In Italia la salute mentale continua a essere sottofinanziata. A fronte di una domanda in crescita, solo il 3% del Fondo Sanitario Nazionale è destinato a questo ambito, pari a 69,8 euro pro capite, contro i 510 della Francia, i 499 della Germania e i 344 del Regno Unito.
Secondo l’Osservatorio Salutequità, nel 2023 i servizi hanno preso in carico 854mila utenti (+10% sul 2022), soprattutto adolescenti con disturbi psichiatrici, ideazione suicidaria e autolesionismo. Eppure le strutture territoriali per l’assistenza psichiatrica si sono ridotte rispetto al 2020, così come le dotazioni di personale: oggi ci sono 60 operatori ogni 100mila abitanti, il 25% in meno rispetto allo standard definito da Agenas (83), con forti squilibri regionali (oltre 100 operatori in Trentino, meno di 30 in Basilicata).
Sul fronte delle prestazioni, persistono ampie differenze territoriali: si va da 33 prestazioni per utente in Friuli-Venezia Giulia a meno di 9 in Molise, Campania e Sicilia (media nazionale 13,6).
Il rischio se non si cambia passo è che nei fatti si continuerà a lasciare sole le famiglie con tutto quello che ciò comporta, a partire dalla loro perdita di fiducia nel Servizio Sanitario Nazionale
La salute del cervello è anch’essa una priorità crescente, con 7 milioni di persone colpite da emicrania, 12 milioni da disturbi del sonno, 1,2 milioni da demenza (di cui 720mila Alzheimer), 800mila con esiti di ictus e 400mila con Parkinson.
Il PNRR e la riforma territoriale avanzano lentamente e rimangono i divari territoriali
La riforma territoriale del DM 77/22 prevede che nelle Case della comunità i servizi di salute mentale, dipendenze patologiche e neuropsichiatria infantile non siano obbligatori ma raccomandati, lasciando quindi la valutazione e la scelta alle singole Regioni. Secondo Agenas, a giugno 2025, solo 293 delle 660 Case della Comunità (CdC) attive hanno un servizio per la salute mentale, 117 per le dipendenze patologiche e 188 per la neuropsichiatria infantile e adolescenziale.
Aceti: indispensabile un cambio di passo per non abbandonare le famiglie e i pazienti
“Se da una parte la salute mentale e del cervello è sempre più una priorità per la popolazione, dall’altra risulta troppo residuale nelle politiche sanitarie pubbliche – queste le dichiarazioni di Tonino Aceti Presidente di Salutequità. Anche la bozza di “Piano di Azione Nazionale sulla Salute Mentale 2025-2030” trasmesso alle Regioni non ha alcun tipo di stanziamento di risorse specificatamente dedicate alla sua attuazione, oltre a non contenere alcun tipo di cronoprogramma con tempistiche precise relative al raggiungimento degli obiettivi – ha continuato Aceti -. Anche per quanto riguarda la definizione degli standard nazionali di servizio c’è molto lavoro da fare, come pure sul rafforzamento del personale sanitario, senza dimenticare che all’interno del sistema di verifica e controllo dell’assistenza nei confronti delle Regioni, e cioè il Nuovo Sistema di Garanzia dei LEA ad oggi possiamo contare solo su un solo indicatore “core” sulla salute mentale. È evidente che questo tipo di fragilità merita ben più attenzione da parte delle Istituzioni sanitarie. Il rischio se non si cambia passo è che nei fatti si continuerà a lasciare sole le famiglie con tutto quello che ciò comporta, a partire dalla loro perdita di fiducia nel Servizio Sanitario Nazionale”.
In un contesto sanitario caratterizzato da un crescente bisogno di efficienza, appropriatezza e sostenibilità, l’efficacia e il profilo di sicurezza delle tecnologie utilizzate per la cura dei pazienti rappresenta una pietra miliare nel miglioramento della qualità delle prestazioni mediche, così come nella riduzione dei costi associati al percorso di presa in carico.
Tra queste innovazioni, i dispositivi che applicano una pressione negativa controllata (-125mmHg) per la gestione delle incisioni chirurgiche (come il sistema Prevena™ Incision Management System), si sono dimostrati efficaci nel ridurre le complicanze post-operatorie e nel favorire migliori esiti clinici, contribuendo a una gestione ottimale delle incisioni stesse garantendo sicurezza e soddisfazione del paziente nonché il successo dell’intervento [Cooper et al., 2023; Newman et al., 2019].
Le complicazioni del sito chirurgico possono impattare significativamente sui tempi di guarigione, sulla qualità di vita del paziente e sui costi sanitari complessivi, andando a rendere più complesso il percorso di gestione non solo per le strutture sanitarie, ma anche per pazienti e caregiver. Nei casi più gravi, le infezioni post-operatorie possono determinare un aumento delle giornate di degenza ospedaliera, la necessità di terapie antibiotiche prolungate e/o intensive, generando altresì alterazioni permanenti delle capacità funzionali della zona interessata [Howell et al, 2011; Cooper et al., 2023].
La protesi inversa di spalla rappresenta una procedura chirurgica avanzata utilizzata per trattare condizioni gravi e patologie debilitanti
In un contesto di questo tipo, è comprensibile come alcuni elementi di rischio divengono ancor più impattanti e negativi in procedure chirurgiche che presentano, per natura, una elevata complessità, come la protesi inversa di spalla, intervento nel quale, la gestione appropriata e ottimale della ferita chirurgica riveste un ruolo strategico.
Nello specifico, la protesi inversa di spalla rappresenta una procedura chirurgica avanzata utilizzata per trattare condizioni gravi e patologie debilitanti della spalla come l’artrosi, le lesioni irreparabili della cuffia dei rotatori o altre patologie che compromettono la funzionalità della spalla. A differenza della protesi anatomica tradizionale, essa prevede un’innovativa inversione della geometria dell’articolazione permettendo così al deltoide, di assumere un ruolo centrale nel movimento dell’articolazione, compensando l’inadeguatezza della cuffia dei rotatori.
La Negative Pressure Wound Therapy (NPWT) rappresenta una tecnologia innovativa rispetto alle medicazioni tradizionali
A livello prettamente epidemiologico, in base al rapporto annuale sull’attività di ricovero ospedaliero (dati SDO 2022), in Italia gli interventi per acuti in regime ordinario su spalla, gomito o avambraccio senza complicanze sono stati 43.618 nell’anno 2022 [Report SDO 2022 Min Sal]. Focalizzandosi nello specifico sulla popolazione con intervento di artroprotesi di spalla, il Registro Italiano Artroprotesi, nel suo ultimo report annuale riferito a dati dell’anno 2023, ma pubblicato a conclusione del 2024 (29 Ottobre 2024), identifica come il numero di interventi elettivi di sostituzione totale della spalla è stato pari a 6.350, di cui 3.686 con protesi inversa (pari a un impatto percentuale dell’intervento dell’86%) [Registro Italiano Artroprotesi – RIAP, 2024].
Parametro
Valore
Fonte
Prevalenza artrosi/artrite
16,4% della popolazione generale; 68,2% donne over 75
ISTAT, Registro Italiano Artroprotesi
Prevalenza lesioni cuffia
Alta nei >60 anni, causa comune di disfunzione spalla
RIAP, studi epidemiologici
Incidenza protesi totali spalla
6.350 interventi (2023)
RIAP, Report 2024
Protesi inversa
3.686 interventi (58% delle protesi spalla totali)
Poiché l’intervento, come prima anticipato, presenta intrinsecamente un rischio elevato di complicanze post-operatorie, la scelta della medicazione da utilizzare sulla ferita chirurgica riveste un’importanza strategica. A oggi, esistono in commercio diverse tipologie di medicazioni “standard” che, all’interno dell’analisi qui presentata, si annoverano nelle medicazioni antimicrobiche impregnate con ioni di argento. Nello specifico tali dispositivi sono medicazioni sterili multistrato, con attività antimicrobica, composte da tre elementi principali, ovvero, un tampone interno in tessuto non tessuto, il quale agisce a diretto contatto con la ferita, contenente materiale soffice e assorbente che gelifica a contatto con i fluidi, nonché ioni d’argento. Questo tampone si adatta alla superficie della ferita, assorbe verticalmente l’essudato e lo trasforma in gel, contribuendo al controllo dell’umidità e alla barriera antimicrobica. Gli ulteriori strati assicurano la protezione meccanica e la tenuta all’umidità esterna.
Nel corso del tempo, però, si sono affermate nuove soluzioni tecnologiche, che si sono rivelate efficaci e appropriate per poter fornire un supporto fattivo in interventi ad alto rischio, quali quelli citati e presi in considerazione nel presente contributo. All’interno di tali tecnologie possiamo annoverare la pressione negativa (anzi detta Negative Pressure Wound Therapy, NPWT), tra le quali il sopra citato sistema Prevena™ Incision Management System. Si tratta, nello specifico, di un sistema, che mediante l’applicazione di pressione subatmosferica controllata sulla ferita chirurgica, assolve all’obiettivo di favorirne la guarigione, ridurre l’edema, drenare i liquidi in eccesso e limitare la crescita batterica, grazie alla presenza di uno strato contenente lo 0,019% di argento ionico. Il dispositivo utilizza un inserto in schiuma di 2,5 cm che, sotto una pressione negativa di 125 mmHg, garantisce un contatto uniforme con tutta l’area dell’incisione. Questo consente di eliminare eventuali spazi vuoti, ridurre la tensione laterale e mantenere i margini della ferita ben coaptati. Il meccanismo d’azione complessivo promuove un ambiente ideale per la rigenerazione tissutale attraverso una maggiore perfusione sanguigna, mediante stimolazione del flusso, nonché grazie all’aumento della saturazione di ossigeno e angiogenesi.
L’interesse verso questa tecnologia nasce dalla forte esigenza di ottimizzare il percorso chirurgico ortopedico in caso di intervento di protesi inversa di spalla, andando a migliorare gli esiti clinici, il profilo di sicurezza e rischio, nonché l’assorbimento di risorse, all’interno di uno specifico contesto operatorio legato all’Ortopedia dell’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma, riflettendo un’esigenza crescente e una attenzione verso sicurezza, qualità delle cure e implementazione di soluzioni tecnologiche avanzate nell’ambito chirurgico.
L’obiettivo dell’indagine proposta è quindi quello di valutare, in un’ottica multidimensionale, l’impatto del dispositivo medico portatile per la terapia a pressione negativa continua preimpostato a -125mmHg (Prevena™ Incision Management System, nel seguito tecnologia innovativa), introducendolo nella pratica clinica, generalmente rappresentata da uno Standard of Care (SoC), quale la medicazione sterile tradizionale. L’obiettivo nasce dall’esigenza di rispondere a una specifica policy question a livello aziendale e di pratica clinica, che si specifica nel seguito: “L’adozione della tecnologia innovativa rispetto alle medicazioni tradizionali, può rappresentare una opzione efficace ed efficiente per un’azienda sanitaria, sotto il profilo clinico ed economico nella gestione delle incisioni post-intervento di protesi inversa di spalla?”
Metodi
Per rispondere alla policy question e dunque raggiungere l’obiettivo finale posto in essere, è stata condotta una valutazione di Health Technology Assessment (HTA), assumendo il punto di vista dell’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma e considerando un orizzonte temporale di 12 mesi.
La valutazione è stata condotta attraverso la disamina delle dimensioni derivanti dai modelli maggiormente utilizzati in sede di assessment di tecnologia sanitaria, rappresentati dal Core Model di EUnetHTA [EUnetHTA, 2016] e dall’AdHopHTA [Sampietro-Colom et al., 2015].
Differenti fonti di dati sono state utilizzate per l’assessment:
evidenze derivanti dalla letteratura, per il reperimento delle informazioni evidence-based di sicurezza e di efficacia;
dati di real-life derivanti dalla struttura coinvolta, per la definizione dei potenziali benefici economici e organizzativi della tecnologia innovativa rispetto alla SoC;
percezioni dei professionisti sanitari, mediante strutturazione e somministrazione di questionari qualitativi per le diverse dimensioni di HTA, così da comprendere e meglio apprezzare i potenziali vantaggi della tecnologia innovativa generabili all’interno della reale pratica clinica.
In prima istanza, è stata condotta un’analisi narrativa della letteratura, adottando il seguente PICO.
P: la popolazione individuata per l’analisi è rappresentata da pazienti adulti >18aa con ferita chirurgica delle dimensioni di 14-20 cm, derivanti da interventi ortopedici in elezione per primo impianto di protesi di spalla.
I: la tecnologia innovativa considerata per l’analisi è uno dispositivo medico portatile per la terapia a pressione negativa continua (NPWT) preimpostato a -125mmHg.
C: il comparatore preso in esame in questa valutazione è rappresentato dalle medicazioni tradizionali con garza sterile per le ferite chirurgiche.
O: gli outcome identificati sono lo sviluppo di sieromi, ematomi e infezioni del sito chirurgico che possono presentarsi a breve termine (90gg) e i giorni di degenza (LoS – Length of stay). L’outcome primario prescelto per la conduzione della valutazione è rappresentato dallo sviluppo di infezioni del sito chirurgico identificato come Surgical Site Infection (SSI).
La ricerca è stata svolta utilizzando il database PubMed e ha incluso revisioni sistematiche e studi randomizzati controllati (RCT) pertinenti rispetto all’oggetto di indagine. I risultati della revisione sono stati integrati con dati di real-world evidence (RWE) raccolti presso l’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma, rendendo l’analisi più coerente al contesto clinico di riferimento. Le informazioni economiche sono state ottenute considerando i costi diretti e indiretti rilevati presso la Struttura di Ortopedia. Gli aspetti organizzativi sono stati approfonditi grazie al coinvolgimento dei professionisti dell’Unità Operativa, esperti nei processi sanitari dell’Unità Operativa di Ortopedia.
In particolare, per garantire un’analisi accurata e multidisciplinare, è stato coinvolto un team di 7 professionisti sanitari dell’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli di Roma nella compilazione dei questionari qualitativi di percezione. Nello specifico, il gruppo è composto da 4 chirurghi ortopedici, 2 infermieri esperti nella gestione delle ferite chirurgiche (wound management) e 1 fisioterapista specializzato in riabilitazione ortopedica. Questa composizione ha consentito di ottenere una prospettiva completa e dettagliata sull’intervento analizzato. I valutatori hanno espresso il loro giudizio su ciascuna delle domande utilizzando una scala di valutazione a sette punti (da -3 a +3), così da comparare le due medicazioni oggetto di indagine.
Risultati
Un focus sui domini di natura clinica: gli indicatori di efficacia e sicurezza
Dall’analisi della letteratura, non sono emerse evidenze direttamente riferibili a pazienti sottoposti a protesi inversa di spalla, motivo per cui sono stati inclusi anche studi relativi a pazienti sottoposti ad artroplastica d’anca o ginocchio trattati con la tecnologia innovativa.
Per tale motivo, per gli indicatori clinici di efficacia e sicurezza, si è deciso di fare riferimento ai dati di RWE dell’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli. Si sottolinea che questi dati RWE provengono da un database di un’analisi retrospettiva condotta per fotografare l’esperienza clinica intercorsa. Il gruppo di ricerca ha stabilito di poter confrontare tali dati di RWE con i risultati e le considerazioni derivanti dalle evidenze validate ed estrapolate dalla letteratura per la conduzione di questa valutazione multidimensionale.
Da un punto di vista di efficacia [Cooper et al., 2023], il parametro scelto per la valutazione è l’incidenza di SSI (Surgical Site Infections), che rappresenta un indicatore diretto e misurabile dell’efficacia della tecnologia innovativa rispetto al comparator. Sulla scorta dei dati di letteratura [Gillespie et al., 2015; Karlakki et al., 2016], l’occorrenza di infezione si aggira intorno al 5% nel caso di utilizzo di NPWT e al 14% in caso di utilizzo di medicazioni tradizionali, dimostrando come la tecnologia innovativa abbia un profilo di efficacia significativamente superiore rispetto al comparator. La medesima superiorità è stata raggiunta anche considerando le informazioni di RWE: in questo caso, l’occorrenza di SSI in caso di utilizzo della medicazione tradizionale risulta essere pari al 2%, dato che si azzera completamente in caso di utilizzo di NPWT, andando a dimostrare un ottimo profilo di approccio a un intervento ad alta complessità.
Focalizzando l’attenzione sul profilo di sicurezza, la Tabella 2 riporta il tasso di occorrenza di ematoma e sieroma, eventi avversi di particolare rilievo e dalla gestione complessa, reperiti da dati di RWE.
Tipo di complicazione
Medicazione standard (n=40)
NPWT n=40)
Ematoma (n, %)
2(5%)
0(0%)
Sieroma (n, %)
2(5%)
0(0%)
Tabella 2. Complicazioni post-operatorie: confronto tra gruppi (n=40 per gruppo)
I tassi di incidenza di sieromi ed ematomi sono pari al 5% nel gruppo con medicazione standard mentre sono pari allo 0% nel gruppo che utilizza il dispositivo innovativo. Appare chiaro come vi sia un significativo vantaggio in caso di utilizzo di NPWT, con una significativa performance nella riduzione del tasso di complicanze delle ferite, in confronto alle medicazioni standard. Tale risultato, genera, a cascata, una serie di benefici anche in ambito di gestione del processo di cura e dunque sotto il profilo economico-organizzativo, elemento correlato alla gestione dei fattori di sicurezza per il paziente.
Un focus sui domini di natura non clinica: l’impatto economico e organizzativo
Per analizzare in modo esaustivo l’impatto economico e organizzativo legato all’adozione della tecnologia innovativa, è stato dapprima mappato il percorso clinico-assistenziale seguito dal paziente sottoposto a intervento di protesi inversa di spalla.
Il flusso di processo (Figura 1) descrive tutte le fasi operative, partendo dalla valutazione dell’idoneità del paziente fino al completamento del follow-up post-operatorio. Indipendentemente dal trattamento ricevuto, quindi sia in caso di utilizzo di NPWT, nel percorso innovativo, sia nello SOC, il decorso post-operatorio include visite di controllo per il paziente a 7, 15, 30, 60 e 90 giorni, con gestione dedicata delle eventuali complicanze.
Figura 1. Flusso di processo
A partire da questa mappatura è stato calcolato il costo medio per paziente trattato con medicazione standard rispetto a NPWT. L’analisi economica ha avuto inizio con la valutazione dei costi sostenuti per singolo paziente, suddivisi in sei categorie principali risorse umane, apparecchiature e attrezzature, materiali di consumo (inclusi farmaci e dispositivi), eventi avversi, altri costi e costi generali. Questo approccio ha permesso di individuare puntualmente le voci di spesa più rilevanti e di confrontare l’impatto tra il percorso tradizionale e quello innovativo.
Come mostra la Tabella 3, il costo sostenuto per la gestione di un paziente trattato con medicazione standard risulta essere pari a 12.228,16 euro versus 6.891,88 euro di risorse economiche assorbite in caso di utilizzo di NPWT, generando un vantaggio economico per singolo caso trattato, pari al 44% circa.
La differenza è principalmente attribuibile alla drastica diminuzione degli eventi avversi, che ha comportato una riduzione nei costi legati alla gestione delle complicanze post-operatorie, al minore utilizzo di farmaci aggiuntivi e a un impiego più contenuto di risorse assistenziali.
Costi
Medicazione standard
Medicazione innovativa
Risorse umane
1.192,55 €
1.027,31 €
Apparecchiature ed attrezzature
479,96 €
479,96 €
Materiali di consumo, farmaci, dispositivi
2.225,96 €
2.510,96 €
Eventi Avversi
4.400,00 €
0
Altri costi
2.625,00 €
1.725,00 €
Costi generali
1.304,69 €
1.148,65 €
Costo totale a processo
12.228,16 €
6.891,88 €
Tabella 3. Valorizzazione economico dei percorsi (medicazione standard versus medicazione innovativa)
A partire da questa valutazione, è stata poi condotta un’analisi di impatto sul budget (Budget Impact Analysis – BIA), prendendo in considerazione la popolazione target di pazienti trattati, su base annua, presso l’Ospedale San Pietro Fatebenefratelli (N=118). Nello specifico, la BIA è stata sviluppata comparando uno scenario basale (in cui tutta la popolazione viene gestita con medicazione standard) e più scenari innovativi, che si differenziano sulla base del tasso di utilizzo della tecnologia innovativa.
Da questo punto di vista, la Tabella 4 mostra come un aumento nell’utilizzo della tecnologia innovativa sia correlato a una riduzione significativa dei costi complessivamente sostenuti, con risparmi variabili da un minimo del 9% a un massimo del 44% rispetto allo scenario basale, dimostrando la sostenibilità economica di NPWT. Questo conferma come l’adozione progressiva del sistema innovativo, pur comportando un aumento iniziale nei materiali di consumo (+5%), consenta un bilancio economico fortemente favorevole grazie alla diminuzione degli eventi avversi e alla riduzione dell’onere ospedaliero associato alla degenza. Infatti, in caso di utilizzo di NPWT si evidenzia una riduzione dell’82% dei costi giornalieri legati al ricovero, grazie alla minore incidenza di complicanze e alla più rapida ripresa clinica dei pazienti.
Costi totali per Scenario
Differenza in Euro dello Scenario Innovativo rispetto allo Scenario Basale
Differenza % dello Scenario Innovativo rispetto allo Scenario Basale
Scenario basale (100% dei pazienti trattati con medicazione tradizionale)
1.442.923,35 €
–
–
Scenario innovativo 1 (80% dei pazienti trattati con medicazione tradizionale e 20% dei pazienti trattati con medicazione innovativa)
1.316.986,96 €
-125.936,39 €
-9%
Scenario innovativo 2 (50% dei pazienti trattati con medicazione tradizionale e 50% dei pazienti trattati con medicazione innovativa)
1.128.082,36 €
-314.840,99 €
-22%
Scenario innovativo 3 (20% dei pazienti trattati con medicazione tradizionale e 80% dei pazienti trattati con medicazione innovativa)
939.177,76 €
-503.745,59 €
-35%
Scenario innovativo 4 (100% dei pazienti trattati con medicazione innovativa)
È fondamentale sottolineare come l’introduzione di una tecnologia innovativa non può e non deve essere valutata esclusivamente attraverso la lente dei costi. L’efficienza economica è certamente un parametro rilevante, ma non può prescindere da un’attenta analisi dell’impatto organizzativo che una nuova soluzione tecnologica è in grado di generare all’interno della struttura sanitaria che decide di implementare una nuova tecnologia.
In questo contesto, l’NPWT non solo ha mostrato potenziali vantaggi in termini di riduzione degli eventi avversi e dei costi associati, ma ha anche evidenziato un concreto beneficio in termini di ottimizzazione delle risorse assistenziali. La riduzione del minutaggio medio infermieristico per paziente da 19 a 15 minuti rappresenta un segnale tangibile di come l’adozione di questa tecnologia possa tradursi in un alleggerimento del carico operativo del personale, migliorando la gestione del tempo, la qualità dell’assistenza e, più in generale, l’organizzazione dei percorsi di cura. Inoltre, l’adozione routinaria di NPWT consentirebbe di liberare circa 142 giornate di degenza su base annua, che potrebbero essere destinate alla presa in carico di un numero maggiore di pazienti, incrementando, così, l’accessibilità alle cure della struttura sanitaria stessa.
Un focus sulle percezioni dei professionisti
La Tabella 5 sintetizza le percezioni dei professionisti coinvolti in riferimento ai potenziali vantaggi percepiti, dalla componente organizzativa, circa l’utilizzo della tecnologia innovativa rispetto alla medicazione standard.
Dimensione
Medicazione standard
Medicazione innovativa – NPWT
Note
Sicurezza
0,15
1,19
La tecnologia innovativa risulta più sicura delle medicazioni standard nella gestione post-operatoria di protesi, riducendo complicanze come sieromi ed ematomi e migliorando la sicurezza per il personale. Pur essendo leggermente meno tollerata per l’ingombro, è percepito come meno invasivo e potenzialmente utile per la riabilitazione, con un moderato impatto ambientale negativo.
Efficacia
0,04
1,96
La tecnologia innovativa si dimostra più efficace delle medicazioni standard, riducendo le infezioni chirurgiche e i tassi di revisione protesica, migliorando il recupero e la qualità della vita dei pazienti, con benefici anche nella gestione delle risorse sanitarie.
Equità
0,22
0,70
La tecnologia innovativa presenta dei vantaggi in riferimento al potenziale miglioramento delle liste di attesa e sulla possibile gestione domiciliare. Nonostante limiti territoriali e un potenziale rischio di interruzione del trattamento, consente una riduzione dei tempi di degenza e un aumento della capacità di cura, che, come evidenziato dall’analisi quantitativa, potrebbe prevedere la presa in carico di 62 pazienti trattabili in più all’anno.
Sociale ed Etico
0,39
1,01
La tecnologia innovativa favorisce l’autonomia del paziente riducendo i cambi di medicazione, migliorando soddisfazione, qualità della vita e alleggerendo il carico per i caregiver. Mostra inoltre un vantaggio negli aspetti sociali ed etici rispetto alle medicazioni standard.
Legale
0
1,71
La tecnologia innovativa riduce sinistri e contenziosi legali, contribuendo a contenere premi assicurativi e costi per risarcimenti post-operatori. Oltre a migliorare gli esiti clinici, offre vantaggi concreti anche sul piano legale ed economico per le strutture sanitarie.
Organizzativo breve periodo
0
-0,04
L’introduzione della tecnologia innovativa richiede formazione iniziale e comporta un temporaneo aumento del carico organizzativo e dei costi. La natura monouso incrementa i rifiuti sanitari, ma non incide sul fabbisogno di personale o infrastrutture.
Organizzativo lungo periodo
0
0,15
Nel lungo termine, l’impatto organizzativo della tecnologia innovativa si riduce grazie alla familiarità del personale e all’integrazione nei processi, migliorando efficienza e produttività. Tuttavia, la sostenibilità ambientale resta una criticità per via dei rifiuti monouso.
Per supportare il processo decisionale è stata simulata un’analisi decisionale a criteri multipli (MCDA), che ha previsto una fase preventiva di prioritizzazione delle dimensioni, svolta dai professionisti coinvolti nella valutazione.
In prima istanza, la prioritizzazione ha identificato come gli aspetti considerati maggiormente prioritari si annoverano nell’impatto economico-finanziario, in quanto nonostante il costo iniziale della medicazione innovativa sia più elevato rispetto alle medicazioni tradizionali, il suo utilizzo potrebbe ridurre i costi complessivi del trattamento grazie alla prevenzione delle infezioni e alla riduzione della durata del ricovero ospedaliero. Successivamente, i professionisti hanno espresso una grande importanza anche alla dimensione di efficacia, per la capacità di NPWT di ridurre il tasso di infezione del sito chirurgico e di favorire una migliore guarigione della ferita, nonché di equità di accesso, poiché un consolidato utilizzo della tecnologia innovativa potrebbe portare a delle strategie diverse a livello locale, in base alle politiche regionali e alla gestione dei budget.
A seguito della prioritizzazione delle dimensioni di indagine è stata condotta l’MCDA, il cui risultato è esposto nella Tabella 6.
Nel confronto con le medicazioni tradizionali, la tecnologia innovativa si distingue per un profilo di performance superiore su tutti i fronti: il punteggio complessivo di 0,87 versus 0,75 sottolinea non solo come la maggiore efficacia del dispositivo venga percepita in fase di presa di decisione, ma anche la sua capacità di generare valore lungo l’intero percorso clinico e organizzativo divengono dei fattori determinanti.
I vantaggi non si limitano al piano clinico – dove NPWT dimostra un impatto positivo in termini di riduzione delle infezioni post-operatorie e di eventuali eventi avversi – ma si estendono anche alla sostenibilità economica, all’equità di accesso e persino a dimensioni spesso trascurate come l’impatto legale e organizzativo.
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda proprio la dimensione della sicurezza: prevenire un’infezione chirurgica non è solo una questione clinica, è un atto che può cambiare la traiettoria del recupero di un paziente e ridurre in modo significativo il carico del percorso assistenziale sul sistema sanitario, sotto diversi punti di vista. Meno infezioni significa meno farmaci, meno degenze, meno riammissioni – e soprattutto, una ripresa più rapida per il paziente.
Se si guarda oltre il bisturi, i numeri raccontano una storia interessante anche dal lato economico: nonostante un investimento iniziale più elevato, l’analisi ha dimostrato la sostenibilità economica circa l’utilizzo di NPWT, considerando, nel complesso, il percorso organizzativo ed economico.
I dati parlano chiaro: meno infezioni e complicanze, meno tempo assistenziale, con un risparmio complessivo sui costi
La riduzione delle complicanze e la razionalizzazione delle risorse generano un risparmio tangibile, sia nei costi diretti sanitari (farmaci, giornate di ricovero, revisioni chirurgiche), sia in quelli indiretti, come la gestione più efficiente del personale o la riduzione del burnout degli operatori. E proprio qui si innesta un altro tema cruciale: l’impatto organizzativo. Spesso dimenticato nelle valutazioni tecnologiche, è invece una leva potentissima, così rilevante da iniziare a entrare come requisito nei processi di acquisto di farmaci e dispositivi medici. Nel caso della nuova tecnologia, per esempio, il tempo medio di gestione infermieristica per paziente si riduce da 19 a 15 minuti, che, su base annua, si traducono in circa 3.250 ore di lavoro risparmiate e che potrebbero essere reinvestite in altre attività assistenziali a livello ospedaliero.
La tecnologia innovativa oggetto di indagine, infatti, non è semplicemente un dispositivo tecnologico più avanzato: è un cambio di paradigma nella gestione post-operatoria, capace di generare benefici misurabili tanto per il paziente quanto per l’intero sistema sanitario. I dati parlano chiaro: meno infezioni, meno complicanze, meno tempo assistenziale da dedicare a ogni singolo paziente, e al contempo un risparmio strutturale sui costi totali. In un contesto in cui le risorse sono limitate e la domanda di assistenza cresce, soluzioni come la NPWT investigata dimostrano che è possibile coniugare innovazione e sostenibilità, senza compromessi sulla qualità delle cure. È su queste tecnologie che si gioca il futuro dell’efficienza ospedaliera: strumenti in grado di semplificare i processi, ridurre i rischi e liberare tempo prezioso per chi ogni giorno è in prima linea nella cura. Una sanità più snella, più sicura, più intelligente: non un’utopia, ma un’opzione concreta – a portata di decisione.
Si è aperto ufficialmente oggi, a Budoni, in provincia di Sassari, il Congresso nazionale della Commissione di albo nazionale degli Assistenti sanitari della FNO TSRM e PSTRP.
L’iniziativa, che si concluderà domani, ha chiamato a raccolta Assistenti sanitari e Medici provenienti da tutta Italia. Due giornate intense di confronto e approfondimento che metteranno al centro il ruolo dell’Assistente sanitario, con l’obiettivo di valorizzarne e consolidarne l’identità professionale.
Secondo Daniela Addis, Presidente della Commissione di albo nazionale degli Assistenti sanitari, il Congresso nazionale «costituisce un’occasione di grande rilevanza, in cui gli Assistenti sanitari italiani si ritrovano, per riaffermare che ogni azione in ambito di prevenzione nasce dall’incontro umano, dal valore della relazione e dalla collaborazione. Ogni passo, ogni decisione e ogni intervento acquisiscono reale efficacia solo quando condivisi, perché la forza della professione risiede nella rete di competenze, esperienze e valori che unisce i professionisti e li rende protagonisti di un impegno collettivo a tutela della salute della comunità».
Diego Catania, Presidente della FNO TSRM e PSTRP, intervenendo al congresso, ha richiamato l’attenzione sull’esigenza di rispondere ai complessi bisogni di salute, affermando che «è necessario adottare un approccio lungimirante, orientato alla prevenzione e quindi al riconoscimento del contributo degli Assistenti sanitari, i quali lavorano a stretto contatto con i cittadini, in particolare con le fasce più vulnerabili».
Il Presidente Catania, durante il suo intervento, ha menzionato il contributo di questi professionisti durante la pandemia da COVID-19: «Non possiamo, e soprattutto non dobbiamo, dimenticare l’impegno degli Assistenti sanitari in quei mesi drammatici, quando furono in prima linea nel monitoraggio e nella gestione delle vaccinazioni hanno offerto un servizio straordinario al Paese. È proprio da quell’esperienza che emerge quanto sia indispensabile predisporre i servizi di prossimità, attraverso una prospettiva multiprofessionale, mettendo in campo tutte le competenze necessarie. Oggi più che mai, dopo oltre cento anni di storia della professione, gli Assistenti sanitari rivestono un ruolo centrale e per tale ragione devono essere valorizzati, integrandoli in modo strutturale all’interno dei percorsi di prevenzione e di salute pubblica».
L’immagine scelta per il Congresso è un “intreccio di corde”, «metafora – aggiungono dalla Commissione di albo nazionale – dell’essenza dell’assistenza sanitaria: un atto collettivo che va oltre la tecnica, fondato su concetti fondamentali come la prevenzione, la relazione, l’educazione e la promozione della salute. Gli Assistenti sanitari costruiscono ogni giorno reti di sostegno, unendo fragilità e comunità, custodendo una memoria professionale – oltre cento anni dalla loro nascita – che attraversa diverse generazioni di professionisti».
Nei due giorni di Congresso si alterneranno relazioni di alto profilo, grazie alla partecipazione di docenti universitari, istituzioni, esperti nazionali e rappresentanti del mondo dell’associazionismo tecnico-scientifico. Al centro i temi cruciali per la sanità pubblica, quali la planetary health, la prevenzione basata su evidenze scientifiche, l’innovazione e la tecnologia. Ampio spazio sarà dedicato al dibattito sul percorso universitario, punto nevralgico per garantire una formazione robusta e aggiornata per le nuove leve, in linea con le esigenze di un sistema sanitario evoluto e moderno. Durante il Congresso gli Assistenti sanitari avranno la possibilità di presentare esperienze, buone pratiche e interventi lungimiranti adottati a livello locale, che si sono rivelati strategici nel proprio contesto lavorativo.
«Figura sempre più strategica nella prevenzione e nella promozione della salute: l’Assistente sanitario rappresenta ancora oggi un riferimento fondamentale per la sanità pubblica. Il congresso nazionale degli Assistenti sanitari sarà, dunque, l’occasione per tracciare nuove prospettive e condividere una visione comune sul futuro della professione e del sistema sanitario», conclude Addis.
L’evento è patrocinato da: Regione Sardegna, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, Ordine TSRM e PSTRP di Sassari, Università degli Studi di Cagliari, Associazione nazionale Assistenti sanitari (Asnas), FNO TSRM e PSTRP, FNOMCeO, Società italiana di igiene Medicina preventiva e sanità pubblica (SITI), Comune di Budoni e Welcome Budoni.
Il 1 ottobre si aprirà in ARAN la trattativa per il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro della dirigenza sanitaria relativo al triennio 2022-2024. Un tavolo a cui la Federazione CIMO-FESMED porterà poche ma essenziali proposte, relative esclusivamente alla suddivisione tra le diverse voci stipendiali delle risorse contrattuali a disposizione, pari ad un finanziamento netto a regime di 602,494 milioni di euro.
Il sindacato infatti è convinto della necessità di non intervenire, in questa tornata contrattuale, sulla parte normativa del contratto: l’intenzione della CIMO-FESMED è di concludere rapidamente la trattativa e di discutere, subito dopo la firma, il CCNL 2025-2027, per il quale sono state finanziate maggiori risorse che consentono anche di intervenire in modo più efficace sulla parte normativa.
Due gli obiettivi principali che si pone la Federazione CIMO-FESMED: valorizzare i giovani ed eliminare le penalizzazioni subite dagli extramoenisti nella parte fissa della retribuzione di posizione. Il sindacato infatti proporrà di creare un nuovo incarico da assegnare a due anni dall’assunzione, dopo una valutazione di tipo esclusivamente professionale, che si potrebbe finanziare con circa 25 milioni di euro. Per i dirigenti che hanno optato per l’extramoenia, invece, l’intento è quello di equiparare la parte fissa dell’indennità di incarico a quella percepita da chi è in intramoenia: oggi infatti, pur avendo lo stesso incarico e svolgendo lo stesso lavoro, gli extramoenisti guadagnano il 55% dei colleghi in intramoenia. Secondo i calcoli della CIMO-FESMED, sarebbero sufficienti 32 milioni. I 546 milioni che rimangono dovrebbero essere utilizzati per aumentare la parte fissa dello stipendio tabellare e dell’indennità di posizione di tutti i dirigenti.
«Siamo ben consapevoli che non ci troviamo davanti ad un rinnovo ricco – dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED –. L’aumento medio sarà di 337 euro lordi mensili, pari al 5,78% previsto per tutta la pubblica amministrazione. A questi si aggiunge l’aumento dell’indennità di specificità medica previsto dalla legge di Bilancio adottata nel 2024 che, in caso di ritardi nelle trattative, non sarà percepito subito dai colleghi. Ecco perché, vista anche la disponibilità del Ministro Zangrillo e dell’ARAN, crediamo sia necessario fare in fretta per concentrare gli sforzi negoziali sulla tornata contrattuale 2025-2027».
«La Federazione CIMO-FESMED inoltre monitorerà con attenzione l’effettivo utilizzo di tutti i fondi extracontrattuali finanziati, pari a 773 milioni per il triennio 2022-2024 e 1,3 miliardi per il biennio 2025-2026».
Le malattie del sistema circolatorio – che includono le malattie ischemiche del cuore, le malattie cerebrovascolari e le altre malattie del cuore – rappresentano la prima causa di morte in Italia: 30,9% di tutti i decessi (2022, ultimo dato di mortalità disponibile).
A livello europeo, le malattie cardiovascolari rappresentano una priorità di sanità pubblica, con un impatto rilevante in termini di mortalità, disabilità e costi sociali. Secondo i dati pubblicati dall’OMS, si stima che nel 2022 19,8 milioni di persone siano morte a causa delle malattie cardiovascolari, rappresentando circa il 32% di tutte le morti globali. Di questi decessi, l’85% è stato provocato da attacchi di cuore e ictus.
Delle 18 milioni di morti premature (sotto i 70 anni) dovute a malattie non trasmissibili nel 2021, il 38% almeno è stato causato dalle malattie cardiovascolari. Lo ricordano gli esperti dell’ISS in occasione della Giornata Mondiale del Cuore che si celebra il 29 settembre.
Meno decessi negli ultimi anni. Grazie a prevenzione, cura, assistenza e riabilitazione
Negli ultimi anni si continua a registrare una riduzione dei decessi per le malattie del sistema circolatorio; il tasso di mortalità standardizzato (popolazione europea, Eurostat 2013) si è ridotto dell’11% nei 6 anni dal 2017 al 2021. In particolare, nello stesso periodo, il tasso di mortalità delle malattie ischemiche del cuore si è ridotto del 18,3% e quello delle malattie cerebrovascolari del 14,8%. La riduzione della mortalità per le cause cerebro e cardiovascolari è continuata nonostante nel triennio 2020-22 il numero medio di decessi per tutte le cause sia aumentato di circa 84mila unità rispetto alla media dei decessi del triennio precedente 2017-2019; aumento in parte spiegato dalla mortalità per COVID-19.
Questa diminuzione – dicono gli esperti ISS – è stata favorita dal miglioramento dell’efficacia delle misure preventive, terapeutiche, assistenziali e riabilitative di queste patologie e dei fattori di rischio correlati.
Nelle donne la mortalità si manifesta dai 60 anni. Negli uomini 10 anni prima. L’analisi dei tassi di mortalità standardizzati per uomini e donne per malattie ischemiche del cuore mostra infatti che negli uomini la mortalità è trascurabile fino a 40 anni, emerge fra 40 e 50 anni e poi cresce in maniera esponenziale con l’avanzare dell’età. Nelle donne si manifesta circa 10 anni dopo, a partire dai 60 anni e cresce rapidamente dopo i 70 anni. L’invecchiamento della popolazione favorisce un incremento della prevalenza di cronicità cardiovascolari nella popolazione, in particolare con l’avanzare dell’età, realizzando un’esigenza di salute che richiede notevoli risorse assistenziali, con un carico per il Sistema Sanitario Nazionale sempre più gravoso.
Affrontare il rischio
La maggior parte delle malattie cardiovascolari può essere prevenuta affrontando i fattori di rischio comportamentali e ambientali, come l’uso di tabacco, una scorretta alimentazione (incluso il consumo eccessivo di sale, zucchero e grassi) e l’obesità, l’inattività fisica, l’uso di alcol e l’inquinamento atmosferico.
In Italia, il Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Endocrino-metaboliche e Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità conduce periodicamente, nell’ambito del Progetto CUORE Health Examination Survey, indagini di salute che prevedono misurazioni dirette ed esami del sangue e urine in campioni casuali di popolazione generale adulta residente in Italia, al fine di monitorare nel tempo l’andamento degli stili di vita, dei fattori e delle condizioni di rischio legati alle malattie non trasmissibili e in particolare alle malattie cardiovascolari.
I dati preliminari raccolti attraverso l’esame in corso sulla popolazione generale nell’ambito della periodica Italian Health Examination Survey (ITA-HES) – Progetto Cuore condotto dall’ISS, mostrano, per il 2023-2024, che i valori medi della valutazione del rischio cardiovascolare sono risultati pari al 7,7% negli uomini e al 2,6% nelle donne (quante persone su 100 – in % – si stima avranno un infarto del miocardio o un ictus nei successivi 10 anni, sulla base delle proprie caratteristiche – sesso, età, pressione arteriosa sistolica, trattamento per ipertensione, colesterolemia totale ed HDL, fumo, diabete).
Per gli uomini di età compresa tra 35 e 44 anni il rischio cardiovascolare medio risulta pari all’1,6%, per quelli di età 45-54 anni pari al 4,0%, per i 55-64-enni al 9,4%, per i 65-69-enni al 16,9%; per le donne nelle stesse classi di età, il rischio cardiovascolare medio risulta pari, rispettivamente, allo 0,4%, all’1,1%, al 3,1% e al 5,8
Le principali condizioni di rischio per uomini e donne: l’importanza di monitorare
I dati preliminari mostrano quanto siano diffuse le principali condizioni di rischio ed evidenziano l’importanza di un monitoraggio periodico della propria salute attraverso la misurazione dei principali parametri: nel 2023-2024 tra le persone di età 35-74 anni, il 23% degli uomini e il 24% delle donne è risultata in condizioni di obesità, il 9% degli uomini e il 7% delle donne è risultato affetto da diabete mellito (tra questi 2 uomini su 10 e 1 donna su 10 non ne erano consapevoli), il 25% degli uomini e il 30% delle donne è risultato avere livelli di colesterolemia totale elevati o essere in trattamento farmacologico specifico (tra questi 2 uomini su 10 e 2 donne su 10 non ne erano consapevoli), e il 49% degli uomini e il 37% delle donne è risultato avere livelli di pressione arteriosa elevati o essere in trattamento farmacologico specifico (tra questi 4 uomini su 10 e 3 donne su 10 non ne erano consapevoli).
Per il tuo cuore: i 5 consigli dagli esperti ISS
Grazie alla piattaforma di esplorazione dati, CuoreData è possibile consultare le statistiche principali relative allo stato di salute della popolazione italiana adulta, elaborate sulla base dei dati raccolti nell’ambito delle precedenti Health Examination Survey attraverso misurazioni dirette, esami ematochimici e delle urine, e questionari.
Importanti indicazioni per la prevenzione delle malattie cardiovascolari sono (vedi anche sezione per approfondire):
Non fumare
Non eccedere con il consumo di sale (meno di 5 grammi al giorno)
Fare largo consumo di frutta e verdura
Svolgere attività fisica regolarmente (ogni settimana almeno 150 minuti di attività fisica aerobica di intensità moderata oppure almeno 75 minuti di attività fisica aerobica intensa)
Essere sottoposto a trattamento farmacologico in caso di diagnosi di ipertensione, diabete e lipidi ematici elevati
«Le politiche sanitarie – commentano Luigi Palmieri e Chiara Donfrancesco, responsabili del Progetto CUORE – che contribuiscono a creare ambienti favorevoli per rendere le scelte sane accessibili e disponibili, nonché a migliorare la qualità dell’aria ed la riduzione dell’inquinamento, sono essenziali per sensibilizzare e motivare le persone a mantenere il proprio stato di salute lungo l’arco della vita».
JACARDI una joint action EU coordinata da ISS
Le politiche europee stanno progressivamente rafforzando il loro impegno in questo ambito, anche attraverso l’elaborazione del prossimo EU Cardiovascular Health Plan, che mira a integrare prevenzione, diagnosi e gestione lungo tutto il percorso di cura. In questo quadro, le Joint Action europee costituiscono strumenti essenziali per sostenere gli Stati Membri nello sviluppo di interventi basati sull’evidenza, promuovere la condivisione di conoscenze e favorire approcci sostenibili e coordinati.
Tra queste, JACARDI – Joint Action on Cardiovascular Diseases and Diabetes, coordinata dal Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Endocrino-metaboliche e Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità, si configura come una risposta innovativa e unitaria alla sfida delle malattie cardiovascolari (CVD) che adotta una prospettiva ampia e intersezionale, affrontando non solo gli aspetti clinici, ma anche i determinanti sociali, culturali e ambientali della salute.
Rendere le strategie da locali a internazionali: il significato delle Joint Action
Per rendere queste strategie sempre più efficaci e coordinate, il supporto delle Joint Actions europee riveste un ruolo centrale, permettendo di estendere le iniziative dal livello locale a quello nazionale e internazionale, favorendo la condivisione di conoscenze e buone pratiche tra Paesi europei, e contribuendo ad orientare le politiche sanitarie verso azioni più efficaci e sostenibili.
Nel contesto delle malattie cardiovascolari, JACARDI conduce la propria azione con una forte attenzione alla dimensione di genere, in coerenza con le raccomandazioni della Lancet Commission on Women and Cardiovascular Disease, che sottolinea la necessità di integrare sistematicamente i dati specifici per sesso e genere in ogni livello di policy e di pratica clinica.
Tale approccio consente non solo di colmare le lacune conoscitive e operative che storicamente hanno penalizzato la salute cardiovascolare delle donne, ma anche di promuovere interventi più equi ed efficaci, capaci di rispondere in maniera mirata alle diverse esigenze della popolazione. JACARDI rappresenta quindi un catalizzatore di cambiamento nella lotta alle malattie cardiovascolari in Europa: unisce ricerca, innovazione e cooperazione tra Paesi per generare soluzioni concrete, ridurre le disuguaglianze e rafforzare la salute pubblica, con benefici duraturi per le persone e le comunità.
La Giornata del Cuore rappresenta un’importante occasione di riflessione e sensibilizzazione sull’impatto delle malattie cardiovascolari e sull’urgenza di strategie di prevenzione efficaci. L’impegno congiunto a livello nazionale ed europeo costituisce uno strumento fondamentale per affrontare tali sfide. Progetti europei e nazionali, come JACARDI ed il Progetto CUORE – Health Examination Survey, contribuiscono a consolidare approcci sanitari basati sull’evidenza, a realizzare azioni preventive strategiche di ampio impatto, e a garantire equità nell’accesso alle cure.
Alessandro Palombo, bioingegnere e ricercatore con una lunga esperienza nelle tecnologie applicate alla salute, è il nuovo direttore del Centro nazionale per l’Intelligenza artificiale, l’HTA e la Tecnoassistenza dell’Istituto superiore di sanità. Un nuovo hub che riunisce competenze in telemedicina, robotica, nanotecnologie e valutazione delle innovazioni sanitarie, con l’obiettivo di guidare l’Italia in una fase decisiva: governare l’impatto dell’intelligenza artificiale in medicina, trasformandola da rischio potenziale in opportunità per pazienti e sistema sanitario. TrendSanità ha incontrato il neo-direttore per approfondire di cosa si occuperà il Centro e con quali linee strategiche.
Direttore Palombo, quali sono gli obiettivi principali del nuovo Centro nazionale e quale ruolo avrà all’interno dell’Istituto superiore di sanità?
«L’Istituto superiore di sanità ha oltre 90 anni di storia. È nato con una missione precisa, la lotta alla malaria, e oggi è l’organo tecnico-scientifico del ministero della Salute, con il compito di tutelare la salute pubblica in ogni sua dimensione, mantenendo indipendenza e terzietà. Il nuovo Centro nazionale per l’Intelligenza artificiale, l’HTA e la Tecnoassistenza rappresenta un passaggio fondamentale in questa evoluzione. È l’erede del Centro Tecnologie innovative per la Sanità pubblica e riunisce competenze diverse: HTA, telemedicina, intelligenza artificiale e robotica, nanotecnologie e terapie innovative, chimica e fisica per la medicina, biomedicina spaziale e subacquea, fino a una sezione dedicata alla gestione sanitaria in ambienti estremi ed emergenze.
Il Centro contribuirà alla definizione di linee guida pratiche e condivise e all’elaborazione di protocolli chiari per la gestione degli algoritmi
La sua organizzazione riflette questa vocazione multidisciplinare. L’Unità di Telemedicina, Ingegneria biomedica e Medicina digitale lavorerà sullo sviluppo di piattaforme e dispositivi per il monitoraggio a distanza e per l’assistenza integrata. Accanto a essa, l’Unità dedicata a Nanotecnologie, Nonomateriali e Terapie innovative esplorerà l’uso di materiali avanzati e di tecniche di manifattura additiva per dare vita a protesi personalizzate, organi artificiali e nuove soluzioni terapeutiche. L’Unità di Chimica e Fisica per la Medicina, invece, si occuperà di medicina nucleare e di integrare l’imaging con l’intelligenza artificiale, così da potenziare la diagnosi precoce, la valutazione prognostica e il monitoraggio delle terapie.
Il Centro punta a diventare un hub trasversale tra ricerca, sviluppo e applicazioni
Un ruolo particolarmente importante sarà svolto dall’Unità di HTA e Dispositivi medici, che avrà il compito di valutare l’efficacia, la sicurezza e la sostenibilità delle innovazioni, garantendo un utilizzo basato su evidenze scientifiche e un corretto inserimento nelle politiche sanitarie. A questa si affiancherà l’Unità su intelligenza artificiale e Robotica, responsabile dello sviluppo di algoritmi predittivi, modelli di apprendimento automatico e sistemi robotici in grado di affiancare i clinici e migliorare i percorsi assistenziali, sempre nel rispetto della trasparenza e dell’etica. L’obiettivo è diventare il cuore pulsante dell’innovazione tecnologica dell’Istituto. Non un centro che accentra, ma un hub trasversale, capace di raccordare ricerca, sviluppo e applicazioni concrete. In questo modo l’innovazione non rimane confinata ai laboratori, ma diventa strumento operativo per il Servizio sanitario nazionale, al servizio dei cittadini».
L’intelligenza artificiale è ormai un tema centrale anche in sanità: in che modo il Centro intende favorirne un utilizzo sicuro, etico e realmente utile per medici e pazienti?
«L’intelligenza artificiale è diversa da ogni altra tecnologia: non solo ci aiuta a decidere, ma può influenzare le nostre decisioni. È uno strumento straordinariamente potente, che se usato nel modo giusto può fare molto bene, ma se impiegato senza consapevolezza può produrre rischi e disuguaglianze. Per questo il Centro si propone come garante. Per raggiungere questo obiettivo, il Centro contribuirà alla definizione di linee guida pratiche e condivise, alla creazione di standard di qualità riconosciuti a livello nazionale e internazionale, e all’elaborazione di protocolli chiari per la gestione degli algoritmi.
L’AI non ci aiuta solo a decidere, ma può influenzare le nostre decisioni
Ogni algoritmo dovrà essere valutato non solo per le prestazioni tecniche, ma anche per trasparenza, robustezza, bias, implicazioni etiche e protezione dei dati sensibili. La privacy e la dignità della persona restano valori imprescindibili. Accanto a questo, un punto decisivo è la formazione. Anche il miglior sistema di intelligenza artificiale fallisce se i professionisti non sanno usarlo, interpretarne i risultati o comunicarli ai pazienti. Per questo vogliamo creare una nuova cultura digitale in sanità, con corsi di aggiornamento, percorsi universitari e progetti pilota nelle strutture sanitarie. Solo così l’intelligenza artificiale diventerà un alleato prezioso, capace di ridurre errori diagnostici, migliorare la tempestività delle cure e aumentare la fiducia dei cittadini nel sistema.
Spazio anche per testare le soluzioni in progetti pilota su piccola scala
Il Centro promuoverà anche progetti pilota in ospedali, strutture territoriali, RSA e contesti di cura innovativi. Queste sperimentazioni sul campo permetteranno di valutare in maniera concreta l’efficacia delle soluzioni, di adattarle alle diverse realtà operative e di correggerne eventuali limiti prima della diffusione su larga scala. L’obiettivo è rendere l’adozione dell’intelligenza artificiale un processo graduale ma solido, capace di rispondere alle esigenze reali dei cittadini e dei professionisti».
L’acronimo HTA (Health Technology Assessment) richiama la valutazione delle tecnologie sanitarie: come verranno integrate intelligenza artificiale e HTA nel lavoro quotidiano del Centro per supportare decisioni cliniche e politiche sanitarie?
«L’HTA è la bussola che guida la valutazione delle tecnologie. Serve a stabilire se uno strumento sia utile, sicuro, sostenibile ed eticamente accettabile. Ma i processi tradizionali oggi non bastano più: la tecnologia corre molto più veloce. Con l’Intelligenza artificiale possiamo trasformare l’HTA in un percorso dinamico e continuo, che accompagna le tecnologie in tutte le fasi del loro ciclo di vita: dall’horizon scanning alla certificazione, fino al monitoraggio degli effetti reali nella pratica clinica. Grazie all’analisi di grandi quantità di dati clinici, epidemiologici ed economici, possiamo avere valutazioni aggiornate e tempestive, utili non solo ai ricercatori ma anche a medici e decisori politici.
Tra gli obiettivi, l’armonizzazione di criteri e metodologie nazionali e internazionali
L’Intelligenza artificiale offre strumenti potenti per raccogliere, analizzare e interpretare enormi quantità di dati clinici, epidemiologici, gestionali ed economici, permettendo valutazioni più rapide, più precise e costantemente aggiornate. Non si tratterà più di un processo rigido e statico, incentrato su analisi ex post, ma di un percorso dinamico e continuo che inizia con l’osservazione e l’analisi delle tecnologie emergenti, per poi accompagnarle in tutte le fasi del loro ciclo di vita, fino alla misurazione degli impatti concreti nella pratica clinica e organizzativa. In questo modo, sarà possibile individuare tempestivamente rischi e opportunità, orientando con maggiore efficacia sia le scelte terapeutiche sia le politiche sanitarie.
L’obiettivo è armonizzare criteri e metodologie con altre istituzioni nazionali e internazionali, così da creare un linguaggio comune e fare dell’Italia un modello di riferimento anche in Europa».
Guardando ai prossimi anni, quali pensa possano essere le applicazioni più promettenti dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario – a livello italiano e internazionale – e come si potrà passare dalla sperimentazione all’adozione diffusa?
«Il campo più maturo è la diagnostica per immagini. Gli algoritmi già oggi supportano radiologi e specialisti nell’individuazione precoce di tumori, patologie cardiovascolari e malattie neurodegenerative. A breve diventeranno parte integrante dei referti, riducendo disuguaglianze territoriali e migliorando la qualità diagnostica. Un’altra area cruciale è la medicina personalizzata. Integrando dati genetici, clinici e ambientali, sarà possibile definire terapie su misura, anticipare la risposta ai farmaci e ridurre gli effetti collaterali.
Diagnostica per immagini, medicina personalizzata, monitoraggio da remoto e applicazioni di frontiera sono gli ambiti più promettenti per l’AI
Il monitoraggio remoto è un altro fronte decisivo: sensori e piattaforme digitali permetteranno di seguire i pazienti cronici e anziani a distanza, riducendo i ricoveri e alleggerendo gli ospedali. È un cambiamento radicale, che aumenta autonomia e qualità della vita. Infine, guardiamo alle applicazioni di frontiera: la biomedicina spaziale e subacquea. Tecnologie sviluppate per astronauti o per scenari oceanici estremi possono trovare impieghi concreti nella sanità quotidiana, ad esempio per l’assistenza in zone remote o in situazioni di emergenza ambientale. Sono settori che sembrano lontani, ma che in realtà hanno ricadute dirette sulla vita di tutti i giorni.
Anche la comunicazione è cruciale e il Centro la considera parte della propria missione
Tuttavia, il passaggio dalla sperimentazione all’adozione diffusa non sarà automatico. Sarà necessaria una governance forte, capace di coniugare la spinta dell’innovazione con il rigore della valutazione scientifica e regolatoria. Le tecnologie dovranno essere validate sul campo, certificate nella loro sicurezza e qualità, integrate in architetture di dati sicure e interoperabili, e soprattutto accompagnate da programmi di formazione per i professionisti sanitari. Senza questo passaggio, il rischio è che soluzioni promettenti restino confinate a progetti pilota senza trasformarsi in benefici reali per i cittadini. In questo contesto, il nuovo Centro avrà un ruolo significativo. Non si limiterà a osservare le innovazioni, ma le accompagnerà lungo tutto il loro ciclo di vita: dalla fase di ideazione e sperimentazione, alla valutazione tramite Health Technology Assessment, fino alla diffusione su larga scala all’interno del Servizio Sanitario Nazionale. L’obiettivo sarà quello di garantire che l’AI e le tecnologie più avanzate non restino semplici esercizi accademici, ma diventino soluzioni concrete, sostenibili ed etiche, capaci di rafforzare il sistema sanitario e migliorare la salute dei cittadini».
Il Centro che lei dirige avrà inevitabilmente un rapporto con aziende, istituzioni e università: quali forme di collaborazione immagina per accelerare ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico?
«L’innovazione in sanità non nasce dall’azione di un singolo, ma dalla capacità di costruire reti solide e trasversali. Con le università svilupperemo percorsi congiunti di formazione e ricerca, capaci di aggiornare chi già lavora e di formare nuove figure professionali: data scientist clinici, ingegneri biomedici esperti di intelligenza artificiale, specialisti di HTA con competenze digitali avanzate.
Università e imprese saranno partner del Centro per la costruzione di reti solide e trasversali
Con le imprese attiveremo partnership strategiche per accelerare sviluppo e validazione delle tecnologie, ma sempre nel rispetto di criteri condivisi di eticità, sicurezza e sostenibilità. Non basta che l’innovazione arrivi sul mercato: deve essere utile, sicura e accessibile ai cittadini. Alle istituzioni – dal ministero della Salute alle Regioni – offriremo supporto tecnico-scientifico, contribuendo a linee guida, modelli di governance e valutazioni indipendenti. Ma la vera sfida è costruire veri ecosistemi di innovazione pubblico-privati: piattaforme di dati federati sicure e interoperabili, progetti pilota in scenari reali, standard condivisi a livello nazionale e internazionale. Solo così potremo ridurre il divario tra laboratorio e corsia e portare più rapidamente ai cittadini i benefici delle nuove tecnologie.
La vera sfida è costruire veri ecosistemi di innovazione pubblico-privati
Naturalmente c’è anche un altro tema molto importante da affrontare: quello della comunicazione. Conta moltissimo. E non parlo solo di comunicazione verso gli addetti ai lavori, ma verso tutti i cittadini. Oggi si tende a considerarla forma, mentre in realtà è sostanza. Se le nuove tecnologie – oggi l’intelligenza artificiale, domani i dispositivi impiantabili o altre innovazioni – non vengono spiegate con chiarezza, rischiamo di generare diffidenza o addirittura paura. Viceversa, una comunicazione corretta e condivisa diventa strumento di consapevolezza collettiva. Il nostro compito non è soltanto sviluppare e valutare tecnologie, ma anche aiutare le persone a comprenderle e a usarle meglio. Perché una tecnologia, per quanto avanzata, non serve a nulla se non viene accettata e utilizzata correttamente dalla comunità a cui è destinata. Per questo, accanto a ricerca, HTA e innovazione, il Centro considera la comunicazione parte integrante della propria missione. È il modo migliore per fare in modo che l’innovazione sia davvero al servizio di tutti, e non solo di pochi».
I gliomi di basso grado rappresentano una sfida complessa per il sistema sanitario: patologie rare, con decorso lungo, che richiedono diagnosi tempestive e presa in carico multidisciplinare.
In questo contesto, il ruolo delle Regioni diventa centrale per garantire equità, appropriatezza e sostenibilità dei servizi offerti ai pazienti. La Regione Emilia Romagna si distingue per la sua capacità di sviluppare modelli organizzativi avanzati nel settore sanitario, orientati alla presa in carico integrata e al coordinamento tra centri di riferimento, realtà territoriali e servizi di supporto. L’attenzione alla programmazione sanitaria, alla ricerca e alla valorizzazione delle competenze professionali costituisce un terreno fertile per l’introduzione di innovazioni organizzative, tecnologiche e digitali nei percorsi dedicati ai tumori cerebrali.
La LIVE approfondirà l’esperienza regionale, con l’obiettivo di analizzare punti di forza, criticità aperte e possibili strategie di miglioramento, alla luce dei bisogni non ancora soddisfatti dei pazienti.
Ne parliamo con:
Enrico Franceschi Direttore UOC Oncologia del Sistema Nervoso, IRCCS Istituto Scienze Neurologiche Bologna
Al XIX Congresso Nazionale della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP), in corso a Cagliari fino a domenica, riflettori puntati sul Virus Respiratorio Sinciziale (RSV), principale causa di bronchiolite nei bambini sotto i due anni e responsabile ogni anno in Italia di oltre 25mila ricoveri. Un tema di grande attualità in vista della stagione autunno-invernale, che oggi può essere efficacemente affrontato grazie alla disponibilità di anticorpi monoclonali specifici, in grado di garantire l’immunizzazione di tutti i nuovi nati durante la loro prima stagione epidemica.
Le campagne di immunizzazione avviate in quasi tutte le Regioni italiane, con il coinvolgimento dei punti nascita e degli ambulatori dei Pediatri di Famiglia, hanno già evidenziato risultati significativi, con una riduzione di circa il 70% delle visite ambulatoriali e degli accessi al pronto soccorso, e una diminuzione di circa l’80% delle ospedalizzazioni per le forme più gravi.
Antonio D’Avino
«Il RSV rappresenta un pericolo concreto per i bambini più piccoli, soprattutto sotto l’anno di vita, tale da richiedere il ricorso alle cure del Pediatra di Famiglia e, nei casi più gravi, il ricovero in ospedale e in terapia intensiva per via delle complicanze respiratorie – ha sottolineato Antonio D’Avino, Presidente nazionale FIMP -. L’impatto sulla salute dei bambini e sulle famiglie è enorme, senza trascurare i costi a carico del Servizio Sanitario Nazionale per la gestione delle complicanze. Eppure, tutto questo oggi è prevenibile, come dimostrano le prime esperienze regionali, grazie alle opportunità di immunizzazione disponibili nel nostro Paese. Va ricordato che non esistono terapie specifiche contro l’infezione da RSV: la prevenzione è la nostra arma più efficace».
Un rischio ulteriore riguarda le conseguenze a lungo termine: «Accade frequentemente che i bambini colpiti da bronchiolite da RSV risultino successivamente più esposti ad altre infezioni respiratorie e possano sviluppare episodi ricorrenti di broncospasmo o asma, una malattia infiammatoria cronica delle vie aree che può rivelarsi particolarmente invalidante – ha aggiunto Martino Barretta, Responsabile dell’Area Vaccini e Immunizzazioni della FIMP -. Oggi disponiamo di strumenti sicuri, efficaci e innovativi, che consentono di proteggere i più piccoli, ma non solo, riducendo significativamente i casi gravi di bronchiolite durante la stagione epidemica. È una conquista importante di sanità pubblica che come Pediatri di Famiglia vogliamo sostenere e promuovere presso le famiglie, con l’auspicio che sia garantita a tutti i nuovi nati alla loro prima stagione epidemica, senza differenze regionali».
Al fianco dell’immunizzazione neonatale, un’ulteriore strategia preventiva è la vaccinazione in gravidanza che consente alla madre di trasferire gli anticorpi al neonato e di proteggerlosin dai primi giorni di vita.
«Informare adeguatamente le famiglie sulle opportunità di prevenzione contro gravi malattie è per noi fondamentale – aggiunge D’Avino -. I Pediatri di Famiglia, presenti capillarmente su tutto il territorio, sono un punto di riferimento affidabile per chiarire dubbi, orientare i genitori nelle strategie di prevenzione, anche oltre la vaccinazione, e promuovere scelte consapevoli per la salute dei bambini».
Dopo la cerimonia inaugurale di ieri, il Congresso FIMP 2025 entra nel vivo con oltre 800partecipanti e tre intense giornate di lavori. Tra i focus di confronto e approfondimento scientifico: patologie croniche e rare ad alto impatto nell’età pediatrica, con particolare attenzione all’integrazione ospedale-territorio e al ruolo delle reti assistenziali, prevenzione e strategie vaccinali, dall’infanzia all’adolescenza, e il tema cruciale dell’appropriatezza prescrittiva, con particolare attenzione all’uso degli antibiotici.
Sessioni specifiche saranno inoltre dedicate al benessere psicosociale e alla crescita del bambino, con approfondimenti su alimentazione, stili di vita e disturbi dell’età evolutiva. Ampio spazio verrà riservato all’innovazione scientifica e digitale, con focus sull’uso dell’intelligenza artificiale, sulle nuove tecnologie applicate alla pratica pediatrica e sulle prospettive di ricerca.
«Ci auguriamo che questo appuntamento possa rappresentare un momento di confronto e di crescita per la nostra Professione – ha concluso D’Avino -. La molteplicità e l’attualità dei temi del Programma scientifico testimoniamo il dinamismo della nostra professione e la volontà di affrontare, con spirito scientifico e con responsabilità, le sfide presenti e future della pediatria di famiglia. La prevenzione, l’innovazione e la vicinanza alle famiglie restano i pilastri su cui costruire la salute dei bambini di oggi e degli adulti di domani».
L’anno prossimo si chiuderà la finestra di finanziamenti legati al PNRR, che ha messo a disposizione del SSN nuove soluzioni digitali e nuovi setting assistenziali.
Con Francesco Longo, Professore Associato del Dipartimento di Social and Political Sciences presso l’Università Bocconi e ricercatore del CERGAS (SDA Bocconi), abbiamo parlato dell’esigenza di iniziare a usare gli strumenti che oggi abbiamo a disposizione.
La grande sfida è infatti impararare a usare la tecnologia, un passaggio che richiede un cambio di paradigma rispetto alle attività che sono state svolte finora.
«Noi usiamo la metrica sbagliata per misurare il fenomeno giusto», afferma Longo. Nella videointervista di TrendSanità l’esperto spiega che cosa intende e segnala su che cosa ci si dovrebbe soffermare davvero.
Dall’inizio dell’anno sono stati notificati al sistema di sorveglianza 432 casi di morbillo, di cui 12 nel mese di agosto. I numeri sono contenuti nell’ultimo bollettino della sorveglianza pubblicato oggi.
Dei casi notificati nel 2025 58 (13,4%) sono importati e 23 sono casi correlati a casi importati. Venti Regioni/PPAA hanno segnalato casi nel 2025, ma più della metà (278/432; 64,4%) è stata segnalata da sole cinque Regioni (Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio, Calabria e Sicilia). L’incidenza più elevata è stata osservata in Calabria (33,6/milione abitanti) seguita dalle Marche (21,3/milione), dalla P.A. di Bolzano (19,5/milione) e dalla Sicilia (19,1/milione). A livello nazionale, l’incidenza nel periodo è stata pari a 11 casi per milione di abitanti.
«Il principale contesto di trasmissione rimane quello familiare – scrivono gli esperti nel bollettino -, seguito da ambienti sanitari e ospedalieri. Una quota non trascurabile dei casi è stata associata a viaggi internazionali. Si ricorda che il virus del morbillo è estremamente contagioso: il virus può persistere nell’aria e sulle superfici fino a due ore e una persona infetta può trasmetterlo già quattro giorni prima della comparsa dell’esantema. La vaccinazione è l’unico strumento efficace per proteggersi dal morbillo e dalle sue complicanze».
L’età mediana dei casi segnalati è pari a 31 anni (range: 0-71 anni). Il 49,3% ha un’età compresa tra 15 e 39 anni e un ulteriore 26,6% ha 40 anni o più. Tuttavia, l’incidenza più elevata è stata osservata nella fascia di età 0-4 anni (53,0 casi per milione). Sono stati segnalati 21 casi in bambini sotto l’anno di età (incidenza 56,4 casi per milione).
Sempre in riferimento ai casi del 2025, lo stato vaccinale è noto per 408 dei 432 casi segnalati: 355 casi (87,0%) erano non vaccinati al momento del contagio, 36 casi (8,8%) erano vaccinati con una sola dose, 14 casi (3,4%) erano vaccinati con due dosi. Per i rimanenti tre casi vaccinati (0,7%), non è noto il numero di dosi ricevute.
Circa un terzo dei casi (30,8%) ha riportato almeno una complicanza. Le complicanze più frequentemente riportate sono state epatite/aumento delle transaminasi (11,3% dei casi totali) e polmonite (11,3%). Sono stati segnalati tre casi di encefalite, rispettivamente in due adulti e in un preadolescente, tutti non vaccinati. Per il 53,5% dei casi viene riportato un ricovero ospedaliero per morbillo, e per un ulteriore 14,4% una visita in Pronto Soccorso.
In Italia, la copertura per due dosi nei bambini di 5-6 anni di età è pari all’ 84,8% (dati 2023), e nessuna Regione ha raggiunto la copertura del 95% per la seconda dose. Uno studio recente coordinato dall’ISS e dalla Fondazione Bruno Kessler pubblicato su The Lancet stima che quasi un italiano su dieci sia suscettibile al morbillo, cioè privo di protezione immunitaria contro il virus; i giovani adulti risultano particolarmente a rischio in molte regioni, anche dove le coperture pediatriche sono elevate.
Nel periodo tra gennaio e agosto 2025 sono stati segnalati due casi possibili di rosolia, rispettivamente dalla Campania, in un adulto di 55 anni, con stato vaccinale non noto, e dalla Sardegna, in un adulto di 46 anni non vaccinato.