisi di impatto sul budget

Dimensioni qualitative: le percezioni dei professionisti

La Tabella 5 mostra le percezioni degli esperti coinvolti, in riferimento alle dimensioni di sicurezza, efficacia, equità, impatto sociale ed etico, impatto legale e impatto organizzativo.

Dimensioni qualitativeProtesi tradizionaliProtesi per osteointegrazione
Sicurezza0,261,1
Efficacia0,022,16
Equità1,06-0,82
Impatto sociale ed etico0,341,48
Impatto legale0,760,87
Impatto organizzativo di breve periodo (12 mesi)0,591,31
Impatto organizzativo di lungo periodo (36 mesi)0,501,09

Tabella 5. Percezioni dei professionisti coinvolti: -3 (impatto molto negativo), +3 (impatto molto positivo)

In riferimento agli impatti clinici di sicurezza e di efficacia, i professionisti coinvolti hanno espresso una preferenza della protesi innovativa rispetto a quella tradizionale.

Da un lato, per quanto concerne il profilo di sicurezza, la media per le protesi tradizionali è pari a 0,26, mentre è pari a 1,10 per le protesi innovative: ciò testimonia che quest’ultima tecnologia ha un impatto molto rilevante sugli eventi avversi, considerando differenti livelli di entità, e sugli aspetti di sicurezza legati all’ambiente, ai professionisti sanitari e ai caregiver.

Per gli impatti clinici di sicurezza e di efficacia, i professionisti coinvolti hanno espresso una preferenza verso la protesi innovativa rispetto a quella tradizionale

Gli aspetti di sicurezza risultano invece invariati, comparando tecnologia standard e tecnologia innovativa, per quanto concerne il punto di vista del paziente. Sicuramente, gli esperti dichiarano come la protesi innovativa sia maggiormente tollerata da parte del paziente, a giustificazione del fatto che vi è minor possibilità di rigetto della protesi e una qualità di vita migliore che consente al paziente di poter utilizzare la protesi per molte più ore senza subire alterazioni a contatto con acqua o con la pelle.

Considerando il profilo di efficacia, i professionisti coinvolti rilevano una superiorità delle protesi innovative rispetto alle protesi tradizionali, in riferimento alle prestazioni raggiunte dal paziente, a seguito di impianto, in particolare considerando normali attività come camminare, correre, avere una stabilità migliore in termini di equilibrio nonché a livello posturale e di percorso riabilitativo post-intervento.

Da un punto di vista di accessibilità alle cure, quindi focalizzando l’attenzione sulla dimensione di equità, è possibile affermare che le due tecnologie non divergono significativamente (tecnologia tradizionale: -0,82 versus tecnologia innovativa: 1,06). Il dispositivo innovativo non dimostra un impatto significativo sull’accessibilità e sul numero di nuovi potenziali utilizzatori. Questo aspetto, dal punto di vista aziendale, non risulta essere un fattore rilevante poiché l’obiettivo risulta essere il miglioramento della qualità di vita del paziente nonché una minore occorrenza di eventi avversi.

Differentemente all’impatto sull’equità, per l’impatto sul bisogno sanitario e sugli aspetti di natura etica, le due tecnologie presentano punteggi medi nettamente differenti.

Per l’impatto sul bisogno sanitario e sugli aspetti di natura etica, le due tecnologie presentano punteggi medi nettamente differenti

Nel dettaglio, risulta importante sottolineare la capacità delle protesi per osteointegrazione di agire sull’abbattimento dei costi sociali (0,29 per le protesi osteointegrate vs -0,29 per le protesi tradizionali), intesi come i costi direttamente sostenuti dal paziente e dalla famiglia del paziente stesso per la gestione della patologia, giacché le protesi per osteointegrazione sono in grado di ridurre i giorni di cura antibiotica post operazione, senza particolare ricorso a infusione per endovena.

Inoltre, la protesi innovativa dimostra un miglioramento sulla qualità di vita dei soggetti coinvolti (pazienti, caregiver e familiari) grazie all’attuazione di una procedura più snella che prevede una riduzione dei giorni di degenza, una minore possibilità di rigetto della protesi e una riabilitazione più veloce del soggetto coinvolto.

Prendendo in considerazione invece la dimensione organizzativa, emerge come la tecnologia innovativa presenti un punteggio medio pari a +1,31, rispetto alla prassi clinica attuale che è caratterizzata da un punteggio medio pari a +0,59. Si riscontrano, fin dal breve periodo, dei miglioramenti in riferimento all’impatto della tecnologia sulla riduzione del numero di processi post-impianto e sul miglioramento dell’intero percorso di degenza del paziente.

Tuttavia, l’introduzione del nuovo dispositivo risulta essere maggiormente complessa dal punto di vista degli operatori e questo viene confermato dal fatto che essi dovranno sostenere corsi di formazione aggiuntivi nonché una riprogrammazione delle attività con una conseguente ottimizzazione delle risorse disponibili quali posti letto e sale operatorie, rivalutando le liste di attesa e gli slot di prenotazione delle sale operatorie. La propensione al cambiamento e la curva di apprendimento dell’operatore non risultano affette negativamente dall’introduzione delle protesi per osteointegrazione.

Costo sociale e mancata produttività: valorizzazione economica

In ultimo, la definizione della mancata produttività è stata svolta sulla base del numero di accessi presso il centro clinico di riferimento per l’effettuazione dell’operazione di amputazione e di successivo innesto della protesi, considerando anche le attività da svolgersi in ambito riabilitativo e ipotizzando la necessità di due visite di controllo a seguito di intervento.

Come si può osservare nella Tabella 6, il costo sociale medio (ponderato rispetto alla percentuale di pazienti testati) è nettamente inferiore per la tecnologia innovativa rispetto alla tradizionale, con un delta di 113.452,95 € (78%), considerando i primi 12 mesi di analisi.

 Protesi tradizionaliProtesi osteointegrate
N. di accessi5125
Valorizzazione della mancata produttività paziente45.900,00 €10.312,50 €
Valorizzazione della mancata produttività caregiver54.162,00 €12.186,75 €
Valorizzazione della mancata produttività correlata al trasporto46.267,20 €10.395,00 €
Mancata produttività totale146.329,20 €32.876,25 €
Scostamento-113.452,95 €
Scostamento (%)-78%

Tabella 6. Definizione del costo sociale

Conclusioni

A conclusione della fase di assessment è stata condotta un’analisi decisionale a criteri multipli (MCDA).

Come mostra la Figura 1, la tecnologia tradizionale ha acquisito un punteggio pari a 0,63 mentre la tecnologia innovativa ha acquisito un punteggio pari a 0,76. La differenza sostanziale riguarda la dimensione della sicurezza, a favore della tecnologia innovativa (0,72) rispetto a quella tradizionale (0,22), per via soprattutto della capacità delle protesi innovative di ridurre il rischio di eventi avversi e di una lunga riabilitazione, con importanti benefici clinici e saving organizzativi per la gestione degli stessi.

Al contrario, per tale dispositivo vige una condizione di indisponibilità sul territorio, che genera un punteggio negativo per quanto riguarda l’equità di accesso, potendo potenzialmente generare anche svantaggi in termini di riduzione delle liste di attesa.

Figura 1. Risultato dell’analisi decisionale a criteri multipli

In conclusione, dunque, disporre di protesi per osteointegrazione comporta benefici positivi da un punto di vista clinico-assistenziale e garantisce vantaggi organizzativi ed economici per la struttura ospedaliera.

Bibliografia

Teseo, un progetto pilota al servizio delle persone con demenza

Una popolazione sempre più anziana che passa gli ultimi anni in condizioni di salute sempre peggiori. È il quadro che emerge dalle analisi Istat: il nostro Paese è tra quelli con un’aspettativa di vita più elevata (83,6 anni, contro una media di 81 anni nel resto del mondo), ma anche quello con i livelli più bassi rispetto alla media europea per quanto riguarda la qualità della vita della popolazione anziana.

Da questi dati ha preso il via “Teseo. Fragilità e demenze in una comunità che cura”, un progetto sviluppato da Fondazione Don Gnocchi – con Airalzh Onlus, Associazione per la Ricerca Sociale, Caritas Ambrosiana e Sociosfera Onlus – che è tra i vincitori del bando “Welfare in Ageing” della Fondazione Cariplo, con un finanziamento di 600 mila euro.

L’obiettivo del progetto è quello di costruire un modello di intervento innovativo, sostenibile e replicabile, basato su azioni in filiera, adeguato ai nuovi bisogni della popolazione anziana a rischio di compromissione cognitiva e demenza, sussidiario e complementare alle risorse della comunità e a quelle istituzionali.

Il progetto – di durata biennale – prenderà forma nella città di Milano con la prospettiva di proporsi come modello nell’ambito del Terzo Settore per tutto il territorio nazionale.

Dalla rilevazione Istat 2019 sull’“Invecchiamento attivo e condizione di vita degli anziani in Italia”, emerge che nel nostro Paese, su 13,8 milioni di over 65, 4,37 milioni vivono da soli; questi rappresentano il 7,1% della popolazione complessiva.

Inoltre, il 15% degli anziani dichiara di non incontrare nessun amico nel tempo libero; la solitudine colpisce particolarmente le donne e chi ha un livello di istruzione più basso. È proprio per fronteggiare questo scenario che prende vita il progetto “Teseo”, che vuole proporsi come strumento per supportare gli anziani e i loro familiari ad orientarsi nei diversi percorsi, per aiutarli a superare i limiti della frammentarietà dei servizi e la marginalità delle informazioni.

Un progetto che si prefigge di unire in rete tutte le parti coinvolte – sociali e sanitarie – adeguato ai nuovi bisogni della popolazione anziana o a rischio di fragilità e complementare alle risorse della comunità che sta loro intorno.

I diversi passaggi

In questa prima fase si sta iniziando a comporre la macchina organizzativa del progetto e sviluppando la tecnologia necessaria, parallelamente si sta lavorando sulla formazione e promozione. Il primo passo riguarda, infatti, l’organizzazione del “sistema” che si prenderà cura dell’anziano, della sua famiglia e del caregiver favorendone l’accesso ai servizi e la continuità di cura: attraverso una Centrale operativa unica che si occuperà di strutturare modelli organizzativi per la presa in carico integrata oltre che di intercettare tempestivamente i bisogni e progettare risposte personalizzate.

Tutto questo verrà realizzato tramite sistemi tecnologici digitalizzati: dalla realizzazione di un sito dedicato, al software di gestione, all’attivazione di portali familiari e sanitari di medicina generale, agli interventi di tele-medicina, tele-assistenza e tele-riabilitazione. Contemporaneamente si attueranno i percorsi di formazione, supervisione e aggiornamento di tutti gli operatori coinvolti nel progetto, differenziati per ambito e per ruolo professionale.

Seguirà l’avvio di un percorso di scambio formativo tra pari sulla base delle esperienze e conoscenze generate dal progetto. Il progetto attribuirà, infine, un alto valore alle azioni di monitoraggio e valutazione che ne seguiranno l’intero sviluppo, l’intento è quello di produrre – con robuste evidenze scientifiche – gli elementi di sostenibilità e replicabilità del modello sperimentato.

Saranno proprio queste evidenze a permettere al progetto Teseo di diventare un modello replicabile nel territorio italiano: innovativo e inedito dal punto di vista della struttura e dell’organizzazione, destinato ad essere precursore nell’ambito del terzo settore per comporre bisogni e risorse per una comunità accogliente a servizio della popolazione fragile.

“La demenza è una malattia cronica e progressiva, con sintomi difficili da decodificare – spiega Fabrizio Giunco, geriatra, direttore del Dipartimento Cronicità della Fondazione Don Gnocchi e responsabile del progetto -. La diagnosi è spesso tardiva, il percorso diagnostico può essere incompleto e discontinuo e le famiglie faticano a trovare soluzioni compatibili con le loro esigenze. Il sistema è frammentato, non facilmente accessibile e con una netta separazione tra risposte sanitarie e sociali. La malattia può durare anche 10-15 anni, durante i quali le famiglie sono spesso “case manager di sé stesse”. E la ricerca di soluzioni può essere ancora più difficile o impossibile per le persone più sole o socialmente vulnerabili”.