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«Il patrimonio della cura. La cura del patrimonio»: una mostra sugli ospedali piemontesi

Locandina della mostra

L’Archivio di Stato di Torino e il Centro Documentazione Storia dell’Assistenza e della Sanità Piemontese (SASP) del Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione Regionale (DAIRI-R) presentano la mostra “Il patrimonio della cura. La cura del patrimonio”, un percorso espositivo pensato per valorizzare e rendere accessibile alla comunità il ricchissimo patrimonio custodito nei luoghi di cura della Regione.

Visitabile dal 25 novembre 2025 al 9 gennaio 2026 nella Sala ipogea dell’Archivio di Stato di Torino (Via Piave, 21), la mostra nasce per celebrare il centenario della trasformazione dell’ex ospedale San Luigi Gonzaga nella sede delle Sezioni Riunite e si inserisce nel più ampio progetto di valorizzazione del patrimonio storico sanitario avviato dal SASP con la collaborazione di tutte le Aziende Sanitarie Regionali (ASR) del Piemonte.

“Le Sezioni Riunite dell’Archivio di Stato di Torino, di cui celebriamo il centenario quale sede archivistica, costituiscono non un mero contenitore, ma parte integrante della mostra: l’edificio fu infatti costruito oltre due secoli fa come prima sede dell’ospedale San Luigi, secondo un progetto all’epoca innovativo e ben presto divenuto un modello internazionalmente imitato”, Stefano Benedetto, Direttore Archivio di Stato di Torino.

In mostra, opere d’arte, documenti, strumenti scientifici, arredi e oggetti devozionali raccontano, attraverso sette sezioni espositive, la storia degli ospedali piemontesi e delle figure che li hanno animati — benefattori, architetti, artisti, farmacisti, religiosi, personale medico e pazienti — dal Medioevo alla contemporaneità.

La mostra è visitabile dal 25 novembre 2025 al 9 gennaio 2026 nella Sala ipogea dell’Archivio di Stato di Torino

“Si tratta di un progetto unico nel suo genere — evidenzia Franco Ripa, Dirigente Responsabile del settore Programmazione dei servizi sanitari e socio-sanitari Regione Piemonte e Presidente SASP — perché per la prima volta, dopo la mappatura realizzata nel 2023 di tutto il patrimonio storico sanitario regionale, confluita nell’e-book ‘Comunità e identità’, viene messo in mostra e valorizzato questo tesoro di storia, arte e cultura che appartiene a tutti i piemontesi”.

La mostra nasce dalla collaborazione attiva dei referenti delle 18 Aziende Sanitarie regionali, che hanno messo a disposizione parte del loro patrimonio con l’obiettivo di valorizzare gli ospedali anche come luoghi di storia e di cultura.

“Il lavoro condotto dal SASP con il supporto del DAIRI-R e delle ASR — sottolinea Antonio Maconi, Direttore DAIRI R e SASPrestituisce alla collettività una memoria condivisa che riafferma il valore dell’ospedale come patrimonio della comunità. La mostra intende far percepire i luoghi di cura non solo come spazi sanitari, ma come parte viva della storia e dell’identità collettiva, in continuità con la grande tradizione europea della sanità nosocomiale, che ha sempre unito assistenza, cultura e solidarietà. Questo percorso espositivo segna non solo un traguardo, ma l’avvio di una nuova stagione di conoscenza e valorizzazione del patrimonio storico sanitario piemontese.”

Si valorizzano gli ospedali come luoghi di storia e cultura grazie alla collaborazione delle 18 Aziende Sanitarie regionali

In particolare, a questa riflessione collettiva delle ASR del Piemonte sul proprio patrimonio materiale e immateriale hanno partecipato: Azienda Ospedaliera Ordine Mauriziano di Torino, Azienda Ospedaliera di Cuneo, Azienda Ospedaliero – Universitaria di Alessandria, Azienda Ospedaliero – Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, Azienda Ospedaliero – Universitaria di Novara, Azienda Ospedaliero – Universitaria di Orbassano, ASL di Alessandria, ASL di Asti, ASL di Biella, ASL Città di Torino, ASL Cuneo 1, ASL Cuneo 2, ASL Novara, ASL Torino 3, ASL Torino 4, ASL Torino 5, ASL Vercelli, ASL Verbano-Cusio-Ossola.

L’iniziativa, che ha ricevuto il patrocinio della Regione Piemonte e di ACOSI (Associazione Culturale Ospedali Storici Italiani), è realizzata in collaborazione con il Consiglio Regionale del Piemonte e con la Direzione artistica di Banca Patrimoni Sella & C. e si inserisce nel più ampio progetto di Archivi e Salute promosso dal Cultural Welfare Center (CCW) di Torino.

Orari di apertura della mostra:
lunedì, martedì, giovedì, venerdì: 9-13.30; mercoledì 9-13; 14-18 (ultimo ingresso mezz’ora prima della chiusura).
Aperture straordinarie della mostra: 29 e 30 novembre, 6, 7, 8, 13, 14, 27 e 28 dicembre, 16-19 (ultimo ingresso 18.30), 23 dicembre 19-22 (ultimo ingresso 21.30)  

SIMEU al Parlamento: riconoscere il lavoro usurante nell’Emergenza-Urgenza

Durante l’esame della legge di bilancio, la Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza (SIMEU) rivolge al Parlamento un appello affinché venga riconosciuto lo status di lavoro usurante per medici, infermieri e operatori socio-sanitari del Pronto Soccorso e del 118.

Secondo SIMEU, le attività svolte nei servizi di Emergenza-Urgenza corrispondono pienamente ai requisiti previsti dal decreto legislativo 67/2011, alla luce del carico fisico e psicologico documentato da ampia letteratura scientifica. L’assenza di tale riconoscimento, sottolinea la Società, rappresenta un’anomalia che penalizza professionisti fondamentali per la tenuta del sistema.

Secondo SIMEU, le attività svolte nei servizi di Emergenza-Urgenza corrispondono pienamente ai requisiti previsti dal decreto legislativo 67/2011

L’inserimento della Medicina d’Emergenza-Urgenza tra le attività usuranti è definito da SIMEU non solo un atto di giustizia verso gli operatori, ma anche una misura necessaria per garantire qualità, sostenibilità e maggiore attrattività della disciplina per i giovani professionisti.

Si legge nella nota diffusa da SIMEU: “Da tempo apprezziamo le iniziative del Governo tese a valorizzare e premiare il particolare impegno necessario per garantire il funzionamento dei servizi di Emergenza Urgenza. È un impegno gravoso, sia fisico che psicologico, che produce pesanti conseguenze sulla qualità di vita e sulla salute degli stessi operatori, come dimostrato da una robusta e inconfutabile letteratura scientifica. Il fatto che ancora oggi, nonostante la quotidiana evidenza della fatica profusa dai professionisti dell’Emergenza Urgenza, il loro lavoro non sia inserito tra le categorie che godono dei benefici della legge, costituisce un’assurdità anacronistica e penalizzante”.

La Società si allinea alle recenti dichiarazioni del Ministro della Salute sulla necessità di valorizzare il capitale umano del SSN e chiede che il riconoscimento giuridico non venga ulteriormente rimandato.

Svolta sulle terapie ormonali per la menopausa: FDA rimuove gli alert su alcuni rischi

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La Food and Drug Administration rimuove le avvertenze più severe dai farmaci utilizzati nella Terapia Ormonale Sostitutiva (TOS) per la menopausa, lasciando in evidenza soltanto il richiamo al rischio di carcinoma endometriale. L’annuncio arriva dopo una valutazione approfondita delle prove scientifiche, il confronto con un panel di specialisti e una consultazione pubblica.

Le “black box” introdotte nei primi anni 2000, che segnalavano un possibile aumento di tumore della mammella, ictus, infarto e demenza nelle persone più anziane in trattamento, avevano inciso profondamente sulle scelte terapeutiche, contribuendo a un drastico calo nell’impiego della TOS.

Si apre quindi un nuovo scenario regolatorio e sulla salute al femminile: ne parla a TrendSanità Alessandro Messina, Dirigente Medico S.C Ostetricia e Ginecologia e Referente Ambulatorio Menopausa del Nuovo Ospedale degli Infermi, ASL Biella.

Dottor Messina, quali evidenze scientifiche hanno portato la FDA a rimuovere gli alert sui rischi oncologici e cardiovascolari dalla terapia ormonale sostitutiva?

«La decisione di rimuovere gli “alert” principali, ovvero i cosiddetti black-box warnings, relativi ai rischi oncologici e cardiovascolari nei trattamenti con terapia ormonale sostitutiva in menopausa si basa essenzialmente sulle evidenze scientifiche che hanno modificato profondamente il rapporto rischio/beneficio di questi trattamenti. Poi ci sono i limiti e il contesto delle prime evidenze: negli anni 2000, a seguito dei dati dello studio Women’s Health Initiative – WHI (uno studio randomizzato su larga scala che valutava estrogeni ± progestinici in donne post-menopausa, con età media superiore ai 60 anni, per la prevenzione di malattie cardiovascolari e tumori) emerse un incremento, nel gruppo in studio, di alcuni rischi significativi. Ad esempio, un aumento delle diagnosi di tumore alla mammella nel braccio combinato estrogeni-progestinici, un aumento degli eventi cardiovascolari nel braccio estrogeni-soli. Queste evidenze, sebbene importanti, avevano delle limitazioni: la popolazione era anziana rispetto all’età in cui tipicamente si avvia la TOS, la formulazione ormonale era molto diversa da quella che si usa attualmente e l’inizio della terapia era avvenuto, in molti casi, molti anni dopo la menopausa. Quindi, i warnings che la FDA impose allora, con un linguaggio molto restrittivo, riflettevano una situazione generale di cautela basata su queste evidenze».

In che modo le evidenze più recenti hanno cambiato la valutazione del rapporto rischio/beneficio della TOS?

«Negli ultimi anni c’è stata una mole crescente di studi, revisioni sistematiche e meta-analisi che hanno rivisto questi rischi in modo più dettagliato, in particolare considerando il momento di inizio della TOS (cioè entro i primi 10 anni dalla menopausa oppure prima dei 60 anni, la cosiddetta “finestra di opportunità”) e quale formulazione è usata (via topica vs sistemica e con utilizzo di diversi tipi di progestinico ). Ad esempio, una recente revisione pubblicata sulla rivista JAMA sottolinea che, in donne più giovani (50-59 anni) che avviano la TOS entro 10 anni dalla menopausa, non si osserva un aumento significativo delle malattie cardiovascolari, anzi, alcuni studi mostrano in realtà una riduzione fino al 25-50% degli eventi fatali cardiovascolari, oltre a una riduzione delle fratture ossee.

La decisione della FDA non significa “zero rischio” ma piuttosto un riconoscimento che i rischi sono più bassi e più modulati di quanto si pensasse

Infine, la FDA ha considerato che molte donne con sintomi menopausali (vampate, sudorazioni notturne, disturbi del sonno) non venivano trattate per paura dei rischi e che questa mancata terapia aveva un impatto negativo sulla qualità della vita e non solo. Ricordiamo, infatti, che le vampate di calore, soprattutto quando intense e molto frequenti durante le 24 ore, aumentano il rischio di incidenti cardiovascolari maggiori».

Quali passaggi hanno portato la FDA alla decisione finale di aggiornare le etichette della TOS?

«Alla luce di queste evidenze, la FDA ha realizzato un’analisi completa della letteratura, ha convocato un panel di esperti nel luglio 2025 e ha aperto un periodo di consultazione pubblica. Sulla base di questa revisione, ha annunciato la richiesta alle aziende produttrici di aggiornare le etichette dei prodotti con TOS: rimuovere dai black-box warnings le diciture riguardanti malattie cardiovascolari, tumore della mammella e demenza probabile, mantenendo però l’avvertenza sul rischio di tumore dell’endometrio per i prodotti con solo estrogeno sistemico in donne con utero. In altre parole, la decisione non significa “zero rischio” ma piuttosto un riconoscimento che i rischi sono più bassi e più modulati di quanto si pensasse, che l’inizio precoce della terapia nella finestra di opportunità migliora molto il profilo beneficio/rischio, e che la scelta della TOS deve essere sempre personalizzata in funzione della paziente che abbiamo di fronte».

Cosa cambia per chi valuta di iniziare un trattamento?

«La rimozione dei principali alert da parte della FDA cambia soprattutto l’approccio con cui le donne e i clinici possono valutare l’inizio della TOS. Non significa banalizzare i rischi, ma riportare la decisione in un contesto più realistico e personalizzato. In pratica, ciò comporta almeno tre cambiamenti importanti. Per molti anni, il linguaggio molto restrittivo dei black-box warnings ha indotto molte donne ad evitare la TOS anche quando sarebbe stata indicata per migliorare sintomi importanti come vampate, insonnia, ansia, disturbi dell’umore o dolore articolare. Con l’aggiornamento dell’etichettatura la conversazione medico-paziente può svolgersi senza il peso di avvertenze che oggi sappiamo essere basate su dati non più attuali. Questo consente di valutare la terapia con maggiore serenità e meno stigma.

Oggi sappiamo che il momento in cui si inizia la TOS è essenziale. Una donna che valuta il trattamento entro i primi 10 anni dalla menopausa, o comunque sotto i 60 anni, ha un profilo rischio/beneficio molto diverso rispetto allo scenario che aveva ispirato gli avvertimenti iniziali. Inoltre, la scelta della formulazione (transdermica vs orale), del tipo di progestinico, della dose minima efficace e dell’obiettivo terapeutico consente di modulare ulteriormente il rischio. L’aggiornamento della FDA favorisce proprio questo tipo di decisione “su misura”, anziché un approccio “valido per tutte”.

La TOS non è più vista solo come un trattamento potenzialmente rischioso, ma come una terapia efficace per sintomi che incidono pesantemente sulla vita quotidiana

La FDA ha riconosciuto che evitare la terapia per timori non fondati può avere un costo elevato in termini di sonno, benessere psicologico, salute sessuale e capacità funzionale. Senza black-box warnings generici, il medico può costruire una decisione più equilibrata, basata sul profilo personale: familiarità per tumori, fattori cardiovascolari, peso, pressione, storia ginecologica. L’obiettivo non è “prescrivere di più”, ma prescrivere meglio, per le donne che realmente possono beneficiarne».

Come sta reagendo la comunità clinica alla revisione delle etichette e al nuovo orientamento della FDA sulla sicurezza della TOS?

«La comunità clinica sta reagendo in modo nel complesso positivo. Molti ginecologi ed endocrinologi vedono la revisione della FDA come una conferma ufficiale di ciò che la ricerca degli ultimi anni aveva già chiarito: la TOS, iniziata nella finestra giusta e con le formulazioni moderne, ha un profilo di sicurezza molto migliore di quanto suggerissero i vecchi avvertimenti. Ciò che è certo è che il cambio di prospettiva dopo vent’anni di black-box warnings richiede tempo e aggiornamento. Per questo, tutte le principali società scientifiche stanno investendo molto in formazione e comunicazione, per aiutare i clinici a integrare le nuove evidenze nella pratica quotidiana».

Ora quali sono i pro e contro della TOS?

«Oggi il bilancio tra pro e contro della terapia ormonale sostitutiva è molto diverso rispetto a quello che veniva descritto vent’anni fa. I benefici sono ormai tanti e ben riconosciuti e la TOS resta il trattamento più efficace per ridurre vampate, sudorazioni notturne, disturbi del sonno e sintomi che incidono pesantemente sulla qualità di vita. Migliora la salute vaginale e sessuale, protegge la densità ossea e riduce il rischio di fratture. E quando è iniziata entro la cosiddetta “finestra di opportunità”, cioè nei primi anni dalla menopausa, mostra un profilo cardiovascolare molto più favorevole, con alcuni studi che suggeriscono addirittura una riduzione di eventi maggiori cardiovascolari rispetto alle donne non trattate. Dall’altra parte, ci sono ancora aspetti da valutare con attenzione.

La terapia non è adatta a tutte: per esempio tumori ormono-sensibili, trombosi o condizioni cardiovascolari specifiche rimangono controindicazioni a questo tipo di terapie

Esiste ancora il rischio di tumore dell’endometrio per le donne che assumono solo estrogeni e hanno l’utero, motivo per cui è necessario aggiungere alla terapia un progestinico. Per il tumore della mammella, oggi il rischio appare molto più contenuto rispetto alle stime storiche, ma non è nullo e questo perché dipende dal tipo di ormone, dalla durata del trattamento, dall’età di inizio della terapia e da fattori individuali come familiarità e stile di vita. Inoltre, anche la via di somministrazione conta: formulazioni transdermiche tendono a ridurre alcuni rischi rispetto a quelle orali.

I pro della TOS sono oggi più solidi e meglio documentati, mentre i contro sono diventati più sfumati e dipendenti dal profilo individuale. La vera differenza oggi è che, grazie alle evidenze aggiornate, la TOS può essere valutata come una terapia moderna e personalizzabile, non come un trattamento da temere a priori»

La medicina di genere nell’era digitale: appuntamento a Roma il 18 novembre

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Il 18 novembre, alla Sala Istituto S. Maria in Aquiro (Piazza Capranica 72, Roma) si tiene il convegno «La medicina di genere nell’era digitale: nuove sfide e opportunità», promosso dall’onorevole Sandra Zampa e organizzato da ASSD (Associazione Scientifica per la Sanità Digitale) con la sua Commissione Donne.

L’evento, aperto dall’on. Zampa e dalla presidente ASSD, Laura Patrucco, vedrà la partecipazione di Giovannella Baggio (Presidente del Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere) ed Elena Ortona (Direttrice del Centro di Riferimento per la Medicina di Genere, ISS) con una lectio magistralis dedicata all’evoluzione della medicina di genere in Italia, tra istituzioni e roadmap verso l’equità.

Nella medicina di genere 5.0 tecnologia, cultura e clinica si integrano per superare i bias di genere nella cura

Nel corso della giornata verrà presentato il volume “La Medicina di Genere: Fondamenti, Pratiche e Prospettive Future”, a cura della Commissione Donne ASSD, con coordinamento scientifico di Marisa De Rosa. Il testo rappresenta un punto di sintesi tra ricerca scientifica, esperienze cliniche e innovazione digitale, raccogliendo contributi multidisciplinari sul ruolo del genere nella salute e sull’integrazione dei dati e delle tecnologie per una medicina più equa e personalizzata.

La pubblicazione e il convegno affrontano in modo complementare i principali pilastri della medicina di genere 5.0, un approccio che unisce tecnologia, cultura e pratica clinica per superare i bias di genere ancora presenti nella ricerca e nella cura.

Temi centrali del libro e del convegno

Equità e personalizzazione delle cure: analisi delle differenze biologiche, ormonali, sociali e culturali che influenzano la salute e la risposta ai trattamenti.

Digitalizzazione e intelligenza artificiale in sanità: come i big data, le cartelle cliniche elettroniche e gli algoritmi predittivi possano supportare una medicina più precisa e inclusiva, a condizione di essere progettati senza distorsioni di genere.

Politiche pubbliche e governance: dalla Legge 3/2018 al Piano Nazionale per la Medicina di Genere, fino ai piani regionali (come il modello Piemonte), esempi concreti di applicazione delle politiche di genere nella sanità.

Ricerca e formazione: l’importanza di dati disaggregati per sesso e genere, di protocolli di studio equi e di una formazione continua degli operatori sanitari.

Ruolo delle donne nella leadership sanitaria: valorizzazione delle competenze femminili e costruzione di reti professionali per una medicina senza bias.

Tavola rotonda e prospettive future

La giornata si concluderà con la tavola rotonda “Costruire una medicina senza bias: agenda per il futuro” moderata da Annabella Amatulli (Past President HBA Milano – Head Regulatory Office-Enterprise Therapeutics) e la partecipazione di:

  • Monica Calamai – Coordinatrice Community – Donne protagoniste in Sanità
  • Giulia Capelli – Dirigente Medico in Chirurgia Generale ASST Bergamo Est – Women in Surgery
  • Fabiana Cecere – Dirigente Medico Oncologa presso l’IFO Regina Elena, direttivo Women 4 Oncology Italia
  • Sabrina Scarpati – Donne 4.0 Commissione Sanità Digitale – Community Leader Femtech Italy.        
  • Manuela Tamburo De Bella – Direttrice UOS Reti Cliniche Ospedaliere – Agenas

Il convegno rappresenta un momento di sintesi tra la riflessione culturale e l’azione concreta: promuovere una sanità “di genere” significa costruire un sistema più equo, intelligente e rivolto alla persona, capace di integrare la scienza con la dimensione sociale e digitale della cura.

Per informazioni e iscrizioni, contattare: segreteria@assd.it

XV Congresso SIMMESN: la situazione dello screening neonatale in Italia e i nuovi LEA

«Il Rapporto tecnico SIMMESN sullo stato di programmazione ed esecuzione dei programmi di screening neonatali – che è l’unico dato di riferimento esistente oggi nel nostro Paese – ci dice che noi siamo perfettamente capaci di controllare minuziosamente il 100% dei nati in Italia, con il risultato di poter identificare precocemente il rischio di una malattia congenita. E questo è un grandissimo risultato che ci porta ad assicurare terapie, salute e vita quotidiana a migliaia di cittadini»: lo ha detto Andrea Pession, Presidente della della Società Italiana per lo Studio delle Malattie Metaboliche Ereditarie e lo Screening Neonatale (SIMMESN), durante la giornata inaugurale del XV Congresso in corso di svolgimento a Sorrento. Unica criticità sensibile da rilevare, in un contesto positivo, è quella che riguarda i minori provenienti da flussi migratori incontrollati: «Purtroppo sappiamo – precisa Pession – che nel nostro Paese i neonati e i minori che arrivano in viaggi di fortuna e in situazioni disagiate di clandestinità non sono screenati né diagnosticati e quindi rappresentano una problematica che i nostri Centri screening debbono affrontare. Attenzione: i Centri sarebbero in grado di provvedere anche a loro, ma ovviamente, perché questo accada, sono necessarie scelte di sanità, prevenzione e assistenza territoriale che permettano una presa in carico di una popolazione che purtroppo ad oggi è quasi invisibile».

L’Italia è in grado di screenare il 100% dei nuovi nati, ma è difficile raggiungere i minori provenienti dai flussi migratori

Andrea Pession

Al Congresso di Sorrento si è dialogato e discusso anche del Documento sui Nuovi Livelli Essenziali di Assistenza, appena approvato in Conferenza Stato-Regioni. Nel testo viene ampliato lo Screening Neonatale Esteso (SNE) – che grazie alla Legge 167/2016 riguarda oltre 40 malattie genetiche – introducendo nuove patologie metaboliche rare, che sono proprio oggetto del lavoro dei soci SIMMESN (mucopolisaccaridosi di tipo 1, malattia di Gaucher, malattia di Pompe, malattia di Fabry, immunodeficienze severe combinate, sindrome adreno-genitale, adrenoleucodistrofia legata al cromosoma X), oltre al passaggio fondamentale degli screening per atrofia muscolare spinale (SMA) da fase sperimentale a fase a regime. Su questa rilevante decisione, il Presidente SIMMESN sottolinea che «i nuovi LEA sono un deciso passo avanti di tutto il sistema salute del nostro Paese e daranno la possibilità alle regioni di pianificare meglio questo intervento di prevenzione secondaria. Tante famiglie, oltre alla nostra Società scientifica e a tanti Centri e specialisti sul territorio, attendevano queste decisioni. Oggi alcune malattie lisosomiali, due immunodeficienze importanti e altre patologie gravi troveranno finalmente una collocazione attenta nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale».

Il nuovo Screening Neonatale Esteso previsto dai più recenti LEA copre oltre 40 malattie genetiche

Ma SIMMESN coglie l’occasione del suo Congresso anche per lanciare un messaggio alle governance della sanità nazionale e regionale: «Noi tutti che rappresentiamo l’ambito delle malattie metaboliche e degli screening – e ci mettiamo dentro le famiglie, i caregiver, gli specialisti dei centri e dei laboratori – ora chiediamo tempestività. Abbiamo uno strumento efficace e aggiornato come i nuovi Lea: non possiamo perdere tempo. Con i nuovi LEA abbiamo suscitato grandi aspettative e le famiglie sono in attesa di risposte concrete in tempi brevi. Abbiamo terapie efficaci, competenze certificate e confermate dall’esperienza e dalla professionalità. Gli esperti di SIMMESN – conclude Pession – sono disponibili a una interlocuzione nelle sedi opportune per poter consigliare e suggerire da un punto di vista tecnico l’attuazione più tempestiva ed efficace di questo allargamento, per evitare quelle differenze applicative territoriali che spesso rappresentano un vulnus nella realizzazione dell’art. 32 della Costituzione. Inoltre la nostra Società scientifica conferma la propria disponibilità a una collaborazione continua con le autorità, tenendo conto che ci sono già altre dieci patologie – come già comunicato all’Istituto Superiore di Sanità e al Ministero – che potrebbero entrare nel sistema degli screening del nostro Paese».

Status PNRR, tra telemedicina e sanità territoriale

A quattro anni dall’avvio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, la sanità italiana si trova a un punto di snodo cruciale. La Missione 6, dedicata alla salute, ha posto le basi per una riforma strutturale del Servizio sanitario nazionale, con l’obiettivo di rafforzare l’assistenza territoriale e rendere la telemedicina una componente stabile e integrata dei percorsi di cura.
Ma qual è oggi lo stato di avanzamento dei progetti finanziati dal PNRR? Quali risultati si intravedono sul fronte dell’organizzazione dei servizi territoriali e dell’attuazione della telemedicina? E quali criticità, normative e operative, restano da affrontare per garantire una reale trasformazione del sistema?

Ne parliamo con:

  • Davide Minniti
    Direttore Generale AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano e Coordinatore nazionale del Forum Permanente dei Direttori Generali, Federsanità
  • Silvia Stefanelli
    Avvocato ed esperta di diritto sanitario, Studio Legale Stefanelli & Stefanelli, Bologna
  • Paolo Ursillo
    Responsabile Area Organizzazione Modelli Sanitari Territoriali, Agenas

Conduce:

  • Rossella Iannone
    Direttrice responsabile TrendSanità

Roma torna capitale europea dei radiographer con l’Annual General Meeting EFRS 2025

Dopo quasi vent’anni, Roma torna a essere il centro nevralgico dei radiographer – la denominazione internazionale dei tecnici sanitari di radiologia medica (TSRM) – europei, con l’Annual General Meeting (AGM), svoltosi oggi, della European Federation of Radiographer Societies (EFRS), l’organizzazione rappresentante dei TSRM di 40 Paesi. Un ritorno altamente simbolico nella città dove l’EFRS venne fondata nel 2006, in occasione di un evento dalla risonanza scientifica, professionale e istituzionale senza precedenti.

L’edizione 2025 segna un’ulteriore tappa: per la prima volta nella sua storia, l’EFRS è guidata da una Presidente italiana, Patrizia Cornacchione, che inaugurerà i lavori insieme alla Federazione Nazionale degli Ordini TSRM e PSTRP (professioni sanitarie tecniche della riabilitazione e della prevenzione), istituzione ospitante dell’evento, rappresentata dal Presidente Diego Catania, e alla Presidente della Commissione di albo nazionale dei TSRM, Carmela Galdieri.

Dichiara Cornacchione: «Tornare qui, dove l’EFRS è nata, ha un significato profondo. Oggi celebriamo non solo un percorso, ma anche una visione condivisa dell’Europa. Il Symposium e l’Assemblea Generale rappresentano momenti strategici per rafforzare l’identità scientifica e professionale dei radiographer, ponendo l’Italia al centro di un dialogo internazionale di altissimo livello».

Oggi celebriamo non solo un percorso, ma anche una visione condivisa dell’Europa

Aggiunge Catania: «Accogliere a Roma rappresentanti da 40 Paesi è un onore per l’Italia e una responsabilità nei confronti della professione. Oggi più che mai il radiographer è un professionista imprescindibile per garantire qualità, sicurezza e innovazione nella diagnostica per immagini. Il confronto europeo ci permette di delineare un futuro più forte e più coeso».

La giornata del 14 novembre ha aperto le porte al Symposium scientifico dell’EFRS, quest’anno incentrato sul tema Advancing Radiography. Per la prima volta, la Federazione europea propone un evento volto a riunire la componente scientifica della professione a livello internazionale, con interventi di esperti su come tecnologia, innovazione e qualità clinica stiano trasformando l’imaging diagnostico e terapeutico, presentazioni di studi di ricerca provenienti da tutta Europa, selezionate attraverso una call for abstracts di grande successo, e momenti di confronto interdisciplinare su AI, radiologia sostenibile, sicurezza del paziente, ottimizzazione dei percorsi diagnostici e formazione avanzata. Un’occasione unica per definire, con solido rigore scientifico, i trend che guideranno la professione negli anni a venire.

Per la prima volta, la Federazione europea propone un evento volto a riunire la componente scientifica della professione a livello internazionale

Commenta Galdieri: «I tecnici di radiologia stanno vivendo una trasformazione epocale: nuove tecnologie, nuovi setting operativi, nuovi bisogni formativi. L’Italia ha un ruolo chiave nel cambiamento in atto e ospitare un evento di tale portata significa riconoscere il valore e la maturità di un’intera comunità professionale. È il momento di guardare avanti, insieme all’Europa».

Il 15 novembre, in seconda giornata, si svolge l’Annual General Meeting vero e proprio: il momento in cui i rappresentanti dei radiographer dei Paesi membri definiscono priorità, strategie e politiche comuni.

I tecnici di radiologia stanno vivendo una trasformazione epocale: nuove tecnologie, nuovi setting operativi, nuovi bisogni formativi

Tra i punti all’ordine del giorno ci sono l’armonizzazione dei profili professionali a livello europeo; il riconoscimento formale del ruolo del radiographer come figura tecnica e clinica centrale nei percorsi diagnostici e terapeutici; il rafforzamento dei percorsi di formazione universitaria, per rispondere all’espansione delle competenze richieste da nuove tecnologie, intelligenza artificiale e metodiche avanzate, e la definizione di linee d’azione comuni per supportare una professione in rapidissima evoluzione.

Fanno parte di EFRS oltre 110.000 Tecnici di radiologia e 9.000 studenti, oltre 50 società scientifiche e 60 istituzioni accademiche.

Il ritorno dell’AGM in Italia conferma il ruolo crescente del nostro Paese nel panorama europeo della diagnostica per immagini e radioterapia, sottolineando l’importanza strategica dei radiographer per l’evoluzione dei sistemi sanitari moderni.

Con delegazioni in arrivo da tutta Europa, l’intervento delle massime istituzioni rappresentative della Professione e una Presidente EFRS italiana per la prima volta nella storia, l’edizione 2025 segna un punto di svolta per il TSRM e il forte segnale di una leadership e di una visione comune.

Memoria digitale e sanità pubblica: la conservazione a lungo termine dei dati sanitari

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La sanità digitale non vive solo nel presente e per essere davvero al servizio delle persone deve saper custodire nel tempo la memoria clinica di ciascuno. Ma quanto è solido il modello italiano di conservazione a lungo termine dei dati sanitari, tra firme digitali che scadono, formati che cambiano e sistemi informatici che evolvono?

Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE), cuore della trasformazione digitale del Servizio sanitario nazionale, è oggi al centro di una sfida decisiva: garantire che ogni documento resti autentico, leggibile e legalmente valido anche tra vent’anni.

Ne abbiamo parlato a TrendSanità con la dottoressa Maria Teresa Guaglianone e l’avvocato Elisa Sorrentino, rispettivamente Primo Tecnologo e Collaboratore Tecnico Enti di Ricerca presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto di Informatica e Telematica, sede di Rende (Cosenza), autrici di studi e linee guida che stanno contribuendo a definire le regole per la gestione e la conservazione digitale dei documenti sanitari in Italia [Ensuring the Long-Term Preservation of and Access to the Italian Federated Electronic Health Record e La conservazione dei documenti informatici nel contesto sanitario italiano: indagine su stato di attuazione e criticità].

Tra metadati, interoperabilità e nuove frontiere dell’intelligenza artificiale, ci guidano dentro l’architettura invisibile che rende possibile la memoria digitale della salute pubblica.

Siamo davvero pronti a garantire che i dati sanitari di oggi restino leggibili e validi anche tra vent’anni? Le firme digitali scadono, i formati cambiano, i sistemi si aggiornano: quanto è solido, davvero, il modello italiano di conservazione a lungo termine?

Maria Teresa Guaglianone

«La sfida di garantire che dati e documenti restino accessibili, leggibili e validi a lungo termine è reale – risponde Guaglianone, ma il quadro normativo di riferimento sulla conservazione (costituito da CAD – Codice dell’Amministrazione Digitale e Linee Guida sulla formazione, gestione e conservazione dei documenti informatici) è solido e ben strutturato e le pubbliche amministrazioni sono tenute a conservare tutti i documenti formati nell’ambito della loro azione amministrativa con modalità operative specifiche definite dall’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale) relativamente a: natura e funzione del sistema; modelli organizzativi; descrizione del processo di conservazione; ruoli e funzioni dei soggetti coinvolti; formati per diverse tipologie di documenti; modalità di accesso ai documenti.

La conservazione è, dunque, l’attività volta a proteggere e custodire nel tempo documenti e dati informatici, anche dai rischi derivanti dagli aspetti tecnologici in continua evoluzione, che potrebbero altrimenti impattare sulla gestione dei flussi documentali e rappresentare un ostacolo per l’accessibilità, leggibilità e validità a lungo termine dei documenti informatici. Solo un sistema di conservazione a norma può garantire inalterate nel tempo le caratteristiche di autenticità, integrità, affidabilità, leggibilità e reperibilità dei documenti informatici. La vera criticità risiede nell’applicazione uniforme e rigorosa di indicazioni e procedure da parte di tutti i soggetti coinvolti.

Solo un sistema di conservazione a norma garantisce autenticità, integrità e reperibilità dei documenti

Nel caso dei documenti sanitari che entrano a far parte del FSE (Fascicolo Sanitario Elettronico), attraverso un’infrastruttura distribuita, che comprende elementi regionali e centrali che interoperano tra loro e con altri sistemi, la necessità di una governance rigorosa diventa cruciale. Allo stato attuale, è possibile conservare e mantenere l’accessibilità nel tempo ai documenti del FSE legalmente validi, mediante la corretta tracciabilità dei processi resa possibile dalla puntuale valorizzazione dei metadati utilizzati per lo scambio dei messaggi tra i sistemi di FSE regionali e INI (Infrastruttura Nazionale per l’Interoperabilità). I metadati sono, difatti, in grado di tracciare la storia del documento e contribuiscono a garantirne il mantenimento della validità legale lungo tutto il suo ciclo di vita».

Un sistema federato tutela o complica l’accesso ai dati sanitari dei cittadini? La gestione autonoma da parte delle regioni è un valore di prossimità o un ostacolo all’uniformità e all’interoperabilità nazionale?

«L’interoperabilità tecnica e semantica di dati e documenti del FSE è garantita dalla presenza dell’INI, dall’attuazione di linee guida tecniche di riferimento in ambito nazionale per lo sviluppo e l’implementazione dei documenti sanitari e dall’adozione di standard tecnici e semantici condivisi a livello nazionale e internazionale – chiarisce Guaglianone. L’INI opera nel rispetto dei principi di interoperabilità e sicurezza sanciti dal CAD e dal Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR), favorendo lo scambio controllato di dati tra i titolari regionali del trattamento. Il modello federato su cui INI si basa consente alle Regioni di mantenere la propria autonomia, agevolando, al contempo, la possibilità di condividere i dati all’esterno del contesto di produzione e di accedervi da parte dell’assistito. La gestione autonoma da parte delle regioni è un valore di prossimità, in quanto consente di offrire servizi evoluti agli assistiti, secondo le proprie risorse, i propri investimenti ed il proprio grado di maturazione tecnologica. Questo non costituisce un ostacolo all’interoperabilità nazionale rispetto ai requisiti di interoperabilità tecnica e semantica richiesti dalla infrastruttura nazionale».

Elisa Sorrentino

«Il modello federato, quindi, – aggiunge Sorrentino – non costituisce una deroga al principio di unitarietà amministrativa, ma una sua declinazione in senso sussidiario: ogni Regione mantiene autonomia gestionale nella misura in cui rispetta gli standard tecnici, semantici e di sicurezza fissati a livello nazionale».

La reale tutela del cittadino si realizza attraverso l’uniformità delle regole di interoperabilità e la tracciabilità degli accessi, che rendono il sistema federato giuridicamente coeso e verificabile

Chi custodisce la “memoria digitale” della salute pubblica? Ospedali, regioni, conservatori accreditati, “tante mani” e nessun garante unico rischiano di indebolire la responsabilità e la sicurezza del sistema?

«Ai sensi del GDPR e del D.Lgs. 196/2003, come modificato dal D.Lgs. 101/2018, le strutture sanitarie che generano i documenti sono titolari del trattamento e responsabili della loro conservazione a lungo termine – continua Sorrentino. Il FSE, invece, contiene copie o duplicati informatici di tali documenti, la cui validità probatoria è subordinata alla corretta conservazione dell’originale da parte del soggetto produttore. Il registry FSE, previsto dalle Linee Guida AgID e dalle specifiche tecniche del Ministero della Salute, svolge la funzione di indice legale e di tracciamento, assicurando la reperibilità del documento e la trasparenza delle operazioni di accesso. L’INI può essere designato, in base ad accordi e decreti attuativi, come responsabile del trattamento ai sensi del GDPR per le attività di interoperabilità e registrazione, ma la titolarità dei dati rimane in capo alle Regioni e agli enti sanitari produttori. In definitiva, i soggetti produttori custodiscono la memoria delle nostre informazioni sanitarie; FSE e registry ne garantiscono accesso e tracciabilità senza sostituire la responsabilità dei titolari».

L’uso esteso dei metadati promette tracciabilità e trasparenza, ma può anche trasformarsi in un meccanismo complesso, poco accessibile e costoso da mantenere?

«I metadati rappresentano un’evoluzione necessaria e vantaggiosa per garantire trasparenza e tracciabilità di dati e documenti, nonché sicurezza dei relativi flussi di scambio e trasmissione – spiega Guaglianone. La corretta implementazione dei metadati è, dunque, la strategia migliore per gestire efficientemente la conservazione a lungo termine e la validità legale dei documenti all’interno di un sistema federato, quale quello FSE. Essi, infatti, consentono il recupero efficiente delle informazioni e soddisfano i requisiti normativi per il mantenimento della validità legale nel tempo dei documenti. Le specifiche tecniche per l’interoperabilità tra i sistemi regionali di FSE sono costantemente aggiornate e contribuiscono a completare il quadro normativo di riferimento, fornendo le indicazioni necessarie alla gestione dei metadati e alla ricerca e al recupero dei documenti, per garantire la tracciabilità delle operazioni e dei flussi, l’uniformità nella registrazione e condivisione di dati e documenti sanitari e l’accesso a documenti legalmente validi».

I metadati rappresentano un’evoluzione necessaria e vantaggiosa per garantire trasparenza e tracciabilità di dati e documenti

«Previsti dalle Linee Guida AgID – afferma Sorrentino – i metadati consentono la ricostruzione probatoria del ciclo di vita del documento e fungono da prova dell’autenticità, dell’integrità e della provenienza. Il metadato “conservazione a norma” è parte integrante della catena di custodia e serve a dimostrare che un duplicato presente nel FSE corrisponde a un originale conservato a norma. L’aggiornamento e la gestione dei metadati non rappresentano un onere burocratico, ma un adempimento legale finalizzato alla trasparenza amministrativa, alla tracciabilità e alla responsabilizzazione dei soggetti coinvolti. In assenza di metadati correttamente strutturati e firmati, la conservazione perderebbe il suo valore giuridico e probatorio».

L’intelligenza artificiale potrebbe diventare la chiave per gestire l’immensa mole di dati del Fascicolo Sanitario Elettronico. Ma siamo pronti a delegare a un algoritmo la custodia della memoria sanitaria del Paese?

«Quando parliamo di Intelligenza Artificiale applicata al FSE, dobbiamo ricordare che entriamo nel campo dei cosiddetti “dati particolari” ai sensi del GDPR. Si tratta di dati che riguardano direttamente la salute delle persone e la cui elaborazione è consentita solo a precise condizioni giuridiche e con garanzie tecniche elevate. L’uso dell’AI in questo ambito deve quindi essere molto calibrato: può certamente offrire un supporto prezioso nell’analisi dei dati, nel miglioramento dei servizi o nel supporto alla diagnosi, ma non può né deve sostituire le funzioni giuridiche di conservazione, validazione o certificazione dei documenti, che restano responsabilità umana e soggetta a norme di diritto pubblico. Proprio per questo, ogni impiego dell’AI nel FSE richiede una valutazione d’impatto sulla protezione dei dati (DPIA), prevista dal GDPR, oltre all’adozione di misure di sicurezza adeguate, come la cifratura, la pseudonimizzazione e la tracciabilità di ogni operazione algoritmica. Sul fronte della cybersecurity, la cornice di riferimento non è più solo quella del GDPR: oggi il settore sanitario digitale è anche soggetto alla NIS2 che impone obblighi precisi di gestione del rischio, monitoraggio continuo e prevenzione degli incidenti.

L’AI può diventare un alleato strategico della sicurezza solo se impiegata per rafforzarla, non per sostituirla

L’obiettivo è prevenire accessi non autorizzati, evitare la perdita o la manipolazione dei dati e garantire la resilienza del sistema di fronte a minacce cibernetiche sempre più sofisticate. Oggi, la cybersecurity nel contesto sanitario digitale non è più solo un requisito tecnico, ma un vero e proprio obbligo legale e una condizione essenziale di fiducia pubblica» – conclude Sorrentino.

Presentato alla Camera l’Intergruppo Parlamentare sulla Sclerosi Multipla e Patologie Correlate

I sintomi della Sclerosi Multipla (SM) sono numerosi e spesso invisibili: ogni persona ne presenta in media più di sei. Oltre l’80% riferisce una fatica cronica che limita la vita quotidiana, più della metà soffre di disturbi dell’equilibrio, visivi e cognitivi, problemi vescicali o intestinali. Chi non mostra segni evidenti si scontra ogni giorno con barriere invisibili, come lo stigma e l’incomprensione, che si sommano a quelle fisiche di un Paese ancora poco accessibile. Grazie alla ricerca scientifica, negli ultimi 25 anni sono stati introdotti trattamenti in grado di rallentare la progressione della malattia e migliorare la qualità della vita. Tuttavia, per nessuna forma di sclerosi multipla esiste ancora una cura definitiva e le forme progressive, in particolare, restano ancora prive di terapie efficaci in grado di modificarne l’evoluzione. È in questo contesto che prende il via l’Intergruppo Parlamentare sulla Sclerosi Multipla e Patologie Correlate, promosso da AISM e FISM, con il sostegno dell’On. Luana Zanella e della Sen. Tilde Minasi.

L’iniziativa nasce per rafforzare la voce delle oltre 144.000 persone con sclerosi multipla e delle circa 2.000 con neuromielite ottica (NMOSD) e malattia associata agli anticorpi anti-MOG (MOGAD). Sono patologie croniche e progressive che colpiscono in età giovanile e investono la vita di intere famiglie, chiamate ad adattarsi ai cambiamenti imprevedibili che la malattia impone e, nei casi più gravi, a fornire l’assistenza quotidiana dei caregiver familiari. Nel complesso, si stima che in Italia siano circa 500.000 le persone coinvolte direttamente o indirettamente da queste patologie: pazienti, familiari e caregiver che convivono ogni giorno con bisogni sanitari e sociali spesso complessi e affrontano le sfide della piena partecipazione e inclusione sociale.

L’Intergruppo opererà come spazio parlamentare trasversale, promuovendo atti di indirizzo, audizioni e iniziative legislative

L’Intergruppo opererà come spazio parlamentare trasversale, promuovendo atti di indirizzo, audizioni e iniziative legislative per dare concretezza agli obiettivi dell’Agenda della Sclerosi Multipla e trasformare l’ascolto e il confronto in azione politica.

La sclerosi multipla rappresenta oggi una sfida crescente per la nostra società, colpendo migliaia di persone in modo sempre più diffuso. Di fronte a questa realtà, è necessario promuovere un impegno comune e concreto per costruire un’agenda politica e sociale centrata sulla persona e sulle sue esigenze. In linea con le mozioni “1000 azioni oltre la sclerosi multipla” approvate proprio un anno fa alla Camera, l’obiettivo dell’intergruppo parlamentare sulla Sclerosi Multipla e patologie correlate è quello di favorire l’integrazione e il dialogo tra istituzioni, comunità scientifica e associazioni, mettendo in rete competenze, esperienze e conoscenze per migliorare la qualità della vita dei cittadini con queste patologie e delle loro famiglie. Solo attraverso una collaborazione ampia e condivisa potremo garantire risposte più efficaci e inclusive”, dichiara l’Onorevole Luana Zanella, Vicepresidente della Commissione Affari sociali della Camera e Co-presidente dell’intergruppo parlamentare.

“L’istituzione dell’Intergruppo parlamentare sulla sclerosi multipla e patologie correlate è un impegno politico trasversale che dà continuità agli indirizzi già approvati dalla Camera con le mozioni “1000 azioni oltre la sclerosi multipla” e con il lancio della consultazione per l’Agenda 2030 sulla SM promossa da AISM: dal confronto passiamo ai fatti per dare risposte concrete alle persone e alle loro famiglie”, afferma la Senatrice Tilde Minasi, componente della Commissione Affari sociali del Senato e Co-presidente dell’Intergruppo. “Le priorità sono chiare: presa in carico personalizzata e omogenea su tutto il territorio con PDTA realmente operativi; continuità assistenziale lungo tutto il percorso di cura; sostegno alla ricerca e piena inclusione lavorativa. Questo lavoro si muove in coerenza anche con la riforma della disabilità, oggi in sperimentazione, che mira a rendere esigibili i diritti e semplificano i percorsi dei cittadini con sclerosi multipla e patologie correlate. L’Intergruppo non sarà una vetrina, ma un luogo di lavoro permanente. Porteremo le istanze di AISM in Parlamento fino a trasformarle in scelte concrete, perché i diritti riconosciuti diventino davvero diritti esigibili, senza differenze territoriali”.

Tra le priorità: presa in carico omogenea con PDTA realmente operativi, continuità assistenziale, sostegno alla ricerca e piena inclusione lavorativa

“Negli anni la nostra comunità è diventata sempre più capace di produrre conoscenza e di proporre soluzioni concrete, mettendo le persone con SM e patologie correlate al centro del dibattito pubblico,” afferma Francesco Vacca, Presidente di AISM. “Con l’Intergruppo, questa capacità diventa parte del lavoro parlamentare: significa trasformare l’ascolto e il confronto in azione politica, e costruire insieme istituzioni, ricerca e società civile un sistema capace di rispondere davvero ai bisogni di salute, inclusione e partecipazione.”

“La nascita dell’Intergruppo rappresenta un riconoscimento importante del lavoro di questi anni e della corrispondenza tra l’Agenda della SM e patologie correlate e quella del Paese,” afferma Mario Alberto Battaglia, Presidente di FISM, l’ente di ricerca di AISM. “Serve un patto politico stabile per trasformare la conoscenza scientifica in equità di accesso e diritti esigibili per tutti.”

“Questo passaggio istituzionale consolida un percorso di collaborazione tra mondo politico, scienza e Terzo Settore,” conclude Paolo Bandiera, Direttore Affari Generali e Relazioni Istituzionali di AISM. “L’Intergruppo, sotto la guida congiunta dell’On. Zanella e della Sen. Minasi, è uno spazio di confronto concreto tra Parlamento, comunità scientifica e clinica e associazioni, sostenuto da un Comitato tecnico-scientifico ampio e competente. È uno strumento operativo per dare risposte alle oltre 144 mila persone con SM e patologie correlate e ai loro caregiver, e per far sì che affrontare i temi della salute, dell’inclusione e della ricerca sulla SM diventi un’occasione per far crescere il nostro Paese. Un esercizio di responsabilità condivisa e un modello volto a produrre valore e sostenibilità per l’intera comunità.”

Polifarmacoterapia, SIF: servono azioni concrete per ridurre i farmaci inappropriati

Davanti ai nuovi dati del Rapporto OsMed 2024 sull’uso dei farmaci in Italia, la Società Italiana di Farmacologia (SIF) lancia un appello: «Serve un cambio di passo per ridurre l’iperprescrizione di farmaci non necessari, soprattutto nella popolazione anziana, per evitare che la cura diventi essa stessa una fonte di rischio».

Il rapporto AIFA conferma che la polifarmacoterapia è un fenomeno diffuso: nel 2024 la spesa farmaceutica nazionale ha raggiunto 37,2 miliardi di euro, in aumento del 2,8% rispetto all’anno precedente, e oltre un terzo della popolazione over 65 ha assunto almeno cinque medicinali diversi per lunghi periodi. Addirittura, in alcune regioni la percentuale dei pazienti anziani che assume giornalmente più di 10 farmaci supera il 40%. La SIF sottolinea che la molteplicità delle terapie espone i pazienti a un rischio maggiore di interazioni farmacologiche, reazioni avverse da farmaci che possono causare anche ospedalizzazioni evitabili ed errori medici, con conseguenze importanti sulla salute e sulla qualità di vita, oltre che sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale.

La polifarmacoterapia espone a rischi di interazioni farmacologiche, reazioni avverse ed errori medici

Per la SIF, la vera urgenza è trasformare i dati in azioni concrete e passare da una logica di accumulo di farmaci per inerzia terapeutica a una di revisione sistematica e accurata dei trattamenti.

«I dati OsMed ci ricordano che il tema non è solo quanti farmaci si assumono, ma come e perché vengono prescritti,» spiega Gianluca Trifirò, coordinatore del gruppo di lavoro SIF Farmacovigilanza, Farmacoepidemiologia, Farmacoeconomia & Real World Evidence (3F & RWE). «Nel nostro sistema sanitario esiste ancora una forte inerzia prescrittiva: farmaci iniziati da tempo che nessuno rivede, anche quando non servono più. Non possiamo limitarci – continua – a contare le prescrizioni: dobbiamo imparare a rivederle, correggerle e, quando serve, ridurle in maniera strutturata, qualificata e sistematica. È tempo di rendere la revisione delle politerapie una pratica standard del Servizio Sanitario Nazionale. Perché ogni farmaco giusto è una cura, ma ogni farmaco inutile è un rischio».

È tempo di rendere la revisione delle politerapie una pratica standard

Per dare risposte operative, la SIF, insieme a dieci società scientifiche italiane, ha elaborato già nel 2023 il Documento inter-societario per l’implementazione dei servizi di Medication Review e Deprescribing, una roadmap nazionale che propone strumenti e procedure per ottimizzare le terapie nei diversi contesti assistenziali, dalla medicina generale all’ospedale, fino alle strutture residenziali per anziani.

In questo documento, elaborato da un gruppo multidisciplinare che riunisce farmacologi, geriatri, internisti e medici di medicina generale, la SIF presenta di fatto la “ricetta” per attuare concretamente il deprescribing: un percorso in quattro fasi — dalla valutazione del paziente al monitoraggio continuo delle terapie – per ridurre in modo pianificato i farmaci potenzialmente inappropriati e migliorare sicurezza e qualità di vita dei pazienti.

In un documento inter-societario vengono presentate misure concrete per attuare il deprescribing

«Fare deprescribing non significa togliere cure, ma restituire appropriatezza», conclude Trifirò. «Meno farmaci non vuol dire meno attenzione: significa più sicurezza, più salute e più sostenibilità».

A sottolineare l’impegno della Società Italiana di Farmacologia interviene anche il Presidente, Armando Genazzani: «La farmacologia ha oggi una responsabilità chiave: favorire un uso più intelligente e mirato delle terapie. Serve una cultura della prescrizione basata sull’evidenza reale, che valorizzi la collaborazione tra medici, farmacisti e pazienti. La SIF continuerà a promuovere ricerca, formazione e dialogo interdisciplinare per rendere la cura sempre più sicura, efficace e sostenibile».

A tal riguardo, già lo scorso anno la SIF ha promosso tramite webinar la “Giornata di studio sui servizi di Medication Review e Deprescribing”, che sarà riproposta quest’anno per gli specializzandi di farmacologia e tossicologia clinica, così come per tutti i professionisti sanitari interessati.

La SIF richiama, infine, tutte le società scientifiche e i professionisti sanitari, ognuno per la propria parte di competenza, a collaborare per affrontare in modo condiviso il problema della polifarmacoterapia inappropriata. Solo un impegno congiunto potrà garantire ai pazienti terapie realmente efficaci, sicure e sostenibili.