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A Roma l’Accademia dei Direttori SIMEU: due giorni per ripensare l’Emergenza-Urgenza nel SSN

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Anche quest’anno si è svolta a Roma la nuova edizione dell’incontro annuale dell’Accademia dei Direttori di Medicina d’Emergenza-Urgenza organizzata da SIMEU, l’appuntamento annuale che ha riunito chi porta sulle spalle la responsabilità (e il peso crescente) della gestione delle strutture ospedaliere dell’Emergenza-Urgenza in Italia.

I lavori sono iniziati nel pomeriggio del 20 novembre con una tavola rotonda dal titolo “L’Emergenza Urgenza nel Servizio Sanitario Nazionale: la buona sanità non si nasconde”, con Simona Ravizza come moderatrice che ha aperto la discussione evidenziando diverse criticità del nostro SSN. Un confronto pensato per ribadire come la qualità dell’assistenza continui a essere garantita grazie all’impegno quotidiano di professionisti del SSN e per mettere in luce criticità e proposte di soluzione.

Un confronto per ribadire la qualità dell’assistenza e proporre soluzioni concrete alle criticità emergenti

Nel suo discorso di avvio dei lavori, il Presidente Riccardi ha parlato dei tanti nodi da sciogliere nel rapporto tra Emergenza-Urgenza, sanità pubblica e decisori politici. Dal boarding alla fuga dei medici dal Pronto Soccorso, agli accessi non appropriati, fino alla carenza di organico e alla responsabilità penale. Ha poi ribadito l’impegno SIMEU per il riconoscimento del lavoro usurante ai professionisti dell’Emergenza-Urgenza. «La retorica degli eroi è finita, ora va costruito un sistema in cui i professionisti, infermieri compresi, siano riconosciuti come specialisti con un ruolo e competenze precise. Un lavoro rispettato e rispettabile».

Un servizio di alto livello come garanzia per i cittadini

Diversi gli interventi alla tavola rotonda, come quelli di Paolo Petralia della FIASO, Cecilia Becattini della SIMI, Annalisa Mandorino di Cittadinanzattiva, Antonio Gaudioso e Fabio De Iaco, past president e responsabile dell’Accademia dei Direttori SIMEU. Si è parlato di comunicazione, case di comunità e medicina di prossimità, di diritto alla salute e della relativa spesa come “costituzionalmente necessaria”, dell’importanza delle diverse competenze e di quanto sia urgente una visione d’insieme, una sinergia. Perché nel 2025 in ospedale nessuno può lavorare da solo e il PS non può rispondere a tutti i bisogni di cura dei cittadini.

La prima giornata si è conclusa con una sessione scientifica dedicata alle raccomandazioni della recente Consensus Conference SIMEU “La gestione del dolore nelle non-urgenze: dal triage alla dimissione”, con l’obiettivo di approfondire i contenuti del documento e verificare quanto risultino applicati nella pratica dei Pronto Soccorso.

Pronto soccorso sotto pressione, organici in affanno: il 69% delle strutture sotto il 75% di copertura

Nei giorni 18 e 19 novembre 2025 la SIMEU ha realizzato un’indagine istantanea su circa 50 Pronto Soccorso del Servizio Sanitario Nazionale. Il campione, selezionato per numero di strutture e volumi di accesso (oltre 2,3 milioni nel 2024), rappresenta circa il 12% del totale nazionale. Una quota considerata significativa anche per la distribuzione dei livelli: 26% DEA di II livello, 63% DEA di I livello, 11% strutture di Pronto Soccorso.

Senza soluzioni strutturali, il sistema continuerà a dipendere da prestazioni aggiuntive e professionisti esterni

Ai Direttori delle strutture è stato chiesto di indicare la copertura dell’organico medico prevista per gennaio 2026, periodo in cui peserà la scadenza di diversi contratti stipulati con società di servizi o nati in epoca pandemica. Le risposte mostrano una situazione ancora critica:

  • 31% delle strutture prevede una copertura dell’organico superiore al 75%
  • 39% avrà tra il 50% e il 75% del personale necessario
  • 26% scenderà sotto il 50%
  • nel 4% dei casi l’organico sarà inferiore al 25%.

«Questi dati evidenziano come il 69% dei Pronto Soccorso preveda una copertura organica inferiore al 75%, con il 30% addirittura sotto il 50%», dichiara il presidente Riccardi. Una fotografia che, pur mostrando un leggero miglioramento rispetto agli anni precedenti, conferma la persistente crisi del personale medico. «Senza soluzioni strutturali – aggiunge – sarà inevitabile continuare a ricorrere a prestazioni aggiuntive o a professionisti con contratti esterni al SSN».

L’emergenza silenziosa della salute mentale

Una parte dell’indagine si concentra su aspetti meno discussi ma sempre più rilevanti nell’attività quotidiana dei Pronto Soccorso: le urgenze psichiatriche e la gestione dei codici rosa.

Per quanto riguarda la salute mentale, il quadro appare frammentato. Nel 54% delle strutture è attiva una guardia specialistica psichiatrica, nel 33% è prevista una reperibilità e nel 13% non è disponibile alcun intervento dedicato. «È un problema noto ma ancora irrisolto – osserva Fabio De Iaco. Il disagio psichico è in crescita, mentre le risorse non tengono il passo».

Le consulenze psichiatriche richieste nel 2024 ammontano a 40.000 nei PS del campione, pari a quasi il 2% degli accessi. Estendendo il dato a livello nazionale, si arriva a una stima di circa 350.000 interventi psichiatrici urgenti all’anno.

Il 10% delle consulenze psichiatriche del 2024 ha riguardato persone sotto i 18 anni

L’allarme cresce ulteriormente sul fronte degli adolescenti: se il 67% delle strutture ha un reparto psichiatrico interno, la possibilità di ricoverare persone minorenni con disturbi comportamentali scende al 39%. «Il 61% dei PS non ha alcuna possibilità di ricovero per un’adolescente» sottolinea Giovanni Noto, dell’Ufficio di Presidenza SIMEU. Tra le strutture abilitate, l’11% ha reparti di neuropsichiatria infantile, il 9% ricovera in reparti per adulti e il 19% in pediatria. Un ulteriore elemento critico: il 10% delle consulenze psichiatriche del 2024 ha riguardato persone sotto i 18 anni.

Codici rosa: un impegno enorme, non sempre sostenuto da risorse adeguate

Sul tema della violenza di genere, l’indagine registra nel campione poco più di 3.000 codici rosa nel 2024, un dato stabile dal 2022. Applicando la stessa incidenza a livello nazionale si arriva a una proiezione di circa 250.000 codici rosa nei PS all’anno.

«Il codice rosa è un evento complesso, in cui la parte clinica è solo una componente del percorso» sottolinea Antonella Cocorocchio, responsabile nazionale dell’Area Infermieristica della società scientifica. L’assistenza richiede spesso l’attivazione di percorsi di protezione, la disponibilità di luoghi sicuri, il coinvolgimento dei servizi sociali, anche in presenza di bambini.

Una fotografia che chiede risposte

L’indagine delinea quindi un sistema che continua a sostenere un carico crescente con strumenti spesso insufficienti. «Alle difficoltà legate alla carenza di personale, al fenomeno del boarding e all’aumento degli accessi – conclude Mirko Di Capua, segretario nazionale SIMEU – si sommano criticità che intrecciano aspetti clinici, sociali e assistenziali. Il disagio psichico e la violenza di genere sono solo due dei segnali più evidenti».

Un quadro che, pur richiedendo altri approfondimenti, conferma l’urgenza di interventi strutturali per sostenere chi lavora ogni giorno nei Pronto Soccorso e garantire risposte adeguate alle persone che vi accedono.

Manovra, sulla sanità poche misure di sistema o di governance

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La bozza della manovra finanziaria continua il suo iter che la porterà a diventare legge dello Stato entro fine anno. E TrendSanità la segue passo passo, con l’intento di raccontare le sue evoluzioni e trasformazioni al passaggio nelle aule parlamentari.

Dopo la presentazione dello schema base della legge, i diversi schieramenti politici hanno avuto modo di presentare i propri emendamenti – un numero che è partito da oltre seimila per arrivare a poche centinaia – che passeranno al vaglio della V Commissione del Senato e poi saranno votati dal Parlamento. Ma la sanità, che in prima battuta sembrava essere uno dei tavoli su cui si giocava il grosso della Finanziaria, è stata retrocessa da protagonista a semplice comparsa. Almeno per il momento.

Sanità e salute

Tra i diversi capitoli, quelli relativi a sanità, salute e affini dovevano farla da padrona, nell’ambito del dialogo politico per la definizione della nuova legge di Bilancio. E in effetti in un primo momento maggioranza e opposizione avevano presentato un numero di emendamenti davvero corposo. Del resto, si sa, toccare la salute fa sempre presa sull’elettorato, che immagina che l’agone politico si concentri molto proprio sui temi che toccano direttamente i cittadini. Non ultimo l’aspetto del finanziamento disponibile per il Servizio sanitario nazionale. Tutto al netto del balletto delle cifre del corposo investimento (6,7 miliardi di euro) sciorinato dal Governo in piazze e trasmissioni Tv e ridimensionato dai tanti tecnici ed esperti che con i numeri ci lavorano e che, scevri da un colore politico di appartenenza, hanno rilevato che ci attestiamo – euro più euro meno – a 2,4 miliardi.

Per il momento la sanità è passata da protagonista a semplice comparsa

Moltissimi sono stati i temi toccati dagli emendamenti presentati inizialmente, sia gruppi parlamentari sia da monofirmatari, dal finanziamento per la sanità alle terapie innovative, dalla sanità digitale ai tetti di spesa per farmaceutica e dispositivi medici, toccando payback e farmacie.

Poco rimane, purtroppo, per la sanità e la salute degli italiani, dopo un primo riconfronto politico, stando al Fascicolo provvisorio degli emendamenti segnalati, depositato alle 22:30 del 19 novembre.

In questo articolo vi presentiamo la situazione attuale, mettendola a confronto con quella che si prospettava solo alcuni giorni fa, senza la pretesa di essere esaustivi, ma presentando le proposte che a nostro giudizio potevano essere tra le più significative. E con l’avvertenza che nelle settimane che ci separano dalla conversione della bozza della manovra in legge dello Stato molto potrebbe accadere. Potendo infatti il Parlamento, che dovrà esprimersi su questo disegno di legge, ripescare emendamenti che in prima battuta sembravano essere diventati lettera morta.

Ma andiamo con ordine.

Fondo sanitario nazionale: le proposte di incremento

Dal momento che la tenuta del nostro Ssn si basa sulla dotazione del Fondo sanitario, cioè del bacino di finanziamenti su cui la sanità pubblica può contare per pagare beni, farmaci e servizi da erogare ai cittadini secondo i principi di universalità ed equità previsti dall’articolo 32 della Costituzione, la politica aveva proposto di incrementare le previsioni di investimento che lo Stato dedica proprio alla sanità. E quindi, aumentare i 2,4 miliardi previsti dalla bozza della legge di Bilancio. Anche se si condivideva un aumento progressivo nel tempo a partire dal 2026, il quantum non era uniformemente uguale per tutti. C’era chi proponeva 10.500 milioni per il 2026, 14.200 milioni per il 2027 e 14.700 milioni dal 2028 (Magni, De Cristofori e Cucchi) e chi invece era di manica più stretta e proponeva 6.400 milioni per il prossimo anno invece dei 2.400 previsti, 6.650 per i due anni successivi (Castellone, Mazzella, Damante, Pirro) e chi stava nel mezzo con la proposta di 2,65 miliardi per il 2026 e 3,079 miliardi dal 2027 (Paroli, Lotito).

Il tema del reperimento dei fondi rimane centrale nella discussione della manovra per il prossimo anno

Di tutto questo, oggi rimane solo una sintesi. Quella di Paroli e Lotito, che propone di aumentare il fondo sanitario da 2.400 a 2.829 milioni nel 2026 e da 2.650 a 3.079 per il 2027. Sintesi che Boccia, Patuanelli, De Cristofaro, Paita indicano in un “incremento del livello del finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale standard” […] “tale da raggiungere gradualmente una percentuale di finanziamento annuale non inferiore al 7,5 per cento del Pil, il livello del finanziamento del fabbisogno sanitario nazionale standard cui concorre lo Stato è ulteriormente incrementato di 2.500 milioni di euro per l’anno 2026, di 3.000 milioni di euro per l’anno 2027 e di 5.000 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2028”.

Ma si sa che la coperta è corta e, qualunque possa essere l’incremento di spesa sanitaria, dove si reperiranno i fondi? La politica in questo caso pare coesa nella sua proposta, che ricade per molti proponenti sulla riduzione del fondo per gli interventi strutturali per la politica economica di cui, come si legge negli emendamenti “all’articolo 10, comma 5, del decreto-legge 29 novembre 2004, n. 282, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 dicembre 2004, n. 307, è ridotto di 429 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2026”. Anche se Mazzella, Damante, Pirro, Castellone, Guidolin avevano suggerito anche di attingere le risorse necessarie dal settore degli armamenti attraverso “un’imposta straordinaria, a carattere temporaneo, a carico dei soggetti che esercitano, nel territorio dello Stato, attività di produzione, vendita, importazione e commercializzazione di beni e prodotti inerenti il predetto settore”.

Emergenza-Urgenza: no a indennità, esclusività e fiscalità agevolata

Praticamente scomparse le previsioni di modifica inerenti il sostegno al bistrattato universo dell’Emergenza-Urgenza. E così, stralciate le proposte di modifica alla bozza della Legge di Bilancio riguardanti coloro che lavorano nei Pronto Soccorso (Ps) – medici, sanitari e infermieri del Sistema di Emergenza Territoriale che avrebbero potuto veder valorizzate le proprie condizioni di lavoro “nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale, nei limiti dell’importo complessivo di 50 milioni di euro annui a decorrere dal 2026, una specifica indennità di natura accessoria correlato al rischio ambientale e biologico”.  Niente di fatto anche per la dirigenza medica di Ps e per i reparti di Emergenza-Urgenza che avrebbero potuto vedere “un’indennità di esclusività nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale raddoppiata, nei limiti dell’importo complessivo di 100 milioni di euro annui a decorrere dal 2026”. Con l’interessante proposta che i “compensi erogati per lo svolgimento delle prestazioni aggiuntive dal personale del Sistema di Emergenza Territoriale 118” siano “soggetti a una imposta sostitutiva dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e delle addizionali regionali e comunali pari al 15 per cento, nei limiti dell’importo complessivo di 15 milioni di euro annui a decorrere dal 2026”.

Case e Ospedali di Comunità, personale e nuove deroghe

Cadute anche le interessanti proposte su cui la politica si era espressa a favore del nodo tanto discusso della necessità di riempire di professionalità le case e gli ospedali di comunità, che rappresentano alcuni dei pilastri della nuova concezione di sanità territoriale, finanziata anche grazie al Pnrr. Depennato l’emendamento di Mazzella, Damante, Pirro, Castellone e Guidolin che proponeva di andare in “deroga ai vincoli in materia di spesa di personale previsti dalla legislazione vigente”, dedicando “150 milioni di euro per l’anno 2026, 300 milioni di euro per l’anno 2027, 500 milioni di euro per l’anno 2028 e 1.000,00 milioni di euro a decorrere dall’anno 2029 a valere sul finanziamento del Servizio sanitario nazionale, “con riferimento ai maggiori oneri per la “la spesa di personale dipendente”.

Cadute anche le principali proposte sulle professionalità da dedicare alle Case e Ospedali di Comunità

Stessa sorte, sempre in tema di salute e territorio, per quanto ipotizzato da Lorenzin, Misiani, Zampa, Manca, Camusso, e Zambito che avrebbero voluto istituire un “Fondo strutturale per l’assistenza territoriale, con una dotazione di 1.100 milioni di euro annui a decorrere dal 2026, destinato a garantire la sostenibilità e la piena operatività delle Case della Comunità, degli Ospedali di Comunità e delle Centrali Operative Territoriali realizzati nell’ambito del Pnrr”. Investimenti che avrebbero potuto anche “finanziare modelli di presa in carico integrata sviluppati in collaborazione tra medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, medici ospedalieri, infermieri, professionisti sanitari e sociali, enti locali e soggetti del Terzo Settore, per assicurare continuità assistenziale e prossimità dei servizi”.

Idem come sopra la sorte del potenziamento della sanità di prossimità ipotizzato da Zampa, Manca, Camusso e Zambito che indicavano che la strada da percorrere fosse quella di autorizzare “la spesa di 50 milioni a decorrere dall’anno 2026” da dedicare “ai medici di medicina generale e ai laureati in medicina e chirurgia abilitati all’esercizio professionale, iscritti al corso di formazione specifica in medicina generale” che si vedrebbero “assegnati gli incarichi convenzionali relativi agli ambiti territoriali vacanti, in via subordinata rispetto ai medici in possesso del relativo diploma e agli altri medici aventi, a qualsiasi titolo, diritto all’inserimento nella graduatoria regionale in forza di altra disposizione, prevedendo la corresponsione, del trattamento economico previsto dall’accordo collettivo nazionale”.

Personale sanitario: niente incentivi contro la fuga verso il privato

Dato per assodato che uno dei nodi da sciogliere in tema di sanità territoriale (e non) è proprio quello del personale, anche la politica ne ha preso coscienza e aveva messo sul tavolo la possibilità di incentivare economicamente le professioni sanitarie così da contrastare il deleterio spillover verso il privato e persino verso altri Paesi, a cui assistiamo ormai da tempo. E così la soluzione sarebbe potuta essere quella di gratificare solo coloro che “non esercitano la possibilità di cui all’articolo 13 del decreto legge 30 marzo 2023, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 maggio 2023, n. 56”, cioè coloro che restano fedeli al rapporto di lavoro con la sanità pubblica, con “un’indennità di esclusività del rapporto di lavoro, a valere sul trattamento economico fondamentale, disciplinata dalla contrattazione collettiva nazionale del comparto della sanità pubblica per il triennio 2025-2027, nel limite di 750 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2026”. Anche in questo caso nulla di fatto.

BTP Sanità: un nuovo modello di finanziamento del personale

Rimane invece nella lista degli emendamenti che la Commissione V e il Parlamento dovranno valutare una proposta di particolare interesse: l’emendamento ora a firma Gasparri (in origine Mennuni) che propone un nuovo sistema di finanziamento della spesa per il personale sanitario. Si tratta di istituire dei nuovi buoni del Tesoro chiamati “BTP Sanità” finalizzati “esclusivamente al finanziamento delle spese relative al personale del Ssn, comprese le assunzioni, la stabilizzazione del personale con contratto a tempo determinato, l’incremento delle ore del personale convenzionato e lo sviluppo delle équipe territoriali multidisciplinari”, “con particolare riferimento all’assistenza territoriale e ai servizi distrettuali”. La raccolta di finanziamenti concorrerebbe a costituire il “Fondo per il personale del Servizio sanitario nazionale territoriali, con dotazione variabile in funzione delle sottoscrizioni dei titoli obbligazionari, e sarebbe ripartito annualmente tra le Regioni e le Province autonome” in concerto tra Salute e Tesoro “sulla base dei fabbisogni assistenziali territoriali e delle carenza di personale”.

Terapie avanzate: no a a fondo sperimentale, HTA e modelli di pagamento

Nulla di fatto per uno degli emendamenti, a nostro avviso meglio scritti, che riguardava le terapie avanzate. Trattasi di quello proposto dalla compagine Zaffini, Zullo, Cantù e Ambrogio che lanciavano l’idea di un fondo sperimentale di cinque anni dedicato alle Atmp, con una “dotazione iniziale pari a euro 80.000.000” per il “rimborso dell’acquisto dei medicinali per terapie avanzate”. Nulla di nuovo in termini di misura (un fondo) da adottare.

Ciò che invece pareva più interessante era la previsione di creare una valutazione di Hta rispetto alla “misurazione dei risparmi generati per il Ssn dalla somministrazione dei medicinali per le terapie avanzate che hanno accesso al Fondo”, “calcolati sulla base di un monitoraggio degli effetti del loro utilizzo sul costo del percorso terapeutico assistenziale complessivo”.

Nulla di fatto per le proposte riguardanti le Atmp (Advanced Therapy Medicinal Products – Prodotti Medicinali di Terapia Avanzata)

Ancora più interessante il fatto che la proposta prevedesse la definizione da parte di Aifa di “criteri di accesso al Fondo, valorizzando la riduzione del ricorso ad altre prestazioni rese da enti e professionisti del Ssn ai pazienti, con conseguente riduzione dei costi per il sistema; la riduzione delle perdite di produttività relativamente a coloro che si trovano in età lavorativa, con relativi benefici per il sistema previdenziale e il sistema economico in generale; gli impatti organizzativi positivi per le organizzazioni sanitarie modificando in modo rilevante i processi assistenziali; l’impatto significativo sulla qualità della vita dei pazienti, delle famiglie dei pazienti e dei loro caregiver”.

Non ultimo, di interesse per le imprese farmaceutiche titolari dell’Aic dell’Atmp il fatto che esse potessero definire con Aifa “modelli negoziali di pagamento pluriannuali condizionati ai risultati clinici attesi” e il fatto che “le terapie avanzate che hanno accesso al Fondo restano escluse … dal calcolo dell’ammontare complessivo della spesa farmaceutica per gli acquisti diretti ai fini del rilevamento del superamento del tetto e dalla determinazione della quota di mercato a carico della rispettiva azienda farmaceutica titolare Aic”.

Aifa: niente potenziamento con 150 nuove assunzioni

Scomparso anche un emendamento importante, proposto da Zaffini, Zullo, Cantù e Gelmetti che vedeva protagonista l’Aifa. L’idea era di favorire il potenziamento dell’organico dell’agenzia regolatoria, permettendo l’assunzione a tempo indeterminato entro i prossimi due anni di “94 dirigenti di cui 20 dirigenti medici, 74 dirigenti sanitari di altre professionalità, 47 funzionari e 9 assistenti”. Un totale di 150 nuove unità i cui stipendi si ipotizzavano pagati grazie a una “spesa massima di euro 8.485.032, per l’anno 2026, e di euro 16.970.064, a decorrere dall’anno 2027, cui si provvede mediante le risorse disponibili nel bilancio dell’Aifa, per ciascun anno, destinate alle spese di funzionamento, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”.

Farmaci orfani, innovativi e accesso precoce

Avrebbe interessato molto sia i pazienti sia le aziende farmaceutiche con prodotti di frontiera l’emendamento, purtroppo cassato, proposto da Zambito, Zampa, Manca e Camusso sulle “Misure per favorire l’accesso e la rimborsabilità precoce dei farmaci orfani”.  

In sostanza, la proposta prevedeva un “accesso e rimborso anticipato con conguaglio” a “livello nazionale” per “medicinali orfani o destinati a patologie per cui non siano disponibili alternative terapeutiche, first in class e best in class, immediatamente dopo l’approvazione dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema)”.

Nonostante la valenza sociale dei farmaci orfani riconosciuta dalle diverse forze politiche sono state stralciate diverse proposte

In sintesi, i titolari di questi farmaci avrebbero potuto fare richiesta di accesso precoce ad Aifa subito dopo l’approvazione di Ema, avendo la facoltà di definire liberamente il prezzo di rimborso da parte del Ssn. Nel frattempo, da un lato i pazienti avrebbero potuto ricevere il farmaco e contestualmente sarebbe iniziata la negoziazione del prezzo-rimborso con Aifa. Qualora il prezzo concordato fosse stato inferiore a quello liberamente definito dal produttore, quest’ultimo avrebbe dovuto restituire l’eccedenza al Ssn.

Un emendamento, questo, che era stato proposto con minime differenze anche da Gelmetti, Mennuni, De Priamo, Murelli, Cantù, Minasi, Dreosto, Testor, Ronzulli e Lotito; un chiaro segnale che la valenza sociale dei farmaci orfani è ben chiara e percepita come pregnante dalle diverse forze politiche.

Simile a quello per i farmaci orfani anche lo scheletro dell’emendamento che era stato proposto da Pirro, Mazzella, Damante e Castellone per l’accesso precoce ai farmaci innovativi. Ripreso anche da Minasi, Murelli, Cantù, Dreosto e Testor.

Spesa farmaceutica: resta solo l’incremento del tetto per la diretta 

Tempo di parziali vacche magre anche in tema di politica farmaceutica, che era al centro dell’emendamento presentato da Lotito e Paroli relativo ai tetti di spesa per il farmaco. Se questa proposta fosse rimasta invariata si sarebbe potuto sperare nell’aumento di tutti i tetti di spesa per i farmaci: “tetto della spesa farmaceutica per acquisti diretti crescerebbe dello 0,50 per cento per il 2026, dello 0,60 per cento per il 2027 e dello 0,70 per cento dal 2028”. Invece il tetto per la farmaceutica convenzionata sarebbe stato “incrementato dello 0,05 per cento”. Il tutto al costo stimato di 420 milioni di euro, che i proponenti proponevano dover trovare copertura dall’incremento del fondo sanitario. Ciò che resta invece, per ora, è il solo aumento per la farmaceutica diretta +0,50 per cento per il 2026, a valere sul fondo per interventi strutturali di politica economica.

Dispositivi medici: per il payback solo un Tavolo

Erano comparse tra gli emendamenti anche alcune voci relative ai dispositivi medici, il cui tetto di spesa Murelli, Garavaglia, Minasi, Cantù, Dreosto e Testor proponevano di aumentare “dello 0,2 per cento per ogni per ciascuno degli anni 2026, 2027 e 2028” – per Lorenzin e Misian invece andava “incrementato di 0,3 punti percentuali per il 2026, di 0,4 punti per il 2027 e di 0,5 punti a decorrere dal 2028” – ferme restando “le procedure per la determinazione dei tetti regionali previste” e il fatto di trovare la copertura finanziaria con l’aumento del fondo sanitario.  Purtroppo nulla di fatto.

Così come è accaduto alle proposte per sciogliere il nodo del payback pregresso avanzate da Zambito, Zampa e Camusso che proponevano che “ai fini del ripiano dello scostamento dal tetto di spesa dei dispositivi medici”,  “relativi agli anni 2019, 2020, 2021, 2022 e 2023” […] “le aziende fornitrici di dispositivi medici assolvano i propri obblighi mediante il versamento, in favore delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano, della quota del 25 per cento degli importi indicati nei provvedimenti regionali e provinciali”, “riferiti agli anni 2019-2023”. Il tutto spendendo “450 milioni di euro a valere sui risparmi di spesa e le maggiori entrate derivanti dalla rimodulazione e dall’eliminazione dei sussidi dannosi per l’ambiente”.

In tema di medical device resta solo l’unica proposta che non prevede un aumento di spesa: l’istituzione “presso il ministero dell’Economia e delle Finanze, di un Tavolo permanente sul payback sui dispositivi sanitari”.

Digital health e intelligenza artificiale, queste sconosciute

Non si ha più traccia nemmeno delle tante, talvolta variopinte, proposte emendative in tema di sanità digitale.

Come l’emendamento firmato da Furlan e Paita che dedicava tre milioni di euro dal prossimo anno a un fondo “per incentivare l’acquisto, da parte dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta, di servizi o soluzioni digitali per la gestione automatizzata degli appuntamenti, la comunicazione con i pazienti e l’effettuazione di prestazioni base di telemedicina, quali la televisita”. Obiettivo di medio-lungo periodo di questa proposta, la riduzione degli accessi impropri in Pronto Soccorso e di contribuire allo smaltimento delle liste di attesa.

No a Zambito, Zampa e Camusso, che dal canto loro proponevano “al fine di potenziare la strumentazione digitale a supporto dei medici, degli odontoiatri e degli psicologi,” e per agevolare “l’adozione di applicazioni di intelligenza artificiale finalizzate alla semplificazione delle attività cliniche e amministrative del professionista sanitario”, di mettere cinque milioni a disposizione del ministero della Salute per “riconoscere, in via sperimentale, un contributo per le spese da sostenersi nel 2026 per l’acquisto di soluzioni di intelligenza artificiale” da parte di “medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, psicologi, medici specialisti e odontoiatri di età inferiore a quaranta anni”. Con un limite complessivo di 100 euro di contributo per il singolo professionista. Tetto che, invece, Murelli, Minasi, Cantù, Dreosto, Testor indicavano a 1.000 euro.

Niente nemmeno per la cordata Lorenzin, Misiani, Zampa, Manca, Camusso, Zambito  che proponeva di destinare 500 milioni di euro per un Fondo per la sanità digitale e l’intelligenza artificiale “finalizzato a completare l’interoperabilità del Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 e sviluppare la cartella sanitaria unica nazionale; sostenere progetti di IA applicata alla prevenzione, alla diagnostica e alla gestione dei percorsi clinici ospedalieri e territoriali; promuovere la formazione digitale di medici ospedalieri, medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, infermieri, operatori sociosanitari e cittadini”.

Niente di fatto anche per la curiosa proposta presentata da Gaudiano, Damante, Pirro, Castellone, Mazzella, Guidolin: l’istituzione di cabine di teleconsulto medicale nelle aree di servizio autostradali. Una spesa di cinque milioni di euro che avrebbe permesso ai cittadini di accedere a servizi quali teleconsulti, teleassistenza e monitoraggio clinico mentre fanno una sosta tra una sessione di guida e l’altra.

Malattie rare: resta la diagnosi genomica

Resta qualcosa invece dei diversi gli emendamenti presentati in tema di malattie rare. Se non è rimasta la proposta della politica di “dare piena attuazione al Piano Nazionale Malattie Rare 2023-2026″ autorizzando “una spesa di 25-50 milioni di euro, a seconda delle ipotesi presentate da diversi emendamenti, per l’anno 2026 a valere sul Fondo sanitario nazionale”, è ancor presente quella relativa all’istituzione di un Fondo per i test di Next-Generation Sequencing per la diagnosi delle malattie rare “con una dotazione pari a 5 milioni di euro per ciascuno degli anni 2026, 2027 e 2028”, dedicati “al potenziamento dei test di Ngs di profilazione genomica come indagine di prima scelta o come approfondimento diagnostico nelle malattie rare per le quali sono riconosciute evidenza e appropriatezza, o nei casi sospetti di malattia rara non identificata”.

Demenze e cronicità dimenticate

Nonostante la cronicità, anche legata all‘aumento dell’età della popolazione italiana, sia tra le problematiche di maggiore impatto non solo in termini di spesa ma anche di governance sono sparite le proposte di Mazzella, Damante, Pirro, Castellone e Guidolin a sostegno delle persone con demenza, attraverso “l’aggiornamento e il monitoraggio del Piano Nazionale Demenze”, e di coloro che sono affette da patologie croniche attraverso “l’aggiornamento e il monitoraggio del Piano Nazionale Cronicità”. Ciascuna delle due proposte prevedeva un investimento di “200 milioni di euro per il 2026, 2027 e 2028”.

Ricerca sanitaria non considerata

Non esenti dagli stralci nemmeno le proposte emendative riguardanti i finanziamenti alla ricerca. Vedasi l’emendamento che prevedeva 40 milioni di euro per finanziare la “ricerca corrente del ministero della Salute per gli Irccs pubblici e privati” e di “5 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2026 per gli Izs”.

Farmacie di comunità: verso il riconoscimento come strutture sanitarie

Resta invece ben salda la proposta della politica sul ruolo delle farmacie di comunità in qualità di vero e proprio tassello della sanità territoriale, non solo dispensatrice di medicinali, ma anche erogatrice di servizi sanitari di valore sociale. E così rimane il fatto che: “Le farmacie pubbliche e private operanti in convenzione con il Servizio sanitario nazionale sono riconosciute come strutture eroganti prestazioni sanitarie e socio-sanitarie ai sensi del decreto del Presidente del Consiglio dei 16 ministri 12 gennaio 2017, previa autorizzazione all’esercizio e accreditamento istituzionale in conformità con quanto previsto dal decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502, e nel pieno rispetto dei principi di cui agli articoli 3 e 32 della Costituzione, anche in sinergia con gli altri professionisti sanitari”.

Ma la cosa più interessante, e che certamente farà discutere, è l’introduzione di un nuovo emendamento presentato da Manca per modificare la legge 362/1991 sulle farmacie per favorire le possibilità di partecipazione societaria nelle farmacie, consentendo partecipazioni indirette di soggetti pubblici e privati oggi limitati.

In buona sostanza la volontà è quella di aprire una deroga ai divieti dell’attuale legge, consentendo alcune partecipazioni indirette, oggi non ammesse. Che tradotto significa che si aprirebbe la porta a maggiori partecipazioni societarie, ma a condizione di alzare gli standard anticorruzione e di separazione.

La previsione sarebbe infatti di introdurre regole di trasparenza, separazione e anticorruzione per evitare conflitti d’interesse (es. comparaggio); e introdurre un obbligo di responsabilità sociale d’impresa per le grandi società titolari di farmacie, destinando fino allo 0,20% degli utili a progetti sociali a favore di anziani, disabili e fragili nei piccoli comuni.

In conclusione, per ora…

Delle migliaia di proposte depositate inizialmente e poi ampiamente ridimensionate, restano solo quelle attuabili con minima o nulla spesa, così da evitare di dover aumentare il fondo sanitario.

Anche se la sanità non può più essere terreno di scontro, ma banco di prova della credibilità del Paese. Perché, oltre la contabilità della manovra, c’è un solo bilancio che conta davvero: quello della salute dei cittadini.

Del resto, se ben indirizzati, gli investimenti e le riforme oggetto di confronto politico potrebbero essere l’inizio di una stagione diversa: più digitale, più vicina ai territori, più attenta alle fragilità e all’equità di accesso alla salute. L’occasione c’è. Sta ora alla politica dimostrare di saperla trasformare in futuro.

La Nuova Era dell’HTA: le regole del gioco

La seconda giornata del XVIII Congresso Nazionale SIHTA è stata tutta dedicata ai regolamenti e alle loro traiettorie di sviluppo.

Le plenarie

Si parte con il mondo dei Dispositivi medici. La prima plenaria “La nuova Governance dei DM” ha analizzato l’impatto dei nuovi percorsi di immissione sul mercato dei dispositivi medici a livello europeo e nazionale, con particolare attenzione alla valorizzazione del ruolo, strategico, del settore Medtech e alla necessità di politiche capaci di garantire sicurezza, efficacia, attrattività e rapidità di accesso per i pazienti.

Ne hanno discusso Americo Cicchetti, Commissario Straordinario AGENAS, Francesco Saverio Mennini, Capo dipartimento alla programmazione del Ministero della Salute, Guido Beccagutti, direttore generale Confindustria DM, Alessandra Basilisco, Ministero della Salute, Alfredo Marchese, Presidente GISE, Umberto Nocco, presidente AIIC, Daniela Seneca, Bsi group.

Così Stefano Giardina, consiglio direttivo SIHTA: “Governare il settore dei DM richiede di trovare il giusto equilibrio tra garantire efficacia e sicurezza e la tempestiva disponibilità dell’innovazione per i pazienti. È emerso oggi chiaramente che è necessario armonizzare gli aspetti regolatori e di HTA a livello europeo e nazionale per ottimizzare l’accesso alle innovazioni dirompenti. L’idea di un fondo per i dispositivi medici innovativi indicata dal Ministero della Salute può sicuramente costituire il tassello mancante per portare l’innovazione in modo tempestivo, appropriato e sostenibile utilizzando i metodi propri dell’HTA”.

La seconda giornata del XVIII Congresso Nazionale SIHTA è stata dedicata ai regolamenti HTA per i farmaci e i dispositivi medici e alle loro traiettorie di sviluppo

La seconda plenaria è stata “Farmaci e Regolamento HTA: la svolta”, e qui si è discusso di come il Regolamento europeo HTA, ormai in vigore dal 12 gennaio 2025, rappresenti una concreta svolta per tutto il settore e di come il Joint Clinical Assessment europeo si tradurrà nei processi e negli esiti nazionali. La sessione ha affrontato il ripensamento dei processi HTA in Italia, il dialogo tra AIFA e sviluppatori, e la coerenza tra programmazione, valutazione e accesso ai farmaci innovativi.

Ne hanno discusso Francesco Saverio Mennini, Capo dipartimento alla programmazione del Ministero della Salute, Marco Marchetti, direttore Uoc HTA di Agenas, Pierluigi Russo, direttore tecnico scientifico di Aifa, Fausto Bartolini, Direttore Dipartimento Assistenza Farmaceutica Azienda Usl Umbria 2, Anna Lisa Mandorino, Segretario Generale Cittadinanzattiva, Walter Marrocco, Responsabile Scientifico FIMMG, Simona Montilla, Dirigente AIFA e Carlo Riccini, Farmindustria.

 “Il regolamento europeo HTA – ha sottolineato Anna Ponzianelli, del consiglio direttivo SIHTA – ha avuto il chiaro obiettivo di ridurre le duplicazioni delle valutazioni delle tecnologie sanitarie negli Stati membri. Aifa, oggi, a partire dal JCA, si potrà localmente concentrare ancora di più sui domini economici, organizzativi ed etico-sociali. La sfida è quella in cui tutte le Istituzioni, nazionali e regionali, e tutti gli stakeholders del sistema salute, possano realizzare un accesso ai farmaci e all’innovazione sempre più efficace e sostenibile”.

Le parallele

Nel corso della giornata si sono inoltre svolte anche 10 sessioni parallele tra cui: L’aggiornamento dei LEA tra innovazione e disinvestimento cui hanno preso parte, tra gli altri, Anna Lisa Mandorino, segretario generale di Cittadinanzattiva: “Oggi abbiamo parlato del rapporto tra Lea e HTA, che è un rapporto molto virtuoso perché i LEA costituiscono la piattaforma per l’equità dei cittadini. Assicurano quei livelli essenziali di assistenza che devono essere garantiti a tutti, quindi vanno nella direzione dell’accesso. L’HTA va nella direzione di qualificare l’innovazione. Quindi mettere insieme queste due cose significa garantire due diritti che devono sempre andare insieme: il diritto all’accesso e il diritto all’innovazione, perché ovviamente non ci può essere innovazione senza garantire a tutti i cittadini la possibilità di godere di fruire di quella innovazione”.

Altri appuntamenti della giornata sono stati:

  • VBHC procurement. Come portare l’innovazione al paziente, presto e bene
  • Tecnologie digitali per la prevenzione: il progetto EMOTICon-Net
  • La rivoluzione è in atto, ma ci servono dati
  • Il partenariato pubblico/privato a supporto delle valutazioni HTA
  • Il futuro del payback dei dispositivi medici: fabbisogni, innovazione e sostenibilità per una nuova governance
  • La valutazione dei Dispositivi Medici alla luce dei nuovi Regolamenti
  • Il valore dei domini non clinici nell’HTA
  • Approcci metodologici per l’utilizzo dei real-world data nelle valutazioni comparative
  • Come misurare il Valore nella Cura. Il ruolo del clinical costing e della sanità digitale

Oggi 

Il programma della terza, ed ultima, giornata di Congresso prevede una sessione plenaria “HTA nella medicina di prossimità e comunità” alla quale parteciperanno, tra gli altri Maria Rosaria Campitiello, Capo dipartimento alla prevenzione del Ministero della Salute e Walter Bergamaschi, Dg della programmazione del Ministero della Salute, oltre a 4 sessioni parallele e due corsi di formazione.

Suicidio assistito, tra vuoti normativi e divieti al SSN: i rischi di un diritto negato

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Dopo anni di vuoto normativo e interventi della Corte costituzionale, il Parlamento ha avviato la discussione di un disegno di legge che mira a regolamentare il suicidio medicalmente assistito. Il testo unificato, approdato in Senato, nasce dall’accorpamento di sei proposte e intende fissare regole precise in un ambito tra i più delicati: quello del diritto a scegliere come e quando porre fine a una condizione di sofferenza estrema e irreversibile. La bozza di legge, in linea con i principi stabiliti dalla Consulta, introduce una causa di non punibilità per chi presta aiuto al suicidio a determinate condizioni, rafforza l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore e istituisce un Comitato nazionale di valutazione incaricato di verificare i requisiti richiesti. Non mancano però i punti controversi: dalla decisione di escludere il Servizio sanitario nazionale dal percorso, con il rischio di una disparità economica nell’accesso, alla complessità burocratica che potrebbe rallentare le procedure.

Il dibattito, che intreccia aspetti bioetici, giuridici e sociali, si riapre così in tutta la sua urgenza. Ne abbiamo parlato con Mario Riccio, medico anestesista in pensione e consigliere dell’Associazione Luca Coscioni, da sempre impegnata sul fronte dei diritti civili e in prima linea nel rivendicare una legge che garantisca libertà di scelta, tutela e dignità a chi affronta l’ultimo tratto della vita.

Farmaci e protocolli

Nei Paesi dove la morte assistita è legale esistono protocolli precisi. Nei Paesi Bassi, ad esempio, si utilizzano anestetici potenti seguiti da bloccanti neuromuscolari, in Svizzera prevale il ricorso al pentobarbital, per via orale o tramite sondino. In Italia, dove la pratica è stata introdotta più di recente, i casi sono ancora pochissimi e i medici si rifanno soprattutto ai modelli stranieri e alla propria esperienza. La normativa nazionale impone che la persona si autosomministri il farmaco e questo impedisce, di fatto, l’impiego successivo di altri medicinali per accelerare il processo.

A rendere il quadro ancora più complesso è la scarsità di dati scientifici aggiornati su complicazioni, effetti collaterali e tempi di decesso. In questo scenario, ci si chiede se è possibile anche garantire un consenso davvero informato, così come stabilire protocolli condivisi a livello internazionale.

Mario Riccio

«I farmaci utilizzati per la morte medicalmente assistitaspiega Riccio –, che comprende sia l’assistenza al suicidio sia l’atto eutanasico, sono gli stessi comunemente impiegati in anestesia generale. In sostanza, sia nel suicidio assistito che nell’eutanasia si segue la sequenza tipica dell’induzione all’anestesia generale, alla quale però non fa seguito l’intubazione orotracheale e la connessione al ventilatore, come avviene invece in un intervento chirurgico. Per la documentazione disponibile, seppure limitata, si può fare riferimento alle linee guida elaborate nei Paesi Bassi e in Spagna. I principali farmaci indicati sono: per la via orale, il barbiturico Penthotal (non in commercio in Italia, come in molti altri Paesi, aspetto su cui tornerò più avanti); per la via endovenosa, il Propofol, il barbiturico Tiopentone, le benzodiazepine e l’intera famiglia dei curari. Quanto al consenso, quindi, ritengo che al richiedente si possa garantire una sicura e adeguata informazione».

Autosomministrazione del farmaco: l’Italia sceglie la via più restrittiva nel dibattito sul fine vita?

«Per quanto riguarda la situazione italiana sorge effettivamente qualche problema. In pratica, in Italia, al momento, è possibile soltanto l’assistenza al suicidio. Questo, di per sé, non costituirebbe un ostacolo, se non fosse che nel nostro Paese non è disponibile il farmaco per via orale, cioè il Penthotal, un barbiturico usato invece in Svizzera che induce rapidamente coma farmacologico e morte. In Italia questa formulazione non è disponibile, ma potrebbe essere prodotta su richiesta istituzionale, ad esempio dall’Istituto Farmacologico Militare di Firenze, essendo un prodotto galenico. Un po’ come accadde con la cannabis terapeutica. Nei pochi casi conosciuti in Italia, circa 10-12, è stato utilizzato prevalentemente (ma i protocolli di ogni singolo caso non sono tutti noti) il tiopentone per via endovenosa, lo stesso farmaco che per decenni ha indotto l’anestesia generale. Il paziente, con un ago cannula collegato a una flebo, può aprire il deflussore e iniettarsi da solo il farmaco che porterà alla morte. Al sanitario resta in ogni caso la responsabilità di posizionare la via venosa, diluire il farmaco e predisporre la flebo.

La Corte costituzionale ha riconosciuto la non punibilità in certe condizioni, ma non ha predisposto regole operative, lasciando un vuoto normativo

Il problema si pone per chi non può muovere le mani, come nel caso di una persona completamente paralizzata presentato recentemente proprio dalla Associazione Coscioni alla Corte costituzionale. Ho redatto personalmente una consulenza in cui attestavo l’impossibilità materiale di autosomministrarsi il farmaco. La Corte ha rinviato il caso, suggerendo la ricerca di soluzioni “tecnologiche” come ad esempio pompe infusionali comandate da un segnale vocale, ma ciò allunga i tempi e aumenta lo stress per il paziente. Dal punto di vista clinico non ci sono particolari rischi, con il dosaggio massivo il coma e l’arresto respiratorio sono inevitabili. Fondamentale è il consenso, cioè la persona deve essere capace di intendere e volere ed esprimere chiaramente la volontà di morire. Un’alternativa potrebbe essere l’uso di un cocktail di farmaci, come avviene ad esempio in California. Questa procedura, però, prevede l’ingestione di più farmaci, assunti a distanza di alcuni minuti, e risulta quindi più complessa e meno lineare».

Suicidio assistito, escluso il SSN: quali rischi per il diritto all’autodeterminazione?

«Il nuovo disegno di legge sul suicidio assistito rischia però di restringere ulteriormente i criteri già fissati dalla Consulta e di escludere il Servizio sanitario nazionale dal supporto concreto, lasciando i pazienti a cercare soluzioni nel privato. Non si comprende nemmeno la resistenza a discutere apertamente di eutanasia. Moralmente non vedo differenze tra predisporre una flebo che il paziente attiva e iniettare direttamente la sostanza. Sul piano politico, va inoltre sottolineata la chiara volontà, da parte dell’attuale governo, di sottrarsi a qualsiasi responsabilità nei confronti di questa nuova pratica sociale, la morte medicalmente assistita, che, al contrario, si sta affermando sempre più nei Paesi occidentali. Alcune aperture si intravedono: ad esempio, un questionario anonimo ha mostrato che il 61% dei medici della AIOM, Associazione Italiana Oncologia Medica, si dichiara favorevole a eutanasia o suicidio assistito. È un piccolo segno che la direzione, seppur lenta, è questa. Certo, i condizionamenti religiosi e culturali pesano ancora, ma in uno Stato laico non dovrebbero impedire a chi non condivide quelle convinzioni di esercitare il proprio diritto.

Il nodo centrale resta il ruolo del sistema sanitario, la cui “missione” è la tutela della salute. Ma la salute, intesa come benessere psicofisico secondo l’OMS, può includere anche la possibilità di porre fine a una condizione insopportabile. Se le cure palliative sono ammesse perché accompagnano alla morte, non si capisce perché il suicidio assistito debba essere escluso. Un intervento legislativo chiaro, sul modello olandese, garantirebbe uniformità e tutela, lasciando a medico e paziente la decisione sul percorso più adeguato».

Al via il XVIII Congresso Nazionale SiHTA: “La nuova era dell’HTA”

Giandomenico Nollo

Si sono aperti ieri pomeriggio, con un ampio ragionamento legato alla trasformazione digitale in atto e alle sue implicazioni, i lavori del XVIII Congresso Nazionale della SIHTA (Società Italiana di Health Technology Assessment). “Lo abbiamo chiamato “la Nuova Era della HTA”, perché sappiamo che con quest’anno si apre una nuova era istituzionale, un nuovo paradigma per lo sviluppo di un servizio sanitario nazionale basato sulle prove di efficacia, sulle prove di evidenza e sui concetti di decisioni informata. A tutti i livelli, dall’Europa, al Ministero, alle Regioni, alle Aziende Sanitarie e anche i cittadini, perché anche loro saranno coinvolti in questo nuovo processo”. Così Giandomenico Nollo, presidente SIHTA in apertura di Congresso.

Ad aprire le danze, dopo i saluti istituzionali del presidente dell’HTAi international, Ann Single, sono stati Anna Maria Bencini, Comitato presidenza di Farmindustria, e Fabio Faltoni, Presidente Confindustria Dispositivi Medici che ad una platea composta da oltre 300 professionisti del settore hanno offerto le loro riflessioni su un tema cruciale: Come cambia lo scenario internazionale per le tecnologie della salute nel nuovo assetto mondiale

“La sfida che abbiamo di fronte è rendere di nuovo attrattive l’Europa e l’Italia perché in questo momento non lo siamo – ha sottolineato Bencini – Siamo surclassati dagli Stati Uniti, dalla Cina e l’Italia purtroppo per quanto riguarda la ricerca clinica si trova oggi in undicesima posizione, anche se a perdere terreno sono anche la Germania, la Francia e la Spagna. Il nuovo regolamento HTA europeo è l’occasione per poter rimettere al centro l’importanza dei dati e su questo tema l’Italia deve fare la sua parte, anche grazie ad AIFA. Abbiamo bisogno dei dati che siano in linea con le normative europea, ma che rappresentino veramente i bisogni dell’Italia”.

Il nuovo regolamento HTA europeo è l’occasione per poter rimettere al centro l’importanza dei dati

Quella che abbiamo di fronte è una sfida da vincere creando una rete. Così Fabio Faltoni: “La sfida principale sta nella capacità di superare lo schema attuale della gestione della salute. Nel 2026 abbiamo il compito di portare a frutto tutti gli investimenti del PNRR e realizzare un nuovo modello che veda tutti gli attori del sistema, la politica, le strutture regionali, Agenas, il Ministero della Salute, le Istituzioni europee e l’industria, tutti ingaggiati nella creazione di una rete sinergica. In questo l’industria è pronta a contribuire”.

La plenaria: HTA e tecnologie digitali

Protagoniste della giornata sono state le tecnologie digitali. L’intelligenza artificiale, la data governance e i nuovi modelli organizzativi abilitati dal digitale sono stati infatti al centro di un vivace dibattito cui hanno partecipato Americo Cicchetti (Commissario Straordinario AGENAS), Valentina Bellini (professoressa Università di Parma), Felicia Pelagalli (direttore di Culture) e Leandro Pecchia (professore di ingegneria bioetica presso Università Campus Biomedico) che hanno discusso di come il grande sviluppo delle tecnologie di acquisizione/elaborazione dei dati, combinato ad una sempre maggiore connessione dei sistemi, rappresentino oggi un’opportunità irrinunciabile tanto per la pratica clinica quanto per lo sviluppo di una clinical governance sempre più performante.

Il patrimonio dei dati sarà il nostro nuovo petrolio per far funzionare il SSN ad una velocità diversa e con maggiore vicinanza ai cittadini

Così Americo Cicchetti, commissario straordinario Agenas e past presidente SIHTA: “Siamo in un momento molto importante perché stiamo portando a termine gli investimenti del PNRR che garantiranno il supporto per la reale trasformazione in senso digitale del SSN. Non è solo tecnologia, ma il vero impatto lo avremo grazie alla trasformazione organizzativa associata all’utilizzo dei grandi investimenti sulla piattaforma nazionale di telemedicina, sulla piattaforma dell’Ai e chiaramente sull’Eds e l’Fse. Il patrimonio dei dati sarà il nostro nuovo petrolio per far funzionare il Servizio sanitario nazionale ad una velocità diversa ma garantendo attraverso la tecnologia anche una maggiore vicinanza, di prossimità, ai cittadini”.  

Le parallele

Nel corso della giornata si sono inoltre svolte anche importanti sessioni parallele tra cui:

  • HTA e prevenzione: valore, sostenibilità e impatto per la salute delle popolazioni fragili
  • La sfida dell’innovazione digitale nei sistemi sanitari Europei: progetto EDiHTA
  • Governare i servizi nelle RSA attraverso dati e indicatori: l’esperienza Minerva
  • SandBox: lo spazio di sperimentazione per l’IA in Sanità
  • Proposta di un modello liberale per lo sviluppo sostenibile e diffuso dell’HTA in Italia
  • HTA e innovazione in sanità, valutare per decidere: il contributo del farmacista nella sanità pubblica

Oggi

Il programma della seconda giornata prevede due sessioni plenarie “La nuova Governance per i DM” (ore 11) e “Farmaci e regolamento HTA: la svolta” (ore 14), oltre a 10 sessioni parallele e due corsi di formazione

Scompenso cardiaco: caregiver co-protagonisti della cura

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Nel nostro Paese, secondo i dati della Società Italiana di Cardiologia Interventistica (GISE), dell’Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri (ANMCO) e dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) circa 1 milione di persone, ovvero l’1,5% della popolazione, è affetto da scompenso cardiaco. La prevalenza è di circa il 2% e i nuovi casi ogni anno sono circa 80.000. Una condizione clinica che è più frequente con l’avanzare dell’età: ne è colpito circa il 10% delle persone con più di 65 anni e il 9,1% delle persone ultraottantenni. È la prima causa di ospedalizzazione negli over 65 e si associa a una mortalità ospedaliera del 5-7%.

Come riportato in recente studio condotto sul territorio italiano, si tratta di un’emergenza sanitaria e di una sfida per il sistema salute, non solo per l’impegno di risorse, ma anche per come questa condizione clinica si riflette sulla qualità della vita delle persone che ne sono affette, caratterizzata dalla necessità di gestire sintomi spesso refrattari, terapie complesse e molteplici controlli medici ed esami diagnostici.

In Italia lo scompenso cardiaco colpisce circa 1 milione di persone

Una gestione efficace dello scompenso cardiaco richiede un approccio multidimensionale: se da un lato l’assistenza sanitaria garantita dai professionisti è imprescindibile, dall’altro il ruolo dei caregiver rappresenta una risorsa preziosa. Il contributo di questi ultimi, in particolare, come emerge dall’analisi della relazione tra caregiver e assistito, influenza l’aderenza alle cure e il benessere complessivo del paziente, tanto da sottolineare come la gestione dello scompenso cardiaco sia da considerare un fenomeno diadico.

Greta Ghizzardi

Queste considerazioni aprono a un cambio di visione: “Caregiver: non solo figure di supporto ma co-protagonisti della cura”, sottolinea Greta Ghizzardi, Tutor universitario, Corso di Laurea in Infermieristica dell’Università degli Studi di Milano – Direzione Aziendale delle Professioni Sanitarie e Sociosanitarie, Azienda Socio-Sanitaria Territoriale di Lodi, intervistata da TrendSanità.

Essere co-protagonisti con continuità in un sistema strutturato, in cui a prevalere sono i professionisti, la tecnologia e i tecnicismi, e spesso anche la burocrazia, non è semplice. Qual è il ruolo che deve rivestire il caregiver e a partire da quale motivazione?

«Per i professionisti, è ormai chiaro che il caregiver non è un aiuto “occasionale”, ma parte integrante della cura. Nello scompenso cardiaco, ogni gesto quotidiano, dal controllo del peso alla gestione dei sintomi, passa attraverso la relazione tra chi vive la malattia e chi la accompagna.

Il caregiver è parte integrante della cura

Nel contesto di una ricerca qualitativa condotta di recente in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata (in fase di pubblicazione) a partire da uno studio multicentrico più ampio, abbiamo intervistato venti diadi, ossia venti persone con scompenso cardiaco e i loro caregiver. I caregiver ci hanno raccontato che la loro motivazione principale nasce dal bisogno di fare la differenza: sentirsi utili, sostenere il proprio caro, partecipare al percorso di cura.

È una spinta affettiva, certo, ma anche identitaria: molti caregiver ci hanno riferito di aver trovato in questo ruolo un nuovo significato personale e familiare, un modo per trasformare la fragilità in partecipazione e condivisione e per ridefinire il proprio posto nel contesto della relazione di cura. Tuttavia, questa motivazione da sola non basta: deve essere sostenuta da conoscenze adeguate, da momenti di informazione (e formazione) dedicati e da un chiaro riconoscimento del proprio ruolo di caregiver».

Di cosa ha bisogno il caregiver per sentirsi realmente coinvolto?

«Il caregiver ha bisogno di essere riconosciuto come parte attiva del team di cura. Questo significa ricevere informazioni chiare, ma anche essere ascoltato: il coinvolgimento passa tanto dall’ascolto dei suoi bisogni quanto dalla trasmissione di conoscenze.

Gli infermieri spesso sono il punto di riferimento dei caregiver

I caregiver affermano spesso di aver bisogno di sapere cosa fare e di sentire che non sono soli, di poter contare su professionisti (o, ancora meglio, su un professionista di fiducia) a cui rivolgersi in caso di dubbi e preoccupazioni riferiti alla malattia; serve una rete che non li lasci isolati dopo la dimissione. Gli infermieri, per la loro vicinanza e continuità, spesso rappresentano il punto di riferimento più stabile e ricercato: spiegano, rassicurano, traducono la complessità clinica in indicazioni pratiche e gesti quotidiani».

Quale relazione con i professionisti e quali modelli di cura per essere co-protagonista?

«Il modello a cui tendere è quello basato sulla fiducia, sulla continuità e sulla condivisione di un piano terapeutico. La nostra esperienza con il colloquio motivazionale a distanza lo dimostra: anche una videochiamata può diventare uno spazio autentico di confronto se guidata con empatia e competenza.

Anche la videochiamata tra infermiere e caregiver può essere di supporto

I caregiver hanno espresso che “sentirsi visti e ascoltati” a distanza è stato come avere l’infermiere accanto. È anche così che l’infermieristica mostra la sua forza: con un approccio di relazione personalizzato, capace di integrare tecnologia e prossimità, per garantire un supporto, appunto, a tutti coloro che ne hanno bisogno».

Quali sono le sfide del percorso di cura e le criticità che il caregiver deve affrontare nel quotidiano?

«La gestione dello scompenso cardiaco non è semplice per i caregiver. La letteratura è ricca di studi che trattano del “burden” del caregiver, ossia del “peso” o “carico di cura” che queste persone portano spesso, anche nel quotidiano. I caregiver riportano la fatica, la paura di sbagliare, la difficoltà di conciliare lavoro, famiglia e assistenza. Molti sentono la mancanza di un supporto continuativo: in certe realtà, dopo la dimissione, il sistema tende ancora a “scomparire”. La letteratura mostra chiaramente che il burden incide sul benessere fisico e psicologico del caregiver.

Il burden di cura incide sul benessere fisico e psicologico del caregiver

Tuttavia, possiamo offrire una soluzione per prevenire e affrontare questa problematica: interventi precoci, personalizzati e condotti da infermieri opportunamente formati possono ridurre stress, isolamento e burden. Offrire interventi tempestivi e disegnati sulla condizione clinica e sociale di chi abbiamo di fronte (o al di là dello schermo) è fondamentale per ridurre esiti negativi, come è peraltro emerso in modo consistente anche nel contesto del nostro studio».

Il caregiver deve essere coinvolto anche nella ricerca clinica?

«Decisamente sì, e non solo come fonte di dati, ma come parte attiva del processo di ricerca, fin dalla pianificazione dello studio, che può prendere forma per rispondere a quesiti posti direttamente da loro. La letteratura internazionale lo conferma: includere caregiver e pazienti come partner di ricerca o co-designer degli interventi porta a soluzioni più efficaci e più vicine ai bisogni reali. È un atto di responsabilità scientifica ma anche etica: solo valorizzando l’esperienza di chi vive la malattia ogni giorno possiamo progettare interventi che funzionino davvero, nella vita reale.

È molto utile coinvolgere i caregiver sin dal processo di ricerca

Nello studio che abbiamo condotto, la voce dei caregiver ha permesso di comprendere dimensioni che le statistiche non raccontano: la paura, la resilienza, la solitudine, ma anche la speranza e la capacità di rassicurare, incoraggiare e spronare la persona che assistono. Coinvolgerli significa costruire una ricerca più realistica e utile, che parli davvero delle persone; saperli tenere ingaggiati negli studi, poi, ci restituisce un’impagabile rappresentazione di come la relazione diadica (o triadica, se consideriamo anche l’infermiere), nonché gli esiti di salute possano evolvere nel tempo».

Discharge Room del San Luigi: meno degenze e 1,4 milioni di euro risparmiati

Oltre 1,4 milioni di euro risparmiati, 797 pazienti presi in carico e 3.586 giornate di degenza restituite ai reparti. Sono i numeri che raccontano il successo della Discharge Room del San Luigi Gonzaga di Orbassano, a un anno e mezzo dalla sua attivazione. Si tratta di un modello di reparto a gestione infermieristica – tra i primi in Italia – che ha migliorato la fluidità dei ricoveri e alleggerito il sovraffollamento del Pronto Soccorso.

Avviata nell’aprile 2024 la Discharge Room è un’area di pre-dimissione con 12 posti letto attivi 24 ore su 24, 7 giorni su 7, ricavato nel primo padiglione al secondo piano della struttura.

Il modello di reparto a gestione infermieristica – tra i primi in Italia – ha migliorato la fluidità dei ricoveri e alleggerito il sovraffollamento del Pronto Soccorso

Si tratta di una nuova area dedicata a tutti i pazienti che, terminato il percorso di cura e in possesso di tutti i requisiti clinici e assistenziali per la dimissione, sono in attesa di rientrare a casa o in una struttura di ricovero extraospedaliera. Sono tutti pazienti già stabilizzati e diagnosticamente inquadrati in Pronto Soccorso o in altro reparto di degenza, spesso non autosufficienti anche solo temporaneamente, che non necessitano di una costante osservazione medica, bensì di assistenza infermieristica per concludere il loro percorso all’interno dell’ospedale. La Direzione delle Professioni Sanitarie – DiPSa sovrintende alla nuova area, in stretta collaborazione con la Direzione Sanitaria e con il Dipartimento di Area Medica del San Luigi: in caso di necessità vengono immediatamente coinvolti gli specialisti del reparto a cui ciascun paziente rimane in carico.

“Il principale valore della Discharge Room – dichiara Davide Minniti, Direttore Generale dell’AOU San Luigi Gonzaga – è aver reso più efficiente e razionale l’organizzazione del flusso di pazienti, migliorando la gestione dei ricoveri e ottimizzando l’impiego del personale sanitario. Si tratta di un modello che dimostra come, attraverso una distribuzione più funzionale delle risorse e un coordinamento efficace tra professioni, sia possibile coniugare efficienza organizzativa e qualità dell’assistenza”.

Questa esperienza integra personalizzazione, continuità delle cure e un ruolo gestionale rafforzato per infermieri e operatori socio-sanitari

“La Discharge Room del San Luigi Gonzaga – ha dichiarato Federico Riboldi, Assessore alla Sanità della Regione Piemonte – è un modello organizzativo che mette al centro il paziente, con una presa in carico delle sue necessità di salute, di cura e assistenziali a 360 gradi. Ringrazio la Direzione Strategica per aver saputo valorizzare le competenze dei nostri professionisti garantendo una assistenza continua e di qualità”.

“Il valore di questa esperienza – aggiunge Salvatore Di Gioia, Direttore Sanitario – sta nella capacità di coniugare la personalizzazione dell’assistenza, la continuità delle cure e la valorizzazione del ruolo gestionale dell’infermiere nell’ambito di un modello organizzativo innovativo e dell’operatore socio sanitario”.

I risultati (aprile 2024 – agosto 2025)

  • 797 pazienti ricoverati in Discharge Room;
  • 3.586 giornate di degenza recuperate negli altri reparti, liberati dai cosiddetti “casi sociali”;
  • utilizzo prevalente da parte di Ortopedia (30%), Medicina Interna (21%), Neurologia (12%) e Pneumologia (10%);
  • 72% dei pazienti provenienti da Pronto Soccorso o 118, con un effetto positivo sui flussi dell’emergenza-urgenza;
  • 40% dei pazienti dimessi al domicilio, 50% trasferiti in strutture riabilitative, CAVS o RSA;
  • 1.430.000 euro risparmiati rispetto al costo medio di degenza ordinaria.

Effetti sull’emergenza-urgenza

Il modello ha contribuito a rendere più fluido il lavoro del Pronto Soccorso:

  • riduzione del tempo medio di permanenza di 5 ore (-30%) per i pazienti ortopedici, grazie alla disponibilità di posti in Discharge Room;
  • oltre 150 ricoveri effettuati nelle ore mattutine (9-11) per effetto della maggiore disponibilità di letti;
  • diminuzione di 4 ore del tempo medio di boarding ortopedico, nonostante un aumento complessivo dei ricoveri.

L’attivazione del nuovo reparto è stata possibile grazie alla copertura finanziaria aggiuntiva garantita dalla Regione Piemonte alle Aziende sanitarie attraverso il Fondo per lo sviluppo e la coesione (FSC), con il progetto di “Rilancio della Sanità Pubblica”. Grazie a questi fondi l’AOU San Luigi ha assunto 13 nuove risorse da dedicare alla sperimentazione.

Giornata europea degli antibiotici: trend UE, dati italiani e azioni AIFA

Ogni anno nell’Unione Europea (UE) oltre 35.000 persone muoiono a causa di infezioni provocate da microrganismi resistenti agli antimicrobici, un numero superiore alla somma dei decessi per influenza, tubercolosi e HIV/AIDS. Sono 4,3 milioni all’anno i pazienti, nell’UE/Spazio Economico Europeo (SEE), che contraggono almeno un’infezione correlata all’assistenza sanitaria durante la degenza in ospedale: ogni giorno un paziente su 14 viene ricoverato per tale motivo. Molte di queste infezioni sono sempre più difficili da curare: 1 microrganismo su 3 è ormai resistente a importanti antibiotici, limitando così le opzioni di trattamento. Inoltre, il 3% dei residenti nelle strutture di assistenza a lungo termine nell’UE/SEE va incontro ad almeno un’infezione legata all’assistenza sanitaria. Questi i dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), pubblicati oggi in occasione della Giornata europea per l’uso consapevole degli antibiotici 2025. Per richiamare l’attenzione e sensibilizzare sull’antibiotico-resistenza, il 18 novembre la sede dell’Agenzia italiana del farmaco si illumina di blu.

Infezioni provocate da microrganismi resistenti agli antimicrobici: oltre 35.000 morti/anno in UE

Il Report dell’ECDC evidenzia scarsi progressi rispetto agli obiettivi che l’Europa si è data per il 2030 nel contrasto all’antimicrobico-resistenza (AMR).

In particolare, si registrano:

  • un trend in crescita, negli ultimi anni, del consumo di antibiotici sia ad ampio spettro sia “Reserve”, ovvero quelli di ultima linea, secondo la classificazione AWaRe dell’OMS, riservati esclusivamente al trattamento di infezioni multiresistenti, che non rispondono ad altre terapie;
  • un aumento dell’incidenza di infezioni da batteri resistenti e multiresistenti.

In assenza di azioni di sanità pubblica più incisive e rapide e di sforzi per contrastare l’uso non necessario e inappropriato di antimicrobici, secondo l’ECDC è improbabile che l’UE raggiunga gli obiettivi da centrare entro il 2030 per invertire la rotta. La conseguenza sarà un aumento del numero di infezioni da batteri resistenti agli antimicrobici, più difficili da trattare, portando a sfide terapeutiche crescenti e a maggiori decessi correlati all’AMR. E facendo lievitare i costi per i sistemi sanitari.

L’approccio globale One Health

«L’antibiotico-resistenza – ricorda il Presidente dell’Agenzia italiana del farmaco Robert Nisticò – è una pandemia silente che, secondo le ultime stime del Centro europeo per il controllo delle malattie (ECDC), provoca 12mila morti l’anno nel nostro Paese e ha anche un impatto economico significativo, con un costo di 2,4 miliardi all’anno per l’SSN e 2,7 milioni di posti letto occupati a causa di queste infezioni. Il report dell’ECDC indica un cammino in salita più o meno per tutti i Paesi europei, con l’Italia che, nonostante flebili segnali di miglioramento su alcuni obiettivi specifici, rimane tra le realtà più critiche. I dati europei e nazionali – afferma – sono una ulteriore conferma di quanto sia fondamentale impegnarci tutti per salvaguardare questo prezioso strumento di salute che sono gli antibiotici».

Nonostante flebili miglioramenti, l’Italia rimane tra le realtà più critiche

«È necessario – sottolinea Nisticò – adottare un approccio globale One Health, agendo nella direzione comune di un uso appropriato di questi farmaci in ambito umano, veterinario e zootecnico, e incentivare la ricerca, soprattutto quella indipendente. Una priorità per AIFA. L’Agenzia è impegnata a promuovere e sostenere l’innovazione e a sensibilizzare gli addetti ai lavori e la popolazione attraverso strumenti digitali, come l’app AIFA Firstline, e campagne di comunicazione come quella che prossimamente lanceremo insieme al Ministero della Salute, oltre che con una sempre più proficua collaborazione con i clinici, le Regioni e il territorio». 

L’andamento delle resistenze microbiche in Europa

Il quadro europeo varia a seconda della specie batterica, del gruppo di antimicrobici e della regione geografica considerata, tuttavia i dati della rete di sorveglianza EARS-Net coordinata dall’ECDC mostrano livelli elevati di antibiotico-resistenza nell’UE/SEE anche per il 2024, soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale, centrale e orientale.

Si registrano livelli elevati di antibiotico-resistenza in Europa meridionale, centrale e orientale

Il fenomeno riguarda sia le resistenze su cui l’Europa si è data specifici obiettivi di contenimento, con un target da raggiungere per ciascun Paese UE nel 2030, sia molti altri batteri e gruppi di antimicrobici sotto sorveglianza nel periodo 2020-2024, come E. coli resistente ai carbapenemi, tutte le incidenze di resistenza dello Streptococcus pneumoniae e l’Enterococcus faecium resistente alla vancomicina.

I dati ECDC sul consumo di antibiotici in Italia a confronto con la media europea

Nel 2024 sono state consumate nell’UE, in media, 20,3 dosi giornaliere per mille abitanti, un dato in aumento che varia dalle 9,8 dosi al giorno per mille abitanti nei Paesi Bassi alle 29,9 della Grecia. Con 22,3 dosi giornaliere per mille abitanti, l’Italia presenta livelli di consumi (ospedalieri, territoriali e acquisti privati dei cittadini) superiori del 10% alla media europea, in calo rispetto al +16% del 2023.

Nel nostro Paese si prescrivono più molecole ad ampio spettro (penicilline, cefalosporine, macrolidi, ad eccezione di eritromicina e fluorochinoloni) che hanno un rischio maggiore di indurre resistenze antibiotiche, rispetto a quelle a spettro ristretto (penicilline e cefalosporine a spettro ristretto ed eritromicina). Il rapporto tra i consumi di queste due categorie resta tra i più elevati in Europa (9,3 contro 4,6) e non ha mostrato miglioramenti significativi nel 2024.

In Italia i livelli di consumo degli antibiotici sono superiori del 10% alla media europea

Negli ospedali il consumo di antibiotici è leggermente al di sopra della media europea: 1,91 dosi giornaliere ogni mille abitanti contro 1,67 dosi. In questo contesto, l’aspetto da tenere maggiormente in considerazione è il ricorso agli antibiotici del gruppo “Reserve”. In Italia l’incidenza sui consumi ospedalieri si attesta al 6%, anche se con un andamento lievemente decrescente negli ultimi 3 anni, mentre la media europea è pari al 5,4%.

L’Italia rispetto agli obiettivi per il 2030

Con 22,3 dosi giornaliere per mille abitanti nel 2024, il consumo di antibiotici nel nostro Paese risulta in calo rispetto all’anno precedente (23,1) ma è ancora molto distante dall’obiettivo fissato per il 2030, pari a 17,8 dosi.

L’Italia, inoltre, è lontana dal target del 65% di incidenza di consumi degli antibiotici del gruppo “Access”, ovvero le molecole di prima scelta per trattare le infezioni comuni, grazie al loro spettro d’azione ristretto e al buon profilo di sicurezza. Raggiungiamo appena il 51,3%, nonostante il lieve miglioramento degli ultimi anni (+2,4% rispetto al 2019), mentre la media europea è del 60,3% e diversi Paesi, come Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Olanda e Svezia, hanno già centrato l’obiettivo.

Il consumo di antibiotici in Italia è in calo, ma è molto distante dall’obiettivo fissato per il 2030

Peggiora significativamente nel nostro Paese l’incidenza totale delle infezioni da Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi pari a 9,29 infezioni del sangue per 100mila abitanti (+10,2% rispetto al 2019). Il target 2030 è di 8,01 infezioni per 100mila abitanti.

L’Italia ha raggiunto invece in anticipo il target 2030 di riduzione dell’incidenza totale delle batteriemie da Staphylococcus aureus resistente alla meticillina (MRSA).

È migliorata l’incidenza totale delle batteriemie da Escherichia coli resistente alle cefalosporine di terza generazione (-3,4% rispetto al 2019), pari a 22,19 infezioni per 100mila abitanti, ma non è ancora stato raggiunto l’obiettivo 2030, cioè 20,20 infezioni per 100mila abitanti.

I dati OsMed sul consumo in Italia

In base a quanto emerso nell’ultima edizione del Rapporto OsMed sull’uso dei medicinali in Italia, nel 2024 il consumo di antibiotici a carico del Servizio Sanitario Nazionale è stato pari a 16,9 dosi giornaliere ogni mille abitanti, registrando un lieve calo dell’1,3% rispetto al 2023.

Quasi 4 persone su dieci hanno ricevuto nel 2024 almeno una prescrizione di antibiotici, con livelli d’uso più elevati nei bambini fino a 4 anni di età e negli anziani con più di 85 anni. La prevalenza d’uso è maggiore nelle donne rispetto agli uomini (40,3% vs 33,3%), con differenze più marcate tra i 35 e i 54 anni, probabilmente per un maggiore utilizzo di antibiotici nel trattamento delle infezioni delle vie urinarie nelle donne.

Le associazioni di penicilline (compresi gli inibitori delle beta‐lattamasi), quasi interamente rappresentate da amoxicillina/acido clavulanico, rimangono la categoria di antibiotici a maggior prescrizione (6,5 dosi giornaliere ogni mille abitanti), seguiti dai macrolidi e lincosamidi (3,5 dosi) e dalle cefalosporine di III generazione (2,2 dosi). L’amoxicillina+acido clavulanico, antibiotico ad ampio spettro molto utilizzato in ambito pediatrico, è la molecola a maggior consumo, seguita da claritromicina e azitromicina.

In Italia gli antibiotici più prescritti sono le associazioni di penicilline

Per i fluorochinoloni si osserva una riduzione dell’uso a partire dal 2019, per effetto delle raccomandazioni restrittive di EMA e AIFA. Dopo una lieve ripresa tra il 2022 e il 2023, i consumi sono tornati a diminuire nel 2024.

Per le cefalosporine di terza generazione e per le associazioni di penicilline, dopo la riduzione osservata nel 2020 e 2021, gli anni della pandemia, si è registrata una forte ripresa dei consumi nel 2022 e nel 2023, che sembra essersi arrestata: il 2024 mostra un lieve calo, con livelli simili al periodo pre‐pandemico.

La prevalenza d’uso degli antibiotici a livello nazionale è stata del 36,8%, maggiore al Sud e Isole (43,6%) e più bassa al Nord (30,6%) e al Centro (40,1%). Al Sud emerge una maggiore propensione alla prescrizione di antibiotici più costosi, come rivela il costo per utilizzatore più elevato (28,1 euro) rispetto al Centro (26,5 euro) e al Nord (22,7 euro).

Anche in termini di consumo, le Regioni del Sud e Isole mostrano il valore maggiore (19,2 dosi giornaliere ogni mille abitanti) rispetto al Centro (18,4 dosi) e al Nord (14,6 dosi). Rispetto al 2023, tuttavia, registrano una riduzione del 5,1%, mentre nelle altre due aree si nota un aumento di poco superiore all’1%.

Gli antibiotici contro germi multiresistenti (“Reserve”) rimborsati con il Fondo per i farmaci innovativi

Dal 2025 l’AIFA ha individuato gli antimicrobici “Reserve” per trattare le infezioni da germi multiresistenti, che sono entrati nel Fondo per i farmaci innovativi, con uno stanziamento dedicato di 100 milioni di euro, per rafforzare il contrasto all’antibiotico-resistenza.

Gli antibiotici “Reserve” che accedono al Fondo devono essere utilizzati con estrema cautela e il loro impiego risulta appropriato in presenza di infezioni da germi multiresistenti. L’appropriatezza è quindi legata in modo significativo alle procedure di diagnosi microbiologica svolte dalle strutture sanitarie che li utilizzano. Attraverso i registri di monitoraggio, l’Agenzia verifica la frequenza d’uso di questi antibiotici nei trattamenti avviati con una diagnosi specifica, rispetto ai casi in cui vengono impiegati in modo empirico.

L’AIFA nel 2025 ha stanziato 100 milioni di euro per rafforzare il contrasto all’antibiotico-resistenza

A luglio il CdA dell’Agenzia ha autorizzato il primo nuovo antibiotico finanziato attraverso il Fondo. Si tratta dell’associazione cefepime/enmetazobactam, indicata per le infezioni complicate del tratto urinario e per la polmonite acquisita in ospedale. L’elenco degli antinfettivi della classe “Reserve” che accedono al Fondo comprende attualmente 9 molecole o associazioni di molecole ed è pubblicato e aggiornato periodicamente sul portale dell’Agenzia.

L’impegno di AIFA per promuovere studi indipendenti sugli antibiotici

Nell’ottica di un approccio globale One Health indicato anche dal Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico Resistenza (PNCAR) 2022-2025 del Ministero della Salute, la corretta gestione degli antibiotici disponibili e di quelli di nuova introduzione è fondamentale per la prevenzione, la riduzione e il contenimento dell’insorgenza di infezioni farmaco-resistenti. Altrettanto fondamentale è incentivare e sostenere la ricerca, in particolare quella no profit. Per questo AIFA promuove la ricerca indipendente sull’antimicrobico-resistenza, area a cui è dedicato, insieme alla medicina di precisione, il secondo Bando finanziato nel 2025 con 20 milioni di euro, i cui termini per la presentazione dei progetti scadono oggi, 18 novembre, in coincidenza con la Giornata europea degli antibiotici. Con questo bando, l’Agenzia intende valutare nuove combinazioni terapeutiche di antimicrobici; favorire strategie innovative per migliorarne l’efficacia; individuare marcatori predittivi della risposta a questi farmaci e utilizzare nuovi strumenti diagnostici, come i test rapidi, con ricadute positive per i pazienti e il Servizio sanitario nazionale.

Il nuovo Policlinico di Milano: un modello per la sanità pubblica del futuro

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A Milano sta sorgendo il Nuovo Policlinico, un complesso ospedaliero ad alta sostenibilità ambientale che integra assistenza, ricerca, innovazione tecnologica e umanizzazione. Il Padiglione Sforza, cuore del progetto, ospiterà reparti clinici connessi da una piastra centrale alle sale operatorie e alle sale parto e sormontati da un giardino terapeutico pensile di circa 8mila m², concepito secondo principi di biofilia e umanizzazione delle cure. Un modello di sanità pubblica evoluta, autosostenibile e orientata al benessere globale del paziente.  Il nuovo complesso ospedaliero si prevede che sarà ultimato nel marzo 2026.

TrendSanità ha intervistato Marco Giachetti, Presidente della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, per approfondire come l’innovazione, la visione, la sostenibilità e l’integrazione tra ricerca e cura siano la punta di diamante della nuova architettura sanitaria di Milano.

Marco Giachetti

Presidente Giachetti, il Nuovo Policlinico è stato presentato come “l’ospedale del futuro”. Quali sono le innovazioni che lo rendono tale, dal punto di vista tecnologico, organizzativo e culturale?

«Il primo elemento di innovazione del Nuovo Policlinico è il modello di finanziamento. Diversamente da quasi tutti gli ospedali pubblici italiani, costruiti con risorse statali o regionali, il nostro progetto è stato realizzato per oltre il 70% grazie a fondi propri, senza gravare sulle tasse dei cittadini. Abbiamo valorizzato il patrimonio immobiliare storico del Policlinico, circa 1.700 appartamenti nel centro di Milano, creando un fondo dedicato all’housing sociale. In questo modo abbiamo potuto finanziare 200 milioni di euro del progetto, garantendo, nel contempo, continuità abitativa ai nostri inquilini e mettendo a disposizione del Comune centinaia di alloggi a canone calmierato.
Questo modello, sostenuto anche da Cassa Depositi e Prestiti e Fondazione Cariplo, ha reso possibile la costruzione di un grande ospedale pubblico moderno, sostenibile e inclusivo, senza sacrificare patrimonio né persone».

Entriamo nel merito della struttura: in che modo il Nuovo Policlinico è sostenibile dal punto di vista ambientale e architettonico?

«L’Ospedale nasce al centro di Milano, senza consumare nuovo suolo: abbiamo demolito undici vecchi padiglioni per ricostruirne uno unico e più efficiente. L’edificio è pensato secondo criteri di massima sostenibilità: facciate ad alte prestazioni, impianto di trigenerazione che copre il 70% del fabbisogno energetico, pannelli solari per l’acqua calda, sistema di geotermia e riciclo delle acque piovane per uso sanitario e irrigazione.

L’edificio è pensato secondo criteri di massima sostenibilità

Miriamo alla certificazione internazionale LEED in classe Platinum, un livello rarissimo per un ospedale, grazie anche all’uso esclusivo di illuminazione LED e materiali a basso impatto ambientale».

Lei parla spesso di “umanizzazione degli spazi”. Cosa significa concretamente?

«Significa rimettere la persona, cioè il paziente, il caregiver e l’operatore sanitario al centro.  Il nuovo Policlinico sarà composto da due edifici: uno dedicato alla donna e al bambino, ovvero la Mangiagalli del futuro; il secondo a tutte le altre specialità. I due corpi sono uniti da una piastra centrale dove si trovano le sale operatorie, la radiologia e i servizi comuni, disposti in modo baricentrico per ridurre al minimo i tempi di spostamento.

Umanizzazione degli spazi significa rimettere il paziente, il caregiver e l’operatore sanitario al centro

Sopra questa piastra sorgerà il nostro giardino terapeutico pensile, un tetto verde di circa 8mila m², per farsi un’idea, grande quanto il Duomo di Milano, pensato come spazio di cura e di benessere. Ospiterà aree gioco per bambini, zone di lettura e musica, per le quali ci piacerebbe coinvolgere realtà importanti quali la Biblioteca Sormani, il MUBA (Museo dei Bambini) e il Conservatorio, aree per la pet therapy e perfino orti terapeutici per i pazienti lungodegenti o psichiatrici.
Il verde non è decorativo: è parte integrante della cura. Studi scientifici dimostrano che la vista sul verde riduce i tempi di guarigione fino al 10%. E lo stesso vale per i nostri operatori, che potranno ritrovare equilibrio e serenità dopo turni difficili in un ambiente rigenerante».

Il Policlinico è anche un IRCCS, quindi un centro di ricerca. Come verrà integrata questa componente nella nuova struttura?

«Essendo un IRCCS politematico, uno dei pochi in Italia, abbiamo sette aree di accreditamento ministeriale che spaziano dalla medicina materno-infantile alle neuroscienze, alla trapiantologia e alla genetica.
Accanto all’ospedale clinico, stiamo realizzando, in via Pace, un grande centro di ricerca unificato di 4mila m², che riunirà tutti i laboratori oggi sparsi nei vari padiglioni. Questo permetterà ai ricercatori di lavorare fianco a fianco, condividere strumenti e conoscenze e accelerare le sinergie scientifiche.

Stiamo realizzando un grande centro di ricerca unificato di 4mila m²

Il progetto è autofinanziato grazie ai proventi della nostra Fondazione Patrimonio Ca’ Granda, che gestisce i terreni agricoli e destina gli utili, circa due milioni l’anno, proprio alla ricerca biomedica.
Oggi siamo già il primo IRCCS pubblico italiano per qualità e produttività scientifica: con questo nuovo hub, lo saremo ancora di più».

La progettazione ha tenuto conto di studi scientifici su sostenibilità e benessere?

«Non abbiamo commissionato studi ex novo, ma ci siamo basati su ricerche consolidate, in particolare quelle legate alla biofilia e agli effetti positivi del contatto con la natura nei luoghi di cura. Abbiamo analizzato numerosi casi internazionali di ospedali immersi nel verde e li abbiamo adattati al contesto urbano milanese. Inoltre, per la parte pediatrica, abbiamo lanciato un concorso tra studi di architettura: il progetto vincitore ha ideato la “Città del Bambino”, dove i piccoli pazienti si muovono tra spazi che ricordano strade e case, con colori, luci e arredi pensati per renderli protagonisti attivi della propria degenza. Ogni stanza è personalizzabile, con lavagne digitali, aree di gioco, spazi per i genitori e connessioni dirette al giardino terapeutico».

Parliamo infine di tecnologia e intelligenza artificiale. Che ruolo avranno nel nuovo Policlinico?

«Stiamo già sperimentando sistemi di AI per la refertazione automatica, che ascoltano il medico e redigono il referto secondo i format ministeriali, liberando tempo per le visite e riducendo le liste d’attesa.

Stiamo sperimentando sistemi di AI, avatar digitali e wayfinding digitale

Inoltre, stiamo sviluppando un avatar digitale per i pazienti: una sorta di assistente virtuale che, per mezzo di un’applicazione guida nella preparazione agli esami, nelle prenotazioni, nel follow-up e nel monitoraggio domiciliare dei parametri clinici.
Abbiamo poi un progetto di wayfinding digitale, una specie di “Google Maps del Policlinico”, che orienta pazienti e visitatori tra i reparti.
Infine, in Radiologia stiamo addestrando intelligenze artificiali a interpretare le immagini diagnostiche, in collaborazione con i nostri specialisti, per migliorare precisione e tempestività delle diagnosi».

Quando sarà pienamente operativo il nuovo Policlinico?

«A gennaio 2026 apriremo i primi reparti non chirurgici; a marzo saremo operativi al 100%, con il giardino terapeutico completato e tutte le funzioni attive.
Siamo orgogliosi di portare nel cuore di Milano un grande ospedale pubblico, sostenibile, umanizzato e tecnologicamente avanzato.
Un luogo che, pur non potendo rendere piacevole la malattia, renderà sicuramente più umano e sereno il modo di curarsi».

Presentato il Rapporto 2026 “Salute e Territorio. I servizi sociosanitari dei comuni italiani”

Presentato a Bologna, durante la 42esima Assemblea Anci, il Rapporto 2026 Salute e Territorio. I servizi sociosanitari dei Comuni italiani” realizzato da IFEL – Fondazione ANCI in collaborazione con Federsanità, la Confederazione delle Federsanità ANCI regionali.

Il documento, giunto alla quarta edizione, offre una fotografia aggiornata della spesa sociale e sociosanitaria, analizzando l’evoluzione del welfare locale e il contributo dei Comuni nel garantire prossimità, equità e coesione.

Il Rapporto 2026 conferma il ruolo strategico dei Comuni nel rafforzare il welfare territoriale e nel promuovere equità, prossimità e salute nelle comunità

Il Rapporto approfondisce la domanda crescente di servizi legata a invecchiamento, povertà, fragilità psicologica, non autosufficienza, disabilità e dipendenze, e fa il punto sull’avanzamento dei progetti PNRR legati alle Missioni 5 e 6.

Tra i contenuti chiave, elaborazioni statistiche sulla dinamica della spesa sociale comunale e un focus sul paradigma One Health, che mette in evidenza il ruolo dei Comuni nella promozione della salute delle comunità.