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Paola Pisanti: «La gestione della cronicità in Italia»

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Intervista a Paola Pisanti, Consulente esperto malattie croniche, Ministero della Salute

Innanzitutto, ci ricorda quali sono gli obiettivi del Piano Nazionale Cronicità (PNC)?

Paola Pisanti

Il Piano è stato approvato in Conferenza Stato-Regioni a settembre del 2016 e si divide in 2 parti. La prima parte è focalizzata sulla persona con malattia cronica indipendentemente dalla malattia che ne determina la cronicità e presenta obiettivi generali validi per tutte le patologie. Anzi, il Piano segue il cittadino prima ancora che sviluppi una patologia, dal momento in cui viene individuato come portatore di fattori di rischio. Il primo passo riguarda quindi la prevenzione, laddove esistano delle misure da mettere in atto per evitare l’insorgenza di patologie prevenibili, oppure la diagnosi precoce, per le patologie non prevenibili. La tempestività della diagnosi è un obiettivo fondamentale del Piano perché in moltissime patologie croniche la diagnosi avviene con grande ritardo rispetto a quanto previsto dalle linee guida. Un altro elemento chiave riguarda l’epidemiologia, intesa non solo a fini di ricerca ma anche di programmazione sanitaria: in particolare, le Regioni sono sollecitate ad utilizzare l’epidemiologia per operare una stratificazione della popolazione in base ai bisogni dei pazienti, che possono essere molto diversificati pur nell’ambito della stessa patologia cronica.

La parte centrale del Piano riguarda la presa in carico della persona che riceve una diagnosi di malattia e accede al Servizio sanitario. Il paziente, da qualsiasi “porta” acceda (la medicina generale, il pronto soccorso oppure uno screening specifico che consenta di individuare un soggetto a rischio), deve essere indirizzato ad un determinato Percorso Diagnostico-Terapeutico-Assistenziale (PDTA), che rappresenta lo strumento principale di assistenza e cura. Ma il Piano va anche oltre, e indica alle Regioni la necessità di stabilire un Piano personalizzato del paziente, che tenga conto dei bisogni complessi dell’individuo e comprenda non solo gli aspetti clinici o sanitari ma tutti gli elementi che influenzano la quotidianità della persona. Ad esempio, si tratta di valorizzare l’empowerment e l’engagement del paziente, a partire dalla comunicazione della diagnosi, con l’obiettivo di arrivare ad un soggetto che, pur presentando una patologia cronica, sia in salute. Il Piano prevede inoltre un Patto di cura, che si deve stabilire con il medico e il team multidisciplinare. Per ogni fase sono state individuate strategie e azioni da mettere in atto a livello regionale, inclusa la valutazione delle misure adottate.

La seconda parte del Piano affronta invece nello specifico alcune patologie per le quali ci siamo resi conto, nella fase di stesura, che erano necessari maggiori approfondimenti. La scelta di queste patologie è stata dettata soprattutto da due criteri in particolare: l’importante ritardo nella diagnosi rispetto alle linee guida (ad esempio per l’artrite reumatoide spesso la diagnosi viene posta dopo 7 anni dai primi segni) e il peso rilevante della patologia, inteso non a livello economico quanto piuttosto sulla vita quotidiana del paziente e della sua famiglia.

Stratificazione della popolazione, integrazione ospedale-territorio, applicazione dei PDTA e domiciliarità sono obiettivi fondamentali del PNC

Tra i principali obiettivi del Piano, ricordiamo innanzitutto, la creazione di modelli omogenei di stratificazione della popolazione, per garantire che non ci siano differenze interregionali ed evitare eventuali problematiche nel passaggio di un paziente da una Regione ad un’altra; quindi la verifica di come le Regioni stanno mettendo in atto l’integrazione ospedale-territorio, con l’elaborazione di eventuali ulteriori strumenti per rendere più stretto questo rapporto. Come abbiamo detto, il Piano indica nel PDTA lo strumento principale per seguire il paziente ma è importante verificare che questo strumento venga utilizzato in maniera corretta, considerando che non tutte le patologie si prestano alla costruzione di un PDTA: in quest’ottica stiamo portando avanti con la Fondazione Ricerca e Salute (ReS) un lavoro di analisi che ha evidenziato come condizioni preliminari per la stesura di un PDTA la multidisciplinarietà e l’esistenza di linee guida o di consenso relative alla patologia.

Un altro obiettivo è la demedicalizzazione della vita quotidiana del paziente, intesa come impegno a fare in modo che il malato cronico non sia discriminato per la sua condizione patologica nell’ambiente lavorativo, familiare e a scuola, pur garantendogli una migliore assistenza e cura dal punto di vista clinico, facilitando l’accesso al servizio sanitario e migliorando l’appropriatezza delle terapie e delle prestazioni.

A che punto è il recepimento del Piano nelle diverse Regioni? Ci sono esperienze particolarmente significative per l’applicazione del PNC?

Per monitorare l’applicazione del PNC è stata istituita a livello ministeriale una Cabina di regia composta da rappresentanti del Ministero della Salute, come i Direttori generali delle funzioni di Programmazione, Prevenzione, Alimenti, Sistema statistico, Sistema informativo, e di altre istituzioni, come l’Istituto Superiore di Sanità, l’Agenas e l’AIFA, oltre ad esperti a livello nazionale di cronicità. La Cabina di regia inoltre ha il compito di raccogliere le “buone pratiche” che si stanno portando avanti nelle diverse Regioni.

In questi tre anni, sono 11 le Regioni che hanno recepito formalmente il Piano, ma anche altre Regioni che non hanno ancora predisposto un atto formale si stanno indirizzando verso questo modello di gestione della cronicità.

Nella fase di stesura del Piano è stata condotta una ricognizione di tutti i modelli assistenziali sulla cronicità esistenti in Italia, con l’obiettivo di predisporre un documento che non fosse in conflitto con quello che già esisteva nel nostro Paese. Alcuni modelli organizzativi erano già attivi, come ad esempio quello delle Reti cliniche integrate in Toscana, i modelli di stratificazione messi a punto in Veneto o le esperienze di Lombardia ed Emilia Romagna. Il Piano ha inteso rafforzare il concetto della necessità di un nuovo modello di gestione, offrendo uno spunto soprattutto alle Regioni che non avevano ancora affrontato questo argomento. Ad esempio in questi anni abbiamo visto come le Case della Salute, che rappresentano una modalità operativa di Unità di Cure Complesse Primarie (UCCP), sono state adottate anche in Lazio.

Inoltre, se è vero che alcune delibere regionali contengono un recepimento ancora molto formale del Piano, altre Regioni, come l’Umbria, sono scese più nella pratica e hanno individuato i vari passaggi da mettere in atto, quali saranno i compiti dei Direttori generali nell’applicazione del piano, individuando alcuni PDTA specifici e prevedendo una riorganizzazione generale dell’assistenza. Perché il punto chiave del Piano riguarda proprio l’organizzazione, in continuità con quanto previsto e realizzato fino ad oggi, a partire dalla Legge 833 di Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, ma con una nuova visione del cronico rispetto all’acuto, che porta con sé una serie di cambiamenti anche nel comportamento professionale di tutte le figure coinvolte.

In merito ai cambiamenti a livello organizzativo, nella Cabina di regia e nella valutazione dell’applicazione del PNC avete già riscontrato se sono stati implementati sistemi innovativi di remunerazione dell’assistenza ai malati cronici?

Per il momento siamo ancora nella fase iniziale e non abbiamo esperienze concrete, anche se Ministero e Regioni stanno lavorando su questo aspetto. In effetti, tra gli strumenti per favorire l’applicazione del Piano, avevamo già inserito il riferimento ad un sistema di remunerazione non più a prestazione ma a performance, perché il percorso del paziente cronico può essere caratterizzato, ad esempio, da una maggiore spesa per i farmaci bilanciata da un risparmio sulle mancate ospedalizzazioni. In questo senso per il cronico è auspicabile il superamento dei silos di spesa separati (farmaci, prestazioni, ospedale, territorio).

In questi tre anni, sono 11 le Regioni che  hanno recepito formalmente il Piano

Un altro elemento utile per l’applicazione del Piano è il Nuovo Sistema Informativo Sanitario (NSIS) che, oltre ai flussi già esistenti (SDO, i farmaci, le prestazioni specialistiche…), ha predisposto linee di monitoraggio aggiuntive sull’assistenza territoriale, la riabilitazione e la residenzialità.

Nella stessa ottica si è inserito il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) con l’obiettivo di indicare alle Regioni come identificare il target di popolazione attraverso l’analisi dei dati amministrativi e di fornire gli indicatori di processo e di esito per una rilevazione omogenea a livello nazionale. Ad esempio, dalla sperimentazione effettuata in alcune Regioni è emerso che l’esame del fondo oculare per il paziente diabetico in alcune realtà viene effettuato ogni due anni e in altre no.

In conclusione, quale impatto auspica che possa avere il Piano Nazionale Cronicità sul nostro sistema sanitario?

Prima di concludere, vorrei ancora sottolineare due elementi fondamentali, che chiamano in causa importanti innovazioni tecnologiche e di processo. Innanzitutto la domiciliarità, cioè cercare di portare il più possibile i pazienti al proprio domicilio, evitando le riacutizzazioni della malattia e le conseguenti ospedalizzazioni. Gestire il paziente a domicilio significa sfruttare al meglio la sanità digitale, quindi tutto quello che riguarda la telemedicina, il teleconsulto e la teleassistenza, aspetti ai quali il Piano dedica particolare attenzione.

E infine, l’autonomia del paziente, con l’obiettivo di rendere le persone sempre più autonome nella gestione della propria patologia, soprattutto laddove vengono utilizzati alcuni devices, come nel diabete o nella BPCO.

Senza dubbio, questi cambiamenti influenzeranno in maniera significativa il nostro sistema sanitario e anche il comportamento professionale di tutte le figure coinvolte. Ad esempio, recentemente con il Ministero della Salute e l’Ordine degli psicologi ho lavorato all’elaborazione e alla pubblicazione di un documento sul ruolo dello psicologo nella gestione della cronicità. Lo stesso si dovrà fare con altre categorie, soprattutto per quelle figure che hanno lavorato sempre in maniera molto settoriale e che ora vengono inserite in questo percorso di diagnosi e cura. Tutto ciò dovrà però essere sempre visto e integrato nella cornice del Piano, che deve rappresentare un cambiamento epocale sia per l’ospedale sia per il territorio.

Come si vede, il Piano apre ad una complessità di interventi e per il suo intento di rottura rispetto al passato può essere giustamente considerato, secondo me, “una nuova riforma”, perché dà una visione della cronicità completamente diversa dall’approccio precedente.

In questo senso, il Piano va ad influenzare la “cultura” delle persone, sia chi cura sia chi viene curato e, come tutto quello che passa attraverso un cambiamento culturale, richiede tempi lunghi. Prima dovranno manifestarsi le ricadute culturali e poi saremo in grado di rilevare anche i risultati operativi. Ci vorrà un po’ di tempo però credo che la prima pietra sia stata posta.

Il Piano Nazionale della Cronicità: obiettivi e contenuti

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Le malattie croniche sono in costante aumento in Italia e nei Paesi a sviluppo economico avanzato e la gestione della cronicità rappresenta una sfida importante per la sostenibilità del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Nel nostro Paese, secondo stime recenti dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni italiane dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, quasi il 40% della popolazione soffre di almeno una patologia cronica. Si tratta di 24 milioni di persone, e circa la metà presenta multicronicità (Tabella I). Attualmente le patologie croniche più frequenti sono l’ipertensione, l’artrite/artrosi e le malattie allergiche, mentre la spesa sanitaria per la gestione della cronicità è stata nel 2017 di circa 67 miliardi di euro, e per il 2028 si stima che possa arrivare fino a 71 miliardi circa [Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, 2019]. L’aumento della prevalenza di malati cronici è un fenomeno ad origine multifattoriale, che dipende dal trend demografico di invecchiamento della popolazione, correlato all’aumento della sopravvivenza, al miglioramento delle condizioni economico-sociali e alla disponibilità di nuove terapie.

A livello europeo e mondiale, è stato calcolato che circa il 70-80% delle risorse sanitarie siano dedicate alla gestione delle patologie croniche: nell’Unione europea questo corrisponde ad una spesa di circa 700 miliardi di euro, allocati per il 97% al trattamento delle patologie e solo per il 3% investiti in prevenzione [Consiglio dell’Unione europea, 2013].

La cronicità rappresenta una priorità anche per il nostro Ministero della Salute, che ha emanato il Piano Nazionale della Cronicità (PNC), approvato in Conferenza Stato-Regioni il 15 settembre 2016. Sono passati oltre 3 anni dall’approvazione, ma gli obiettivi e le finalità continuano ad essere di stretta attualità, come dimostrano i dati sopra riportati sull’impatto della cronicità sul sistema della salute pubblica.

Come ricordato nelle premesse del PNC, le patologie croniche richiedono un approccio assistenziale diverso dalla gestione dell’acuto perché necessitano di interventi per periodi di lunga durata e prevedono una forte integrazione tra SSN e servizi sociali: questo comporta la necessità di ricorrere a servizi residenziali e territoriali che spesso non sono ancora sufficientemente implementati, e in maniera uniforme, nel nostro Paese. Il Piano Nazionale della Cronicità è nato dunque «dall’esigenza di armonizzare a livello nazionale le attività in questo campo» per proporre «un disegno strategico comune» con l’intento di «promuovere interventi basati sulla unitarietà di approccio, centrato sulla persona, orientato su una migliore organizzazione dei servizi, e una piena responsabilizzazione di tutti gli attori dell’assistenza» [PNC, 2016].

Patologie

2017

2028

2038

Persone con almeno 1 patologia cronica

24.040

25.233

25.589

Persone con almeno 2 patologie croniche

12.578

13.907

14.673

Ipertensione

10.702

11.846

12.523

Artrosi/artrite

9.723

10.803

11.506

Malattie allergiche

6.428

6.313

5.940

Osteoporosi

4.772

5.279

5.757

Bronchite cronica

3.553

3.731

3.856

Diabete

3.411

3.634

3.908

Disturbi nervosi

2.732

2.925

2.978

Malattie cardiache

2.499

2.689

2.926

Ulcera gastrica o duodenale

1.435

1.586

1.611

Tabella I. Persone (valori assoluti in migliaia) per presenza di patologie croniche e tipologia di patologia. Anno 2017 e proiezioni anni 2028 e 2028 [Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, 2019].

PNC: la prima parte

Il documento è suddiviso in due parti: la prima di carattere più generale e la seconda dedicata ad una serie di patologie con bisogni assistenziali specifici. Di seguito riporteremo alcuni temi selezionati dal PNC.

Un’adeguata gestione della cronicità necessita di un sistema di assistenza continuativa, multidimensionale, multidisciplinare e multilivello

Innanzitutto, nella prima parte, si illustra il disegno complessivo del piano e vengono individuati gli elementi chiave della gestione della cronicità: aderenza, appropriatezza, prevenzione, cure domiciliari, informazione, educazione ed empowerment, conoscenza e competenza. Il Piano sottolinea l’importanza di un sistema di cure centrato sulla persona e, in particolare, sulla realizzazione di progetti di cura personalizzati a lungo termine, che consentano la razionalizzazione dell’uso delle risorse e il miglioramento della qualità di vita, nell’ottica di prevenire le disabilità e la non autosufficienza. In quest’ottica, uno strumento fondamentale viene identificato nel Percorso Diagnostico-Terapeutico-Assistenziale, il cosiddetto “PDTA”, che deve essere sviluppato in modo tale da prendere in carico il paziente integrando tutti gli attori dell’assistenza e del welfare: le cure primarie, la specialistica ambulatoriale, l’assistenza territoriale e quella ospedaliera, la comunità.

Il percorso del paziente suddiviso in fasi

Il PNC descrive e analizza in modo molto dettagliato il “macroprocesso” di gestione del paziente, cioè il “percorso del malato cronico suddiviso in fasi”, per ognuna delle quali vengono riportati gli obiettivi specifici, le linee di intervento e i risultati attesi. In Figura 1 se ne riporta una sintesi che illustra le macroattività.

Fasi del macroprocesso di gestione del paziente e macroattività

Figura 1. Fasi del macroprocesso di gestione del paziente e macroattività [PNC, 2016]

Nuovi modelli di remunerazione della cronicità

Nella fase 3, la cosiddetta “Presa in carico e gestione del paziente attraverso il piano di cura” il PNC riporta alcuni esempi di modelli di remunerazione delle prestazioni che potrebbero incentivare l’integrazione delle cure e pertanto potrebbero essere applicati efficacemente nei pazienti cronici. In particolare, il Piano illustra i seguenti modelli [PNC, 2016]:

  • pay-for-coordination, che valorizza “l’attività di coordinamento delle cure e incentiva servizi di programmazione, organizzazione e monitoraggio dei percorsi individuali di cura (case management)”;
  • pay-for-performance, che regola il pagamento in base al “raggiungimento di obiettivi, misurabili con indicatori di processo (quali l’integrazione delle cure e la continuità dell’assistenza) o di esito”;
  • bundled payment, che definisce una “remunerazione a pacchetto” integrando “una serie di servizi relativi ad una specifica condizione per un determinato periodo di tempo”;
  • “sistemi di clinical risk adjusted capitation, in grado di stratificare la popolazione in livelli di severità clinica e di assorbimento di risorse e quindi di individuare il costo medio associato ai servizi sanitari necessari (full o partial capitation) per la gestione del paziente in un determinato periodo di tempo”.

Per la corretta applicazione di queste nuove modalità di remunerazione delle prestazioni erogate ai pazienti cronici, un elemento cruciale è l’identificazione del soggetto a cui compete la responsabilità clinica del paziente e delle risorse associate: come evidenziato dal Piano, nelle diverse Regioni il soggetto responsabile può essere di volta in volta differente, ed essere individuato nel Distretto, nella Casa della salute, nelle Unità Complesse di Cure Primarie (UCCP) o, ancora, nelle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT).

La cronicità in età evolutiva

Anche se correlate con il trend demografico di invecchiamento generale della popolazione, le patologie croniche possono colpire anche pazienti in età pediatrica, che sono particolarmente a rischio di disagio e diseguaglianze: per questa ragione il PNC dedica un capitolo a parte alla cronicità in età evolutiva sottolineando la necessità di seguire i cambiamenti dei bisogni dei pazienti nelle differenti fasi di crescita, di monitorare attentamente lo sviluppo del bambino e di favorire l’inserimento nelle comunità scolastiche e ludico-ricreative e sportive. Inoltre, quando il paziente cronico è un bambino, il Piano evidenzia come assuma una rilevanza ancora maggiore la presa in carico della famiglia nel suo insieme, per valutare le competenze e il contesto socio-economico degli adulti responsabili del piccolo paziente [PNC, 2016].

Attività di monitoraggio

Nell’elaborazione del PNC sono state previste le attività di monitoraggio dell’applicazione del Piano stesso, che devono operarsi a diversi livelli: innanzitutto è previsto un monitoraggio a livello centrale, che deve valutare il recepimento del Piano da parte delle Regioni e la conseguente implementazione di strumenti appropriati [PNC, 2016]. Quindi è previsto il monitoraggio dei nuovi assetti organizzativi e operativi messi in atto dalle Regioni: ad esempio devono essere predisposti degli indicatori per misurare l’attivazione della rete assistenziale, l’adozione nelle singole Aziende degli atti necessari a raggiungere gli obiettivi del Piano, la progettazione e realizzazione di interventi integrati per la promozione di corretti stili di vita e la prevenzione secondaria delle principali malattie croniche, la formazione di gruppi multi-professionali per il coordinamento e la definizione dei PDTA specifici [PNC, 2016]. Infine è prevista la valutazione dell’andamento dei principali indicatori di salute relativi alle singole patologie croniche per misurare, a breve e medio/lungo termine, i risultati in termini di performance, outcome e costi dei modelli di gestione della cronicità attuati dalle Regioni [PNC, 2016]. Gli indicatori di salute relativi alle singole patologie vengono riportati nella seconda parte del Piano (Tabella II).

Il Piano affronta anche aspetti trasversali dell’assistenza alla cronicità come la sanità digitale e l’umanizzazione delle cure

Come noto, al fine di monitorare l’applicazione del Piano e coordinare gli interventi, è attiva una Cabina di regia che comprende rappresentanti da diverse istituzioni (Ministero della Salute, AIFA, Agenas, Istituto Superiore di Sanità, Conferenza delle Regioni), Società scientifiche (Fism, Fnomceo e Fnopi) e Associazioni per la tutela dei malati (come il Coordinamento nazionale delle associazioni dei malati cronici di Cittadinanzattiva).

Cronicità oggetto della seconda parte del Piano

Nella seconda parte del PNC, come accennato in precedenza, hanno trovato spazio alcune patologie che, per gli estensori del Piano, necessitavano di un particolare approfondimento perché presentavano criteri peculiari di rilevanza epidemiologica, gravità, invalidità, peso assistenziale ed economico, difficoltà di diagnosi e accesso alle cure. Per ognuna vengono indicati, oltre a definizioni e dati epidemiologici, le principali criticità, gli obiettivi generali e specifici, le linee di intervento, i risultati attesi e i principali indicatori di monitoraggio [PNC, 2016].

In Tabella II si riportano le patologie e gli indicatori di monitoraggio [PNC, 2016].

Patologie

Indicatori di monitoraggio

Malattie renali croniche e insufficienza renale

  • % di persone con insufficienza renale cronica sulla popolazione affetta da MRC
  • % di soggetti affetti da insufficienza renale cronica che non si giovano della terapia dialitica indirizzati alla terapia conservativa (farmacologica e dietetica)
  • Numero di soggetti con insufficienza renale cronica in teledialisi assistita

Malattie reumatiche croniche: artrite reumatoide e artriti croniche in età evolutiva

  • % di popolazione diagnosticata precocemente (secondo quanto previsto dalle linee guida)
  • % di professionisti coinvolti in un PDTA

Malattie intestinali croniche: rettocolite ulcerosa e malattia di Crohn

  • % di soggetti con diagnosi entro 6 mesi dalla comparsa della sintomatologia
  • % di studi sui modelli di integrazione sociale e transizione in ambito pediatrico

Malattie cardiovascolari croniche: insufficienza cardiaca (scompenso cardiaco)

  • % di soggetti in assistenza domiciliare
  • % di pazienti seguiti a domicilio e in teleassistenza

Malattie neurodegenerative: malattia di Parkinson e parkinsonismi

  • % di pazienti con diagnosi entro i tempi previsti dalle linee guida
  • % di pazienti inseriti in un PDTA che assicuri l’aderenza alle linee guida e le risposte ai bisogni complessi dei pazienti

Malattie respiratorie croniche: BPCO e insufficienza respiratoria cronica (IRC)

  • % di popolazione con BPCO grave e IRC curata a domicilio rispetto alla popolazione affetta da BPCO grave e IRC
  • % di popolazione inserita in programmi domiciliari che abbia avuto necessità di una o più ospedalizzazioni
  • % di popolazione con BPCO grave e IRC ospedalizzata e dimessa (SDO) rispetto al trend dell’anno precedente

Insufficienza respiratoria in età evolutiva

  • Numero di ricoveri/giornate di degenza/paziente
  • Numero di riacutizzazioni respiratorie: Paziente/anno
  • % di soggetti curati al proprio domicilio

Asma in età evolutiva

  • Numero dei ricoveri/giornate di degenza/paziente
  • Numero di riacutizzazioni: Paziente/anno
  • % di soggetti con asma grave curati al proprio domicilio

Malattie endocrine in età evolutiva

  • Numero di soggetti in assistenza domiciliare
  • Numero di ricoveri per complicanze
  • Numero di corsi di formazione sulle patologie endocrinologiche
  • Numero di riacutizzazioni: Paziente/anno

Malattie renali croniche in età evolutiva

  • % di pazienti con insufficienza renale cronica sulla popolazione affetta da malattia renale cronica
  • Numero di soggetti con insufficienza renale cronica in teledialisiassistita
  • Numero di soggetti in dialisi domiciliare

Tabella II. Indicatori di monitoraggio per le singole patologie considerate dal PNC [PNC, 2016]

Recepimento del PNC a livello regionale: alcuni esempi

Da gennaio 2018 in Lombardia è attivo il nuovo modello di presa in carico per i pazienti con patologie croniche che parte da una stratificazione dei pazienti assistiti in Regione da almeno 2 anni per patologia cronica o rara o in condizioni di fragilità sociosanitaria e consente all’Agenzia di Tutela della Salute (ATS) competente per territorio di invitare il singolo paziente a scegliere un soggetto “gestore” che lo accompagna nel percorso di cura e a sottoscrivere insieme il “Patto di cura”, da rinnovarsi dopo il periodo di 1 anno. In seguito viene elaborato il “Piano di Assistenza Individuale” (PAI), sempre della durata di 1 anno, che dipende dalle esigenze cliniche del paziente e contiene tutte le prescrizioni necessarie (farmacologiche e non, di visite ed esami). È compito dell’ATS competente per territorio individuare i soggetti idonei a ricoprire il ruolo di Gestore che, in generale, può essere assegnato a Medici di Medicina Generale (MMG) e Pediatri di Libera Scelta (PLS) che operano in associazione con altri medici o Strutture sanitarie e sociosanitarie pubbliche e private accreditate, comprese Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA), Centri Diurni Integrati (CDI) e Strutture riabilitative ambulatoriali. L’adesione al nuovo modello di presa in carico tramite il Gestore rimane facoltativa; chi non aderisce, continua ad usufruire dei servizi del SSN tramite MMG o PLS [Regione Lombardia, 2018].

Diversi sono i modelli di gestione della cronicità che le Regioni stanno implementando per recepire il PNC

Il modello adottato dalla Regione Emilia Romagna pone invece al centro dell’assistenza primaria la Casa della salute, la cui istituzione risale al 2010 e che negli anni ha assunto diverse funzionalità. Tra queste, a partire dal 2016, è stata specificata la «presa in carico della cronicità e fragilità secondo il paradigma della medicina d’iniziativa» [Assobiomedica, 2019]. In particolare, la gestione della cronicità viene affidata all’ambulatorio infermieristico, che deve essere presente all’interno delle Case della salute, e che deve assolvere ai seguenti compiti: identificazione e reclutamento dei soggetti a rischio (in collaborazione con gli MMG); chiamata attiva dei pazienti e recall telefonico, anche con il supporto di personale tecnico-amministrativo; accoglienza e presa in carico multiprofessionale e interdisciplinare; follow-up e monitoraggio del paziente nel rispetto di esami e visite previsti dal PDTA della patologia; educazione terapeutica finalizzata all’empowerment, all’autogestione della patologia e all’adozione di corretti stili di vita; continuità assistenziale, in caso di ricovero ospedaliero o in struttura intermedia come l’Ospedale di Comunità (case management) [Assobiomedica, 2019].

La Regione Veneto ha implementato negli anni scorsi un sistema di stratificazione della popolazione tramite il sistema Acg (Adjusted Clinical Group) che, translato dall’Università Johns Hopkins di Baltimora, ha consentito di utilizzare i flussi di dati del Servizio Sanitario Regionale per effettuare un’analisi della distribuzione delle patologie su territorio e, di conseguenza, gestire con maggiore efficienza le risorse in base ai bisogni di salute della popolazione. Su questa base, il Veneto ha previsto una gestione della cronicità suddiviso in due livelli: per la cronicità “semplice” il paziente viene seguito dai team dell’assistenza primaria organizzati in Medicine di Gruppo Integrate (MGI), mentre per la cronicità “complessa e avanzata” il riferimento sono i team multiprofessionali che devono coordinare i diversi nodi dell’assistenza per attuare i Piani Assistenziali Individualizzati (PAI) condivisi con il paziente. La rete ospedaliera viene coinvolta nella gestione della cronicità complessa anche in funzione di supporto alla domiciliarizzazione [Ghiotto, 2018].

In chiusura di questa breve rassegna del recepimento del PNC nelle diverse Regioni, che intende presentare alcuni esempi senza la pretesa di essere esaustiva, riportiamo l’esperienza della Regione Puglia, che ha avviato nel 2018 il progetto CARE Puglia 3.0., con durata sperimentale di 2 anni [Giunta regionale Puglia, 2018]. Se è vero che al centro di questo progetto è posta la figura del Medico di Medicina Generale, che ha il compito di inquadrare sul piano clinico e sociale le esigenze del paziente, disegnando il percorso individuale sulla base delle linee guida nazionali e internazionali, fondamentale è anche l’apporto del collaboratore di studio del MMG e dell’infermiere professionale: quest’ultimo assume la funzione di “case manager” per accompagnare il paziente nel percorso assistenziale, e viene supportato dal collaboratore di studio per la gestione informatica del processo e le pratiche amministrative necessarie [Giunta regionale Puglia, 2018]. La fase sperimentale si rivolge ad assistiti dalla Regione Puglia di età superiore a 40 anni e affetti dalle seguenti patologie: ipertensione arteriosa, diabete mellito di tipo 2, BPCO e scompenso cardiaco. Al termine della sperimentazione biennale, il progetto dovrebbe essere esteso a tutta la popolazione di pazienti cronici e a tutti gli MMG [Giunta regionale Puglia, 2018].

Bibliografia di riferimento

Il Distretto e il Commissioning Cycle: quale ruolo nella gestione delle cronicità?

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Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) si trova oggi a fronteggiare uno scenario complesso, segnato da un progressivo incremento dell’età media della popolazione e da una contestuale transizione epidemiologica dettata da una maggiore incidenza delle patologie croniche sulla domanda di cure. Contestualmente si ha un aumento delle aspettative di salute da parte dei cittadini che ha portato a una evoluzione dei bisogni e a una continua richiesta di prestazioni sanitarie.

In questo contesto il distretto, disciplinato dalle normative nazionali (D.Lgs 1999 n. 229, Legge 8 Novembre 2000 n.328, Legge Costituzionale 18 ottobre 2001, PSN 2003-2005, PSN 2001-2013, D.Lgs n.159/2012) è l’articolazione territoriale delle Aziende Sanitarie che assicura i servizi di assistenza primaria relativi alle attività sanitarie e sociosanitarie. Il distretto viene dunque identificato come il luogo dove si valuta il fabbisogno e la domanda di salute e dove viene elaborata un’adeguata e condivisa pianificazione strategica.

I distretti in Italia oggi si presentano come organizzazioni con territori e popolazioni di riferimento rimarchevoli e differenti tra di loro. Si possono individuare in media circa 85.000 abitanti, con un range molto ampio che varia da Regione e Regione. Si passa infatti da un minimo di circa 25.000 abitanti per la Provincia di Bolzano, ad un bacino massimo di circa 120.000 abitanti per la Lombardia. Inoltre, si registra circa un 11% dei distretti con una popolazione di riferimento inferiore a 30.000, circa un 25% con un numero di residenti compreso tra 30.000 e 60.000 e il restante con più di 60.000 abitanti [1].

La mission del distretto è di garantire l’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) governando la domanda di salute della popolazione di riferimento in modo da promuovere la corretta fruizione dei servizi relativi all’assistenza primaria. Non vi è nessuna specifica relativa alle modalità con cui queste funzioni vengono portate a termine, è competenza della Regione di riferimento fornire indicazioni sui diversi approcci da utilizzare per l’erogazione dei servizi. I servizi possono essere erogati direttamente dal distretto oppure gestiti “in outsourcing” tramite negoziazioni con altre strutture accreditate. Il distretto esercita in maniera separata, come previsto dalla normativa, sia la funzione di committenza che la funzione di produzione. Nello scenario nazionale italiano, si evidenziano infatti distretti con prevalente funzione di committenza e distretti che si concentrano sulla funzione di produzione passando a distretti di tipo misto che esercitano entrambe le funzioni in maniera coordinata. Ad esempio, la Regione Liguria ha costituito una forma distrettuale con l’obiettivo di favorire in maniera concreta l’integrazione delle politiche partendo dall’organizzazione territoriale ossia il distretto sociosanitario. In Puglia invece il distretto sociosanitario rappresenta una articolazione territoriale, operativa, organizzativa di coordinamento e di responsabilità delle ASL [1].

Oggi in Italia i distretti sono piuttosto diversificati per territori e popolazioni di riferimento

Dal punto di vista della committenza, il distretto risulta essere l’attore principale dell’intero processo, coordina il rapporto tra domanda e offerta mettendo in atto i percorsi assistenziali. Per quanto riguarda la funzione di produzione, il distretto coordina tutta gli attori della “primary care”, cercando di valorizzare l’integrazione dei propri presidi.

Nello specifico, la funzione di committenza si sostanzia in questa serie di attività [2]:

  1. programmazione e pianificazione delle attività coerentemente con le risorse a disposizione e seguendo le direttive dei vertici aziendali;
  2. coordinamento della produzione ed erogazione da parte dei dipartimenti aziendali e o delle strutture private accreditate;
  3. integrazione istituzionale dei servizi sociosanitari;
  4. controllo e monitoraggio dell’efficacia dei servizi e delle prestazioni erogate;
  5. valutazione del conseguimento degli obiettivi previsti in fase di programmazione.

Queste attività di committenza fanno riferimento a funzioni di governo strettamente collegate all’ambito manageriale ed economico del sistema che si basa sull’analisi continua dei bisogni della comunità e sulla configurazione di servizi, tenendo conto degli attori presenti e delle risorse disponibili.

Andando più nel dettaglio, il termine “committenza” (Commissioning) nasce alla fine degli anni ’90 nel mondo anglosassone per definire un’attività differente dal semplice acquisto di beni e servizi da parte delle organizzazioni sanitarie, che comprendesse al suo interno anche tutte le attività volte ad assicurare una reale risposta ai bisogni di salute di una popolazione [3, 4].

Il Royal College of General Practitioners [4,5] ha identificato 5 principi fondamentali che dovrebbero orientare una buona attività di committenza:

  • migliorare gli esiti per pazienti e comunità, dando priorità alla domanda rispetto all’offerta ed incoraggiando l’innovazione;
  • sviluppare l’empowerment del paziente attraverso approcci condivisi all’assistenza, coinvolgendo in maniera proattiva i pazienti aiutandoli ad essere non solo fruitori ma protagonisti della loro assistenza;
  • utilizzare pratiche evidence based nella valutazione dei bisogni, nel disegno dei servizi e nel monitoraggio degli esiti;
  • mobilizzare le risorse della comunità;
  • rendere sostenibili i sistemi sanitari.
Il distretto è il luogo in cui favorire il coinvolgimento dei professionisti e la loro integrazione

Applicando dunque il Commissioning Cycle all’ambito del distretto, esso può essere visto come un processo ciclico costituito essenzialmente da tre fasi temporalmente distinte: l’analisi dei bisogni di salute, l’acquisizione dei servizi e il monitoraggio e valutazione dei risultati (Figura 1) [2].

Le tre fasi del Commissioning Cycle nell’ambito del distretto

Figura 1. Le tre fasi del Commissioning Cycle nell’ambito del distretto [2]

La fase di analisi dei bisogni di salute prevede un’attenta ricognizione dei bisogni trasversali alle diverse aree territoriali e un’attività di intensificazione di quelle unità di offerta territoriali che raccolgono bacini d’utenza con bisogni di accesso e disponibilità temporale dei servizi più critici. Avere un’analisi dettagliata e puntuale dei bisogni permette una maggiore equità nella distribuzione dei servizi, andando a disincentivare accessi inappropriati nelle strutture ospedaliere. La qualificazione dei bisogni distintivi per territorio di riferimento consente di realizzare un’effettiva capillarità dell’assistenza, offrendo l’opportunità di graduare più accuratamente l’autonomia gestionale delle strutture territoriali e di potenziare le sinergie tra le professionalità coinvolte in tutto il processo di gestione del paziente.

Per quanto riguarda la seconda fase, cioè l’acquisizione dei servizi, abbiamo già ricordato come tali servizi possano essere prodotti internamente, acquistati da un attore del servizio sanitario o al di fuori dello stesso con l’obiettivo di lavorare e saper utilizzare il concetto di rete territoriale. Tale fase è caratterizzata dall’identificazione delle opportunità di miglioramento per offrire un insieme di servizi mirati a soddisfare i bisogni di salute identificati, dalla definizione dei sistemi di fornitura con sottoscrizione di contratti con i fornitori e da una gestione appropriata della domanda, monitorando, in maniera continuativa, l’adeguatezza dei servizi in funzione del volume di attività atteso, degli standard di sicurezza e della qualità delle cure per assicurare che non vengano sovra o sottoutilizzati. Inoltre, un’ulteriore attività è legata alla verifica che tutti i pazienti utilizzino i servizi offerti in maniera ottimale.

Nella fase di monitoraggio e valutazione dei risultati è fondamentale l’integrazione di dati e informazioni di natura differente, compresi i vari feedback restituiti dai pazienti che sono utili per valorizzare e incentivare il confronto interno ed esterno per favorire la diffusione della conoscenza. Come step finale, in modo da misurare le performance, può essere utile l’implementazione di un panel di Key Performance Indicators (KPI), strutturati in maniera chiara e univoca, suddivisi per area o per figura professionale, tenendo conto dei flussi di dati a disposizione e orientati a generare risultati coerenti con le risorse a disposizione e con le variabili chiave della pianificazione strategica e della programmazione. La misurazione attraverso indicatore può essere utile nel valutare sia a monte che a valle il processo assistenziale, sulla base di dati provenienti da evidenze empiriche. Si riportano alcuni esempi di KPI da implementare su più distretti relativi ad un’area:

  • numero medio di Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT);
  • numero medio di medici di medicina generale operanti;
  • numero medio di Servizi per le Tossicodipendenze (SerT) presenti;
  • percentuale di pazienti trattati;
  • percentuale di nuovi pazienti trattati;
  • numero di interventi erogati per paziente;
  • grado di copertura vaccinale;
  • accessi in Pronto Soccorso;
  • tempo risposta dei fabbisogni.

Centralità del paziente e radicamento nella comunità locale sono tra le finalità del distretto

La suddivisione del ciclo della committenza in diverse fasi può portare a caratterizzarla con un ciclo temporale ben definito che può essere ad esempio annuale, mentre nella realtà il ciclo della committenza deve essere inteso come un processo continuo in cui diverse attività coesistono e si sovrappongono [4,6].

Come già accennato in precedenza, la tipologia di servizi e di attività che vedono il Distretto come punto di riferimento richiede come requisito il lavoro di rete e, conseguentemente, il conoscere, il saper lavorare ed utilizzare le reti [4]. La programmazione regionale dovrà dunque tendere a una logica di continuità e coordinamento assistenziale puntando sul progressivo potenziamento delle strutture territoriali; queste dovranno essere adeguate al fabbisogno odierno dei pazienti e in grado di interagire in maniera proattiva con le strutture ospedaliere. Oggi si è chiamati a migliorare il sistema mediante una organizzazione in rete degli erogatori di assistenza, con l’obiettivo di supportare il paziente nel suo iter di cura attraverso i diversi livelli di assistenza necessari. Si tratta, cioè, di ridisegnare l’offerta assistenziale in un’ottica d’integrazione tra i diversi setting di cura. Questo al fine di realizzare non solo un più adeguato approccio ai bisogni del cittadino ma anche una riduzione dei ricoveri e delle spese associate.

Il distretto è il luogo in cui favorire il coinvolgimento dei professionisti e la loro integrazione, l’appropriatezza, la sicurezza, la trasparenza e la sostenibilità delle attività sanitarie e socioassistenziali, puntando sulla centralità del paziente e sul forte radicamento nella comunità locale. In questo modo è possibile approcciarsi in modo più adeguato ai bisogni del cittadino, offrendo anche un servizio al paziente fragile nel proprio ambiente sociale, senza costringerlo a percorsi gravosi per lui, per i suoi cari e per la comunità.

In questo contesto è pertanto auspicabile che le Regioni e le Agenzie di Tutela della Salute (ATS) mettano in pratica tutte le iniziative orientate a conferire al distretto un effettivo ruolo centrale di coordinamento, in modo da svolgere un ruolo di committenza di servizi a tutto campo, presidiando la commessa complessiva dell’assistenza e di tutta l’offerta.

Nel distretto si sperimentano nuovi modelli organizzativi

Ad oggi, nel panorama nazionale, si evidenziano numerose esperienze orientate al potenziamento della funzione di tutela e di committenza, riservando la produzione ad altre realtà. L’evoluzione normativa e le esperienze sviluppate in questi anni in Italia mostrano come il distretto sia oggi uno degli ambiti di sperimentazione più vivaci.

In sintesi, il distretto oggi è un luogo dove vengono continuamente sperimentati nuovi modelli organizzativi e in cui deve essere favorito il coinvolgimento e l’integrazione dei professionisti sanitari attraverso un potenziamento della rete territoriale supportati da metodologie innovative con l’obiettivo di raggiungere migliori standard di efficacia, sicurezza e appropriatezza delle attività sanitarie e sociosanitarie perseguendo la centralità del paziente nel suo contesto di riferimento.

Bibliografia di riferimento

  1. Project (VS/2011/0052) – supported by the European Union Programme for Employment and Social Solidarity – PROGRESS (2007-2013)
  2. Brusaferro S, Del Giudice P, Lesa L, et al. I Servizi Sanitari nel contesto EU: l’importanza della committenza. Sistema Salute 2015; 59: 88-100
  3. Smith J, Mays N, Dixon J, et al. A review of the effectiveness of primary care-led commissioning and its place in the NHS. London: The Health Foundation; 2004
  4. Del Giudice P, Menegazzi G, Lesa L, et al. Organizzazione distrettuale dei servizi dell’Assistenza Primaria. In: Gruppo di lavoro SItI. Governare l’assistenza primaria. Manuale per operatori di sanità pubblica. Milano: Bruno Mondadori Editore, 2016
  5. Royal College of General Practitioners. Principles for commissioning Disponibile online su www.rcgp.org.uk/policy/centre-for-commissioning.aspx (ultimo accesso 14/11/2019)
  6. Astrafali E, Cann L, Dod J, et al (eds), The Essential Guide to GP Commissioning. Londra: National Association of Primary Care (NAPC); 2010

Dispositivi medici e modelli di remunerazione: applicazione del costo per procedura

Intervista a Claudio Amoroso, Direttivo FARE, Consulente Agenzia Sanitaria Regionale Abruzzo.

Health Policy Forum dei farmacisti ospedalieri: il punto dal congresso SIFO 2019

Intervista a Francesco Saverio Mennini, EEHTA, CEIS, Facoltà di economia, Università di Roma “Tor Vergata”. Kingston University, London, UK. Ispor Italy Rome Chapter.

Il Progetto SIFO-FARE sull’acquisto dei farmaci e dispositivi: aggiornamenti dal congresso SIFO 2019

Intervista a Fausto Bartolini, Direttore del Dipartimento Assistenza Farmaceutica, USL Umbria 2. Responsabile SIFO “Logistica, innovazione e Management”.

La sostenibilità del mercato dei farmaci biosimilari in Italia

Da oltre 10 anni il mercato del farmaco si sta confrontando con l’introduzione in commercio dei farmaci biosimilari. Una storia piuttosto lunga, che però procede in maniera irregolare, senza che sia giunta ancora ad una soluzione che consenta di raccogliere e ottimizzare le esigenze di tutti gli attori coinvolti. Come contemperare obiettivi e valori dei sistemi sanitari nazionali e regionali, della comunità medica, dei pazienti e delle aziende farmaceutiche?
Domande impegnative che richiedono competenze ed esperienze a diversi livelli. Per questa ragione abbiamo interpellato alcuni esperti del procurement in sanità:

  • Dottor Claudio Amoroso, Membro del Direttivo FARE – Federazione delle Associazioni degli Economi e dei Provveditori della sanità; Consulente dell’Agenzia sanitaria regionale dell’Abruzzo
  • Avvocato Roberto Bonatti, Studio Legale Russo Valentini, Bologna
  • Ingegner Adriano Leli, Direttore della Società di Committenza Regione (S.C.R.) Piemonte S.p.A
  • Dottoressa Anna Maria Marata, Coordinatore della Commissione Regionale del Farmaco dell’Emilia Romagna; Membro Commissione Tecnico-Scientifica dell’AIFA
  • Dottor Claudio Marinai, Responsabile dell’Area Governo Strategico Beni Sanitari e di Consumo presso ESTAR Toscana
  • Professor Francesco Saverio Mennini, Research Director, Centre for Economic Evaluation and HTA (EEHTA), CEIS, Università di Roma Tor Vergata
  • Dottoressa Sandra Zuzzi, Azienda Zero, Regione Veneto; Past President FARE

Michele Marangi: «Horizon Scanning in AIFA ed Early Access»

 

Intervista al dottor Michele Marangi, Ufficio Attività di Analisi e Previsione, Agenzia Italiana del Farmaco

In che cosa consiste l’attività di Horizon Scanning in AIFA e come viene implementata concretamente?

L’attività di Horizon Scanning (HS) viene definita in generale come l’identificazione sistematica di tecnologie sanitarie nuove, emergenti o obsolete e potenzialmente in grado di produrre effetti sulla salute, sui servizi sanitari e sulla società. In campo farmaceutico, in base allo specifico obiettivo, l’attività di HS può riguardare varie fasi del ciclo di vita di un medicinale. L’attività di HS dell’AIFA mira a sostenere il processo di Health Technology Assessment (HTA) interno ed è pertanto tipicamente svolta a ridosso della presentazione della domanda di autorizzazione all’immissione in commercio di un medicinale (2-3 anni prima della commercializzazione).

Michele Marangi

Il sistema di HS dell’Agenzia prevede 3 fasi consecutive (identificazione, selezione e prioritizzazione, valutazione) alle quali si aggiungono 2 ulteriori fasi (divulgazione e integrazione nei processi decisionali delle informazioni generate, verifica periodica dei dati prodotti) con diversa periodicità (Figura 1). Per la raccolta delle informazioni vengono utilizzate diverse fonti: agenzie regolatorie, banche dati scientifiche, siti web utili allo scopo, esperti interni, registri di monitoraggio AIFA. Tutte le fasi sono sottoposte a un monitoraggio continuo mediante appropriati indicatori (Key Performance Indicators).

Come vengono selezionati e valutati i farmaci che potrebbero avere un impatto clinico ed economico significativo sul Servizio Sanitario Nazionale?

Prima della selezione e della valutazione, vi è una fase di identificazione, consistente nella raccolta sistematica di informazioni relative ai nuovi medicinali in arrivo nell’arco temporale di 12-36 mesi. I medicinali identificati vengono sottoposti a dei criteri di selezione al fine di escludere alcune categorie di medicinali con impatto clinico e/o economico noto e, successivamente, a dei criteri di prioritizzazione per la valutazione del presunto impatto clinico ed economico. È bene sottolineare che tali criteri sono specifici per l’AIFA e potrebbero non essere direttamente applicabili a realtà diverse senza gli opportuni adattamenti. I criteri di prioritizzazione sono raggruppati in due domini distinti: il dominio “Impatto clinico ed economico” prende in considerazione l’impatto della malattia, il bisogno terapeutico, il valore terapeutico potenziale, l’impatto organizzativo, la stima del numero di pazienti da trattare e del costo del trattamento. In aggiunta, attraverso il dominio “Impatto regolatorio”, vengono presi in considerazione anche lo status regolatorio del medicinale (farmaco designato orfano), la tipologia degli studi clinici e l’eventuale appartenenza alla categoria dei medicinali per terapie avanzate. Per i medicinali potenzialmente più interessanti dal punto di vista scientifico viene redatto, 18-24 mesi prima della commercializzazione, un rapporto focalizzato sul valore clinico-terapeutico potenzialmente atteso che viene aggiornato man mano che si rendono disponibili nuovi dati.

Figura 1

Figura 1. Sistema di Horizon Scanning in AIFA

L’attività di Horizon Scanning AIFA ha una relazione con l’Early Access per le terapie avanzate e in che termini?

L’identificazione precoce di nuovi medicinali che potrebbero avere un impatto significativo sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN), in termini di valore clinico e sostenibilità economica, offre informazioni potenzialmente utili a supportare il processo decisionale. In tale contesto, risulta pertanto importante raccogliere, in forma strutturata e con una frequenza regolare, le informazioni sui nuovi medicinali al fine di sostenere la loro adozione da parte del SSN. Come è noto, i medicinali innovativi, tra i quali le terapie avanzate, avranno un importante impatto sullo scenario futuro del SSN, essendo di interesse per la salute pubblica nonché destinati a pazienti con esigenze mediche insoddisfatte. In definitiva possiamo affermare che l’attività di HS, mirando a intercettare proprio questi medicinali, rappresenta per l’AIFA uno strumento prezioso per il SSN.

Una volta individuato un farmaco come “prioritario” è prevista una discussione preventiva con le aziende produttrici per ottimizzare e velocizzare il processo di rimborso? Se sì, chi la conduce?

Le informazioni raccolte attraverso l’attività di HS rappresentano una risorsa per l’Agenzia nella programmazione delle attività volte a rispondere ai bisogni di salute pubblica. Le aziende possono certamente contribuire al raggiungimento di questo obiettivo, ad esempio condividendo in modo trasparente informazioni complete sui risultati degli studi clinici. Tale esigenza, che risponde a quanto previsto dal Regolamento UE n. 536/2014 sulla sperimentazione clinica di medicinali per uso umano, è stata peraltro ribadita sia nella recente lettera firmata da Commissione europea (CE), Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e Network delle agenzie regolatorie (HMA) dei singoli Stati membri, sia nella risoluzione sulla trasparenza promossa dall’Italia presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

L’obiettivo principale è identificare sistematicamente le tecnologie sanitarie nuove, emergenti o obsolete con effetti potenziali sul sistema salute

Nella vostra attività è prevista un’analisi per verificare se il SSN è pronto a ricevere i nuovi farmaci e implementarli appropriatamente (ad es. per la verifica della rimborsabilità e della disponibilità presso gli ospedali italiani degli eventuali test diagnostici di accompagnamento per i nuovi farmaci)?

Le informazioni rese disponibili con l’attività di HS consentono di supportare i processi di ricezione e implementazione nel SSN dei nuovi medicinali in arrivo. Se consideriamo ad esempio il caso delle nuove terapie oncologiche, sappiamo che le ultime scoperte e la maggiore conoscenza di alcune delle mutazioni correlate alla carcinogenesi sono alla base dell’aumento di tali terapie; tuttavia, è necessario ottimizzarne l’uso cercando, allo stesso tempo, di contenerne i costi sempre crescenti. Occorre quindi che le strutture sanitarie siano pronte a caratterizzare adeguatamente la malattia al fine di garantire l’accesso alle nuove cure a quei pazienti che ne potranno effettivamente beneficiare. Per tale motivo, fornire informazioni sui medicinali cosiddetti “target therapy” in anticipo rispetto alla loro effettiva disponibilità sul mercato italiano, offre la possibilità di programmare un’appropriata introduzione nel SSN di questi nuovi medicinali.

Figura 2

Figura 2. Medicinali previsti in valutazione presso EMA tra aprile 2019 e marzo 2020

Fonte: AIFA, Orizzonte Farmaci. Rapporto n° 1, anno 2019

Quali sono i vostri interlocutori principali (decisori, clinici, pazienti, aziende farmaceutiche)? È previsto un coordinamento della vostra attività con Agenas/ISS/Ministero della Salute e in che termini?

Gli interlocutori ai quali l’attività di HS è rivolta sono molteplici. Innanzitutto le commissioni AIFA (CTS e CPR), alle quali è possibile offrire un supporto durante il processo decisionale. In secondo luogo i cittadini, i pazienti, le associazioni e gli operatori sanitari i quali, grazie al sito istituzionale di AIFA, hanno la possibilità di acquisire informazioni sulle strategie terapeutiche potenzialmente promettenti in arrivo, nonché segnalare quelle ritenute di maggiore interesse per la salute pubblica. In tale contesto, è bene incoraggiare il dialogo con tutti gli stakeholder che a vari livelli (internazionale, nazionale, regionale e locale) si occupano della valutazione delle tecnologie sanitarie, promuovendo collaborazioni trasversali come quelle che l’AIFA intrattiene normalmente con le altre istituzioni.

Conoscere in anticipo le peculiarità delle “target therapy” consente di programmare meglio l’introduzione di questi farmaci nel SSN

È uscito recentemente il primo “Orizzonte Farmaci. Scenario dei medicinali in arrivo”: quali aspetti possono essere considerati più interessanti?

Il primo aspetto di rilievo sta nella scelta dell’AIFA di mettere a disposizione di cittadini, pazienti, associazioni, operatori sanitari e chiunque altro sia interessato un rapporto contenente informazioni su nuovi medicinali che potrebbero essere autorizzati nell’Unione Europea in un orizzonte temporale di 12 mesi. Un altro aspetto significativo è che il rapporto, utilizzando un linguaggio orientato al cittadino, dà la possibilità di contribuire attivamente all’individuazione dei medicinali a maggiore interesse per la salute pubblica che impegneranno l’Agenzia nel prossimo futuro nonché prepararsi alla loro acquisizione. Infine, tra gli aspetti più interessanti, va segnalata la possibilità per i cittadini di seguire nel tempo l’arrivo di medicinali per una data patologia attraverso gli aggiornamenti periodici.

Giancarlo la Marca: «Il sistema di screening neonatale in Italia e l’accessibilità ai pazienti»

 

Intervista al Professor Giancarlo la Marca, Responsabile del Laboratorio di Screening Neonatale, Biochimica e Farmacologia, Ospedale Meyer

Come viene realizzato lo screening neonatale in Italia?

Oggi lo screening neonatale è considerato non un semplice test di medicina di laboratorio ma un programma complesso, multidisciplinare, che inizia prima della nascita del bambino, con l’informazione data alle famiglie e alle mamme durante il percorso nascita e la formazione del personale che deve raccogliere e maneggiare correttamente questo prelievo speciale. Il test di screening neonatale si effettua su alcune goccioline di sangue che, per obbligo di legge, in Italia vengono prelevate dal tallone del neonato tra le 48 e le 72 ore di vita e depositate su uno speciale supporto di carta. Come tutti i test di screening, anche quello neonatale non è diagnostico di per sé ma consente di selezionare una serie di neonati apparentemente sani che potrebbero sviluppare patologie rare conosciute come errori congeniti del metabolismo. In caso di test positivo, si procede ad un accertamento aggiuntivo di secondo livello per la conferma dello screening positivo, conferma che può essere biochimica o genetica. Quando si identifica definitivamente la malattia, il bambino viene preso in carico dal Servizio Sanitario Nazionale e dai centri clinici di riferimento per le malattie metaboliche.

Nel nostro Paese il panel di screening esteso include
anche patologie la cui terapia è ancora in studio

Anche se l’evoluzione legislativa del sistema di screening italiano è stata estremamente significativa specialmente nell’ultimo periodo, la prima regolamentazione normativa risale al 1992, con la Legge 104 sulle disabilità, che rendeva obbligatorio lo screening obbligatorio per fibrosi cistica, ipotiroidismo congenito e fenilchetonuria. Dall’inizio del 2000, su un modello nato alla fine degli anni ’90 negli Stati Uniti, il numero di patologie si è esteso progressivamente in molti paesi industrializzati. La forte evoluzione che c’è stata in Italia è dovuta anche all’interesse che la politica ha manifestato per le malattie rare, a partire dalla Legge di stabilità del 2013, che ha dato il via ad una serie di iter normativi culminati con un finanziamento ad hoc e l’emanazione della Legge 167 del 2016 che oggi regolamenta lo screening in Italia, unica nazione in Europa, che offre obbligatoriamente uno screening per 40 malattie metaboliche ereditarie.

Giancarlo la Marca

La copertura nazionale purtroppo non è ancora del 100%, e sicuramente questo è uno degli elementi da migliorare. La Legge 167 aveva l’obiettivo di evitare disuguaglianze all’interno del territorio nazionale: nonostante ciò, alcune Regioni sono partite con un certo ritardo e in questo momento dobbiamo ancora registrare la situazione della Calabria che non effettua questo servizio di medicina preventiva per i suoi circa 17.000 neonati l’anno. Come comunità scientifica, siamo al lavoro perché lo screening neonatale esteso possa partire anche in questa Regione dal prossimo anno.

Come dicevo prima, l’Italia è all’avanguardia. Siamo l’unica nazione europea ad aver normato lo screening neonatale come programma di prevenzione includendo anche la presa in carico del bambino da parte del SSN, quindi anche l’approccio terapeutico, che costituisce un elemento fondamentale del processo. Effettuare un’identificazione precoce della malattia non serve a nulla se poi il bambino non viene adeguatamente seguito e trattato precocemente per fare in modo che si modifichi la storia naturale della malattia e la vita del bambino possa veramente cambiare rispetto a prima, quando la diagnosi veniva posta solo dopo che il bambino cominciava a manifestare i sintomi della malattia e a stare male. Il sistema diventa efficiente se si riesce a porre la diagnosi quando il bambino sta bene, iniziando la terapia prima dell’insorgere dei sintomi.

Il sistema di screening neonatale genera risparmi a lungo termine per il SSN e migliora la qualità della vita

Inoltre, uno degli aspetti più importanti della legge, e un ulteriore passo avanti rispetto ad altri modelli internazionali è che, mentre tra i criteri universalmente riconosciuti perché una malattia venga inserita in un pannello di screening c’è quello che debba esistere già una terapia disponibile e accessibile, la Legge 167 prevede tra i suoi articoli di poter inserire nel pannello di screening anche quelle patologie per cui la terapia dietetica o farmacologica sia ancora in studio, come ad esempio un trial clinico in stato avanzato. In questo senso, l’identificazione precoce permette ai neonati di accedere a queste sperimentazioni in modo molto efficiente e rappresenta un grosso vantaggio per le terapie più innovative.

Lo screening neonatale esteso, che intende favorire l’accesso ai pazienti a terapie avanzate e innovative e incrementare il numero dei pazienti in trattamento, può risultare sostenibile anche dal punto di vista economico per il SSN?

Il quesito si pone sicuramente, e la risposta è un po’ complessa. Il punto di partenza, che riguarda tutti i farmaci orfani e per le malattie rare, è il costo iniziale spesso molto consistente di questo tipo di terapie. Tanto consistente che è impossibile pensare che possa essere a carico della famiglia del paziente, specialmente quando richiede una somministrazione ripetuta nel tempo. Il costo molto elevato rappresenta un elemento di criticità molto forte che può costituire uno dei motivi principali per i sistemi economici, amministrativi o anche per i Comitati etici, principalmente fuori dall’Italia, per non allargare il proprio pannello di screening.

Il modello italiano è riconosciuto all’avanguardia anche in termini di accessibilità ai farmaci

In realtà l’elemento costo del sistema screening deve essere visualizzato e analizzato correttamente e nel suo complesso prendendo in considerazione tutto il contesto: anche in assenza di programmi di screening neonatale precoce, i bambini affetti da queste patologie nascono lo stesso, però vengono indirizzati alla terapia in maniera tardiva. Il ricorso al farmaco costoso c’è comunque, anche se viene iniziato più tardi. Con lo screening neonatale, è possibile identificare quel bambino con quella stessa malattia in una fase migliore e più precoce, in cui la patologia può non aver ancora causato danni consistenti. È vero che, iniziando prima la terapia, anche i costi aumentano, ma si tratta di un circolo virtuoso perché il trattamento terapeutico intrapreso precocemente permette un miglioramento della qualità di vita, con guadagni in termini di salute ed economici per il bambino malato e per tutta la sua famiglia. Laddove sono stati effettuati studi economici sulla singola malattia, ad esempio sui deficit di ossidazione degli acidi grassi, come il deficit di MCAD, è stato dimostrato che la prevenzione fa risparmiare moltissimo al sistema sanitario nazionale. Questa considerazione è stata alla base delle scelte che hanno permesso all’Italia di accelerare il passo su questo tema: quando c’è stata la modifica della legge, io ho avuto la fortuna di essere tra gli esperti interpellati e posso documentare che questo elemento ha assunto un ruolo chiave. Alla domanda su quanto costa il sistema di screening neonatale, avanzata dalla politica e dalla pubblica amministrazione, la risposta migliore è stata la dimostrazione dei risparmi che il sistema screening era in grado di generare. Il risparmio purtroppo non è mai immediato, perché il paziente deve essere seguito nel tempo ma se il sistema funziona con efficienza i risparmi si verificano. In realtà ad oggi, ciò che costituisce un possibile aumento di costi per il SSN non sono i veri malati ma i falsi positivi (soggetti positivi al test di screening ma sani) che vengono indirizzati ai controlli di secondo livello ma non risultano affetti dalla patologia: su questo punto il processo può essere sicuramente migliorato.

Per quanto riguarda le terapie per le patologie individuate con lo screening neonatale, com’è la situazione in Italia? Sono disponibili, e in che tempi?

Uno dei criteri con cui sono state scelte le 40 patologie per lo screening neonatale esteso è che per ognuna ci deve essere un trattamento terapeutico, sia esso dietetico o farmacologico. Quindi, le terapie oggi esistono. L’effettiva disponibilità sul territorio e le relative tempistiche di erogazione dipendono invece dall’organizzazione delle singole Regioni: in alcuni casi, il servizio farmaceutico regionale può contare su una scorta dei farmaci necessari mentre in altri casi, per una serie di motivi solitamente economici o di organizzazione regionale, non sono previste scorte e si devono attivare iter appositi, a seguito della diagnosi, con il conseguente slittamento della terapia. Anche su questo aspetto, la comunità scientifica e clinica può attivarsi per fare meglio.

L’effettiva disponibilità sul territorio è ancora disomogenea e su questo la comunità scientifica è al lavoro

In conclusione, vorrei sottolineare che, anche in termini di accessibilità dei farmaci, tutto il mondo ci invidia questo modello di gestione efficiente dello screening neonatale e la possibilità aggiuntiva che una patologia sia inseribile in un pannello di screening neonatale anche se la terapia dietetica o farmacologica è ancora in via di sviluppo. In Italia noi siamo stati e siamo ancora oggi pionieri di molti trattamenti terapeutici innovativi, si pensi ai successi sulla terapia genica ottenuti dagli Istituti Telethon di Napoli e Milano. Questi traguardi dei colleghi ricercatori sono per noi fondamentali perché ci hanno permesso e ci permetteranno di essere all’avanguardia anche per la parte diagnostica in quanto le nuove terapie sono un continuo stimolo anche alla nostra ricerca e questa combinazione, che è il modo più efficiente di fare buona salute, ancora oggi ci consente di essere un passo avanti alle altre nazioni europee.

Francesco Macchia: «Terapie avanzate e sostenibilità: un connubio possibile?»

Intervista a Francesco Macchia, Editore Osservatorio Terapie Avanzate (OTA)

Che cosa si intende con il termine “terapie avanzate”?

Per parlare correttamente di “terapie avanzate” si dovrebbe utilizzare il termine inglese “Advanced therapy medicinal products (ATMP)”, definito dal Regolamento CE n. 1394 del 2007 che ha istituito il Committee for Advanced Therapies (CAT) dell’EMA, ovvero il Comitato che decide a livello europeo l’approvazione delle terapie avanzate. Con il termine ATMP si intendono quelle terapie o farmaci innovativi basati sulla terapia genica, la terapia cellulare e l’ingegneria tissutale. Si differenziano pertanto sia dai farmaci tradizionali, basati su molecole prodotte per sintesi chimica, sia dai farmaci biologici quali ad esempio gli anticorpi monoclonali. In questo momento rappresentano delle terapie totalmente “breakthrough” perché saranno destinate, nei prossimi anni, a stravolgere completamente il concetto di medicina e di terapia.

La classificazione delle terapie avanzate è un tema piuttosto complesso, e non esiste una classificazione standardizzata universalmente condivisa. L’Osservatorio Terapie Avanzate (OTA) con il suo Comitato Scientifico ha elaborato una classificazione dall’intento anche divulgativo, suddividendo le terapie avanzate in: prodotti a base di DNA e cellule, ma anche di piccole molecole di RNA o di tecnologie per la manipolazione del genoma o la creazione di organoidi. Rientrano tra i prodotti di terapia genica quelli che hanno l’obiettivo di trattare malattie causate da geni difettosi: il farmaco è costituito direttamente dal “gene terapeutico” (DNA) o da un sistema in grado di correggere le mutazioni, un esempio è l’editing genomico con CRISPR-cas9. Fanno parte invece della terapia cellulare i prodotti a base di cellule vive per ottenere un effetto terapeutico, diagnostico o preventivo, come ad esempio le cellule staminali adulte. La terza categoria comprende il mondo dell’ingegneria tissutale, in prospettiva molto sfidante: si tratta di cellule, tessuti e organi che possono essere ricostruiti in vitro e trapiantati all’interno dell’organismo. E siccome la scienza è in continua evoluzione, è già stata introdotta anche una quarta categoria che comprende approcci che combinano insieme le terapie avanzate precedentemente definite.

Francesco Macchia

Quali sono le peculiarità delle terapie avanzate rispetto ai farmaci tradizionali?

Per chiarire la portata innovativa delle terapie avanzate rispetto alle terapie tradizionali bisogna considerare fondamentalmente due tematiche: innanzitutto, per la prima volta, si passa da un approccio “terapeutico” ad un approccio “curativo”. Già con la terapia innovativa per l’HPV c’è stato un primo approccio curativo che ha consentito di parlare di “eradicazione” della malattia in tempi brevi, ma per le terapie avanzate l’approccio curativo costituisce una caratteristica intrinseca e imprescindibile. Non si tratta più di una terapia ma di una vera e propria cura che eradica alla base l’espressione sintomatica della malattia. Il secondo aspetto, altrettanto straordinario e rivoluzionario, è che le terapie avanzate sono “one-shot” o, laddove debbano essere ripetute 2-3 volte, il trattamento rimane comunque molto limitato nel tempo mentre i suoi effetti si prolungano nel lungo periodo.

Quali difficoltà comporta l’accesso a tali terapie? Quali soluzioni si stanno cercando?

L’approccio curativo e la somministrazione one-shot cambiano completamente l’ottica di gestione della malattia rispetto alle terapie tradizionali e anche rispetto ad alcuni farmaci innovativi, come ad es. gli anticorpi monoclonali. È chiaro che questo cambiamento di paradigma porta con sé una serie di complessità e di difficoltà. Come valorizzare un costo e un prezzo di terapia su processi totalmente innovativi? Questa è una sfida per tutto il sistema: in Europa su questo tema si sta lavorando alacremente e, ad esempio, in Italia è recente la notizia della rimborsabilità delle CAR-T tramite “payment at results”. Le difficoltà in merito all’accesso alle terapie avanzate sono numerose e strettamente correlate alle loro caratteristiche intrinseche. Innanzitutto siamo dinanzi ad un livello di complessità del meccanismo d’azione enorme rispetto alle terapie tradizionali: in questo senso, se già il funzionamento di un farmaco biologico è estremamente complicato rispetto ad un antibiotico, la terapia genica rappresenta un salto tecnologico straordinario.

L’aspetto della manifattura è anch’esso estremamente complicato in quanto spesso coinvolge materiale biologico del paziente che deve essere estratto, messo in coltura, a volte manipolato geneticamente e ogni step deve seguire le procedure GMP. La somministrazione delle terapie avanzate è un altro elemento di complessità intrinseca poiché sono necessariamente pochi e altamente specializzati i centri in grado di trattare i pazienti con questa tipologia di terapia. E poi ci sono i costi per la somministrazione di questi prodotti che, come noto, sono altissimi.

In questo panorama già così complesso si introduce un ulteriore elemento di difficoltà, che deriva anch’esso dalle caratteristiche intrinseche delle terapie avanzate ed è rappresentato dalla “relativa” scarsità delle prove di efficacia. Sono due gli elementi che vi concorrono: innanzitutto, poiché si tratta di farmaci innovativi, in genere EMA riconosce loro delle modalità di Early Access Programme per l’autorizzazione al commercio. Questo percorso, logico e razionale dal punto di vista EMA, complica però la situazione al momento della definizione di prezzo e rimborso a livello delle singole Agenzie Regolatorie degli Stati. Inoltre, pur trattandosi di terapie curative e dunque potenzialmente risolutive di una patologia, i dati di efficacia a lungo termine non sono ancora disponibili. E la maggior parte riguarda trattamenti dedicati a malattie rare, che per definizione possono contare su dati relativi a popolazioni limitate.

L’approccio curativo e la somministrazione one-shot rendono “rivoluzionarie” le terapie avanzate

È chiaro dunque che le difficoltà di accesso sono enormi, soprattutto perché, nonostante l’intenso lavoro sia di EMA sia delle Agenzie regolatorie nazionali, il sistema non è ancora pronto: basti pensare alla valutazione tramite il sistema GRADE, che è costruito sulle terapie tradizionali, in cui il livello di evidenza è la base.

Come si può garantire un efficace early access per i pazienti, sostenendo allo stesso tempo l’importante impatto economico di queste terapie?

Da questo punto di vista oggi abbiamo un modello su cui ragionare e che può darci già qualche indicazione utile, ovvero l’accordo tra Novartis e AIFA su Kymriah, sulle CAR-T per il linfoma diffuso e la leucemia linfoblastica acuta. A mio parere, questo accordo può rappresentare un modello di governance delle terapie avanzate. Il punto chiave riguarda l’applicazione di una formula di pay-for-performance denominata “payment at results” che prevede il rimborso in base ai risultati ottenuti nella pratica clinica e non in base a quanto dimostrato nei trial clinici. Questo approccio può essere applicato efficacemente per i farmaci ad alto costo e soprattutto in presenza di evidenze non così solide da supportare un accordo di pagamento tradizionale. In questo senso l’accordo su Kymriah è innovativo in Europa, anche se in Italia questa modalità di pagamento era già stata introdotta da Nello Martini come primo Direttore generale di AIFA.

Le diverse formule di pay-for-performance possono essere utilizzate solo se combinate con un sistema di Real World Evidence basato su registri di monitoraggio affidabili e per paziente; forse proprio per questo il payment at results non è molto comune a livello europeo, mentre può essere applicato nel nostro Paese grazie al sistema di registri attivo e funzionante con un approccio unitario grazie al Servizio Sanitario Nazionale.

Un altro elemento fondamentale riguarda le modalità di pagamento, che dovranno prevedere una rateizzazione anche tramite modelli assicurativi o di finanziamento bancario ancora da definire. Se pensiamo che per alcune terapie avanzate allo studio si parla di costi da 1 milione di euro a paziente, è evidente che lo Stato non potrà sostenere da solo e nell’immediato un tale impegno.

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Da ultimo bisogna sottolineare come probabilmente, nei prossimi anni, i fondi per i farmaci innovativi (oncologici e non) potrebbero non essere sufficienti a coprire le spese relative alle terapie avanzate, pertanto si dovrà pensare a fondi ad hoc che consentano innanzitutto di garantire un accesso rapido a queste terapie e soprattutto di renderle disponibili senza distinzioni su base regionale.

Come si pongono le terapie avanzate nel sistema di early access in Italia?

Nel nostro Paese le normative che regolano l’early access sono sicuramente all’avanguardia, anche nel contesto internazionale ed europeo, e sono in grado di garantire un rapido accesso ai pazienti; devono però essere adattate e “tarate” sulle peculiarità delle terapie avanzate. Un primo elemento che andrebbe modificato è l’introduzione di un prezzo concordato (al momento i farmaci che beneficiano dell’early access in Italia vengono immessi in commercio con il prezzo stabilito dall’azienda). Quindi si dovrebbero considerare anche elementi più tecnici, come la possibilità di fare riferimento ad endpoints surrogati (per sopperire, come dicevamo, alla mancanza di dati di efficacia a lungo termine) e di sviluppare ulteriori modalità di confronto indiretto (per far fronte alla difficoltà di condurre sperimentazioni versus placebo).

Quali sfide ci pongono le future terapie?

In termini prospettici, la grande sfida riguarda la sostenibilità di sistema. Nel tempo, se è vero che i costi di ricerca e sviluppo per le terapie avanzate andranno a ridursi (grazie alla standardizzazione di alcuni processi), è anche vero che tali terapie verranno utilizzate sempre meno su malattie rare e sempre più per malattie ad ampia diffusione, con un nuovo incremento della spesa. Secondo me, la capacità di cogliere questa sfida non riguarderà tanto le modalità di contrattazione dei prezzi quanto piuttosto la capacità dell’Europa e dell’Italia di sfruttare al meglio le grandi opportunità di crescita tecnologica, scientifica e manufatturiera del settore, per diventare un polo non solo di ricerca, ma anche di sviluppo e produzione di terapie avanzate.

In quest’ottica, ad esempio, è attivo a livello europeo RESTORE, che vede in Italia Fondazione Telethon come partner e Osservatorio Terapie Avanzate come supporter. RESTORE è un’iniziativa di ricerca portata avanti da dieci realtà europee leader nel settore delle terapie avanzate che propone da un lato di trasformare la promessa delle terapie avanzate in un’opportunità concreta per i pazienti e dall’altro punta a far sì che l’Europa mantenga un ruolo di primo piano nel settore, restando competitiva sia nel campo della ricerca che in quello dello sviluppo. Un importante obiettivo è di costruire un ecosistema che sia sostenibile nel suo complesso e non solo in termini di equilibrio di bilancio a livello di fondi.