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Masterpharm 25: un laboratorio di idee e reti per rispondere alle complessità organizzative 

Masterpharm è un laboratorio di idee che ha l’obiettivo di connettere i problemi con le risposte già esistenti, e di collegare la periferia al centro assicurando una copertura di rete ai servizi sanitari. Abbiamo sviluppato questo laboratorio in questi giorni a Torino parlando di introduzione concreta delle nuove tecnologie nei percorsi organizzativi, confrontando i modelli italiani di management sanitario con quelli internazionali, approfondendo il tema del partenariato pubblico-privato. Inevitabilmente abbiamo proseguito il dialogo sulle nuove competenze delle farmacie ospedaliere a livello internazionale, inoltrandoci anche sulla domanda su come implementare l’intelligenza artificiale nell’ambito della sanità. Il risultato finale è chiaro: abbiamo bisogno di reti, di concretezza, di pensiero collaborativo e risolutivo. Solo così risolveremo i problemi sempre più complessi che oggi la sanità nazionale ci pone di fronte”: è così che Francesco Cattel (ideatore dell’iniziativa e Direttore Generale dell’ASL VCO) sintetizza l’andamento del secondo modulo di Masterpharm ‘25 Modelli integrati a confronto: HTA, HTM e Lean Management dall’Italia e dal Mondo – appena concluso a Torino. 

Abbiamo bisogno di reti, di concretezza, di pensiero collaborativo e risolutivo

L’evento ha registrato la partecipazione di oltre duecento esperti e professionisti, operatori sanitari e rappresentanti del mondo della produzione, insieme a presidenti di varie società scientifiche (SIFO, SIFACT, SIHTA, AIIC), ricercatori (tra cui Guido Putignano, opinion leader nell’ambito dell’intelligenza artificiale) e specializzandi in farmacia ospedaliera.

La Regione Piemonte è stata grande protagonista della due giorni con la presenza dell’Assessore Federico Riboldi, con il Coordinatore del suo staff Fabrizio Priano, con il presidente della Commissione Bilancio del Consiglio Regionale, Roberto Ravello, con il Direttore Generale di Azienda Zero, Adriano Leli, e con gli interventi di numerosi Direttori generali di ASL regionali, da Carlo Picco a Francesco Marchitelli.

Ha sottolineato Cattel: “L’impostazione che la Regione Piemonte ha dato nell’ambito sanità è quella di creare un gruppo di direttori generali che creino rete, si coordino tra di loro e generino valore tangibile. E credo che il dialogo di questi giorni sia proprio stato il territorio di coltura e di crescita di un modo comune di pensare alla sanità territoriale”. Un dialogo che Paolo Petralia (ViceDirettore Vicario di FIASO), ha plaudito perché “ha espresso la capacità di porre in relazione la complessità dei problemi con il valore specifico e le competenze dei tanti professionisti coinvolti. Tenere insieme le persone è la prima caratteristica propria di un manager che deve esprimere leadership e capacità attitudinali. La seconda caratteristica è la capacità di misurare per dare oggettività alle cose, per governare i processi, per dare evidenza e non discrezionalità alle cose”.

I temi chiave 

Reti oncologiche e reti cardiologiche, lean management in sala operatoria, farmacia ospedaliera sempre più interconnessa con i dipartimenti ospedalieri, esperienze di procurement avanzato e innovativo, formazione degli operatori ed HTA: queste sono solo alcune delle esperienze capaci di “ridurre sprechi, creando flussi stabili di efficientamento dei processi” che sono state condivisi al Masterpharm 25. E in tutto questo, come sottolineato da Adriano Leli, c’è poi il contributo dell’intelligenza artificiale, che ormai permea tutte le attività nel comparto salute, non solo sanitarie.

Una delle sessioni più interessanti e seguite dell’evento torinese è stata Masterpharm incontra, un format di confronto su ricerca e sperimentazione clinica a cui hanno dato il loro contributo l’Assessore Riboldi, ma anche una serie di esperti, accademici e rappresentanti del mondo della produzione (tra cui Francesca Patarnello, AstraZeneca; Giovanni Giuliani, Roche, Emanuele Pria, Gilead), oltre a Eugenio di Brino (ALTEMS), Antonio Maconi (Commissario procedura IRCSS, Regione Piemonte) e Marta Betti (Referente Clinica Trial, AOU Alessandria). Durante la sessione Fabrizio Priano ha confermato che Azienda Zero sta per definire un Bando di evidenza pubblica con una manifestazione di interesse per partecipare ai tavoli regionali di ascolto e collaborazione con le aziende ad alto grado di innovazione (farmaceutiche che di tecnologie per la salute). “C’è necessità – ha sottolineato Priano – di un confronto costante tra istituzioni e industria per elaborare strategie comuni di innovazione: la Regione Piemonte grazie all’assessore Riboldi è una delle prime regioni che si muove in questo senso e speriamo possa essere un ulteriore tassello verso una sanità universale e moderna e che possa curare tutti con i migliori risultati”. 

Le tavole rotonde conclusive

Masterpharm 25 è terminato con due tavole rotonde finali. La prima relativa al rapporto tra giornalismo, comunicazione e sanità nel corso della quale Cattel ha evidenziato che “la sanità è una presenza costante nei mass media e quindi bisogna tutti insieme comprendere come debba essere oggi coltivato il rapporto tra istituzioni della sanità, operatori e giornalisti, per recuperare un linguaggio tecnico facilmente divulgabile, trasparente e sincero rispetto al cittadino”.

La sanità è una presenza costante nei mass media e quindi bisogna tutti insieme comprendere come debba essere oggi coltivato il rapporto tra istituzioni della sanità, operatori e giornalisti

La seconda invece a cui hanno partecipato Agenas, Ministero della Salute e Società scientifiche – con Americo Cicchetti e Francesco Saverio Mennini – per comprendere come le proposte delle società scientifiche possono contribuire allo sviluppo di una legislazione ed una normativa rispondente ai bisogni di cittadini ed operatori. 

HTA, tra presente e futuro 

L’Health Technology Assessment è stato uno dei grandi temi di Masterpharm 25, anche alla luce del Nuovo Regolamento Europeo 2021/2282. Oltre agli approfondimenti di sistema, a Torino è stata anticipata una progettualità concreta che riguarda la ASL VCO, di cui Francesco Cattel è Direttore generale: “Abbiamo deciso di avviare un percorso formativo culturale all’interno della nostra ASL – ha precisato Cattel – affinché i dipendenti siano parte consapevole e attiva dei processi di assessment sulle tecnologie”. 

Il percorso formativo è stato messo a punto e presentato da Eugenio di Brino e Paolo Sciattella, esperti della Società Italiana di Health Technology Assessment-SIHTA. Come dunque SIHTA sta supportando ASL VCO nella formazione dei suoi dipendenti all’HTA? “In primo luogo, SIHTA ringrazia e plaude la dirigenza della ASL VCO per l’interesse nei confronti dei processi di HTA”, risponde Sciattella, “In accordo con il Direttore generale abbiamo disegnato un percorso su tre livelli che coinvolge tutta l’Azienda: i decisori strategici saranno formati su regole e governance, i direttori di struttura sull’integrazione nei processi decisionali e i professionisti clinici sull’applicazione operativa con casi d’uso. L’obiettivo condiviso è quello di rendere l’HTA lo standard di lavoro per valutare e adottare l’innovazione a beneficio dei cittadini”.

Infermieri, la busta paga continua a essere magra

«Un momento importante quello della firma definitiva al CCNL del comparto sanità 2022-2024, soprattutto per la prospettiva che apre. Ci permette subito, infatti, di sbloccare l’iter della prossima tornata 2025-2027, come avevamo auspicato fin dall’inizio». È il commento di Andrea Bottega, segretario nazionale del Nursind, il sindacato degli infermieri, dopo la sottoscrizione del contratto all’Aran (l’ente pubblico che per conto dello Stato tratta e firma i Contrati Collettivi Nazionali di Lavoro, ndr). «Un accordo – sottolinea Bottega – che peraltro contiene al suo interno tutta una serie di novità normative e sul piano dei diritti che ci avevano convinto subito della bontà dell’intesa, al netto delle purtroppo poche risorse stanziate».

«L’intenzione – prosegue il segretario – adesso è quella di chiudere la negoziazione 2025-2027 entro il 2026. Una novità assoluta che ci consentirà di aggiungere un nuovo mattone per ridurre in modo più deciso la perdita di potere d’acquisto che l’inflazione ha creato. Finalmente saranno adeguati gli stipendi degli infermieri entro un anno e quindi entro la vigenza del contratto. Il nuovo CCNL infatti non richiederà grande lavoro, visto che il più è stato fatto con questa tornata appena chiusa. Si tratterà di aggiornare la parte economica alla luce di quanto già stanziato e di quanto stanzierà la manovra in discussione».

Positive le novità in tema di libera professione

Il Nursind ha difeso le diverse novità del CCNL appena sottoscritto, a cominciare da quelle inerenti la libera professione, «anche se siamo in attesa – precisa il segretario – di una proroga per svolgere l’attività extra istituzionale pure a partire dal nuovo anno. Non solo, ma abbiamo espresso apprezzamento sulle prestazioni aggiuntive con una tariffa unica nazionale di 50 euro l’ora, l’attività di collaborazione, la definizione di obiettivi e strumenti per l’age management (la gestione di un’azienda sulle differenze di età tra i lavoratori ndr), la disciplina sperimentale delle ferie fruibili a ore e la possibilità di cederle anche per assistere parenti di primo grado (ferie solidali) e, infine, il patrocinio legale per i casi di aggressione».

Il nuovo CCNL non basta: servono risorse per fermare la fuga dalla professione

«Non dimentichiamo poi – conclude Bottega -, oltre a una migliore disciplina delle ferie contenuta in questo contratto, tutte le novità riguardanti il sistema degli incarichi. E per finire l’equiparazione sul fronte dell’indennità di specificità delle ostetriche agli infermieri».

L’indagine Nursind sugli stipendi

Per mettere in luce il problema delle buste paga non adeguate a questa professione importante e delicata, il Nursind ha recentemente pubblicato una indagine sul tema. Il focus, curato oltre che dal segretario Bottega, anche da Girolamo Zanella, consulente economico del Centro studi Nursind, ha preso in esame tutte le voci degli stipendi degli infermieri nel corso di 35 anni.

 «Gli stipendi degli infermieri sono inaccettabilmente magri per colpa della pesante erosione che subiscono da 35 anni a questa parte. Non ci si può meravigliare dunque se stiamo pagando il conto in termini di carenza di personale, ma non possiamo neppure rimanere a guardare di fronte all’impoverimento crescente del nostro SSN» denunciano gli autori del focus .

La pesante erosione degli stipendi degli infermieri registrata negli ultimi 35 anni è all’origine dell’attuale carenza di personale

La ricerca, numeri alla mano, dimostra l’entità delle cifre in ballo: «Sono considerevoli, arriviamo fino a 10mila euro in meno per un infermiere neo assunto e a quasi 16mila euro per un professionista con 40 anni di servizio, rispetto agli stipendi degli anni Novanta, rapportati  al tasso di inflazione media riportato dall’Istat (Tabelle 1 e 2)», sottolinea la ricerca.

Tabella 1. Differenza di stipendio per infermiere a inizio carriera [Fonte: Indagine Nursind 2025]

Tabella 2. Differenza di stipendio per infermiere con 40 anni di servizio [Fonte: Indagine Nursind 2025]

Essenziale il riconoscimento delle alte professionalità

I calcoli del Centro studi Nursind (Tabella 3) rivelano come, rispetto al valore assoluto attualizzato alle stime di rivalutazione Istat 2024, nel passaggio dal sistema dei livelli a quello delle categorie (con le fasce di progressione interna) prima e delle aree dopo, la differenza di stipendio  tra il livello più alto e quello più basso è passata dal 70% (31.12.1990) a circa il 40% tra la Categoria Ds e la categoria A (periodo 1998 – 2018), fino ad arrivare a circa il 26% di gap tra l’Area dei professionisti della salute e dei funzionari e l’Area del personale di supporto (1.1.2023).

Tabella 3. Dati indagine Nursind 2025

Oltre alla penuria di fondi, a intaccare il portafoglio degli infermieri ci sono state scelte gestionali e politiche che negli anni hanno causato “una distribuzione a pioggia delle risorse, senza spazio per il merito, oltre a provocare un grave appiattimento verso il basso, con una penalizzazione dei profili più alti e qualificati rispetto ai profili bassi. Scelte che hanno ridotto notevolmente il gap tra i vari livelli, categorie, aree” afferma la ricerca Nursind, sottolineando che merito e competenze professionali non sono state così riconosciute.

Il Nursind chiede misure strutturali per valorizzare le alte professionalità infermieristiche

In sostanza, considerando un ex livello 6 neoassunto, “tra il 1990 e oggi un infermiere ha perso 1.135 euro come stipendio base e 1.320 alla luce delle altre voci del trattamento fondamentale, per un totale di quasi 2.500 euro (Tabella 4).

Tabella 4. Differenza stipendio per infermiere neoassunto [Fonte: Indagine Nursind 2025]

Cifre che aumentano se prendiamo in considerazione, ad esempio, un infermiere con 40 anni di anzianità. «In questo caso, a parità à di stipendio base, la perdita equivale a più di 8.500 euro (Tabella 5)», spiega Zanella.

Tabella 5. Differenza stipendio per infermiere con 40 anni di anzianità [Fonte: Indagine Nursind 2025]

Lo studio ricorda poi come le varie riforme negli anni abbiano inciso sui diversi istituti stipendiali integrativi. «Ancora una volta – sottolinea Bottega – il risultato è penalizzante per gli infermieri». Tra queste voci, ad esempio, figura il plus orario che negli anni è stato sostituto con il Fondo per la produttività. «Un passaggio per nulla indolore per le tasche dei professionisti: nel caso di un infermiere neoassunto la perdita economica per un’ora di lavoro aggiuntivo a settimana supera i 1.500 euro annui di stipendio, per due ore aggiuntive settimanali i 5mila euro. Nel caso invece di un infermiere con 40 anni di servizio queste cifre diventano rispettivamente oltre 2.150 e oltre 6.200 euro annui di perdita (Tabella 6)».

Tabella 6. Differenze economiche per un infermiere neoassunto e/o a 40 anni di servizio tra il sistema del plus orario e l’attuale istituto della produttività [Fonte: Indagine Nursind 2025]

Le proposte per un cambio di rotta

Penalizzate anche le indennità del salario accessorio, ferme agli anni Novanta: a cominciare da quella giornaliera per infermieri operanti su triplo turno (si perdono al giorno 4,74 euro), fino a quella riservata a chi opera nei servizi di malattia infettiva (6,35 euro al giorno). Le condizioni disagiate vanno riconosciute.

Commenta Bottega: «È necessario agire e farlo in fretta per poter arrestare la fuga di infermieri verso altre professioni e riaccendere l’interesse dei giovani per il nostro lavoro”. Qualche proposta?  «C’è già il sistema degli incarichi, mutuato dal CCNL della dirigenza. – prosegue Bottega – Ma servono le risorse. Si riuscirebbe così a far decollare l’area dell’elevata qualificazione. Gli incarichi nella nostra professione sono di tipo organizzativo (caposala) o professionale, quando un infermiere ha competenze particolari per compiti delicati, come triage, stomatoterapia, terapie con ulcere difficili… Sono figure che prima non erano  riconosciute, ora con l’ultimo contratto vengono definite esperte o specializzate.

Senza fondi, gli infermieri restano esclusi dalle qualificazioni elevate: servono investimenti sulla crescita

Sarebbe il giusto modo per dare un riconoscimento al personale con livelli più alti di formazione in termini sia di carriera che economici».

«Andrebbe creato un fondo contrattuale specifico in cui far confluire anche quelle risorse dei differenziali economici e delle indennità fisse e continuative che fanno capo al fondo del personale laureato. – conclude Bottega – La mancanza di fondi non permette agli infermieri di accedere all’area delle qualificazioni elevate, come una vicedirigenza. Ora dobbiamo investire sui livelli più alti, sostenere il percorso di crescita professionale aiutando gli infermieri laureati». Ma la strada sembra ancora lunga.

Droni salvavita: la frontiera futura della logistica sanitaria

Nelle corsie degli ospedali e nei presidi sanitari delle aree più remote, il tempo non è soltanto denaro: può fare la differenza tra la vita e la morte. È in questo scenario che i droni si affacciano come nuovo alleato della logistica sanitaria, promettendo di ridurre in pochi minuti ciò che prima richiedeva ore su strada o via mare. In Svizzera, ad esempio, il trasporto di campioni biologici ha visto tempi di consegna scendere da 45 a 3 minuti grazie a rotte aeree autonome. In Italia, esperienze pilota, dall’Isola d’Elba fino alle zone montane toscane, stanno mettendo alla prova la possibilità di integrare i droni nella filiera del Servizio Sanitario Nazionale. Non più soltanto strumenti sperimentali, ma vettori potenzialmente cruciali per garantire l’accesso tempestivo a farmaci, emocomponenti e dispositivi salvavita, anche in condizioni difficili. Tuttavia, ci sono ancora dei nodi normativi da sciogliere.

Ne parliamo con Alessandro Iala, Ingegnere, Direttore Area Supporto ai Servizi Sanitari ed al Cittadino e Responsabile Transizione Digitale Azienda USL Toscana Nord Ovest.

Alessandro Iala

Ingegner Iala, qual è il principale valore aggiunto che vede nell’uso di droni per il trasporto di beni sanitari rispetto ai mezzi tradizionali, e come pensa si possa integrare nei processi clinici esistenti? Ci sono casi d’uso, in Italia o in Europa, o studi scientifici in merito?

«Il valore aggiunto fondamentale è la risoluzione del problema della distanza (insularità o comunità montane), garantendo la rapidità di consegna H24/7 di beni sanitari sensibili. In contesti definiti “aree interne” come l’Isola d’Elba, questa velocità è vitale; ad esempio, l’esperienza in Svizzera ha dimostrato una riduzione drastica dei tempi di trasporto dei campioni biologici, passando dai 15-45 minuti su gomma a soli 3 minuti via drone. Tale efficienza non solo migliora il servizio al cittadino ma consente anche di reimpiegare i professionisti, liberati dal tempo dedicato al trasporto, in attività più qualificate e costruttive per l’ospedale. L’integrazione nel processo clinico deve avvenire inserendo il trasporto via drone nella filiera di cura, garantendo la movimentazione fisica di materiali tra nodi certificati del Sistema Sanitario Nazionale (es. magazzini ASL, farmacie ospedaliere, presidi territoriali). In Europa, l‘uso è consolidato in Svizzera per i campioni biologici (Ticino, Zurigo). In Italia, sebbene in fase sperimentale, la ASL Toscana Nord Ovest, la ASL Centro e la ASL Sud Est stanno valutando tratte essenziali come Elba-Piombino, Firenze, Zone Montane necessarie per la scalabilità BVLOS (Beyond Visual Line of Sight)».

Quali sono le principali sfide tecniche o operative nel garantire che i droni possano consegnare beni sanitari in sicurezza, soprattutto considerando la catena del freddo, i rischi di contaminazione e deterioramento e la gestione dei materiali sensibili?

«Le sfide tecniche e operative si concentrano sull’affidabilità del mezzo e sulla conservazione dell’integrità del carico, data la natura sensibile dei beni (farmaci, campioni biologici, emocomponenti). È essenziale proteggere i materiali da variazioni di temperatura, vibrazioni e urti, elementi critici che possono causare deterioramento o contaminazione.

Affidabilità del mezzo e conservazione dell’integrità del carico sono cruciali, insieme alla base giuridica e certificatoria

La soluzione cruciale risiede nell’adozione delle Smart Capsule. Queste non sono semplici contenitori, ma strumenti altamente tecnologici dotati di Intelligenza Artificiale (AI), capaci di mantenere costanti i parametri interni e garantire la tracciabilità in tempo reale del materiale lungo tutto il tragitto. A livello tecnico-operativo, l’affidabilità richiede la ridondanza di sensori e sistemi multipli di controllo, gestendo al contempo le variabili logistiche di partenza e arrivo, come l’autonomia delle batterie e i punti di ricarica (vertiporti). Inoltre, gli incidenti documentati, come la caduta di un drone in un lago o in un parco a Zurigo, hanno imposto l’adozione di sistemi di sicurezza meccanici e acustici potenziati e una rigorosa gestione del rischio proattiva».

Secondo lei, in che modo si possono affrontare le questioni regolatorie e di compliance per operazioni BVLOS (“Beyond Visual Line of Sight”) in ambito sanitario e come pensa possa evolvere il quadro normativo in Italia, anche per certificazioni di sicurezza, nei prossimi anni?

«Le operazioni BVLOS sono indispensabili per rendere il servizio scalabile e non confinato a brevi tratte sperimentali. Affrontare la compliance richiede che la normativa sia vista non come un ostacolo, ma come una vera e propria infrastruttura essenziale e abilitante. Per superare le attuali incertezze giurisprudenziali e le resistenze, che spesso frenano l’operatore, è necessario creare un Tavolo Nazionale che coinvolga tutti gli stakeholder. Tale tavolo dovrebbe definire linee guida e impiegare l’Health Technology Assessment (HTA). L’HTA è fondamentale per inquadrare le sperimentazioni, valutare l’efficacia della tecnologia e fornire ai decisori politici i dati necessari per stabilire i requisiti di sicurezza e orientare la legislazione. Il quadro normativo evolverà verso la definizione di servizi standardizzati e non più solo sperimentali. Tuttavia, la sfida più grande nei prossimi anni sarà la creazione di una base giuridica e certificatoria per l’uso dell’Intelligenza Artificiale in sanità, essenziale per sistemi di volo e controllo avanzati, un elemento che al momento manca».

La normativa non deve essere vista come un ostacolo ma come una infrastruttura essenziale e abilitante

Chi ritiene debba essere coinvolto nella fase di progettazione e implementazione di un sistema di trasporto sanitario via drone (es. clinici, pazienti, autorità aeronautiche, fornitori tecnologici) per competenze e responsabilità e come pensa si possano coordinare?

«La progettazione e l’implementazione devono coinvolgere tutti gli attori della nostra triade (Tecnologia, Organizzazione, Persone) per garantire un approccio olistico e sistemico. Gli attori chiave includono: i decisori politici (per la visione e l’indirizzo strategico), le autorità aeronautiche (ENAC/ENAV) (per la sicurezza del volo e le rotte), i fornitori tecnologici (per le soluzioni Smart Capsule e di volo), e, crucialmente, i professionisti sanitari (medici, infermieri, farmacisti). Fondamentale è anche il coinvolgimento dei cittadini/pazienti per guadagnare fiducia e rispondere alle loro preoccupazioni, specialmente riguardo all’affidabilità di sistemi automatizzati che trasportano farmaci salvavita. Il coordinamento si ottiene definendo chiaramente ruoli e competenze e sfruttando il task sharing e il task shifting. Queste discipline permettono di ridistribuire le attività professionali, destinando il personale sanitario a compiti più qualificati, mentre il trasporto fisico viene delegato alla tecnologia. L’intero processo deve essere supportato da una formazione continua di tutti gli operatori».

Guardando avanti, come immagina il ruolo dei droni nella logistica sanitaria e quali innovazioni tecnologiche ritiene saranno determinanti per rendere scalabile questa soluzione e, per ultimo, quali sfide tecnologiche rimarranno aperte?

«Tra 5 e 10 anni, il ruolo dei droni non sarà più sperimentale, ma diverrà una componente integrante e consolidata del sistema logistico sanitario nazionale e regionale. Immagino reti di vertiporti coordinati capaci di gestire vari servizi avanzati, non limitati al solo trasporto, ma includendo anche la gestione delle emergenze e l’uso in caso di catastrofi. L’innovazione tecnologica determinante per la scalabilità sarà l’integrazione pervasiva dell’Intelligenza Artificiale. L’AI non solo garantirà l’autonomia decisionale e il controllo dei sistemi di volo, ma sarà supportata da hardware sempre più accessibile e potente (come i chip capaci di operare a Petaflop).

L’innovazione tecnologica determinante per la scalabilità sarà l’integrazione pervasiva dell’AI

Questo permetterà lo sviluppo di servizi avanzati a supporto del trasporto, come la telepresenza o la realtà aumentata per assistere il caregiver nella somministrazione di farmaci complessi. La sfida più grande che rimarrà aperta, pur non essendo puramente tecnologica, è la mancanza di una base giuridica e certificatoria chiara e definita per l’uso affidabile e sicuro dell’AI in sanità, oltre alla necessità di standardizzazione nell’integrazione dei dispositivi medicali».

Concluso a Shenzhen (Cina) il 6° congresso internazionale di ingegneria clinica 

“È stata una splendida edizione dell’ICETHMC, che ha confermato l’autorevole posizionamento di AIIC sullo scenario della comunità professionale internazionale. Mentre tutta la sanità si sviluppa cercando di interpretare ed utilizzare al meglio le opportunità offerte dalle tecnologie avanzate e dall’intelligenza artificiale, è risultato evidente al Congresso che è sempre più estesa e non rimandabile la necessità di avere professionisti capaci di gestire questo immenso processo di innovazione. Gli ingegneri clinici sono ovunque la risposta a questa urgenza”: queste sono le parole del presidente Umberto Nocco al momento della chiusura della sesta edizione del Congresso ICEHTMC, che si è tenuto a Shenzhen dal 17 ottobre.

All’evento – che nel 2019 era stato realizzato a Roma con il forte contributo organizzativo dell’ingegneria clinica italiana – hanno partecipato circa 1.000 professionisti da tutto il mondo. Tra i partecipanti era presente una delegazione AIIC di oltre venti specialisti e con una forte componente del Consiglio direttivo, tra cui Minniti, Lanzani, Poggialini, Giaconia, Fisher, Chiarolla, Traldi, Rizzetto e Puleo. AIIC è rimasta particolarmente soddisfatta per l’alto numero di paper italiani selezionati dal comitato scientifico ICEHTMC.

In una delle sessioni plenarie a Shenzhen il presidente AIIC ha proposto una lecture illustrando il “modello italiano di ingegneria clinica”, che si distingue per la forte integrazione tra pubblico e privato, per le relazioni con le istituzioni e con uno sguardo avanzato verso l’innovazione capace di miscelare performance e sostenibilità sociale, ambientale ed economica. 

In una delle sessioni plenarie a Shenzen Umberto Nocco ha proposto una lecture illustrando il modello italiano di ingegneria clinica

Stefano Bergamasco (in qualità di componente dell’Advisory Council della Global Clinical Engineering Association) ha sottolineato che “l’evento di Shenzhen si è qualificato soprattutto per le preziose occasioni di confronto tra professionisti che, pur vivendo contesti anche molto diversi per organizzazione dei servizi sanitari e gestione delle tecnologie biomediche, condividono problematiche comuni con l’obiettivo universale di garantire efficacia e sicurezza delle cure. Tra i momenti di confronto più concreti c’è stato il tradizionale appuntamento del Global CE Summit, in cui i delegati delle associazioni di ingegneria clinica partecipanti si sono confrontati sulle sfide più rilevanti da condurre nel prossimo biennio ed hanno identificato un panel di temi specifici su cui agire quali la condivisione delle conoscenze, il riconoscimento professionale dell’ingegneria clinica, l’accreditamento dei servizi all’interno degli ospedali, il governo dell’innovazione tecnologica, il rapporto con le istituzioni a livello locale e globale“. 

La riflessione conclusiva di Nocco dal Congresso ICEHTMC richiama l’attenzione sulla necessità di una gestione “universale ed equa dello sviluppo tecnologico in sanità. Da Shenzhen è infatti emerso l’obiettivo che la comunità degli ingegneri clinici dei Paesi più avanzati sia in grado di supportare i colleghi di Paesi meno sviluppati. Occorre cioè che lo sviluppo tecnologico non generi nuove disparità, ma sia in grado di imprimere uno slancio socio-economico anche in territori meno avanzati”. Questo sarà certamente uno dei temi al centro della settima edizione di ICEHTMC, che – come annunciato a Shenzhen – si terrà nel 2027 in una sede europea.

Nuovi LEA approvati dalla Stato-Regioni. Riboldi: «Un passo avanti verso un sistema sanitario più equo ed efficace»

Con l’approvazione in Conferenza Stato-Regioni del nuovo decreto sui Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), il Servizio Sanitario Nazionale si arricchisce di prestazioni fondamentali per la salute dei cittadini.

Federico Riboldi, Coordinatore Vicario della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni e Assessore alla Sanità della Regione Piemonte, sottolinea: «Abbiamo lavorato per garantire un aggiornamento concreto, sostenibile e universalistico. Questo risultato rafforza il diritto alla salute in tutte le Regioni italiane».

Approvato in Conferenza Stato-Regioni il nuovo decreto sui LEA, che ora passa all’esame delle Commissioni parlamentari

Il provvedimento introduce un’importante estensione degli Screening neonatali, includendo tra le nuove patologie l’Atrofia Muscolare Spinale (SMA) e le immunodeficienze combinate gravi (SCID), due nuove prestazioni psicoeducazionali per i disturbi dell’alimentazione e nutrizione (sedute individuali e collettive), l’esenzione dal ticket per tre nuove malattie croniche (Sindrome Fibromialgica, Idrosadenite Cronica Suppurativa, Malattie polmonari da micobatteri non tubercolari) e il potenziamento dei test genetici oncologici e degli screening per tumori ereditari (es. seno, ovaio).

Orazio Schillaci e Federico Riboldi

«Ora la proposta approvata passa all’esame delle Commissioni parlamentari e poi le Regioni si impegneranno ad attuare tempestivamente le nuove disposizioni, aggiornando i sistemi di prenotazione e monitoraggio e avviando una campagna informativa per i cittadini. Anche il Piemonte farà la sua parte con responsabilità e rapidità, integrando i nuovi LEA nel Piano Socio-Sanitario 2025–2030 attualmente in fase di definizione. È un atto concreto che parla di qualità e universalità e di cui ringrazio il Governo Meloni, in particolare il Ministero della Salute, dimostrando attenzione e concretezza su temi delicati che riguardano la salute», ha concluso l’Assessore Riboldi.

Tossicità finanziaria: la voce di una paziente e caregiver

La tossicità finanziaria non è fatta solo di spese mediche: incide sul lavoro, sui diritti, sulla qualità di vita dei pazienti oncologici e delle loro famiglie. In questo speciale, diamo spazio alla testimonianza di Francesca RG, paziente oncologica e allo stesso tempo caregiver del compagno, anch’egli colpito da una grave patologia. La sua esperienza mostra come costi “invisibili”, tempi di cura, burocrazia e mancanza di supporti adeguati possano trasformare la malattia in un percorso di disuguaglianze e rinunce. Una narrazione che invita a riflettere sul bisogno urgente di una reale giustizia sanitaria per i pazienti e per chi se ne prende cura.

Qual è stato l’impatto economico più significativo che ha dovuto affrontare da quando ha ricevuto la diagnosi?

«Quando parliamo di tossicità finanziaria, pensiamo principalmente ai costi legati agli spostamenti per le procedure mediche. Spostamenti che, se sei fortunato come me (K mammella ormono-responsivo HER2-), non ti costringono a spostarti fuori regione. Tuttavia, ci sono costi “invisibili” legati al tempo necessario per reperire informazioni che gli oncologi non hanno tempo di fornire. La scarsità di professionisti onco-ematologici ha portato a un sovraccarico di lavoro, riducendo il tempo per un’interazione qualitativa. Il medico si riduce a un “venditore di terapie”, creando un paradosso assistenziale. Il paziente ha bisogno di essere seguito sempre dallo stesso oncologo e ricevere informazioni personalizzate, ma questo, spesso non avviene. Il ricorso al “mercato” dell’oncologia privata diventa una via parallela, ma solo per chi ne ha la possibilità economica. Inoltre, non tutti gli ospedali dispongono di uno psico-oncologo e un nutrizionista oncologico; pertanto, bisogna ricorrere al territorio. Fortunatamente questo divario viene in parte colmato dalle associazioni dei pazienti».

Costi “invisibili”, tempi di cura, burocrazia e mancanza di supporti adeguati possono trasformare la malattia in un percorso di disuguaglianze e rinunce

In che modo il suo ruolo di caregiver ha influito sulle sue possibilità di lavorare?

«Ho terminato le terapie salvavita il 13 dicembre 2024 e iniziato la terapia ormonale quinquennale, con vari disagi psico-fisici ancora presenti, nel frattempo ho seguito il corso di perfezionamento realizzato dall’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con FAVO, in “Patient engagement and advocacy in oncologia”.  Il 22 aprile, il mio compagno è stato ricoverato per rischio di crollo vertebrale. Inizialmente pensavamo a un’ernia del disco, ma gli è stato diagnosticato un mieloma multiplo. È stato uno tsunami durante i festeggiamenti per la mia ripresa. Durante le tre settimane di ricovero, andavo ad aiutarlo sia a pranzo che a cena, poi sono iniziate le dimissioni protette e le terapie ambulatoriali. Il mio impegno è circa 3-4 giorni a settimana tra ospedale e centro fisioterapico. Cercare un lavoro è decisamente impossibile. Sono fortunata perché le tutele economiche riconosciute fino ad ottobre mi permetteranno di essere presente e sostenere questo lungo percorso».

Ha dovuto rinunciare a cure per motivi economici?

«Sì, soprattutto per l’integrazione. L’integrazione di qualità è veramente costosa, dalla vitamina D e vitamina C. Sono integratori che aiutano tantissimo come supporto prima delle cure chemioterapiche e radioterapiche, ma ho dovuto rinunciare per difficoltà economiche».

Le forme di supporto sono fondamentali, ma rimane il problema del tempo e delle peculiarità delle diverse neoplasie

Quali forme di supporto le sono state utili e cosa manca?

«Le forme di supporto come indennità di accompagnamento, pensione di inabilità civile, esenzione del ticket, contrassegno disabili e Disability Card sono state fondamentali. Tuttavia, rimane il problema del tempo. L’iter burocratico, sebbene semplificato, presenta criticità. L’INPS ha l’obbligo di chiamare a visita entro 15 giorni, ma può risultare complesso per chi non è informato, comportando ritardi nelle indennità economiche. Il paradosso è che il paziente deve autofinanziarsi per almeno i primi tre mesi di cure. Un ulteriore problema si presenta quando si terminano le cure salvavita e si entra nella fase di follow-up. Questa fase è delicata perché continui ad avere effetti avversi delle terapie, ma per l’INPS la condizione non è più considerata completamente invalidante. Quando sei in cura sei visibile a 360° e le tossicità sono immediatamente attenzionate; dopo, sono considerate normali e vieni sbattuta sul territorio con tempi biblici».

Cosa propone per una maggiore giustizia sanitaria?

«Concludo con un’aspirazione utopistica di giustizia sanitaria: correlare le indennità alle diverse tipologie di neoplasie. Il piano terapeutico di ogni tumore varia significativamente in durata e frequenza, e di conseguenza anche i costi da sostenere. Non si può paragonare la mia terapia con altre patologie, andiamo 3-7 volte in ospedale per esami, stando dalle 3 alle 5 ore ogni volta. Non è paragonabile come frequenza e intensità».

Breast Unit per garantire una presa in carico completa, anche dal punto di vista umano

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Nel panorama oncologico italiano, il tumore della mammella rappresenta la neoplasia più diagnosticata. In questo contesto, le Breast Unit si pongono come modelli di eccellenza nel garantire una cura integrale alle pazienti, affrontando non solo gli aspetti clinici, ma anche le difficoltà economiche che spesso influiscono sull’aderenza alle terapie.

Per lo Speciale sulla tossicità finanziaria in oncologia, a TrendSanità abbiamo intervistato Francesca Rovera, Direttore della Breast Unit della ASST 7 Laghi di Varese e Presidente della Scuola di Medicina dell’Università dell’Insubria. Con lei esploriamo come queste strutture, attraverso una sinergia con il terzo settore, possano mitigare la tossicità economica e garantire un accesso equo alle cure, promuovendo un approccio umano e multidisciplinare nella lotta contro il cancro.

Nel suo lavoro quotidiano quanto spesso riscontra che le difficoltà economiche influenzano l’aderenza alle terapie? Come l’ospedale cerca di mitigare questi effetti?

Francesca Rovera

«Il problema è molto presente. Le pazienti riferiscono difficoltà legate all’aderenza alle terapie, che sono spesso lunghe e complesse, e all’assenza dal lavoro. Tuttavia, il modello Breast Unit rappresenta una soluzione vincente perché garantisce una presa in carico completa della paziente, non solo dal punto di vista oncologico ma anche umano.

In Lombardia, dove dal 2016 i tumori mammari devono essere trattati obbligatoriamente nelle Breast Unit, abbiamo sviluppato una collaborazione fondamentale con il terzo settore. Le associazioni di volontariato non sono sussidiarie ma complementari: forniscono trasporti per le pazienti che vivono distanti dall’ospedale, supporto per le chemioterapie settimanali, e aiuti pratici come parrucche per gestire l’alopecia. Non curiamo solo una patologia, ma ci prendiamo cura di una persona a 360 gradi».

Il sistema sanitario attuale garantisce equità di accesso alle cure oncologiche senza gravare eccessivamente su pazienti e famiglie?

«Le Breast Unit sono una garanzia di standard qualitativi elevati. Per essere riconosciuta, una Breast Unit deve trattare almeno 150 casi all’anno con un team multidisciplinare completo. In Lombardia abbiamo 37 Breast Unit distribuite capillarmente, ma non è così ovunque in Italia. È vero che al Sud la minore presenza di questi centri costringe le pazienti a spostarsi, creando costi aggiuntivi. Tuttavia, è qui che il terzo settore diventa cruciale: le associazioni devono promuovere la creazione di nuove Breast Unit e aiutare le pazienti a raggiungere i centri di eccellenza. Dobbiamo evitare le migrazioni sanitarie: ogni paziente ha diritto a essere curata bene vicino a casa, con il supporto della famiglia che è parte integrante della cura».

Il modello Breast Unit rappresenta una soluzione vincente perché garantisce una presa in carico completa della paziente, non solo dal punto di vista oncologico ma anche umano

Perché è importante, dal suo punto di vista, affrontare il tema della tossicità economica?

«Come Presidente della Scuola di Medicina, ritengo fondamentale insegnare ai futuri medici che la cura va oltre l’atto tecnico. Quando una paziente si sente accompagnata anche nella gestione quotidiana, dal trovare qualcuno che si occupi dei bambini al recupero di un esame, questo è anche cura. Il terzo settore ci aiuta fornendo supporti apparentemente “minori” ma essenziali: borsine per i drenaggi, cuscini specializzati, attività come il dragon boat che uniscono recupero fisico e supporto psicologico. Questi servizi devono essere offerti a tutte le pazienti, non solo a chi può permetterseli privatamente. L’umanizzazione delle cure significa creare un’alleanza terapeutica vera, dove il medico diventa alleato della vita a 360 gradi».

Il costo nascosto delle cure oncologiche: cosa ne pensa AIOM

Francesco Perrone, oncologo e Presidente AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica), offre una prospettiva chiara e incisiva sul costo nascosto delle cure oncologiche in Italia. Attraverso la sua esperienza come Direttore del Dipartimento di Ricerca Traslazionale dell’Istituto dei Tumori di Napoli, Perrone analizza per TrendSanità come la tossicità finanziaria non sia solo una questione individuale, ma un problema sistemico che richiede attenzione e misurazione.

Secondo lei, la tossicità finanziaria che impatto ha sui pazienti oncologici?

«Il problema non è tanto quello che si vede quotidianamente nei reparti, ma il punto di osservazione. La capacità di leggere il fenomeno è uno dei problemi del fenomeno stesso. Se ne parla poco, ma soprattutto si misura poco. È un fenomeno che si vede solo se lo si misura, altrimenti resta aneddotico. Il punto di osservazione non può essere l’ambulatorio o il reparto: così si rischia di derubricare il fenomeno a problema del singolo paziente, senza rendersi conto che parliamo di un problema sistemico».

Francesco Perrone

Come avete affrontato questa sfida a livello di ricerca?

«Anni fa, come ricercatori dell’Istituto dei Tumori di Napoli, abbiamo analizzato i dati di circa 3mila pazienti che avevano compilato questionari contenenti una domanda sulla tossicità finanziaria. Pensavamo che il problema riguardasse solo gli Stati Uniti, dove era nato il dibattito scientifico. Il risultato è stato sorprendente: uno su quattro pazienti rispondeva che il cancro o le cure avevano provocato problemi economici nell’ultima settimana. Questo in un contesto di servizio sanitario nazionale che dovrebbe garantire tutto a tutti».

Cosa significa, secondo lei, concretamente, soffrire di tossicità finanziaria?

«Il paziente tipico spesso non si rende nemmeno conto di soffrirne. È una persona che sta modificando il proprio stile di vita: non lavora più quindi guadagna meno, ha perso l’autonomia e ha bisogno di supporto a pagamento, acquista farmaci senza avere le idee chiare su cosa sia davvero cruciale. Non è l’aneddoto clamoroso del caregiver che spende 50-70mila euro per portare il figlio all’estero. È un problema di effetto medio che si tende a non vedere senza strumenti adeguati».

Avete sviluppato uno strumento specifico per l’Italia?

«In Italia abbiamo realizzato il questionario PROFFIT (Patient Reported Outcome for Fighting Financial Toxicity). Lo strumento americano serviva solo a misurare il fenomeno, ma in America è ovvio che con il cancro devi pagare. In Italia il concetto è diverso: se fino a ieri ero sano e pagavo le tasse, oggi che sto male è il momento della restituzione. Se questa non arriva in maniera soddisfacente, qualcosa non va. Il nostro strumento richiama le cause per capire i determinanti della tossicità finanziaria e cercare di modificarli».

In Italia se fino a ieri ero sano e pagavo le tasse, oggi che sto male è il momento della restituzione: se questa non arriva in maniera soddisfacente, qualcosa non va

Qual è stato il ruolo delle associazioni di pazienti per il progetto PROFFIT?

«Il terzo settore, in particolare FAVO, è stato una colonna insostituibile del progetto PROFFIT. Le associazioni hanno un ruolo propulsivo fondamentale e possono operare su due canali: informare i cittadini sui loro diritti e far capire che il servizio sanitario nazionale è un grande valore da difendere. Molti pazienti non conoscono le tutele esistenti o non sanno come attivarle. Garantire che vengano realmente applicate è già un modo per contribuire al contrasto del problema».

Che messaggio darebbe ai decisori politici?

«Viviamo in un servizio sanitario che formalmente mira a garantire il 100% dei bisogni dei cittadini. I dati ci dicono che oggi garantiamo ottimisticamente tra il 70% e il 75%.  Tuttavia, non dobbiamo perdere di vista l’obiettivo di garantire tutto a tutti. La riforma federale di inizio secolo, pur nata con buone intenzioni, ha creato una frammentazione dannosa. Abbiamo pensato di semplificare facendo 20 volte una cosa molto difficile su scala regionale, ma rifare 20 volte una cosa complessa significa farla sempre peggio. Il danno dell’inequità derivante dalla frammentazione è molto maggiore del beneficio della semplificazione. Questo non funziona quando qualcuno si ammala di cancro e deve giocare una partita importante per la propria vita».

Qual è, secondo lei, la prospettiva futura?

«Stiamo accumulando dati che ci parlano di gradienti geografici e popolazioni più a rischio. Il passaggio critico ora è capire come combattere il fenomeno. Mi piacerebbe poter sperimentare policy che differenzino i pazienti in base all’impatto della tossicità finanziaria. Lo strumento PROFFIT è volutamente non brevettato e open access. Vedere oncologi italiani che lo usano senza chiamarmi è il top della soddisfazione per chi voleva produrre uno strumento utile alla comunità».

Iannelli: «La malattia non deve diventare una condanna economica»

La tossicità finanziaria in oncologia rappresenta una sfida complessa che va oltre il semplice costo delle cure, toccando diritti fondamentali come il diritto alla salute e il principio di uguaglianza. Con Elisabetta Iannelli, Avvocato, Segretario generale di FAVO (Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) e Presidente di AIMAC (Associazione Italiana Malati di Cancro) approfondiamo come questa problematica si intrecci con le questioni legali e giuridiche in Italia. Attraverso la sua esperienza, Iannelli evidenzia le barriere burocratiche che ostacolano l’accesso ai diritti e agli strumenti di supporto economico per i pazienti, in particolare quelli più vulnerabili. In questa intervista, esploreremo le implicazioni della tossicità economica sulla qualità della vita e sulla sopravvivenza, sottolineando l’importanza di una riforma normativa che garantisca equità e dignità a tutti i pazienti oncologici.

Elisabetta Iannelli

Come si inquadra la tossicità finanziaria oncologica in ambito giuridico e legale?

«La tossicità finanziaria oncologica è l’impatto economico che una diagnosi di cancro può avere sulla vita del paziente e della sua famiglia. Dal punto di vista giuridico, questa condizione tocca diritti fondamentali come il diritto alla salute (art. 32 Cost.) e il principio di uguaglianza (art. 3 Cost.). Se le difficoltà economiche impediscono l’accesso pieno e dignitoso alle cure, si crea una disuguaglianza che il diritto ha il dovere di prevenire e correggere. Esistono già strumenti di tutela: esenzioni sanitarie, indennità, congedi lavorativi, e più recentemente il diritto all’oblio oncologico, che protegge i guariti da discriminazioni. Tuttavia, la tossicità finanziaria resta un’area in parte sommersa, che richiede maggiore attenzione culturale e normativa. Inquadrarla giuridicamente significa riconoscere che la malattia non si affronta solo dal punto di vista clinico, ma bisogna intervenire anche sul piano socio-economico».

Nel contesto italiano, quali barriere legali o burocratiche ostacolano l’accesso a strumenti di supporto economico, benché operiamo in un sistema sanitario universale?

«La tossicità finanziaria è una delle dimensioni più trascurate della malattia oncologica. Spesso si pensa che, grazie al nostro sistema sanitario pubblico, il problema economico non esista. Ma la realtà è ben diversa. Molti pazienti, soprattutto quelli in età lavorativa, si trovano a dover affrontare spese impreviste, perdita di reddito, difficoltà nel mantenere il lavoro o nel rientrare dopo le cure. E questo accade anche perché le tutele previste, come i congedi, le esenzioni e le indennità, sono frammentarie, difficili da ottenere e spesso poco conosciute. La burocrazia, in questi casi, diventa un ostacolo reale, che aggiunge stress e incertezza a un percorso già durissimo. In FAVO ci battiamo da anni per portare alla luce questa forma di “effetto collaterale” del cancro. Abbiamo promosso ricerche, come quella con il Censis nel 2011-12 e con il CNR nel 2018-19, e partecipato alla coprogettazione di strumenti concreti come il PROFFIT, che misura la tossicità finanziaria dalla prospettiva dei pazienti. Ma non basta. Serve una riforma strutturale che protegga davvero i pazienti e i loro caregiver, che garantisca equità e dignità anche sul piano economico. Perché curare una persona non significa solo somministrare farmaci, ma anche metterla nelle condizioni di vivere, lavorare e sperare senza essere schiacciata dal peso della malattia».

I pazienti oncologici più giovani, precari o autonomi sono tra i più esposti alla tossicità finanziaria

Nel nostro Paese, uno studio osservazionale su 167 pazienti nel 2021 ha rilevato un punteggio mediano di tossicità economica di 23,8 su 100, significativamente più alto nei pazienti più giovani o con impatti economici da Covid-19.  Quali strumenti legali possono aiutare questi pazienti vulnerabili, specie se lavoratori autonomi o con contratti precari?

«I dati dello studio confermano ciò che vediamo ogni giorno: i pazienti oncologici più giovani, precari o autonomi sono tra i più esposti alla tossicità finanziaria. E il Covid ha amplificato tutto questo. Il problema è che il nostro sistema di tutele è ancora troppo legato a un modello di lavoro dipendente e stabile, che oggi non rappresenta più la realtà di molti. Per i lavoratori con partita IVA servono strumenti specifici: penso a un’estensione reale delle indennità di malattia oppure a una sospensione dei contributi previdenziali durante le terapie, o ancora a forme di bonus economico una tantum. Ma soprattutto serve semplificazione: non possiamo chiedere a chi sta lottando per la vita di affrontare anche una giungla burocratica. La malattia non deve diventare una condanna economica. E il diritto deve farsi carico di proteggere davvero i più vulnerabili, non solo sulla carta».

Se prevenire la povertà da cancro può salvare vite, allora anche questo deve diventare parte integrante della strategia terapeutica

Un’analisi italiana del 2016 ha dimostrato che il 22,5 % dei pazienti arruolati in trial clinici ha sviluppato tossicità economica durante il trattamento, con un aumento del rischio di decesso del 20 % (HR 1,20; 95 % CI 1,05‑1,37). Ci può spiegare come, in ambito normativo, la tossicità economica incida non solo sulla qualità di vita, ma potenzialmente anche sulla sopravvivenza, e se vi sono spazi per contenziosi laddove le cure previste vengano alterate da motivi economici?

«I dati dello studio del 2016 sono stati un campanello d’allarme importante: molti pazienti oncologici sviluppano tossicità economica durante i trattamenti, e questo si associa a un aumento del rischio di morte del 20%. È un dato che ci ha colpiti profondamente. I risultati dello studio dimostrano che la tossicità finanziaria non dipende dal costo diretto delle cure (quando sono a carico del paziente), ma da tutto ciò che ruota attorno: perdita di reddito, spese accessorie, difficoltà logistiche e lavorative.  Questo fenomeno è ancora poco conosciuto e certamente sottovalutato anche dal punto di vista normativo. Ma prima il punto non è solo giuridico: è etico e sistemico. Come FAVO, abbiamo più volte sottolineato che la tossicità finanziaria può avere un impatto sulla sopravvivenza paragonabile a quello di un farmaco oncologico particolarmente efficace. Se prevenire la povertà da cancro può salvare vite, allora anche questo deve diventare parte integrante della strategia terapeutica. E il diritto deve evolversi di conseguenza, riconoscendo la vulnerabilità economica come un fattore clinico e sociale da proteggere».

Tossicità finanziaria in ambito oncologico: perché parlarne? Il punto con Elio Borgonovi

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In un sistema sanitario che promette cure gratuite e universali, c’è un costo nascosto che colpisce molti pazienti oncologici: la tossicità finanziaria, detta anche tossicità economica. Non è solo una questione di spese mediche, ma anche di disparità, di viaggi sanitari, di rinunce e di solitudine economica. In questo ciclo di interviste, raccogliamo diverse voci di per inquadrare e capire dove nasce il problema, chi lo subisce e cosa si può fare per cambiare rotta.

Ma perché bisogna parlarne? Perché i costi diretti e indiretti per le cure oncologiche sono stati indicati in circa 1.841€ all’anno per esami clinici [dati FAVO 2025], per visite specialistiche, farmaci non oncologici e spese di viaggio e alloggio. E perché l’esenzione “048” copre solo farmaci, visite ed esami specifici. E quindi rischiamo di restare scoperti molti costi correlati a farmaci di supporto, integratori e visite per effetti correlati non direttamente oncologici e altre necessità. Per questi ultimi costi le famiglie ricorrono a spese “out of pocket”, ovvero di tasca propria.

Inquadriamo il problema sotto il profilo di economia sanitaria con Elio Borgonovi, Presidente del CERGAS, Università Bocconi.

Esiste una correlazione tra condizione economica e sopravvivenza nei tumori? La “tossicità finanziaria” in ambito oncologico può essere associata a peggiori esiti clinici?

Elio Borgonovi

«In una ricerca condotta per CNA pensionati, una percentuale di circa 1,5% dei rispondenti aveva sostenuto spese di salute superiore ai 3mila euro. Il dato non era riferito specificatamente a pazienti oncologici, ma indubbiamente questa correlazione esiste. In uno studio di alcuni anni fa riferito a Londra, emergeva che ad ogni miglio di distanza dal centro peggiorava la condizione. Lo studio sui determinanti di salute, fattori socioeconomici più importanti, sono quindi a “cerchi concentrici” come viene evidenziato in questa ricerca. Se ricordo bene, uno studio analogo è stato fatto anche a Torino dal collega Giuseppe Costa. In effetti, la condizione economica è uno dei fattori che incide maggiormente sull’attesa di vita e soprattutto sull’attesa di vita in buona salute. Nel nostro paese il servizio sanitario garantisce una equità soprattutto quando si tratta di condizioni di salute gravi, mentre è più debole nell’affrontare condizioni che appaiono meno gravi, ma che incidono sia sulla sopravvivenza sia sulla qualità della vita. Il caso dell’oncologia è uno di quelli emblematici a riguardo».

Esistono disparità geografiche significative nella tossicità finanziaria oncologica in Italia?

«È un dato inconfutabile poiché i dati sulla mobilità passiva penalizzano i pazienti delle regioni del Sud e, in secondo piano, i residenti nelle aree interne, ossia in aree collinari e montane, lontane dai centri dotati di strutture di offerta. Un possibile rimedio potrebbe essere quello di collegare queste aree ai centri più avanzati tramite sistemi di telemonitoraggio».

La tossicità finanziaria impatta economicamente anche sul caregiver del malato oncologico?

«La tossicità economica ha un influsso indiretto perché non consente ai pazienti di ricorrere a caregiver professionali. In un certo senso si può dire che le difficoltà economiche si propagano a “cerchi concentrici”, dal paziente alle proprie famiglie e ai caregiver, che non di rado accettano prestazioni con pagamento in nero e quindi senza adeguate garanzie».

Quali interventi, secondo lei, potrebbero ridurre immediatamente la tossicità finanziaria in oncologia?

«Come già detto, innanzitutto lo sviluppo di sistemi di telemonitoraggio che consentirebbero di ridurre la mobilità solo per trattamenti che possono essere erogati in sicurezza in centri specializzati ed avere poi un’assistenza presso il proprio domicilio o comunque vicino le proprie residenze. In secondo luogo, si potrebbe pensare alla diffusione di fondi di tipo solidaristico che permetterebbero di sostenere le spese per i pazienti oncologici con i contributi di pazienti che hanno minori bisogni assistenziali. Faccio riferimento a quella che si chiama “cross-subsidization”, che avviene tra chi utilizza poco i fondi e chi li utilizza in maniera maggiore, come nel caso dei pazienti. Tuttavia, è necessario rivedere la normativa, anche fiscale, di quello che viene definito “il secondo pilastro del sistema sanitario”. Un ulteriore intervento potrebbe essere quello di inserire organicamente l’apporto di organizzazioni non profit che operano a favore dei pazienti oncologici nella programmazione regionale».