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Telemedicina ai tempi del COVID-19: da strumento poco usato a soluzione fondamentale per la sanità pubblica

La telemedicina in Italia, prima della pandemia da Covid-19, faceva fatica ad affermarsi. Con l’arrivo del coronavirus, nel giro di tre mesi, abbiamo invece assistito a piccole rivoluzioni, con progetti importanti introdotti dalle singole Regioni. Ma non basta un pc e una connessione per parlare di telemedicina: ci sono protocolli da seguire, regole da rispettare, tariffari da implementare e diversi ostacoli da superare.
I motivi per cui la Telemedicina non è mai davvero decollata nel nostro Paese risiedono nella resistenza al cambiamento da parte dei medici o nell’effettiva difficoltà ad attivare questi sistemi di teleconsulto?

Ne parliamo con:

  • Francesco Gabbrielli
    Direttore Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali, Istituto Superiore di Sanità (ISS)
  • Silvestro Scotti
    Segretario Generale Nazionale FIMMG e presidente dell’Ordine dei Medici di Napoli

Modera:

  • Angelica Giambelluca
    Giornalista professionista in ambito medico

Gestione dati sanitari: frammentazione e inefficienze si possono superare con i Clinical Data Repository

Intervista a Fabrizio Massimo Ferrara, Coordinatore scientifico Laboratorio sui sistemi informativi sanitari, ALTEMS, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma.

Claudia Rocco (IQVIA): la gestione dei dati sanitari è ancora frammentata, ma il potenziale è immenso

Miglioramento della prevenzione, personalizzazione delle cure, ma anche sperimentazioni cliniche e studi epidemiologici nazionali. Queste sono solo alcune delle attività che si potrebbero fare se i dati sanitari nel nostro Paese fossero gestiti in modo efficiente, coerente e standardizzato in tutte le Regioni. Un orizzonte ancora lontano in Italia dove permangono forti limiti a una gestione ottimale dei dati sanitari (siamo tra gli ultimi posti in Europa per questo aspetto), limiti che la pandemia da Covid-19 ha portato drammaticamente allo scoperto.

Le motivazioni di questo scenario sono numerose e risiedono soprattutto nella mancata percezione dell’importanza del dato sanitario al di là del suo utilizzo per il controllo di gestione; nella mancata consapevolezza che il dato clinico, oltre quello amministrativo, può fare la differenza nell’assistenza sanitaria e nella gestione di tutto il Servizio Sanitario Nazionale. Lo sanno bene in IQVIA Italia, azienda leader globale nell’elaborazione e analisi dei dati e nello sviluppo di tecnologie in ambito sanitario che lavora attivamente con aziende farmaceutiche e strutture sanitarie proprio per aiutarle nell’ottimizzazione della gestione delle informazioni.

Claudia Rocco

Abbiamo provato, con l’aiuto di Claudia Rocco, Senior Director per il comparto ospedaliero di IQVIA Italia, a capire meglio la causa di queste limitazioni e quali potrebbero essere i modi per superarle.

Che cosa si cela dietro l’inefficienza italiana nella gestione dei dati sanitari?

I dati clinici e sanitari non sono quasi mai stati considerati strategici. Sono stati usati anzitutto per il controllo di gestione, e anche con ragione, perché aiutano a capire quanto denaro si è speso e per cosa. In seguito, si è iniziato a dare importanza ai dati anche da un punto di vista clinico, ma questa attenzione è arrivata tardi e in maniera disorganizzata, non c’è un coordinamento centrale per quanto riguarda gli standard dei dati, non c’è una strategia nella raccolta e nell’analisi. A questa complessità si sono aggiunti anche i limiti imposti dal GDPR per la privacy e così, per paura di sbagliare, in alcuni casi si è creato un blocco culturale. La materia effettivamente è complessa e nelle strutture mancano le professionalità, i data manager non sono ancora tra le figure più richieste in ambito sanitario.

In questo momento come sono gestiti i dati sanitari?

In modo molto frammentato e disomogeneo. Si assiste a casi di eccellenza come a situazioni paradossali, dove troviamo sistemi di raccolta dati diversi anche tra i reparti dello stesso ospedale. Le cartelle cliniche sono create con standard differenti e alcune non sono compatibili con i requisiti regolatori per poter fare ricerca clinica. Noi, che ci occupiamo anche di ricerca clinica, non possiamo lavorare con gli ospedali che non hanno sistemi informativi allineati con le normative regolatorie e le good clinical practice: i software che raccolgono i dati non arrivano a un livello di dettaglio e precisione utile per le ricerche cliniche e accettabile dagli enti regolatori. Sembrano mancare gli strumenti e una strategia comune.

Questa mancanza strategica nasce anche dal sotto finanziamento generale alla sanità?

Se la sanità, già in generale, non è finanziata adeguatamente, la digitalizzazione della sanità lo è ancora meno. Si stanno perdendo occasioni di salute, ma anche di controllo di gestione ottimale. Perché con i dati clinici si può capire anche l’efficacia della spesa: se riesco a collegare i dati di spesa e degli investimenti agli outcome clinici, riesco a capire se un certo investimento sta dando risultati. Oggi quasi nessuno analizza la spesa dell’attività clinica in relazione al risultato ottenuto, sono analisi che si fanno per studi ad hoc, ma non sono realizzati in modo sistematico.

Per paura di sbagliare, in alcuni casi si è creato un blocco culturale

La fase 2 della pandemia da Covid-19 in Italia sta mostrando le sue debolezze epidemiologiche. Questa frammentazione di dati è “figlia” di questa gestione?

Assolutamente. In Italia mancano sistemi epidemiologici strutturati: oggi per diverse patologie non ci sono numeri consolidati a livello italiano e a livello regionale. Abbiamo delle stime basate su singoli studi e poi proiettate sulla popolazione, ma non sono analisi bottom up, costruite dal basso, perché sono poche le Regioni che hanno sistemi di monitoraggio e di epidemiologia confrontabili. Il servizio “Epicentro” dell’Istituto Superiore di Sanità raccoglie e rende disponibili i dati che ci sono, ma manca il panorama generale.

Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) non aiuta per gli studi epidemiologici, perché al momento è un raccoglitore di documenti digitalizzati, il più delle volte inutili per raccontare la storia del paziente. Questo si deve soprattutto alla mancanza di standard di interoperabilità: chi si cura in strutture diverse ogni volta deve portarsi dietro i documenti cartacei degli esami svolti nelle altre strutture. Non esiste un database unico di condivisione dei dati.

Il cittadino non sa con certezza quali informazioni il SSN abbia su di lui, anche perché il FSE non è facilmente accessibile. Ma anche se ognuno avesse accesso al proprio fascicolo, questo potrebbe essere incompleto perché non sempre compilato. Se avessimo un fascicolo aggiornato con tutte le malattie che abbiamo avuto, i dati epidemiologici sarebbero immediatamente disponibili e aggiornati.

Secondo lei sta cambiando qualcosa a livello di consapevolezza sull’importanza della digitalizzazione?

Credo che il Governo si sia reso conto che la sanità va finanziata anche per la digitalizzazione e la app “Immuni” ha il pregio di aver portato al centro del dibattito l’utilizzo del digitale per amministrare la sanità pubblica. Fino a prima del Covid-19 questo era impensabile, oggi invece ci si sta rendendo conto che il digitale può fare la differenza nell’assistenza sanitaria.

Una delle grandi rivoluzioni digitali cui abbiamo assistito in questi mesi è stata la ricetta dematerializzata mandata via sms o via email: impensabile fino a prima del coronavirus. Ancora, le visite di monitoraggio per i pazienti cronici: in alcuni casi, per esempio per i diabetici, le televisite sono riconosciute allo stesso modo delle visite in presenza. Abbiamo sperimentato che si può lavorare in questo modo, che come possono lavorare gli impiegati da remoto così possono fare anche i medici e gli altri impiegati dei settori pubblici.

Si stanno perdendo occasioni di salute, ma anche di controllo di gestione ottimale

La gestione dei dati sanitari, ai fini clinici e non solo di controllo di gestione, come si potrebbe implementare fin da subito?

Dal punto di vista tecnologico non c’è da inventarsi nulla, è tutto già pronto. Si possono usare database su cloud, non c’è nulla di difficile. Il lavoro complesso è l’allineamento culturale e politico, occorre mettere le persone intorno a un tavolo, decidere i criteri di interoperabilità e fare un piano di implementazione, tenendo conto anche degli aspetti di sicurezza e trattamento dei dati, naturalmente.

Come si stanno muovendo le Regioni?

Come abbiamo visto, le Regioni si stanno muovendo in autonomia e manca una regia nazionale.

In questi mesi, noi come IQVIA nell’ambito ospedaliero abbiamo visto diversi approcci da parte del privato e del pubblico: il primo è generalmente più aperto a investire nell’ottimizzazione della gestione dei dati rispetto al secondo. In alcuni ospedali privati stiamo iniziando a parlare di gestione in cloud e non solo per il dato sanitario a fini amministrativi, ma per una sua valorizzazione nell’ambito clinico. Nel pubblico troviamo più raramente questa predisposizione perché mancano sia risorse economiche sia risorse umane. Quindi sono le Regioni a dover spingere maggiormente in questa direzione. Alcune si stanno muovendo in questo senso e hanno assunto figure tecniche per attivare o sviluppare ulteriormente il processo di raccolta strutturata di dati da tutti gli enti pubblici.

Il monitoraggio della spesa farmaceutica è ben sviluppato, sono i device a rappresentare ancora una sfida

I farmaci invece sembra non abbiano problemi di monitoraggio. È così?

Il controllo sulla spesa dei farmaci è sviluppato, è una voce di spesa importante e la sua misurazione oggi funziona e permette anche di fare previsioni ragionevoli. Per il 2020 in effetti prevediamo che la spesa della farmacia ospedaliera genererà uno sforamento del budget di quasi 3 miliardi di euro. Qui c’è un evidente problema di definizione dei tetti spesa. Sul campo del monitoraggio della spesa, la sfida principale è rappresentata dai medical device: esistono centinaia di migliaia di tipi di medical device e non sono monitorati in modo standard, il flusso dei dati è debole e spesso non è adeguato neanche per le finalità amministrative.

Il problema riguarda soprattutto la classificazione, ma è un problema che si riscontra anche a livello europeo. Per i farmacisti ospedalieri è una grossa sfida, per loro è difficile gestire un portafoglio prodotti così ampio. Per questo motivo il farmacista ospedaliero ha spesso pochi strumenti per indirizzare il clinico nella scelta dei medical device, limite che non si riscontra quando si parla di farmaci dove la formazione è di un altro livello.

Oltre alla gestione ottimale della spesa sanitaria, quali sono gli altri potenziali offerti dalla corretta analisi dei dati sanitari?

L’analisi del dato del paziente legato alla patologia porterebbe ad avere sistemi di prevenzione più avanzati. Oggi questo, alla luce della pandemia, è ancora più importante perché è fondamentale poter contare su analisi strutturate dei dati che mettano in relazioni contagi, trattamenti, efficacia delle cure. Oggi tutto questo non è facilmente realizzabile perché mancano dei protocolli standard di elaborazione dei dati.

Ma oltre alla prevenzione, non dimentichiamoci che una buona gestione dei dati aumenta le possibilità di poter ospitare la ricerca clinica.

Una buona gestione dei dati è fondamentale non solo per la prevenzione ma anche per attrarre ricerca clinica

Per gli ospedali attrarre ricerca clinica è fondamentale, non solo da un punto di vista economico (metà degli investimenti nella ricerca rimangono negli ospedali) ma soprattutto in termini di offerta di salute: gli ospedali che fanno ricerca clinica hanno accesso, a costo zero, ai farmaci più innovativi e quindi possono offrire ai pazienti più opzioni terapeutiche. Sono pochi gli ospedali in Italia che offrono una gestione dei dati ottimale per questo tipo di ricerca. Noi in Italia abbiamo individuato al momento due prime site dove dal 2018 facciamo ricerca clinica con continuità: l’IRCCS Fondazione Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano e l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano).

Per attrarre ricerca clinica occorre essere attrattivi sotto il profilo della raccolta e gestione dei dati: non basta poter contare su un clinico famoso, se l’infrastruttura che c’è dietro è debole.

Dati sanitari: Clinical Data Repository, speranza e frontiera per gestire i dati clinici in modo utile per i pazienti e per il sistema

Nel 2020 si stima che saranno prodotti a livello mondiale oltre 2.300 exabyte di dati sanitari, con una crescita annua del 48%. Un exabyte è composto da un miliardo di gigabyte, per intenderci. Tutto il materiale stampabile invece (libri, enciclopedia, giornali, etc..) sempre nel 2020 produrrà circa 5 exabyte. Di questi 2.300 exabyte il 16% proviene dai dispositivi medici, vale a dire, oltre alla strumentazione (RX, TAC, ecografi e tutte le apparecchiature mediche negli ospedali) tutti quei device che ci portiamo dietro o indossiamo per rilevare determinati parametri vitali (pressione del sangue, saturazione, battito cardiaco, glicemia, etc..).

E dove vanno a finire tutti questi dati? Nel nostro Paese, la risposta è: in centinaia di posti diversi. E come sono raccolti questi dati? Nel nostro Paese, la risposta è: sono raccolti da fornitori esterni che molto spesso hanno database su cloud specifici e inaccessibili ai proprietari dei dati stessi.

Come si potrebbe risolvere la situazione? Con il Clinical Data Repository, un data base dei dati clinici che permetterebbe di integrarli, estrarli e analizzarli in modo autonomo e controllato. Cosa che adesso non è possibile fare.

Quello che succede con i nostri dati sanitari raccolti dalle strutture pubbliche è questo: quando andiamo a fare una visita in uno studio medico privato, oppure in reparti diversi dello stesso ospedale o ancora dal nostro medico di base, i dati si fermano a quel database collegato al reparto o studio dove siamo andati. I dati sanitari, nel nostro Paese, non parlano tra di loro. Sono archiviati in isole, compartimenti stagni, silos, chiamateli come vi viene più comodo, ma il risultato è sempre lo stesso.

Asl, ospedali, studi medici, raccolgono dati gestiti poi da fornitori esterni e su cui non hanno un pieno controllo. Questo significa dover sostenere certi costi per estrarli e fare analisi, perché i database, pur essendo dell’azienda sanitaria, non sono facilmente accessibili perché l’azienda non sa come sono fatti.

I dati sanitari, nel nostro Paese, non parlano tra di loro

In Italia questo paradosso si vive anche all’interno dello stesso ospedale, dove i singoli reparti non parlano tra di loro: e così un paziente diabetico avrà una cartella diversa per il diabete e, se ha anche problemi cardiaci, ne avrà un’altra per la cardiologia. Le due cartelle non parlano tra di loro, così non è possibile conoscere la storia clinica longitudinale del paziente, ma solo un pezzo per volta.

Ecco, questa è la fotografia della gestione dei dati sanitari in Italia. Dove, se la sanità digitale fosse un settore strategico, dovrebbe bastare un click per sapere in un attimo tutta la storia del paziente. Ma a guardare gli investimenti degli ultimi anni in questo settore, si capisce perché la sanità digitale in Italia prosegua a rilento e mostri tutta la sua debolezza in un momento in cui, in piena pandemia, avrebbe dovuto mostrare la sua forza.

La sanità digitale non è strategica

Secondo una ricerca svolta dall’Osservatorio per la Salute Digitale del Politecnico di Milano, nel 2018 (non esistono dati più aggiornati) la spesa complessiva per la sanità digitale in Italia ammontava a 1,3 miliardi di euro, segnando un timido +7% rispetto al 2017, ma l’entusiasmo finisce qui. Parliamo di 22 euro circa a cittadino. In altri Paesi europei la spesa è più alta: in Danimarca siamo sui 70 euro pro capite, in Francia sui 40 euro, nel Regno Unito 60 euro. L’Italia è l’ultima o tra le ultime della classe quando si tratta di digitalizzazione nei diversi ambiti della vita pubblica e la sanità non fa eccezione.

In Italia la spesa per la sanità digitale è di circa 22€ a cittadino, contro i 40€ della Francia, i 60€ del Regno Unito e i 70€ della Danimarca

Sempre secondo i dati dell’Osservatorio del Politecnico, nel 2018 sono state le strutture sanitarie a sostenere la spesa maggiore in sanità digitale, con investimenti pari a 970 milioni di euro (+9% rispetto al 2017), seguite dalle Regioni con 330 milioni di euro (+3%), dai Medici di Medicina Generale con 75,5 milioni (+4%) e dal Ministero per la Salute con 16,9 milioni di euro (contro i 16,7 milioni nel 2017).

I sistemi dipartimentali e la Cartella Clinica Elettronica (CCE) sono gli ambiti di innovazione digitale che raccolgono i budget più elevati, rispettivamente 97 e 50 milioni di euro, e sono considerati prioritari dalle strutture sanitarie. La Cartella Clinica Elettronica, sebbene sia considerata prioritaria, non è ancora stata implementata in molti ospedali e dove esiste, non presenta parametri standard per la raccolta dei dati.

La CCE, se attivata in modo univoco in tutte le Regioni, potrebbe permettere una raccolta dati efficiente, coerente, condivisibile e utilizzabile per migliorare l’assistenza sanitaria e la cura dei pazienti. Come ci spiega in questa intervista Claudia Rocco, Senior Director per il comparto ospedaliero di IQVIA Italia, leader globale nell’analisi dei dati sanitari, se la cartella clinica fosse completamente aggiornabile lo studio epidemiologico potrebbe essere istantaneo.

Allo stesso modo il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), se posse interattivo e aggiornabile, permetterebbe al paziente di avere in tempo reale tutte le sue informazioni sanitarie, mentre ad oggi è solo un contenitore virtuale che raccoglie i pdf dei referti delle varie visite mediche, neanche sempre aggiornato da chi effettua queste visite. E i dati dell’Osservatorio confermano un basso utilizzo del fascicolo anche da parte della popolazione: su un campione di 1.000 cittadini intervistati, solo il 21% ne ha sentito parlare e solo il 7% ha dichiarato di averlo utilizzato.

La principale barriera è la difficoltà di accesso, indicata dal 40% degli utenti, e tra quelli che non hanno mai usato il FSE, il 47% ha dichiarato di non averne mai sentito parlare.

L’indagine ha coinvolto anche 1.768 medici specialisti, 274 dirigenti infermieristici e 602 medici di medicina generale che hanno confermato come la principale barriera alla diffusione del Fascicolo Sanitario Elettronico sia proprio la mancata o minima comunicazione della sua esistenza e dei suoi servizi.

Che cosa frena il salto digitale? Per l’Osservatorio del Politecnico di Milano, il 57% dei dirigenti delle aziende sanitarie ritiene che le principali barriere che frenano l’adozione di servizi innovativi siano i problemi derivanti dall’interoperabilità dei diversi sistemi applicativi e dalla coesistenza fra nuovi sistemi e quelli già in uso, oltre a quelle legate al rispetto della privacy e del GDPR.

Le App e i wearable device stanno ormai entrando nella quotidianità dei cittadini, con il 41% che utilizza una applicazione di coaching o un dispositivo indossabile per il monitoraggio dello stile di vita. Lo strumento più presente è lo smart watch, utilizzato da un cittadino su tre, con un vero e proprio boom rispetto all’8% registrato nel 2018. Tuttavia, ben il 75% dei cittadini che usa le App non invia né comunica al proprio medico i dati raccolti, che rimangono quindi spesso inutilizzati. E questo è un altro tema interessante: a cosa servono queste App e questi dispositivi indossabili se i dati forniti non sono analizzati da nessun operatore sanitario?

Il tema è come trasmettere questi dati in modo sicuro e protetto. Ci vorrebbe un sistema di blockchain per la trasmissione anche di queste informazioni, ma visto che al momento anche su questi aspetti in Italia è praticamente tutto fermo (ne abbiamo parlato in modo approfondito in questo articolo sulla Blockchain) i dati rimangono nella App e nei dispositivi.

Mentre, per tornare al tema principale, quelli raccolti dalle Asl e dalle pubbliche amministrazioni sanitarie rimangono comunque in silos e database diversi e separati. Il dato, tassello prezioso su cui andrebbe fondata tutta la sanità pubblica, rimane distaccato dagli altri dati e, quindi, è inutilizzabile.

Il ruolo dei fornitori esterni

Un altro punto importante è quello del vendor-lock nel settore sanitario, vale a dire la difficoltà di sostituire un fornitore senza dover sostenere rischi e costi elevati. Su questo tema si era espressa anche l’ANAC, l’Autorità Anti Corruzione che nella delibera n.950 del 2017 aveva sottolineato come alcune gare non siano state esperite perché non si può sostituire il fornitore precedente (la cosiddetta infungibilità). Nel campo sanitario e specialmente in quello relativo alla gestione dei dati, questo è un problema molto diffuso.

Il Repository Clinico Documentale è ritenuto uno degli ambiti più importanti di investimento dal 51% dei Direttori strategici delle strutture sanitarie

Secondo Fabrizio Massimo Ferrara, coordinatore scientifico del Laboratorio sui sistemi informativi sanitari di ALTEMS, Alta Scuola di Economia e Management Sanitario dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, questo è un aspetto cruciale nella gestione delle informazioni dati: “ In questo modo diventa difficile consultare i dati, perché ogni volta che l’azienda vuole fare un’analisi per seguire un paziente cronico che, supponiamo, è sia diabetico sia cardiopatico, deve in qualche modo pagare il fornitore per estrarre queste informazioni”.

Una soluzione potrebbe arrivare dalla Clinical Data Repository, una sorta di data base dove far confluire le varie informazioni mediche che arrivano da apposite applicazioni. “Non si può pensare di creare un’unica soluzione che gestisce le decine di servizi offerti dalla medicina – prosegue Ferrara – questo è un errore di valutazione che abbiamo commesso noi come altri paesi all’estero. Il mondo sanitario è talmente vasto da non poter confluire in un’unica grande applicazione, ma quello che si può fare è creare datawarehouse sanitari in cui far confluire tutte le informazioni delle singole applicazioni dei vari settori clinici o reparti”.

Il Clinical Data Repository

Questo data base potrebbe realizzare l’integrazione nel sistema informativo di applicazioni diverse, senza bisogno di modificare le applicazioni già esistenti e utilizzando strumenti non proprietari (open source) per organizzare il patrimonio informativo aziendale secondo un modello standard, aperto e stabile nel tempo. Dalla ricerca 2019 dell’Osservatorio Innovazione Digitale in Sanità del Politecnico di Milano è emerso che il Repository Clinico Documentale è ritenuto uno degli ambiti più importanti di investimento dal 51% dei Direttori strategici delle strutture sanitarie italiane. In effetti nel 2018 sono stati allocati 56 milioni di euro al Repository Clinico Documentale, un importo maggiore di quello destinato alla Cartella Clinica Elettronica.

Realizzare questi repository non è difficile e non occorre ripensarli da zero. Queste piattaforme sono già utilizzate per il controllo di gestione anche nelle strutture sanitarie: quando occorre fare un’analisi su una certa spesa, si interroga il data base open source che, attingendo alle informazioni amministrative delle varie applicazioni collegate, restituisce il dato richiesto. Per realizzare le repository in ambito clinico si può seguire lo stesso disegno, applicando modelli standard che già esistono, come lo standard ISO “HISA – Health Informatics Service Architecture” (ISO 12967:2009) e lo standard “FHIR – Fast Health Interoperability Resource” di HL7, che si potrebbero già implementare (anche con eventuali personalizzazioni) senza dover ripartire da zero.

In mancanza di una strategia finalizzata al possesso e al governo dei dati, l’attuale frammentazione dei dati sanitari diventerà sempre più critica. E lo scenario sarà destinato a peggiorare con l’evoluzione dei modelli sanitari verso forme di collaborazione territoriale e con la diffusione di nuove tecnologie e di processi clinico-assistenziali basati anche sulla telemedicina e sull’Internet of Things.

Per questo ALTEMS, in collaborazione con il Ministero della Salute e diverse università italiane, ha avviato l’iniziativa di una “Community per il governo dei dati” (http://www.dati-sanita.it) con la missione di promuovere e supportare la definizione e la condivisione di strumenti open source per l’utilizzo dei dati tramite Clinical Data Repository.

La potenzialità del Clinical Data Repository

Mettendo in relazione l’analisi della spesa per un certo tipo di cure e l’outcome clinico, si può stimare con maggiore certezza il valore di quell’investimento

Se i dati fossero tutti inseriti in queste repository, in modo standard e univoco perlomeno all’interno delle Asl e della aziende sanitarie della stessa Regione, si potrebbero realizzare campagne di prevenzione ad hoc, personalizzare le cure, condurre studi epidemiologici coerenti e dettagliati e ottimizzare anche il controllo della spesa sanitaria: se accanto all’analisi della spesa per un certo tipo di cure riesco ad avere il dato sull’outcome clinico, posso sapere con un certo grado di certezza se quell’investimento ha funzionato. Adottando opportune procedure, infatti, queste analisi sono lecite e possibili, anche sotto il profilo della protezione dei dati personali. Non esistendo però una legge nazionale che imponga questo tipo di standardizzazione nella gestione dei dati, ogni Regione va avanti come vuole e come può, con il rischio di creare sistemi di gestione diversi che non permettono quindi un’analisi del dato nazionale. In ogni caso, avere sistemi gestionali univoci prima all’interno della stessa Azienda e poi magari anche della Regione sarebbe già un notevole passo avanti rispetto alla situazione odierna.

Il monitoraggio dei farmaci è un mondo a parte

Antonio Addis

Sul fronte dei farmaci, invece, la raccolta e il monitoraggio dei consumi e delle prescrizioni è ormai rodato e ben sviluppato. “Il farmaco è sempre stato un sorvegliato speciale – commenta Antonio Addis, farmacoepidemiologo della Regione Lazio – anche se il monitoraggio dei consumi non è uguale in tutte le Regioni. Ci sono luci e ombre e le analisi sono fatte a macchia di leopardo. Però negli ultimi tempi ho notato che le cose stanno migliorando e vedo positivamente gli ultimi rapporti OSMED dell’Agenzia Italiana del Farmaco che sta cercando di rendere sempre più accessibili questi dati per tutti”. AIFA da poco, infatti, ha lanciato OSMED Interattivo, un servizio che permette di interrogare la base dati di AIFA sui consumi del 2018 secondio diversi parametri.

Il sistema farmaco, da sempre sotto osservazione per i rilevanti volumi di spesa, registra buoni risultati anche in termini di analisi epidemiologiche

Chi si occupa di farmacoepidemiologia monitora il consumo dei farmaci e, su richiesta, porta avanti degli studi ad hoc in questo ambito che possono aiutare a ottimizzare la spesa sanitaria. Un esempio in questo senso è stato il monitoraggio sulla vitamina D lanciato da AIFA alla fine dello scorso anno con la famosa nota n.96, nella quale ha indicato per quali categorie di pazienti e indicazioni terapeutiche fosse corretto prescrivere la vitamina D. Per fare questo studio si sono serviti di farmacoepidemiologi e della banca dati OSMED. Gli esiti dei primi tre mesi di questo monitoraggio sono stati positivi: tra novembre 2019 e gennaio 2020, a livello nazionale si è registrata una contrazione dei consumi e della spesa dei farmaci a base di vitamina D di oltre il 30% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

I farmaci, quindi, hanno un loro canale di monitoraggio che sta dando i suoi frutti, anche in termini di epidemiologia e non solo per il controllo di gestione. Vedremo se in futuro potremo dire lo stesso dei dati sanitari.

Campagna vaccinale antinfluenzale 2020/21: triplicare il numero di dosi somministrate

La proposta di SIMG a governo e Regioni.

 

Intervista a Claudio Cricelli, Presidente Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG).

Sanità territoriale: da anello debole del SSN a punto di partenza per migliorare l’assistenza sanitaria italiana

A quasi tre mesi dall’inizio di questa pandemia, abbiamo imparato due cose: la prima è che il Covid-19 si gestisce su due fronti, quello ospedaliero per curare chi si trova in gravi condizioni e quello territoriale per contenere il contagio e limitarne la letalità.

Ma questo assunto, fino a tre mesi fa, non era così chiaro, pertanto ogni Regione ha continuato a portare avanti il proprio modello di assistenza sanitaria, credendo che fosse l’unica cosa sensata da fare. E qui arriviamo alla seconda cosa che abbiamo imparato: il modello di assistenza sanitaria ha avuto (e ha tuttora) un ruolo determinante nella gestione dei pazienti Covid-19, soprattutto nel controllo e gestione dei contagi.

Questa pandemia da coronavirus ci sta dimostrando, dati alla mano, quanto la governance sanitaria possa fare la differenza. I vari modelli introdotti dalle Regioni (ospedaliero, territoriale o un mix dei due) cominciano a far emergere rischi e potenzialità che non potranno essere ignorati dai manager regionali anche per la gestione post Covid. I modelli che si stanno dimostrando più efficienti sono quelli che coinvolgono maggiormente il territorio. La Regione Veneto pare stia diventando un modello da seguire: fin dall’inizio di questa pandemia ha applicato il concetto di isolamento e diagnosi (tamponi), un approccio che invece altre Regioni non hanno subito voluto seguire e da cui aveva preso le distanze anche la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità, per poi tornare sui suoi passi poco dopo e abbracciare la strategia “Test, Test, Test”, vale a dire fare tamponi per contenere e controllare il contagio.

Quali elementi caratterizzano i modelli di gestione (ospedaliero, territoriale o misto) applicati dalle Regioni?

I modelli ospedalieri italiani, in ogni caso, ci raccontano quanto a fare la differenza, sempre e comunque, siano le persone. Medici, virologi ma anche decisori politici che sanno ascoltare e intercettare il bisogno.

Non possiamo infatti affidarci solo ai numeri di questa pandemia per definire se sia meglio un modello ospedaliero o uno territoriale. Ma in questi mesi è emersa una certezza: la qualità delle cure ospedaliere passa da una gestione territoriale efficiente. Se territorio e ospedale lavorano bene, il risultato può essere positivo. Nessuna ricetta magica, nessuna regola d’oro. L’assistenza sanitaria non è una scienza, ma può fare tesoro della Storia, degli errori e dei buoni esempi e, su queste basi, migliorarsi.

Non vogliamo qui disquisire di tamponi, test sierologici, cure a base di plasma o ipotetici vaccini, ma focalizzare l’attenzione sulla gestione sanitaria di questi mesi e capire se, in un futuro che inizia oggi, la governance delle Regioni per assistere i pazienti sarà destinata a cambiare.

Si punterà al “modello Veneto”, oppure si ripenserà completamente tutto il sistema o addirittura si tornerà ad affidare un nuovo coordinamento allo Stato ed evitare quella frammentazione decisionale a cui abbiamo assistito e che certamente non aiuta nell’assistenza ai pazienti? Il decreto “Rilancio” approvato dal Governo in questi giorni sembra segnare il passo in una direzione precisa, destinando più di tre miliardi alla sanità italiana, con particolare riferimento all’assistenza territoriale cui dedica i primi capitoli del provvedimento. Sarà rafforzata la rete di assistenza territoriale e domiciliare e la telemedicina entrerà a pieno titolo nella gestione sanitaria, grazie alla disposizione di apparecchiature presso i domicili di pazienti utili per il monitoraggio della saturazione, anche attraverso l’uso di apposite app di telefonia mobile. Le Regioni e le Province Autonome dovranno adottare piani di potenziamento e di sorveglianza attiva effettuata dai Dipartimenti di Prevenzione in collaborazione con i medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e medici di continuità assistenziale nonché con le Unità speciali di continuità assistenziale, indirizzati a un monitoraggio costante e a un tracciamento precoce dei casi e dei contatti. Saranno inoltre rafforzate le attività di assistenza e monitoraggio i pazienti Covid e non Covid, vale a dire soggetti cronici, disabili, con disturbi mentali, con dipendenze patologiche, non autosufficienti, e in generale per le situazioni di fragilità. Sarà istituita inoltre la figura dell’infermiere di Famiglia o di collettività per monitorare ancora più da vicino i pazienti Covid a domicilio.

I modelli gestionali sanitari delle Regioni

In attesa di vedere gli effetti di questo importante decreto, vale la pena analizzare i modelli sanitari regionali per capire come stiano affrontando questa emergenza. Secondo l’ultimo rapporto dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Servizi Sanitari (ALTEMS) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, pubblicato lo sorso 8 maggio, le diverse governance regionali stanno dando risposte diverse in termini di diagnosi, cura, isolamento e ricoveri.

Durante la Fase Uno si sono definiti tre modelli di gestione sanitaria: ospedaliera, territoriale e una gestione combinata tra ospedale e territorio (Tabelle 1-2-3). Da metà marzo in poi ci sono state diverse Regioni che, da un’iniziale impostazione ospedaliera, si sono poi dirette verso la gestione combinata ospedale-territorio: è il caso del Piemonte, del Lazio e della Sicilia. Ad oggi le uniche Regioni che usano un modello prevalentemente ospedaliero sono Lombardia, Liguria, Umbria e Basilicata. Quelle che abbracciano una governance territoriale sono invece Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Abruzzo, Puglia, Molise, Sardegna e Province Autonome di Trento e Bolzano. Le altre hanno una gestione combinata.

Questa è la fotografia attuale delle due Regioni (aggiornata all’8 maggio 2020) che rappresentano i due modelli principali:

  • Lombardia (gestione ospedaliera): è tra le Regioni più investite dall’emergenza e ha dovuto gestire una grande pressione sul suo sistema sanitario, in primo luogo a livello ospedaliero. Nel passaggio tra la Fase Uno e la Fase Due, la Lombardia resta tra le prime Regioni per incidenza di nuovi casi e tra le Regioni con il rapporto più alto tra nuovi casi e nuovi soggetti sottoposti al test diagnostico su base settimanale (circa 1 nuovo caso ogni 9 soggetti testati). Per la settimana in esame (quella dell’8 maggio, data di pubblicazione del report ALTEMS) i laboratori della Lombardia hanno processato 7,34 tamponi ogni 1.000 abitanti, un numero superiore rispetto al dato nazionale (6,62) ma ancora inferiore rispetto a tutte le Regioni del Nord. L’impegno dell’ospedale appare in diminuzione, nel corso della settimana si è registra una diminuzione nel numero di ricoverati di 1225 pazienti.
  • Veneto (gestione territoriale): nella stessa settimana ha sottoposto a tampone il 4,64% della popolazione regionale (tra le prime in Italia, insieme a Val d’Aosta e P.A. di Trento); l’incidenza di nuovi casi è stata di 14 nuovi casi ogni 100.000 abitanti e il rapporto tra nuovi casi e nuovi soggetti testati è stato inferiore al dato nazionale, con 1 nuovo caso ogni 50 nuovi soggetti testati. I laboratori del Veneto hanno processato 12,79 tamponi ogni 1.000 nel corso della settimana (prima Regione d’Italia, insieme alla P.A. di Trento).

Il modello di gestione ospedaliera si caratterizza per i seguenti aspetti:

  • l’incidenza di tamponi effettuati sulla popolazione è generalmente inferiore rispetto a quanto fatto da sistemi territoriali o combinati, questo è soprattutto vero se consideriamo le Regioni del Nord, le più colpite dalla pandemia
  • nelle prime fasi dell’emergenza in Lombardia sono stati ricoverati più pazienti positivi rispetto al Veneto dove si è deciso di ricoverare solo i casi più gravi e gestire a domicilio gli altri
  • sono stati creati meno posti di terapia intensiva: ad aprile, nel pieno dell’emergenza, l’Emilia-Romagna ha aumentato i posti letto del 114%, il Veneto del 67%, mentre la Lombardia “solo” del 40% (+360 posti letto)
  • c’è un minore ricorso alle terapie intensive per chi è ricoverato rispetto a chi ha una gestione territoriale
  • il rapporto tra pazienti trattati in terapia intensiva e pazienti trattati a domicilio è maggiore in Regione Lombardia rispetto a quanto accade in Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte

Nella gestione territoriale troviamo invece queste caratteristiche:

  • un’alta incidenza di tamponi fatta anche sugli asintomatici sulla popolazione in generale
  • una maggiore crescita dei posti letto in terapia intensiva
  • un minore riscorso all’ospedalizzazione dei positivi
  • un maggiore ricorso alle terapie intensive rispetto a chi è ricoverato in ospedale: ad aprile il Veneto era la Regione con la percentuale di pazienti ricoverati e in terapia intensiva più alta superiore rispetto a tutte le altre Regioni, che invece si assestavano tra il 10 e il 15%
  • il rapporto tra pazienti trattati in ospedale e pazienti curati a domicilio è molto inferiore rispetto alla gestione ospedaliera

Nella gestione combinata ospedale-territorio troviamo situazioni diverse a seconda delle Regioni, ma le vere differenze si comprendono analizzando i due modelli estremi (prevalentemente territoriale e prevalentemente ospedaliero).

Regione

Modello di gestione

Tamponi/popolazione

Nuovi casi ogni 100.000 ab.

Il rapporto tra nuovi casi positivi e numero di nuove persone testate*

Tamponi ogni 1000 abitanti

Diminuzione dei ricoveri

Tasso di copertura delle USCA ogni 50.000 abitanti (al 5 maggio 2020)

Basilicata

Ospedaliera

2,67%

5,33

0,01

8,15

-10

36%

Liguria

Ospedaliera

2,33%

45,34

0,11

7,68

-148

52%

Lombardia

Ospedaliera

2,54%

42,31

0,11

7,34

-1225

20%

Umbria

Ospedaliera

3,15%

2,38

0,00

6,94

-30

74%

Italia

 

2,51%

19

0,05

6,62

-3889

31%

Tabella 1. Regioni con modello di gestione ospedaliera: sintesi di alcuni indicatori secondo il 6° Report ALTEMS (dati relativi alla settimana, aggiornati all’8 maggio 2020)

* Umbria, Molise e Calabria questo indicatore assume il valore di 0,00 perché l’entità del numeratore appare trascurabile rispetto a quella del denominatore (il numero delle nuove persone sottoposte al test è molto più grande del numero dei nuovi casi positivi

Regione

Modello di gestione

Tamponi/popolazione

Nuovi casi ogni 100.000 ab.

Il rapporto tra nuovi casi positivi e numero di nuove persone testate*

Tamponi ogni 1000 abitanti

Diminuzione dei ricoveri

Tasso di copertura delle USCA ogni 50.000 abitanti (al 5 maggio 2020)

Veneto

Territoriale

4,64%

14,15

0,02

12,79

-163

49%

Abruzzo

Territoriale

2,35%

9,61

0,03

5,44

-33

69%

Molise

Territoriale

2,37%

1,31

0,00

5,73

-9

ND

Puglia

Territoriale

1,67%

4,72

0,02

2,64

-76

ND

Sardegna

Territoriale

1,56%

2,01

0,01

4,12

-11

3%

Trentino Alto Adige

Territoriale

4,26%

26,11

0,04

14,14

-104

84%

Friuli-Venezia Giulia

Territoriale

4,13%

7,41

0,01

11,82

-25

49%

Italia

 

2,51%

19

0,05

6,62

-3889

31%

Tabella 2. Regioni con modello di gestione territoriale: sintesi di alcuni indicatori secondo il 6° Report ALTEMS (dati relativi alla settimana, aggiornati all’8 maggio 2020)

* Umbria, Molise e Calabria questo indicatore assume il valore di 0,00 perché l’entità del numeratore appare trascurabile rispetto a quella del denominatore (il numero delle nuove persone sottoposte al test è molto più grande del numero dei nuovi casi positivi

Regione

Modello di gestione

Tamponi/popolazione

Nuovi casi ogni 100.000 ab.

Il rapporto tra nuovi casi positivi e numero di nuove persone testate*

Tamponi ogni 1000 abitanti

Diminuzione dei ricoveri

Tasso di copertura delle USCA ogni 50.000 abitanti (al 5 maggio 2020)

Calabria

Territorio-ospedale

1,98%

1,13

0,00

3,47

-23

36%

Campania

Territorio-ospedale

0,84%

2,38

0,02

3,88

-144

4%

Emilia-Romagna

Territorio-ospedale

3,06%

31,00

0,07

7,53

-694

91%

Lazio

Ospedaliero inizialmente e poi e combinata ospedale-territorio

2,08%

7,60

0,02

4,87

-194

34%

Marche

Territorio-ospedale

2,89%

14,23

0,03

8,49

-295

56%

Piemonte

Territorio-ospedale

2,91%

53,35

0,10

8,44

-441

41%

Sicilia

Territorio-ospedale

1,64%

2,94

0,01

3,66

-69

11%

Toscana

Territorio-ospedale

3,17

10,72

0,03

6,34

-168

54%

Valle D’Aosta

Territorio-ospedale

5,05%

19,10

0,02

12,63

-27

119%

Italia

 

2,51%

19

0,05

6,62

-3889

31%

Tabella 3. Regioni con modello di gestione misto: sintesi di alcuni indicatori secondo il 6° Report ALTEMS (dati relativi alla settimana, aggiornati all’8 maggio 2020)

* Umbria, Molise e Calabria questo indicatore assume il valore di 0,00 perché l’entità del numeratore appare trascurabile rispetto a quella del denominatore (il numero delle nuove persone sottoposte al test è molto più grande del numero dei nuovi casi positivi

Nelle ultime settimane anche la Lombardia sta ricorrendo ai ricoveri con minore frequenza e, in generale il servizio USCA, dove attivo, sta dando buoni risultati. Le Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA) sono state attivate con il Decreto Legge n.18 del 17 marzo 2020. Sono unità mobili di assistenza domiciliare per pazienti Covid rimasti a casa. E se ne prevedono una ogni 50.000. In Lombardia non è stato attivato subito e infatti ad oggi questo servizio non copre tutto il territorio: il tasso di copertura ogni 50.000 abitanti è del 20%, contro il 49% del Veneto e il 119% della Valle D’Aosta! Il decreto Rilancio ha previsto altri 61 milioni di euro a copertura di questo servizio per il 2020.

Va comunque ribadito che la presenza delle USCA non è un indicatore di assistenza territoriale: ogni Regione ne ha deliberato o meno l’attivazione con lo scopo di integrare, secondo le necessità, la capacità di gestione.

Paola Pedrini (Segretario Lombardia della FIMMG): “Non aver potuto gestire i pazienti sul territorio è stata una delle cause dei contagi in Lombardia”

Paola Pedrini

Paola Pedrini è medico di medicina generale e segretario della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG) per la Lombardia. Lavora a Bergamo, uno dei punti più colpiti da questa pandemia. Ha quindi vissuto e vive in prima persona l’emergenza Covid-19 e ogni giorno sperimenta la debolezza della sanità territoriale che caratterizza questa Regione. “Il fatto di non aver potuto gestire il paziente sul territorio è stata una delle cause che hanno aumentato i contagi”, sentenzia senza tanti giri di parole. In un primo tempo le chiamate di emergenza erano state dirottate sul 118, ma visto che il sistema di emergenza degli ospedali è andato subito in sofferenza, sono stati gli stessi medici di medicina generale a consigliare di far chiamare prima loro. “Abbiamo stravolto la nostra attività dall’oggi al domani – continua il segretario regionale – non avevamo dispositivi di protezione individuale e nessuna strumentazione, ci siamo arrangiati con le chiamate telefoniche, cercando di monitorare i parametri nel modo migliore”. Ma a questo primo step di assistenza territoriale non sono seguite direttive specifiche su diagnosi e terapie: il fatto di non poter fare i tamponi ai famigliari dei sintomatici, e isolarli, è stato un altro grosso limite al loro lavoro. “Con l’ultima delibera regionale finalmente le cose sono cambiate – afferma la dottoressa Pedrini – perché adesso (a maggio, ndr) possiamo fare i tamponi al caso sospetto e ai suoi contatti stretti, e in questo modo dovremmo essere in grado di bloccare sul nascere eventuali focolai. Ma all’inizio dell’emergenza questo non era possibile e così sono state lasciate libere di circolare anche persone positive e asintomatiche”. Il problema adesso quindi non è tanto la possibilità di fare i tamponi, quella esiste, ma la reperibilità dei tamponi stessi, che non è così scontata. La Lombardia, fin dall’inizio di questa pandemia, ha sofferto una carenza di test molecolari che ancora oggi non riesce a risolvere. E l’avvio di test sierologici disponibili anche al privato (utili per identificare anticorpi del virus), annunciati dalla Regione Lombardia proprio in questi giorni, non farà che peggiorare la situazione: se i test saranno positivi occorrerà infatti fare obbligatoriamente un tampone per confermare o meno l’esito. Ma se già adesso i tamponi scarseggiano, con l’avvio dei test sierologici la situazione potrebbe precipitare. Le USCA hanno funzionato in diverse Regioni, ma in Lombardia sono state attivate troppo tardi, secondo Pedrini, e con personale insufficiente: “Le USCA hanno permesso di usare in modo utile i pochi dispositivi di protezione individuale che avevamo a disposizione – afferma il segretario – ma all’inizio il numero di operatori coinvolti è stato insufficiente rispetto alla richiesta”.

Oggi i medici di medicina generale hanno qualche strumento in più per monitorare i pazienti, soprattutto strumenti digitali: “Abbiamo attivato servizi di telemedicina e teleassistenza, ma anche qui ci stiamo attrezzando autonomamente. Il servizio di telemonitoraggio attivato dalla Regione non è facilmente utilizzabile, per cui ne stiamo creando uno noi tra medici di medicina generale”.

Sulla Telemedicina Pedrini, che ha 38 anni, si sente sicura ma sa anche che tra i medici con qualche anno in più di lei, questi sistemi tecnologici non sono toppo popolari: “È vero, incontriamo qualche resistenza tra i colleghi più anziani, dobbiamo lavorarci. Ma anche tra i pazienti ultrasessantenni non è facile trovare chi ha voglia di adottare questi sistemi per parlare con il proprio medico. Quello che suggerisco è di rivolgerci in prima linea ai 50-60enni che si trovano più a loro agio con questi sistemi. E che se imparano a usarli bene oggi, saranno in grado di farlo domani, quando diventeranno anziani”.

Sul continuo paragone tra Lombardia e Veneto nella gestione del Covid-19 la dottoressa Pedrini storce un po’ il naso, non tanto per campanilismo ma per una questione oggettiva: “Il Veneto non ha la popolazione della Lombardia, tanto per cominciare – sottolinea – e ha potuto fare un numero di tamponi notevole rispetto a noi. Sono due situazioni diverse e non mi sembra corretto dire se una gestione è stata meglio dell’altra basandoci solo sui numeri”.

Il tema che sta tenendo banco in queste settimane, rendere dipendenti pubblici i medici di medicina generale per rafforzare la medicina territoriale, per Pedrini non è nemmeno da affrontare: “Non è con la dipendenza di noi medici che si risolve il problema della sanità territoriale. Noi siamo autonomi, ma siamo molto controllati, più degli ospedali. Sa il Governo che spese dovrebbe accollarsi se diventassimo tutti, di colpo, dipendenti pubblici? Affitti dello studio, spese varie, dipendenti, stipendi. Noi abbiamo qualche incentivo ma è poca cosa, se diventassimo dipendenti rappresenteremmo una voce di spesa non indifferente. Ma in ogni caso credo che la nostra autonomia sia preziosa, definisce il nostro ruolo e deve essere salvaguardata”.

Il futuro dell’assistenza sanitaria passa dal territorio

Il cammino da intraprendere sembra definito. Ripartire dal territorio e dalla medicina di prossimità è vitale non solo per la gestione di una pandemia, ma per la gestione del paziente, sia esso cronico o acuto. Fornire ai medici di Medicina Generale gli strumenti giusti per operare in modo efficiente, dai dispositivi medici alle tecnologie, sarà determinante per il presente e il futuro dell’assistenza sanitaria italiana. A questo proposito, la digitalizzazione ha compiuto una rivoluzione: sempre secondo il rapporto ALTEMS, all’8 maggio erano presenti 108 soluzioni digitali di cui 38 per gestire pazienti Covid. Tra queste, il 34% sono app per il monitoraggio e la visita a distanza. La media settimanale di soluzioni avviate dal 1 marzo è incredibile: quasi 10 soluzioni di telemedicina lanciate a settimana nelle ultime 11 settimane.

La gestione regionale della sanità ha ancora un senso?

La vera riflessione che va fatta oggi è capire se la gestione regionale della sanità abbia ancora senso. Se prendiamo come riferimento ancora la Lombardia, la rete ospedaliera ha risposto in modo adeguato e la Regione ha saputo gestirla in modo opportuno. E così è successo praticamente in tutta Italia. Le Regioni invece non hanno sempre saputo gestire in modo adeguato il territorio, salvo poche eccezioni. Ripensare alla sanità, quindi, vuol dire ripensare alla medicina di prossimità, vero anello debole dell’assistenza sanitaria italiana. Sono spunti di riflessione, naturalmente. Ma il Paese, a tre mesi dall’inizio di questa pandemia, attende che si facciamo riflessioni simili e di più ampia portata, per evitare di commettere gli stessi errori in un prossimo futuro e per rendere il nostro Servizio Sanitario Nazionale davvero universale, uguale ed equo per tutti.

Applicazione dell’accordo quadro nell’acquisto di farmaci biologici: obiettivi e criticità

Come noto, la Legge di Bilancio 2017 ha introdotto l’obbligo di ricorrere alla procedura di gara tramite accordo quadro per l’acquisto di farmaci biologici a brevetto scaduto per i quali siano presenti sul mercato 3 biosimilari, oltre all’originator.

Malgrado ciò, in Italia permane tuttora un clima di incertezza sulle modalità di una corretta competizione tra originator e biosimilari e, a distanza di qualche anno, sono emerse alcune esperienze significative e alcune evidenze che a volte hanno distolto, nella pratica attuativa, i principi ispiratori e le intenzioni del legislatore.

Il supplemento approfondisce gli obiettivi della norma sull’accordo quadro e rende conto di alcuni recenti sviluppi, raccogliendo le riflessioni a carattere multidisciplinare di Claudio Amoroso (Direttivo F.A.R.E.), Roberto Bonatti (Studio Legale Russo Valentini, Bologna) e Federico Spandonaro, (Professore aggregato Università di Roma Tor Vergata, Presidente C.R.E.A. Sanità).

La produzione strategica delle mascherine va protetta non basandosi sul prezzo, ma su qualità e costo del lavoro

Intervista a Salvatore Torrisi, Presidente Federazione delle Associazioni Regionali Economi e Provveditori della Sanità (FARE).