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Manovra al banco di prova delle audizioni: il sistema sanitario chiede ossigeno

La bozza della legge di Bilancio continua il suo cammino che la porterà a diventare legge dello Stato. Tra i primi step, le audizioni preliminari dei portatori di interesse delle diverse filiere. Quest’anno la sanità è tornata — finalmente, diranno in molti — al centro della discussione.

Tra i primi step, le audizioni preliminari dei portatori di interesse delle diverse filiere

Ma, tra le richieste e le riflessioni dei player e i primi riscontri politici, si percepisce un’urgenza particolare. Perché il termometro di un Paese si misura anche con la propria tenuta sanitaria, tra orgoglio industriale, allarmi professionali e la consapevolezza che, senza una svolta, il Servizio sanitario nazionale rischia di arrivare al cinquantesimo compleanno più fragile che mai.

Industria farmaceutica: orgoglio e preoccupazione

In occasione delle audizioni preliminari in ambito sanitario, il presidente di Farmindustria Marcello Cattani, cifre alla mano, ha esibito risultati più che positivi per il comparto che rappresenta: il settore farmaceutico chiuderà il 2025 con un export in crescita del 35 per cento, per oltre 70 miliardi di euro. Ricordando che senza la farmaceutica, il saldo dell’export italiano sarebbe negativo. E che, ciononostante, non si può restare imbrigliati da regole obsolete.
Naturalmente Cattani si riferisce al payback, la compensazione che obbliga le imprese a restituire parte della spesa sanitaria pubblica. Che doveva essere una misura temporanea e che, invece, è diventato un cappio strutturale. Ecco perché le aziende del farmaco hanno espresso la richiesta cristallina di superarlo entro il 2027, in favore di un modello value-based, legato agli esiti delle cure.

Modelli value-based e tetti di spesa che considerino l’innovazione sono tra le richieste degli operatori economici

Positivo il riscontro di Fratelli d’Italia, che per voce del senatore Michele Barcaiuolo afferma che le imprese del farmaco hanno ragione. E che, finalmente, dopo anni di tagli si stanno rimettendo fondi nel sistema. Anche se occorre una riforma vera, che dia respiro all’innovazione e alle aziende che investono.

Proprio in tema di investimenti il numero uno di Farmindustria ha voluto anche aggiungere che senza stabilità normativa si rischia di perdere il treno globale; e che, o si investe oggi, o tra cinque anni ci si troverà costretti a importare ciò che invece si potrebbe produrre in Italia.

Imprese di dispositivi medici in ginocchio a causa del payback

A sciorinare numeri più che dignitosi è stata anche Confindustria Dispositivi Medici che per voce del presidente Fabio Faltoni ha voluto evidenziare alla politica in ascolto le caratteristiche di un settore fatto da una miriade di imprese, ben 4.600 per lo più di piccole e medie dimensioni, che cubano 130 mila occupati e un giro d’affari di 19 miliardi di euro annui. Settore che, nonostante l’innovazione che introduce nel SSN, deve lavorare con tetti di spesa studiati in un passato remoto che poco ha a che fare con il presente e il futuro. Per non parlare del payback, già costato alle imprese del settore oltre 500 milioni di euro. Aziende che, tra l’altro, lamentano una programmazione sanitaria con orizzonti troppo vicini.

Una sponda alle richieste di Confindustria Dm arriva dai banchi del Partito Democratico, che per voce di Beatrice Lorenzin ha rimarcato come il settore privato e industriale sia parte integrante del sistema pubblico. E che per mantenere un equilibrio utile e vitale per la tenuta del SSN stesso occorre una programmazione pluriennale, con regole certe nel tempo.

Ospedali privati: parte integrante del SSN, che nessuno riconosce

Tra le audizioni anche quella dell’Associazione italiana dell’Ospedalità privata accreditata (Aiop), che nella figura del presidente Gabriele Pellissero ha tenuto un intervento preciso, quasi chirurgico, incentrato sul fatto che il 30% dei posti letto del SSN è garantito dalle strutture del privato accreditato, così come il 28% dei ricoveri e oltre un terzo delle prestazioni ambulatoriali. Anche se le tariffe, ha ricordato Pellissero, sono ferme da più di dieci anni, erose del 23,9% dall’inflazione. Il che mette a repentaglio la tenuta del sistema del privato accreditato.

Le richieste di questo segmento della filiera della salute sono state espresse da Enzo Paolini, vicepresidente dell’Associazione coordinamento ospedalità privata: stessi benefici fiscali del pubblico per i lavoratori privati accreditati; una misura a costo zero, ma di giustizia.

Su questi temi la politica si è mostrata meno possibilista. Perché, a detta di Barcaiuolo, l’aggiornamento delle tariffe va bene, ma deve essere sostenibile. Cosa che pare non essere possibile, oggi come oggi. E sarà oggetto di discussione con il governo nella primavera prossima.

Infermieri: la voce del cuore del sistema

Altro punto caldo in sede di audizioni è stato quello del personale sanitario. In particolare, degli infermieri. Circa 461 mila unità all’attivo, ma stanche. E con lo spettro di una gobba pensionistica che inizierà nel 2029 e che porterà a perdere circa 12 mila professionisti l’anno. Questo il messaggio portato dalla presidente della Federazione degli Ordini Infermieristici, Barbara Mangiacavalli. Che riconosce i passi avanti, come l’aumento dell’indennità di specificità infermieristica, ma chiede un segnale più forte. Come una legge per le specializzazioni e il riconoscimento formale della professionalità degli infermieri. Anche perché nel 2024, 19 mila giovani hanno scelto infermieristica come prima opzione. Un segnale di speranza che non va tradito, ha avvertito Mangiacavalli.

Parole queste ultime, raccolte dalla senatrice Elisa Pirro (M5S), che ha lanciato la proposta di portare la spesa sanitaria al 7% del Pil, in linea con la media europea.

Più soldi, meno sanità

Sul fronte numeri e spesa è intervenuto anche il presidente della Fondazione GIMBE Nino Cartabellotta, che ha messo altri puntini sulle i, auspicando una più attenta e sincera considerazione dei dati reali da parte della politica e di coloro che si occupano di programmazione sanitaria. Perché di fatto, anche se la manovra prevede 6,5 miliardi in più per la sanità, nel 2028 la quota di spesa relazionata al Pil scenderà al 5,93 per cento, sotto la soglia psicologica del 6 per cento. Come a dire che la spesa aumenta, ma nella realtà dei fatti la sanità pesa di meno; con il rischio concreto di mettere a repentaglio la garanzia dei Lea e della salute universale ed equa prevista e sancita dalla nostra Carta Costituzionale.

Un grido d’allarme che deve essere risuonato bene nelle orecchie del senatore Daniele Manca del Pd, che ha ribadito la necessità di una riforma strutturale della spesa e, richiamando il concetto di efficienza, che possa dare più autonomia alle Regioni virtuose e preveda più controlli su quelle che lo sono meno.

Le associazioni: prevenzione e diritti

Nelle aule del parlamento si è parlato anche di prevenzione e di diritti. Con il plauso della delegata di Europa Donna, Giuseppina Giambertone, rispetto alla previsione di estendere lo screening mammografico alle donne tra 45 e 74 anni. Il che potrebbe salvare vite e risparmiare 35 milioni l’anno al sistema.

Risparmi ed efficienza che potrebbero arrivare anche grazie all’impiego delle tecnologie digitali e innovative applicate alla sanità, capaci di modernizzare il sistema. Come ha riferito con convinzione Letizia Pizzi, direttrice generale di Anitec-Assinform, che però ha ricordato come la strumentazione di cui si avvale il SSN è ferma a dieci anni fa. Come a dire che non si può innestare il motore di una Ferrari su un maggiolino degli anni ’70.

Non bastano i fondi, servono visione e stabilità

E allora, la richiesta in questo caso è di aggiornare il Piano 4.0, rendere strutturali gli incentivi e sperimentare la telemedicina. Così da attrarre i giovani professionisti e riducono le distanze tra Nord e Sud del Paese. Concordi in questo senso Fratelli d’Italia e Pd: è tempo di usare la tecnologia per gestire i dati ma soprattutto per curare meglio le persone. Naturalmente investendo in prevenzione e salute e non solo in cure d’emergenza.

Al netto dei confronti e degli scambi di opinione, immaginiamo che sui taccuini della politica siano rimaste parole cerchiate e sottolineate come “riforma”, “personale”, “innovazione” e “fiducia”. E ben impresso il monito comune lanciato dalla filiera della salute: non bastano i fondi, servono visione e stabilità. Vedremo nelle prossime settimane se tutto ciò resterà lettera morta o se troveremo riscontro negli emendamenti alla bozza di legge. Secondo i beninformati, pare che il termine ultimo per presentarli sarebbe il prossimo 14 novembre alle ore 10.

SIFO apre a Genova il suo 46° Congresso nazionale

Chi segue da vicino lo sviluppo del dibattito e della riflessione sul Servizio Sanitario Nazionale sa che c’è uno scoglio contro cui si infrangono le ipotesi e i disegni complessivi. Il SSN deve cambiare e migliorare: questo viene detto e riconfermato in ogni evento, simposio, congresso. Ma poi c’è, appunto, lo scoglio: chi deve fare le cose? Chi deve prendersi in carico il cambiamento? Ne parliamo solamente, oppure passiamo dalle parole ai fatti? Per il suo 46° Congresso che si apre il 6 novembre a Genova, la Società Italiana di Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Territoriali (SIFO), cerca di trovare risposte a questi quesiti e lancia una sfida.

SIFO ha infatti scelto di proporre come titolo del suo evento annuale Protagonisti del cambiamento: sinergie tra professioni, competenze, strumenti e strategie per un sistema salute vincente (6-9 novembre, Genova). “Una scelta”, puntualizza il presidente SIFO Arturo Cavaliere, “che pone la necessità che le stesse professioni sanitarie (i farmacisti ospedalieri in primis, ma in squadra con tutti gli altri) si prendano l’onore e l’onere di trainare il rinnovamento del sistema complessivo.

Significativo il titolo del Congresso: “Protagonisti del cambiamento: sinergie tra professioni, competenze, strumenti e strategie per un sistema salute vincente”

“La parola chiave di questo nostro presente è chiara: essere protagonisti”, sottolineano Barbara Rebesco, Emanuela Omodeo Salé e Alessandro Brega, cioè i tre presidenti e coordinatori di Genova ‘25, “Intendiamo riferirci alla necessità di essere promotori di quel cambiamento da tutti atteso: non più spettatori, ma attori di una nuova costruzione sociale, scientifica, sanitaria, professionale e di governance”.

Un appuntamento centrale e autorevole

“Il Congresso è per tutti i farmacisti ospedalieri e per gli operatori della sanità italiana un appuntamento centrale e strategico“ sottolinea Arturo Cavaliere (Presidente SIFO, ma anche Direttore Generale ASL Frosinone e Presidente Federsanità ANCI Lazio). “La Società dei Farmacisti Ospedalieri negli anni è cresciuta non solamente nel numero degli iscritti, che sono oggi oltre 3.300, ma anche nella rilevanza e nell’autorevolezza della sua presenza. Siamo membri di diritto della European Association of Hospital Pharmacist e collaboriamo in maniera proficua con i vertici della sanità nazionale – come il Ministero della Salute, guidato dal prof. Orazio Schillaci e dal Sottosegretario di Stato, on. Marcello Gemmato – con i quali condividiamo visioni, progettualità e collaborazioni in numerosi tavoli tecnici, non ultima quella che ha portato allo sviluppo del cosiddetto testo unico della farmaceutica”.

Oggi SIFO, ricorda Cavaliere, è una realtà ed una voce riconosciuta in tutta la politica sanitaria “per la sua capacità di suggerire e supportare gli indirizzi delle scelte che riguardano il SSN ed il comparto del farmaco e del dispositivo medico, anche per via della forte adesione che lega i nostri iscritti a una società scientifica capace di promuovere una formazione multispecialistica in aree tematiche di forte interesse per il Servizio Sanitario Nazionale. Ricopriamo – prosegue il presidente – un ruolo sempre più centrale nell’ambito delle terapie avanzate, del procurement e dell’HTA e ci confermiamo una società determinante in termini di rappresentanza, crescita professionale, qualità del lavoro e valore, peculiarità che ci pongono come qualificati interlocutori delle istituzioni nazionali e non solo. Pertanto Genova – location dove torniamo dopo il Congresso 2019 – è per noi un palcoscenico importante da cui desideriamo lanciare questo messaggio di cambiamento attivo e consapevole del SSN, mettendo in gioco le nostre competenze, le nostre visioni prospettiche e le nostre responsabilità”.

Ma forte di una responsabilità che oggi unisce la competenza in farmacia ospedaliera, il ruolo di governance nella sanità territoriale e di rappresentanza personale in seno ad ANCI, Cavaliere puntualizza anche la forte ricaduta attesa “dopo Genova” in termini di attenzione ai pazienti: “Sarà nostro compito, e mio personale impegno”, conclude il presidente SIFO, “di radicare ciò che emerge dal nostro Congresso sul territorio: i cittadini, le famiglie, i pazienti, le professioni, le associazioni, le realtà sociali più attive si attendono che i livelli di salute possano migliorare e innalzarsi proprio grazie al contributo dei professionisti della sanità. E noi farmacisti ospedalieri e responsabili delle scelte sanitarie territoriali, ci impegneremo per garantire questo miglioramento ovunque siamo in stretta relazione con i vertici regionali”.

Temi, stile, scelta green

SIFO ritorna a Genova dopo alcuni anni e mette in agenda un programma con 2 precongressuali e una cerimonia inaugurale (giovedì 6 novembre, ore 16.00) a cui parteciperanno le istituzioni nazionali e il vertice istituzionale della Regione Liguria, rappresentata dal presidente Marco Bucci e dall’assessore Massimo Nicolò; a queste seguiranno nei giorni successivi cinque Main Session, sedici Focus session, sei appuntamenti nel SIFO Agorà e i tanti incontri di LAB LIFE, che è il vero “laboratorio pratico” dei farmacisti ospedalieri in sede congressuale. Senza dimenticare gli appuntamenti di dialogo con le Scuole di Specializzazione SSFO e la sessione conclusiva che prevede come di consuetudine la consegna degli attestati per i Best Poster e per le migliori comunicazioni.

Barbara Rebesco (Presidente del Congresso) precisa che “Il Congresso approfondirà temi centrali come innovazione, accesso, equità e sostenibilità, declinati nelle loro dimensioni economiche, sociali e ambientali. Non discuteremo solo del cambiamento, ma cercheremo di attuarlo con quel pragmatismo e quella concretezza che servono per costruire un sistema sanitario più equo, innovativo e vicino alle persone”.

Aggiunge Emanuela Omodeo Salé (Coordinatrice del Congresso): “Al di là degli argomenti specifici credo sia importante sottolineare che il nostro congresso annuale è sempre più un momento di incontro pratico fra colleghi farmacisti – sia quelli più esperti che i più giovani – affinché al termine delle giornate si possano portare a casa contenuti da poter applicare nelle proprie realtà”.

Conclude Alessandro Brega (Presidente del Comitato organizzatore): “Sarà un Congresso green, con scelte di digitalizzazione avanzata, con una ristorazione basata su filiere stagionali e recupero delle eccedenze alimentari. Inoltre sono previsti gesti di responsabilità sociale condivisa, come la piantumazione di cento alberi sul territorio ligure e la devoluzione del ricavato della cena sociale a progetti solidali”.

Verso una Sanità Partecipata: cittadini e istituzioni insieme per equità, efficienza e sostenibilità del SSN

Promuovere un Servizio Sanitario Nazionale più equo, sostenibile e centrato sui cittadini: con questo obiettivo si è svolta a Roma, il 30 ottobre, la tavola rotonda “Sanità Partecipata”, promossa da UCB e dall’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (ALTEMS) dell’Università Cattolica.
L’incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni, associazioni di pazienti, società scientifiche e attori del mondo sanitario per discutere il valore della partecipazione come motore di equità, trasparenza e sostenibilità.

La conoscenza dei pazienti come risorsa del sistema

L’iniziativa ha voluto offrire uno spazio di riflessione condivisa sul valore della partecipazione come leva per ripensare la governance della salute pubblica dal punto di vista etico, sociale, clinico ed economico.

Al centro del confronto, l’idea che l’esperienza diretta della malattia rappresenti una forma di conoscenza essenziale, da integrare con quella clinica e istituzionale.
“La partecipazione e l’equità sono due dimensioni che si sostengono a vicenda. La partecipazione garantisce equità permettendo di individuare e affrontare barriere di accesso che spesso non emergono nei dati amministrativi: costi indiretti, tempi di attesa, difficoltà logistiche, disuguaglianze culturali e digitali. Solo chi vive quotidianamente queste criticità può renderle visibili, consentendo un’allocazione migliore e più equa delle risorse ed evitando sprechi. Sul punto, ci tengo a sottolineare che il lavoro iniziato oggi non sarà fine a sé stesso, ma è un inizio, che vedrà la raccolta sistematica degli spunti raccolti in un documento, i cui contenuti saranno diffusi in un secondo incontro pubblico”, ha sottolineato Teresa Petrangolini, Direttrice del Patient Advocacy Lab di ALTEMS.

Partecipazione e nuove regole per la rappresentanza civica

Il dibattito si è inserito nel contesto delle recenti novità normative: dalla Legge di Bilancio 2025, che istituisce il Registro Unico delle Associazioni di Pazienti (RUAS), al DDL n. 853 che formalizza la partecipazione delle associazioni ai tavoli di consultazione in materia di salute. Anche a livello europeo, il nuovo Regolamento HTA sancisce in modo strutturale la presenza dei pazienti nei processi di valutazione delle tecnologie sanitarie.

La partecipazione e l’equità sono due dimensioni che si sostengono a vicenda

In questo solco, Francesco Saverio Mennini, Direttore Generale della Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute, ha ribadito come, in linea con le recenti riforme, occorra passare sempre più da un sistema che consulta i cittadini a uno che li include nella costruzione del senso delle politiche pubbliche, confermando il grande impegno del Ministero su questo fronte.

Dalla teoria alla pratica: co-progettazione e indicatori patient-reported

Esperienze come “AIFA Incontra” o le pratiche partecipative di AGENAS mostrano come la partecipazione non sia più un esercizio formale, ma un elemento strutturale della governance sanitaria.

La riflessione ha evidenziato il legame tra partecipazione ed equità, due dimensioni che si rafforzano a vicenda: la partecipazione consente di rendere visibili le disuguaglianze e di affrontarle in modo mirato, mentre l’equità garantisce che la voce dei cittadini sia realmente rappresentativa e diffusa.
Un altro focus ha riguardato l’assistenza territoriale: il DM 77/2022 e le linee guida AGENAS 2023 pongono la partecipazione di pazienti e caregiver al centro della progettazione e valutazione dei servizi, rendendola parte integrante delle nuove Case della Comunità.

Sanità pubblica costruita “con” le persone: corresponsabilità e fiducia al centro dei servizi

La co-progettazione e la co-produzione diventano così esempi virtuosi di un modo nuovo di intendere la sanità pubblica: non più servizi pensati “per” le persone, ma servizi costruiti “con” le persone, nel segno della corresponsabilità e della fiducia. Sul punto, ha assunto particolare rilievo l’intervento di Americo Cicchetti, Commissario AGENAS, che ha sottolineato: “La co-progettazione può fare la differenza su più fronti. Gli indicatori patient-reported, come PRO e PREM, sono straordinari strumenti per valutare l’efficacia dei PDTA e delle reti cliniche, all’interno del nuovo DM 70. Solo ascoltando sistematicamente la voce delle persone nei percorsi di cura possiamo capire se i modelli funzionano, se rispondono ai bisogni reali e se riducono le disuguaglianze territoriali. La prospettiva del paziente è la chiave per rendere la rete clinica più coerente, efficace e vicina alla vita delle persone.”

Il contributo delle associazioni di pazienti

Nel corso della tavola rotonda si è inoltre sottolineata la necessità di consolidare una cultura della partecipazione basata sulla reciprocità della conoscenza. Le istituzioni, da un lato, devono sviluppare una maggiore capacità di ascolto e di dialogo; le associazioni, dall’altro, vanno sostenute in percorsi di formazione e accrescimento delle competenze, affinché la loro rappresentanza sia sempre più efficace.

Le associazioni di cittadini e di pazienti hanno chiesto con forza attenzione sui percorsi e sulle relative metriche di valutazione dal punto di vista di chi la malattia la vive ogni giorno. Sono intervenute Valeria Corazza (Presidente APIAFCO), Antonella Celano (Presidente APMARR), Silvia Tonolo (Presidente ANMAR) e Sabrina Nardi (Consigliera SALUTEQUITÀ) convergendo su tre punti: co-progettare PDTA e campagne (soprattutto su prevenzione e cronicità); misurare sistematicamente PRO/PREM per orientare risorse e accountability; abbattere i drop-out con soluzioni organizzative e digitali davvero accessibili. Non “testimonianze”, ma contributi autorevoli, per ottenere qualità, equità e sostenibilità delle scelte.

In un sistema sanitario che aspira a essere equo, efficiente e sostenibile, il coinvolgimento attivo dei pazienti è fondamentale. La loro esperienza diretta rappresenta una competenza preziosa, capace di offrire benefici concreti: maggiore equità nell’accesso, sostenibilità dei percorsi assistenziali e qualità delle cure. In UCB Pharma, siamo convinti che questo metodo, che chiamiamo “connecting healthcare”, sia quello giusto per realizzare la nostra mission e migliorare la vita delle persone con patologie croniche, attraverso lo sviluppo di terapie mirate e la co-progettazione di modelli di cura più vicini ai bisogni reali”, ha dichiarato Federico Chinni, General Manager di UCB.

Verso una partecipazione regolata e operativa

La Senatrice Elena Murelli, prima firmataria del DDL sulla partecipazione dei pazienti, ha rimarcato un percorso chiaro: dalla cornice definita con la Legge di Bilancio 2025—rafforzata dall’emendamento approvato insieme alla collega Vanessa Cattoi—alla necessità di passare subito all’attuazione, attraverso i decreti attuativi (Ministero della Salute/AIFA) che rendano operativo il RUAS e stabilizzino il coinvolgimento regolato delle associazioni nei procedimenti (HTA, PDTA, aggiornamento LEA), e parallelamente attivare un impegno a livello regionale e aziendale per portare queste regole dentro i processi quotidiani.

Infine, la Dottoressa Manuela Tamburo De Bella (Agenas) ha mostrato come il metodo partecipativo sia applicabile a molteplici aree cliniche, dentro il perimetro delle reti del DM 70: coinvolgimento strutturato di pazienti e caregiver nella progettazione dei percorsi e uso routinario di PRO/PREM per valutare esiti, appropriatezza e riduzione delle disuguaglianze regionali. È il passaggio che trasforma la partecipazione da parola d’ordine a standard operativo e metrica di performance per le reti.

Dal confronto al cambiamento culturale

Con “Sanità Partecipata”, UCB e ALTEMS promuovono un passaggio culturale: dalla partecipazione come consultazione episodica alla partecipazione come componente stabile della governance sanitaria.
Solo una sanità realmente costruita “con” le persone può garantire equità, fiducia e sostenibilità nel futuro del SSN.

Distribuzione intermedia, motore della sanità di prossimità: il nuovo Rapporto Federfarma Servizi

Alla decima Convention nazionale di Federfarma Servizi, ospitata a Bari, è stato presentato il IV Rapporto “La maglia della salute”, che fotografa l’impatto economico e sociale della Distribuzione Intermedia e delle 18 aziende associate, al servizio di oltre 7.500 farmacie socie dirette su tutto il territorio nazionale: 838 milioni di confezioni consegnate ogni anno, 5,3 miliardi di valore generato e un ruolo sempre più centrale nella sanità territoriale.

L’edizione 2025 è stata inaugurata dal Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato che ha aperto i lavori: «Quello della Distribuzione Intermedia dei farmaci – ha dichiarato Gemmato – è un ruolo sociale fondamentale e imprescindibile. Lo dimostrano i milioni di confezioni consegnate ogni anno alle farmacie del territorio: una rete capace di raggiungere anche i luoghi più remoti del Paese, garantendo cure — e quindi salute — a tutti i cittadini. La prossimità è la chiave di una sanità in cui accesso, continuità e sostenibilità trovano piena realizzazione».

Il Rapporto evidenzia un sistema che ogni anno movimenta 838 milioni di confezioni di farmaci, parafarmaci e dispositivi medici, per un totale di oltre 10 milioni di consegne e 138 milioni di chilometri percorsi, garantendo continuità, sicurezza e tempestività nella distribuzione dei medicinali.

Il comparto genera un valore economico complessivo di 5,3 miliardi di euro e occupa circa 3.600 persone, di cui il 42% donne e il 27% under 35, confermando il contributo del settore alla crescita occupazionale e alla modernizzazione della filiera.

«La rete della distribuzione intermedia è oggi una componente vitale della sanità territoriale: assicura accesso, prevenzione e continuità di cura. Il dialogo costante con il Ministero della Salute e con il Sottosegretario Gemmato ha rafforzato la collaborazione tra filiera e istituzioni, ponendo le basi per una sanità di prossimità sempre più efficiente e coesa» — ha dichiarato Antonello MironePresidente Federfarma Servizi.

La Distribuzione Intermedia garantisce prossimità, accesso e continuità di cura in tutta Italia

Tra i risultati del 2024/2025 anche la gestione di 2,5 milioni di vaccini, 1,1 milioni di provette per screening oncologici e 156 milioni di dispositivi per il supporto a pazienti diabetici, a testimonianza di un ruolo che va ben oltre la logistica: la Distribuzione Intermedia è parte attiva dei programmi di prevenzione e salute pubblica.

“Ogni giorno le nostre aziende presidiano il territorio assicurando accesso ai medicinali, supporto alle farmacie e continuità al Servizio Sanitario Nazionale: il nostro impegno oggi è anche rendere sempre più visibile e riconosciuto il valore di servizio pubblico della Distribuzione Intermedia.” – ha aggiunto Mirone

La collaborazione con il Ministero della Salute prende forma anche attraverso l’impegno di NMVO ITALIA, la società costituita nel 2024 da Federfarma Servizi e le altre sigle dell’industria e della farmacia, che si occuperà della gestione del sistema nazionale anticontraffazione del farmaco nel mercato unico europeo (NMVS).

Di Giorgio (AIFA): «L’Italia punto di riferimento nella lotta alle carenze e al crimine farmaceutico»

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Mentre la Corte dei Conti europea lancia l’allarme sulle carenze critiche di medicinali nell’UE, indicando livelli record nel 2023 e 2024, il nostro Paese si distingue per un approccio strutturato e proattivo. A guidare questa rete complessa è l’AIFA, che da oltre un decennio lavora per prevenire crisi di approvvigionamento e proteggere i cittadini dal crimine farmaceutico.

Ne parla a TrendSanità Domenico Di Giorgio, dirigente dell’Ufficio Qualità dei prodotti e contrasto al crimine farmaceutico dell’Agenzia, che sottolinea come il nostro Paese stia giocando un ruolo di primo piano nel coordinamento europeo contro le carenze e nel contrasto al crimine farmaceutico, anticipando spesso le misure comunitarie.

Carenza di farmaci: qual è oggi la situazione in Italia rispetto al resto d’Europa e cosa emerge dal recente report della Corte dei Conti europea?

«Il report conferma ciò che è già noto a livello europeo: l’Italia è un punto di riferimento in questo ambito. Siamo noi, infatti, a guidare la joint action europea, ovvero il progetto europeo per la mitigazione delle carenze, denominato CHESSMEN (Coordination and Harmonisation of the Existing Systems against Shortages of Medicines). Il progetto mira a mettere in rete i sistemi già funzionanti nei vari Stati membri, affinché tutti possano imparare dalle migliori pratiche altrui. Le attività includono la definizione di linee guida comuni (es. per il blocco dell’export o la gestione delle importazioni) e le joint visit, durante le quali delegazioni di paesi diversi visitano le agenzie omologhe per vedere materialmente come lavorano. Recentemente abbiamo ospitato una di queste visite, con colleghi da dieci paesi che hanno potuto osservare i nostri metodi per replicarne gli elementi più efficaci. L’Italia è attiva su questo tema in modo strutturato da oltre dieci anni, mentre gran parte dell’Europa ha iniziato a muoversi con decisione solo dopo la crisi del 2020.

L’Italia agisce sulle carenze da oltre 10 anni, mentre gran parte dell’Europa si è attivata dopo la crisi del 2020

La situazione attuale è influenzata da dinamiche globali, non solo nazionali. L’incremento dei costi di produzione e di trasporto negli ultimi anni ha reso più frequenti le criticità, soprattutto per i prodotti a basso costo la cui produzione avviene in paesi terzi. Tuttavia, in Italia abbiamo sviluppato un ventaglio molto ampio di strumenti di mitigazione e prevenzione. Grazie a questo sistema, il numero di crisi effettive gestite ogni anno è rimasto molto basso.

Recentemente, grazie a una forte collaborazione con il Ministero e l’intera filiera, abbiamo inoltre gestito con successo problematiche nuove. Ad esempio, tra la fine dello scorso anno e l’inizio di questo, abbiamo affrontato la mancanza di un farmaco cardiaco salvavita; siamo riusciti a gestire l’importazione del quantitativo necessario per il nostro Paese e la sua distribuzione gratuita attraverso la rete delle farmacie, garantendo che i pazienti potessero trovarlo nella loro farmacia di fiducia anziché solo in ambito ospedaliero. Questa è la dimostrazione della capacità della rete.

Tra gli strumenti che promuoviamo, anche nel network europeo, c’è il tavolo tecnico dell’indisponibilità, un forum attivo dal 2014 che riunisce tutta la filiera: amministrazioni regionali, logistica, società scientifiche. Questo strumento di dialogo è fondamentale perché ogni carenza è diversa. A volte collaboriamo con i distributori, altre con i produttori, come nel caso dei radiofarmaci, dove interviene il farmaceutico militare di Firenze. In altri casi, ci interfacciamo con le società scientifiche per favorire shift terapeutici con prodotti alternativi disponibili sul mercato. In sintesi, l’Italia è uno dei paesi con le attività di contrasto alle carenze più solide».

Parliamo del “Critical Medicines Act”, regolamento proposto dalla Commissione Europea per migliorare la disponibilità di medicinali critici nell’UE: come vede la sua reale applicazione una volta approvato; quali potrebbero essere le difficoltà e quali i vantaggi attesi?

«Il Critical Medicines Act rientra tra gli interventi di medio-lungo termine. Mentre il nostro lavoro quotidiano è focalizzato sulla gestione a breve termine delle emergenze di mercato, questo atto legislativo mira a prevenire le crisi future eliminando le vulnerabilità della linea di approvvigionamento. L’idea di fondo è favorire, tramite incentivi, il reshoring, ossia il ritorno in Europa di alcune produzioni farmaceutiche essenziali. Un esempio classico è quello delle materie prime per gli antibiotici, la cui produzione è oggi quasi interamente delocalizzata in Asia. Il Critical Medicines Act punta a ripristinare stabilimenti produttivi anche in Europa per eliminare le possibili dipendenze da fornitori extra-europei, che possono diventare critiche in scenari internazionali instabili.

La vulnerabilità dipende dalle materie prime, non dalla capacità produttiva europea

Va detto che la delocalizzazione riguarda principalmente alcune materie prime, mentre per quanto riguarda la produzione dei prodotti finiti, come i solidi orali (es. compresse), l’industria ha attuato una razionalizzazione a livello mondiale, concentrando la produzione in singoli stabilimenti. Molti di questi stabilimenti strategici si trovano proprio in Italia, che è il primo produttore europeo di farmaci. La vulnerabilità, quindi, non risiede nella capacità produttiva complessiva dell’Italia o dell’Europa, ma in specifiche dipendenze su alcune materie prime.

L’atto definisce un approccio industriale di prospettiva alla gestione delle carenze, e resta uno strumento strategico per rendere il sistema più robusto nel tempo integrando le iniziative che i singoli Stati già portano avanti: non è chiaramente una risposta di breve termine al paziente che oggi non trova un farmaco, ma integrerà il quadro delle misure di mitigazione in maniera strategica».

Contraffazione e crimine farmaceutico: un commento sulla situazione italiana a pochi mesi dalla scadenza dei termini per l’attuazione del nuovo Regolamento sulla tracciabilità dei farmaci (Direttiva 2011/62/UE). Le misure previste sono sufficienti per fronteggiare le minacce legate a contraffazione e traffico illecito?

«Anche in questo campo l’Italia rappresenta un punto di riferimento storico. Molti degli strumenti che l’Europa ha introdotto con la direttiva sulla contraffazione del 2011, come la tracciabilità e le ispezioni rafforzate, in Italia erano già operativi. Proprio per la solidità del nostro sistema, ci è stata concessa una lunga deroga per l’adeguamento a quello europeo.

Disponiamo di un sistema di tracciabilità sin dal 2001. Inoltre la forza del sistema italiano si basa su specifiche caratteristiche, dall’esistenza di forze di Polizia specializzate (NAS) alla collaborazione tra istituzioni, con una task force antifalsificazione attiva dal 2006-2007 che garantisce una sinergia costante tra le diverse amministrazioni, fino a una rete distributiva protetta. Grazie alla tracciabilità, le infiltrazioni di farmaci falsificati nella rete distributiva legale sono un fenomeno che in Italia, di fatto, non abbiamo mai visto, a differenza di altri Paesi dove i prodotti contraffatti sono arrivati anche nelle farmacie.

Oggi i traffici illeciti si sono spostati quasi interamente sul web e riguardano soprattutto l’uso non terapeutico dei farmaci

Il nuovo sistema europeo, nel quale l’Italia convergerà pienamente nel 2027, ha una logica diversa, ma la normativa di transizione è stata studiata per tutelare gli strumenti che hanno funzionato bene finora, in particolare il bollino farmaceutico, attivo dal 2001. Prodotto dal Poligrafico dello Stato con sistemi anti-contraffazione simili a quelli delle banconote, è uno strumento di indagine estremamente efficace che utilizziamo per investigare casi di falsificazione o furti.

Aggiungo che oggi i traffici illeciti si sono spostati quasi interamente sul web. Nelle farmacie italiane non si trovano prodotti illegali, ma le ricerche e gli acquisti online riguardano antidiabetici usati come dimagranti, prodotti per la disfunzione erettile, sostanze dopanti. Si tratta di un uso non terapeutico del farmaco, fuori dal controllo medico, che comporta rischi enormi. La nostra azione dovrebbe, sì, concentrarsi sul blocco dei siti, ma soprattutto sulla erogazione di una corretta informazione per il pubblico; è fondamentale far comprendere alle persone, soprattutto giovani, i pericoli a cui si espongono.

AIFA coordina questi strumenti e indagini in stretta sinergia con i NAS e le altre forze di polizia. Abbiamo sviluppato piattaforme come MEDI-THEFT, che gestiamo a livello nazionale e internazionale per tracciare i furti di farmaci e creare delle blacklist che ne impediscano la rivendita. Un esempio emblematico del nostro lavoro è l’Operazione Vulcano del 2014, grazie alla quale è stato possibile smantellare una rete che rubava farmaci dagli ospedali italiani per riesportarli illegalmente in Europa. Quattro anni dopo, le autorità tedesche si sono ritrovate con lo stesso problema: una rete criminale rivendeva farmaci rubati in Grecia; modelli criminali che si replicano a livello internazionale».

Considerando le tendenze di globalizzazione e digitalizzazione, quali saranno le prossime azioni che AIFA potrebbe intraprendere nell’ambito del pharma crime, e nel caso è previsto il ricorso all’AI?

«Per quanto riguarda il crimine farmaceutico, AIFA continua a potenziare gli strumenti di rete esistenti. Stiamo rafforzando la piattaforma MEDI-THEFT sui furti per renderla ancora più accessibile e integrata, e lavoriamo per stimolare altri paesi ad adottare sistemi simili. Molte amministrazioni estere non raccolgono sistematicamente i dati sui furti, perché le denunce avvengono a livello locale; il nostro sforzo è quindi quello di stimolare la creazione di flussi informativi che possano confluire in una rete europea.

L’intelligenza artificiale ha un grande potenziale nell’analisi dei dati sulle carenze di farmaci, per prevenire le criticità

Per quanto riguarda l’AI, sta certamente generando strumenti interessanti. Potrebbe essere usata per un monitoraggio più continuo dell’offerta illegale sul web, come già si sta sperimentando in Svizzera. Ma, ribadisco, in questo campo crediamo che l’investimento più importante resti l’educazione dei pazienti.

Stiamo invece iniziando a usare l’AI in progetti sperimentali per analizzare i dati sulle carenze di farmaci. Un’analisi avanzata dei flussi di vendita, delle disponibilità in altri paesi e di altri dati di mercato potrebbe essere semplificata con l’AI, e contribuire a identificare trend e prevenire le criticità. Sono progetti in fase iniziale, ma certamente caratterizzati da un grande potenziale».

L’importazione parallela è un fenomeno a sé. Come si inserisce nel quadro di approvvigionamento, tracciabilità e contraffazione, e quali vantaggi o criticità presenta?

«Il parallel trade può essere una risorsa preziosa, perché far circolare di più i farmaci tra i paesi può aiutare a spostarli da dove abbondano a dove scarseggiano, mitigando così le carenze. Ma presenta anche dei rischi, è stato infatti un canale permeabile a tentativi di infiltrazione. Inoltre, un’eccessiva esportazione di farmaci dall’Italia verso i mercati esteri rischia di generare carenze sul mercato nazionale; per questo AIFA è talvolta costretta a imporre dei blocchi all’export su prodotti specifici.

D’altra parte, i distributori paralleli sono attori riconosciuti nel sistema europeo e partecipano anche al consorzio che gestirà la futura tracciabilità. Si tratta di un canale con un suo spazio e un suo ruolo, che va però richiamato a una precisa responsabilità. Se gestito in modo equilibrato, è una risorsa. Bisogna fare in modo che la logica del business non prevalga sulla tutela della salute pubblica.

La nostra speranza è di riuscire a integrare sempre di più gli importatori paralleli tra gli strumenti per la mitigazione e prevenzione delle carenze, magari per reperire farmaci che, pur avendo un interesse economico limitato, potrebbero essere strategici per la rete e diventare oggetto di importazione parallela a beneficio di tutti».

Partecipazione dei pazienti ai processi decisionali: il 36% delle associazioni rischia di essere esclusa

Negli ultimi anni il ruolo delle Associazioni di Pazienti nei processi regolatori si è consolidato, sia a livello europeo che nazionale, con un progressivo riconoscimento del loro contributo nelle decisioni di salute pubblica e una funzione centrale presso gli Enti regolatori, all’interno di EMA – Agenzia Europea per i Medicinali, ma anche nelle procedure adottate dalle Autorità regolatorie dei singoli Stati membri. Lo stesso processo sta avvenendo in Italia, anche grazie al lavoro svolto da associazioni e istituzioni, come quello sviluppatosi all’interno dei tavoli del Progetto “InPags – I pazienti protagonisti delle decisioni terapeutiche” (‘PAGs’ è l’acronimo inglese di associazioni di pazienti), iniziativa coordinata da Rarelab con la partecipazione dell’InPags Network, un gruppo di 68 Associazioni e 2 Organizzazioni di pazienti.

Di quanto emerso dal secondo anno di progetto si è parlato al convegno “Il Ruolo del Paziente nei Processi Regolatori. L’esperienza InPags”, nel corso del quale le associazioni hanno chiesto, in particolare – ma non solo – di rivedere il requisito dei 10 anni di attività previsto dalla legge, e di ridurlo a 3, per permettere anche a realtà più recenti, ma con esperienza specifica su determinate patologie, di contribuire ai processi regolatori, o di trovare alternative soluzioni che non abbiano come effetto la discriminazione delle associazioni più giovani.

Presentata la survey del secondo anno del progetto InPags sul ruolo del paziente nei processi regolatori

Il progetto è nato nel 2024 per trasferire in Italia un approccio partecipativo maturo, in cui le associazioni possano contribuire in modo effettivo ai processi regolatori, e da subito ha sottolineato la necessità che fosse prevista nel Regolamento sull’Organizzazione e  Funzionamento della Commissione Scientifica ed Economica del Farmaco di AIFA – Agenzia Italiana del Farmaco la possibilità di convocare in audizione le Associazioni di pazienti per ampliare il quadro conoscitivo nell’ambito dei processi decisionali.

A questo è seguita l’istituzione del Registro Unico delle Associazioni della Salute (RUAS), previsto dalla Legge di Bilancio 2025 (n. 207/2024) e gestito dal Ministero della Salute.

Nonostante l’intento positivo del Registro, che non è ancora operativo, dall’InPags Network e da una survey nazionale condotta all’interno del progetto emerge che un terzo delle associazioni di pazienti attive in ambito raro, cronico e oncologico rischia di restare fuori dai nuovi processi di partecipazione istituzionale previsti dal RUAS. A creare il collo di bottiglia è nello specifico il requisito dei 10 anni di costituzione: oltre il 36% delle associazioni è più giovane.

«Il requisito dell’anzianità di 10 anni rischia di escludere realtà giovani, ma altamente qualificate, nate per rispondere a bisogni emergenti e dotate di competenze specifiche e solide connessioni con le comunità di riferimento – ha spiegato Francesco Macchia, Managing Director di Rarelab – e questo rischio è particolarmente forte in un settore per definizione giovane, quello delle malattie rare. Per questo vorremmo che la norma fosse modificata, cosa ancora fattibile poiché il RUAS non è ancora attivo, o modificando i termini oppure escludendo l’applicazione dei criteri del RUAS per quello che riguarda l’interlocuzione con AIFA, che per definizione ha una base più tecnica e meno politica».

Il requisito dell’anzianità di 10 anni per l’inserimento nel Registro Unico delle Associazioni della Salute (RUAS) rischia di escludere realtà giovani, ma altamente qualificate

«AIFA riconosce il valore strategico di un dialogo costruttivo, trasparente e continuativo con le associazioni di pazienti quale strumento essenziale per integrare, nei processi di valutazione e autorizzazione all’immissione in commercio dei medicinali sul territorio nazionale, le conoscenze e le esperienze dirette maturate dalle stesse associazioni, che possono arricchire il patrimonio informativo dell’autorità regolatoria. – ha sottolineato Lara Gitto, Presidente della Commissione scientifica ed economica di AIFA – In tale prospettiva, il Regolamento CSE prevede la possibilità di convocare in audizione le associazioni di pazienti, in relazione alle patologie di rispettiva competenza. A partire dall’introduzione di tale previsione, nell’ultimo anno AIFA ha dato concreta attuazione al principio di partecipazione, convocando, quando ne ha ravvisato la necessità, le associazioni di pazienti in audizione, rendendo così effettivo un confronto aperto e inclusivo a supporto delle proprie attività istituzionali”.    

Dalla Survey è emersa anche un’altra informazione importante. Le associazioni stanno cambiando: crescono i dipendenti impiegati nelle attività e calano i volontari: molte associazioni “nuove” sono spesso composte da persone esperte, con competenze trasversali, e si dotano di strumenti che fino a poco tempo fa non erano obbligatori anche per far fronte ad una sempre crescente richiesta di trasparenza in tutte le sue parti, con più attenzione sui bilanci,  ai requisiti RUNTS, al GDPR in ambito sanitario e quindi, pur non avendo il requisito dell’anzianità sono in grado di interloquire con competenza nel dialogo con istituzioni ed enti regolatori.            

«In ambito europeo, abbiamo dei paesi dove il processo di partecipazione delle associazioni di pazienti ai processi decisionali in materia regolatoria è stato avviato da tempo ed è ormai una realtà, seppur migliorabile, maggiormente consolidata. – ha affermato Dario Martino, Presidente ATES – Associazione Talassemia ed Emoglobinopatia Sardegna – Nel nostro Paese, tale percorso è stato intrapreso più recentemente, con l’obiettivo di promuovere un coinvolgimento sempre più strutturato e rappresentativo. Un primo passo in questa direzione è stato compiuto con l’introduzione del Regolamento CSE, cui ha fatto seguito l’istituzione del RUAS, che tuttavia — per come attualmente configurato — rischia di limitare le potenzialità di una partecipazione pienamente effettiva. Anche a seguito dell’entrata in vigore del Regolamento europeo sull’Health Technology Assessment (HTA), la partecipazione delle associazioni di pazienti ha trovato una concreta valorizzazione, rappresentando un elemento chiave per assicurare che le decisioni regolatorie siano sempre più fondate su un approccio inclusivo, trasparente e orientato ai bisogni reali delle persone».

«Esistono oggi associazioni che, pur avendo una storia inferiore ai dieci anni, hanno sviluppato competenze avanzate e una solida esperienza operativa – ha sottolineato Italia Agresta, Vicepresidente Associazione Nazionale Persone con Malattie reumatologiche e Rare – APMARR APS ETS. Queste realtà agiscono con continuità, serietà e spirito collaborativo, e sono già pienamente in grado di contribuire al dibattito pubblico e alle politiche sanitarie del Paese. Per questo auspico che il criterio temporale previsto per l’accesso al RUAS venga interpretato con flessibilità, valorizzando il merito e la reale capacità di incidere sui processi decisionali. La possibilità di relazionarsi con interlocutori di alto livello, come AIFA o altre autorità sanitarie, non dipende dall’anzianità, ma dalla formazione dei rappresentanti, dalla qualità delle attività svolte, dalla coerenza tra obiettivi statutari e azioni concrete, e dalla capacità di generare un impatto reale nel contesto in cui l’associazione opera».

Il progetto “InPags” è stato realizzato da Rarelab con la media partnership di OMaR e con il contributo non condizionante di BioCryst, Boehringer Ingelheim Italia, CSL Behring S.p.A, Kedrion, Kyowa Kirin, Pfizer.

All’incontro sono intervenuti anche: l’On. Ilenia Malavasi, Commissione XII “Affari Sociali”, Camera dei Deputati; la Sen. Elisa Pirro, Commissione V “Bilancio”, Senato della Repubblica; Ilaria Ciancaleoni Bartoli, Direttrice di OMaR – Osservatorio Malattie Rare; Stefano Svetoni, Direzione Legale, Fiscale e Compliance di Farmindustria.

SItI: ambiente e stili di vita determinano l’evoluzione delle malattie croniche e infettive

Dalla plenaria “Ambiente e Planetary Health” del 58° Congresso SItI emerge una visione chiara: sono gli stili di vita e l’ambiente, più che i geni, a determinare la diffusione di molte patologie cronico-degenerative e infettive. Il presidente SItI Emilia-Romagna, e Professore Ordinario di Igiene presso UniMoRe, Marco Vinceti, richiama la necessità di agire su politiche ambientali e preventive per ridurre diseguaglianze e migliorare la salute collettiva.

“Partendo da questo presupposto, oggi solidamente sostenuto da una base scientifica, il mondo della Medicina preventiva, dell’Igiene, della Sanità pubblica si deve muovere lottando non solo per conoscere, ma anche e soprattutto per modificare ciò che ci circonda – sottolinea Vinceti – Facendo questo avremo un netto miglioramento della condizione di salute della nostra popolazione e di tutti noi. Questo deterioramento, sia ambientale che sanitario, è in grado di indurre sensibili differenze socio-economiche creando, o accentuando, diseguaglianze sociali che, a loro volta, generano sensibili conseguenze nocive sull’ambiente e, più in generale, sulla Planetary Health. Si ritiene necessario, quindi, coinvolgere e responsabilizzare i decisori politico-amministrativi, nonché l’intera popolazione, avendo come riferimento centrale il nostro Paese, pur nella consapevolezza della stretta interdipendenza esistente in tale ambito tra i diversi Paesi europei ed extra-europei”.

Ogni politica diretta a risanare e proteggere l’ambiente è fortemente legittimata da ragioni di sanità pubblica

L’inquinamento atmosferico, per esempio, rappresenta un fenomeno particolarmente preoccupante in termini sanitari. L’Agenzia Ambientale Europea stima in oltre 200.000 i decessi prematuri attribuibili al solo particolato fine (PM2,5), un contaminante individuato a livelli di pericolo per la salute umana nella quasi totalità (>90%) delle aree urbane europee e le stime effettuate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per l’intero Pianeta sono addirittura di 8,5 milioni annui di decessi prematuri, di cui ben 700.000 in bambini sotto i 5 anni.

In aggiunta a questo, ci sono fattori di rischio quali il rumore urbano (cui vengono attribuiti 50.000 casi di coronaropatia ischemica all’anno in Europa), elevati livelli di metalli pesanti e di sostanze organiche volatili specie in prossimità di vie ad intenso traffico e di impianti industriali.

Particolarmente serio l’impatto dell’inquinamento atmosferico a livello di salute riproduttiva, con una stima di ben 6 milioni di parti prematuri e 3 milioni di neonati sottopeso nell’intero pianeta. Estremamente elevati anche i casi di neoplasia, con un numero annuo di soli tumori al polmone pari a ben 200.000 al mondo, e con un chiaro incremento del rischio nel caso dei tumori in età pediatriche ed in particolare di quelli più frequenti, le leucemie infantili. Quest’ultima tipologia di neoplasia, in particolare, vede incrementare il suo rischio del 50% qualora la residenza del bambino sia a soli 50 m dal bordo delle strade ad intenso traffico, secondo uno studio realizzato nel nostro Paese.

All’inquinamento atmosferico si aggiunge poi quello del suolo, degli alimenti e delle acque, dovuto a fattori quali contaminanti organici, metalli pesanti e metalloidi quali piombo, cadmio e selenio, tossici quali diossine, furani e PCB, pesticidi, e microplastiche tra gli altri.

Molto rilevanti, poi, gli effetti dell’inquinamento ambientale non solo nei confronti delle patologie neoplastiche e respiratorie, ma anche nei confronti di patologie quali quelle neurodegenerative (demenza di Alzheimer, morbo di Parkinson e Sclerosi Laterale Amiotrofica) e quelle metaboliche (diabete di tipo 2), oltre ovviamente a quella cardiovascolari.

L’inquinamento ambientale incide non solo su tumori e malattie respiratorie, ma anche su patologie neurodegenerative, metaboliche e cardiovascolari

Secondo il Global Burden of Disease Study 2023, più di un sesto del carico globale di diabete di tipo 2 è attribuibile all’esposizione a PM2,5, con circa 3,2 milioni di nuovi casi di diabete ogni anno e più di 190.000 decessi da diabete correlato all’inquinamento a livello mondiale.

Relativamente alle patologie neurodegenerative, invece, studi mostrano come per ogni lieve aumento della concentrazione media annuale di PM2,5 (polveri fini), si osserva un incremento non solo del rischio di insorgenza di Alzheimer, ma anche della gravità dei cambiamenti neuropatologici correlati, come pure di altre patologie neurodegenerative. Il rischio di decadimento cognitivo serio, in particolare, sembra addirittura raddoppiare per un incremento pari a 50 µg/m³ di polveri fini. Questi effetti nocivi, che riguardano in realtà un numero molto elevato di patologie, vengono fortemente potenziati in presenza delle alterazioni climatiche in corso (il cosiddetto Climate change).

Le alterazioni climatiche sono da un lato potenziate dall’inquinamento ambientale, e d’altro canto contribuiscono esse stesse ad un incremento di tale inquinamento. Molto serio è inoltre l’effetto dell’inquinamento ambientale e del cambiamento climatico, nonché purtroppo di alcune improvvide politiche urbanistiche, sulla disponibilità e fruibilità del verde urbano, un fattore certamente benefico per la salute, con riferimento sia a quella mentale sia a diverse patologie cosiddette ‘organiche’.

“Complessivamente, pertanto, ogni politica diretta a risanare e proteggere l’ambiente è fortemente legittimata da ragioni di Sanità pubblica, essendo in grado di esercitare marcati effetti benefici, a breve, medio e lungo termine, sulla salute umana e più in generale sull’ecosistema in prospettiva One Health”, conclude Vinceti.

Nasce EUnetCCC, il network europeo dei centri oncologici certificati

L’Unione Europea lancia il Network Europeo dei Centri Comprensivi per la Cura del Cancro (EUnetCCC), la rete che entro il 2028 riunirà 100 Centri oncologici certificati per garantire a ogni paziente europeo cure di alta qualità integrate con ricerca e formazione.

Con un budget complessivo di 112 milioni di euro, EUnetCCC riunisce oltre 160 partner di 31 Paesi e rappresenta la quinta iniziativa del Piano Europeo di Lotta contro il Cancro. L’Azione congiunta, coordinata dall’Istituto Nazionale Francese del Cancro (INCa) e gestita da HaDEA nell’ambito del programma EU4Health, mira a costruire una vera infrastruttura paneuropea per l’oncologia, favorendo collaborazione, scambio di buone pratiche e standard condivisi.

Il network sarà lanciato ufficialmente il 6 e 7 novembre, a Parigi.

L’Europa avvia EUnetCCC, la più grande iniziativa sanitaria per creare una rete di 100 Centri oncologici certificati entro il 2028

Tra i protagonisti dell’iniziativa paneuropea, c’è Alleanza Contro il Cancro, la Rete Oncologica Nazionale del Ministero della Salute presieduta dal prof. Ruggero De Maria, ingaggiata nella formazione e nella governance del network EUnetCCC. In tale ruolo, ACC coordinerà attività mirate allo sviluppo delle competenze e alla definizione di modelli di governance sostenibili per i Centri Comprensivi europei, in stretta collaborazione con le principali istituzioni sanitarie del continente.

La partecipazione di ACC riflette la sua funzione strategica nel panorama della ricerca e dell’oncologia europee; la Rete, che riunisce 27 Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) italiani, INFN, Fondazione Cnao, Fondazione PoliMi, ISS e Aimac – sotto l’egida del Ministero della Salute – è da anni un attore chiave in numerosi programmi UE. Grazie a questi impegni, ACC contribuisce a posizionare l’Italia al centro della costruzione dello Spazio Europeo dei Dati Sanitari e delle nuove politiche di qualità ed equità delle cure.

L’Italia sarà tra i leader grazie ad Alleanza Contro il Cancro, impegnata su formazione e governance

L’evento di Parigi, che riunirà oltre mille partecipanti tra clinici, ricercatori, decisori politici e rappresentanti dei pazienti, segnerà l’avvio operativo di EUnetCCC. Il programma prevede sessioni plenarie e tavoli di lavoro su certificazione, formazione, governance, partecipazione dei pazienti e digital health, con la presentazione del Libro Bianco della rete e la definizione delle priorità comuni per i prossimi anni.

Con EUnetCCC l’Europa compie un passo decisivo verso un sistema oncologico realmente integrato, fondato su eccellenza, equità e cooperazione; ACC, in virtù della propria esperienza e del suo ruolo istituzionale, rappresenta un ponte tra la dimensione nazionale e quella europea, contribuendo alla creazione di un modello condiviso di cura e ricerca che renda concreto l’obiettivo dell’UE: garantire a ogni cittadino europeo, entro il 2030, l’accesso a cure oncologiche di alta qualità, ovunque viva.

Carcere, l’isolamento non rieduca: «Così si moltiplicano dolore e suicidi»

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Essere rinchiusi da soli in una cella per oltre 22 ore al giorno, senza contatti umani significativi: è questa la condizione che, secondo le Regole di Mandela delle Nazioni Unite e le Regole penitenziarie europee, definisce l’isolamento carcerario. Quando supera i 15 giorni consecutivi, diventa “isolamento prolungato” e dovrebbe essere vietato perché considerato un trattamento inumano o degradante. Eppure, in molti Paesi europei, inclusa l’Italia, si registrano casi di isolamento prolungato, talvolta reiterato o applicato senza un provvedimento formale.

A evidenziarlo è il Manuale sul monitoraggio dell’isolamento penitenziario, realizzato nell’ambito del progetto europeo “Working towards harmonized detention standards in the EU – the role of National Preventive Mechanisms (NPM)”, promosso da quattro organizzazioni per i diritti umani: il Ludwig Boltzmann Institute (Austria), l’Hungarian Helsinki Committee (Ungheria), il Bulgarian Helsinki Committee (Bulgaria) e l’Associazione Antigone (Italia). L’obiettivo è fornire strumenti operativi e conoscenze agli organismi nazionali di prevenzione della tortura, rafforzandone il ruolo di monitoraggio.

Negli ultimi anni, l’uso dell’isolamento è aumentato in molte carceri europee, nonostante i suoi effetti negativi sulla salute fisica e mentale siano ampiamente documentati. Da qui la necessità di un’azione più incisiva e coordinata a livello europeo per limitarne l’abuso e garantire il rispetto dei diritti fondamentali delle persone private della libertà. Tra le criticità più gravi segnalate dal rapporto figurano anche gli effetti sulla salute mentale, riconosciuti da numerosi studi: insonnia, ansia, depressione, paranoia, automutilazione, fino a comportamenti suicidari. Dopo periodi prolungati di isolamento, molti detenuti sviluppano quella che viene definita “sociofobia”, una perdita della capacità di relazionarsi con gli altri. Si evidenzia anche il ruolo del personale medico, che dovrebbe visitare quotidianamente le persone isolate e verificare la compatibilità delle loro condizioni fisiche e psichiche con la misura imposta. Una pratica che, secondo Antigone, in molti istituti non viene rispettata.

Rachele Stroppa

Per saperne di più, TrendSanità ha intervistato Rachele Stroppa, Ricercatrice dell’Associazione Antigone.

L’isolamento nasce come strumento di disciplina e sicurezza, ma nei fatti produce sofferenza e regressione. Alla luce della vostra ricerca, funziona davvero come misura di gestione penitenziaria o finisce per aggravare i problemi che dovrebbe risolvere?

«L’isolamento è sempre più utilizzato per gestire i soggetti più marginali della popolazione penitenziaria, che vengono etichettati come potenzialmente in grado di turbare l’ordine all’interno dell’istituto. Progressivamente, quindi, l’isolamento si è andato configurando come lo strumento principale attraverso il quale l’amministrazione penitenziaria intende mantenere la sicurezza, attraverso la neutralizzazione dei soggetti la cui gestione risulta maggiormente complessa. L’isolamento però non apporta nessun elemento positivo in termini rieducativi, anzi spesso produce violazioni dei diritti delle persone detenute, prestandosi ad offrire le condizioni ad abusi, e può causare sofferenza psicologica, su soggetti che già spesso presentano disagio psichico».

Nel rapporto emergono diverse tipologie di isolamento: disciplinare, giudiziario, amministrativo, protettivo. Quale di queste, oggi, rappresenta il nodo più critico in Italia e perché?

«L’art. 33 dell’Ordinamento penitenziario prevede che l’isolamento possa essere imposto solo per ragioni sanitarie, giudiziarie o disciplinari. L’isolamento disciplinare è sicuramente la tipologia di isolamento maggiormente utilizzata; si tratta della più grave delle sanzioni disciplinari previste dal nostro ordinamento, conosciuta anche come “esclusione dalle attività in comune”. Per quanto riguarda l’isolamento con finalità di protezione, si tratta di un isolamento (o meglio di un effetto della separazione dal resto della popolazione penitenziaria per ragioni protettive) de facto, ovvero non previsto formalmente come tale sul piano legale. Dalla nostra attività di monitoraggio emerge come l’isolamento sia un dispositivo usato dall’amministrazione penitenziaria per gestire quelle soggettività che, per diverse ragioni, non aderiscono alla logica del penitenziario, causando alterazioni dell’ordine o problemi di convivenza all’interno della sezione ad esempio. Ciò spesso avviene anche in questo caso de facto, senza che vi sia un provvedimento esplicito.

In generale, qualsiasi forma di isolamento, sia formale che informale, è da evitare perché spesso acuisce il disagio psichico e non contribuisce alla riabilitazione della persona detenuta

Molte persone in isolamento sviluppano gravi disturbi psicologici e fisici e una vera e propria sindrome da isolamento. Quali cambiamenti urgenti servirebbero anche per garantire un monitoraggio medico reale e quotidiano?

«Per quanto riguarda la sanzione disciplinare di isolamento, l’art. 73.7 del Regolamento di esecuzione penitenziaria prevede che “la situazione di isolamento dei detenuti e degli internati deve essere oggetto di particolare attenzione, con adeguati controlli giornalieri nel luogo di isolamento, da parte sia di un medico, sia di un componente del gruppo di osservazione e trattamento, e con vigilanza continuativa ed adeguata da parte del personale del Corpo di polizia penitenziaria”. Basterebbe quindi dare reale attuazione alla normativa penitenziaria per assicurare il controllo medico quotidiano».

Le Regole penitenziarie europee chiedono almeno due ore al giorno di “contatti umani significativi”. In che modo le carceri italiane potrebbero rendere concreta questa indicazione e quali buone pratiche avete riscontrato (se ce ne sono) nei vostri monitoraggi?

«Una possibile soluzione potrebbe consistere nel far scontare la sanzione di isolamento alla persona detenuta nella sua cella, senza trasferirla nella sezione di isolamento. Ciò eviterebbe lo sradicamento della persona ristretta dal suo contesto di riferimento e permetterebbe comunque di mantenere i contatti con i compagni di cella o con gli operatori penitenziari, riducendo la sanzione di isolamento alla mera esclusione dalle attività in comune. Tuttavia, è necessario superare l’isolamento, mettendo in campo strategie alternative e meno lesive dei diritti delle persone detenute».

L’isolamento disciplinare è sicuramente la tipologia di isolamento maggiormente utilizzata

Nel rapporto si parla di una “morte sociale” che segue l’isolamento. Come si può conciliare una pena detentiva che isola e spezza i legami con l’obiettivo costituzionale della rieducazione?

«Rinunciando all’utilizzo dell’isolamento come sanzione disciplinare e all’isolamento informale. L’attuale gestione del penitenziario improntata sulla logica dell’esclusione, della separazione e della custodia chiusa non si sta rivelando efficace, anzi. Gli eventi critici sono, infatti, in aumento. In particolare, come abbiamo ribadito più volte, preoccupa fortemente il numero dei suicidi: 91 nel 2024 e già 66 all’8 ottobre 2025. Molte delle persone che si sono tolte la vita in carcere in questi mesi, si trovavano in uno spazio del penitenziario soggetto a restrizioni, cella di isolamento, sezioni a custodia chiusa, sezioni ex art. 32 e via discorrendo. Inoltre, la riduzione del tasso effettivo di sovraffollamento, il quale ha ormai superato il 135%, risulta essere imprescindibile per garantire condizioni di detenzione più dignitose all’interno delle carceri italiane.

Perciò ridurre il sovraffollamento implica anche ridurre le occasioni che possono portare all’utilizzo dell’isolamento

Il sovraffollamento determina ovviamente un impatto rilevante e negativo nella quotidianità detentiva, peggiorando le condizioni di detenzione, affaticando gli operatori penitenziari, riducendo le opportunità e le risorse a disposizione delle persone detenute. Tutto ciò contribuisce a un aumento della disperazione e della tensione all’interno degli istituti penitenziari. Una situazione che, come abbiamo visto, è gestita con la logica della chiusura e con l’isolamento».

FNOPI sulla manovra 2026: «Positive le misure e l’attenzione per gli infermieri»

«Esprimiamo apprezzamento per le previsioni contenute nella legge di Bilancio 2026, che dimostrano attenzione sui problemi della sanità in Italia e un segnale concreto verso le professioni infermieristiche. Le misure previste rappresentano infatti un importante riconoscimento dell’essenzialità e del valore del ruolo degli infermieri all’interno del Servizio sanitario nazionale, collocandosi nel solco della continuità rispetto a quanto già previsto dalla scorsa Manovra». Lo ha dichiarato Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (FNOPI) durante l’audizione delle Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato sul disegno di legge di Bilancio per l’anno finanziario 2026.

«In un contesto contrassegnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescente domanda di assistenza territoriale – ha dichiarato Mangiacavalli – il rafforzamento del ruolo degli infermieri rappresenta una scelta lungimirante e necessaria per il Paese».

La FNOPI accoglie dunque positivamente la previsione di aumenti retributivi attraverso l’ulteriore incremento dell’indennità di specificità infermieristica – da 285 a 480 milioni di euro annui da mettere a terra nell’ambito della contrattazione collettiva nazionale – che favorisce la fidelizzazione del personale e migliora la motivazione e il benessere organizzativo, elementi essenziali per garantire qualità e sicurezza delle cure.

Barbara Mangiacavalli
Barbara Mangiacavalli

L’indennità – per gli infermieri – non deve essere considerata come un beneficio accessorio, ma come uno strumento di politica sanitaria, capace di incidere concretamente sull’efficienza, sull’equità e sulla resilienza del sistema. La Federazione auspica poi che l’indennità di esclusività, già prevista per la dirigenza medica e sanitaria, venga estesa anche ai dirigenti delle professioni sanitarie.

Gli infermieri guardano con molto interesse alla tassazione agevolata con imposta sostitutiva al 15% sui compensi erogati per prestazioni aggiuntive svolte dal personale sanitario, con l’obiettivo di rendere più vantaggiosi questi compensi per garantire la continuità dell’assistenza e la risposta a situazioni critiche, pur nella consapevolezza che è solo con nuove assunzioni sarà possibile migliorare le attuali condizioni di lavoro e assicurare servizi più efficaci alla cittadinanza. Per questo, per la FNOPI, ben vengano le autorizzazioni a nuove immissioni in servizio, per garantire una risposta adeguata alla crescente domanda di cure e assistenza della popolazione.

«Essenziale però garantire che le risorse siano distribuite in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, evitando disparità tra Regioni e assicurando pari opportunità di accesso ai servizi e di crescita professionale», ha detto Mangiacavalli, apprezzando anche le disposizioni volte a valorizzare la peculiare attività svolta nei servizi pubblici di pronto soccorso: una misura che contribuirà a contrastare la crescente difficoltà nel reperire personale disposto a lavorare in ambienti ad alta intensità assistenziale, spesso caratterizzati da carichi di lavoro e stress elevati, turni notturni e festivi, e una forte pressione emotiva.

La FNOPI ha rinnovato la propria disponibilità a collaborare con le istituzioni per garantire che le previsioni della legge di bilancio si traducano in azioni concrete

«Il quadro delineato dalla Manovra – per FNOPI – testimonia l’attenzione delle istituzioni al complesso percorso in atto volto al riconoscimento delle competenze, della dedizione e della responsabilità degli infermieri nel sistema della sanità, confermandone il contributo essenziale alla tutela della salute pubblica. Pur nelle difficoltà economiche contingenti, questi interventi rappresentano un nuovo passo significativo per rendere la professione infermieristica più attrattiva, sostenibile e capace di rispondere efficacemente ai bisogni di pazienti e cittadini».

Mangiacavalli auspica che queste misure siano accompagnate da un piano strutturale di investimento nella formazione, nella ricerca infermieristica e nello sviluppo di nuovi modelli organizzativi, in grado di promuovere l’autonomia professionale e l’integrazione multidisciplinare.

La FNOPI ha quindi rinnovato la propria disponibilità a collaborare con le istituzioni per garantire che le previsioni della legge di bilancio si traducano in azioni concrete a beneficio del sistema sanitario nel suo complesso posto che, senza una strategia di valorizzazione delle professioni infermieristiche, rischierebbe di indebolirsi irrimediabilmente, perdendo uno dei suoi pilastri fondanti.