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Oblio oncologico, unanimità al Senato. Le associazioni: “Un sogno che si avvera”

“Con l’approvazione definitiva all’unanimità della legge sull’oblio oncologico, che il Governo ha fortemente sostenuto, vinciamo una battaglia di civiltà a difesa delle persone guarite dal cancro. Ringrazio i parlamentari di tutte le forze politiche che con questo provvedimento hanno contribuito a restituire alle persone che si sono lasciate alle spalle un tumore la possibilità di vivere una vita piena senza steccati e discriminazioni.” È quanto afferma il Ministro della Salute Orazio Schillaci in merito all’approvazione all’unanimità al Senato, martedì 5 dicembre, dopo il via libera ottenuto alla Camera durante l’estate.

La norma permetterà a chi ha avuto un tumore ed ha terminato le cure da oltre 10 anni di stipulare mutui, assicurazioni e di avviare le pratiche per l’adozione. Diritti che finora erano negati.

Ornella Campanella, presidente dell’associazione aBRCAdabra onlus, nata per sostenere le persone portatrici delle mutazioni dei geni Brca e le loro famiglie, su Linkedin ha parlato di “sogno che si avvera”. Ora mancano i decreti attuativi e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Finora oltre un milione di persone era penalizzato due volte: la prima a causa della malattia che aveva dovuto affrontare, la seconda per lo stigma che, anche decenni dopo la fine dei trattamenti, impediva loro di accedere a quelli che per altri erano diritti.

Al via il nuovo Accordo Quadro Consip per la fornitura di valvole cardiache, realizzato in collaborazione con la GISE

12.260 kit di impianto trans-catetere di valvole cardiache (TAVI) di ultima generazione, per un valore di 234 milioni di euro. Sono i due grandi numeri della nuova gara di fornitura appena pubblicata da Consip con il supporto della Società Italiana di Cardiologia Interventistica (GISE).

Ma non sarà una gara qualunque: il nuovo accordo quadro introduce per la prima volta in Italia un modello innovativo di fornitura, basato sulla misurazione della performance clinica dei dispositivi offerti, che prevede la condivisione del rischio tra impresa fornitrice e amministrazione contraente. Le amministrazioni, infatti, potranno aderire all’iniziativa con l’utilizzo di un contratto “a incentivo”, in cui il corrispettivo del fornitore sarà correlato all’esito clinico (positivo o negativo), monitorato successivamente all’impianto della valvola.

Si passa da un’impostazione basata sulla logica tradizionale di aggregazione dei fabbisogni e definizione di caratteristiche tecniche dei dispositivi, associate a un prezzo, alla valutazione del valore generato, che dipende dall’impatto della tecnologia sul singolo paziente. Un approccio che rappresenta un vero e proprio cambio culturale.

Partner strategico di Consip è la Società Italiana di Cardiologia Interventistica (GISE), che ha contribuito a definire gli esiti clinici ai quali correlare il prezzo finale della valvola e garantire l’appropriatezza clinica e tecnologica dei dispositivi. Un nuovo modello di acquisto che mira a migliorare la qualità dei risultati ottenuti, superando il concetto di risparmio sul costo d’acquisto.

L’iniziativa metterà a disposizione delle amministrazioni un’offerta ampia e flessibile di dispositivi innovativi e qualitativamente avanzati, in grado di rispondere alle esigenze di monitoraggio e valutazione degli esiti clinici e di adeguatezza terapeutica. Nell’Accordo Quadro è prevista l’adozione del criterio della “scelta clinica”, che consente di affidare la fornitura a qualsiasi operatore economico aggiudicatario in base all’idoneità dei dispositivi offerti rispetto alle esigenze specifiche del paziente.

Come per le altre gare del settore sanitario, la commissione giudicatrice sarà composta da medici esperti del settore, per garantire la più ampia attenzione alle esigenze del paziente e alla promozione di innovazione tecnologica e qualità.

Italian Resuscitation Council: eletto nuovo direttivo, Andrea Scapigliati è il nuovo presidente

L’Assemblea dei Soci IRC (Italian Resuscitation Council), tenutasi in occasione del Congresso di Vicenza dell’ottobre scorso, ha eletto i membri del Consiglio Direttivo 2023-2025: Alberto Cucino (coordinatore comitato scientifico), Nicola Dargenio, Samantha Di Marco (coordinatore comitato formazione), Katya Ranzato (segretario), Claudia Ruffini (vice presidente), Andrea Scapigliati (presidente), Silvia Scelsi (past president), Davide Silvagni e Cristina Sorlini.

Il neoeletto consiglio direttivo di IRC (Italian Resuscitation Council), società scientifica senza scopo di lucro accreditata al Ministero della Salute, che riunisce medici, infermieri e operatori esperti in rianimazione cardiopolmonare, ha attribuito le cariche al suo interno nominando Andrea Scapigliati nuovo presidente. Medico anestesista e rianimatore, Andrea Scapigliati è stato vice presidente di IRC negli ultimi due anni e aveva già ricoperto la carica di presidente di IRC nel biennio 2017-2019.

Succede a Silvia Scelsi, Direttore del Dipartimento delle professioni sanitarie dell’Istituto pediatrico Giannina Gaslini di Genova che ha guidato IRC dal 2021 e che rimane in Consiglio direttivo con il ruolo di past president.

Andrea Scapigliati, neo-presidente di IRC ha osservato: “Nel solco tracciato dall’ottimo lavoro svolto da Silvia Scelsi, l’attività di IRC sarà orientata nei prossimi anni alla collaborazione con i Ministeri impegnati nell’attuazione della legge 116/21 che prevede anche l’introduzione della formazione obbligatoria alla rianimazione cardiopolmonare a scuola. Saranno portati avanti progetti di ricerca nazionali ed internazionali in questo ambito insieme e nuove iniziative per la diffusione della formazione sul primo soccorso anche nelle scuola guida. Particolare attenzione sarà posta, inoltre, alla ristrutturazione della rete formativa per chi non esercita una professione sanitaria e all’insediamento della Consulta per la Catena della Sopravvivenza e al coinvolgimento dei laici nell’associazione, oltre che alle nuove proposte formative per la gestione del trauma”.

Andrea Scapigliati è professore aggregato dell’Istituto di Anestesia e Rianimazione all’Università Cattolica del S. Cuore e responsabile dell’Unità Operativa Semplice (UOS) di Terapia Intensiva cardiochirurgica del Servizio di Cardioanestesia e Terapia Intensiva cardiochirurgica della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli, IRCCS di Roma. È, inoltre, Fellow di European Resuscitation Council (ERC), Società scientifica europea che riunisce esperti in rianimazione cardiopolmonare. La vice presidente di IRC, Claudia Ruffini, è anestesista rianimatore, responsabile SS Maxiemergenze e coordinamento mezzi di soccorso avanzato per il territorio del Servizio di anestesia e rianimazione ASST Fatebenefratelli-Sacco e del P.O. Luigi Sacco-Polo universitario di Milano; Il coordinatore del comitato scientifico di IRC, Alberto Cucino è anestesista rianimatore presso UO Anestesia e Rianimazione 1, Ospedale S. Chiara, Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari delle Provincia Autonoma di Trento, Samantha Di Marco è responsabile Area Dip. Emergenza Accettazione, Azienda Sociosanitaria Ligure 5 di La Spezia; Segretario di IRC, Katya Ranzato è referente Area gestione professioni sanitarie, IRCCS Gruppo Multimedica, presidio Sesto San Giovanni, Milano. I consiglieri di IRC sono: Nicola Dargenio, medico al Dipartimento Emergenza Urgenza / SET 118 ASL BT; Davide Silvagni, dirigente medico, specialista in pediatria – UOC Accettazione Pronto Soccorso Pediatrico Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata Verona; Cristina Sorlini, Consultant Community emergency medicine – Barking Havering Redbridge University Hospital, London UK – Physician Response Unit Fellow – London’s Air Ambulance.

Sciopero SSN, per i sindacati adesione all’85%

Secondo i sindacati che hanno proclamato la protesta (CIMO-FESMED, ANAAO-ASSOMED e NURSING UP), lo sciopero di ieri di medici e infermieri ha fatto registrare un’adesione dell’85%.

TrendSanità ha seguito le proteste di Torino e Roma, raccogliendo le testimonianze di chi ha partecipato alla manifestazione e dei sindacati: i sanitari lamentano soprattutto la recente stretta sulle pensioni, che si aggiunge all’ormai cronica carenza di personale e alle retribuzioni tra le più basse d’Europa.

Le voci dei protagonisti raccolte da TrendSanità a Torino e Roma

Per Pierino Di Silverio, Segretario nazionale ANAAO-ASSOMED, “l’emorragia di professionisti dal SSN va fermata subito, altrimenti sarà troppo tardi”.

Il Segretario nazionale di ANAAO-ASSOMED ricorda che le poche risorse disponibili per la sanità vanno spese al meglio.

Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED, ha affermato che le maggiori risorse stanziate nella manovra “sono strumenti tampone: l’unica vera azione da fare è assumere personale medico, infermieristico, eliminare il tetto di spesa sul personale, rilanciare l’offerta sanitaria riaprendo ambulatori e posti letto perché la gente ha diritto a curarsi”.

“Siamo vicini ai medici e agli infermieri che anche oggi scioperano così come  il mese scorso. Il nostro Servizio Sanitario Nazionale ha bisogno di essere sostenuto, così come i nostri professionisti”. Lo dichiara in una nota la presidente della FNOPI, Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche, Barbara Mangiacavalli, in occasione della protesta sindacale odierna di medici e infermieri, per chiedere al governo di inserire maggiori sostegni economici nella legge di Bilancio.


“Carichi di lavoro insostenibili, retribuzioni non adeguate e scarse opportunità di carriera sono alcuni degli aspetti che incidono negativamente su un quadro già compromesso dalla carenza di infermieri e alle aggressioni agli operatori sanitari – spiega Mangiacavalli -. È necessario modificare la norma sulle pensioni per non mettere a rischio l’assistenza dei cittadini, e far sì che le risorse inserite nella legge di Bilancio vengano finalizzate in maniera più dettagliata per consentire alla professione infermieristica di essere davvero valorizzata e dare risposte adeguate alla nostra popolazione. Per questo riteniamo che le ragioni sindacali di questi giorni siano da supportare non solo come professionisti ma come cittadini”.

Mobilità sanitaria interregionale: ecco i dati AGENAS 2022

AGENAS presenta per il secondo anno consecutivo una dettagliata analisi sulle principali dinamiche della mobilità sanitaria interregionale nel nostro Paese, sia delle prestazioni di ricovero che di specialistica ambulatoriale.

L’aspetto innovativo dell’analisi risiede nella metodologia di calcolo della mobilità sanitaria, definita attraverso le determinanti che caratterizzano tale fenomeno:

  • mobilità apparente costituita dai ricoveri effettuati nella regione di domicilio del paziente, quando quest’ultima non coincide con la regione di residenza;
  • mobilità casuale relativa ai ricoveri effettuati in urgenza;
  • mobilità effettiva determinata dalla scelta del cittadino/paziente.

I principali dati sulla mobilità ospedaliera

Il trend della mobilità dei ricoveri degli ultimi 6 anni (2017-2022) è costante, con poco meno di 3mld di euro e un decremento significativo nel 2020, ma che inverte la tendenza nel 2021 e prosegue la crescita nel 2022 (2,7 mld). Le componenti di mobilità casuale e apparente mostrano un andamento invariato negli anni così come la fuga per prestazioni di ricovero di alta complessità; mentre per la componente di media/bassa complessità si evidenzia una riduzione del 18%.

Le principali regioni attrattive sono Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Toscana, mentre quelle di fuga sono Campania, Calabria e Sicilia

Le principali regioni attrattive sono, in ordine, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, mentre quelle di fuga sono Campania, Calabria e Sicilia. Nel 2022 la regione Emilia-Romagna e la regione Lombardia registrano valori equiparabili di saldo positivo (tra mobilità attiva e passiva) rispettivamente 337 mln e 362 mln. Da osservare il trend dell’Emilia-Romagna che segna un importante incremento rispetto al periodo pre pandemico.

Il flusso migratorio è tendenzialmente diretto da Sud a Nord; tuttavia, si osserva anche la mobilità tra le regioni del Centro-Nord soprattutto di prossimità (con una distanza di 100 Km e/o 60 min di percorrenza dal comune di residenza del paziente alla struttura ospedaliera di ricovero); la migrazione di prossimità, rispetto al totale, risulta essere pari al Nord al 24%, al Centro 12,6% e al Sud 5,7%.

Le strutture maggiormente attrattive per la mobilità dei ricoveri sono di natura giuridica private accreditate, per ¾ del totale per le prestazioni di alta complessità.

Se si considera solo la componente di mobilità effettuata per scelta dell’utente, si assiste ad un miglioramento, con inversione di tendenza nei trend, nella regione Piemonte (da –7,2 mln a +21 mln) e la PA di Trento (da -6,5 mln a +2,6 mln).

In dettaglio:

  • la regione Lombardia riduce moderatamente il valore di saldo per effetto di maggiore fuga, ma migliora notevolmente il rispetto dei tempi di attesa per gli interventi chirurgici oncologici e muscolo-scheletrici per i propri residenti;
    • la regione Lazio riduce notevolmente il suo saldo negativo per effetto della riduzione della fuga dei suoi residenti per alta complessità dei ricoveri;
    • la regione Campania riduce moderatamente il valore di saldo negativo ma aumenta la sua capacità attrattiva sull’alta complessità dei ricoveri.

La pandemia non ha modificato i flussi di mobilità di attrazione e fuga per patologie tumorali, malgrado la contrazione nel numero di interventi. I principali indici di attrazione sono relativi ai tumori di esofago e pancreas che vedono soprattutto le strutture della regione Veneto come le principali aree di richiamo per l’intero Paese.

Andamento del saldo economico mobilità ospedaliera, anni 2017-2022
Confronto saldo economico della mobilità, anni 2022 – 2019

I principali dati sulla mobilità della specialistica ambulatoriale

Per la tendenza di mobilità della specialistica ambulatoriale degli ultimi 5 anni (2019-2023), al netto del valore registrato nel 2020, il trend appare in crescita evidenziando nel primo semestre del 2023 il valore più alto della serie temporale considerata (330 mln).

Le principali regioni attrattive sono, in ordine, Lombardia, Veneto, Toscana, mentre quelle di fuga sono Campania, Calabria e Sicilia. Da evidenziare che la regione con il saldo positivo maggiore (tra mobilità attiva e passiva) è in assoluto la Lombardia con un valore di circa 103 mln.

La mobilità di prossimità nella specialistica ambulatoriale ha una prevalenza maggiore rispetto alla ospedaliera: la migrazione di prossimità, rispetto al totale, risulta essere pari al Nord al 33%, al Centro 20% e al Sud 12%.

La mobilità di prossimità nella specialistica ambulatoriale ha una prevalenza maggiore rispetto alla ospedaliera

La domanda di prestazioni di specialistica risulta tendenzialmente costante nel tempo, con maggiore richiesta di diagnostica strumentale e di prestazioni terapeutiche (circa 65%).

Da sottolineare come l’ufficio statistico di Agenas ha calcolato un nuovo indicatore per rappresentare la capacità delle strutture sanitarie della regione di riferimento di soddisfare il bisogno di salute dei propri cittadini: l’Indice di Soddisfazione della Domanda Interna (ISDI). Questo indicatore è presente nel report pubblicato sul Portale Statistico di Agenas (https://stat.agenas.it/).

Il Portale Statistico è organizzato in sezioni tematiche interattive e di facile consultazione da parte dei cittadini.

La sezione della mobilità sanitaria illustra, con grafici e cartografie interrogabili, le principali informazioni a livello territoriale e temporale. Inoltre, la sezione restituisce dati su due focus, quello per patologie oncologiche e per patologie muscoloscheletriche già rappresentati nel PNE come indicatori di volume. In tale sezione si offre un quadro dettagliato, per regione e tipo di intervento, delle strutture più attrattive e dei contesti geografici caratterizzati da alta mobilità sanitaria passiva.

Andamento saldo economico della mobilità della specialistica ambulatoriale per semestri anni 2019-2023 (I semestre)
Saldo economico della mobilità della specialistica ambulatoriale per regione anno 2022

Alessandro Rossi, neo-presidente SIMG: «È ora di investire per rinnovare la medicina generale in Italia»

Turnover generazionale e nuova sanità di prossimità. Sono alcuni dei temi caldi che deve affrontare la Medicina Generale. Il medico di famiglia, sempre più chiamato a operare in modo sinergico con altri operatori della salute, dagli infermieri ai farmacisti agli specialisti, è pronto ad affrontare questa nuova sfida. Ma si rivolge alla politica chiedendo di prendere una posizione chiara sul fatto di voler mantenere un servizio sanitario pubblico con le caratteristiche che lo contraddistinguono ancora oggi. E di agire di conseguenza.

Ne parliamo con Alessandro Rossi, neo-presidente della Società italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG).

Ingegneri clinici, Umberto Nocco riconfermato presidente AIIC

All’interno del meeting nazionale “Intelligenza artificiale in sanità: sfide e prospettive per la salute dei cittadini”, appena concluso a Palermo, l’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC) ha rinnovato le sue cariche per il triennio 2024-2026.

È stato riconfermato presidente dell’Associazione Umberto Nocco, direttore della Struttura Complessa Ingegneria Clinica della ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano. Insieme a Nocco sono stati eletti al nuovo Direttivo: per l’area pubblica Gianluca Giaconia (Napoli), Giovanni Poggialini (Varese), Leo Traldi (Mantova) e Carmelo Minniti (Reggio Calabria e Schio); per l’area servizi Alberto Lanzani (Cremona), Pasquale Garofalo (Napoli) Giulio Iachetti (Roma) e Andrea Fisher (Genova); infine i nuovi componenti del Collegio dei probiviri sono Emilio Chiarolla (Roma) e Francesco Pezzatini (Firenze).

“La conferma della presidenza da parte dei soci AIIC non può che rappresentare un importante segnale per il nostro lavoro immediato e futuro – è stato il commento di Nocco -. Il mandato che giunge dal voto è di dare continuità a un percorso che si sviluppa su alcune direttrici: il consolidamento della nostra presenza professionale all’interno del sistema sanitario come professione di valore nella gestione delle tecnologie; lo sviluppo sempre maggiore di iniziative qualificate e rilevanti sui territori regionali, per ottenere un radicamento e una visibilità professionale diffusa e riconosciuta; la proposta di attività di formazione continua dei colleghi perché le tecnologie avanzano ed evolve a velocità importante e noi non possiamo farci trovare impreparati”.

“L’unico modo di essere pronti a rispondere all’accelerazione tecnologica – ha concluso il presidente – è presidiare l’ambito che ci è proprio con un processo continuo di formazione proponendo eventi, corsi, confronti multidisciplinari e interazione con il mondo dell’università, dell’industria e con tutti quelli che fanno parte del sistema salute nella sua interezza e complessità”.

Ampio spazio è stato offerto a Palermo alle questioni normative e regolamentari, e anche alle esperienze già esistenti nel settore dell’ingegneria clinica e biomedica, a conferma di una dinamicità professionale dell’ingegneria clinica che già porta la professione ad essere protagonista del cambiamento, senza subirlo, come confermato da Lorenzo Leogrande (presidente del Meeting AIIC), che ha dichiarato che “l’Associazione è molto soddisfatta dell’evento di Palermo, sia per la grande affluenza ed attenzione, che per la qualità dei messaggi. L’intelligenza artificiale è il tema di riferimento in questo momento per quanto riguarda l’innovazione tecnologica in sanità ed è stato molto interessante confrontarsi con i principali professionisti in questo settore. Come ingegneri clinici desideriamo lanciare un messaggio: noi siamo pronti e tutto il SSN non deve farsi trovare impreparato rispetto a quello che è uno strumento che non dobbiamo temere ma che dobbiamo saper utilizzare nel modo più opportuno possibile”.

Proprio sul tema “rischio oppure opportunità”, si segnala poi la conclusione dell’intervento di Gianni Amunni (oncologo all’AOU Careggi di Firenze, Direttore scientifico ISPRO e presidente PERIPLO) che ha ricordato l’importanza delle digital humanities, “perché è vero che le tecnologie evolvono a grande velocità. Quindi occorre non perdere tempo a domandarsi se sono utili o pericolose, quando invece dovremmo iniziare a domandarci quale tipo di uomo desideriamo costruire affinché l’umanità sappia continuare ad essere protagonista centrale di un mondo di tecnologie sempre più performanti”.

Medici e infermieri in sciopero il 5 dicembre: ecco perché

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Medici, dirigenti sanitari, infermieri e altri professionisti sanitari incrociano le braccia il 5 dicembre. Una scelta dolorosa fatta con pieno senso di responsabilità, e dunque, garantendo comunque i servizi assistenziali essenziali. Lo sciopero riguarda il personale appartenente alla dirigenza medica, veterinaria, sanitaria professionale, tecnica e amministrativa in servizio presso le aziende e gli enti del Servizio Sanitario Nazionale, compresi i medici specializzandi (assunti con il decreto Calabria), il personale infermieristico e altre professioni sanitarie.

Secondo i sindacati di categoria ANAAO ASSOMED, CIMO-FESMED e NURSING UP le misure contenute nella Legge di Bilancio in discussione al Senato non sono adeguate a risollevare il SSN dalla grave crisi in cui versa ormai da tempo, né soddisfano le richieste degli operatori sanitari in prima linea nella salvaguardia della salute dei cittadini.

TrendSanità ha chiesto le motivazioni dello sciopero a Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale ANAAO ASSOMEDGuido Quici, Presidente CIMO-FESMED e Antonio De Palma, Presidente Nazionale di NURSING UP.

“Nessun cambio di rotta nonostante le promesse”

Le misure previste nella Legge di Bilancio non sono sufficienti per risollevare il SSN, che versa da anni in una grave crisi strutturale, né per soddisfare le richieste dei medici e delle altre figure sanitarie. L’aspettativa era di vedere in parte defiscalizzate le indennità di specificità medica e sanitaria per aumentare gli stipendi e frenare l’emorragia di professionisti che fuggono all’estero e nel privato.

Pierino Di Silverio

Per Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale ANAAO ASSOMED “la condizione della dirigenza medico-sanitaria non è drammatica soltanto oggi, lo è ormai da diverso tempo. Cosa è cambiato rispetto al passato? C’è stato il Covid e, soprattutto, è cambiato il sentiment e lo spirito di abnegazione e sacrificio dei medici. Ormai siamo stanchi, disillusi, la pandemia ha destrutturato il lavoro, ci ha mandato in burnout. Chiedevamo che la manovra contenesse risorse economiche per il lavoro ordinario, visto che ci hanno definiti imprescindibili per il sistema. Lo stesso ministro Schillaci parlava di rendere più appetibile economicamente il SSN. Invece, la manovra, che ha disatteso anche le parole del Ministro, contiene un incremento economico per la sanità privata accreditata convenzionata di 700 milioni di euro per il recupero delle liste di attesa. Poi, invece di premiare il lavoro ordinario, tendono a riconoscere quello straordinario che noi umanamente non potremmo fare pur volendo. Quando, per smaltire le liste di attesa, dicono che pagheranno 80 euro il lavoro extra, nonostante le 60 ore a settimana che già facciamo a recupero della carenza di personale, vuol dire quasi prenderci in giro.

Poi abbiamo chiesto degli incrementi economici per il rinnovo dei contratti e nei soldi previsti abbiamo scoperto che sono inclusi anche i medici convenzionati, che possono certamente averne diritto, ma non attingendo sempre allo stesso calderone. Dai calcoli che abbiamo fatto, invece, l’incremento di questo contratto ci darà dieci punti percentuali sotto l’inflazione. Siamo al ridicolo. Ci si aspettava che fossero messe in campo risorse adeguate al rinnovo dei contratti e, invece, i 2,3 miliardi previsti per l’intero comparto sanità non sono che briciole per tutti. Nessun cambio di rotta, quindi, anzi, si prevede il taglio dell’assegno previdenziale tra il 5 e il 25% l’anno. Un duro colpo per almeno 50mila persone”.

“Vogliono incentivare i privati? Bene, ma con le stesse nostre regole…”

Guido Quici

Conferma Guido Quici di CIMO-FESMED, “i soldi stanziati sono davvero pochi, perché dei 3,2 miliardi previsti per la sanità, 2,3 sono per i rinnovi contrattuali, quindi, non sono soldi utili a risolvere la crisi del settore. Restano 900 milioni, di cui 280 andranno alle Regioni per le liste di attesa e il resto alle strutture private. Ecco il paradosso: i medici fuggono dagli ospedali pubblici per le condizioni di lavoro insostenibili e approdano alle strutture private che avranno i soldi per ridurre i tempi di attesa; pertanto, i medici che avrebbero dovuto ridurre le tempistiche nelle proprie strutture ospedaliere, lo faranno nelle cliniche private. Del resto, se gli ospedali chiudono gli ambulatori perché manca il personale, è chiaro che l’attesa aumenta. Se le case della salute funzionassero come dovrebbero, gli ospedali gestirebbero le attività complesse e ci sarebbe una più equa distribuzione tra territorio e ospedale.

Le Regioni, inoltre, hanno accantonato 2,6 miliardi non spesi per assumere il personale, perché il tetto di spesa non è stato superato, tranne per l’Emilia-Romagna. Questo mi fa pensare che non si vuole assumere: da un lato c’è il tetto di spesa, dall’altro, anche se ci sono i soldi, non assumono. Vogliono però usare i soldi del PNRR per le tecnologie, quindi avremo nuove tecnologie senza personale, che si sarà spostato nel privato. Si vuole incentivare la sanità privata? Va bene, se ha le nostre stesse regole: il Pronto Soccorso, con tutti i costi sociali, le terapie intensive neonatali, le rianimazioni per le lungodegenze, ecc… Inoltre, lo sciopero lo fanno anche i medici della sanità privata che non hanno il contratto da 18 anni. Il privato ci guadagna e anche molto, perché i dipendenti non hanno il rinnovo del contratto, ingaggia i medici anziani esperti che escono dal pubblico e li paga a percentuale, più fanno ricoveri e prestazioni, più guadagnano, aumentando l’inappropriatezza delle cure. Con quali soldi? Con quelli che gli dà la finanziaria per ridurre i tempi di attesa”. 

“C’è anche il taglio alle pensioni”

“Molti medici stanno per andare in pensione, circa 55.600 – afferma il Presidente CIMO-FESMED – in tutto siamo 110mila, quindi circa il 50%. Perderanno da 200 a 1000 euro al mese di pensione con questo provvedimento. Ciò comporterà un’ulteriore fuga. Ci hanno provato già negli anni precedenti, stavolta fanno sul serio. Gran parte delle altre categorie ha già avuto questo taglio, adesso rimane ancora una buona fetta di dipendenti, tra cui i 55mila medici. Probabilmente è anche una cosa necessaria ma sbagliata nei tempi, visto che si vuole applicare in un momento in cui c’è il fuggi fuggi dagli ospedali. Direi un errore di valutazione. Abbiamo avuto 2,3 miliardi per il rinnovo contrattuale, che corrisponde a un incremento del 5,6%.

Mi piacerebbe evidenziare, e lo dirò chiaramente durante il sit-in previsto a Roma in piazza Santi Apostoli il giorno dello sciopero, che il Governo non ha avuto il coraggio di recuperare i 90 miliardi di evasione fiscale o gli extraprofitti delle banche, mentre ha dato 2,3 miliardi alla TIM che ha 26 miliardi di deficit. Devono dire ai cittadini che è meglio se iniziano a mettere da parte i soldi per curarsi da soli”.

“Si dica che sistema non è più sostenibile…”

“La spada di Damocle sulle pensioni – continua Di Silverio – prevede strategie di recupero creative. Prima si dice ‘penalizziamo soltanto i medici che vanno in pensione prima’, poi ‘facciamo partire il taglio dal 2027’, poi dal 2025. Insomma, poche idee e confuse. Non siamo contro questo Governo, il colore della politica conta poco, è un problema di norme, di attese, di disattese e di voler o meno investire nei professionisti della sanità pubblica. Se questi sono i presupposti, secondo noi continuerà la fuga dei medici e potremo solo stare a guardare. In fondo, nessuno ha il coraggio di dire che si sta andando verso un sistema sanitario misto, perché la nostra cultura si basa su un sistema democratico di assistenza sanitaria pubblica. Si abbia il coraggio di dire, in maniera trasparente, che questo sistema non è più sostenibile, non ci sono i soldi. In questo modo, tutti sono preparati, i medici se ne andranno dall’ospedale, troveranno situazioni in cui sono riconosciuti professionalmente e si riparte da zero. A quel punto poi potrà esserci anche una rivolta sociale, dei cittadini. È anche questo il senso dello sciopero, percepire come si sta senza medici…

Cosa chiediamo? La defiscalizzazione di una parte del nostro stipendio, come è stato fatto per altre categorie di lavoratori, il ritiro immediato della norma sulle pensioni, maggiori investimenti distratti dalla sanità privata e veicolati sulla sanità pubblica. Non ci fermeremo, andremo avanti con le mobilitazioni nonostante il silenzio del Governo, ci dovremmo abituare a vedere sempre più medici fuori dagli ospedali, visto che la nostra presenza non è apprezzata”. 

Non solo medici a incrociare le braccia

Antonio De Palma

A scendere in piazza ci sono anche gli infermieri, le ostetriche e altri professionisti sanitari che chiedono la valorizzazione delle professionalità sanitarie non mediche ormai da anni. “Gli infermieri sono quelli che hanno pagato il prezzo più alto durante l’emergenza Covid – interviene Antonio De Palma, Presidente del sindacato NURSING UP –, hanno lavorato con abnegazione e in un momento critico per tutta la collettività si sono messi le mani in tasca e hanno perfino acquistato, quando le Asl non li mettevano a disposizione, i dispositivi di sicurezza come le tute di contenimento e le hanno mandate alle Regioni che ne avevano più bisogno. Di fronte a tutto questo ci aspettavamo, al di là dei proclami da parte della politica, che si arrivasse con la legge finanziaria a dei provvedimenti in favore del comparto sanità. Invece, nulla di fatto. Anzi, la legge penalizza gli infermieri e i professionisti dell’assistenza in generale, mettendo le mani su qualcosa di sacro come le pensioni, in particolare dei più anziani, delle persone prossime al pensionamento, addirittura di quelle che già hanno 42 anni di servizio alle spalle. Questo per noi è inconcepibile, il benservito da parte dello Stato a chi ha dato il più ampio tributo, anche in termini di vite umane, durante l’emergenza della pandemia. Non solo, nessuna valorizzazione della professionalità ma anche il taglio alle pensioni, con una riduzione fino al 25% dell’assegno pensionistico.

Questa è una cosa gravissima, anche perché un infermiere o un professionista sanitario non è un impiegato che sta dietro a una scrivania. Un infermiere garantisce la copertura di turni, può prestare servizio a un tavolo operatorio. Se passa questa riforma, non bastano più i 42 anni e 10 mesi per accedere alla pensione anticipata senza penalizzazioni, ma bisognerà andare in pensione con i 67 anni canonici. Ci sono molti infermieri che hanno 60 anni di età e 42 anni di servizio, pertanto, l’anno prossimo potrebbero andare in pensione, ma con questa norma dovranno aspettare altri 7 anni e andare in quiescenza con 49 anni di servizio. Insomma, stiamo parlando di persone di 67 anni. Ce le immaginiamo alle tre del mattino a un tavolo operatorio per un’emergenza? Quale sicurezza per la salute pubblica, se un medico o un infermiere, all’età in cui dovrebbero stare a casa a godersi la pensione, sono costretti a lavorare?

Contestiamo questo, la mancata valorizzazione, il taglio alle pensioni, il fatto che la Legge di Bilancio non preveda che una parte delle risorse indicate, e cioè una parte di quei famosi 2,3 miliardi di euro, siano finalizzati a integrare l’indennità di specificità infermieristica, che oggi vale circa 2,5 euro lordi al giorno, poco più di 72 euro lordi al mese, quindi attorno ai 40 euro netti. Ciò che noi chiediamo è che la legge finanziaria destini almeno 444 milioni che, secondo i nostri calcoli, sarebbero sufficienti per almeno raddoppiare l’indennità di specificità infermieristica, portandola a circa 140 euro lordi, estendendola anche alle ostetriche, perché svolgono una professione assistenziale molto delicata con elevate responsabilità”.

Medici e infermieri dall’estero ed esodo dei professionisti italiani

Viene spontaneo domandarsi perché pagare personale che arriva dall’estero e non incentivare e incrementare quello già presente. Per la sanità italiana è davvero un vantaggio? È ciò di cui abbiamo bisogno? Risponde il Presidente NURSING UP: “In questi giorni stanno arrivando in Lombardia infermieri che giungono dal Sud America che hanno, ci dicono, problemi legati alla lingua italiana. Non entro nel merito dei titoli di studio, ma tengo a sottolineare che gli infermieri italiani sono dottori in infermieristica, quindi laureati. Parliamo solo dell’aspetto linguistico. In Italia mancano 170mila infermieri. Come si può immaginare di risanare questa voragine a livello strutturale senza pagare i nostri professionisti almeno quanto quelli del resto dell’Europa, invece di mettere delle toppe che sono peggiori del buco stesso? Si ingaggiano persone che non conoscono la lingua (inutile dire che faranno dei discutibili corsi accelerati) e che dovranno acquisire anche il linguaggio tecnico dell’assistenza infermieristica e della comunicazione medica.

Quindi, come si può immaginare che queste persone possano erogare un’assistenza di qualità e assumere le grandi responsabilità legate all’assistenza ai vari livelli, come accade per gli infermieri italiani? Pensiamo soltanto a quelle situazioni di emergenza in cui è necessario mettere in atto manovre salvavita. Siamo senza parole e ci chiediamo se questi provvedimenti, che ovviamente servono a mettere una toppa sulla grave carenza dovuta alla scarsa valorizzazione contrattuale ed organizzativa del personale di assistenza, non denotino la reale considerazione che il governo e le Regioni hanno della professionalità infermieristica”.

“Solo per gli italiani vale il tetto di bilancio…”

Pierino Di Silverio aggiunge:“È un cane che si morde la coda perché, se il sistema non è appetibile, i medici non vogliono lavorarci e si crea una carenza. Se si vogliono tenere aperti gli ospedali e i servizi di emergenza-urgenza quindi ci si arrangia prendendo i medici a gettone o dall’estero. Non siamo contrari ideologicamente, diciamo soltanto che, quando un medico arriva in Italia, dovrebbe quanto meno passare al vaglio dell’Ordine per valutare le competenze. Tanto poi scappano anche loro, visto le condizioni in cui lavoriamo. Inoltre, i soldi che si usano per pagarli non si possono impiegare per assumere nuovi medici italiani o per pagare le indennità. Per assumere, infatti, ci sono i tetti di spesa e regole relative al bilancio. Per reclutare i medici gettonisti, invece, si usano i fondi relativi a beni e servizi e si ha più margine di manovra. Il riconoscimento sociale ormai di questa professione è pari a zero, perché non siamo più portatori di interessi economici diretti”.

Depenalizzazione dell’atto medico: nessuna notizia 

Nonostante sia stata varata sei anni fa, la Legge Gelli-Bianco sulla responsabilità sanitaria e la depenalizzazione dell’atto medico resta sulla carta, poiché mancano i decreti attuativi. Inoltre, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha istituito una Commissione per lo studio e l’approfondimento della depenalizzazione dell’atto medico, ma non se ne hanno più notizie, nonostante l’impegno del ministro della Salute, Orazio Schillaci, a regolamentare questo aspetto così delicato dell’attività medica.

“Abbiamo chiesto diandare avanti con la depenalizzazione dell’atto medico e di avere uno scudo penale – ci dice il Segretario Nazionale ANAAO ASSOMED ­– e il ministro Schillaci si era detto pronto ad agire, poi il ministro Nordio ha detto che è sua competenza e di voler istituire una commissione senza la presenza di medici riconosciuti nell’ambito delle organizzazioni sindacali. La commissione però è sparita nel nulla. Abbiamo chiesto più volte di avere un’audizione, per lo meno per sapere come la pensa chi ogni giorno vive in prima persona le difficoltà. Depenalizzare l’atto medico non vuol dire fuggire dalle responsabilità, ma prendere atto che il medico non può essere sottoposto a tre tribunali (ospedaliero, ordinistico e civile) e che nel giudizio non si può partire da una presunzione di colpevolezza”.

È approdato, invece, alla Commissione Giustizia della Camera un disegno di legge presentato dalla Lega che si muove nella direzione opposta a quanto richiesto dai sindacati di categoria. “La Lega batte tutti sul tempo e mette in discussione un disegno di legge in cui si fanno almeno 5 passi indietro rispetto alla legge attuale – aggiunge Di Silverio –. Si prevede il carcere per chi commette un errore medico. Rasentiamo il tragicomico, siamo davvero sconcertati”. Conclude il Presidente CIMO-FESMED: “Da noi, come solo in Messico e in Polonia, c’è la responsabilità penale. Tutti i governi dicono che è impossibile depenalizzare l’atto medico e che il tentativo della Commissione è di introdurre delle norme legislative che agiscano da deterrente per il cittadino, il quale deve sapere che, se perde la causa, le spese sono a suo carico e può rischiare altri provvedimenti. L’idea è scoraggiare le cause ma serve a poco, perché il cittadino si rivolge all’avvocato che gli fa credere che vincerà la causa, anche se perderà, mentre l’avvocato avrà guadagnato in ogni caso. Inoltre, più del 90% degli eventi avversi sono legati a problemi organizzativi e non all’atto medico. Anche su questo non sono ottimista”.

Cosa succede dopo la sospensiva del TAR sul payback dei dispositivi medici?

Il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio ha rinviato alla Corte costituzionale la decisione in merito alla legittimità del payback richiesto alle aziende di dispositivi medici.

Per il comparto si apre così non solo l’ulteriore speranza di veder annullati i conteggi che imporrebbero loro di rendere allo Stato una quota pari al 50% delle spese in eccesso effettuate dalle singole Regioni, ma anche uno stimolo concreto affinchè il Governo cambi la normativa attuale, che sarebbe appunto incostituzionale.

Il “pasticcio” del payback

Il problema nasce da lontano, quando in modo unilaterale il legislatore decise per questo tipo di payback, che ha di per sè caratteristiche di iniquità e illegittimità indicate dale stesse imprese che hanno fatto opposizione nei tribunali italiani.

La norma infatti impone un payback retroattivo, oltre a fare riferimento all’eccesso di spesa cumulato dalle Regioni, che però acquistano i dispositivi medici in base a gare pubbliche che dovrebbero essere stilate e commisurate sulla base dell’esigenza sanitaria del territorio. In altri termini, sulla base di una programmazione sanitaria territoriale. Cosa che evidentemente non viene effettuata ovunque con la stessa precisione, con la conseguente richiesta di ripianare il debito regionale avanzata proprio ai produttori. Esponendoli a un rischio economico che potrebbe anche mettere a rischio la loro stessa tenuta, specialmente quando i fornitori del SSN sono piccole e medie imprese.

Esiste una disparità di trattamento tra Regioni che privilegiano la sanità pubblica quelle che fanno prevalentemente leva sulla sanità privata, in cui il payback non è applicato

Come spiega a TrendSanità Giandomenico Nollo, presidente della Società Italiana di Health Technology Assessment (SIHTA): “Credo che dovremmo ricorrere a Carlo Emilio Gadda, col suo pasticciaccio Brutto, per dare un titolo a questa vicenda, che è e si conferma appunto, passo, passo un pastrocchio. Non voglio entrare nei temi giuridici, in molti in questi giorni vi si sono già cimentati, sul quel fronte ora dobbiamo solo aspettare le sentenze. La parte pasticciata è nei contenuti. Una misura iniqua che, a partire da principi ideali di compartecipazione, si regge su basi incerte e dispone norme retroattive per scaricare esuberi di bilancio regionali sulle ditte fornitrici. L’idea nasce da ciò che da anni si fa nel settore farmaceutico, ma, come spesso accade, trasferendo l’idea da un settore all’altro non si tiene conto del contesto generale, delle differenze di mercato, delle regolamentazione vigenti, etc, realizzando mostri acefali. A questo si aggiunge la disparità di trattamento tra Regioni che privilegiano la sanità pubblica, in cui il meccanismo del payback viene esaltato dalla ricerca di offerta elevata e di qualità, e Regioni che invece per rispondere alla domanda di salute fanno prevalentemente leva sulla sanità privata in cui il payback non è applicato. Altro elemento di criticità è determinato dagli effetti che la norma ha sulla filiera di produzione e distribuzione dei DM. Anche in questo caso assistiamo a una sorta di Robin Hood al contrario, con un impatto di rilievo sulle imprese di piccole o medie dimensioni e i distributori, a volte tale da metterne a rischio la sopravvivenza. Di contro il meccanismo ha effetti quasi nulli sulle multinazionali”.

“La sostenibilità della spesa sanitaria – e in particolare di quella legata all’acquisto di farmaci e di dispositivi – è un tema che affligge gli Stati da molti anni, soprattutto quelli caratterizzati da un modello di servizio sanitario pubblico e universalistico come l’Italia e che si rivela di difficile soluzione”, aggiunge l’avvocato Vincenzo Salvatore, Leader Focus Team Healthcare and Life sciences di BonelliErede. “L’utilizzo del payback si rivela peraltro discutibile, almeno per quanto riguarda i dispositivi medici che non sono assoggettati ad una disciplina di prezzi negoziati e ad accordi di rimborsabilità come avviene per i farmaci”.

Sulla stessa linea Patrizio Armeni, Associate Professor of Practice di Government, Health and Not for Profit presso Sda Bocconi School of Management che, a margine della presentazione del Rapporto OASI 2023, nel quale è presente un capitolo dedicato proprio al payback dei farmaci e dei dispositivi, ci ha rilasciato questa dichiarazione: “Il TAR del Lazio interviene in modo storico sul tema del payback, per la prima volta riconoscendo una violazione dell’affidamento, della ragionevolezza e dell’irretroattività, peraltro notando che va a incidere su rapporti contrattuali già chiusi. È una decisione che fa riflettere sul concetto in sé di questo meccanismo sull’intero mercato e non tanto sui dettagli tecnici del singolo calcolo della quota di ripiano. Ciò impone la necessità di formulare scenari che vadano a correggere queste distorsioni”.

Una boccata d’ossigeno lunga circa 12-18 mesi

Intanto il comparto dei dispositivi medici tira il fiato. Il deferimento alla Corte Costituzionale porta una nuova boccata d’ossigeno, dopo quelle ottenute con i diversi rinvii degli scorsi mesi della corresponsione delle cifre di cui alla voce payback. Restando però la consapevolezza che “il rinvio alla Corte Costituzionale non sancisce ancora la fine del payback, ma segna un punto importante perché nell’ordinanza vengono sottolineati tutti gli aspetti di incostituzionalità della norma: dalla retroattività, alla rinegoziazione delle gare, passando per l’assenza di specificità nel considerare l’uno per l’altro gli oltre un milione e mezzo di dispositivi medici, fino a citare la possibile violazione del Protocollo addizionale alla Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), sotto il profilo dell’affidamento, della ragionevolezza e dell’irretroattività”, commenta in una nota il presidente di Confindustria Dispositivi Medici Massimiliano Boggetti.

I tempi della Corte per pronunciarsi sui giudizi incidentali variano generalmente tra i 12 e i 18 mesi a decorrere dalla ordinanza di rinvio

Ma quanto potrebbe durare questa boccata d’ossigeno? Dipenderà dai tempi con cui gli Ermellini si pronunceranno. “Il TAR Lazio, nel ritenere le eccezioni di illegittimità costituzionale rilevanti e non manifestamente infondate, ha trasmesso gli atti alla Corte Costituzionale. I tempi della Corte per pronunciarsi sui giudizi incidentali variano generalmente tra i 12 e i 18 mesi a decorrere dalla ordinanza di rinvio”, chiarisce l’avvocato Salvatore. Un limbo di medio periodo al termine del quale si potrebbe verificare ciò che le aziende auspicano: una sentenza di incostituzionalità della norma sul payback nel settore dei DM, che a quel punto dovrebbe mettere il Legislatore italiano con le spalle al muro rendendo necessaria la riformulazione della norma, finanche la cancellazione del payback così come oggi lo conosciamo.

Verso l’eliminazione del payback

Le probabilità che la Corte si pronunci a favore dell’annullamento del payback per i DM paiono essere più che buone. Come precisa Salvatore: “L’ordinanza con il quale il TAR ha rinviato gli atti alla Corte è molto approfondita e motivata nel mettere in luce i profili di presumibile fondatezza delle censure di illegittimità costituzionale formulate dalle parti. È ragionevole prevedere che la Corte costituzionale dichiari l’illegittimità costituzionale delle norme contestate ed è altresì ipotizzabile, in pendenza della pronuncia della Corte Costituzionale,  un intervento del Governo e del Parlamento che modifichi disciplina applicabile al payback, per sottrarsi a una pronuncia di illegittimità”. Insomma, parrebbe essere solo una questione di tempi.

Anche se , come accennato da Armeni, è molto probabile la necessità di trovare forme acquisto-fornitura di dispositivi medici alla sanità pubblica che permettano di garantirne l’operatività e la sostenibilità nel rispetto della sopravvivenza delle aziende fornitici. “Meccanismi che non incidano in modo pericoloso sulla stabilità o addirittura sulla sopravvivenza delle imprese e che non addossino all’industria una forma sanzionatoria relativa al raggiungimento di livelli di domanda in sé prevedibili ma non programmati in modo razionale. Questo ragionamento in larga parte si applica concettualmente anche al mercato farmaceutico”, ipotizza il professore della Bocconi.

Sempre continuando a utilizzare il condizionale, “sarebbe forse più ragionevole prevedere un meccanismo impositivo – come avviene in altri Stati – che introduca forme di tassazione certe e predeterminate, anche se ciò,  nel rispetto altresì del principio “no taxation without representation”, richiederebbe la valutazione di fonti di finanziamento alternative attraverso il necessario approfondimento in sede parlamentare (e non governativa)”, azzarda Salvatore.

Al lavoro per nuove norme per sostenibilità di Ssn e imprese

In ottica di sostenibilità tanto del SSN che del comparto produttivo occorrerà quindi trovare soluzioni di medio-lungo periodo che consentano stabilità. Ed è la SIHTA ad avanzare alcune proposte. Come dettaglia Nollo: “Proposte in tal senso sono in studio; come SIHTA segnaliamo quanto presentato al Risk Management Forum di Arezzo da un gruppo di lavoro multidisciplinare coordinato dall’ingegner Pietro Derrico, già presidente SIHTA. In estrema sintesi, per una sana gestione della spesa sanitaria, la contrattazione e il monitoraggio dei costi, con conseguenti azioni di feedback, sono strumenti irrinunciabili, a valle, però, di un’attenta e realistica programmazione. I tetti di spesa oggi in vigore, ad esempio, non sono evidentemente più appropriati e andranno rivisti. La programmazione deve divenire un momento alto delle politiche regionali in accordo con i piani nazionali. Si deve partire da LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) aggiornati e da chiari e ben definiti obiettivi di salute da raggiungere, con tecnologie che garantiscano il valore, ovvero la prevalenza dei benefici attesi sui costi. In tutto questo, è evidente, c’è tanta Health technology Assessment (HTA), che, sia chiaro, non è la soluzione di tutti i mali e per tutte le stagioni, ma se ben utilizzata può essere lo strumento per fare scelte informate e nell’ottica del miglior servizio di salute da offrire ai cittadini”.

Massimiliano Boggetti

Ancor più precise e dettagliate le idee dell’associazione guidata da Boggetti che parla della necessità di “una nuova governance fondata su pilastri identitari chiari e ben definiti”.
Una nuova architettura che dovrebbe poggiare su quattro gambe, già ben chiare al comparto industriale. Come afferma il presidente: “Occorre un cambio di approccio nella programmazione dell’offerta sanitaria non più incentrata sulle singole prestazioni ma per patologia. In secondo luogo, la programmazione sanitaria dovrebbe allocare le corrette risorse sulla base dei fabbisogni di salute e non sui tetti di spesa. Ancora, l’innovazione tecnologica andrebbe valutata attraverso l’HTA, garantendo percorsi accelerati di introduzione dell’innovazione. Infine, il public procurement non dovrebbe più essere basato su gare centralizzate al prezzo, ma su una rivalorizzazione del ciclo di acquisto misurando i reali impatti sulla salute e sui processi di salute dei beni e dei servizi acquisti”.

COP28, l’appello di ASPHER per 7 azioni immediate

Fino al 12 dicembre, a Dubai, si è tenuta la COP28, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Domenica 3 dicembre la giornata è stata dedicata al tema “Climate change and Health”.

ASPHER (Association of Schools of Public Health in the European Region), a cui afferiscono le 39 Scuole di Igiene e Medicina Preventiva attraverso la Società Italiana d’Igiene (SItI) ha diffuso una dichiarazione in 7 punti che stimola le Istituzioni ad azioni immediate per i cambiamenti climatici, al fine di tutelare la Salute delle popolazioni umane e degli ecosistemi e preservare il futuro del nostro Pianeta.

La comunità degli Igienisti della Società Italiana d’Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI) ritiene che la conoscenza dei temi sugli effetti sanitari dei cambiamenti climatici e le relative misure di prevenzione siano ormai imprescindibili. Tra queste la sorveglianza delle zoonosi, le iniziative di “preparedness” per calamità naturali e pandemie, la prevenzione dei danni fisici delle ondate di calore – soprattutto nella popolazione anziana – l’esposizione agli inquinanti atmosferici, la disponibilità delle risorse idriche e la maturazione di una coscienza volta alla sostenibilità ambientale.

L’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute è da considerarsi un’emergenza prioritaria e impellente – sottolineano Roberta Siliquini, presidente della Società Italiana d’Igiene e il Carlo Signorelli, presidente di ASPHER – È la più grande minaccia alla salute, alla pace e alla sicurezza globale, un amplificatore di crisi e un fattore rilevante per disuguaglianze sanitarie. Il continuo disaccordo e la procrastinazione non faranno altro che aggravare questa sfida planetaria, poiché è ben documentato che le popolazioni stanno già convivendo con gli effetti e subendo le conseguenze sanitarie dei cambiamenti climatici”.

La Comunità dei membri delle Scuole di Sanità Pubblica richiama l’attenzione dei Politici e dei cittadini su 7 punti specifici per ridurre l’impatto degli effetti dei cambiamenti climatici e proteggere la salute pubblica.

  1. Riconoscimento del nesso tra Cambiamenti climatici e Salute

Si tratta di un passo necessario per rimediare alla mancanza di un dialogo preliminare ad alto livello che riconosca l’interconnessione vitale tra cambiamenti climatici e salute. Si deve rafforzare questo legame, poiché un numero crescente di studi conferma gli effetti sulla salute dei cambiamenti climatici.

  1. Un approccio globale integrato ai Cambiamenti climatici e alla Salute

L’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute desta una preoccupazione globale che richiede solide prove scientifiche e un punto di vista omnicomprensivo, che incorpori le prospettive di One Health, EcoHealth e Planetary Health nell’approccio al problema. Si devono considerare gli effetti diretti e indiretti dei cambiamenti climatici sulla salute, tenendo conto anche dell’effetto globale del degrado ambientale dovuto alle attività umane (ad esempio, inquinamento, perdita di biodiversità, cattiva gestione delle acque).

  1. Solidarietà tra i Paesi per ridurre le emissioni di gas serra, riducendo al contempo l’impatto dei cambiamenti climatici sulla Salute

Le organizzazioni e i sistemi sanitari avranno bisogno di risorse per praticare un’assistenza sanitaria sostenibile, contribuendo alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra in conformità con i contributi determinati a livello nazionale nell’ambito dell’Accordo di Parigi, senza compromettere altri impatti ambientali. Dovranno, al contempo, prepararsi ad affrontare le sfide dovute alle nuove esigenze sanitarie in rapida trasformazione anche a causa dei cambiamenti climatici, nonostante la scarsità di professionisti della salute. È necessaria la solidarietà tra Paesi con diversi livelli di sviluppo sociale e la leadership delle risorse per pianificare e limitare le emissioni di gas serra dei sistemi sanitari.

  1. Ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici sulle disuguaglianze di salute

Le ben documentate disuguaglianze di salute aumenteranno per gli effetti dei cambiamenti climatici. La pandemia di Covid-19 ha dimostrato come le crisi planetarie abbiano un effetto drammatico sulle disuguaglianze di salute. Queste minacce potrebbero essere definite sindemiche e richiedono un resoconto delle interazioni non solo cliniche, ma anche biologiche e sociali.

  1. Formazione e sviluppo di capacità in materia di cambiamenti climatici e salute per più soggetti

Le attività di formazione sui cambiamenti climatici e la salute devono procedere con costanza, non solo all’interno dei programmi accademici di base, ma anche nell’ambito del potenziamento delle capacità e dell’apprendimento avanzato. Questo settore è fondamentale come competenza chiave per una forza lavoro adeguatamente preparata. È, inoltre, necessario che le Agenzie di sanità pubblica siano pienamente formate, dotate di risorse adeguate e attive nella “preparedness” per ridurre gli impatti dei cambiamenti climatici sulla salute. Le scuole di Sanità Pubblica sono le entità ottimali per ampliare gli ambiti di formazione.

  1. Finanziamenti adeguati per studi interventistici transdisciplinari su cambiamenti climatici e salute

È necessario intraprendere uno sforzo concertato nella ricerca transdisciplinare, a livello nazionale e internazionale. Un’attenzione particolare deve essere rivolta alla ricerca interventistica, coinvolgendo la società civile. Si deve continuare a documentare non solo gli effetti diretti e indiretti dei cambiamenti climatici sulla salute umana, ma anche valutare l’efficacia dei programmi e delle azioni volte a eliminare o ridurre l’impatto di questi effetti, al fine di definire interventi efficaci e di adattarci e prepararci ai cambiamenti futuri.

  1. Advocacy su cambiamenti climatici e salute

L’advocacy è necessaria a tutti i livelli per sensibilizzare, preparare e influenzare le decisioni politiche e garantire finanziamenti adeguati ad affrontare le sfide dei cambiamenti climatici e i loro effetti sulla salute.