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Salute mentale, nasce il primo corso in Terapie Assistite con Psichedelici in Italia

L’Associazione Luca Coscioni lancia un progetto innovativo e senza precedenti in Italia: Illuminismo Psichedelico Academy, la prima scuola italiana dedicata alle Terapie Assistite con Psichedelici. Il corso, che partirà a gennaio 2026 a Pescara, offrirà 300 ore di formazione pensate per medici, psichiatri, psicologi e psicoterapeuti, con l’obiettivo di integrare in modo sicuro ed efficace le terapie psichedeliche nella pratica clinica e nella salute mentale.

Il progetto nasce dal podcast Illuminismo Psichedelico, co-prodotto dall’Associazione Luca Coscioni e condotto da Federico di Vita, autore e curatore editoriale, da anni impegnato nella promozione del dibattito pubblico sulle sostanze psichedeliche e le terapie innovative. Dopo quasi cinque anni dal lancio, il podcast si è evoluto in una piccola associazione completamente dedicata alla psichedelia.

La scuola è coordinata dal direttore scientifico Enrico Greco, ricercatore associato all’Università della South Florida, e dai direttori didattici Sara Ballotti e Raffaello Caiano, psicoterapeuti con esperienza clinica nell’ambito delle terapie psichedeliche. Tra i docenti figurano esperti di livello internazionale: Giorgio Samorini, etnobotanico; Tommaso Barba, neuroscienziato all’Imperial College di Londra; Nicola De Pisapia, professore in Neuroscienze Cognitive a Trento; oltre a psichiatri e psicologi italiani con esperienza clinica diretta in terapie psichedeliche.

Negli anni, Illuminismo Psichedelico ha lanciato e diffuso l’appello “L’Italia apra alle Terapie Psichedeliche”

Per Federico di Vita «la rivoluzione paradigmatica imposta dalla potenziale inclusione nella farmacopea dei composti psichedelici passa anche da uno shift culturale che è necessario avvenga a diversi livelli, da un lato con il superamento nel dibattito pubblico di uno stigma decennale, e abbiamo visto in questi ultimi anni quanto sia maturata l’informazione sia sulla stampa che in ambito editoriale al riguardo; e dall’altro per mezzo di percorsi formativi pensati per il personale clinico chiamato un domani ormai prossimo ad accompagnare l’impiego di queste molecole».

L’ex senatore Marco Perduca, dell’Associazione Luca Coscioni, da sempre impegnato per i diritti civili e le libertà di ricerca scientifica e terapeutica aggiunge «la ricerca scientifica e la sua applicazione in campo medico confermano che il proibizionismo sulle droghe ha intimidito il mondo negando terapie efficaci per decine di condizioni. Occorre determinazione militante e coraggio professionale per praticare quanto oggi è consentito dalla legge a partire da cure palliative e terapie compassionevoli».

Il corso prevede 12 weekend formativi, 2 ritiri estivi e mentoring a distanza, con possibilità di crediti ECM. La formazione si terrà a Pescara, presso il Centro Culturale SpazioPiù e il Centro Culturale MicHub, e culminerà con la partecipazione al Convegno annuale di Illuminismo Psichedelico.

Bambini e ambiente, l’allarme della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA): «La salute si costruisce prima della nascita»

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Aria inquinata, alimentazione, sostanze chimiche e persino le condizioni sociali influenzano in modo decisivo lo sviluppo dei bambini, lasciando tracce che iniziano già nel grembo materno. È l’epigenetica a dimostrarlo: i fattori ambientali non modificano il DNA, ma ne condizionano l’attività e possono determinare il rischio di malattie croniche nel corso della vita.

Un tema essenziale, che però riceve ancora poca attenzione da parte della politica e delle istituzioni e che sarà protagonista di una Conferenza internazionale di medicina ambientale (organizzata dalla SIMA in collaborazione con l’Università “Gabriele D’Annunzio” di Chieti e della casa editrice scientifica Mdpi) dedicato all’epigenetica che si terrà a Chieti il 20 e 21 novembre.

Tra i relatori, Alessandro Miani, presidente SIMA, che abbiamo intervistato a TrendSanità per capire meglio quanto l’ambiente in cui viviamo incida sul futuro dei più piccoli.

L’epigenetica ci dice che l’ambiente lascia segni sul nostro DNA: in che modo questo avviene nei bambini ma anche negli adulti?

«L’epigenetica riguarda i meccanismi che regolano l’attività dei geni senza modificare la sequenza del DNA. I processi principali sono la metilazione del DNA, le modifiche istoniche e l’azione degli RNA non codificanti. Nei bambini, soprattutto durante la gravidanza e la prima infanzia, l’epigenoma è particolarmente sensibile: inquinanti atmosferici, alimentazione materna e stress psicosociale possono lasciare segni stabili e influenzare lo sviluppo di cervello, sistema immunitario e metabolismo. È stato dimostrato, ad esempio, che lo stress prenatale modifica la metilazione di geni che regolano l’asse dello stress, aumentando il rischio di disturbi d’ansia e depressione.

Negli adulti la plasticità epigenetica è minore, ma rimane: dieta mediterranea, attività fisica, riduzione del fumo e minore esposizione a inquinanti possono modulare positivamente l’“età epigenetica”, con benefici sulla salute e sulla prevenzione di malattie croniche».

Quali sono oggi le principali esposizioni ambientali (inquinamento, sostanze chimiche, stress sociale) che incidono sulla salute infantile?

«In Italia i principali fattori di esposizione sono l’inquinamento atmosferico, con livelli di polveri sottili (PM₂.₅ e PM₁₀), biossido di azoto (NO₂) e ozono (O₃) ancora superiori ai valori guida OMS in molte aree urbane, in particolare nella Pianura Padana. Seguono gli inquinanti chimici persistenti, tra cui pesticidi e sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), con casi documentati di contaminazione delle acque in Veneto che hanno richiesto interventi urgenti di sanità pubblica.

Anche l’ambiente indoor nei bambini ha un impatto forte dato il tempo trascorso in casa e a scuola: muffe, umidità, scarsa ventilazione, materiali da costruzione e allergeni contribuiscono a malattie respiratorie e allergiche. Non manca poi lo stress psicosociale, legato a disuguaglianze e precarietà socioeconomica, che può modificare l’epigenoma e aumentare il rischio di disturbi cognitivi e comportamentali. Questi fattori agiscono insieme, generando un “exposome” complesso che condiziona salute e sviluppo fin dalle prime fasi della vita».

A che punto siamo in Italia sul fronte della salute infantile e quali dati ci preoccupano di più?

«Alcuni indicatori recenti destano particolare attenzione. Partiamo dalla natalità: nel 2024 sono nati circa 370.000 bambini, con un tasso di fecondità di 1,18 figli per donna, il più basso della storia italiana. C’è poi sovrappeso e obesità: la sorveglianza nazionale “OKkio alla Salute 2023” ha rilevato che il 19,0% dei bambini in terza primaria è sovrappeso e il 9,8% obeso, con un 2,6% di obesità severa.

Seguono i disturbi del neurosviluppo, in cui la prevalenza dei disturbi dello spettro autistico in Italia è stimata intorno a 1 bambino ogni 77 nella fascia 7–9 anni, pari all’1,3% circa. Studi recenti indicano che l’incidenza di tutte le condizioni dello spettro è in aumento, con una parte attribuibile a fattori epigenetici e ambientali, come esposizioni prenatali a inquinanti e stress.

Anche la qualità dell’aria ha un impatto importante, poiché il particolato fine e l’ozono restano ai primi posti tra i fattori di rischio ambientali per i bambini, soprattutto in relazione a malattie respiratorie e cardiovascolari. Senza dimenticare poi la salute mentale negli adolescenti che, dopo la pandemia, registra un peggioramento del benessere psicologico, con aumento di ansia, depressione e disturbi del sonno.

Infine, l’oncologia pediatrica. Il cancro è oggi la prima causa di morte per malattia in età pediatrica. In Italia l’incidenza è di circa 176 nuovi casi ogni milione di bambini e adolescenti (0–14 anni), leggermente superiore alla media europea. Nei lattanti sotto 1 anno di età, i tumori rappresentano circa il 20% di tutte le morti per malattia, con un tasso anch’esso più elevato rispetto alla media UE».

Quanto contano dieta e stili di vita sani per “proteggere” l’epigenoma dei più piccoli?

«La dieta e lo stile di vita sono determinanti. L’adesione alla dieta mediterranea, ricca di frutta, verdura, legumi, cereali integrali, pesce e olio d’oliva, si associa a una migliore regolazione epigenetica e a una minore incidenza di obesità e malattie croniche. Nutrienti come folati, vitamine del gruppo B e polifenoli agiscono come “epinutrienti”, capaci di influenzare direttamente la metilazione del DNA e proteggere lo sviluppo del sistema immunitario e nervoso. L’attività fisica regolare, l’assenza di fumo e alcol, il sonno di qualità e il contatto con la natura contribuiscono a modulare positivamente l’epigenoma. Nei bambini queste abitudini hanno un impatto particolarmente forte, perché si innestano in un periodo di grande plasticità biologica».

Perché i primi 1.000 giorni di vita sono così determinanti?

«I primi 1.000 giorni, dal concepimento ai due anni di vita, rappresentano la finestra critica per la formazione degli organi, lo sviluppo cerebrale, la maturazione del sistema immunitario e la colonizzazione del microbiota intestinale. In questo arco di tempo, l’epigenoma è estremamente plastico: la nutrizione materna, l’allattamento, la qualità dell’aria, l’esposizione a inquinanti e le cure genitoriali lasciano tracce profonde sul rischio futuro di malattie.

È stato dimostrato che un ambiente sano nei primi 1.000 giorni riduce l’incidenza di obesità, diabete, disturbi cognitivi e malattie cardiovascolari, con benefici duraturi per tutta la vita

Investire in questa fase è una delle strategie di prevenzione più efficaci anche in termini economici».

Che cosa dovrebbero fare le istituzioni per tradurre la ricerca scientifica in misure concrete di prevenzione e quali messaggi dovrebbero arrivare con più forza all’opinione pubblica?

«È necessario un piano integrato di prevenzione che agisca su più livelli:

  • Qualità dell’aria: portare i limiti nazionali agli standard OMS 2021 e intensificare le misure di riduzione delle emissioni da traffico e riscaldamento domestico, con monitoraggi specifici intorno a scuole e asili.
  • Controllo delle sostanze chimiche: stabilire limiti più stringenti per PFAS e interferenti endocrini, accelerando le bonifiche nei siti contaminati e garantendo la sicurezza delle acque potabili.
  • Primi 1.000 giorni: integrare un pacchetto di interventi nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), comprendente counselling nutrizionale, sostegno psicologico in gravidanza, promozione dell’allattamento, accesso a spazi verdi e qualità dell’aria indoor.
  • Promozione nelle scuole: inserire programmi permanenti di educazione alimentare, attività fisica quotidiana e riduzione della sedentarietà e dell’uso degli schermi.
  • Messaggi da trasmettere alla popolazione: “respirare aria pulita è prevenzione pediatrica”, “i primi 1.000 giorni contano più di tutti”, “la dieta mediterranea è un farmaco naturale per l’epigenoma”, “un ambiente sano, dentro e fuori casa, significa bambini più sani”».

Quali sono, secondo lei, le priorità per proteggere la salute delle nuove generazioni?

«Le priorità sono sei:

  1. Ridurre in tempi rapidi l’inquinamento atmosferico da PM₂.₅, NO₂ e ozono, trasformando le città in ambienti più vivibili attraverso mobilità sostenibile, zone a basse emissioni e maggiore verde urbano.
  2. Gestire gli inquinanti persistenti come i PFAS, con controlli più severi, sorveglianza sanitaria e bonifiche ambientali.
  3. Rendere operativo e stabile un piano nazionale per i primi 1.000 giorni, inserendolo nei programmi di prevenzione sanitaria nazionali e regionali.
  4. Contrastare obesità e sovrappeso infantile con politiche scolastiche, mense sane, sport quotidiano e ambienti urbani favorevoli all’attività fisica.
  5. Rafforzare la salute mentale dei bambini e adolescenti, introducendo psicologi scolastici e programmi di prevenzione delle fragilità psicosociali.
  6. Educare famiglie e comunità a riconoscere il ruolo dell’ambiente come determinante di salute, attraverso campagne nazionali chiare e continue.

Sono azioni decisive per proteggere la salute fisica e mentale delle nuove generazioni, ridurre l’incidenza di malattie croniche e garantire un futuro più sano ed equo».

In Europa la sopravvivenza all’arresto cardiaco è del 7,5%. Essenziale insegnare ai cittadini le manovre salvavita e l’utilizzo del DAE

Il più grande studio in Europa sugli arresti cardiaci, “EuReCa Three”, pubblicato sulla rivista scientifica “Resuscitation”, ha analizzato oltre 45.000 casi di arresto cardiaco extra-ospedaliero in 28 Paesi europei e ha evidenziato che la sopravvivenza media all’arresto cardiaco è del 7,5%.

L’Italia fa registrare una percentuale leggermente inferiore, pari al 6,6%, calcolata, tuttavia, su un campione di piccole dimensioni (4.047 casi) e meno rappresentativo della situazione generale italiana.

Alla raccolta dei dati ha lavorato Italian Resuscitation Council (IRC), società scientifica riconosciuta dal Ministero della Salute che riunisce in Italia medici, infermieri e operatori esperti in rianimazione cardiopolmonare. IRC sottolinea la necessità di introdurre in Italia un registro nazionale degli arresti cardiaci che consenta di analizzare un numero più ampio di casi per valutare con più precisione l’efficacia dei soccorsi nel nostro Paese.

La ricerca “EuReCa Three”, è stata coordinata da European Resuscitation Council, la società scientifica europea, punto di riferimento per il settore, di cui IRC è parte.

In Italia non è ancora disponibile su scala nazionale uno strumento prezioso che potrebbe incrementare la tempestività della catena dei soccorsi, ovvero l’applicazione nazionale per cellulari, prevista dalla legge 116 del 2021, che censisce e geolocalizza i defibrillatori automatici esterni (DAE) installati sul territorio e consente anche ai soccorritori occasionali di trovarli subito in caso di emergenza e di utilizzarli sulla base delle indicazioni ricevute al telefono dagli operatori del 118, in attesa dell’arrivo dei soccorsi.

Per sensibilizzare su questi temi IRC promuoverà tra il 13 e il 19 ottobre a VIVA! La settimana della rianimazione cardiopolmonare con decine di eventi gratuiti e aperti al pubblico in tutta Italia in cui ci saranno dimostrazioni pratiche di primo soccorso insieme ad attività ludico-educative e informative pensate anche per i più giovani. L’iniziativa ha il patrocinio di: Senato della Repubblica, Camera dei Deputati, Ministero per lo Sport e i Giovani, Ministero dell’Istruzione e del Merito e Sport & Salute.

«La velocità dei soccorsi in caso di arresto cardiaco è vitale perché la possibilità di sopravvivenza diminuisce del 10% per ogni minuto che passa e per questo è essenziale, oltre a una rapida attivazione del 112, insegnare a quante più persone possibili le manovre salvavita come il massaggio cardiaco e l’utilizzo del defibrillatore – osserva Andrea Scapigliati, presidente di Italian Resuscitation Council (IRC) -. Avere un registro dei DAE, gestito dalle centrali operative del 118 e integrato con un’applicazione unica per tutto il territorio nazionale, permetterebbe di individuare rapidamente dove sono i DAE installati sul territorio e poterli far arrivare in tempo utile a chi sta soccorrendo la vittima di arresto. Questo modello organizzativo sarà il fulcro delle nuove Linee guida europee per la rianimazione cardiopolmonare che verranno pubblicate a ottobre. L’Italia, con l’esemplare legge 116 entrata in vigore nel 2021, si sarebbe già potuta dotare degli strumenti necessari per realizzare tutto questo: è un vero peccato che, a 4 anni di distanza dall’approvazione definitiva della legge, dell’applicazione nazionale ancora non si sappia nulla e che siano pochissime le regioni che se ne siano dotate. Ricordiamoci che l’intervento di chiunque sia accanto alla vittima di arresto è l’anello fondamentale nella catena dei soccorsi. Guidati al telefono dagli operatori del 112 e del 118, i soccorritori occasionali possono infatti già eseguire il massaggio cardiaco e utilizzare il DAE accorciando i tempi di intervento e contribuendo più di ogni altra cosa alla sopravvivenza di chi è colpito da arresto cardiaco».

“Eureca Three”, lo studio europei sugli arresti cardiaci

Pubblicato sulla rivista scientifica internazionale “Resuscitation” (“European registry of cardiac arrest study THREE (EuReCa- THREE) – EMS response time influence on outcome in Europe”) e condotto tra settembre e novembre 2022 in 28 paesi europei, ha analizzato 45.251 casi confermati di arresto cardiaco extra-ospedaliero, di cui 32.033 trattati dai servizi di emergenza. L’Italia, nei 4.047 casi totali di arresto cardiaco extra-ospedaliero analizzati nella ricerca, ha mostrato un tasso di ripristino della circolazione spontanea (ROSC) del 17% (contro il 31,2% della media europea), con una percentuale di sopravvivenza del 6,6% (Vs il 7,5% europeo) e con un un’incidenza di 4,4 sopravvissuti ogni 100.000 abitanti all’anno (a fronte del 4 della media continentale).

Ogni anno in Europa si registrano circa 400.000 arresti cardiaci extraospedalieri, di cui 60.000 solo in Italia.

Federico Semeraro, presidente di European Resuscitation Council (ERC) e coordinatore della ricerca in Italia, osserva: «I risultati italiani, come il tasso di ripristino della circolazione spontanea significativamente inferiore alla media europea, pongono l’intero Servizio Sanitario Nazionale di fronte a una sfida importante e a un’opportunità di miglioramento basata su solide evidenze scientifiche. È fondamentale investire nella formazione del personale, nell’ottimizzazione dei tempi di risposta e nel miglioramento della qualità delle manovre rianimatorie per colmare questo divario e garantire alle persone in Italia le stesse possibilità di sopravvivenza dei loro concittadini europei. Diventa inoltre strategico attivare un registro nazionale degli arresti cardiaci che possa misurare in modo più fedele la realtà di ogni regione. I dati di EuReCa Three sono stati raccolti su base volontaria e rappresentano solo una minima parte del Paese. Non misurare ciò che accade in Italia ci mette nella condizione di sembrare meno performanti rispetto ai Paesi europei in cui è stato implementato un registro nazionale o regionale degli arresti cardiaci».

I defibrillatori in Italia

Oggi non è ancora disponibile in Italia l’applicazione nazionale prevista dalla legge 116 del 2021 che censisce e geolocalizza i defibrillatori semi-automatici e automatici esterni installati in città e territori.

Mappe online sui defibrillatori presenti sul territorio sono state realizzate in alcune regioni dalle aziende sanitarie locali e dalle aziende regionali emergenza e urgenza: tra queste la Lombardia (22.674 DAE censiti), il Piemonte (3.210 DAE censiti), la Sardegna (più di 850 DAE censiti).

In Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia e Marche sono state introdotte dalle aziende sanitarie locali applicazioni per cellulari che permettono ai cittadini di individuare attraverso la geolocalizzazione il DAE più vicino al luogo dell’emergenza: i DAE rintracciabili in Emilia-Romagna grazie all’applicazione DAErespondER sono oltre 5.500; nell’applicazione del Friuli Venezia Giulia, DAE FVG, risultano oltre 1.500 DAE censiti sul territorio regionale. Nell’applicazione DAE Marche i defibrillatori registrati sono 2.380. Anche San Marino si è dotata di un’applicazione analoga su cui risultano geolocalizzati oltre 40 DAE (dati aggiornati al 17 settembre 2025).

“VIVA! La settimana della rianimazione cardiopolmonare”

Attraverso incontri, simulazioni e giochi aperti a tutti, VIVA!, giunta alla tredicesima edizione, punta a diffondere la cultura del primo soccorso e insegnare le manovre salvavita, come eseguire un massaggio cardiaco o utilizzare il defibrillatore.

Promossa da Italian Resuscitation Council (IRC), l’iniziativa prevede uncalendario di eventi, ancora in fase di aggiornamento, che vede già coinvolte Roma, Bologna, Cagliari, Modena, Chiavari, Novara, Gela e Nuoro. Tra le attività in programma anche una maxi-formazione sull’Isola della Maddalena (Sardegna) che coinvolgerà oltre 300 partecipanti.

L’iniziativa culminerà il 16 ottobre nella Giornata Internazionale della Rianimazione Cardiopolmonare – World Restart A Heart Day, promossa da European Resuscitation Council (ERC).

Frena la spesa per i farmaci acquistati direttamente dalle Regioni

Si arresta la crescita della spesa per gli acquisiti diretti dei medicinali da parte delle Regioni nel periodo gennaio-aprile 2025 (+0,1%) rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando nel medesimo periodo era stato registrato un incremento del +14,95%. In termini assoluti la spesa per acquisti diretti è sostanzialmente stabile rispetto a quella registrata nel medesimo periodo nel 2024, facendo registrare una contrazione della percentuale della spesa sul FSN, rispetto al tetto programmato. È quanto emerge dal “Monitoraggio della spesa farmaceutica Nazionale e Regionale gennaio-aprile 2025” presentato al Cda dell’AIFA. Un documento che ha richiesto tempi più lunghi di elaborazione dei dati a causa dello svolgimento delle procedure tecniche imposte dall’aggiornamento con l’ultima legge finanziaria della disciplina dei farmaci innovativi.

In totale la spesa farmaceutica (acquisiti diretti + convenzionata) nei primi quattro mesi dell’anno si attesa a 8 miliardi e 166 milioni, con uno scostamento dal tetto programmato del 18,10%, stabile rispetto a quello rilevato nel 2024 del 18,13%.

In valori assoluti, la spesa per acquisti diretti totale (A, H e C) nel primo quadrimestre dell’anno si è attestata a 5 miliardi e 850 milioni, 5,3 milioni in più rispetto a quelli rilevati nell’analogo periodo dello scorso anno (+0,1%). Nonostante la nuova regolamentazione dei farmaci innovativi abbia ampliato all’inserimento degli ex innovativi condizionati, il monitoraggio del tetto degli acquisti diretti ha risentito di un calo da 393 a 233 milioni (-40,7%) della spesa per i farmaci innovativi, di contro sale del +2,9%, da 5,191 miliardi a 5, 340 quella per i farmaci non innovativi.

Lo scostamento della spesa rispetto al tetto programmato per gli acquisti diretti è di 1 miliardo e 461 milioni, ma cala, sia pur lievemente, l’incidenza sul Fondo sanitario nazionale, che passa dall’11,80% dei primi quattro mesi del 2024 all’11,72% dell’analogo periodo di quest’anno. Da rilevare che i primi quattro mesi dell’anno fanno registrare storicamente maggiori volumi di spesa rispetto ad altri periodi dell’anno, sia per la maggiore incidenza delle malattie stagionali che per la tendenza delle Regioni a concentrare nella prima parte dell’anno gli approvvigionamenti di medicinali per le strutture sanitarie.

Anche in questo Monitoraggio si evidenziano sensibili differenze regionali in termini di spesa per gli acquisti diretti, con un’incidenza della spesa rispetto al Fondo sanitario nazionale che fluttua dal 13% e più di Sardegna e Umbria fino al 9,81% e al 9,36% rispettivamente di Lombardia e provincia di Trento; benché ci sia anche una ampia variabilità regionale nella differenza tra incidenza della spesa sul FSN nel 2025 rispetto al 2024.

Riguardo la spesa farmaceutica convenzionata, ossia quella dei medicinali a carico del SSN dispensati attraverso le farmacie aperte al pubblico, il Monitoraggio evidenzia già da tempo un cambio di tendenza dei consumi con una crescita dello +0,8% del numero di dosi giornaliere dispensate, a cui corrisponde un conseguente incremento della spesa convenzionata lorda del +0,6%, corrispondente a 3 miliardi e 326 milioni di euro. La spesa netta a carico delle Regioni cresce di 110,9 milioni di euro (+4,1%) in aumento rispetto all’anno precedente, tuttavia, la variazione di spesa risente dell’assenza per tre mesi del 2024 della nuova remunerazione delle farmacie. In valori assoluti la spesa per la convenzionata da tetto (6,38% FSN) che concorre al tetto programmato (6,8%) è stata pari a 2 miliardi e 879 milioni, che corrisponde ad un avanzo rispetto al tetto di 188,4 milioni di euro.

Anche in questo Monitoraggio si evidenziano sensibili differenze regionali in termini di spesa convenzionata, con 8 Regioni in sfondamento del tetto del 6,8% e 4 Regioni ampiamente all’interno del tetto (<5,4%). Tuttavia, anche su questo capitolo della spesa farmaceutica si evidenzia una ampia variabilità regionale, con segni opposti nella differenza tra incidenza della spesa sul FSN nel 2025, rispetto al 2024.

Mese Mondiale Alzheimer: un decalogo per la prevenzione

In occasione del XIV Mese Mondiale Alzheimer e della XXXII Giornata Mondiale Alzheimer (21 settembre), la Federazione Alzheimer Italia presenta un Decalogo per la prevenzione della demenza, elaborato da Simone Salemme, neurologo e consulente dell’Istituto Superiore di Sanità, e da Davide Mangani, ricercatore immunologo dell’Istituto di Ricerca in Biomedicina di Bellinzona.

Il decalogo raccoglie le più recenti evidenze scientifiche e traduce la ricerca in indicazioni concrete, con una doppia prospettiva: quella del singolo, che può adottare comportamenti protettivi nella vita quotidiana, e quella della società. Governi e Istituzioni, infatti, sono chiamati a mettere in campo politiche pubbliche e scelte strutturali a tutela della salute cerebrale collettiva.

«Oggi sappiamo che la prevenzione è una leva potente: fino al 40% dei casi di demenza potrebbe essere evitato o ritardato intervenendo sui fattori di rischio modificabili», afferma Simone Salemme. «Il decalogo unisce responsabilità individuali e responsabilità collettive. È un invito a ciascuno di noi, ma anche alla politica, alle Istituzioni e a tutta la comunità, ad agire per costruire un futuro con un minore impatto della demenza», aggiunge Davide Mangani.

I numeri

L’Istituto Superiore di Sanità (ISS) stima oggi che in Italia vi siano circa 1.200.000 casi di demenza nella fasca d’eta uguale o superiore ai 65 anni e circa 24.000 casi di demenza giovanile compresi nella fascia d’età 35-64 anni. Inoltre è possibile stimare in circa 950.000 le persone con Mild Cognitive Impairment, un condizione che talvolta precede l’inizio della demenza. Se si considera che accanto a queste 2.200.000 persone con un disturbo cognitivo vivono circa 4 milioni di familiari è possibile stimare che circa il 10% della popolazione italiana si trova ad affrontare questo problema.

Il costo complessivo della demenza è stato stimato in 23 miliardi di euro l’anno di cui il 63% a carico delle famiglie.

Il principale fattore di rischio non modificabile associato alla demenza è l’età ma vi sono ad oggi 14 fattori di rischio modificabili (basso livello di istruzione, ipertensione, ipoacusia, obesità, fumo, depressione, inattività fisica, diabete, scarse relazioni sociali, eccessivo consumo di alcol, esposizione all’inquinamento atmosferico,traumi cerebrali, deficit visivo non trattato e alti livelli di colesterolo LDL) che possono consentire di ridurre fino al 45% i casi di demenza. Inoltre, va segnalato che alcune mutazioni genetiche sono responsabili di forme rare a trasmissione autosomica dominante.

Decalogo per la prevenzione della demenza

1. Pressione arteriosa sotto controllo

L’ipertensione è un “killer silenzioso”: tenerla sotto controllo significa proteggere cuore e cervello.

  • Cosa può fare il singolo: misurare regolarmente la pressione, seguire le cure prescritte, ridurre l’uso del sale, mantenere uno stile di vita attivo, tenere sotto controllo il peso.
  • Cosa può fare la società: promuovere screening diffusi, facilitare l’accesso ai farmaci, progettare città che incoraggino il movimento, con parchi e piste ciclabili.

2. Colesterolo LDL: conoscerlo e trattarlo

Il colesterolo alto nella mezza età aumenta il rischio di demenza e ictus.

  • Cosa può fare il singolo: tenere sotto controllo i livelli dei lipidi, seguire una dieta mediterranea, fare attività fisica, non fumare e limitare l’alcol.
  • Cosa può fare la società: offrire check-up cardiovascolari accessibili, garantire l’accesso a farmaci e terapie, promuovere politiche per un’alimentazione sana e l’uso di etichette nutrizionali chiare. 

3. Proteggere l’udito

La perdita uditiva non trattata, spesso a causa di costi e stigma, favorisce isolamento e declino cognitivo.

  • Cosa può fare il singolo: fare screening dopo i 60 anni, usare gli apparecchi acustici se necessario, proteggere l’udito dal rumore (usando tappi se necessario e moderando il volume di tv, radio, ecc.), condurre una vita sociale attiva.
  • Cosa può fare la società: rendere accessibili ausili e riabilitazione, creare ambienti pubblici con ascolto assistito (ovvero garantire che auditorium, teatri e spazi comunitari siano dotati di sistemi audio che permettano l’accessibilità a persone con perdite uditive), promuovere campagne per combattere lo stigma.

4. Proteggere la vista

Vederci bene mantiene autonomia e stimolazione cognitiva.

  • Cosa può fare il singolo: sottoporsi regolarmente a visite oculistiche, avvalersi di occhiali o lenti adeguati, non rimandare interventi necessari come la cataratta, usare un’illuminazione domestica adeguata.
  • Cosa può fare la società: ridurre le liste d’attesa per gli interventi, promuovere screening visivi, rendere accessibili i presidi oculistici, migliorare l’illuminazione e la segnaletica pubblica. 

5. Attività fisica regolare

Il movimento è una delle armi più efficaci per la salute del cervello.

  • Cosa può fare il singolo: camminare, nuotare, ballare, alternare esercizi aerobici e di potenziamento, per spezzare la sedentarietà.
  • Cosa può fare la società: sviluppare città “active friendly”, sostenere palestre e programmi sociali, incentivare la mobilità attiva e il trasporto pubblico, promuovere l’attività fisica con campagne nazionali di sensibilizzazione. 

6. Alimentazione di tipo mediterraneo

La dieta mediterranea protegge da infiammazione e declino cognitivo.

  • Cosa può fare il singolo: consumare frutta, verdura, cereali integrali, legumi, pesce, olio d’oliva; limitare zuccheri e cibi processati.
  • Cosa può fare la società: garantire mense pubbliche, scolastiche e lavorative “mediterranee”, rendere maggiormente accessibili cibi freschi, sostenere le filiere locali, disincentivare con politiche fiscali idonee la diffusione di cibi ultraprocessati.

7. Stop al fumo e agli eccessi dell’alcol

Tabacco e alcol danneggiano i vasi, alzano la pressione e favoriscono infiammazione e atrofia cerebrale.

  • Cosa può fare il singolo: smettere di fumare, evitare il fumo passivo, limitare l’alcol ed evitare le “abbuffate alcoliche”.
  • Cosa può fare la società: rafforzare le politiche antifumo, offrire servizi di sostegno per le dipendenze, regolamentare la vendita e la pubblicità degli alcolici. 

8. Diabete, peso e salute metabolica

Il diabete di tipo 2 e l’obesità aumentano il rischio di demenza.

  • Cosa può fare il singolo: monitorare glicemia e peso, seguire le terapie, adottare uno stile di vita sano, dormire a sufficienza e fare attenzione allo stress eccessivo.
  • Cosa può fare la società: attivare programmi di prevenzione, facilitare l’accesso a nutrizionisti, adottare politiche che limitino il consumo di bevande zuccherate, promuovere politiche per garantire equità nell’accesso a cibi sani. 

9. Mente attiva e relazioni sociali

Relazioni e stimoli mentali rafforzano la riserva cognitiva.

  • Cosa può fare il singolo: imparare cose nuove, coltivare hobby, partecipare ad attività sociali, chiedere aiuto in caso di depressione.
  • Cosa può fare la società: garantire un’istruzione di qualità fin dall’infanzia, promuovere centri comunitari e biblioteche, sostenere università della terza età, garantire servizi di salute mentale accessibili. 

10. Attenzione ai rischi ambientali e ai traumi

Incidenti e inquinamento atmosferico pesano anche sulla salute cerebrale.

  • Cosa può fare il singolo: indossare il casco in bici e in monopattino; usare protezioni adeguate per l’attività sportiva; prevenire le cadute in casa con l’utilizzo di tappeti antiscivolo, corrimani e di un’illuminazione adeguata; ridurre le combustioni domestiche; preferire luoghi meno inquinati.
  • Cosa può fare la società: attuare piani “aria pulita” per ridurre traffico e combustioni, aumentare il verde urbano, rafforzare la sicurezza stradale e la prevenzione delle cadute domestiche, realizzare abitazioni e quartieri a misura di anziani.

Le attività dell’Osservatorio Demenze

L’Osservatorio contribuisce a promuovere e valutare politiche di prevenzione e di adozione di programmi integrati della demenza, attraverso la partecipazione a tavoli istituzionali, ad attività di ricerca in sanità pubblica e internazionale. Si occupa tra le altre cose delle attività legate all’implementazione del Piano Nazionale Demenze e del Fondo per l’Alzheimer e le demenze e della mappa dinamica online dei servizi dedicati.

Per quanto riguarda le attività del piano nazionale, tra  i traguardi raggiunti, recentemente descritti anche da un articolo pubblicato su BMJ Public Health, ci sono un’analisi nazionale e regionale delle politiche di prevenzione primaria della demenza, tre survey nazionali sull’organizzazione dei nodi assistenziali della rete per la demenza, un’indagine su oltre 2.300 caregiver di persone con demenza, che ha permesso di approfondire le condizioni socioeconomiche delle famiglie e le differenze territoriali nell’accesso a diagnosi, cure e servizi socio-assistenziali.

È stata redatta e pubblicata sul Sistema Nazionale Linee Guida inoltre la prima Linea Guida Nazionale su diagnosi e trattamento di demenza e Mild Cognitive Impairment. Per quanto riguarda la mappatura dei servizi dedicati alle demenze, l’Osservatorio ha censito  511 Centri per i disturbi cognitivi (223 al nord, 102 al centro e 186 al sud), 1671 RSA (1157 al nord, 368 al centro, 146 al sud) e 443 centri diurni (307 al nord, 87 al centro e 49 al sud).

Verso la riforma della legislazione farmaceutica: il dado è tratto

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1934-2025. Sono le date che hanno fatto e probabilmente faranno la storia del settore farmaceutico italiano.

Le radici del quadro normativo che regola la farmaceutica nazionale infatti affondano nel Regio Decreto del 1934, che nel tempo ha subito diversi maneggiamenti e aggiornamenti per ammodernare le regole ai tempi che cambiavano sempre più velocemente, sia per quanto riguarda il ruolo del farmaco nella sanità che del compito stesso delle diverse entità che via via sono andate costituendo il Sistema sanitario nazionale.

Cionondimeno, negli ultimi anni, sotto il peso delle pezze e dei tacconi via via sovrappostisi, la filiera del farmaco ha sollevato a gran voce la necessità di una riforma organica dell’intero impianto del quadro normativo del comparto.

L’intento è migliorare l’accesso ai farmaci, ottimizzare l’organizzazione dei servizi sanitari, rafforzare la rete delle farmacie sul territorio e rendere più efficace la programmazione della spesa

Finalmente il 18 settembre scorso il Consiglio di ministri ha dato il via all’iter che potrà portare a un nuovo corpus legislativo. Nello specifico, il Consiglio ha approvato il disegno di legge che delega il Governo a revisionare e attualizzare la normativa di riferimento. Cosa che avverrà con tempistiche che dovrebbero avere come data ultima per chiusura lavori dicembre 2026. Anche se questa tempistica non è affatto certa. Giacché questo provvedimento dovrà intraprendere l’iter parlamentare per essere soggetto a emendamenti e votazioni da parte dei due rami del Parlamento. Intanto però il primo passo, che gli addetti reputano fondamentale, è stato fatto. Come a dire che il dado è tratto.

Ma in cosa consiste questo disegno di legge delega, e quali novità porta con sé all’interno dell’ampio titolo “Riforma e il riordino della legislazione farmaceutica in materia di accesso al farmaco, monitoraggio e controllo della spesa farmaceutica, prestazione di servizi sanitari sul territorio da parte delle farmacie, rafforzamento della rete assistenziale farmaceutica”?

Gli obiettivi: più accesso e meno burocrazia

Al centro della riforma c’è un obiettivo preciso: migliorare l’accesso ai farmaci, ottimizzare l’organizzazione dei servizi sanitari, rafforzare la rete delle farmacie sul territorio e rendere più efficace la programmazione della spesa. Il Governo infatti è chiamato a semplificare norme spesso frammentate e incoerenti, eliminando quelle ormai superate e rivedendo il sistema sanzionatorio per renderlo più proporzionato.

Nodi da sciogliere

Tra i criteri specifici affidati alla delega spiccano la revisione della distribuzione dei medicinali «anche favorendo la produzione interna di principi attivi ed eccipienti, in particolare per i pazienti affetti da patologie rare, croniche o invalidanti, al fine di promuovere un accesso più equo, continuativo e personalizzato a tali medicinali, anche galenici», commentano gli esperti di Cattaneo Zanetto Pomposo & Co. Si ri-apre così il tema del reshoring farmaceutico, con tutte le valutazioni di opportunità e di tenuta economica che si porta dietro. A essere interessati dal nuovo testo di legge saranno quindi anche aziende farmaceutiche e di dispositivi medici giacché le previsioni riguardano anche “l’adeguamento o la revisione dei tetti della spesa farmaceutica, nonché la revisione dei meccanismi di payback”. Tutti temi caldi che da anni alimentano tensioni tra Regioni, aziende farmaceutiche e ministero della Salute. 

Una parte importante sarà dedicata anche agli aspetti che riguardano la digitalizzazione

Un capitolo importante riguarda poi la digitalizzazione: dall’implementazione dei sistemi informativi nazionali e regionali all’integrazione dei dati della Tessera sanitaria, fino al potenziamento del Fascicolo sanitario elettronico e del Dossier farmaceutico. Con l’obiettivo generale di monitorare in tempo reale prescrizioni, consumi e carenze, riducendo i tempi burocratici e semplificando i processi. La sfida in questo caso sarà riuscire a “favorire l’interoperabilità, attraverso l’Infrastruttura nazionale di interoperabilità (Ini) tra i sistemi di prescrizione e dispensazione dei farmaci, il Fse e l’Ecosistema dei sati sanitari per il Dossier farmaceutico”.

Farmacie come presidi di prossimità

Senza grande sorpresa, anche in ragione della presenza del sottosegretario Gemmato, la delega guarda anche al futuro delle farmacie territoriali, in linea con il PNRR. Le farmacie dovranno diventare veri e propri presidi sanitari di prossimità, integrati nella rete assistenziale: dalla televisita al telemonitoraggio, fino a nuovi servizi di prevenzione e educazione sanitaria. Insomma, una ratifica di quanto accade nella realtà delle cose già da anni, e in particolare dopo la pandemia. Un’attenzione specifica sarà data anche alle aree interne e rurali, dove la presenza delle farmacie è spesso l’unico punto di riferimento per i cittadini.

Le risorse e i vincoli

Per avviare questo riordino, la legge mette sul piatto 16,25 milioni di euro per il 2026, 20,25 milioni per il 2027 e 4 milioni annui a partire dal 2028. Le risorse arriveranno da fondi speciali già esistenti e in parte dall’accantonamento del ministero di Lungotevere Ripa. Tuttavia, si legge nel testo, la riforma non dovrà generare nuovi oneri per la finanza pubblica: le amministrazioni dovranno far fronte agli adempimenti con personale e strumenti già disponibili.

La sfida politica

Il riordino del settore farmaceutico rappresenta dunque una sfida strategica che richiederà equilibrio politico e tecnico. Non solo per rivedere norme stratificate negli anni, ma anche per dare risposte concrete a cittadini, professionisti e imprese. Una riforma che, se condotta fino in fondo, potrebbe segnare un passaggio decisivo verso un sistema più trasparente, moderno e vicino ai bisogni reali della popolazione.

Come specificato in una nota stampa del sottosegretario Gemmato, il lavoro sarà frutto di una sinergia tra i ministeri della Salute, dell’Economia e delle Finanze, delle Imprese e del Made in Italy, dell’Ambiente e della Giustizia, che saranno coinvolti anche nell’adozione dei decreti attuativi entro il 31 dicembre 2026. Non c’è che dire, oltre al periodo caldo per la definizione della Legge di Bilancio, tanti dicasteri vedranno arrivare sui propri tavoli un altro dossier molto impegnativo.

Il farmacista clinico, per sviluppare anche in Italia una figura professionale tra innovazione e multidisciplinarietà

Una figura di “raccordo attivo” tra clinico e paziente: è il farmacista clinico, professionista già molto presente ed attivo nei Paesi anglosassoni ma ancora poco diffusa nella Penisola. A questo professionista ancora poco presente e diffuso in Italia e nel SSN è dedicato il Corso nazionale Clinical Pharmacist. The Best Experience: Innovazione e multidisciplinarietà, evento di formazione in ambito scientifico e sanitario promosso e coordinato da Anna Marra (Direttore Dipartimento Farmaceutico Azienda Ospedaliero-Universitaria ed Azienda USL di Ferrara) tenuto presso l’Aula Magna dell’Università di Ferrara che ha richiamato esperti e professionisti da tutta Italia. L’ideatrice dell’evento ha sottolineato che «ormai da qualche anno nell’ambito del Dipartimento Farmaceutico delle Aziende Ferraresi stiamo proponendo la figura del farmacista clinico come parte integrante del team di cura. Ci è sembrato quindi appropriata e puntuale la possibilità di creare un momento di riflessione e confronto con realtà regionali e nazionali che hanno già implementato nei diversi contesti clinici la figura del farmacista clinico».

L’evento è decisamente ampio e multiprofessionale e non si rivolge esclusivamente ad un ruolo e ad una funzione sanitaria, perché, precisa Marra, «visto che parliamo di contesti clinici complessi e interdisciplinari, tutti i contributi della giornata sono stati pensati con relazioni a quattro mani con interventi farmacista-clinico o farmacista-infermiere, puntando al coinvolgimento di speakers di competenze ed esperienze riconosciute». 

Chi è il farmacista clinico?

Ma chi è dunque il farmacista clinico – figura innovativa che è parte dell’ambito complesso della farmacia ospedaliera – e quali sono i macro-temi che si vogliono affrontare nell’evento? «La farmacia clinica ha le sue origini agli inizi del XX secolo negli Stati Uniti – ha precisato Marra – ma questo settore ha iniziato ad acquisire maggiore rilevanza negli anni Sessanta, in particolar modo negli ospedali, dove i farmacisti iniziarono ad assumere un ruolo più attivo nella cura dei pazienti».

Anna Marra

Sviluppato soprattutto negli USA, in Inghilterra e Germania, il farmacista clinico è oggi quel professionista che con competenze e ruoli garantisce l’uso appropriato (efficace, sicuro ed economico) dei farmaci e che, in aggiunta al controllo quali-quantitativo, alla dispensazione ed all’allestimento dei farmaci, ha un maggiore coinvolgimento nell’assistenza del paziente, collaborando attivamente con il team di cura, medico ed infermieristico, a garanzia di maggiore sicurezza ed efficacia dei trattamenti farmacologici.

Il concetto di “cura farmaceutica”, così come riportato nelle Linee guida di buona pratica della Royal Pharmaceutical Society del Regno Unito è l’erogazione responsabile di una terapia farmacologica con l’obiettivo di ottenere risultati definiti che migliorino la qualità di vita del paziente. «La funzione del farmacista clinico – prosegue Marra – pertanto non si limita alla conoscenza del farmaco, alla sua produzione e logistica, ma comprende tutte quelle attività dedicate ai pazienti con lo scopo di ottenere il miglior risultato, sia individuale che sociale (salute pubblica), anche attraverso il monitoraggio ed appropriatezza d’uso. Ciò si traduce nei fatti in una migliore qualità dell’assistenza ed in un maggior profilo di sicurezza a favore dei pazienti». 

Avviare un nuovo percorso

Nonostante queste premesse positive, c’è da registrare che attualmente la farmacia clinica viene praticata soprattutto in molti contesti del mondo anglosassone: in Italia, nonostante ci siano esperienze significative (Torino, Bologna, Ferrara, Padova…), non è ancora riconosciuta in modo formale dalle istituzioni. Anna Marra precisa che proprio per questo «il convegno di Ferrara intende dare evidenza di come l’inserimento del farmacista clinico nel team di cura potrebbe risultare utile e positivo anche nel nostro Paese nell’assistenza personalizzata al paziente. Attraverso le esperienze delle diverse realtà regionali e nazionali che verranno presentate si potrà avviare un nuovo percorso virtuoso, e cogliere così come la figura del farmacista clinico, laddove integrata nel team di cura, possa essere una figura chiave nel garantire la migliore qualità dell’assistenza al paziente con uno sguardo al futuro in particolar modo in ambito di terapie avanzate e radiofarmaci».

Dentro al programma

L’evento – che ha ottenuto il patrocinio di SIFO e SIFACT – ha proposto tre sessioni plenarie: 1°, Il Farmacista Clinico, dalla stewardship antimicrobica ad esperienze di reparto; 2°, Il Farmacista Clinico e la Chirurgia; 3°, L’officina di produzione, con Mattia Algeri (Bambino Gesù), tra i massimi ricercatori in ambito di terapie innovative, per esporre lo stato di avanzamento in Italia delle sperimentazioni con CAR-T Cell. 

Alla tavola rotonda finale sono previsti esperti e professionisti da tutta Italia, tra cui Francesco Cattel (Direttore Generale Asl VCO-Piemonte), Carlo Piccinni (Direttore area Ricerche Fondazione RES, Roma), Maria Chiara Silvani, (Direttrice Farmacia ospedaliera, Ravenna e Presidente incoming SIFACT), Alessandra Stancari (Direttrice farmacia AOU  S. Orsola – Malpighi, Bologna).

Tematiche, speakers, approccio vasto e stimolante: l’evento parla di contenuti nazionali e globali «perché ambisce a diventare un appuntamento annuale, occasione unica per presentare esperienze virtuose sia regionali che nazionali e volano di idee e collaborazioni per promuovere tale figura in realtà italiane sempre più numerose. Al tempo stesso i contenuti e le idee che verranno condivise potranno essere di supporto per la proposizione a livello istituzionale, sia regionale che nazionale, del farmacista clinico al fine della formalizzazione di tale figura nel team di cura, come accade in altri contesti europei e mondiali», conclude Marra.

Disabilità e famiglie: i dati Paideia-Doxa fotografano il carico di cura, il ricorso al privato e la paura del futuro

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Un genitore su due di bambini con disabilità ha sperimentato discriminazioni sul lavoro; oltre 6 famiglie su 10 hanno pagato di tasca propria prestazioni sanitarie o riabilitative nell’ultimo anno, spesso per integrare o dare continuità a quanto offerto dal SSN; quasi 1 su 4 segnala che il figlio non frequenta mai amici fuori da scuola; il 39% ha rinunciato ad almeno una gita scolastica negli ultimi due anni (1 su 2 al Sud e Isole). Sono solo alcuni dei risultati della nuova indagine Paideia–Doxa sull’impatto della disabilità sul sistema familiare, che quest’anno è stata condotta su oltre mille famiglie (metà con figli con disabilità e metà senza) ed è stata presentata oggi, 19 settembre, durante il Festival annuale della Fondazione.

Cosa c’è di nuovo

Fabrizio Serra

Fondazione Paideia, un’organizzazione impegnata da oltre trent’anni al fianco di bambini e bambine con disabilità e delle loro famiglie, aveva già commissionato la ricerca due anni fa, nel 2023. «Serviva una cornice quantitativa stabile per capire se e dove stiamo cambiando», afferma Fabrizio Serra, segretario generale della Fondazione, commentando la scelta di ripetere l’indagine dopo un biennio. Il quadro non migliora in modo significativo, segnalando criticità strutturali: difficoltà di accesso ai servizi, mancanza di continuità degli interventi, carico di cura e isolamento sociale. «Sul piano metodologico – continua Serra -, si è lavorato per rendere i due panel più omogenei, così da misurare con maggiore affidabilità le differenze attribuibili alla presenza di un figlio con disabilità».

Sebbene si registri una sensibilità crescente sul tema e nel nostro Paese sia in corso una riforma della disabilità, che punta a un sistema di riconoscimento e supporto più centrato sulla persona, i passi in avanti sembrano ancora lontani. La legge, infatti, al momento è in fase di sperimentazione e non entrerà pienamente in vigore prima del 2027.

L’universalismo “a prestazioni”

L’indagine fotografa un uso molto più intensivo dei servizi sanitari da parte delle famiglie con figli con disabilità (il 45% accede a quelli pubblici con frequenza quotidiana o settimanale, contro il 18% del campione senza disabilità). Nonostante ciò, oltre 6 su 10 acquistano anche prestazioni private; tra chi paga, il 16% spende più di 2.000 euro l’anno (contro l’1% delle altre famiglie). Le motivazioni principali sono ridurre i tempi d’attesa, integrare quanto erogato dal SSN e aumentare il numero o la frequenza degli interventi.

Il SSN è un sistema che eroga un certo numero di prestazioni, slegate dal raggiungimento degli obiettivi

Serra sottolinea i limiti di un modello centrato sulla prestazione: «Il Servizio Sanitario Nazionale, con il suo approccio universalistico, tende a funzionare secondo una logica prestazionale piuttosto che orientata agli obiettivi. Questo significa che l’assistenza viene erogata in termini di un numero predefinito di prestazioni (ad esempio dieci sedute di logopedia), indipendentemente dal fatto che tali prestazioni permettano o meno di raggiungere un risultato concreto. Questo porta a percorsi interrotti o dilatati nel tempo, con rischio di perdita dei risultati raggiunti. Inoltre, la logica prestazionale riduce l’appropriatezza e la personalizzazione delle cure, trascurando anche il vissuto delle famiglie».

I caregiver

Chi vive con una persona con disabilità non deve essere dimenticato. Parliamo dei genitori, su cui ricade – soprattutto sulle donne – il peso dell’accudimento e si ritrovano a prendere decisioni spesso limitanti per la carriera, come la richiesta di un lavoro part-time o addirittura la rinuncia all’occupazione.

Ma parliamo anche dei siblings, i fratelli o le sorelle di chi ha una disabilità, che spesso “spariscono”: il 67% delle famiglie non ha mai partecipato a percorsi a loro dedicati. Spesso per mancanza di informazione o di offerta territoriale. Eppure, tra chi partecipa, l’86% li giudica utili. È un ambito che Paideia considera prioritario perché il benessere dei siblings è parte del benessere dell’intera famiglia.

La disabililità riguarda anche le famiglie: genitori, ma anche fratelli e sorelle che spesso vengono “dimenticati”

Tornando ai genitori, il 28% di chi ha un figlio con disabilità ha dichiarato di essere stato molto condizionato nelle scelte di carriera, con una significativa differenza di genere: è stato penalizzato il 36% delle madri contro il 17% dei padri. Uno su due riferisce poi esperienze di discriminazione sul lavoro (che anche in questo caso hanno interessato in maniera maggiore le madri [22%] rispetto ai padri [15%]). Quasi la metà ha ridotto l’orario.

Infine, tra chi non ha un’occupazione, il carico familiare è il motivo principale (38% in media, 42% tra le madri). Tutto questo si traduce in un rischio di impoverimento che non discende automaticamente dalla disabilità, ma da barriere organizzative e carenze di sostegno. «Spesso parliamo di persone fragili, senza accorgersi che la fragilità riguarda il sistema», commenta Serra.

Autonomia scolastica e tempo libero

I genitori riconoscono alla scuola un ruolo importante, ma quasi un terzo delle famiglie con figli con disabilità ritiene che l’istituzione aiuti “poco” o “per nulla” a sviluppare autonomia; le valutazioni su socializzazione e autonomia restano sistematicamente inferiori al campione di controllo. Il 39% ha dovuto rinunciare ad almeno una gita scolastica negli ultimi due anni (tra i motivi principali la mancanza di personale dedicato e di assistenza notturna); al Sud e Isole la quota sale al 50%.

Nel tempo libero, il 24% dei bambini con disabilità non frequenta mai amici fuori da scuola (nel campione senza disabilità sono il 3%) e anche gli inviti alle feste sono molto meno frequenti, soprattutto con l’aumentare dell’età.

«C’è poi il rischio di “terapizzazione” del tempo libero – afferma Serra -: sport, musica o attività ricreative diventano prestazionali. Non si va a nuotare, si fa idroterapia, non si va a cavallo, ma si fa riabilitazione equestre e così via, perdendo in questo modo il valore inclusivo e relazionale e limitandosi a misurare i cambiamenti, i miglioramenti».

La paura del futuro

Più di un rispondente su due in famiglie con un minore con disabilità si è detto “molto preoccupato” per il futuro dei figli (contro il 35% del gruppo di controllo): «L’indagine ha riportato che la preoccupazione rispetto al futuro non riguarda soltanto il tema economico o lavorativo, come in qualunque famiglia, ma riguarda spesso anche temi collegati alla salute, al mantenimento delle relazioni affettive, amicali e sentimentali».

La legge 112/2016 sul “Dopo di noi” prevede, tra le altre cose, la scrittura, per le persone con disabilità, di un progetto di vita che non riguardi solamente i bisogni assistenziali e sanitari, ma coinvolga la sfera dei desideri e delle aspettative. «In questi ultimi anni c’è un’attenzione crescente a questi aspetti – riconosce Serra -. Tuttavia, il progetto di vita per esempio non è un qualcosa di statico, bensì qualcosa che cambia e si trasforma nel tempo. E occorre tenere conto di queste evoluzioni».

Gli scenari

«Ci sono molte famiglie che vorrebbero essere accolte all’interno di un percorso tra quelli che proponiamo e rispetto al quale non riusciamo a dare risposta. Avere la lista d’attesa non è un’evidenza di successo», afferma Serra.

La disabilità, come gli altri aspetti che si collocano al confine tra sanitario e sociale, spesso si basa su iniziative virtuose di singoli enti, senza che ci sia una rete di aiuto e supporto che vada al di là degli aspetti strettamente medici. 

Una collaborazione tra pubblico e privato sociale potrebbe generare cambiamento

«Sarebbe interessante provare a ragionare su processi di collaborazione pubblico-privato rispetto anche agli interventi trasversali tra il sanitario, l’educativo, il ricreativo e lo sportivo – riflette il segretario generale di Paideia – . Purtroppo è difficile pensare a una compartecipazione al costo, perché laddove vengono riconosciuti e prescritti dei LEA, questi devono essere riconosciuti a tutti».
Che cosa succede però se questo non accade? «Se non si riesce a dare a tutti, si potrebbe ragionare con logiche diverse da quelle del profitto, favorendo un percorso di collaborazione tra pubblico e privato sociale, coinvolgendo numeri più contenuti sui quali provare a generare cambiamento. Allora il mondo delle Fondazioni potrebbe giocare un ruolo».

Da un punto di vista operativo, un’attività che funziona molto bene in questi ambiti è il peer support, il supporto tra pari. Gruppi di madri, di padri o di fratelli e sorelle che si confrontano e si raccontano. «Ancora una volta la necessità è quella di considerare non soltanto la disabilità e quindi il deficit, ciò che è ritenuto non funzionante. Altrimenti la chiave di lettura resta di tipo riparativo. Occorre andare oltre questa visione e abbandonare i comportamenti compensatori». Sul come farlo, la discussione resta aperta.

Testo Unico della legislazione farmaceutica: il CdM approva il disegno di legge-delega

Il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri sera lo schema di disegno di legge-delega che affida al Governo il compito di innovare e riordinare l’intero quadro della legislazione farmaceutica italiana in un Testo Unico. L’obiettivo è superare la frammentazione odierna.

Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha dichiarato: «Si tratta di un passaggio importante in un’ottica di riordino e semplificazione, con l’obiettivo di arrivare a un provvedimento nell’unico interesse dei cittadini e del Servizio Sanitario Nazionale pubblico».

Tra i punti chiave: la revisione della distribuzione dei medicinali, il rafforzamento delle farmacie territoriali e l’integrazione delle banche dati sanitarie

Il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, promotore dell’iniziativa, ha aggiunto: «Vogliamo rendere il farmaco sempre più accessibile e garantire un presidio di prossimità ai cittadini. Lo avevamo annunciato a maggio, condiviso con gli stakeholder in un incontro pubblico a fine luglio e oggi l’iter del Testo Unico prende ufficialmente avvio. Siamo convinti che questa linearità, frutto di una visione chiara e precisa, guiderà anche il confronto parlamentare e il dialogo con Regioni e parti interessate».

Il provvedimento prevede, tra i punti chiave, la revisione della distribuzione dei medicinali, il rafforzamento delle farmacie territoriali come presidi sanitari di prossimità e l’integrazione delle banche dati sanitarie (Sistema Tessera Sanitaria, Fascicolo Sanitario Elettronico, Infrastruttura Nazionale per l’Interoperabilità, Ecosistema Dati Sanitari per il Dossier Farmaceutico) per garantire informazioni in tempo reale su prescrizioni, dispensazioni, prezzi, consumi e stock dei farmaci.

Il Testo Unico è frutto del lavoro congiunto di cinque ministeri – Salute, Economia e Finanze, Imprese e Made in Italy, Ambiente e Giustizia – che saranno coinvolti anche nell’adozione dei decreti attuativi entro il 31 dicembre 2026.

Farmindustria: «Passaggio fondamentale perché l’Italia rimanga leader»

«Accogliamo con favore il Testo Unico sulla Farmaceutica, che mantiene rapidamente l’impegno del Governo di realizzare una cornice normativa più chiara e al passo con i tempi, in grado di semplificare le regole e offrire maggiore certezza a chi investe in Italia. Si tratta di un passaggio fondamentale che valorizza il ruolo strategico dell’industria farmaceutica per la salute dei cittadini, per la crescita economica e per l’attrattività e sicurezza della Nazione». Lo afferma Marcello Cattani, Presidente di Farmindustria, commentando il via libera oggi in Consiglio dei Ministri al Ddl di delega al Governo per la riforma e il riordino della legislazione farmaceutica.

Si tratta di un passaggio fondamentale che valorizza il ruolo strategico dell’industria farmaceutica

«Con questo provvedimento prosegue una fase nuova e positiva di riforma– continua Cattani – che ci aiuterà a difendere la nostra posizione di leader in Europa nelle Life Sciences. In un contesto globale molto complesso e delicato, l’Italia crea le premesse per consolidare un percorso favorevole per investimenti e innovazione. E’ un segnale di attenzione importante che dimostra una visione chiara del Governo, rafforza la collaborazione tra istituzioni e industria, nell’interesse comune di garantire cure sempre più efficaci e accessibili ai cittadini italiani. Il passo successivo sarà la legge di Bilancio, che, siamo fiduciosi, confermerà questo positivo orientamento con ulteriori azioni concrete».

Egualia: «Bene il via libera alla Delega per il Testo Unico di settore»

«Apprezziamo la proposta del Governo di riforma e riordino della legislazione farmaceutica: è un passo atteso e necessario per superare frammentazioni e accelerare l’accesso alle cure. Per l’industria dei farmaci equivalenti, biosimilari e fuori brevetto è l’occasione per un confronto rapido e proficuo: l’attuale quadro non risponde più alla crisi di sostenibilità del comparto e va aggiornato con criteri chiari e coerenti – commenta Stefano Collatina, presidente di Egualia -. Il dialogo avviato dal Ministero della Salute è giunto ad un primo traguardo, che impegna tutto il settore verso una riflessione negli interessi del nostro SSN».  

Un passo atteso e necessario per superare frammentazioni e accelerare l’accesso alle cure

Bene anche la revisione di tetti e payback: «Chiediamo che salvaguardi i farmaci essenziali e favorisca l’impianto manifatturiero presente sul territorio italiano, rafforzando la resilienza delle filiere. Garantire la sostenibilità delle imprese significa proteggere il SSN e l’accesso dei pazienti alle terapie. Noi crediamo nel confronto e in un dialogo costruttivo con le istituzioni: di fronte a questa sfida saremo come sempre pronti a collaborare per il bene del Paese».

AIFA: «La legge delega sula legislazione farmaceutica occasione migliorare accesso ed equità delle cure»

«La legge delega per la riforma e il riordino della legislazione farmaceutica approvata dal Governo rappresenta l’opportunità di fare il tagliando all’attuale sistema di governance della spesa. Un insieme di norme e disposizioni che, a partire dai meccanismi di contrattazione dei prezzi fino al payback, ha bisogno di essere al passo con i tempi per affrontare la doppia sfida del contenimento di una spesa che ha sforato di 4 miliardi il tetto del 2024, garantendo al contempo un ampio e tempestivo accesso all’innovazione terapeutica, che salva le vite e riduce i costi delle altre voci assistenziali – ha affermato il Presidente di AIFA, Robert Nisticò -. Verso un più equo e uniforme accesso ai medicinali va anche il rafforzamento delle farmacie territoriali e la revisione del sistema di distribuzione dei medicinali, che possono consentire di garantire una più efficace copertura nelle aree più remote del Paese.

Un passaggio che va verso una maggiore equità

Così come non può che essere accolta con favore la revisione della disciplina sulla produzione interna di principi attivi ed eccipienti, con il fine di promuovere l’accesso equo, continuativo e personalizzato alle cure per malati cronici o affetti da malattie rare. Un contributo importante a fronteggiare la carenza di farmaci potrà venire invece dall’integrazione dei dati su prestazioni, dispensazione, consumi e stock farmaceutici contenuti nel Sistema tessera sanitaria».

«Come AIFA – conclude Nisticò – siamo pronti a dare il nostro contributo in termini di conoscenze, dati e informazioni per coadiuvare al meglio le altre istituzioni preposte a dare attuazione ai principi fissati dalla legge delega, con l’obiettivo primario di offrire ai cittadini un’assistenza farmaceutica che sia di sempre più facile accesso e al passo con l’innovazione».

FNOPI: «Bene testo unico per equo e tempestivo accesso a farmaci e servizi di prossimità»

La Federazione Nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche accoglie con favore l’approvazione in Consiglio dei ministri del disegno di legge-delega al Governo per la riforma e il riordino della legislazione farmaceutica.

Bisognerà porre attenzione sull’implementazione dell’interoperabilità tra sistemi di prescrizione e di dispensazione

Gli infermieri, garanti nella relazione territoriale, in particolare con cronici e disabili, apprezzano lo sforzo di semplificare la normativa vigente, nell’ottica di un accesso al farmaco più equo e tempestivo, inserito in un contesto di monitoraggio e controllo della spesa più efficiente e soprattutto di un rafforzamento del ruolo di tutti i presidi e i servizi sanitari di prossimità.

L’iniziativa risponde alle esigenze di salute dei cittadini, all’evoluzione tecnologica e alle sfide imposte da un contesto sanitario e socio-economico in continua trasformazione. Particolare attenzione, per la FNOPI, andrà posta all’implementazione dell’interoperabilità tra i sistemi di prescrizione e dispensazione, mediante il Fascicolo Sanitario Elettronico, prevedendo una stretta collaborazione tra le amministrazioni locali e gli Ordini professionali, tenendo ben presente il ruolo chiave che gli infermieri, e gli infermieri specialisti in primis, potranno agire in questo contesto di cambiamento.

SIF: «Pronti a collaborare verso l’innovazione»

Apprezzamento anche dalla Società Italiana di Farmacologia (SIF): «È fondamentale avere una semplificazione normativa, anche per rafforzare l’accessibilità e l’appropriatezza dei farmaci. Il diavolo, però, è nei dettagli, e quindi non si può sbagliare – ha dichiarato il presidente della SIF, Armando Genazzani -. La Società Italiana di Farmacologia è quindi a disposizione per collaborare con le istituzioni e gli stakeholder coinvolti, in qualunque Tavolo tecnico in cui possa rendersi utile per l’implementazione del Testo Unico».

Carenze farmaci, Egualia: «Dopo il monito della Corte dei Conti UE, fare presto»

«La sequenza di criticità che dà vita e accentua il problema delle carenze di medicinali è ben chiaro ai vertici europei, che hanno prodotto finora risposte timide e insufficienti e un Critical Medicines Act che stanzia risorse minimali per affrontare le debolezze di un mercato unico troppo frammentato», Stefano Collatina, presidente di Egualia, commenta così l’alert lanciato dalla Corte dei Conti UE (Relazione speciale 189/ 2025) sulle Carenze critiche di medicinali.

Nella Relazione si legge che «attualmente non esiste un quadro efficace per affrontare le carenze critiche di medicinali» e che «le misure volte ad affrontare le cause di tali carenze sono ancora in una fase iniziale» per questo la Corte »raccomanda alla Commissione di migliorare il sistema per affrontare le carenze critiche, avviare un’azione coordinata per affrontare le cause profonde delle carenze e migliorare il funzionamento del mercato unico dei medicinali».

«Sono osservazioni più che condivisibili a cui si aggiunge la necessità che i singoli Governi e in particolare il nostro si attivino per offrire l’indispensabile supporto alla filiera produttiva con investimenti straordinari adeguati – conclude Collatina -. È rimasto ormai è poco tempo per evitare le conseguenze di una crisi di sostenibilità senza precedenti che, se non contrastata, si tradurrà nel definitivo ritiro dal mercato di medicinali di uso ampio e consolidato, specie per i pazienti cronici».