I primi laureati italiani in intelligenza artificiale applicata alla biomedicina e alla sanità festeggiano il traguardo al Polo didattico Universitario San Luigi Gonzaga di Orbassano (TO), dove si è svolta la prima sessione di laurea del corso magistrale Artificial Intelligence for Biomedicine andHealthcare (AIBH), il primo percorso formativo in Italia dedicato alla formazione di esperti in intelligenza artificiale applicata alla biomedicina e alla sanità.
Il corso, appartenente alla classe LM-91 (Techniques and Methods for the Information Society), è interamente erogato in lingua inglese e nasce con l’obiettivo di rispondere alla crescente necessità di figure professionali in grado di integrare competenze di AI, data science e discipline biomediche, capaci di contribuire in modo innovativo ai processi di ricerca, diagnosi e cura.
Il percorso di studi, di durata biennale (120 CFU), prevede un primo anno di formazione disciplinare in ambito biologico, medico e informatico, e un secondo anno fortemente interdisciplinare, dedicato all’applicazione dell’intelligenza artificiale in contesti biomedici e sanitari, con corsi su Machine Learning, Neural Networks, Precision Medicine, AI-driven Imaging, Robotics in Healthcare ed elementi di etica, diritto ed economia.
Il corso, di durata biennale, forma professionisti in grado di combinare AI, data science e scienze biomediche
Il Corso forma la figura del digital innovator in biomedicine, professionista in grado di analizzare, sviluppare e gestire dati biomedici e sanitari in modo integrato e responsabile. Tra i principali ambiti di applicazione si distinguono l’analisi multi-omica dei big data, la diagnostica per immagini, la robotica medica, la sanità pubblica digitale e lo studio delle implicazioni etiche e giuridiche delle nuove tecnologie.
I laureati in Artificial Intelligence for Biomedicine and Healthcare potranno intraprendere carriere nei settori della ricerca scientifica, dell’innovazione tecnologica, dell’industria farmaceutica e biotecnologica, della gestione dei dati clinici ed epidemiologici, nonché avviare percorsi di imprenditorialità nel campo dell’intelligenza artificiale applicata alla salute.
I pionieri del primo programma in Italia dedicato alla formazione di esperti in intelligenza artificiale applicata alla biomedicina e alla sanità sono Gaetano Cardillo, Tamara Jovanovic e Alessia Montano. Le tre ricerche affrontano, rispettivamente, l’uso dell’intelligenza artificiale per l’esplorazione di dati su scala cellulare in oncologia, la pianificazione chirurgica personalizzata tramite modelli di intelligenza artificiale e la predizione non invasiva del rischio tumorale mediante analisi radiomiche. Questi lavori testimoniano la varietà e la profondità delle applicazioni dell’intelligenza artificiale nelle scienze biomediche e cliniche, spaziando dall’oncologia molecolare alla chirurgia di precisione, fino alla diagnostica per immagini.
Professionisti che trasformano l’innovazione digitale in progresso per la salute
«Questi primi laureati – dichiara Serena Marchiò, Presidente del Corso di Laurea Magistrale – rappresentano un traguardo significativo per il nostro corso e per l’Ateneo: testimoniano la capacità dell’Università di Torino di innovare nella formazione, integrando scienze della vita e tecnologie digitali in modo sinergico e responsabile».
«Sono specialisti che incarnano una nuova generazione di professionisti capaci di tradurre l’innovazione digitale in progresso concreto per la biomedicina e la salute – aggiunge Cristian Fiori, Direttore del Dipartimento di Oncologia dell’Università di Torino – costruendo un vero ponte tra il mondo computazionale e quello biosanitario. Sono onorato di aver contribuito all’iter istitutivo di questo Corso di Studi e di celebrare i primi laureati al San Luigi in un contesto che unisce ricerca, formazione, innovazione e cura».
In Europa, salute respiratoria e disuguaglianze sociali sono strettamente legate: prevenzione, farmaci e ambiente devono integrarsi per garantire un accesso equo alle cure. Il 3 ottobre 2025, a Bruxelles, si è svolto il “Workshop on European Policies and Advocacy in Respiratory care”,dedicato alle politiche sanitarie e all’advocacy nella cura delle malattie respiratorie, organizzato da Cittadinanzattiva-Active Citizenship Network nell’ambito del progetto “Advancing Respiratory Care at the EU Level”. L’evento ha visto la partecipazione di rappresentanti di associazioni civiche e di pazienti, professionisti sanitari, accademici ed esperti di advocacy, con lo scopo di promuovere un approccio alle cure delle patologie respiratorie che non sia dettato da situazioni di emergenza ma, piuttosto, legato a strategie a lungo termine, integrate in politiche sanitarie più ampie.
Negli ultimi vent’anni le politiche europee hanno puntato a migliorare ambiente urbano, qualità dell’aria e salute respiratoria cronica
A margine dell’evento, TrendSanità ha intervistato il professor Guglielmo Trovato, clinico esperto di medicina e di politiche sanitarie, raccogliendo le sue riflessioni sulle sfide e le opportunità in questo settore.
Ambiente e determinanti sociali della salute
Secondo il professor Trovato, “negli ultimi vent’anni le politiche europee, tra cui il Green Deal e la Zero Pollution Strategy, hanno puntato a migliorare l’ambiente urbano e abitativo, con effetti diretti sulle malattie respiratorie”. Queste strategie hanno già influenzato non solo la qualità dell’aria e la mobilità, ma anche aspetti indiretti come il sonno e la gestione di condizioni croniche, tra cui la sindrome da apnea notturna e le poliposi nasali.
Guglielmo Trovato
Esempi concreti mostrano come l’adozione di mezzi elettrici e la riduzione dell’inquinamento a Londra abbiano migliorato la vivibilità urbana: “Londra oggi è estremamente più vivibile di molte città italiane, con effetti positivi sulla salute respiratoria dei cittadini”, spiega Trovato. “Tutto questo ha un impatto enorme sulle malattie respiratorie. L’effetto dell’inquinamento atmosferico è ormai evidente, ma anche altri tipi di inquinamento incidono in modo significativo, sebbene in maniera meno immediatamente percepibile. Un esempio concreto è quello dei disturbi del sonno, come la sindrome delle apnee notturne, che possono essere correlate a condizioni come il reflusso gastroesofageo o la presenza di poliposi nasale: entrambe fortemente influenzate da fattori ambientali. Pensiamo, ad esempio, a questo proposito, al ruolo dei pollini e alla qualità dell’aria”.
Anche il design urbano può contribuire alla prevenzione: ad esempio, nelle soluzioni architettoniche oggi alquanto di moda, i cosiddetti boschi verticali, la scelta di alberi adatti a ridurre la produzione di pollini irritanti o allergizzanti, rappresenta un approccio innovativo per limitare le allergie respiratorie.
Disuguaglianze e accesso alle cure
Non solo ambiente: le disuguaglianze economiche e sociali condizionano l’accesso ai servizi sanitari. “La povertà e la scarsa alfabetizzazione sanitaria, con aspetti di disinformazione, influiscono sulle possibilità di prevenzione e sulle cure disponibili, in particolare per i farmaci respiratori essenziali”, osserva Trovato. L’accesso a farmaci come corticosteroidi inalatori o vaccini respiratori varia notevolmente tra i Paesi europei, contribuendo a disparità significative di salute.
Le disuguaglianze economiche e sociali condizionano l’accesso ai servizi sanitari
L’Unione Europea finanzia progetti per migliorare il supporto sociale e l’health literacy, cioè l’alfabetizzazione in tema di salute e malattia, ma “spesso queste iniziative sono percepite come soluzioni burocratiche e non pienamente integrate nella pratica clinica”, aggiunge l’esperto, sottolineando l’importanza di politiche attivamente efficaci sul territorio.
Ruolo dei professionisti sanitari
Per affrontare le disuguaglianze, secondo Trovato, è essenziale sviluppare competenze trasversali tra i professionisti della salute. “Non basta parlare con i pazienti: bisogna saperli visitare, fare esami di base come l’ecografia polmonare e considerare pienamente l’ambiente in cui vivono”. La formazione deve coinvolgere medici, figure emergenti delle case della comunità e decisori sanitari, aumentando la consapevolezza dei determinanti sociali della salute.
Prevenzione e vaccinazioni
La prevenzione rimane un cardine della cura respiratoria. Vaccinazioni anti-influenzali, anti-pneumococciche e altre strategie profilattiche sono strumenti fondamentali per ridurre ospedalizzazioni e complicanze. “I vaccini servono nei bambini, negli adulti e negli anziani: a tal fine devono essere agevolmente accessibili e adeguatamente compresi dalla popolazione”, precisa Trovato.
Verso un approccio integrato
Prevenzione e trattamento non possono essere considerati compartimenti separati. La prevenzione secondaria, il ripristino della salute sul territorio e la gestione domiciliare delle patologie respiratorie sono parte integrante delle cure. “Prevenzione, terapia e ambiente non sono cose distaccate: c’è una sovrapposizione fortissima, e questa finalità integrata deve guidare le politiche e la pratica clinica”, conclude Trovato.
Prevenzione, terapia e ambiente si sovrappongono e questa integrazione deve guidare politiche e clinica
Mariano Votta
Migliorare la salute respiratoria in Europa significa affrontare le disuguaglianze sociali, rafforzare le competenze dei professionisti sanitari e promuovere interventi ambientali, urbanistici e preventivi efficaci, integrando politiche, ricerca e innovazione con strategie di informazione ben focalizzata e persuasiva. “Anche per questo” – sottolinea Mariano Votta, Responsabile delle politiche europee di Cittadinanzattiva – “siamo impegnati per promuovere a livello europeo una azione coordinata e strutturata volta ad incoraggiare le Istituzioni Europee ad impegnarsi per un piano europeo per la salute respiratoria. Ne discuteremo a febbraio al Parlamento Europeo con rappresentanti di Commissione e Parlamento, professionisti sanitari e del mondo accademico, organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti di cittadini e pazienti”.
L’Italia si conferma tra le eccellenze europee e mondiali nel campo della donazione e del trapianto di organi, tessuti e cellule: a certificarlo è l’ultima edizione della “Newsletter Transplant”, il rapporto annuale edito dal Consiglio d’Europa che mette in fila le cifre dell’attività di donazione e trapianto a livello internazionale.
Il report, relativo al 2024, certifica che l’Italia è seconda tra i grandi Paesi europei per tasso di donazione: 29,5 donatori utilizzati per ogni milione di abitanti, dietro i 48 della Spagna ma davanti a Francia (28,3), Regno Unito (19,2) e Germania (10,9). Se allarghiamo lo sguardo a tutto il continente includendo anche i paesi più piccoli per abitanti e per attività di trapianto, davanti all’Italia – oltre alla Spagna – ci sono solo Portogallo (33,5 donatori per milione di abitanti), Repubblica Ceca (32), Belgio (31,7) e Croazia (29,8).
L’Italia è seconda tra i grandi Paesi europei per tasso di donazione
Il nostro Paese regge bene il confronto anche per quanto riguarda l’attività di trapianto: è secondo a livello mondiale per quelli di fegato (28,8 trapianti per milione di abitanti), superato soltanto dagli Stati Uniti (31,8), e settimo per quanto riguarda il cuore (7 trapianti per milione).
In concomitanza con l’annuncio dei dati europei il Centro nazionale trapiantiha pubblicato anche il proprio Report analitico annuale, con oltre 350 pagine di cifre, analisi e grafici che fanno il punto sull’intera attività della rete di donazione e trapianto del Servizio sanitario nazionale: organi, tessuti, cellule staminali emopoietiche, gameti, microbiota fecale, ma anche le liste di attesa, l’attività ispettiva, il monitoraggio delle reazioni e degli eventi avversi e il controllo di qualità dei laboratori di immunologia dei trapianti.
Il documento, che approfondisce nel dettaglio i dati preliminari pubblicati nel gennaio scorso, conferma il 2024 come un anno di numeri record: 3.165 donatori segnalati nelle rianimazioni (+2,3% sul 2023), 1.730 donatori effettivamente utilizzati (+3,6%), con un’età media di 62,6 anni. Tra i 221 ospedali nei quali sono state effettuate le donazioni, i più attivi sono stati quello di Padova (53), il Civile Maggiore di Verona (47) e il Bellaria di Bologna.
Nel report viene dato ampio spazio all’attività di donazione a cuore fermo, cresciuta in un anno del 34,6%: nel 2024 i prelievi di questo tipo sono stati 284, il 16,4% del totale delle donazioni di organi. La donazione a cuore fermo in Italia segna l’incremento più importante tra i grandi Paesi europei (unica eccezione, la Spagna), in un contesto nel quale la legge, a maggiore tutela dei donatori, fissa a 20 minuti il tempo di osservazione necessario per dichiarare il decesso con criteri cardiaci (all’estero invece sono mediamente 5-10 minuti). Solo qualche anno fa il prelievo del cuore a partire da questa tipologia di donazione era considerato un fatto pionieristico: il report del 2024 testimonia il consolidamento di questa pratica, con risultati sovrapponibili ai trapianti eseguiti da donatore in morte cerebrale.
I dati del Centro nazionale trapianti confermano il 2024 come un anno di numeri record
Sono stati invece 4.642 i trapianti realizzati in totale (+3,9%), di cui 179 in urgenza nazionale (75 di fegato, 86 di cuore, 14 di polmone, 4 di rene) e anche 191 pediatrici (79 di fegato, 76 di rene, 32 di cuore, 4 di polmone). L’azienda ospedaliera che ne ha effettuati di più è stata Città della Salute e della Scienza di Torino (440), davanti all’Ospedale di Padova (413) e all’Ismett di Palermo (276). Torino è stato anche il centro trapianti con il più alto numero di trapianti di fegato effettati (179), mentre Padova prima in Italia per trapianti di rene (217) e polmone (41). Primato confermato per il Policlinico di Bari per quanto riguarda i trapianti di cuore (73), invece per il pancreas il primo centro italiano è quello del San Raffaele di Milano (14).
La crescita della donazione a cuore fermo e il lavoro della task force nazionale rafforzano la capacità del sistema di ampliare il numero dei donatori e garantire trapianti sicuri
In lista per un trapianto, a fine 2024, c’erano ancora 8.024 pazienti, con tempi medi d’attesa di 3 anni per un trapianto di rene, 1 anno e 7 mesi per il fegato, 3 anni e 4 mesi per il cuore e 2 anni e 5 mesi per il polmone. Tempi che si riducono drasticamente per i pazienti in urgenza nazionale: in questo caso, l’attesa media è di 2 giorni per il fegato, 5-6 giorni per rene e polmone e 10-11 giorni per il cuore.
“I numeri del report europeo e quelli pubblicati dal Centro nazionale trapianti testimoniano l’impegno costante della Rete nazionale e il valore di una collaborazione che coinvolge istituzioni, professionisti sanitari, volontari e cittadini”, commenta il direttore generale del CNT Giuseppe Feltrin. “Tra gli elementi qualificanti del nostro sistema c’è certamente la capacità di ampliare il pool dei donatori, sia grazie a un lavoro estremamente efficace della task force nazionale di valutazione del rischio, che supporta i professionisti nelle rianimazioni, sia grazie alla crescita sempre più decisa della donazione a cuore fermo”. Per Feltrin, in conclusione “i numeri del 2024, ma anche i dati preliminari del 2025 confermano la forza di un sistema che cresce nella complessità e nella capacità di risposta. Con una rete sempre più capillare, protocolli scientifici aggiornati e una costante attenzione ai bisogni dei pazienti, l’Italia rafforza la propria posizione tra i Paesi leader nel campo della donazione e del trapianto, rinnovando l’impegno di trasformare ogni donazione in una concreta possibilità di vita”.
Costruire una sanità capace di usare i dati in modo etico, sostenibile e integrato, mettendo al centro la persona e non la tecnologia. È il messaggio emerso dall’evento “La sanità del futuro: dati, tecnologie e salute circolare”, organizzato dall’Associazione Scientifica per la Sanità Digitale presso il Tecnopolo del Cineca di Bologna. Una location significativa, come ha evidenziato la presidente di ASSD, Laura Patrucco: «ASSD promuove la cultura del digitale come “casa” del dato per il cittadino, qui simbolicamente rappresentata dal Tecnopolo del Cineca con il supercomputer Leonardo».
Il digitale è una rivoluzione del pensiero
«Questa giornata – ha proseguito Patrucco – nasce per creare un dialogo informato tra professionisti della salute sul digitale». Ringraziando la senatrice Sandra Zampa, che ha dato il suo endorsement all’evento, Patrucco ha anche ricordato come l’obiettivo dell’evento, il primo del genere organizzato da ASSD, sia stato di supportare la cultura del digitale non solo come strumento ma come rivoluzione del pensiero.
Per Patrucco, il digitale deve essere “umanocentrico”: «La rivoluzione digitale è soprattutto antropologica. È importante mettere al centro della tecnologia il mondo human, pensato per la persona». E questo richiede «un utilizzo etico del dato e il coinvolgimento di tutti gli stakeholder — professionisti, accademici, pazienti e cittadini».
ASSD, ha concluso, vuole «promuovere un’advocacy che sostenga la governance della salute digitale, perché il digitale non è solo uno strumento, ma anche un obiettivo. Costruire consapevolezza ed empowerment è la chiave per una sanità integrata e circolare».
Viviamo in un terrario: la salute è un sistema chiuso
La lezione magistrale di Ilaria Capua, senior fellow in Global Health alla Johns Hopkins University, ha portato il tema su scala planetaria: la salute circolare. «Noi viviamo in un terrario — ha spiegato —, un sistema chiuso in cui ciò che facciamo di bene o di male rimane nello stesso ambiente». Come ricorda Capua, la salute circolare nasce da una visione olistica che riconosce l’interazione tra acqua, aria, terra e fuoco: «Dobbiamo usare i dati per capire queste relazioni e prevedere gli impatti sulla salute. Non possiamo più subire le “sorprese” sanitarie: dobbiamo prevenirle, integrando dati climatici, sanitari e ambientali».
La studiosa ha evidenziato come il cambiamento climatico possa diventare uno strumento predittivo: «Parlare di salute oggi significa parlare anche di clima. Il clima influenza la mortalità, le malattie cardiovascolari, quelle trasmesse da vettori, la salute mentale e persino l’agricoltura. A Bologna, il centro europeo per il clima (ECMWF) offre dati preziosi che, se incrociati con le informazioni degli ospedali, delle ASL e del territorio, potrebbero aiutarci a prevedere e gestire le emergenze sanitarie. Gli interventi concreti? Adattamento e mitigazione climatica, lotta integrata contro gli insetti, agricoltura resiliente e strategie per contrastare l’ecoansia».
Far sedere il dato al tavolo delle decisioni
La sessione plenaria, moderata da Marisa De Rosa (ASSD) e Matteo Buccioli (AIIC), ha approfondito il tema del ruolo dei dati come leva per l’innovazione e la sostenibilità.
Il primo intervento è stato di Paolo Petralia (Direttore Generale ASL 4 del SSR Ligure e vicepresidente FIASO), cheha sottolineato come il percorso dei dati debba partire da scelte consapevoli: in un contesto complesso, dove molteplici fattori influenzano le decisioni, è fondamentale affidarsi ai dati per decidere in maniera ponderata e strategica. «Dobbiamo superare la dimensione dell’io per abbracciare quella della collettività — ha spiegato —. Solo così un contesto a misura di dato può tradurre le informazioni in azioni coerenti». Applicare i principi dell’Health Technology Assessment (HTA) al dato significa spostare il centro dell’attenzione: non è più il dato in sé, ma le persone che lo utilizzano a determinarne il valore, sviluppando una consapevolezza etica condivisa.
Non basta avere dati disponibili: è altrettanto cruciale renderli realmente fruibili. «Abbiamo milioni di dashboard, ma spesso non le utilizziamo perché sono difficili da interpretare, e le decisioni diventano istintive o basate sull’esperienza empirica», ha evidenziato Petralia. Rendere i dati accessibili e comprensibili permette di farli sedere al tavolo delle decisioni, trasformandoli in strumenti concreti al servizio della salute e della collettività.
Sovranità tecnologica per la democrazia
L’influenza delle big tech sui processi decisionali è ormai innegabile: la loro capacità lobbistica ha effetti enormi, non solo sui vertici ma anche sui livelli intermedi, dove spesso manca la competenza necessaria a comprendere appieno la portata delle scelte. Per affrontare questa sfida, ha sottolineato Sanzio Bassini(Direttore del Dipartimento di High Performance Computing del Cineca), è necessario adottare una prospettiva sovranazionale ed europea, in grado di mettere ordine in un contesto complesso e globale.
«In questo scenario – prosegue Bazzini – l’Italia si distingue per le sue straordinarie capacità di calcolo: due supercomputer rientrano tra i più potenti al mondo, consentendo al Paese di sostenere progetti di grande impatto in sanità digitale. Queste infrastrutture offrono l’opportunità di sviluppare sistemi di supporto clinico, strumenti di apprendimento automatico e un ecosistema europeo della ricerca sanitaria, il tutto nel rispetto delle regole di protezione dei dati previste da GDPR e AI Act».
Il problema è la tempestività dei dati
Dal fronte della ricerca indipendente, Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ha puntato l’attenzione sulla scarsa tempestività nella pubblicazione dei dati pubblici: «Anche quando i dati ci sono, arrivano tardi e perdono utilità per la programmazione». E ha citato esempi concreti: «I dati sul personale sanitario sono disponibili solo fino al 2022, rendendo difficile analizzare l’impatto del turnover attuale; il nuovo sistema di monitoraggio dei Lea si ferma al 2023, ben oltre i sei mesi previsti per legge; e il rapporto Osmed sui farmaci, tradizionalmente pubblicato a luglio, per il 2024 non è ancora disponibile. Questa lentezza limita la possibilità di effettuare analisi aggiornate e affidabili, fondamentali per la programmazione e la pianificazione del Servizio Sanitario Nazionale».
Inoltre una recente analisi indipendente di Fondazione Gimbe sullo stato di avanzamento del PNRR per la missione salute ha evidenziato una netta dicotomia tra strumenti digitali disponibili e cultura digitale effettiva. Dei 14 indicatori da completare entro il 30 giugno 2026, solo 4 sono già completati o in fase di completamento, 2 sono in ritardo, 3 in netto ritardo e 5 non valutabili per mancanza di dati. Anche il Fascicolo Sanitario Elettronico manca di dati sull’alimentazione regolare da parte dei medici di medicina generale e sull’attività formativa, con un consenso alla consultazione dei cittadini molto disomogeneo tra le Regioni (dal 92% in Emilia-Romagna al 3% in Molise).
Questi dati mostrano come la tecnologia da sola non garantisca progressi: senza formazione, alfabetizzazione digitale e consapevolezza, le informazioni rischiano di rimanere inutilizzate.
La rivoluzione è l’uso secondario dei dati
Lo European Health Data Space segna una svolta nel modo in cui i dati sanitari possono essere utilizzati a livello europeo: liberando finalmente il loro potenziale, il regolamento europeo sposta la base giuridica dall’esclusivo consenso del paziente all’interesse pubblico. Come ha spiegato Felicia Pelagalli, fondatrice e CEO di Culture, «la vera rivoluzione è proprio questa: i dati possono servire alla collettività senza violare la privacy individuale». In Italia, il nuovo Ecosistema dei dati sanitari segue lo stesso modello federato: «Nessun repository unico, ma algoritmi che mettono in connessione i dati dove si trovano», permettendo analisi integrate pur mantenendo i dati distribuiti.
Sanità digitale e sostenibilità ambientale
Dai dati dell’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, illustrati da Paolo Locatelli, emerge che il settore healthcare è responsabile del 4-5% delle emissioni globali di gas serra (negli Stati Uniti si arriva all’8,5%). «Il digitale può contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale, dai risparmi sui materiali alla gestione energetica dei data center», ha sottolineato Locatelli. Già la digitalizzazione delle immagini radiologiche ha permesso riduzioni significative dei consumi di film e materiali, mentre la cartella clinica elettronica e i servizi digitali a supporto del territorio consentono risparmi in termini di energia, logistica e accessi fisici alle strutture.
Ma, come ha spiegato Locatelli, «la vera sfida è l’impatto indiretto: usare il digitale per ridurre sprechi di farmaci, ottimizzare logistica e tempi dei clinici. L’ospedale digitale non è solo più efficiente, è anche più sostenibile». In questo senso, il valore del digitale va oltre i benefici immediati: permette di migliorare la gestione della medicina del territorio, dell’assistenza domiciliare e dei percorsi terapeutici, generando vantaggi sia per i cittadini sia per le aziende sanitarie in termini di organizzazione, risparmio economico e sostenibilità ambientale.
Il modello del “Survivor Passport”
Un esempio concreto di interoperabilità arriva dall’oncologia pediatrica con il Survivor Passport, illustrato da Stefano Haupt (Medico Oncologo Pediatrico, Ospedale Gaslini) e Davide Saraceno (Data River). È il “passaporto del lungo sopravvivente”, un documento elettronico e cartaceo che raccoglie le informazioni sulle terapie e fornisce raccomandazioni personalizzate per il follow-up. «Nei Paesi occidentali oltre l’80% dei bambini affetti da tumore guarisce, ma guarire non è abbastanza», hanno ricordato gli esperti. Dopo le cure, più del 60% sviluppa una condizione cronica e circa un quarto una patologia grave. Da queste evidenze nacque nel 2007 l’Erice Statement, che raccomandava di garantire una documentazione accurata e una sorveglianza attiva durante la transizione dall’età pediatrica a quella adulta.
Il progetto europeo Survivorship Passport (SurPass) nasce da quelle indicazioni e oggi è riconosciuto come dispositivo medico di classe I, interoperabile e multilingue. La versione SurPass 2.0 introduce la piena integrazione digitale con sei centri pilota europei e 22 centri italiani già coinvolti, che dal 2018 hanno prodotto oltre 3.200 passaporti e 50 mila registrazioni di trattamenti. Con 41 raccomandazioni cliniche per altrettanti organi bersaglio, il sistema permette un follow-up mirato e l’uso appropriato delle risorse sanitarie. «Il SurPass – hanno sottolineato Haupt e Saraceno – è un modello virtuoso di interoperabilità, conforme alle normative italiane ed europee, e potenzialmente applicabile anche ad altre patologie».
La sfida è bilanciare protezione e valorizzazione dei dati
La cornice normativa europea sta cambiando rapidamente, spingendo verso un uso dei dati sanitari non solo protetto ma ancheattivo e produttivo di valore pubblico. Come ha spiegato Silvia Stefanelli (Studio Legale Stefanelli&Stefanelli), «il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale introduce un principio nuovo: i dati sanitari possono essere utilizzati quando serve e per finalità di interesse pubblico». È un vero cambio di paradigma: dal principio di protezione assoluta del GDPR a un equilibrio più maturo tra tutela della persona e sviluppo dell’innovazione. L’AI Act, insieme agli altri regolamenti europei sui dati — dal Data Governance Act al Data Act fino allo European Health Data Space — disegna un quadro in cui la condivisione e l’uso secondario dei dati diventano leve per ricerca, sanità pubblica e politiche di prevenzione.
Anche il contesto nazionale si muove nella stessa direzione. «Nel nostro ordinamento – ha ricordato Stefanelli – esistono già strumenti che consentono di valorizzare il dato sanitario: il decreto del 2021 permette la cessione dei dati per fini di ricerca, quello del 2024 istituisce l’Ecosistema dei dati sanitari in gestione ad Agenas, accessibile anche ai privati per i dati anonimizzati». La nuova Legge italiana sull’AI (n. 132/2025) riconosce inoltre che, per progetti di ricerca e sperimentazione scientifica, «la base giuridica non è più il consenso, ma l’interesse pubblico». Conclude Stefanelli: «Stiamo entrando in una fase nuova: quella in cui protezione e innovazione possono finalmente coesistere».
Il ruolo dell’Unione Europea
In collegamento da Bruxelles, Antonio Parenti, Direttore Public Health, Cancer and Health Security presso la DG SANTE B della Commissione Europea, ha tracciato le conclusioni dell’incontro sottolineando come «il modello europeo di protezione e utilizzo dei dati sia oggi il vero perno su cui dovrà ruotare la sanità del futuro». La collaborazione tra Stati membri e la condivisione dei dati sanitari, ha spiegato, rappresentano una leva strategica di competitività e innovazione, capace di favorire lo sviluppo di nuovi modelli terapeutici e cure sempre più personalizzate. Parenti ha concluso con un messaggio di cauto ottimismo: «Solo attraverso una reale integrazione europea e un uso intelligente dei dati potremo ottenere costi più bassi, benefici maggiori e una sanità capace di rispondere davvero ai bisogni dei cittadini europei».
Un ecosistema da costruire insieme
Dall’etica all’intelligenza artificiale, dalla sovranità tecnologica alla sostenibilità ambientale, l’evento ha mostrato che la sanità del futuro sarà circolare solo se saprà essere inclusiva, consapevole e condivisa. Come ha ricordato Patrucco, «se siamo insieme, abbiamo una forza maggiore».
Servizi a macchia di leopardo e personale insufficiente; il 10% degli accessi in pronto soccorso riguarda minorenni, mentre il 69% dei ricoveri si concentra al Nord: «Serve una riorganizzazione nazionale – esordisce Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE – non più iniziative spot». È quanto emerso dal XIV Congresso Nazionale Federserd sulla prevenzione e cura delle dipendenze, durante il quale la Fondazione GIMBE ha presentato una dettagliata analisi sull’organizzazione dei Servizi per le Dipendenze (SerD), elaborata a partire dai dati della Relazione annuale della Presidenza del Consiglio al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia (2025) e del Rapporto OISED-CREA (2024).
I servizi per le dipendenze rappresentano oggi un’anomalia strutturale del nostro SSN
«Stiamo pagando il prezzo di un immobilismo normativo e organizzativo – dichiara Cartabellotta – e i servizi per le dipendenze rappresentano oggi un’anomalia strutturale del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN): frammentati, disomogenei e con personale insufficiente. La loro efficacia dipende troppo spesso dalla buona volontà di professionisti e operatori, più che da un’adeguata programmazione dei servizi per prevenire, diagnosticare e trattare un fenomeno il cui impatto sulla salute pubblica è molto rilevante, soprattutto tra i più giovani».
Impatto delle dipendenze su SSN
Accessi in Pronto Soccorso (PS)
Nel 2024 sono stati registrati 8.378 accessi in PS per patologie direttamente droga-correlate, con una lieve riduzione rispetto al 2023 (-2,5%): il 43% riguarda soggetti tra i 25 e i 44 anni, ma preoccupa il dato sui minorenni, che rappresentano il 10% degli accessi. Quasi la metà dei pazienti (47%) è arrivata in PS per psicosi indotta da sostanze. In 904 casi (11%) si è reso necessario un ricovero ospedaliero: il 37% dei pazienti è stato trasferito in un reparto di psichiatria, il 17% in terapia intensiva e il 4% in pediatria.
Ricoveri ospedalieri
Nel 2023 (ultimo anno disponibile) i ricoveri ospedalieri con diagnosi principale droga-correlata sono stati 7.382 (+13% rispetto al 2022), pari a 9,3 ricoveri ogni 10.000 abitanti. Il trend è in netta crescita rispetto al 2012, quando il tasso era di 6 per 10.000 abitanti. Nel 2023 il tasso di ospedalizzazione per patologie direttamente correlate al consumo di sostanze stupefacenti ha sfiorato i 14 ricoveri ogni 100.000 abitanti, con marcate differenze territoriali: nelle Regioni settentrionali si concentrano infatti il 69% delle ospedalizzazioni droga-correlate.
Offerta di servizi per le dipendenze
In Italia, l’assistenza alle persone con dipendenze patologiche rientra tra i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) ed è garantita da un sistema integrato che coinvolge le Aziende Sanitarie Locali con i servizi territoriali per le dipendenze (SerD), le strutture private, gli Enti Locali, le organizzazioni del privato sociale e del volontariato. I SerD si occupano di prevenzione, terapia e riabilitazione per persone con disturbi legati all’assunzione di sostanze psicoattive (legali e illegali) e per coloro che manifestano comportamenti di dipendenza non da sostanze, come gioco d’azzardo, uso compulsivo di Internet, gaming, shopping patologico, dipendenza sessuale e disturbi del comportamento alimentare. L’offerta assistenziale si articola su quattro livelli: servizi di I livello, servizi ambulatoriali, strutture residenziali e semi-residenziali, che includono i servizi specialistici.
Servizi di I livello
Nel 2024 risultano censiti 198 servizi di I livello, di cui 46 pubblici (22%) e 152 gestiti dal privato sociale (77%). Comprendono unità mobili (n. 123), centri drop-in (n. 49) e centri di prima accoglienza (n. 26). Queste strutture, caratterizzate da un elevato grado di accessibilità, si rivolgono soprattutto alle persone più difficili da raggiungere attraverso i canali tradizionali. Il tasso medio nazionale è di 0,4 servizi di I livello per 100.000 abitanti tra 15 e 74 anni: si va da 1,8 della Provincia autonoma di Bolzano a 0,1 in Calabria, Campania e Puglia. In Basilicata, Molise, Sardegna e Valle d’Aosta non risultano censiti servizi di questo tipo (figura 1).
Figura 1. Servizi di I livello: tasso per 100.000 abitanti di età 15-74 anni (anno 2024)
Servizi ambulatoriali
I servizi ambulatoriali attuano programmi terapeutico-riabilitativi e trattamenti farmacologici per le persone con dipendenze, oltre a offrire percorsi di sostegno dedicati ai familiari, garantendo consulenza e assistenza specialistica sia medico-sanitaria sia psicologica. Sono in larga parte pubblici, afferenti al Servizio Sanitario Regionale, ma comprendono anche strutture private organizzate come Servizi Multidisciplinari Integrati (SMI). Nel 2024 risultano censiti 1.134 servizi ambulatoriali, di cui 96% pubblici e 4% gestiti dal privato sociale: 571 sono Servizi per le Dipendenze (SerD), 279 servizi per il gioco d’azzardo, 207 servizi di alcologia, 41 SMI e 36 SerD operanti negli istituti penitenziari (figura 2).
Figura 2. Servizi ambulatoriali per tipologia (anno 2024)
Il tasso medio nazionale è di 2,6 servizi ogni 100.000 abitanti tra 15 e 74 anni, con una distribuzione molto eterogenea: da 5,5 in Molise a 1,3 nel Lazio e nella Provincia autonoma di Bolzano. Nel 2023 la dotazione di personale delle strutture ambulatoriali contava complessivamente 6.005 unità: il 54,3% composto da medici e infermieri (n. 3.260), il 15% da psicologi (n. 901), il 13% da assistenti sociali (n. 781), il 12% da educatori professionali (n. 721), il 3,8% da personale amministrativo (n. 228) e l’1,9% da altre figure professionali (n. 114) (figura 3).
Figura 3. Servizi ambulatoriali: dotazione di personale(anno 2023)
Nel 2023, nei servizi ambulatoriali, il numero medio di utenti per unità di personale dipendente è di 24,1, ma con marcate differenze regionali: nelle Marche, in Abruzzo e Lazio si superano i 30 pazienti per operatore, mentre in Umbria la media raggiunge addirittura quota 37. Una pressione che inevitabilmente si riflette sulla qualità della presa in carico e sulla continuità terapeutica.
Nel 2024 i SerD hanno assistito complessivamente 134.443 persone per uso di sostanze illegali e/o psicofarmaci non prescritti (+2,7% rispetto al 2023), pari a 228 ogni 100.000 abitanti. «Considerato che il 14% degli utenti ha meno di 30 anni – commenta Cartabellotta – ed esiste un bisogno sommerso ancora difficile da intercettare, è indispensabile investire in nuove modalità di presa in carico, interventi di prossimità e percorsi interdisciplinari integrati con i servizi per l’età evolutiva».
Strutture residenziali e semi-residenziali
Offrono programmi assistenziali diversificati e percorsi assistenziali mirati in base al tipo di utenza, integrandosi con le attività terapeutiche dei servizi ambulatoriali territoriali. Nel 2024 risultano censite 951 strutture, di cui 55 pubbliche (6%) e 896 (94%) gestite dal privato sociale, per un totale di 13.926 posti. L’offerta media nazionale è di 2,1 strutture ogni 100.000 abitanti, con nette differenze territoriali: da 5,4 strutture in Valle d’Aosta a 0,7 in Friuli Venezia Giulia e Sicilia.
356 sono strutture specialistiche e si suddividono in quattro tipologie: 13 (4%) dedicate ai minori con problematiche droga-correlate, 31 (9%) rivolte a genitori tossicodipendenti insieme ai figli, 132 (pari al 37%) destinate a pazienti con comorbidità psichiatriche, 180 (50%) orientate ad altre forme di assistenza specialistica (es. supporto abitativo, percorsi riabilitativi di lunga durata). Il 94% delle strutture specialistiche è gestita da organizzazioni del privato sociale e sono prevalentemente a carattere residenziale. Pur essendo concentrate soprattutto nelle Regioni settentrionali (68%) – in particolare nel Nord-Ovest (52%) – sono comunque presenti su tutto il territorio nazionale, ad eccezione della Calabria.
La riorganizzazione dei servizi per le dipendenze
Secondo quanto previsto dal DM 77, l’assistenza sanitaria e socio-sanitaria alle persone con dipendenze patologiche – sia legate al consumo di sostanze psicotrope (legali o illegali) sia di natura comportamentale – deve essere garantita in ogni Regione e Provincia autonoma dai SerD, in collaborazione con altri servizi sanitari e sociali, con i servizi residenziali e semi-residenziali convenzionati per le dipendenze, il terzo settore ed altre istituzioni e realtà territoriali.
Il DM 77 stabilisce la presenza di un SerD ogni 80.000-100.000 abitanti nella fascia di età 15-64 anni, con apertura almeno 5 giorni a settimana per 12 ore al giorno. Nelle macro-aree regionali è inoltre previsto che almeno un servizio resti attivo 6 o 7 giorni a settimana, per garantire la massima continuità assistenziale. Sulla base della popolazione 15-64 anni residente al 1° gennaio 2025, per rispettare questi standard sono necessari da 373 a 467 SerD (Tabella 1).
Regione
Popolazione15-64 anni al 1° gennaio 2025
1 SerD ogni 100.000 abitanti
1 SerD ogni 80.000 abitanti
Abruzzo
793.530
8
10
Basilicata
335.093
3
4
Calabria
1.156.172
12
14
Campania
3.642.172
36
46
Emilia-Romagna
2.825.486
28
35
Friuli Venezia Giulia
735.909
7
9
Lazio
3.668.344
37
46
Liguria
913.660
9
11
Lombardia
6.416.562
64
80
Marche
920.963
9
12
Molise
179.657
2
2
Piemonte
2.636.356
26
33
Prov. Aut. di Bolzano
345.628
3
4
Prov. Aut. di Trento
344.941
3
4
Puglia
2.458.860
25
31
Sardegna
980.777
10
12
Sicilia
3.033.593
30
38
Toscana
2.278.657
23
28
Umbria
524.839
5
7
Valle d’Aosta
77.074
1
1
Veneto
3.073.566
31
38
ITALIA
37.341.839
373
467
Tabella 1. Numero di SerD previsti dagli standard del DM 77
«Stando ai numeri – commenta Cartabellotta – i Servizi per le Dipendenze in Italia non mancano, ma senza una loro riorganizzazione e una reale integrazione in rete, la loro efficacia resta limitata. Occorre passare da strutture isolate a un sistema capace di garantire continuità assistenziale, presa in carico multidisciplinare e uniformità di accesso su tutto il territorio nazionale».
Per quanto riguarda il personale sanitario, il DM 77 definisce gli standard minimi e quelli a regime per ciascun SerD: da 3 a 4 medici (di cui almeno 1 psichiatra), 3-3,5 psicologi, 4-6 infermieri, 2,5-3,5 educatori professionali e tecnici della riabilitazione psichiatrica, da 2 a 3 assistenti sociali e da 0,5-1 unità di personale amministrativo. Complessivamente, questi parametri corrispondono a 5.614 unità di personale per lo standard minimo e a 7.860 per quello a regime. «In altri termini – spiega il Presidente – se il numero totale di strutture ambulatoriali è superiore a quello previsto dagli standard del DM 77, il personale sanitario censito nel 2023, pari a 6.005 professionisti, risulta fortemente sotto-dimensionato rispetto al fabbisogno: mancano infatti quasi 1.900 operatori per raggiungere lo standard a regime».
Infatti, confrontando gli standard del DM 77 con i dati del 2023, per medici e infermieri lo standard minimo risulta già raggiunto, ma mancano 483 professionisti per raggiungere lo standard a regime. Inoltre, rispetto agli standard a regime, mancano all’appello 409 psicologi, 342 assistenti sociali, 475 educatori professionali e tecnici della riabilitazione e 146 amministrativi (Tabella 2).
Figura professionale
Personale 2023
Standard minimi
GAP minimo
Standard a regime
GAP a regime
Medici e infermieri
3.260
2.620
640
3.743
-483
Psicologi
901
1.123
-222
1.310
-409
Assistenti sociali
781
749
32
1.123
-342
Educatori professionali/TeRP
835
936
-101
1.310
-475
Amministrativi
228
187
41
374
-146
Totale
6.005
5.614
391
7.860
-1.855
Tabella 2. Standard minimi e a regime di dotazione del personale per i SerD ai sensi del DM 77
«Il quadro è molto serio – continua Cartabellotta – perché questi servizi restano spesso fuori dalle agende politiche e assenti nei piani di riforma regionali della sanità territoriale. Eppure, si prendono cura di popolazioni fragili, ad alto rischio di emarginazione e cronicizzazione. E la mancata presa in carico si traduce in accessi al pronto soccorso, ospedalizzazioni, aggravamento e/o cronicizzazione dei disturbi, aumento del disagio sociale e dei costi per il Servizio Sanitario Nazionale».
I servizi per le dipendenze, spesso esclusi dalle agende politiche e dai piani di riforma regionale, assistono le fasce più fragili e a rischio di emarginazione
Senza una chiara assunzione di responsabilità da parte della politica, il sistema dei servizi per le dipendenze rischia di rimanere un diritto a geometria variabile, accessibile solo in alcune aree del Paese. «Affrontare le dipendenze – conclude Cartabellotta – significa tutelare la salute pubblica, ma oggi i servizi per le dipendenze sono il simbolo della disattenzione istituzionale verso un’area ad alta vulnerabilità, troppo spesso lasciata ai margini del SSN. È tempo di riconoscerli come parte integrante dell’assistenza territoriale e di garantirne il potenziamento attraverso investimenti strutturali e vincolanti. Restano infatti un presidio essenziale per la cura e la prevenzione, la presa in carico tempestiva, il reinserimento sociale e la riduzione del danno nei pazienti». In caso contrario, la sanità pubblica arretrerà proprio dove dovrebbe essere più presente.
«La psoriasi è una sfida sanitaria e sociale che il nostro Paese deve affrontare con serietà e senso di responsabilità. Come legislatori abbiamo il dovere di promuovere politiche che garantiscano equità di accesso alle cure, il pieno riconoscimento della cronicità e una corretta informazione ai cittadini. Investire in innovazione terapeutica e nella presa in carico integrata dei pazienti significa rafforzare il nostro Servizio Sanitario Nazionale e migliorare concretamente la qualità di vita di migliaia di persone. È questa la direzione in cui vogliamo continuare a lavorare, insieme ai medici, alle associazioni e a tutti gli attori del sistema salute». Con queste parole l’onorevole Francesco Maria Salvatore Ciancitto, promotore della conferenza “Psoriasi: riscriviamo l’equità nel nostro Servizio Sanitario Nazionale”, ha aperto i lavori presso la Sala Tatarella della Camera dei Deputati.
In Italia la psoriasi riguarda circa 1,8 milioni di persone, di cui 150 mila con forme gravi che colpiscono fino al 90% del corpo
Una malattia infiammatoria cronica, autoimmune e non contagiosa, la psoriasi colpisce circa il 3% della popolazione italiana, secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità, pari a 1,8 milioni di persone, delle quali 150 mila con forme severe che interessano fino al 90% della superficie corporea. Spesso si accompagna ad altre patologie croniche che aggravano il carico di cura e il peso psicologico per chi ne soffre.
Alla conferenza, dedicata a informazione, innovazione e diritti, hanno preso parte esponenti del mondo scientifico, associativo e istituzionale, uniti da un obiettivo comune: dare voce ai pazienti e chiedere al Governo politiche sanitarie più inclusive.
Psoriasi, una malattia complessa che chiede riconoscimento
La psoriasi è molto più di una semplice malattia della pelle. Si tratta di una patologia infiammatoria, autoimmune, genetica, cronica e recidivante, non contagiosa, che incide profondamente sulla qualità della vita di chi ne soffre.
Oggi si parla sempre più spesso di “malattia psoriasica”, un termine che descrive l’insieme delle manifestazioni cutanee e delle numerose comorbidità che la accompagnano. Secondo i dati scientifici, il 33% delle persone con psoriasi presenta almeno una comorbidità, il 19% ne ha due e l’8% tre o più. In circa un caso su tre la malattia si associa all’infiammazione delle articolazioni, dando origine all’artrite psoriasica, una forma particolarmente dolorosa e invalidante.
Il rischio aumenta anche per altre patologie croniche e immuno-mediate, come diabete mellito, ipercolesterolemia, obesità, malattie infiammatorie intestinali, insufficienza renale e cardiovascolare (infarto, ictus, scompenso cardiaco). A tutto ciò si aggiunge il peso psicologico della malattia, l’impatto estetico e sociale delle lesioni (soprattutto se localizzate in zone visibili come il volto o le parti intime) può condurre a isolamento, disagio e depressione.
La psoriasi non è ancora pienamente riconosciuta dal SSN: è assente dal Piano della Cronicità e solo parzialmente coperta dai LEA
È un quadro che conferma la natura cronica e invalidante della psoriasi e la necessità di cure continuative e personalizzate nel tempo. La patologia però non è ancora adeguatamente riconosciuta dal sistema sanitario, non figura tra le malattie incluse nel Piano Nazionale della Cronicità e resta parzialmente scoperta nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Una lacuna che limita l’accesso uniforme alle terapie più innovative e ostacola la costruzione di percorsi di presa in carico integrata.
Dalla scienza alla società: una patologia ancora sottovalutata
I dermatologi Antonio Costanzo, vicepresidente di SIDeMaST e professore di Dermatologia all’Università Humanitas, e Viviana Lora, dirigente medico dell’Istituto San Gallicano e rappresentante di ADOI, hanno fatto il punto sulle nuove frontiere terapeutiche, che oggi grazie alla ricerca e alla medicina digitale permettono trattamenti sempre più personalizzati e monitoraggi a distanza. «La psoriasi è una malattia infiammatoria cronica che “affiora” sulla pelle, ma deriva da un’infiammazione sistemica e comporta diverse comorbidità e fattori di rischio per eventi cardiovascolari. La ricerca ha fatto passi da gigante e ha prodotto farmaci efficaci, capaci di prevenire complicanze importanti come l’artrite psoriasica. Ma l’accesso alle nuove terapie è diverso nelle diverse regioni. Questa giornata deve servire a garantire un più ampio ed equo accesso alle cure. Paradossalmente gli ambulatori sono pieni di pazienti ipertesi od obesi che hanno la precedenza nelle visite dermatologiche perché rientrano nel PNC rispetto ai pazienti psoriaci», ha sottolineato Costanzo.
Le terapie e il monitoraggio digitale possono migliorare la cura della psoriasi, ma restano forti le disuguaglianze regionali
«È necessario poi che questi pazienti siano seguiti dai Centri di riferimento per trattamenti personalizzati, perché la terapia deve essere centrata sulla singola persona. Un aiuto prezioso arriva anche dalle nuove tecnologie, che consentono anche a chi vive fuori la regione del Centro di riferimento di essere monitorato a distanza, risparmiando tempo e risorse ai pazienti» – aggiunge Lora.
Il peso delle disuguaglianze
Sul fronte dei diritti, Tonino Aceti, presidente di Salutequità, ha evidenziato una grave mancanza di attenzione da parte delle istituzioni: «le persone con psoriasi sono ancora “esodate” dai principali provvedimenti nazionali. Il nuovo Piano della Cronicità e i Livelli Essenziali di Assistenza non le includono adeguatamente. È urgente ristabilire equità nel Servizio Sanitario Nazionale. La psoriasi non è una malattia “estetica”, è molto più complessa e manca un PTDA sia a livello regionale, sia nazionale».
Un’assenza che pesa anche sul piano simbolico e sociale, come ha denunciato Valeria Corazza, presidente di APIAFCO (Associazione Psoriasi Italiani Amici della Fondazione Corazza). «Apprendiamo con sconcerto che la Conferenza Stato-Regioni ha escluso la psoriasi dal nuovo Piano Nazionale di Cronicità. Una decisione che rende invisibili milioni di cittadini e nega la dignità a chi vive quotidianamente questa malattia. L’associazione si è impegnata al massimo ma non ha ancora raccolto i risultati sperati. I quasi 2 milioni di pazienti psoriaci sono invisibili a una sanità distratta e non inclusiva».
I quasi 2 milioni di pazienti psoriaci sono invisibili a una sanità distratta e non inclusiva
«Da quattro anni – dichiara Corazza a TrendSanità – stiamo facendo il possibile per ottenere incontri e spiegare ai politici che cos’è davvero la psoriasi e cosa significa conviverci. Abbiamo già senatori e onorevoli che si sono attivati. Da parte nostra continuiamo con la sensibilizzazione, anche dal basso, coinvolgendo i cittadini. Il Piano Nazionale della Cronicità è nato nel 2016, lo hanno aggiornato, ma sono passati quasi dieci anni e poco è cambiato. Ora dicono che ci sarà una cabina di regia. L’importante è che sia operativa e non si debbano aspettare altri dieci anni per inserire nuove patologie. Abbiamo anche mandato al Ministro una cartella fotografica corposa, per mostrare la realtà della malattia. Ci abbiamo messo soldi, tempo ed energie, ma evidentemente non è bastato. Nonostante la delusione, arrendersi non è un’opzione. Continueremo a lottare per i diritti delle persone con psoriasi. Metteteci in buona salute e vedrete che il PIL crescerà, perché curare le persone significa farle tornare attive. Non lasciateci solo in mano all’INPS. Curateci, dateci la possibilità di guarire».
L’impegno delle istituzioni e la voce dei pazienti
Alla conferenza hanno partecipato anche gli onorevoli Gian Antonio Girelli e Ilenia Malavasi, componenti della Commissione Affari Sociali e promotori della proposta di legge “Disposizioni per il riconoscimento della psoriasi e della dermatite atopica come malattie croniche” (AC 2467).
«È necessario un riconoscimento normativo della psoriasi quale patologia cronica. Solo così potremo restituire la giusta considerazione a una condizione troppo spesso sottovalutata», ha dichiarato Girelli. Malavasi ha aggiunto: «Non è solo un disagio personale, ma una questione sociale che richiede politiche pubbliche più forti e un trattamento omogeneo in tutto il Paese».
Quando lo sport diventa sensibilizzazione
A portare una testimonianza diretta è stato Claudio Marchisio, ex calciatore e testimonial della campagna “Metti la psoriasi fuori gioco”, promossa da UCB con il patrocinio di APIAFCO e SIDeMaST. «Della psoriasi non ci si deve vergognare. Con diagnosi e cure adeguate si può vivere una vita piena e serena. Lo sport mi ha insegnato che la forza e la fiducia aiutano a superare le difficoltà: è lo stesso spirito che serve per affrontare la malattia», ha raccontato Marchisio.
La campagna, online dal 2022, ha già superato 1 milione di visualizzazioni e continua a promuovere informazione e inclusione attraverso il sito www.mettilapsoriasifuorigioco.it e i canali social.
Una rete per i diritti e la ricerca
Fondata nel 2017, APIAFCO è oggi un punto di riferimento nazionale per le persone con psoriasi, dermatite atopica e vitiligine. L’associazione promuove il dialogo tra istituzioni, medici e pazienti e lavora per garantire percorsi di cura uniformi, informazione corretta e pieno riconoscimento della cronicità. «Serve una sanità che non lasci indietro nessuno», ha concluso l’onorevole Ciancitto, rilanciando una call to action condivisa, riscrivere l’equità nel Servizio Sanitario Nazionale insieme alle Associazioni e agli esperti.
La scorsa settimana la bozza del DDL Legge di Bilancio 2026 è finalmente arrivata a essere bollinata e trasmessa al Senato dopo il via libera del Consiglio dei ministri del 17 ottobre. Inizia così l’iter della legge che, come ogni anno, risulterà tra le più discusse e controverse nelle aule parlamentari. Uno dei principali capitoli di spesa, naturalmente, è quello dedicato alla sanità. Ma le risorse che la politica dice di poter dedicare alla sanità saranno davvero sufficienti a rispondere al crescente fabbisogno di salute della popolazione?
Niente incrementi da record, ma spesa sanitaria che rallenta sul Pil
I numeri indicano che il Fondo sanitario nazionale standard (Fsns) – cioè l’ammontare di risorse economiche necessarie a garantire i Livelli essenziali di assistenza utili a rispondere alla domanda di salute della popolazione – passerà dai € 136,5 miliardi del 2025 ai € 143,1 miliardi nel 2026, con un incremento di € 6,6 miliardi (+4,8%) e un rifinanziamento aggiuntivo di € 2,4 miliardi sul livello vigente. Il trend proseguirà nel biennio successivo, con ulteriori € 2,65 miliardi sia nel 2027 sia nel 2028, portando il totale a € 7,7 miliardi nel triennio.
Tabella 1. Elaborazione su dati Mef (Ministero Economia e Finanze)
A ben vedere, però, la dinamica di crescita reale rimane modesta. Soprattutto se la spesa prevista viene rapportata al Pil (prodotto interno lordo).
In effetti, se la spesa sanitaria arriverà al 6,16% nel prossimo anno, già nel 2028 andrà sotto la soglia psicologica del 6% toccando i 5,93 punti percentuali. Come a dire che, invece di andare in avanti anche tenendo conto dell’invecchiamento della popolazione e dell’incremento di bisogno di salute, si fanno grandi passi da gambero in direzione pre-pandemica.
La spesa sanitaria cresce in valori nominali, ma resta inferiore al ritmo dell’inflazione e del fabbisogno reale
Ancora, è bene notare che i numeri propinati dai megafoni della politica ottobrina a caccia di consensi in vista delle amministrative in alcune regioni-chiave vanno letti bene e con attenzione. Facendolo, si scopre che il reale aumento per la spesa sanitaria proposto dalla bozza della legge di Bilancio non sono quei 6,6 miliardi ottenuti dal semplice raffronto tra Fsns 2026 e Fsns 2025. La cifra che potrebbe essere stanziata in più, infatti, ammonta a soli 2,4 miliardi di euro, giacché gli altri 4,4 miliardi erano già previsti dagli stanziamenti delle “manovre finanziarie” precedenti.
Personale sanitario: nuove assunzioni, indennità e prestazioni aggiuntive
Il personale rappresenta il cuore del capitolo sanitario della manovra. L’articolo 70 del DDL autorizza € 450 milioni annui dal 2026 per assunzioni straordinarie nel Servizio sanitario nazionale: circa 1.000 nuovi medici e oltre 6.000 professionisti sanitari, con priorità alle Regioni con maggiori carenze di organico. L’obiettivo, si legge nel testo, è “rafforzare la capacità di erogazione dei servizi territoriali e ospedalieri” e garantire la piena attuazione delle Case di Comunità finanziate dal Pnrr.
In parallelo, l’articolo 69 della bozza della legge di Bilancio incrementa l’indennità di specificità sanitaria con € 280 milioni annui, ripartiti in:
€ 85 milioni ai medici e veterinari,
€ 195 milioni al personale infermieristico,
€ 8 milioni ai dirigenti sanitari non medici,
€ 58 milioni alle professioni sanitarie del comparto tecnico e socio-sanitario.
Secondo le simulazioni ministeriali, gli aumenti medi annui saranno di € 3.000 lordi per i medici, € 1.630 per gli infermieri, € 490 per i dirigenti sanitari non medici. Si aggiunge la proroga delle prestazioni aggiuntive (straordinari) per € 143,5 milioni, di cui € 101,9 milioni ai medici e € 41,6 milioni al personale sanitario del comparto.
Secondo le simulazioni ministeriali, gli aumenti medi annui saranno di € 3.000 lordi per i medici, € 1.630 per gli infermieri, € 490 per i dirigenti sanitari non medici
Come direbbero a Milano “piuttosto che niente, meglio piuttosto”. O, come ha rilevato la Fondazione Gimbe, “un segnale politico positivo, ma insufficiente”per affrontare una volta per tutte il nodo della carenza medici. Che, poi, è anche una delle ragioni che determinano le interminabili liste d’attesa per le prestazioni sanitarie nella sanità pubblica. Liste che in alcuni casi limite rilevati dall’indagine di Cittadinanzattiva pubblicata a luglio 2024, riportava una media di 498 giorni per l’ecografia addome programmabile nell’Azienda Universitaria Friuli Centrale, piuttosto che 427 i giorni in media di attesa per una visita cardiologica programmabile nella Azienda Sanitaria 3 Ligure.
Prevenzione e salute mentale: 486 milioni e nuovi screening oncologici
Una notizia positiva, se sarà confermata con la conversione del DDL in legge dello Stato, riguarda la prevenzione. La Manovra destinerebbe infatti € 486 milioni per la prevenzione sanitaria, portando la quota del Fondo sanitario nazionale destinata a questo capitolo di spesa dal 5% al 5,4%. Il tutto nell’ottica di coprire l’estensione degli screening oncologici previsti dai Lea. In particolare:
tumore della mammella (fasce 45–49 e 70–74 anni),
tumore del colon-retto (70–74 anni),
tumore del polmone, nell’ambito del programma nazionale sperimentale.
Sono inoltre previsti € 120 milioni di euro per campagne vaccinali e di prevenzione e € 80 milioni nel 2026 per il Piano nazionale per la salute mentale, che saliranno a € 90 milioni dal 2028. Aumenti anche per il fondo dedicato alle cure palliative, che sarà incrementato di €10 milioni, fino a €130 milioni annui.
Farmaceutica e dispositivi: tetti rivisti e stop al payback
Uno dei passaggi più attesi del DDL Bilancio riguarda il comparto farmaceutico. Il tetto di spesa complessivo viene aumentato dal 15,3% al 15,55%, pari a € 350 milioni aggiuntivi. Più in dettaglio, la spesa per farmaci acquistati direttamente dalle strutture pubbliche salirà all’8,5% (+0,2%), mentre quella per la spesa convenzionata passerà al 6,85% (+0,05%). Viene inoltre sospeso il payback dell’1,83% ed eliminato definitivamente quello del 5%, misure attese da tempo dalle aziende del settore.
Il tetto di spesa complessivo per i farmaci viene aumentato dal 15,3% al 15,55%, pari a € 350 milioni aggiuntivi
Nessuna menzione invece in merito all’annoso e super-discusso payback del settore dei dispositivi medici. Come a dire che l’Sos lanciato dal comparto – eliminare definitivamente il payback relativo agli anni 2019-2024 e quello futuro per non mettere a rischio la tenuta delle imprese – non più tardi dello scorso settembre non ha fatto alcuna presa sui tavoli del ministero di via XX settembre.
Siringhe, ecografi e tac però potrebbero veder aumentato il tetto di spesa dello 0,2% – dal 4,4% al 4,6% – per un valore stimato di € 280 milioni di euro in più. Prevista anche la revisione delle tariffe dei Drg (ricoveri ospedalieri), con 350 milioni di euro destinati ai sistemi di remunerazione per acuti e post-acuti, e 100 milioni nel 2026 (che saliranno a 183 milioni dal 2027) per aggiornare le tariffe di specialistica ambulatoriale e protesica.
Privati, ospedali, farmacia dei servizi e digitalizzazione: un mosaico da oltre 900 milioni
Dal 2026 si amplia la quota di spesa per l’acquisto di prestazioni da soggetti privati accreditati, che sale di un punto percentuale, fino al 6,5% rispetto ai valori del 2011, pari a circa 780 milioni di euro aggiuntivi. Parallelamente, vengono stanziati 50 milioni l’anno per la stabilizzazione della farmacia dei servizi, 70 milioni al Bambino Gesù, e 20 milioni per la sperimentazione di modelli gestionali negli ospedali di rilievo nazionale e negli Irccs pubblici.
L’articolo 85 del DDL istituisce infine la piattaforma nazionale per la telemedicina, con 20 milioni di euro annui ad Agenas (Agenzia per i servizi sanitari regionali).
A questi si sommano € 985.000 nel 2026 e € 793.000 dal 2027 per il completamento delle infrastrutture per lo scambio transfrontaliero di ricette elettroniche, referti e dati clinici attraverso il sistema Tessera Sanitaria.
Il percorso parlamentare e la doppia corsia con il DL Anticipi
Ma cosa accadrà ora al DDL Bilancio? E quali tempi sono previsti per la sua conversione in legge?
Sul piano procedurale il testo andrà prima in Aula per lo stralcio degli articoli che non prevedono oneri, i quali potrebbero diventare provvedimenti separati. In seguito, sarà assegnato alla commissione Bilancio del Senato e saranno designati i relatori. La prassi prevede che si tratti di parlamentari appartenenti alle forze di maggioranza e, nel caso di specie, questi dovrebbero essere attribuiti a Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati.
Nel corso dei prossimi giorni sarà calendarizzato l’avvio del consueto ciclo di audizioni nelle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato
Nel corso dei prossimi giorni sarà calendarizzato l’avvio del consueto ciclo di audizioni nelle commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato. Così come, a breve, sarà esaminato contestualmente il decreto-legge Economia-bis/Anticipi, provvedimento che tradizionalmente accompagna il DDL Bilancio per permettere l’immediata entrata in vigore di determinate misure, trovando le coperture finanziarie nella legge di Bilancio”.
Il SSN resta in apnea
Nel complesso, la manovra 2026 segna un aumento delle risorse sanitarie, ma non una vera svolta. A conti fatti, la spesa sanitaria cresce in valori nominali, ma resta inferiore al ritmo dell’inflazione e del fabbisogno reale, stimato da Gimbe in oltre 6,8 miliardi già nel 2026.
La cosa che lascia maggiormente a desiderare e che fa riflettere è lo scollamento che appare tra livello regionale e livello statale.
Permane lo scollamento tra Stato e Regioni nella programmazione delle risorse sanitarie
Le Regioni, chiamate a gestire sul territorio il bisogno di salute dei propri cittadini, continuano a segnalare criticità pesanti in tema di personale, liste d’attesa e diseguaglianze territoriali. Lo Stato, che dovrebbe legiferare e stanziare fondi sulla base delle richieste del territorio, pare invece ragionare solo per massimi sistemi. Quasi a sembrare sordi e ciechi rispetto all’impellente e non più procrastinabile imperativo di una riforma strutturale della sanità pubblica nazionale. Con interventi che non puntino solo a un sacrosanto finanziamento più adeguato, ma anche a nuove forme di governance che permettano non solo di traghettare, ma anche di trasformare il SSN. È un signore di quasi 40 anni che si merita un bel check-up e non solo delle punturine che ne rinfreschino il viso.
Si terrà il 28 novembre 2025, presso l’Auditorium dell’A.O.U. delle Marche (Ancona), una giornata dedicata a “Prevenzione delle Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA) nelle sale operatorie: progettazione, monitoraggio e concetti di igiene ambientale”.
L’incontro offrirà contenuti tecnici al mattino e lavori di gruppo nel pomeriggio, con l’obiettivo di condividere strumenti pratici per la gestione dei monitoraggi ambientali microbiologici, chimici e fisici, oltre ai requisiti per la progettazione e la convalida delle sale operatorie.
Tra i temi al centro della discussione:
fonti di contaminazione e vie di trasmissione;
buone pratiche comportamentali;
requisiti per la gestione dell’aria;
correlazione tra tipologia di sala operatoria e incidenza delle infezioni;
monitoraggi ambientali interni o affidati a laboratori esterni.
La giornata è rivolta a progettisti, ingegneri clinici, direzioni sanitarie, specialisti in igiene ospedaliera, personale di sala operatoria, CICA (Comitato Infezioni Correlate all’Assistenza) e ai servizi di prevenzione e protezione.
L’iniziativa nasce per favorire una collaborazione multidisciplinare tra professionisti sanitari, progettisti e laboratori, al fine di promuovere sicurezza, qualità e innovazione nelle pratiche di controllo della contaminazione ed è organizzata grazie alla collaborazione dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC), nella persona del referente regionale Mosé Carboni, e dell’Associazione per lo Studio ed il Controllo della Contaminazione Ambientale (ASCCA).
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FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità) esprimono forte disappunto per la norma che affida all’INPS la verifica dei requisiti sanitari dei dipendenti pubblici beneficiari della Legge 104/1992.
Il recente provvedimento normativo affida, infatti, all’INPS, su richiesta del datore di lavoro, il compito di verificare la permanenza dei requisiti sanitari che danno diritto ai permessi previsti dalla Legge 5 febbraio 1992, n. 104, per i dipendenti delle pubbliche amministrazioni.
Secondo le due Federazioni, la norma rischia di introdurre una logica di controllo e favorire un clima di sfiducia nei confronti dei lavoratori che assistono familiari con disabilità, stravolgendo lo spirito originario della Legge 104, fondata sulla solidarietà familiare e sull’inclusione sociale.
FISH e FAND chiedono con forza al Governo e al Parlamento di stralciare il comma 8 dell’articolo 129 della Legge di Bilancio e di aprire un tavolo di confronto
“È inaccettabile – dichiarano Vincenzo Falabella, presidente della FISH e Nazaro Pagano, presidente della FAND – che si possa arrivare a subordinare l’esercizio di un diritto fondamentale a ulteriori verifiche promosse dai datori di lavoro. La persona con disabilità e la sua famiglia non possono essere trattate come oggetto di sospetto. Questa impostazione rischia di creare un clima di tensione e di sfiducia, minando la serenità e la dignità di chi quotidianamente si fa carico di situazioni di grande fragilità.”
Falabella aggiunge: “Comprendiamo l’esigenza di garantire correttezza e trasparenza, ma il modo in cui questa norma è concepita è sbagliato nel principio e nel metodo. Non si può introdurre un sistema che, di fatto, consente controlli discrezionali e ripetuti su persone già sottoposte a un percorso sanitario e amministrativo complesso. È necessario invertire la rotta e riaffermare che la Legge 104 non è un privilegio, ma uno strumento di civiltà.”
Le Federazioni evidenziano inoltre che la previsione di convenzioni onerose tra INPS e le singole amministrazioni pubbliche per l’effettuazione delle verifiche rappresenta un inutile aggravio economico e burocratico, in contrasto con gli obiettivi di semplificazione e razionalizzazione della pubblica amministrazione.
FISH e FAND chiedono con forza al Governo e al Parlamento di stralciare il comma 8 dell’articolo 129 della Legge di Bilancio e di aprire un tavolo di confronto con le rappresentanze delle persone con disabilità e delle loro famiglie, al fine di individuare soluzioni condivise, eque e rispettose dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità. “La disabilità – conclude Falabella – non può essere gestita con strumenti di controllo, ma con politiche di fiducia, sostegno e responsabilità condivisa. Chiediamo un confronto immediato per correggere una norma che rischia di riportarci indietro di decenni sul piano dei diritti e della civiltà giuridica.”
La Federazione nazionale degli Ordini deitecnici sanitari di radiologia medica edelle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP) interviene con una nota indirizzata al Governo e ai Presidenti delle Commissioni parlamentari competenti, in merito alla manovra di Bilancio 2026, chiedendo maggiore attenzione alle esigenze delle professioni sanitarie rappresentate.
Pur accogliendo con favore le previsioni di reclutamento, potenziamento e incremento di risorse destinate al personale sanitario, la Federazione nazionale avanza alcune proposte per migliorare il provvedimento e renderne gli effetti più efficaci, a tutela della salute pubblica.
La Federazione FNO TSRM e PSTRP accoglie le misure per il personale sanitario, ma chiede interventi per garantirne maggiore efficacia
La FNO TSRM e PSTRP sottolinea la necessità di rendere espliciti il ruolo e il contributo delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione per il potenziamento del Servizio sanitario nazionale. Di seguito le proposte:
Salute mentale (art. 65). Per il ‘Piano nazionale di azioni per la salute mentale’ la Federazione chiede di prevedere in modo esplicito all’interno dei piani di assunzione per le professioni sanitarie a essa afferenti, che lavorano all’interno dei Servizi di salute mentale;
Farmacia dei servizi (art. 68). Affinché le farmacie, eroghino prestazioni sanitarie e socio-sanitarie, in modo inclusivo e partecipato, si chiede di integrare tale disposizione, prevedendo esplicitamente, che anche le professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione possano operare all’interno di tali strutture, applicando i requisiti di accreditamento. Inoltre, la FNO TSRM e PSTRP propone, sulla scia di questa grande rivoluzione culturale volta alla valorizzazione della prossimità, di riconoscere, con le medesime finalità altri presidi come le ortopedie sanitarie dei servizi, diffusamente presenti sul territorio.
Indennità del personale del SSN (art. 69). La richiesta mira a regolamentare e specificare che siano ricompresi adeguamenti retributivi rivolti al personale delle professioni sanitarie tecniche, della prevenzione e della riabilitazione;
Assunzioni del ruolo sanitario per il SSN (art.70). Si chiede di ricomprendere, in modo esplicito, nei piani di assunzione anche il personale delle professioni sanitarie tecniche, della prevenzione e della riabilitazione;
Pronto soccorso (art. 71). Si sollecita l’inserimento nei fondi destinati alla premialità e alle indennità anche per chi, fra le professioni TSRM e PSTRP, lavora nei pronto soccorso;
Telemedicina (art.85). Si chiede di ricomprendere espressamente anche i professionisti sanitari tecnici, della riabilitazione e della prevenzione tra gli operatori interessati al potenziamento e l’efficientamento dei servizi di telemedicina;
Abolizione del vincolo di esclusività. Si propone di inserire in Manovra una disposizione volta ad estendere agli esercenti delle professioni sanitarie, con rapporto di lavoro a tempo pieno o parziale presso le strutture sanitarie pubbliche, la facoltà di esercitare attività libero-professionale al di fuori dell’orario di servizio;
Flat tax. Nella nota si chiede, inoltre, di inserire la disposizione per l’adeguamento della detassazione al 5% degli straordinari anche per le professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, attualmente prevista solo per alcune figure professionali.
Diego Catania
La Federazione, all’interno della nota, annuncia l’intenzione di presentare emendamenti al fine di rendere il testo definitivo realmente inclusivo, comprendendo le richieste dei professionisti sanitari rappresentati.
Diego Catania, Presidente della FNO TSRM e PSTRP, nell’affermare che tutte le professioni sanitarie hanno pari dignità nel sostentamento del Sistema sanitario nazionale osserva: «I professionisti sanitari appartenenti agli Ordini TSRM e PSTRP rappresentano un pilastro importante del nostro Sistema Salute, per il mantenimento e il potenziamento dell’assistenza sanitaria sul territorio. Ci rivolgiamo alle Istituzioni, chiedendo di fare la propria parte, includendo anche le nostre professioni sanitarie all’interno delle disposizioni previste in Manovra, al fine di garantire una presenza coerente delle specificità e competenze, per costruire un sistema sanitario più equo ed efficiente, capace di rispondere alle esigenze dei cittadini e valorizzare tutti i professionisti sanitari, nessuno escluso».