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CReI plaude alla legge della Regione Campania sulla fibromialgia

Un passo avanti nella cultura della salute

Qualcosa di importante si muove all’interno del vastissimo, ma sino ad oggi non troppo “emerso”, mondo della fibromialgia. È di fine ottobre la notizia dall’inserimento della patologia nei Nuovi Lea ed è di pochi giorni fa una nuova importante decisione istituzionale: la Regione Campania ha infatti approvato la Legge 16 ottobre 2025-nr.27, Riconoscimento della rilevanza sociale della fibromialgia.

Negli undici articoli del testo, la Regione Campania all’articolo 1 pone in essere alcune attività, tra cui la realizzazione “di un sistema integrato di prevenzione, diagnosi e cura da attuare attraverso l’individuazione di un percorso diagnostico-terapeutico multidisciplinare e interdisciplinare finalizzato ad assicurare ai soggetti affetti da fibromialgia l’erogazione di prestazioni uniformi, appropriate e qualificate, nonché a favorirne l’inserimento nella vita sociale e lavorativa”.

Il commento di CReI

Il Collegio dei Reumatologi Italiani esprime la propria soddisfazione per una scelta così coraggiosa e lungimirante da parte di Regione Campania, che con questa legge si posiziona all’avanguardia nella cultura della salute e nella presa in carico delle problematiche sanitarie di cittadini e pazienti.

“Oggi accade ciò che chiediamo da anni: il cittadino con fibromialgia non è più privo di attenzione né orfano di assistenza” – sottolinea il Collegio – “L’auspicio è duplice: che tutto questo si traduca velocemente in azioni sanitarie ed assistenziali concrete sul territorio, e che questo approccio avanzato sia condiviso su tutto il territorio nazionale”.

Pubblicato il Rapporto OsMed 2024 sull’uso dei farmaci in Italia

Stabili i consumi: quasi 2 dosi al giorno a testa nel 2024. Cresce la spesa farmaceutica complessiva (+2,8%), trainata dall’aumento della spesa pubblica (+7,7%) a fronte di un numero crescente di terapie innovative e ad alto costo rimborsate dal SSN. I cittadini spendono di più per medicinali senza ricetta (SOP e OTC) e non rinunciano al farmaco di marca, specie al Sud. Si conferma una notevole variabilità regionale, in termini di consumi, spesa, aderenza e appropriatezza. Ecco alcuni punti chiave del Rapporto OsMed 2024 sull’uso dei medicinali in Italia, realizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e pubblicato sul portale istituzionale.

“Il Rapporto OsMed, strumento fondamentale per orientare le politiche sanitarie e garantire una gestione consapevole e sostenibile delle risorse – afferma il Presidente di AIFA, Robert Nisticò – evidenzia nel 2024 l’impegno sull’innovazione terapeutica e la tutela della salute pubblica, in un contesto di crescenti sfide economiche e sociali. Si colgono segnali positivi, come l’aumento del numero di terapie avanzate e farmaci per le malattie rare rimborsati dal SSN e i risparmi generati in seguito all’ingresso degli equivalenti nelle liste di trasparenza AIFA. Ma c’è ancora da migliorare. L’aumento delle prescrizioni di psicofarmaci fra i più giovani sottolinea quanto sia prioritaria la tutela della salute mentale di bambini e adolescenti. È fondamentale continuare a promuovere il consumo dei generici, in crescita costante ma ancora limitato, l’aderenza alle terapie, l’appropriatezza prescrittiva e l’uso ottimale delle risorse disponibili, per garantire l’innovazione e le migliori opportunità di cura ai pazienti nel rispetto della sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. Per raggiungere questi obiettivi sono essenziali il dialogo e la collaborazione con le Regioni, con l’intento comune di utilizzare al meglio le risorse e assicurare una maggiore equità di accesso alle cure su tutto il territorio nazionale”.

Il Rapporto OsMed 2024 evidenzia progressi nell’innovazione terapeutica e nel rimborso di terapie avanzate e farmaci per malattie rare, ma sottolinea la necessità di migliorare aderenza, appropriatezza e consumo di generici

Sottolinea il Direttore tecnico-scientifico Pierluigi Russo: “Nonostante gli spazi di miglioramento che in diversi ambiti terapeutici sarebbe possibile colmare, la spesa pro capite italiana è sostanzialmente in linea con quella media europea, inferiore a quella di Germania, Francia, Spagna e di altri Paesi europei; e i prezzi sono molto più bassi rispetto a quelli medi europei. Ambiti di rilevante attenzione sono i nuovi antidiabetici, efficaci anche nella riduzione del peso, gli psicofarmaci in età pediatrica, le terapie avanzate (geniche e cellulari) e i farmaci orfani per il trattamento di malattie rare”.

I dati generali di spesa

Nel 2024 la spesa farmaceutica totale è stata pari a 37,2 miliardi di euro (+2,8% rispetto al 2023), di cui il 72% rimborsato dal SSN. La spesa farmaceutica pubblica si è attestata infatti sui 26,8 miliardi di euro, in crescita rispetto al 2023 (+7,7%).

La spesa territoriale pubblica, comprensiva di quella convenzionata e in distribuzione diretta e per conto, è stata di 13 miliardi e 700 milioni, con un aumento del 5,1% rispetto all’anno precedente, determinato, anche quest’anno, dall’incremento della spesa dei farmaci di classe A erogati in distribuzione diretta (+4,6%) e per conto (+10,9%).

Nel 2024 la spesa ospedaliera per farmaci cresce del 10%, trainata da consumi e aumento del costo medio per giornate di terapia

La spesa per i farmaci acquistati dalle strutture sanitarie pubbliche è stata di circa 17,8 miliardi di euro (301,8 euro pro capite) e ha registrato un incremento del 10% rispetto al 2023, a fronte di un aumento dei consumi (+4,7%) e del costo medio per giornate di terapia (+4,8%).

La spesa a carico dei cittadini, comprendente la spesa per compartecipazione (ticket regionali e differenza tra il prezzo del medicinale a brevetto scaduto erogato al paziente e il prezzo di riferimento), per i medicinali di classe A acquistati privatamente e quella per i farmaci di classe C, ha raggiunto un valore di 10,2 miliardi di euro nel 2024.

Spesa e prezzo dei farmaci: il confronto europeo

Dal confronto con 9 Paesi europei (Germania, Belgio, Austria, Spagna, Francia, Svezia, Portogallo, Gran Bretagna e Polonia), la spesa farmaceutica totale italiana – comprensiva della spesa territoriale pubblica e privata e dell’ospedaliera – con un valore di 672 euro pro capite, è inferiore rispetto a quella registrata in Germania (742 euro), Austria (733 euro) e Belgio (681 euro), mentre è ben al di sopra dei valori di Portogallo (481 euro), Svezia (488 euro), Gran Bretagna (541 euro) e della media dei Paesi europei, pari a 418 euro. Tuttavia, se si considerano le diverse forme di pay-back vigenti in Italia, tra i quali quello di ripiano dello sfondamento del tetto degli acquisti diretti, non presenti in altri Paesi europei, la spesa pro capite dell’Italia scende a 627 euro pro capite. Tale valore si colloca al di sotto della spesa di Francia e Spagna, in linea con la spesa media dell’Europa a 10 Paesi.

I prezzi medi europei sono superiori del 62,5% rispetto a quelli applicati in Italia

Per quanto riguarda i prezzi dei farmaci, se si considera il mercato complessivo, comprensivo dei farmaci erogati sia in ambito territoriale che ospedaliero, l’Italia ha prezzi inferiori a Belgio (+75,8%), Germania (+51,9%), Austria (+42,0%), Svezia (+29,5%), Gran Bretagna (+4,2%), Spagna (+3,5%), mentre in Francia (‐10,6%), Polonia (‐30,4%) e Portogallo (‐37,6%) si registrano prezzi più bassi, ma sono Paesi nei quali c’è una disponibilità di prodotti anche molto inferiore rispetto a quelli accessibili in Italia. I prezzi medi europei sono superiori del 62,5% rispetto a quelli applicati in Italia.

Aumenta il numero di terapie avanzate e farmaci per le malattie rare rimborsati dal SSN

Il numero di terapie avanzate autorizzate in Italia è aumentato progressivamente negli anni, passando da due nel 2019 a un totale di 12 terapie rimborsate nel 2024. Di queste 11 sono quelle commercializzate nel periodo 2019‐2024 (5 CAR‐T, 4 terapie geniche in vivo, una terapia genica ex‐vivo e un prodotto di ingegneria tissutale), per un totale di 17 indicazioni rimborsate, oltre la metà in campo onco‐ematologico.

Il numero di terapie avanzate rimborsate in Italia è cresciuto da 2 nel 2019 a 12 nel 2024

Parallelamente sono aumentati anche i valori di spesa e consumo; la prima è passata da un totale di 1,38 milioni di euro nel 2019 (pari allo 0,01% della spesa totale per gli acquisti diretti) a un valore di 194,48 milioni nel 2024 (con una incidenza di circa l’1,2% sulla spesa per acquisti diretti), in aumento del 60,2% rispetto al 2023. Anche i consumi sono aumentati, passando dalle 14 confezioni erogate nel 2019 alle 1.016 confezioni del 2024, più del doppio rispetto all’anno precedente.

Cresce nel 2024 anche la spesa per i farmaci orfani, comprensiva dell’acquisto da parte delle strutture sanitarie pubbliche e dell’erogazione in regime di assistenza convenzionata, con un incremento del 5,9% rispetto al 2023, attestandosi a 2,36 miliardi di euro, corrispondente all’8,3% della spesa farmaceutica a carico del SSN. La prima categoria terapeutica per spesa e consumi è quella dei farmaci antineoplastici e immunomodulatori (rispettivamente 47,3% e 49,6%). La più alta incidenza di consumi e spesa riguarda nello specifico i farmaci utilizzati nei linfomi, mielomi e altre malattie onco‐ematologiche e nelle malattie genetiche, riconfermando lo stesso andamento dello scorso anno. 

Farmaci innovativi

Nel triennio 2022-2024, un totale di 46 farmaci ha beneficiato del requisito di innovatività piena per almeno un’indicazione terapeutica, più della metà dei quali è rappresentata da farmaci antineoplastici o orfani, mentre 7 sono terapie avanzate. Nel 2024 la spesa per questi farmaci ha raggiunto 868 milioni di euro, corrispondente al 5,2% della spesa delle strutture pubbliche per le sole indicazioni innovative dei farmaci di classe A e H. Una quota significativa di questa spesa (circa 400 milioni di euro) riguarda medicinali ed indicazioni terapeutiche che nel corso del 2024 hanno perso il requisito dell’innovatività.

Rispetto alle risorse disponibili, la spesa per innovativi ha fatto registrare un avanzo di 432 milioni di euro

Il riconoscimento dell’innovatività comporta l’immediata accessibilità del farmaco per gli assistiti, anche senza l’inserimento nei prontuari terapeutici regionali, e l’accesso al Fondo dedicato, che per il 2024 ammontava a 1 miliardo e 300 milioni. Pertanto, rispetto alle risorse disponibili, la spesa ha fatto registrare un avanzo di 432 milioni di euro.

Equivalenti in lieve crescita, ma l’Italia è ancora terz’ultima in Europa

Gli equivalenti hanno rappresentato nel 2024 il 23,5% della spesa e il 31,6% dei consumi, con un trend di crescita che negli ultimi 5 anni è stato costante ma tuttavia limitato. Il consumo di generici in Italia resta infatti basso, soprattutto se confrontato con quello di altri Paesi europei, collocando l’Italia al terz’ultimo posto in Europa, con una percentuale del 56% di equivalenti sul consumo territoriale.    
Eppure l’uso degli equivalenti consente risparmi significativi sia per il Servizio Sanitario Nazionale che per il cittadino. Tra il 2017 e il 2024 l’analisi condotta da AIFA su 10 principi attivi ha stimato un risparmio per il SSN di circa 5,3 miliardi di euro (1,2 miliardi di euro solo nel 2024) sulla spesa per i farmaci di classe A rimborsati dal SSN, a seguito dell’ingresso dei farmaci equivalenti nelle liste di trasparenza AIFA. I principi attivi che hanno generato i risparmi maggiori sono stati la rosuvastatina e l’associazione ezetimibe/simvastatina.

In Italia i generici restano poco utilizzati, mentre i biosimilari registrano i livelli più alti in Europa

Ammonta inoltre a circa 1 miliardo di euro la spesa di compartecipazione sostenuta dai cittadini come differenza tra il prezzo del medicinale a brevetto scaduto e il prezzo dell’equivalente rimborsato. Un dato stabile rispetto al 2023, con una spesa pro capite che va da 22,4 euro al Sud e nelle Isole a 14,2 euro al Nord. Come evidenzia un’analisi di correlazione tra la spesa per compartecipazione e il reddito pro capite regionale, sono proprio le Regioni a più basso reddito quelle in cui si spende di più per avere il farmaco di marca a brevetto scaduto (in particolare Calabria, Sicilia e Campania).

Si conferma inoltre una profonda eterogeneità regionale nell’uso dei farmaci equivalenti. Il Nord consuma la percentuale maggiore di generici (45,5%) rispetto al Centro (34,2%) e al Sud e Isole (25,3%). Al contrario, nelle Regioni del Sud e Isole prevale nettamente il consumo del farmaco ex originator (75% della quota a brevetto scaduto), che costa di più, facendo lievitare la spesa pro capite per i farmaci a brevetto scaduto nel complesso.

Campania, Calabria, Basilicata e Sicilia mostrano un minor ricorso agli equivalenti (19-22%), contrariamente alla Provincia Autonoma di Trento e alla Lombardia per le quali si registrano i valori più alti (45% e 44% rispettivamente).

In controtendenza rispetto agli equivalenti, l’Italia è invece al primo posto nell’incidenza della spesa (59,8%) e del consumo (72,2%) di farmaci biosimilari rispetto alla media europea.

Il consumo di antibiotici: si conferma marcata variabilità regionale

Resta ancora elevato il consumo di antibiotici in Italia, sebbene il 2024 abbia mostrato un lieve calo rispetto al 2023 (-1,3%), attestandosi a 16,9 dosi giornaliere ogni mille abitanti.
Quasi 4 persone su 10 hanno ricevuto almeno una prescrizione di antibiotico nel 2024, con una prevalenza d’uso più elevata nei bambini fino a 4 anni di età (45‐47%) e negli over 85 (54‐58%).

L’amoxicillina+acido clavulanico, antibiotico ad ampio spettro ampiamente impiegato in ambito pediatrico, si conferma la molecola a maggior utilizzo con 6,4 dosi giornaliere ogni mille abitanti (pari al 38% dell’intera categoria) e a maggiore spesa (3,13 euro pro capite), seguito per consumi dalla claritromicina (1,9 dosi giornaliere per mille abitanti) e dall’azitromicina (1,6 dosi giornaliere per mille abitanti).

I dati di prevalenza d’uso degli antibiotici evidenziano la necessità di potenziare i programmi di “Antimicrobial Stewardship”

Livelli più elevati nell’utilizzo di antibiotici si registrano ancora al Sud, dove il 43,6% della popolazione ne ha assunto almeno uno in corso d’anno, contro il 40,1% del Centro e il 30,6% del Nord. In generale, le Regioni del Sud e Isole, pur mostrando nel confronto con il 2023 una riduzione del consumo del 5,1%, presentano non solo una maggiore prevalenza d’uso e un maggiore consumo di antibiotici, ma anche un costo più elevato per singolo utilizzatore rispetto al Nord e al Centro.
Differenze che fanno riflettere anche su prescrizioni e consumi non sempre appropriati. 

“I dati di prevalenza d’uso – si legge nel Rapporto – evidenziano la necessità di potenziare i programmi di ‘Antimicrobial Stewardship’ (gestione antimicrobica), specialmente nelle popolazioni con la prevalenza d’uso più alta, per ottimizzare il consumo e ridurre il fenomeno dell’antibiotico-resistenza”.

I consumi

Nel 2024 in Italia sono state consumate 1.895 dosi di medicinali ogni 1000 abitanti al giorno, ovvero ogni cittadino, inclusi i bambini, ha assunto circa 1,9 dosi di farmaco. Il 70,8% è erogato a carico del SSN e il restante 29,2% è acquistato privatamente. 
Per quanto riguarda l’assistenza territoriale pubblica e privata, sono state dispensate quasi 2 miliardi di confezioni, in leggera diminuzione rispetto al 2023.

Tra i farmaci rimborsati dal SSN, i medicinali per il sistema cardiovascolare si confermano al primo posto per consumi (523 dosi giornaliere per 1000 abitanti) e al secondo per spesa (3,7 miliardi di euro) dietro agli antitumorali e immunomodulatori (circa 8,2 miliardi di euro). Al secondo posto per consumi si collocano i farmaci dell’apparato gastrointestinale e metabolismo (296 dosi giornaliere per 1000 abitanti), che sono la terza categoria in termini di spesa (3 miliardi e 495 milioni di euro), con una spesa pro capite SSN pari a 59,3 euro, in aumento del 5,1% rispetto all’anno precedente.    
farmaci del sangue e organi emopoietici occupano il terzo posto in termini di consumi (145,2 dosi giornaliere per 1000 abitanti) e il quinto in termini di spesa (2 miliardi e 647 milioni di euro).          
I farmaci del sistema nervoso centrale si posizionano al quarto posto per consumi (99,8 dosi giornaliere per 1.000 abitanti) e al sesto in termini di spesa (2 miliardi e 148 milioni di euro).

Nel 2024 il 68% degli assistiti ha ricevuto almeno una prescrizione di farmaci: le donne (72,1%) più degli uomini (63,6%)

Complessivamente, nel 2024 il 68% degli assistiti ha ricevuto almeno una prescrizione di farmaci, le donne (72,1%) più degli uomini (63,6%). Le differenze di sesso sono più marcate nella fascia di età tra i 20 e i 59 anni, in cui le donne hanno più prescrizioni di antibiotici (utilizzati per il trattamento delle infezioni delle vie urinarie), antianemici e farmaci del sistema nervoso centrale, in particolare antidepressivi.

Farmaci in età pediatrica: antinfettivi i più utilizzati, aumentano le prescrizioni di psicofarmaci

Nel corso del 2024, circa 4,6 milioni di bambini e adolescenti hanno ricevuto almeno una prescrizione farmaceutica, pari al 50,9% della popolazione pediatrica italiana, con una prevalenza leggermente superiore nei maschi rispetto alle femmine (51,9% contro 49,9%).

Gli antinfettivi per uso sistemico si confermano la categoria terapeutica a maggiore consumo in età pediatrica, seguiti dai farmaci dell’apparato respiratorio e dai preparati ormonali sistemici, esclusi quelli sessuali e insuline; per tutte le categorie si osserva un incremento dei consumi rispetto all’anno precedente. I farmaci del sistema nervoso centrale (antiepilettici, antipsicotici, antidepressivi e psicostimolanti) sono al quarto posto tra i medicinali più prescritti, con un consumo pari all’8% del totale e un aumento del 4,1% rispetto al 2023.

Dal 2016 sono più che raddoppiati sia la prevalenza d’uso che i consumi di psicofarmaci

Dal 2016 sono più che raddoppiati sia la prevalenza d’uso che i consumi di psicofarmaci. Sebbene si mantengano ancora su livelli bassi, si è passati da 20,6 confezioni per 1000 bambini (prevalenza pari allo 0,26%) nel 2016 a 59,3 confezioni per 1000 bambini (prevalenza dello 0,57%) nel 2024. Si tratta soprattutto di antipsicotici, antidepressivi e farmaci per l’ADHD. Il ricorso agli psicofarmaci presenta un andamento crescente per età, raggiungendo il massimo nella fascia 12‐17 anni, nella quale si registra un consumo di 129,1 confezioni per 1000 e una prevalenza dell’1,17%. Un trend in crescita, in linea con i risultati di altri studi epidemiologici internazionali pubblicati, che evidenziano una generale tendenza all’aumento dei tassi di prescrizione di questi medicinali in tutti i Paesi del mondo, soprattutto in seguito alla pandemia di COVID‐19. In Italia, nonostante l’aumento osservato negli ultimi anni, in parte legato alle conseguenze dell’emergenza pandemica sulla salute mentale di bambini e adolescenti, l’uso dei farmaci psicotropi rimane sensibilmente più basso rispetto ad altri Paesi. Nel 2024 la prescrizione di questi medicinali nella popolazione pediatrica italiana si attesta allo 0,57%, un dato sì raddoppiato rispetto al 2020 (0,30%), ma ancora inferiore rispetto ad altri Paesi europei (ad esempio la Francia con 1,61%) ed extra‐europei (USA 24,7%‐26,3%). 

Oltre 10 farmaci per un anziano su tre, aderenza alle terapie a rischio

Anche per il 2024 il Rapporto conferma un trend di spesa e consumi crescente con l’età. Nella popolazione anziana la spesa media per utilizzatore ammonta a 570,2 euro (621,6 nei maschi e 529,5 nelle femmine), in lieve aumento rispetto al 2023 (+1,2%). Ben il 97,4% degli anziani ha ricevuto nel corso dell’anno almeno una prescrizione farmacologica. In media si arriva a oltre 3,4 dosi al giorno, gli uomini ne prendono più delle donne. Per entrambi i sessi, all’aumentare dell’età si assiste a un progressivo incremento del numero di principi attivi assunti. Il 68,1% degli over 65 ha ricevuto prescrizioni di almeno 5 diverse sostanze (politerapia) nel corso del 2024 e circa uno su tre (28,3%) ha assunto almeno 10 principi attivi diversi. Inoltre, dal Rapporto emerge che il 33,1% della popolazione anziana (3 pazienti su 10) assume almeno 5 differenti farmaci per almeno 6 mesi nel corso di un anno (politerapia cronica), con un andamento crescente all’aumentare dell’età: fra gli 85 e gli 89 anni si raggiunge il picco del 43,7%, quasi uno su due.

Anche per il 2024 il Rapporto conferma un trend di spesa e consumi crescente con l’età

Più farmaci, più dosi, più occasioni di errore e di abbandono: seguire bene la cura, per il tempo necessario, diventa difficile. La scarsa aderenza del paziente alle prescrizioni del medico è la principale causa di non efficacia delle terapie farmacologiche. Nel caso di terapie croniche, inadeguati livelli di aderenza e persistenza al trattamento sono associati a un aumento degli interventi di assistenza sanitaria, morbilità e mortalità, rappresentando un danno sia per il paziente che per il Servizio Sanitario Nazionale. La popolazione anziana è quella più a rischio.

Ma l’aderenza alla cura varia anche a seconda della categoria terapeutica: maggiori criticità si osservano con i farmaci per i disturbi ostruttivi delle vie respiratorie (52,2% pazienti con bassa aderenza), gli antidepressivi (28,1%, con la conseguenza di una cronicizzazione della malattia) e i farmaci antidiabetici (22,6%, in calo del 5% rispetto all’anno precedente). Minori criticità si osservano con i farmaci per il trattamento dell’osteoporosi (68,7% pazienti con alta aderenza) seguiti dalla terapia per l’ipertrofia prostatica benigna (64,9%), dagli antiaggreganti (61,8%), anticoagulanti (53,2%) e antipertensivi (52,6%). Per i farmaci lipolipemizzanti l’alta aderenza è pari al 45,6% dei pazienti in trattamento: il dato è in aumento dal 2019 (+4% rispetto al 2023), ma ci sono ancora margini di miglioramento anche per questi medicinali.

La popolazione femminile e le Regioni del Sud mostrano minore aderenza e persistenza ai trattamenti farmacologici

Per quasi tutte le categorie terapeutiche analizzate poco più della metà dei pazienti era ancora in trattamento dopo 12 mesi, con valori massimi per gli anticoagulanti (66,6%), mentre per i farmaci per asma e BPCO si registra il 50% di probabilità di interrompere la terapia dopo appena 36 giorni.

Tendenzialmente le donne sono meno aderenti e persistenti degli uomini per tutte le categorie terapeutiche analizzate e le Regioni del Sud registrano livelli di aderenza e persistenza al trattamento più bassi rispetto al resto d’Italia.

Gli antidiabetici: consumi orientati sui farmaci più recenti

Nel 2024 gli antidiabetici hanno registrato una spesa pubblica complessiva di 1 miliardo e 642 milioni di euro, con un aumento del 13,2% rispetto al 2023. Sono infatti aumentati sia i consumi (+4,3%) sia il costo medio per dose (+8,3%), con uno spostamento dei consumi verso categorie di farmaci di più recente introduzione in terapia, come gli analoghi del GLP-1, le gliflozine e le loro associazioni.

In particolare, gli analoghi del Glp-1, a cui appartiene la semaglutide, nonostante una riduzione del costo medio pari all’1,8%, registrano un aumento di spesa dell’11,5% e dei consumi del 13,3%, con la sola semaglutide che cresce rispettivamente del 58,4% e del 59,8%. Nel 2024 sono la categoria, da sola o in associazione alle insuline, che registra il costo annuale per utilizzatore più elevato (722,5 euro per gli analoghi del GLP‐1 da soli e 736,1 in associazione alle insuline).      
Le gliptine da soleregistrano un aumento di spesa (+35,5%) attribuibile esclusivamente all’incremento del costo medio per giornata di terapia (+40,3%), considerando la contrazione del 3,7% dei consumi.  Infine, per le gliflozine da solesi rileva un aumento di spesa del 39,6% e dei consumi del 45,1% (ma una riduzione del costo medio per giornata di terapia del 4,1%).

La metformina, quando usata da sola, è ancora il farmaco più utilizzato nel trattamento del diabete (23,4 dosi giornaliere ogni 1000 abitanti), pari al 31,5% del totale, mentre i nuovi farmaci agonisti dei recettori GIP e GLP-1, rappresentati dalla tirzepatide, sono la categoria a maggior costo medio per giornata di terapia con un valore di 130,57 euro.           

Supera quota 10 miliardi la spesa privata

La spesa privata complessiva (comprensiva di compartecipazione, acquisto privato di classe A, classe C con ricetta e SOP/OTC) è stata di 10,2 miliardi di euro nel 2024.

Tra i farmaci di fascia A acquistati privatamente dai cittadini nel 2024 con una spesa di 1,6 miliardi di euro, colecalciferolo, amoxicillina/acido clavulanico e ibuprofene si collocano di nuovo ai primi tre posti, con un aumento di spesa del 4,5% per il colecalciferolo, una riduzione del 7,8% dell’associazione amoxicillina/acido clavulanico e una sostanziale stabilità (+0,1%) per l’ibuprofene.
I medicinali dell’apparato gastrointestinale risultano comunque i più utilizzati tra le prime 20 categorie di farmaci di classe A acquistati privatamente (81,8 dosi giornaliere ogni mille abitanti, pari al 37,5% del totale). 

La spesa per i farmaci di Classe C (interamente a carico del cittadino) nel 2024 supera i 7 miliardi di euro, con un lieve decremento dell’1,96% rispetto al 2023.Il 52% è relativo a farmaci con obbligo di prescrizione medica (3,7 miliardi di euro), e il restante 48% a farmaci di automedicazione (3,4 miliardi).

I farmaci di classe C con ricetta registrano una riduzione della spesa pari al 4,9% rispetto al 2023, determinata da una riduzione della quantità (‐2,8%) e dei prezzi (‐1,1%).
Le categorie di farmaci di classe C con ricetta maggiormente acquistati dai cittadini nel 2024 si confermano essere le benzodiazepine (ansiolitici, 371 milioni di euro), gli analgesici e gli antipiretici e i farmaci per la disfunzione erettile. Per questi ultimi nel 2024 sono stati spesi circa 245 milioni di euro. Particolarmente importante risulta l’incremento di spesa privata degli analoghi del recettore GLP‐1 utilizzati per perdere peso, per lo più attribuibile ad un corrispettivo aumento dei consumi (+78,7%) nel 2024. Nella classifica dei primi 30 principi a maggiore spesa nel 2024 entra la semagutide, non presente nell’anno precedente, con una spesa di 55,3 milioni di euro, a cui si aggiungono 21,8 milioni di acquisto privato di fascia A.

Tra i farmaci di automedicazione, i derivati dell’acido propionico (FANS) rappresentano l’11,5% della spesa complessiva con un valore di 384,7 milioni di euro, sostanzialmente stabili rispetto al 2023. I primi principi attivi per spesa si confermano ibuprofene e diclofenac, che mostrano rispettivamente una leggera riduzione (‐0,6%) e un consistente aumento (+6,4%).

Coletto: per la sanità, servono programmazione e realismo

La bozza della legge di Bilancio 2026 promette un rafforzamento del Fondo sanitario nazionale e qualche misura di sollievo per il personale. Ma tra carenze strutturali, medici in fuga e riforme ancora a macchia di leopardo, la sensazione diffusa è che il sistema abbia bisogno di più di una “manovra”.
Ne parliamo con Luca Coletto, politico di lungo corso, già presidente di Agenas e coordinatore degli assessori alla salute in seno alla Conferenza delle Regioni, che invita a guardare avanti “con pragmatismo e con un piano serio di medio periodo”.

La bozza della legge di Bilancio 2026 prevede un incremento del Fondo sanitario nazionale ma conferma un calo della spesa sanitaria in rapporto al Pil. Dopo anni di emergenze, pensa che questa manovra basti a garantire la tenuta della sanità territoriale, o rischiamo di trovarci ancora con risorse insufficienti a livello regionale?

«Intanto bisogna partire dal passato, perché sappiamo bene che dal 2010 al 2018 sono stati tagliati circa 37 miliardi. La sanità, per anni, è stata il banco di prova dei governi che si sono succeduti. Dopo il Covid abbiamo cominciato a recuperare, ma gli effetti si fanno ancora sentire.

Il Fondo sanitario nazionale darà un certo respiro con i nuovi fondi ma non basta a colmare i ritardi territoriali nella medicina di prossimità

Oggi, con la bozza della legge di bilancio, si parla di un aumento di circa 6,7 miliardi (in realtà sarebbero 2,4 mld, tenendo conto degli stanziamenti ereditati dalle precedenti “manovre”, ndg): è un incremento importante rispetto al passato e ci permetterà di dare qualche risposta in più. Tuttavia, è altrettanto vero che la popolazione anziana cresce, e in sanità lo sappiamo: all’aumentare dell’offerta aumenta anche la domanda.

Le Regioni probabilmente non avranno fondi a sufficienza, anche se il Fondo sanitario darà un certo respiro. Il problema è che non sarà il respiro necessario a coprire le esigenze attuali, soprattutto a causa dei ritardi accumulati nella medicina di prossimità, che oggi diventa fondamentale.

Il ricorso alle medicine integrate e alle Case di comunità è inevitabile. L’unione dei medici di medicina generale sotto lo stesso tetto era già prevista dal decreto ministeriale 70 del 2015, nato dal regolamento ospedaliero condiviso con le Regioni all’epoca del ministro Renato Balduzzi. Quindi la direzione è giusta, ma serve continuità e un finanziamento più stabile per garantire la tenuta del territorio.»

Lei ha guidato Agenas proprio negli anni in cui si disegnava la nuova sanità di prossimità, dalle Case e Ospedali di Comunità alla riforma della medicina territoriale. Oggi, con l’attuazione del PNRR ancora a macchia di leopardo, qual è la sua valutazione: il modello sta funzionando davvero o servono correttivi più profondi nella gestione regionale?

«Il progetto funziona, perché non è altro che l’evoluzione di ciò che avevamo già avviato in Veneto con il piano socio-sanitario del 2012, che ho portato in aula a suo tempo. Lì si prevedevano le Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT), che oggi chiamiamo Case di comunità. Nel modello veneto erano previste anche le figure degli infermieri e dei farmacisti di comunità, oltre agli specialisti, per gestire anche i cosiddetti codici bianchi.

Ogni struttura copriva un bacino di circa 30 mila abitanti e garantiva assistenza dalle 8 del mattino alle 8 di sera, con continuità assistenziale. Se il medico non era presente, un collega dell’AFT lo sostituiva, aggiornando il fascicolo sanitario elettronico del paziente. Quando ho terminato il mio mandato, nel 2018, in Veneto c’erano già 77 Case di comunità per 5 milioni di abitanti.

Il PNRR funziona ma serve vigilanza da parte del Ministero sulla programmazione delle Regioni e sull’attuazione delle norme nazionali

Il sistema funziona e alleggerisce i pronto soccorso, ma serve vigilanza da parte del Ministero sulla programmazione delle Regioni e sull’attuazione delle norme nazionali. Le Regioni devono rispettare e applicare coerentemente il DM 77. Solo così la medicina di prossimità potrà consolidarsi e diventare davvero strutturale.»

Le audizioni sulla manovra hanno mostrato un sistema in affanno sul personale: carenza di medici di base, infermieri che mancano, fuga verso il privato. Cosa servirebbe oggi per rendere la sanità pubblica più attrattiva, soprattutto per i giovani professionisti?

«È inutile girarci intorno: servono stipendi adeguati, è il primo passo. Poi bisognerebbe agevolare soprattutto gli operatori sanitari — infermieri, tecnici, biologi, tecnici di laboratorio — che sono figure fondamentali del sistema, anche se spesso si parla solo dei medici.
Oggi l’infermiere è laureato, con una laurea magistrale: è giusto che le commissioni e i ruoli professionali evolvano di conseguenza.

Purtroppo, la gobba pensionistica che avevamo previsto dieci anni fa è arrivata, e non sono state adottate le contromisure necessarie. Ogni anno si laureavano circa 10.000 medici, ma le borse di specializzazione erano solo 6.000. Una programmazione miope, che ha ignorato un problema evidente.

Se vogliamo invertire la rotta, bisogna aumentare ulteriormente le borse (oggi sono circa 12.000), adeguare gli stipendi e sostenere la formazione. In passato le Regioni o lo Stato avrebbero potuto finanziare percorsi gratuiti per i primi anni, per incentivare i giovani.
Così si sarebbe evitato anche il fenomeno dei “gettonisti”. Ora bisogna riassorbire quella distorsione e rendere di nuovo attrattiva la sanità pubblica, anche rispetto a sistemi come Germania e Francia, che però non sono universalistici come il nostro.»

Nella bozza di manovra si parla anche di incentivi fiscali per il lavoro notturno e festivo, e di nuove misure per la formazione specialistica. Ma molti osservatori, anche durante le audizioni parlamentari, hanno chiesto un vero “piano nazionale per le professioni sanitarie”. Lei che è stato anche coordinatore degli assessori alla salute in seno alla Conferenza delle Regioni, pensa che sia tempo di un intervento strutturale sul personale? Seguendo quale modello?

«Siamo in ritardo di almeno dieci anni. Quando compaiono i primi sintomi, in sanità serve intervenire subito: ora siamo già oltre la fase acuta. Pagare di più il lavoro notturno è giusto, ma è un intervento vecchio. In Veneto lo facevamo già nel 2013, aprendo le radiologie anche di notte e retribuendo meglio il personale.

La prevista gobba pensionistica è arrivata senza che si adottassero adeguate contromisure

Il problema è la mancanza di programmazione nazionale. L’ultimo Piano sanitario nazionale risale al 2006; da allora ci sono stati solo “pannicelli caldi”, come i Patti per la Salute, che non hanno sostituito la pianificazione.
Serve che il ministero (della Salute, ndg) chieda a tutte le Regioni di approvare i propri piani sanitari con legge, in modo che arrivino sul tavolo del Consiglio dei Ministri. Solo così si può valutare l’aderenza ai decreti 70 e 77, verificare le reti sanitarie, il numero corretto di ospedali, aziende ospedaliere e Irccs, e intervenire dove mancano coerenza e risorse.

Con una programmazione seria, anche il personale potrebbe essere distribuito meglio e in modo più efficiente, riducendo le liste d’attesa e migliorando la qualità dei servizi.»

Guardando al futuro, la sanità territoriale sarà sempre più integrata con il digitale, la telemedicina e la medicina di iniziativa. Ma tutto questo richiede personale formato, tecnologie sostenibili e governance chiara. Da ex presidente Agenas, quali sono — secondo lei — le tre priorità politiche e organizzative per non sprecare la stagione del PNRR e trasformarla in un’eredità stabile per il Paese?

«L’evoluzione digitale è fondamentale. L’intelligenza artificiale (AI), per esempio, può essere utilissima — penso alla radiologia — perché consente di elaborare milioni di esiti e di fornire risposte accurate in pochi secondi. Ma resta una macchina, priva di coscienza: il medico è e sarà sempre necessario.

Serve però una formazione adeguata, che deve partire dalle università. Le figure professionali dovranno evolvere: il tecnico radiologo, per esempio, dovrà affiancare il medico nella gestione dell’AI.
Accanto a questo, la telemedicina rappresenta il futuro della gestione territoriale, soprattutto per i pazienti cronici e anziani. I nuovi device possono monitorare da remoto battito, saturazione, Ecg, permettendo di intervenire solo quando serve davvero.

Difendere il Servizio sanitario nazionale è essenziale per evitare nuove disuguaglianze nell’accesso alle cure

Tutto ciò richiede programmazione. Una programmazione triennale, fatta per legge e verificabile dal Ministero, per monitorare in tempi brevi i risultati e correggere la rotta quando necessario.
Solo così si può garantire la sostenibilità del nostro sistema universalistico, che resta un bene prezioso.

Prima del 1978, prima del Servizio sanitario nazionale, esistevano le mutue e le assicurazioni: l’operaio non poteva permettersi un trapianto di cuore, l’industriale sì.
Ecco perché dobbiamo difendere questo modello e usarlo in modo appropriato. Anche con l’aumento di 6 miliardi, siamo appena al 6,2% del Pil: siamo al limite oltre il quale molti cittadini rinunciano a curarsi.
Basti pensare che la spesa out of pocket, cioè quella privata, vale oggi circa 40 miliardi di euro l’anno: sono tanti. Se vogliamo preservare il sistema, dobbiamo evitare sprechi e garantire appropriatezza: la sanità pubblica si salva così, non solo con i numeri, ma con la responsabilità.»

Malattie rare: il ruolo strategico del farmacista tra AI, terapie personalizzate e percorsi integrati

https://congressosifo.com/Le malattie rare continuano a rappresentare una delle sfide più complesse per i sistemi sanitari nazionali, tra percorsi di cura frammentati, diagnosi tardive e costi elevati delle terapie. In questo scenario, il farmacista ospedaliero si conferma una figura strategica per la governance delle tecnologie sanitarie, l’accesso ai farmaci orfani e la personalizzazione delle cure. Di questi temi si è discusso nel corso della sessione “Malattie rare: innovazione sostenibile e sinergie professionali nell’era dell’intelligenza artificiale”, organizzata nell’ambito del XLVI Congresso nazionale SIFO di Genova.

Ad intervenire all’incontro, Silvia Adami, presidente del Collegio Probiviri di SIFO e dirigente farmacista presso l’Azienda Ulss n.9 Scaligera (Venezia), e Fabiola Del Santo, segretaria SIFO Toscana e direttrice della UOC Farmaceutica Ospedaliera Zona Provinciale Aretina. “Il farmacista garantisce il contatto diretto con il paziente, favorendo l’aderenza terapeutica e fungendo da raccordo tra i diversi team multidisciplinari – ha sottolineato la dottoressa Adami – Inoltre, contribuisce alla preparazione galenica per terapie personalizzate”.

L’evoluzione della professione, infatti, vede oggi il farmacista come un attore chiave nella gestione integrata, dalla logistica alla galenica alle valutazioni HTA (Health Technology Assessment). Ma il ritardo nella diagnosi rappresenta una delle principali criticità che le persone affette da malattie rare si trovano ancora oggi ad affrontare. “Tale ritardo – ha aggiunto la dottoressa Adami – può avere conseguenze gravi, spesso irreversibili, sia sul piano clinico sia su quello psicologico e sociale. Intervenire tempestivamente, dunque, significa non solo migliorare la prognosi e la qualità di vita dei pazienti, ma anche ottimizzare l’impiego delle risorse sanitarie”. In questa prospettiva, la formazione e la sensibilizzazione dei professionisti della salute, secondo i farmacisti ospedalieri, assumono un ruolo fondamentale.

Ritardo diagnostico nelle malattie rare: urgente un modello hub & spoke per una presa in carico multidisciplinare ed efficace

Parallelamente, si afferma sempre più la necessità di “consolidare un modello organizzativo basato sulla rete hub & spoke, in cui i centri di riferimento (hub) collaborano strettamente con strutture periferiche (spoke) dislocate sul territorio”. Tale approccio “favorisce una presa in carico multidisciplinare e continuativa, capace di garantire al paziente un percorso assistenziale integrato, dall’inquadramento diagnostico al trattamento e al follow-up”. Solo attraverso una rete coordinata, una formazione adeguata e una diffusa sensibilizzazione “sarà possibile ridurre il divario diagnostico e assicurare alle persone con malattie rare una risposta più equa, tempestiva e competente”.

L’avvento dell’intelligenza artificiale generativa (AI generativa), intanto, sta “rivoluzionando la gestione di queste patologie, migliorando la diagnosi precoce, l’ottimizzazione dei percorsi terapeutici e la sostenibilità economica. L’AI generativa – ha spiegato la dottoressa Del Santo – in grado di produrre nuovi dati e modelli predittivi a partire da input limitati, si configura come strumento trasformativo, particolarmente utile in contesti con dati frammentati, come appunto quelli delle malattie rare”. Nel campo della gestione farmaceutica, l’AI “ottimizza la logistica, il monitoraggio dell’aderenza e la pianificazione dei budget destinati ai farmaci orfani, che richiedono criteri specifici rispetto alle patologie più comuni”.

AI generativa, strumento trasformativo particolarmente utile in contesti con dati frammentati, come le malattie rare

Le applicazioni includono “identificazione precoce e supporto diagnostico – ha aggiunto Del Santo – personalizzazione terapeutica, analisi predittiva e ottimizzazione delle risorse (revisione dei fabbisogni farmaceutici e gestione delle terapie ad alto costo) e monitoraggio, attraverso sistemi di IA che valutano in tempo reale l’aderenza e gli esiti clinici”. L’integrazione tra AI generativa e farmacista ospedaliero offre dunque “nuove opportunità” per ripensare i processi del Servizio Sanitario Nazionale, migliorando l’efficienza e la qualità dell’assistenza. Le sfide future, infine, riguardano “la gestione etica dei dati, la formazione interprofessionale e lo sviluppo di modelli previsionali per i farmaci orfani, in grado di ridurre i costi e garantire la sostenibilità del sistema. Sarà inoltre fondamentale– hanno concluso Adami e Del Santo- promuovere studi prospettici per valutare l’impatto reale dell’AI sugli outcomes dei pazienti”.

Manovra, CIMO-FESMED: «Corte Conti conferma nostre preoccupazioni sulla precarietà degli aumenti di stipendio dei sanitari»

Il recente monito della Corte dei Conti sull’utilizzo di risorse extracontrattuali per la valorizzazione del personale sanitario non può che destare forte preoccupazione nella Federazione CIMO-FESMED. Secondo la Corte, tale pratica ha determinato un “disallineamento tra il quadro regolativo del rapporto di lavoro del personale della sanità pubblica e quello del restante personale”, evidenziando “l’evidente asistematicità” delle misure proposte per incrementare le retribuzioni dei sanitari. Interventi, questi, “giustificabili in una fase emergenziale, oggi terminata”, ma che ora rischiano di perdere ogni fondamento giuridico ed economico.

Quali misure concrete si intende adottare per convincere medici e professionisti sanitari a restare nel SSN, vincolato dai rigidissimi paletti della Pubblica Amministrazione?

In altre parole, la magistratura contabile conferma ciò che CIMO-FESMED ha recentemente denunciato: le risorse extracontrattuali stanziate negli ultimi anni rappresentano un fragile escamotage, destinato a svanire con un tratto di penna, lasciando ancora una volta i medici e i professionisti sanitari senza risposte e senza prospettive.

Guido Quici

«A questo punto – si chiede Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED – quali misure concrete si intende adottare per convincere medici e professionisti sanitari a restare nel Servizio sanitario nazionale, vincolato dai rigidissimi paletti della Pubblica Amministrazione?».

La soluzione, secondo la Federazione, è chiara e da tempo sul tavolo: sganciare il comparto sanitario dalla funzione pubblica, per consentire una contrattazione autonoma con le Regioni e con il Ministero della Salute. Solo così sarà possibile costruire un sistema contrattuale moderno, flessibile e in grado di garantire condizioni economiche e professionali adeguate alla complessità del lavoro sanitario.

«Non si può continuare a parlare di valorizzazione del personale senza cambiare le regole del gioco – conclude Quici -. È il momento di passare dalle parole ai fatti e di dare finalmente dignità e futuro a chi ogni giorno tiene in piedi il Servizio sanitario nazionale».

La voce dei pazienti nei processi decisionali europei

Negli ultimi anni le Associazioni di pazienti hanno assunto un ruolo sempre più attivo nel dialogo con le autorità regolatorie, contribuendo a rendere i processi decisionali più trasparenti e orientati ai bisogni reali delle persone.
Anche a livello europeo, l’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) e, più di recente, le autorità nazionali dei singoli Stati membri hanno riconosciuto il valore della partecipazione dei pazienti nelle fasi di valutazione e autorizzazione dei farmaci.

In occasione dell’evento Il ruolo del paziente nei processi regolatori: l’esperienza InPags, abbiamo intervistato Dario Martino, Presidente di ATES O.D.V. – Associazione Talassemia ed Emoglobinopatia Sardegna e Vicepresidente della Federazione UNITED (Federazione Italiana delle Thalassemie, Emoglobinopatie Rare e Drepanocitosi), per approfondire il tema della partecipazione dei pazienti ai processi regolatori europei, con un focus sul nuovo Regolamento HTA e sulle prospettive di collaborazione tra associazioni, istituzioni e agenzie regolatorie.

Forum Sanità Futura: proposte per rafforzare l’integrazione nella sanità lombarda

Favorire un confronto e un dialogo tra Istituzioni, imprese, professionisti e cittadini capaci di generare proposte operative per superare la frammentazione che ancora caratterizza il servizio sanitario lombardo a favore di una sanità più integrata, attrattiva e sostenibile: questi i risultati dell’edizione 2025 del Forum Sanità Futura da poco conclusa, promossa da HEALTH ECOLE – Scuola di Sanità, in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, il Politecnico di Milano e con il contributo di diversi partner istituzionali e associativi.

Quattro le direttrici strategiche che hanno contraddistinto i lavori del Forum: Procurement & Health Technology Assessment, Sanità Integrativa, Connected Care e Ricerca & Sviluppo. In tutte emerge un possibile problema comune: le eccellenze locali rischiano di non dialogare efficacemente tra loro, con ostacoli legati a sistemi informativi non interoperabili, percorsi decisionali complessi e un’innovazione che fatica a generare valore diffuso.

Per ciascuna delle quattro aree, i tavoli di lavoro hanno delineato criticità e avanzato proposte concrete.

  • Procurement & Health Technology Assessment – Il mercato sanitario lombardo gestisce oltre 6 miliardi di euro in gare pubbliche, ma l’integrazione tra procurement, HTA e programmazione clinica è parziale. Nel 2024, solo il 12% delle gare ha incluso criteri di esito clinico o di sostenibilità ambientale, con tempi di adozione tecnologica che superano spesso 18 mesi, generando ritardi nell’innovazione. Le proposte mirano a tavoli permanenti di confronto tra gli stakeholder, formazione qualificata su acquisti a valore e Intelligenza Artificiale e allargamento del Value Based Procurement anche ai servizi territoriali e del farmaco.
  • Sanità integrativa – Sebbene oltre 14 milioni di italiani siano coperti da fondi o assicurazioni, la collaborazione pubblico-privato resta limitata e frenata da complessità amministrative e scarsa interoperabilità digitale: solo il 35% dei fondi ha sistemi compatibili con il Sistema Sanitario Regionale. Il gruppo di lavoro propone l’istituzione di una cabina di regia pubblico-privata per programmare in modo congiunto fabbisogni e attività formative, l’avvio di progetti pilota di presa in carico integrata – tra SSN e fondi – delle cronicità e l’incremento del convenzionamento delle aziende pubbliche con fondi e assicurazioni.
  • Connected Care – L’uso del Fascicolo Sanitario Elettronico da parte dei cittadini lombardi è ancora limitato e la disomogeneità territoriale ostacola la continuità assistenziale. Per il gruppo di lavoro è essenziale rafforzare l’integrazione e il coordinamento della rete territoriale – Case della Comunità, Centrali Operative Territoriali e servizi domiciliari digitalizzati –, potenziare la formazione digitale degli operatori e migliorare la governance dei dati per personalizzare i servizi e garantirne l’equità.
  • Ricerca & Sviluppo – La Lombardia è leader con 19 IRCCS e un importante volume di studi clinici: tale primato rischia però di essere ostacolato da un problema di frammentazione e da una carenza di profili professionali chiave come data manager e study coordinator. Le proposte includono la creazione di un centro regionale di coordinamento integrato della ricerca biomedica tra IRCCS, ospedali e università, la stabilizzazione delle figure chiave della ricerca clinica con percorsi professionali riconosciuti, e il rafforzamento della valorizzazione economica della ricerca attraverso formazione, standardizzazione delle procedure e supporto al trasferimento tecnologico.

In un contesto caratterizzato dalla frammentazione, la formazione riveste un ruolo strategico: non si limita alla semplice trasmissione di conoscenze, ma agisce come elemento di coesione tra professionisti, facilitando la creazione di relazioni e l’adozione di linguaggi comuni, diventando al contempo un volano per l’innovazione organizzativa.

La formazione riveste un ruolo strategico: agisce come elemento di coesione tra professionisti

Investire nella formazione significa potenziare la capacità del sistema di crescere insieme, trasformando le eccellenze individuali in competenze condivise e integrando l’innovazione nella pratica quotidiana.

«La sanità lombarda è riconosciuta per la sua capacità innovativa, ma la frammentazione ancora presente ne può limitare il pieno potenziale. È fondamentale, quindi, trasformare l’eccellenza in un sistema strutturato e integrato: la vera sfida non è solo innovare, ma soprattutto connettere», dichiara Alvise Biffi, Presidente di ECOLE. «In tale contesto, il Forum Sanità Futura rappresenta una risposta concreta, una piattaforma di confronto tra pubblico e privato, capace di tradurre le riflessioni in proposte operative e di supportare in modo coordinato l’implementazione delle innovazioni, attraverso un’azione di condivisione e dialogo con la Direzione Generale Welfare di Regione Lombardia».

Manovra al banco di prova delle audizioni: il sistema sanitario chiede ossigeno

La bozza della legge di Bilancio continua il suo cammino che la porterà a diventare legge dello Stato. Tra i primi step, le audizioni preliminari dei portatori di interesse delle diverse filiere. Quest’anno la sanità è tornata — finalmente, diranno in molti — al centro della discussione.

Tra i primi step, le audizioni preliminari dei portatori di interesse delle diverse filiere

Ma, tra le richieste e le riflessioni dei player e i primi riscontri politici, si percepisce un’urgenza particolare. Perché il termometro di un Paese si misura anche con la propria tenuta sanitaria, tra orgoglio industriale, allarmi professionali e la consapevolezza che, senza una svolta, il Servizio sanitario nazionale rischia di arrivare al cinquantesimo compleanno più fragile che mai.

Industria farmaceutica: orgoglio e preoccupazione

In occasione delle audizioni preliminari in ambito sanitario, il presidente di Farmindustria Marcello Cattani, cifre alla mano, ha esibito risultati più che positivi per il comparto che rappresenta: il settore farmaceutico chiuderà il 2025 con un export in crescita del 35 per cento, per oltre 70 miliardi di euro. Ricordando che senza la farmaceutica, il saldo dell’export italiano sarebbe negativo. E che, ciononostante, non si può restare imbrigliati da regole obsolete.
Naturalmente Cattani si riferisce al payback, la compensazione che obbliga le imprese a restituire parte della spesa sanitaria pubblica. Che doveva essere una misura temporanea e che, invece, è diventato un cappio strutturale. Ecco perché le aziende del farmaco hanno espresso la richiesta cristallina di superarlo entro il 2027, in favore di un modello value-based, legato agli esiti delle cure.

Modelli value-based e tetti di spesa che considerino l’innovazione sono tra le richieste degli operatori economici

Positivo il riscontro di Fratelli d’Italia, che per voce del senatore Michele Barcaiuolo afferma che le imprese del farmaco hanno ragione. E che, finalmente, dopo anni di tagli si stanno rimettendo fondi nel sistema. Anche se occorre una riforma vera, che dia respiro all’innovazione e alle aziende che investono.

Proprio in tema di investimenti il numero uno di Farmindustria ha voluto anche aggiungere che senza stabilità normativa si rischia di perdere il treno globale; e che, o si investe oggi, o tra cinque anni ci si troverà costretti a importare ciò che invece si potrebbe produrre in Italia.

Imprese di dispositivi medici in ginocchio a causa del payback

A sciorinare numeri più che dignitosi è stata anche Confindustria Dispositivi Medici che per voce del presidente Fabio Faltoni ha voluto evidenziare alla politica in ascolto le caratteristiche di un settore fatto da una miriade di imprese, ben 4.600 per lo più di piccole e medie dimensioni, che cubano 130 mila occupati e un giro d’affari di 19 miliardi di euro annui. Settore che, nonostante l’innovazione che introduce nel SSN, deve lavorare con tetti di spesa studiati in un passato remoto che poco ha a che fare con il presente e il futuro. Per non parlare del payback, già costato alle imprese del settore oltre 500 milioni di euro. Aziende che, tra l’altro, lamentano una programmazione sanitaria con orizzonti troppo vicini.

Una sponda alle richieste di Confindustria Dm arriva dai banchi del Partito Democratico, che per voce di Beatrice Lorenzin ha rimarcato come il settore privato e industriale sia parte integrante del sistema pubblico. E che per mantenere un equilibrio utile e vitale per la tenuta del SSN stesso occorre una programmazione pluriennale, con regole certe nel tempo.

Ospedali privati: parte integrante del SSN, che nessuno riconosce

Tra le audizioni anche quella dell’Associazione italiana dell’Ospedalità privata accreditata (Aiop), che nella figura del presidente Gabriele Pellissero ha tenuto un intervento preciso, quasi chirurgico, incentrato sul fatto che il 30% dei posti letto del SSN è garantito dalle strutture del privato accreditato, così come il 28% dei ricoveri e oltre un terzo delle prestazioni ambulatoriali. Anche se le tariffe, ha ricordato Pellissero, sono ferme da più di dieci anni, erose del 23,9% dall’inflazione. Il che mette a repentaglio la tenuta del sistema del privato accreditato.

Le richieste di questo segmento della filiera della salute sono state espresse da Enzo Paolini, vicepresidente dell’Associazione coordinamento ospedalità privata: stessi benefici fiscali del pubblico per i lavoratori privati accreditati; una misura a costo zero, ma di giustizia.

Su questi temi la politica si è mostrata meno possibilista. Perché, a detta di Barcaiuolo, l’aggiornamento delle tariffe va bene, ma deve essere sostenibile. Cosa che pare non essere possibile, oggi come oggi. E sarà oggetto di discussione con il governo nella primavera prossima.

Infermieri: la voce del cuore del sistema

Altro punto caldo in sede di audizioni è stato quello del personale sanitario. In particolare, degli infermieri. Circa 461 mila unità all’attivo, ma stanche. E con lo spettro di una gobba pensionistica che inizierà nel 2029 e che porterà a perdere circa 12 mila professionisti l’anno. Questo il messaggio portato dalla presidente della Federazione degli Ordini Infermieristici, Barbara Mangiacavalli. Che riconosce i passi avanti, come l’aumento dell’indennità di specificità infermieristica, ma chiede un segnale più forte. Come una legge per le specializzazioni e il riconoscimento formale della professionalità degli infermieri. Anche perché nel 2024, 19 mila giovani hanno scelto infermieristica come prima opzione. Un segnale di speranza che non va tradito, ha avvertito Mangiacavalli.

Parole queste ultime, raccolte dalla senatrice Elisa Pirro (M5S), che ha lanciato la proposta di portare la spesa sanitaria al 7% del Pil, in linea con la media europea.

Più soldi, meno sanità

Sul fronte numeri e spesa è intervenuto anche il presidente della Fondazione GIMBE Nino Cartabellotta, che ha messo altri puntini sulle i, auspicando una più attenta e sincera considerazione dei dati reali da parte della politica e di coloro che si occupano di programmazione sanitaria. Perché di fatto, anche se la manovra prevede 6,5 miliardi in più per la sanità, nel 2028 la quota di spesa relazionata al Pil scenderà al 5,93 per cento, sotto la soglia psicologica del 6 per cento. Come a dire che la spesa aumenta, ma nella realtà dei fatti la sanità pesa di meno; con il rischio concreto di mettere a repentaglio la garanzia dei Lea e della salute universale ed equa prevista e sancita dalla nostra Carta Costituzionale.

Un grido d’allarme che deve essere risuonato bene nelle orecchie del senatore Daniele Manca del Pd, che ha ribadito la necessità di una riforma strutturale della spesa e, richiamando il concetto di efficienza, che possa dare più autonomia alle Regioni virtuose e preveda più controlli su quelle che lo sono meno.

Le associazioni: prevenzione e diritti

Nelle aule del parlamento si è parlato anche di prevenzione e di diritti. Con il plauso della delegata di Europa Donna, Giuseppina Giambertone, rispetto alla previsione di estendere lo screening mammografico alle donne tra 45 e 74 anni. Il che potrebbe salvare vite e risparmiare 35 milioni l’anno al sistema.

Risparmi ed efficienza che potrebbero arrivare anche grazie all’impiego delle tecnologie digitali e innovative applicate alla sanità, capaci di modernizzare il sistema. Come ha riferito con convinzione Letizia Pizzi, direttrice generale di Anitec-Assinform, che però ha ricordato come la strumentazione di cui si avvale il SSN è ferma a dieci anni fa. Come a dire che non si può innestare il motore di una Ferrari su un maggiolino degli anni ’70.

Non bastano i fondi, servono visione e stabilità

E allora, la richiesta in questo caso è di aggiornare il Piano 4.0, rendere strutturali gli incentivi e sperimentare la telemedicina. Così da attrarre i giovani professionisti e riducono le distanze tra Nord e Sud del Paese. Concordi in questo senso Fratelli d’Italia e Pd: è tempo di usare la tecnologia per gestire i dati ma soprattutto per curare meglio le persone. Naturalmente investendo in prevenzione e salute e non solo in cure d’emergenza.

Al netto dei confronti e degli scambi di opinione, immaginiamo che sui taccuini della politica siano rimaste parole cerchiate e sottolineate come “riforma”, “personale”, “innovazione” e “fiducia”. E ben impresso il monito comune lanciato dalla filiera della salute: non bastano i fondi, servono visione e stabilità. Vedremo nelle prossime settimane se tutto ciò resterà lettera morta o se troveremo riscontro negli emendamenti alla bozza di legge. Secondo i beninformati, pare che il termine ultimo per presentarli sarebbe il prossimo 14 novembre alle ore 10.

SIFO apre a Genova il suo 46° Congresso nazionale

Chi segue da vicino lo sviluppo del dibattito e della riflessione sul Servizio Sanitario Nazionale sa che c’è uno scoglio contro cui si infrangono le ipotesi e i disegni complessivi. Il SSN deve cambiare e migliorare: questo viene detto e riconfermato in ogni evento, simposio, congresso. Ma poi c’è, appunto, lo scoglio: chi deve fare le cose? Chi deve prendersi in carico il cambiamento? Ne parliamo solamente, oppure passiamo dalle parole ai fatti? Per il suo 46° Congresso che si apre il 6 novembre a Genova, la Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Territoriali (SIFO), cerca di trovare risposte a questi quesiti e lancia una sfida.

SIFO ha infatti scelto di proporre come titolo del suo evento annuale Protagonisti del cambiamento: sinergie tra professioni, competenze, strumenti e strategie per un sistema salute vincente (6-9 novembre, Genova). “Una scelta”, puntualizza il presidente SIFO Arturo Cavaliere, “che pone la necessità che le stesse professioni sanitarie (i farmacisti ospedalieri in primis, ma in squadra con tutti gli altri) si prendano l’onore e l’onere di trainare il rinnovamento del sistema complessivo.

Significativo il titolo del Congresso: “Protagonisti del cambiamento: sinergie tra professioni, competenze, strumenti e strategie per un sistema salute vincente”

“La parola chiave di questo nostro presente è chiara: essere protagonisti”, sottolineano Barbara Rebesco, Emanuela Omodeo Salé e Alessandro Brega, cioè i tre presidenti e coordinatori di Genova ‘25, “Intendiamo riferirci alla necessità di essere promotori di quel cambiamento da tutti atteso: non più spettatori, ma attori di una nuova costruzione sociale, scientifica, sanitaria, professionale e di governance”.

Un appuntamento centrale e autorevole

“Il Congresso è per tutti i farmacisti ospedalieri e per gli operatori della sanità italiana un appuntamento centrale e strategico“ sottolinea Arturo Cavaliere (Presidente SIFO, ma anche Direttore Generale ASL Frosinone e Presidente Federsanità ANCI Lazio). “La Società dei Farmacisti Ospedalieri negli anni è cresciuta non solamente nel numero degli iscritti, che sono oggi oltre 3.300, ma anche nella rilevanza e nell’autorevolezza della sua presenza. Siamo membri di diritto della European Association of Hospital Pharmacist e collaboriamo in maniera proficua con i vertici della sanità nazionale – come il Ministero della Salute, guidato dal prof. Orazio Schillaci e dal Sottosegretario di Stato, on. Marcello Gemmato – con i quali condividiamo visioni, progettualità e collaborazioni in numerosi tavoli tecnici, non ultima quella che ha portato allo sviluppo del cosiddetto testo unico della farmaceutica”.

Oggi SIFO, ricorda Cavaliere, è una realtà ed una voce riconosciuta in tutta la politica sanitaria “per la sua capacità di suggerire e supportare gli indirizzi delle scelte che riguardano il SSN ed il comparto del farmaco e del dispositivo medico, anche per via della forte adesione che lega i nostri iscritti a una società scientifica capace di promuovere una formazione multispecialistica in aree tematiche di forte interesse per il Servizio Sanitario Nazionale. Ricopriamo – prosegue il presidente – un ruolo sempre più centrale nell’ambito delle terapie avanzate, del procurement e dell’HTA e ci confermiamo una società determinante in termini di rappresentanza, crescita professionale, qualità del lavoro e valore, peculiarità che ci pongono come qualificati interlocutori delle istituzioni nazionali e non solo. Pertanto Genova – location dove torniamo dopo il Congresso 2019 – è per noi un palcoscenico importante da cui desideriamo lanciare questo messaggio di cambiamento attivo e consapevole del SSN, mettendo in gioco le nostre competenze, le nostre visioni prospettiche e le nostre responsabilità”.

Ma forte di una responsabilità che oggi unisce la competenza in farmacia ospedaliera, il ruolo di governance nella sanità territoriale e di rappresentanza personale in seno ad ANCI, Cavaliere puntualizza anche la forte ricaduta attesa “dopo Genova” in termini di attenzione ai pazienti: “Sarà nostro compito, e mio personale impegno”, conclude il presidente SIFO, “di radicare ciò che emerge dal nostro Congresso sul territorio: i cittadini, le famiglie, i pazienti, le professioni, le associazioni, le realtà sociali più attive si attendono che i livelli di salute possano migliorare e innalzarsi proprio grazie al contributo dei professionisti della sanità. E noi farmacisti ospedalieri e responsabili delle scelte sanitarie territoriali, ci impegneremo per garantire questo miglioramento ovunque siamo in stretta relazione con i vertici regionali”.

Temi, stile, scelta green

SIFO ritorna a Genova dopo alcuni anni e mette in agenda un programma con 2 precongressuali e una cerimonia inaugurale (giovedì 6 novembre, ore 16.00) a cui parteciperanno le istituzioni nazionali e il vertice istituzionale della Regione Liguria, rappresentata dal presidente Marco Bucci e dall’assessore Massimo Nicolò; a queste seguiranno nei giorni successivi cinque Main Session, sedici Focus session, sei appuntamenti nel SIFO Agorà e i tanti incontri di LAB LIFE, che è il vero “laboratorio pratico” dei farmacisti ospedalieri in sede congressuale. Senza dimenticare gli appuntamenti di dialogo con le Scuole di Specializzazione SSFO e la sessione conclusiva che prevede come di consuetudine la consegna degli attestati per i Best Poster e per le migliori comunicazioni.

Barbara Rebesco (Presidente del Congresso) precisa che “Il Congresso approfondirà temi centrali come innovazione, accesso, equità e sostenibilità, declinati nelle loro dimensioni economiche, sociali e ambientali. Non discuteremo solo del cambiamento, ma cercheremo di attuarlo con quel pragmatismo e quella concretezza che servono per costruire un sistema sanitario più equo, innovativo e vicino alle persone”.

Aggiunge Emanuela Omodeo Salé (Coordinatrice del Congresso): “Al di là degli argomenti specifici credo sia importante sottolineare che il nostro congresso annuale è sempre più un momento di incontro pratico fra colleghi farmacisti – sia quelli più esperti che i più giovani – affinché al termine delle giornate si possano portare a casa contenuti da poter applicare nelle proprie realtà”.

Conclude Alessandro Brega (Presidente del Comitato organizzatore): “Sarà un Congresso green, con scelte di digitalizzazione avanzata, con una ristorazione basata su filiere stagionali e recupero delle eccedenze alimentari. Inoltre sono previsti gesti di responsabilità sociale condivisa, come la piantumazione di cento alberi sul territorio ligure e la devoluzione del ricavato della cena sociale a progetti solidali”.

Verso una Sanità Partecipata: cittadini e istituzioni insieme per equità, efficienza e sostenibilità del SSN

Promuovere un Servizio Sanitario Nazionale più equo, sostenibile e centrato sui cittadini: con questo obiettivo si è svolta a Roma, il 30 ottobre, la tavola rotonda “Sanità Partecipata”, promossa da UCB e dall’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (ALTEMS) dell’Università Cattolica.
L’incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni, associazioni di pazienti, società scientifiche e attori del mondo sanitario per discutere il valore della partecipazione come motore di equità, trasparenza e sostenibilità.

La conoscenza dei pazienti come risorsa del sistema

L’iniziativa ha voluto offrire uno spazio di riflessione condivisa sul valore della partecipazione come leva per ripensare la governance della salute pubblica dal punto di vista etico, sociale, clinico ed economico.

Al centro del confronto, l’idea che l’esperienza diretta della malattia rappresenti una forma di conoscenza essenziale, da integrare con quella clinica e istituzionale.
“La partecipazione e l’equità sono due dimensioni che si sostengono a vicenda. La partecipazione garantisce equità permettendo di individuare e affrontare barriere di accesso che spesso non emergono nei dati amministrativi: costi indiretti, tempi di attesa, difficoltà logistiche, disuguaglianze culturali e digitali. Solo chi vive quotidianamente queste criticità può renderle visibili, consentendo un’allocazione migliore e più equa delle risorse ed evitando sprechi. Sul punto, ci tengo a sottolineare che il lavoro iniziato oggi non sarà fine a sé stesso, ma è un inizio, che vedrà la raccolta sistematica degli spunti raccolti in un documento, i cui contenuti saranno diffusi in un secondo incontro pubblico”, ha sottolineato Teresa Petrangolini, Direttrice del Patient Advocacy Lab di ALTEMS.

Partecipazione e nuove regole per la rappresentanza civica

Il dibattito si è inserito nel contesto delle recenti novità normative: dalla Legge di Bilancio 2025, che istituisce il Registro Unico delle Associazioni di Pazienti (RUAS), al DDL n. 853 che formalizza la partecipazione delle associazioni ai tavoli di consultazione in materia di salute. Anche a livello europeo, il nuovo Regolamento HTA sancisce in modo strutturale la presenza dei pazienti nei processi di valutazione delle tecnologie sanitarie.

La partecipazione e l’equità sono due dimensioni che si sostengono a vicenda

In questo solco, Francesco Saverio Mennini, Direttore Generale della Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute, ha ribadito come, in linea con le recenti riforme, occorra passare sempre più da un sistema che consulta i cittadini a uno che li include nella costruzione del senso delle politiche pubbliche, confermando il grande impegno del Ministero su questo fronte.

Dalla teoria alla pratica: co-progettazione e indicatori patient-reported

Esperienze come “AIFA Incontra” o le pratiche partecipative di AGENAS mostrano come la partecipazione non sia più un esercizio formale, ma un elemento strutturale della governance sanitaria.

La riflessione ha evidenziato il legame tra partecipazione ed equità, due dimensioni che si rafforzano a vicenda: la partecipazione consente di rendere visibili le disuguaglianze e di affrontarle in modo mirato, mentre l’equità garantisce che la voce dei cittadini sia realmente rappresentativa e diffusa.
Un altro focus ha riguardato l’assistenza territoriale: il DM 77/2022 e le linee guida AGENAS 2023 pongono la partecipazione di pazienti e caregiver al centro della progettazione e valutazione dei servizi, rendendola parte integrante delle nuove Case della Comunità.

Sanità pubblica costruita “con” le persone: corresponsabilità e fiducia al centro dei servizi

La co-progettazione e la co-produzione diventano così esempi virtuosi di un modo nuovo di intendere la sanità pubblica: non più servizi pensati “per” le persone, ma servizi costruiti “con” le persone, nel segno della corresponsabilità e della fiducia. Sul punto, ha assunto particolare rilievo l’intervento di Americo Cicchetti, Commissario AGENAS, che ha sottolineato: “La co-progettazione può fare la differenza su più fronti. Gli indicatori patient-reported, come PRO e PREM, sono straordinari strumenti per valutare l’efficacia dei PDTA e delle reti cliniche, all’interno del nuovo DM 70. Solo ascoltando sistematicamente la voce delle persone nei percorsi di cura possiamo capire se i modelli funzionano, se rispondono ai bisogni reali e se riducono le disuguaglianze territoriali. La prospettiva del paziente è la chiave per rendere la rete clinica più coerente, efficace e vicina alla vita delle persone.”

Il contributo delle associazioni di pazienti

Nel corso della tavola rotonda si è inoltre sottolineata la necessità di consolidare una cultura della partecipazione basata sulla reciprocità della conoscenza. Le istituzioni, da un lato, devono sviluppare una maggiore capacità di ascolto e di dialogo; le associazioni, dall’altro, vanno sostenute in percorsi di formazione e accrescimento delle competenze, affinché la loro rappresentanza sia sempre più efficace.

Le associazioni di cittadini e di pazienti hanno chiesto con forza attenzione sui percorsi e sulle relative metriche di valutazione dal punto di vista di chi la malattia la vive ogni giorno. Sono intervenute Valeria Corazza (Presidente APIAFCO), Antonella Celano (Presidente APMARR), Silvia Tonolo (Presidente ANMAR) e Sabrina Nardi (Consigliera SALUTEQUITÀ) convergendo su tre punti: co-progettare PDTA e campagne (soprattutto su prevenzione e cronicità); misurare sistematicamente PRO/PREM per orientare risorse e accountability; abbattere i drop-out con soluzioni organizzative e digitali davvero accessibili. Non “testimonianze”, ma contributi autorevoli, per ottenere qualità, equità e sostenibilità delle scelte.

In un sistema sanitario che aspira a essere equo, efficiente e sostenibile, il coinvolgimento attivo dei pazienti è fondamentale. La loro esperienza diretta rappresenta una competenza preziosa, capace di offrire benefici concreti: maggiore equità nell’accesso, sostenibilità dei percorsi assistenziali e qualità delle cure. In UCB Pharma, siamo convinti che questo metodo, che chiamiamo “connecting healthcare”, sia quello giusto per realizzare la nostra mission e migliorare la vita delle persone con patologie croniche, attraverso lo sviluppo di terapie mirate e la co-progettazione di modelli di cura più vicini ai bisogni reali”, ha dichiarato Federico Chinni, General Manager di UCB.

Verso una partecipazione regolata e operativa

La Senatrice Elena Murelli, prima firmataria del DDL sulla partecipazione dei pazienti, ha rimarcato un percorso chiaro: dalla cornice definita con la Legge di Bilancio 2025—rafforzata dall’emendamento approvato insieme alla collega Vanessa Cattoi—alla necessità di passare subito all’attuazione, attraverso i decreti attuativi (Ministero della Salute/AIFA) che rendano operativo il RUAS e stabilizzino il coinvolgimento regolato delle associazioni nei procedimenti (HTA, PDTA, aggiornamento LEA), e parallelamente attivare un impegno a livello regionale e aziendale per portare queste regole dentro i processi quotidiani.

Infine, la Dottoressa Manuela Tamburo De Bella (Agenas) ha mostrato come il metodo partecipativo sia applicabile a molteplici aree cliniche, dentro il perimetro delle reti del DM 70: coinvolgimento strutturato di pazienti e caregiver nella progettazione dei percorsi e uso routinario di PRO/PREM per valutare esiti, appropriatezza e riduzione delle disuguaglianze regionali. È il passaggio che trasforma la partecipazione da parola d’ordine a standard operativo e metrica di performance per le reti.

Dal confronto al cambiamento culturale

Con “Sanità Partecipata”, UCB e ALTEMS promuovono un passaggio culturale: dalla partecipazione come consultazione episodica alla partecipazione come componente stabile della governance sanitaria.
Solo una sanità realmente costruita “con” le persone può garantire equità, fiducia e sostenibilità nel futuro del SSN.