Home Blog Page 64

Veneto, CIMO-FESMED boccia la riorganizzazione delle chirurgie: «Considerare anche esiti interventi, non solo i numeri»

In Veneto sono stati recentemente adottati due decreti che fissano i criteri per l’individuazione dei centri di riferimento chirurgici per i pazienti affetti da tumore allo stomaco, al colon e al retto. Tenendo in considerazione esclusivamente il numero di interventi effettuati nel 2024, gli ospedali sono quindi stati suddivisi in tre tipologie: quelli che raggiungono la soglia di interventi individuata e possiedono i requisiti strutturali tecnologici e professionali; quelli che garantiscono solo il livello minimo di chirurgia; e quelli dove è possibile fare diagnosi e trattamenti ma non interventi chirurgici.

«Siamo fortemente contrari ai criteri individuati, che non tengono in considerazione altri fattori fondamentali come, ad esempio, il tasso di sopravvivenza a 30 giorni, eventuali complicanze post-operatorie o l’esperienza del singolo chirurgo – dichiarano Guido Quici, Presidente nazionale del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED, e Giovanni Leoni, Presidente CIMO-FESMED Veneto -. Come è stato già evidenziato da Vincenzo Bottino, Presidente dell’associazione dei chirurghi ACOI, occorrerebbe quindi passare da un approccio numerico ad uno basato sugli esiti misurati, con equità, prossimità e tempi certi di cura».

«Inoltre – aggiungono Quici e Leoni – una tale riorganizzazione risulta eccessivamente penalizzante per i pazienti, costretti a viaggi continui, e per gli ospedali periferici, che in assenza di interventi in elezione non potranno eseguire nemmeno gli interventi urgenti collegati a queste patologie, con la naturale e conseguente fuga dei professionisti dalle strutture più piccole».

«Dubitiamo inoltre che gli ospedali hub del Veneto abbiano le capacità strutturali e professionali di affrontare la centralizzazione degli interventi, con il rischio che le liste d’attesa si allunghino – specifica Leoni -. Un tale cambio di paradigma, opposto alla politica della “medicina di prossimità” ripetuto da tutti come un mantra, non fa che creare enorme confusione e perplessità sia nei professionisti che nei cittadini».

«Spesso il Veneto su questioni che riguardano la sanità fa da apripista ad altre Regioni – aggiunge Quici – e non vorremmo che tali decisioni, basate su criteri numerici, venissero adottate anche in altre parti d’Italia. CIMO-FESMED è da sempre sostenitrice di una riorganizzazione razionale della rete e dei servizi ospedalieri, ma si tratta di processi delicati e complessi, che vanno necessariamente intrapresi tenendo in considerazione le evidenze scientifiche e coinvolgendo i professionisti, che conoscono le necessità e le criticità di ogni branca della medicina e dell’offerta sanitaria di ciascun territorio».

La Federazione CIMO-FESMED chiede dunque alla Regione Veneto di adottare una delibera programmatica e di indirizzo chiara, che tenga conto anche delle criticità evidenziate.

Per quattro italiani su 10 almeno tre fattori di rischio cardiovascolare

Sono 4 su 10 (40%) gli italiani con almeno tre fattori di rischio cardiovascolare, che includono la sedentarietà, il fumo, l’eccesso ponderale, il consumo di almeno cinque porzioni di frutta e verdura al giorno o patologie come il diabete, l’ipertensione o l’ipercolesterolemia. Il consumo di sale è uno degli elementi da non trascurare: a tal proposito sono cinque su 10 gli italiani che fanno attenzione o cercano di ridurre la quantità di sale assunta a tavola, nella preparazione dei cibi così come nel consumo di quelli conservati. Lo evidenziano i dati della sorveglianza Passi riferiti al biennio 2023-2024 che riguardano il rischio cardiovascolare e il consumo di sale, pubblicati oggi.

Ipertensione più frequente negli uomini, colesterolo alto nelle donne

L’ipertensione è poco frequente fra i giovani adulti ma la sua diffusione cresce considerevolmente con l’età, passando da poco più del 2% prima dei 35 anni al 33% fra i 50-69enni. Fortemente associata all’eccesso ponderale (supera il 28% fra le persone in sovrappeso oppure obese) è più frequente fra gli uomini (20% rispetto 16% fra le donne) e, come accade per gli altri fattori di rischio cardiovascolare legati agli stili di vita, è anche più frequente fra le persone socialmente più svantaggiate, per disponibilità economiche o istruzione. L’80% delle persone ipertese dichiara di essere in trattamento farmacologico e molti di aver ricevuto i consigli per tenere sotto controllo la pressione arteriosa, come diminuire il consumo di sale (83%), svolgere regolarmente attività fisica (81%) e controllare il peso corporeo (76%).

L’ipercolesterolemia è anch’essa associata all’età (cresce da meno del 4% fra i 18-34enni al 30% fra i 50-69enni) e all’eccesso ponderale (è riferita dal 24% fra le persone in sovrappeso oppure obese e dal 14% fra le persone normo/sottopeso), sembra più frequente fra le donne e si associa allo svantaggio sociale, per istruzione o risorse economiche. Sembra anche esserci una differenza geografica che va a svantaggio delle Regioni settentrionali, con l’eccezione delle Marche (28%) che registrano il valore più elevato.

Dai dati Passi 2023-2024 emerge che oltre 4 persone su 10 con colesterolo alto dichiarano di essere in trattamento farmacologico e la maggior parte ha ricevuto il consiglio di consumare meno carne e formaggi (86%) e più frutta e verdura (77%), di fare regolare attività fisica (81%) e controllare il peso corporeo (74%).

Uso consapevole del sale, maggiore tra le donne e al Nord. Buona conoscenza dei benefici del sale iodato

L’uso consapevole del sale è più frequente fra le donne (62% rispetto al 52% negli uomini), nelle persone più grandi di età (raggiunge il 65% fra i 50-69enni in comparazione al 45% fra i 18-34enni) e con un maggiore livello di istruzione. L’attenzione al consumo di sale è inoltre maggiore in chi risiede al Nord, con un divario di ben 10 punti percentuali rispetto al Sud (62% rispetto al 52%). L’attenzione al consumo di sale riguarda poi in generale una persona su tre con una malattia cronica.

Guardando nel dettaglio a coloro che hanno una diagnosi di ipertensione arteriosa o di insufficienza renale (per cui la riduzione del consumo di sale diventa strumento di controllo della malattia), la percentuale di utilizzo consapevole risulta più alta (75% e 74% rispettivamente), ma non raggiunge comunque i livelli attesi.

Relativamente al sale iodato, vi è un buon livello di consapevolezza tra gli italiani sull’importanza di assumere iodio attraverso il sale iodato. Complessivamente, infatti, il 78% delle persone intervistate (erano il 67% nel 2015) sceglie di utilizzare il sale iodato, moltissimi lo usano abitualmente (47% sempre e il 15% spesso) mentre altri riferiscono di usarlo qualche volta (17%).

Autismo, paracetamolo, vaccini: le Società Scientifiche fanno chiarezza

La Società Italiana di Pediatria (SIP), la Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza (SIMEU), la Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza Pediatrica (SIMEUP) l’Associazione Italiana per lo Studio del Dolore (AISD) e la Società Italiana Medici Pediatri (SIMPE) ribadiscono l’importanza di una corretta informazione sanitaria, fondata su evidenze solide e su una comunicazione responsabile. In un contesto in cui dichiarazioni non supportate da dati rischiano di creare allarme sociale, diventa fondamentale proteggere l’opinione pubblica da messaggi fuorvianti che possono compromettere la salute individuale e collettiva.

Negli ultimi giorni alcune affermazioni del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump hanno sollevato dubbi circa la sicurezza dell’uso del paracetamolo in gravidanza e un presunto legame con l’insorgenza di disturbi dello spettro autistico. Dopo i chiarimenti forniti da istituzioni scientifiche internazionali e nazionali, le Società Scientifiche italiane ritengono importante ribadire e rafforzare il messaggio, offrendo la prospettiva di chi quotidianamente è accanto a pazienti, famiglie e donne in gravidanza.

Il Presidente della Società Italiana di Pediatria, Rino Agostiniani, afferma: «Le evidenze disponibili non mostrano alcuna correlazione tra l’assunzione di paracetamolo in gravidanza e un aumento del rischio di autismo. Non emergono nemmeno associazioni con malformazioni del feto o del neonato. Il paracetamolo può quindi essere usato, se clinicamente necessario, in piena sicurezza». E aggiunge: «È importante ricordare che non esiste alcun legame tra vaccinazioni e autismo. I vaccini pediatrici rappresentano una conquista della medicina moderna e restano uno strumento imprescindibile per la tutela della salute dei bambini e della collettività».

Un messaggio condiviso anche dai medici dell’emergenza. «Allo stato attuale non esistono evidenze su una correlazione tra paracetamolo e autismo – sottolinea Alessandro Riccardi, Presidente Società Italiana Medicina d’Urgenza e Emergenza (SIMEU) –. Ci preoccupa l’idea che qualche donna possa rifiutare un farmaco sicuro in gravidanza, come il paracetamolo, che da decenni utilizziamo con efficacia per trattare dolore e febbre. Il rischio è che si ricorra a farmaci più pericolosi, come i FANS, oppure che non vengano curate condizioni acute, con conseguenze gravi. Già in passato il falso mito della correlazione tra vaccini e autismo ha creato danni enormi alla prevenzione. Non possiamo permettere che lo stesso accada con il paracetamolo».

«Come pediatri continuiamo con serenità il nostro lavoro al servizio dei bambini, basandoci su linee guida consolidate ed evidenze scientifiche rigorose. Gli allarmi che giungono da oltreoceano non hanno attualmente fondamento scientifico a sostegno – afferma Stefania Zampogna, Presidente della Società Italiana Medicina Emergenza Urgenza Pediatrica (SIMEUP) –. Ricordiamo che messaggi contrari all’uso appropriato di farmaci dovrebbero essere avanzati solo se sostenuti da dati solidi e coerenti, per non generare allarmismi ingiustificati e rischi per la salute derivanti da una mancata terapia. Auspichiamo che i decisori politici, nell’ambito del loro ruolo di tutela della salute pubblica, continuino a supportare la comunità scientifica nello studio approfondito di queste tematiche e nella diffusione di informazioni corrette, evitando comunicazioni fuorvianti che possano disorientare cittadini e professionisti sanitari».

Sulla stessa linea l’Associazione Italiana per lo Studio del Dolore (AISD). «Ad oggi non vi è alcuna evidenza scientifica che supporti una correlazione tra paracetamolo e autismo – dichiara il Presidente Diego Fornasari –. il paracetamolo, se usato correttamente, rimane un farmaco sicuro e raccomandato dalle principali autorità sanitarie, anche in gravidanza. L’AISD invita pertanto a riferirsi esclusivamente alle linee guida ufficiali e alle evidenze scientifiche accreditate».

Anche la Società Italiana Medici Pediatri (SIMPE) ribadisce con chiarezza la sua posizione. «Il paracetamolo è il farmaco di prima scelta per trattare febbre e dolore nelle donne in gravidanza, se assunto correttamente e sotto supervisione medica – afferma Giuseppe Mele, Presidente SIMPE –. I rischi del non trattare febbre alta o dolore intenso in gravidanza sono ben maggiori rispetto a presunti pericoli mai dimostrati. Non ripetiamo l’errore già visto con i vaccini, dove ci sono voluti più di 15 anni per smentire un mito privo di fondamento. È nostro dovere fornire messaggi chiari, rassicuranti e basati sulla scienza, a tutela delle mamme e dei loro bambini».

Dai campioni alla conoscenza: ViVa, la biobanca dell’ISS per la ricerca multidisciplinare

0

Dietro ogni avanzamento della medicina ci sono campioni biologici e dati accuratamente raccolti, conservati e studiati nel tempo. Sono queste risorse, invisibili ai più ma decisive per la ricerca, a permettere di comprendere i meccanismi delle malattie, sviluppare nuove terapie e migliorare la prevenzione.

Per rispondere a questa esigenza, all’Istituto Superiore di Sanità sta nascendo ViVa, una biobanca che si estenderà su circa 700 metri quadrati e potrà contenere fino a 5 milioni di campioni – umani, animali ed ecologici – insieme alle informazioni che li accompagnano. Una vera e propria infrastruttura multidisciplinare, pensata per supportare in modo sistematico la ricerca biomedica e ambientale, che si inserisce nella strategia internazionale di centralizzazione e qualificazione delle biobanche di ricerca, e che nasce dalla collaborazione fra l’Istituto Superiore di Sanità e partner industriali con esperienza nella progettazione di laboratori per la crioconservazione dei campioni.

ViVa integrerà campioni umani, animali, microbiologici e ambientali in un’unica struttura

Per capire meglio le caratteristiche della biobanca, che cosa conterrà e che tipo di ricerca sarà possibile sviluppare abbiamo intervistato Luisa Minghetti, direttore del Servizio Tecnico Scientifico Coordinamento e supporto alla ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità.

Che cos’è una biobanca?

Una biobanca di ricerca è una infrastruttura dove i campioni biologici sono raccolti, preparati e conservati per essere resi disponibili per scopi di ricerca. Oltre ai campioni, la biobanca di ricerca conserva tutti i dati relativi ai campioni in una piattaforma informatica; i dati sono la vera ricchezza della biobanca, in quanto aumentano con i risultati delle nuove ricerche eseguite sui campioni biologici nel corso del tempo.

In Italia esistono numerose biobanche di ricerca, per lo più presenti in ospedali, IRCCS, enti di ricerca, molte delle quali fanno parte della rete nazionale BBMRI.it che afferisce all’infrastruttura di ricerca europea delle Biobanche e delle Risorse BioMolecolari BBMRI-ERIC, un consorzio che mette in rete le biobanche di ricerca di oltre 20 Paesi europei.

Che cosa differenzia ViVa dalle biobanche già esistenti?

Luisa Minghetti

Come detto, esistono in Italia molte biobanche di ricerca. Nella gran parte dei casi si tratta di strutture che custodiscono campioni di sola origine umana, o in alcuni casi di sola origine animale. La Biobanca che stiamo realizzando presso il nostro Istituto, in partnership con SIAD Medigas, sarà una biobanca multidisciplinare nella quale conservare materiale biologico di molteplici origini e tipologie (animale, umana, microbiologica, ambientale). Questa sarà una unicità di ViVa e rispecchia la multidisciplinarietà della ricerca condotta in ISS, che tocca tutti gli ambiti relativi alla tutela della salute pubblica.

L’ISS dispone attualmente di varie aree di crioconservazione, dove sono custodite importanti collezioni di campioni biologici umani  – come ad esempio la biobanca di popolazione nell’ambito del progetto Cuore, che si basa sulla raccolta di campioni biologici da donatori di tutte le età, associati ai dati individuali raccolti al momento del prelievo (stili di vita, fattori di rischio, condizioni a rischio, patologie, fattori ambientali) – ma anche ambientali come, ad esempio, quelli che si stanno raccogliendo nell’abito di un recente progetto ISS in collaborazione con la Marina Militare per lo studio dei rischi per la salute, correlati ad ambiente e clima in una visione di Planetary Health (salute del pianeta).

La realizzazione della nuova biobanca consentirà di centralizzare e porre in qualità le strutture per la raccolta, preparazione, conservazione dei campioni biologici, seguendo una strategia internazionale che riconosce l’esigenza di creare infrastrutture di Biobanking – o biobancaggio – centralizzate e complesse ma più sostenibili.

Come ViVa può supportare la ricerca traslazionale?

I campioni biologici sono il materiale di elezione per la ricerca biomedica e in particolare per la ricerca traslazionale, che ha lo scopo di trasferire le scoperte ottenute dalla ricerca di base alla pratica clinica per il miglioramento della salute umana, attraverso la prevenzione, la diagnosi e il trattamento delle malattie.

I dati sono la vera ricchezza della biobanca, poiché crescono con le nuove ricerche eseguite nel tempo

La qualità dei materiali biologici e dei dati associati sono essenziali per garantire risultati attendibili, riproducibili e affidabili. È quindi necessario garantire la qualità dei campioni durante tutte le fasi della ricerca: dalla raccolta del campione, all’analisi e alla conservazione, secondo i requisiti di qualità definiti da linee guida di buona pratica e dalla recente norma UNI ISO 20387, specifica per l’accreditamento di qualità delle biobanche.

Patente di guida per persone con diabete, un DDL per semplificare le procedure

Un disegno di legge che modifichi le attuali procedure per il rilascio e rinnovo della patente di guida per le persone con diabete e che, anche alla luce dell’evoluzione terapeutica, le semplifichi, conciliando la sicurezza con la libertà di circolazione e la non discriminazione.

È il DDL “Semplificazione delle procedure per il rilascio, il rinnovo e la conferma della patente di guida ai soggetti affetti da diabete”, presentato dal Senatore UDC Antonio De Poli, primo firmatario, nel corso dell’evento promosso da FAND – Associazione Italiana Diabetici Odv, “Come si affronta il diabete nella Regione Veneto: un modello da seguire?” a Padova lo scorso 20 settembre. Un disegno di legge che accoglie la battaglia che FAND come associazione promuove da sempre, quella cioè di modificare la normativa sulla patente di guida per le persone con diabete, che ad oggi non riconosce il loro pieno diritto alla circolazione, discriminandole sulla base di un semplice stigma non supportato dai dati.

«La sinergia tra associazioni, medici e istituzioni, come voi testimoniate con l’importante iniziativa di sabato scorso a Padova, è la strada giusta per assicurare assistenza sanitaria adeguata e dare risposte concrete ai pazienti, quindi alle persone affette da diabete e anche alle loro famiglie». Così il Senatore UDC Antonio De Poli, autore, in Senato, di questo DDL.

«Il disegno di legge – spiega – introduce delle modifiche all’articolo 119 del Codice della strada con riferimento alle disposizioni per l’accertamento dei requisiti fisici e psichici per il conseguimento e il rinnovo della patente da parte dei soggetti diabetici. Si tratta di un DDL che rappresenta, secondo noi, il giusto equilibrio fra due esigenze: da un lato, la sicurezza della circolazione e dall’altro lato il diritto alla libertà di circolazione e a non essere discriminati per le persone affette da diabete. L’attuale normativa prevede delle limitazioni che non tenevano conto dell’evoluzione in campo terapeutico. Riteniamo necessaria la revisione della disciplina normativa», spiega ancora, visto che le «le terapie più all’avanguardia consentono un monitoraggio più efficace dei livelli glicemici, riducendo i rischi di ipoglicemia e iperglicemia che possono compromettere l’idoneità alla guida».

«Ringraziamo il Senatore De Poli per la sensibilità dimostrata nell’accogliere le nostre sollecitazioni», afferma Manuela Bertaggia, Presidente di FAND, «Tra i tanti parlamentari ai quali ci siamo rivolti nell’evidenziare le discriminazioni contenute nella normativa che disciplina il rinnovo della patente per le persone con diabete, lui ha l’importante merito di aver predisposto il disegno di legge che auspichiamo possa essere sottoscritto dai suoi colleghi e dai deputati che vogliono dimostrare la loro sensibilità verso una criticità che ci vede come associazione in prima linea. Da sempre FAND si è impegnata nell’evidenziare questo problema concreto per milioni di persone verso le quali ad oggi non c’era certezza nelle procedure sanitarie, solo a causa di un’etichetta, “l’essere diabetici”, anche senza nessuna casistisca che dica che le persone con diabete sono più pericolose alla guida o che negli anni abbiano provocato più incidenti. Tutto ciò non è supportato dai dati. Nel ringraziare De Poli che ha messo la prima pietra, auspichiamo che in tanti sottoscrivano il disegno di legge affinché la procedura legislativa possa essere avviata nel più breve tempo possibile e si possa davvero applicare una revisione oramai indispensabile».

Lauree magistrali, gli infermieri puntano sulla specializzazione

La lettura dei dati 2025 lascia emergere una consistente e stabile domanda di specializzazione e crescita accademica da parte degli infermieri che pur potendo accedere subito al mondo del lavoro scelgono di specializzarsi. A conferma che l’avvio dei tre nuovi indirizzi clinici (Cure Primarie e Sanità pubblica, Cure Pediatriche e Neonatali e Cure Intensive e Emergenza) diventa una priorità non rimandabile per andare a colmare un vuoto accademico e rispondere alla crescente richiesta di formazione e specializzazione degli infermieri.

Si terranno giovedì 25 settembre, gli esami di ammissione ai 102 corsi delle 5 classi di laurea magistrale per le professioni sanitarie infermieristiche e ostetriche, della riabilitazione, tecnico assistenziali-diagnostiche e della prevenzione per le 36 università statali. Gli atenei privati seguono un calendario diverso.

Per i 2.317 posti disponibili per la magistrale di Scienze infermieristiche e ostetriche le domande arrivate sono 9.493 con un rapporto tra domande e posti vicino a 4,1. Questo anche a fronte dell’aumento di posti rispetto allo scorso. Nel 2024, infatti, i posti disponibili per questa classe di laurea erano 2147.

In totale, nelle 5 classi di laurea, sono 12.469 i professionisti che hanno presentato domanda su 4.213 posti a bando di cui la maggioranza, il 55%, sono per Scienze Infermieristiche e Ostetriche.

Osservando la serie storica nei dati raccolti da Angelo Mastrillo, docente in organizzazione delle professioni sanitarie all’Università di Bologna, accanto alla costante grande richiesta di iscrizioni e alla crescita notevole dei posti a bando passati dai 1.318 del 2019 ai 2.317 di quest’anno con un aumento di oltre il 75%, si notano diverse oscillazioni con le domande passate dalle 8.466 del 2019, alle 12.095 del 2023, alle 11.070 del passato anno accademico.

Per quanto riguarda la situazione delle singole Università per Scienze Infermieristiche e Ostetriche, ci sono parecchie differenze a livello geografico e nel confronto con il 2024 con l’impatto generale rilevante dovuto alla sospensione del corso di Cagliari e all’attivazione di un nuovo corso in Puglia, a Lecce.

L’assistenza ai propri cari pesa sui caregiver, 4 su 10 sviluppano una malattia cronica che prima non avevano

Con amore e abnegazione assistono una persona cara che ne ha bisogno, ma per i caregiver dedicarsi a questa attività di cura ha un impatto non trascurabile sulla salute. Circa 4 su 10 (41%) riferiscono infatti di aver sviluppato malattie croniche di cui non soffrivano in precedenza (di questi, ben il 66% riferisce di aver sviluppato 2 o più patologie): in cima vi sono quelle psichiatriche, seguite da quelle scheletro-muscolari, cardiovascolari e gastro-intestinali.

In particolare, le donne più giovani hanno una prevalenza maggiore di queste patologie rispetto alle coetanee. In più, l’assistenza a una persona cara comporta, sempre in misura maggiore per le donne, una rinuncia a visite mediche e ricoveri.

Questa la fotografia scattata oggi all’Istituto Superiore di Sanità (ISS) in occasione del convegno “Promuovere la salute delle persone caregiver familiari in ottica di genere: prospettive future”, promosso dal Centro di riferimento per la medicina di genere.

Il quadro emerge da una survey nell’ambito del progetto “L’impatto del genere sullo stress psicologico e lo stato di salute nelle persone caregiver familiari”, a cui hanno risposto 2033 persone, 83% donne.

«È di fondamentale importanza – sottolinea Elena Ortona, direttrice del Centro di riferimento per la medicina di genere dell’ISS – mettere l’accento sulle differenze di sesso e genere nello stato di salute dei caregiver e delle caregiver familiari. Le donne, in particolare, si fanno carico in maniera preponderante del lavoro di assistenza e cura all’interno delle famiglie, specialmente quando si tratta di familiari non autosufficienti. Questo impegno costante e spesso gravoso ha un impatto diretto e profondo sulla loro salute. La ricerca evidenzia che le donne che svolgono il ruolo di caregiver sono maggiormente esposte a problemi di salute fisica e psicologica; di conseguenza, le disuguaglianze di genere possono generare a loro volta disuguaglianze di salute».

«Alla luce di ciò – aggiunge Ortona – è fondamentale che le politiche socio-sanitarie, nel programmare interventi di sostegno rivolti ai caregiver e alle caregiver familiari, considerino le differenze di sesso e genere basate sulle evidenze scientifiche. L’integrazione di questa prospettiva è essenziale per attuare efficaci misure di prevenzione, volte a ridurre le patologie associate allo stress e a garantire un sostegno più equo e mirato».

«Nel corso del convegno – sottolinea Marina Petrini, responsabile scientifica dell’evento – si discute anche delle prospettive future di promozione della salute, che vanno dal contributo del medico di medicina generale per il suo ruolo fondamentale e centrale nella prevenzione, alla mappatura dei servizi diretti ai e alle caregiver, alle buone pratiche che già si stanno sperimentando sul territorio e agli interventi di autocura per la gestione dello stress psicologico».

Per implementare l’AI occorre cambiare il mindset

Il 10-11 ottobre a Napoli si terrà l’annual meeting di SIIAM, la Società italiana di intelligenza artificiale in sanità, un appuntamento giunto alla sua terza edizione e che riunisce esperti, istituzioni e professionisti per discutere come l’AI possa contribuire a trasformare il sistema sanitario.

Il convegno è caratterizzato da un approccio multidisciplinare e orientato all’applicazione concreta e TrendSanità, che sarà media partner dell’evento, ha intervistato Diana Ferro, Biologo specialista, Ricercatore e Clinical Data Scientist presso l’Ospedale Bambin Gesù di Roma e Presidente del Comitato scientifico di SIIAM e Alberto Tozzi, Pediatra dell’Unità di Ricerca di Medicina Preventiva e Predittiva sempre presso l’Ospedale Bambin Gesù di Roma e Membro dell’Advisory Board di SIIAM.

Per il programma e le iscrizioni al congresso clicca qui.

SID: al Congresso EASD importanti novità terapeutiche sul diabete tipo 2 e nel paziente con obesità

Fra i temi più importanti emersi dall’EASD (European Association for the Study of Diabetes) Annual Meeting, svoltosi a Vienna dal 15 al 19 settembre 2025, con la partecipazione di SID – Società Italiana di Diabetologia, c’è sicuramente quello delle principali novità terapeutiche per il trattamento del diabete tipo 2.

Riccardo Bonadonna

«È stato un congresso che ha proposto diverse novità – dichiara il Riccardo Bonadonna, Presidente Eletto SID –. Assistiamo a una notevole estensione nello sviluppo di farmaci che sono in grado di ingaggiare più recettori oltre al GLP-1, ovvero anche recettori del glucagone, dell’amilina e del GIP. Si tratta di farmaci che promettono una efficacia per i pazienti molto maggiore di quella finora a disposizione. Ma, al contempo, ci sono evidenze di protezione nei confronti del danno d’organo e della mortalità, presentate in assoluta anteprima in questo congresso. Mi riferisco allo studio SURPASS-CVOT, che ha dimostrato che tirzepatide, un doppio agonista del recettore del GLP-1 e del GIP, disponibile anche in Italia, è in grado di ridurre il numero di eventi cardiovascolari e la mortalità totale. Una seconda linea di miglioramento, anche questa estremamente promettente, riguarda lo sviluppo di farmaci orali che sono in grado di ingaggiare i recettori delle incretine; si tratta di molecole piccole, quindi con riduzione delle difficoltà di produzione e del prezzo. C’è poi un ulteriore sviluppo delle insuline a lunga durata di azione: abbiamo l’insulina settimanale, ma cominciano a vedersi anche presentazioni che riguardano insulina con iniezione mensile, e le cosiddette smart insulin, che sono in grado di rispondere alle concentrazioni di glucosio presenti nel sangue. Ma soprattutto direi che la novità più importante dal punto di vista pratico immediato è quanto presentato alla Claude Bernard Lecture nella giornata di apertura dal Prof. Andrew Hattersley dell’Università di Exeter: un modello che permette, su informazioni cliniche estremamente facili e disponibili, di individuare qual è il farmaco con la maggiore efficacia per ridurre la glicemia per i singoli pazienti. Credo che questo, da un punto di vista pratico, sia un progresso importantissimo e soprattutto di immediata applicabilità».

Fra i temi centrali c’è quello dei cambiamenti in corso rispetto agli approcci terapeutici nel paziente obeso con diabete alla luce delle nuove molecole incretiniche e combinate. «Senza dubbio stiamo assistendo a una rivoluzione – sottolinea Bonadonna -, una sorta di Big Bang che è iniziato con gli agonisti del recettore GLP-1 con maggiore efficacia sul peso corporeo, che è continuato con i doppi agonisti che sono in grado di ingaggiare sia il recettore del GLP-1 sia quello del GIP, già a disposizione, e che sta proseguendo: abbiamo ormai in sviluppo tripli agonisti, per esempio del GIP, del GLP e del glucagone, abbiamo doppi agonisti che ingaggiano, ad esempio, il recettore dell’amilina e il recettore del GLP-1, tutti con un’efficacia, per quanto riguarda il peso corporeo, veramente impressionante, ormai vicina a quella della chirurgia bariatrica, che costituisce il gold standard per giudicare l’efficacia di questi farmaci nei confronti del peso. Quindi quella che emerge è una situazione in pieno e positivo sviluppo. Ma non dobbiamo dimenticare che noi trattiamo l’obesità per ragioni mediche, non cosmetiche, per prevenire i danni d’organo a essa correlati, e, a questo riguardo, la molecola che in assoluto, in questo momento, ha il maggior numero ed estensione di evidenze favorevoli, nell’obesità, ma anche nel diabete di tipo 2, è un “classico”, cioè la semaglutide».

Altro tema importante è infine quello del ruolo che avranno nei prossimi anni le terapie che agiscono su infiammazione e metabolismo nella cura del diabete tipo 2. «I farmaci che hanno una grandissima efficacia sul peso corporeo, quali semaglutide e tirzepatide, si sono dimostrati anche molto efficaci nel ridurre quella infiammazione metabolismo dipendente che è tipica del paziente con diabete tipo 2 – evidenzia Bonadonna -. Proprio nella giornata di apertura del Congresso EASD è stato presentato un nuovo approccio che sotto-classifica il paziente con diabete tipo 2 basandosi semplicemente sui leucociti circolanti nel sangue. È un approccio che distingue quattro sottotipi di diabete, e in particolare isola un sottotipo a elevata infiammazione, che ha delle caratteristiche di rischio prognostico molto più elevato rispetto agli altri sottotipi e che risponde molto bene a farmaci che agiscono sul pathway dell’interleuchina 1 beta e sul NLERP3. Ciò è estremamente promettente perché potrebbe portarci anche a invertire il paradigma: invece di ridurre l’obesità per influire sull’infiammazione, prendere l’infiammazione come bersaglio diretto della terapia farmacologica. Il risultato potrebbe essere la riduzione di quel rischio residuo che in ogni caso, anche con i farmaci migliori che abbiamo e che avremo a disposizione, è ancora da correggere».

Uso del paracetamolo in gravidanza: AIFA conferma le raccomandazioni europee

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) informa che, alla luce delle più recenti valutazioni scientifiche effettuate a livello europeo, non emergono nuove evidenze che richiedano modifiche alle raccomandazioni in vigore sull’uso del paracetamolo in gravidanza.

Il paracetamolo (acetaminofene), ampiamente utilizzato per il trattamento della febbre e del dolore, può essere impiegato durante la gravidanza, se clinicamente necessario. I dati disponibili non evidenziano associazioni con un aumento del rischio di autismo né con malformazioni del feto o del neonato.

Una revisione condotta nel 2019 dal Comitato di Valutazione dei Rischi per la Farmacovigilanza (PRAC) dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) sugli effetti del paracetamolo sullo sviluppo neuroevolutivo nei bambini esposti in utero ha concluso che le evidenze disponibili risultano non conclusivi e non supportano modifiche alle attuali raccomandazioni sull’uso in gravidanza. Le esperienze d’uso in ampie coorti di donne in gravidanza confermano, inoltre, l’assenza di rischi malformativi o tossici.

Si raccomanda comunque di utilizzare il paracetamolo durante la gravidanza, alla dose efficace più bassa, per il periodo di tempo più breve possibile e con la frequenza minima compatibile con il trattamento.

L’EMA, in collaborazione con le autorità regolatorie degli altri Stati membri dell’Unione Europea, continuerà a monitorare costantemente la sicurezza dei medicinali contenenti paracetamolo e ad aggiornare le informazioni disponibili qualora emergessero nuovi dati.