La Federazione dei Veterinari, Medici e Dirigenti Sanitari (FVM) ha diffidato, con apposito atto formale, tutte le ASL, Aziende Ospedaliere, IRCCS e IZS affinché termini, come prevede la Legge, l’improprio arruolamento del personale sanitario “gettonista” negli enti del SSN con conseguenti danni e correlate responsabilità, fatte salve le eccezioni normative definite dal Decreto del Ministero della Salute del 17 giugno 2024.
Un’urgente pianificazione finalizzata al migliore uso del personale è in effetti ineludibile e necessaria alla tenuta del SSN, ma l’utilizzo di personale sanitario sostanzialmente precario, assunto nelle strutture del SSN con contratti interinali e di somministrazione lavoro – i cosiddetti “gettonisti” appunto – risulta rigidamente condizionato (se non vietato e certamente limitato a situazioni eccezionali) all’obbligatorio accertamento dell’impossibilità di utilizzare tutti gli strumenti normo-contrattuali che consentono sia una maggiore fruizione del personale interno già contrattualizzato sia l’ordinario reclutamento di dirigenti medici e sanitari in relazione ai fabbisogni.
È inoltre importante denunciare che la spesa per il personale interinale “a gettone” non viene annoverata nei bilanci come “spesa per il personale”, bensì quale “spesa per beni e servizi” e così questa tipologia di arruolamento diventa lo stratagemma per sottrarsi dalle ben chiare responsabilità amministrative.
In tal modo i servizi del SSN vengono erogati sempre di più da parte di sanitari privi dei requisiti fino a poco tempo fa sempre richiesti per l’ordinario accesso al sistema pubblico mediante le procedure concorsuali di legge, inseriti in modo estemporaneo in strutture che non conoscono, quando ai dirigenti sanitari prima dell’assunzione viene richiesto un periodo di prova di sei mesi
Il personale che viene reclutato a gettone o è in possesso dei requisiti concorsuali o non è idoneo a svolgere attività per il SSN, e se ha i requisiti è quindi possibile reperirlo mediante avvisi o concorsi pubblici. Ciò che ne ostacola l’assunzione sono gli stipendi dei dipendenti ben più bassi dei compensi orari ai gettonisti. Inoltre, è bene ricordare che il personale reclutato a gettone che avesse deficit rilevanti di formazione e di correlate competenze con ogni possibile conseguenza in termini di danni e relative responsabilità professionali, trasferirà la ricaduta di tali responsabilità sugli Enti stessi e in definitiva sulle Regioni, determinando, in questo distorto sistema di arruolamento, tutt’altro che un risparmio.
Ciò posto, divengono evidenti e inoppugnabili le rispettive responsabilità laddove permangano sia il pervicace affidamento a personale precario che nel “viavai” eroga singole prestazioni senza alcuna conoscenza del contesto strutturale e della storia clinica dei pazienti, sia la conseguente moltiplicazione del rischio clinico, sia la correlata possibilità che eventuali “malpractices” vadano ad aggravare lo stato di salute degli utenti e la già pesante cronaca delle aggressioni ai sanitari.
FVM vigilerà capillarmente affinché non vengano adottati atti che ledono i diritti del personale sanitario e, prioritariamente, la sicurezza dei pazienti, utenti e destinatari di servizi inadeguatamente resi da personale non correttamente arruolato.
Durante i mesi estivi, l’allattamento materno può risultare particolarmente funzionale alle esigenze delle madri e dei lattanti. Il latte materno presenta infatti caratteristiche di grande praticità e adattabilità, che lo rendono vantaggioso anche nei periodi caldi.
«Il latte materno è sempre alla temperatura giusta, non richiede bollitura, sterilizzazione né preparazioni complesse, ed è immediatamente disponibile in ogni contesto, offrendo anche un momento di conforto fisico ed emotivo. Apporta liquidi e nutrienti in proporzioni dinamiche, adattandosi naturalmente ai bisogni del bambino o della bambina, che in estate possono variare frequentemente. È comodo: si può allattare ovunque, in città, al mare, in montagna, in viaggio, nei musei, senza necessità di attrezzature, refrigerazione o prodotti per la pulizia. Dalla prospettiva della sicurezza alimentare, l’allattamento materno non comporta rischi di contaminazione, a differenza dei sostituti in polvere, che alle alte temperature richiedono molta attenzione alla preparazione e alla conservazione», dice Angela Giusti, prima ricercatrice del Centro Nazionale per la Prevenzione delle malattie e la Promozione della Salute dell’Istituto superiore di sanità.
In occasione della settimana mondiale dell’allattamento materno, che si celebra la prima settimana di agosto, ecco di seguito il decalogo ISS per allattare, in sicurezza e benessere, nei mesi estivi.
Dieci consigli per allattare in estate
Offrire il latte con più frequenza
Con il caldo aumenta il fabbisogno di liquidi. Il latte materno si adatta naturalmente, diventando più ricco d’acqua nelle prime fasi della poppata, mantenendo un ottimale apporto di elementi nutritivi. I bimbi e le bimbe allattate aumentano normalmente il numero di poppate durante i periodi caldi.
Non somministrare acqua ai lattanti nei primi sei mesi
Il latte materno è sufficiente a garantire l’idratazione, anche in estate. Aggiungere acqua può ridurre l’assunzione di nutrienti e non è raccomandato. È possibile che i genitori subiscano pressioni per dare acqua ai/alle lattanti allattate esclusivamente al seno sotto i 6 mesi, ma è importante spiegare che non esistono indicazioni scientifiche per la somministrazione di acqua in aggiunta al latte materno.
Mantenere una buona idratazione della madre: bere acqua e consumare frutta e verdura
Bere acqua regolarmente secondo il proprio bisogno, soprattutto nei momenti più caldi, è il modo migliore per idratarsi. È preferibile evitare bevande zuccherate o dolcificate, che non apportano benefici e possono interferire con il metabolismo. Frutta e verdura fresca, insieme a una dieta equilibrata, contribuiscono al benessere generale e al mantenimento dell’idratazione.
Mantenere una sana alimentazione materna. E per tutta la famiglia
L’alimentazione materna, come quella di tutta la famiglia, dovrebbe includere tutti i gruppi alimentari: cereali integrali, legumi, verdure fresche, frutta, fonti proteiche (carne, pesce, uova o alternative vegetali) e grassi di buona qualità (olio extravergine di oliva, frutta secca, ecc.). L’estate è un momento particolarmente adatto a reperire verdura e frutta di stagione.
Limitare sostanze potenzialmente nocive
Le madri che allattano dovrebbero evitare il consumo di alcol, una sostanza sempre dannosa per l’organismo e particolarmente rischiosa in gravidanza e allattamento. È inoltre importante fare attenzione alla qualità e provenienza degli alimenti, limitando l’esposizione a pesticidi o contaminanti ambientali. Quando possibile, è preferibile scegliere prodotti tracciabili, freschi e sicuri, per ridurre i rischi associati a residui chimici.
Indossare abiti leggeri e traspiranti
Per entrambi, mamma e bambino/bambina, è preferibile scegliere tessuti in fibre naturali, come il cotone, che favoriscono la traspirazione e aiutano a regolare la temperatura corporea. Per il bambino o la bambina, meglio evitare accessori inutili e ridurre al minimo gli strati di vestiario.
Allattare in ambienti ombreggiati e ben ventilati
Sia in casa che all’aperto, è importante garantire ambienti freschi e areati per il comfort della madre e del bambino o bambina. In casa, favorire il ricircolo d’aria aprendo più finestre o usando ventilatori indiretti. All’aperto, preferire l’ombra naturale o porticati ventilati, evitando l’esposizione diretta al sole.
Limitare gli sbalzi di temperatura
Evitare passaggi bruschi da ambienti caldi ad altri con aria condizionata, soprattutto quando si entra o si esce da negozi, automobili o abitazioni. Favorire una transizione graduale, per esempio entrando in ambienti climatizzati a ventole spente o tenendo inizialmente il bambino o la bambina vicino al proprio corpo, favorendo un adattamento graduale.
Non coprire passeggini o carrozzine con teli. Usare fasce porta bebè leggere e traspiranti
Coprire con teli, anche leggeri, l’ingresso di carrozzine o passeggini può limitare la ventilazione e causare un rapido aumento della temperatura interna. È preferibile utilizzare ombrellini parasole o coperture che permettano il riciclo dell’aria. Anche in estate è possibile utilizzare fasce porta bebè realizzate in tessuti leggeri e traspiranti.
Osservare i segnali del bambino o bambina
Ogni bambino o bambina manifesta bisogni differenti. Seguire i suoi ritmi e segnali è essenziale per garantire un buon allattamento, anche in estate.
Il latte materno per una nutrizione giusta, sicura e sostenibile
«Il tema della Settimana Mondiale dell’Allattamento 2025, che si celebra come ogni anno dal 1° al 7 agosto, è ‘Sostenere l’allattamento attraverso sistemi alimentari equi’. L’obiettivo della campagna è quindi riconoscere l’allattamento come fondamento di una nutrizione giusta, sicura e sostenibile, capace di offrire benefici a lungo termine per la salute pubblica, l’ambiente e l’autonomia delle famiglie. Allattare significa non solo garantire il migliore standard per la crescita di bambine e bambini, ma anche ridurre la dipendenza da prodotti industriali con alto impatto ambientale e costi economici elevati», ricorda Angela Giusti.
Una questione anche di equità
«L’allattamento materno – riprende e conclude l’esperta – è anche una questione di equità: i bambini e le bambine allattati hanno una salute migliore e un rischio significativamente ridotto di sviluppare in seguito patologie acute e croniche. Tuttavia, i dati del Sistema di Sorveglianza 0-2 anni dell’ISS, coordinato dalla dott.ssa Enrica Pizzi, mostrano che a essere allattati sono più spesso i figli e le figlie di madri con livelli di istruzione più elevati e che partecipano a percorsi di accompagnamento alla nascita, Questo contribuisce a rafforzare le disuguaglianze, in un meccanismo transazionale in cui difficoltà economica, esclusione educativa e minore accesso ai servizi si sommano, incidendo sulla salute dei bambini e delle bambine sin dalla nascita. Per questo, la riflessione proposta nel 2025 coinvolge anche le istituzioni, il personale della salute, chi prende le decisioni politiche e le reti di sostegno alle famiglie: sostenere l’allattamento è una responsabilità condivisa, che parte da piccoli gesti quotidiani e si allarga alla costruzione di sistemi alimentari più equi, etici e resilienti».
Si è svolto ieri a Il Cairo un incontro istituzionale tra il Vice Primo Ministro e Ministro della Salute e della Popolazione dell’Egitto, Khaled Abdel Ghaffar, e il Presidente di Farmindustria, Marcello Cattani. Erano inoltre presenti altri esponenti delle Istituzioni, tra cui il Capo dell’Autorità Egiziana del Farmaco (EDA), Ali El-Ghamrawy e il Viceministro della Salute, Mohamed Hassani.
Al centro del confronto, la cooperazione tra Italia ed Egitto orientata allo sviluppo di investimenti congiunti delle imprese farmaceutiche, al trasferimento tecnologico e alla localizzazione della produzione di farmaci e vaccini sul territorio egiziano, alla disponibilità in Egitto di farmaci orfani e prodotti frutto della ricerca in Italia, in risposta alle esigenze del mercato interno e con una prospettiva di export verso mercati regionali e internazionali.
Le istituzioni egiziane hanno sottolineato l’importanza di un partenariato strutturato con l’industria farmaceutica in Italia, riconoscendo il valore del know-how, della qualità produttiva e della capacità innovativa del comparto.
Il Ministro Abdel Ghaffar ha evidenziato l’impegno del Governo egiziano a semplificare le procedure logistiche e amministrative, valorizzando le risorse locali e promuovendo la collaborazione tra pubblico e privato.
Nel corso dell’incontro, l’Autorità Egiziana del Farmaco ha presentato il livello di qualità e il potenziale produttivo del settore farmaceutico in Egitto, confermandone la piena conformità agli standard internazionali.
Il Presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, ha espresso grande apprezzamento per l’impegno del Governo egiziano nello sviluppo del settore, confermando la volontà dell’industria italiana di contribuire attivamente a questa visione di sviluppo industriale condiviso, nell’ambito del Piano Mattei e per il rafforzamento della partnership e collaborazione tra Italia ed Egitto per la salute e le competenze, anche grazie al ruolo dell’ITS Academy per le nuove tecnologie della vita.
Farmindustria rinnova il proprio impegno a sostenere il dialogo e la cooperazione con i partner internazionali, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza delle filiere, promuovere l’innovazione e generare valore per i cittadini e i sistemi sanitari dei Paesi coinvolti.
Oggi, in modo cogente e più che nel passato, il Sistema salute è pressato, da un lato, da una domanda costantemente in crescita generata dall’invecchiamento progressivo della popolazione, dall’aumento della cronicità e da bisogni sempre più complessi, e, dall’altro, da una risposta ai bisogni non facile perché condizionata dalla finitezza delle risorse, dalla frammentazione dei servizi e da una rete assistenziale difficile da articolare e altrettanto da mantenere. È proprio in questo tempo e in questo contesto che il tema della curacome atto profondamente umano, relazionale, etico, di prossimità, integrazione, accessibilitàe non meramente come un gesto tecnico, torna prepotentemente ad assumere un valore politico ma anche culturale centrale.
A TrendSanità ne abbiamo parlato con Nicola Draoli, Consigliere nazionale FNOPI e autore – insieme a Giulia Fanetti – del testo “Sulla soglia, esperienze di cura”, che riflette sul senso profondo della cura in questo tempo. Una riflessione dalla quale non si può prescindere per costruire un dialogo irrinunciabile per connettere l’esperienza di chi opera nella sanità e nel sociale con le grandi questioni che attraversano il sistema salute.
Nel suo testo si parla della cura come atto relazionale profondo e non solo: in un sistema salute sempre più prestazionale e centrato sulla logica dell’efficienza come si può mettere e rimettere al centro la relazione e la prossimità soprattutto in situazioni di fragilità?
La relazione non dovrebbe “essere messa o rimessa” al centro. Dovrebbe già starci. È un dovere deontologico, ma prima ancora un imperativo etico e umano. La relazione che prevede la prossimità intesa anche come comprensione è un principio basilare, non una funzione supererogatoria. Tuttavia, viviamo in un sistema che valuta ciò che è misurabile, e in questa logica la relazione rischia di sparire dal radar.
Viviamo in un sistema che valuta ciò che è misurabile, e in questa logica la relazione rischia di sparire dal radar
Eppure, anche la relazione può generare valore, anche in termini di accountability. Gli strumenti ci sono: dai PREMs e PROMs (strumenti di valutazione della qualità percepita dai pazienti), fino alle tassonomie infermieristiche che permettono di codificare interventi relazionali. Il problema è che la relazione ha un peso specifico inferiore nei meccanismi di certificazione, ad esempio, a un indice di performance clinica. In un contesto sociale e demografico come il nostro, la prossimità e la cura devono diventare inoltre patrimonio di una comunità, non solo compito del professionista. Ecco perché credo che i nuovi assetti della sanità territoriale, se sapranno davvero sviluppare community building, possano essere un’opportunità straordinaria. Ma servirà un salto culturale anche da parte della cittadinanza e della politica superando l’eccessiva delega ai professionisti e ripensandosi in termini di co-responsbailità e co progettazione.
La prossimità è sempre più spesso evocata come valore irrinunciabile ma richiede visione, organizzazione, risorse. Quali sono le condizioni istituzionali e professionali necessarie per costruire e mantenere il sistema salute davvero vicino alle persone?
La prossimità è la più grande sfida di un sistema fatto oggi di troppe distanze. Tra l’altro non esiste una prossimità solo in senso fisico. Un sistema può essere vicino se sa offrire risposte personalizzate, se conosce la storia dell’altro, se non costringe i cittadini a bussare a cento porte per capire a chi spetti la responsabilità del loro bisogno.
I nuovi assetti della sanità territoriale, se sapranno davvero sviluppare community building, possono essere un’opportunità straordinaria per costruire fiducia e relazioni
La tecnologia ci offre strumenti potenti in questo senso, ma a patto di non dimenticare il digital divide: analfabetismo digitale e infrastrutture carenti possono amplificare le disuguaglianze. I professionisti di oggi dovrebbero diventare in grado di prescrivere quindi anche la giusta tecnologia alla giusta persona e questa è una competenza che deve essere di tutti, servono quindi competenze in più e i fondi del PNRR hanno creato molte opportunità formative in questo senso. Serve comunque come condizione essenziale un modello che ricostruisca fiducia e relazioni di continuità: l’infermiere di famiglia e comunità è, in questo senso, una delle risposte più concrete. La prossimità è reale quando posso chiamare un professionista che conosco e che conosce me. Se non ci conosciamo, non serve esserci nemmeno fisicamente. E le nuove tecnologie in contesti organizzativi non adeguati non solo non migliorano niente ma probabilmente peggiorano.
L’integrazione tra i servizi sanitari e sociali è e resta uno dei nodi più ostici da sbrigliare. Quali politiche servirebbero per garantire continuità e risposte coerenti, personalizzate e di qualità a chi vive in condizioni di fragilità e marginalità?
Le strutture esistono: UVM (Unità di Valutazione Multidisciplinare), COT (Centrale Operativa Territoriale), PUA (Punto Unico di Accesso). Il problema non è crearle, ma farle funzionare come spazi di reale confronto e non come scatole burocratiche. La sfida è organizzativa, più che normativa. Occorre rompere il silos professionale e settoriale: un vero approccio integrato si costruisce solo se si riconosce che i determinanti di salute sono anche economici, culturali e ambientali. Se non accettiamo che una persona malnutrita, sola o priva di istruzione ha un rischio sanitario più alto, continueremo a rincorrere la fragilità invece che prevenirla. La chiave non è “più prestazioni”, ma più alleanze, più co-progettazione, più visione condivisa. Credo che gli infermieri e gli assistenti sociali siano i due attori principali per condividere visioni ampie ed olistiche in questo senso, per storia, per formazione, per inclinazione.
Un vero approccio integrato si costruisce solo se si riconosce che i determinanti di salute sono anche economici, culturali e ambientali
Il concetto di accessibilità deve fare i conti con barriere che non sono più solo fisiche ma anche culturali, economiche e digitali. In che modo il sistema salute può essere davvero inclusivo e con quale contributo da parte dei professionisti?
Per essere inclusivo, il sistema deve smettere di ragionare per compartimenti. Dobbiamo farci insieme una domanda semplice: di cosa ha bisogno questa persona? Solo dopo possiamo dividere il lavoro per ambiti di competenza e decidere chi è il case manager in base al bisogno prevalente. Ma non basta. Servono politiche che rendano attrattivi i territori, perché la prossimità non si costruisce dove i servizi non vogliono (o non possono) restare. Chi lavora nella salute oggi cerca contesti stimolanti anche umanamente, non solo stipendi o tabelle. Se un territorio è povero digitalmente, culturalmente, socialmente, diventa ostile sia per chi ci vive che per chi dovrebbe prendersene cura. E questo genera un circolo vizioso difficilissimo da spezzare.
La cura come atto etico e relazionale rischia di essere sottovaluta e sottodimensionata dalle politiche sanitarie. Che ruolo dovrebbero avere nelle scelte istituzionali? Come professionisti, quali leve possiamo agire per promuovere un sistema più umano ed eticamente giusto?
Il rischio c’è, ed è concreto. Perché la cura relazionale è difficile da standardizzare, da contare, da mettere in un cruscotto. E la sanità – e la governance – si sono abituate troppo a ciò che è numericamente solido, ma umanamente fragile. Come professionisti, abbiamo la responsabilità di non arretrare su questo terreno. Dobbiamo essere noi i primi a portare la relazione in corsia, nei servizi, nelle case. Ma dobbiamo anche esigere che i sistemi informativi valorizzino ciò che facciamo: oggi molti degli atti relazionali non vengono nemmeno registrati. Ripensare i flussi informativi in chiave relazionale è una sfida tecnica, certo, ma prima ancora è una scelta politica. E io credo che sia una scelta inevitabile, se vogliamo costruire un sistema che metta davvero al centro la persona.
Acquisiti dalle Regioni i dati di spesa definitivi, il consuntivo 2024 si chiude con uno sforamento della spesa farmaceutica per acquisti diretti da parte delle stesse Regioni di 4 miliardi e 16 milioni di euro. Un dato leggermente in salita rispetto ai 3,7 miliardi di euro di splafonamento del tetto calcolati a fine aprile scorso sulla base di dati ancora provvisori. Il “Monitoraggio della Spesa Farmaceutica Nazionale e Regionale gennaio-dicembre 2024”, approvato dal CdA di AIFA nella seduta del 29 luglio, fissa all’11,32% del Fondo sanitario nazionale (FSN) la spesa per la “diretta”, contro l’8,3% del tetto prefissato. Lo scorso anno la percentuale di spesa sul FSN era stata pari al 10,53%. A influire sull’incremento della spesa, oltre alle dinamiche registrate negli altri Paesi paragonabili, come invecchiamento della popolazione e costi dell’innovazione sempre più elevati, è stato anche il passaggio di diversi medicinali dal Fondo per gli innovativi a quello degli acquisti diretti.
I dati che si ricavano dal documento, pubblicato sul portale dell’AIFA, evidenziano inoltre una notevole divaricazione di spesa a livello regionale, con una percentuale rispetto ai singoli fondi sanitari regionali che varia dal 9,44% della Lombardia al 13,48% della Sardegna, dal 13,21% della Campania al 13,15% del Friuli Venezia Giulia. Sotto la soglia del 10% del FSR si collocano, oltre alla Lombardia, anche Trento e Valle D’Aosta, mentre sopra lo soglia del 12% Emilia Romagna, Abruzzo e Marche.
Complessivamente, in valori assoluti, la spesa per acquisti diretti da parte delle Regioni ammonta a 15 miliardi e 56 milioni di euro, ai quali si aggiungono i 249 milioni di spesa per i gas medicinali.
Registra invece un avanzo di 691 milioni di euro la spesa per la farmaceutica convenzionata che, al netto degli sconti versati dalle farmacie e al lordo dei ticket, è stata pari a 8 miliardi e 353 milioni, contro un tetto programmato del 6,80% del Fondo sanitario (pari in valore assoluto a 9 miliardi e 44 milioni). In termini percentuali l’incidenza della convenzionata sul Fondo è stata del 6,28%, contro il 6,34% del FSN 2023.
Al netto del payback la spesa per i farmaci innovativi è stata infine pari a 775 milioni di euro, interamente coperti dal Fondo ad hoc, pari a 1,3 miliardi di euro. Un avanzo della spesa rispetto al fondo di oltre 500 milioni di euro che sarebbe stato possibile utilizzare per ridurre lo sfondamento del tetto degli acquisti diretti 2024 e che sarà ora possibile riallocare nel 2025 grazie alla determina sui medicinali innovativi già approvata il 12 luglio 2025.
Si intitola La Bussola – La prescrizione sociale culturale: risorse di comunità a sistema per il ben‑essere il nuovo percorso formativo promosso dal Cultural Welfare Center, in programma dal 10 novembre al 9 dicembre 2025. Cinque incontri online, rivolti a professionisti del settore sanitario, sociale e culturale, per esplorare il potenziale della prescrizione sociale come strumento per prendersi cura delle persone, integrando risorse culturali e relazionali nel percorso di cura.
La prescrizione sociale è un approccio già diffuso in diversi Paesi, in particolare nel Regno Unito, dove viene utilizzata come risposta a bisogni di salute che non trovano risposta unicamente nel trattamento clinico. Consiste nel “prescrivere” attività di tipo culturale, artistico, sportivo o relazionale – ad esempio laboratori teatrali, gruppi di lettura o percorsi museali – in grado di contribuire al benessere mentale, alla riduzione dell’isolamento e alla qualità della vita, soprattutto nei casi di malattie croniche o fragilità sociali.
In Italia si tratta di una pratica ancora in fase sperimentale, che richiede la costruzione di un linguaggio e di un metodo condiviso tra mondi diversi.
Il percorso “La Bussola” offre strumenti concreti per applicare la prescrizione sociale in Italia, a partire dalle esperienze internazionali e dalle linee guida OMS
Il percorso La Bussola prevede un’introduzione generale sul tema – che cos’è la prescrizione sociale, dove nasce e come si è sviluppata a livello internazionale – e l’approfondimento di alcuni aspetti chiave: le opportunità di sviluppo nel contesto italiano, le risorse abilitanti, il potenziale impatto sulla salute individuale e collettiva. Saranno presentate le migliori esperienze in atto nel mondo e in Italia.
Durante il percorso sarà condivisa una bibliografia ragionata, a partire dalla traduzione italiana del toolkit dell’OMS (2022) su come implementare la prescrizione sociale, a cura di CCW in collaborazione con numerosi partner istituzionali. Saranno inoltre illustrati i primi risultati del percorso di ricerca nazionale avviato sul tema, con casi studio e riflessioni operative.
Il programma è curato scientificamente da Annalisa Cicerchia e Catterina Seia – CCW, con le partnership di DoRS – Centro di Documentazione per la promozione della Salute della Regione Piemonte, COREP – Consorzio per la Ricerca e l’Educazione Permanente Università di Torino e Università di Messina, Rete HPH – Ospedali per la Promozione della Salute e dei Servizi Sanitari, DAIRI – Dipartimento delle Attività Integrate Ricerca e Innovazione dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Alessandria.
Il corso, rivolto a operatori sanitari, sociali e culturali, professionisti della pubblica amministrazione, del terzo settore e investitori sociali, è accreditato ECM per il rilascio di crediti formativi validi per le professioni sanitarie.
Le iscrizioni sono aperte dal 18 luglio al 15 settembre 2025, con un massimo di 250 partecipanti.
Per maggiori informazioni e iscrizioni, clicca qui
L’Italia compie un salto di qualità nella presa in carico dei pazienti con patologie pancreatiche, sia oncologiche che benigne. Con l’approvazione del documento nazionale da parte del Ministero della Salute, viene ufficialmente avviata l’implementazione della rete di Pancreas Unit, centri specializzati e connessi secondo un modello multidisciplinare, che mira a migliorare gli esiti clinici e garantire pari accesso alle cure su tutto il territorio nazionale.
Questo risultato è il frutto di anni di lavoro portati avanti da società scientifiche, associazioni a tutela dei pazienti e professionisti sanitari, e rappresenta oggi una svolta strategica per la sanità pubblica.
«Le Pancreas Unit sono una risposta organizzata alla complessità di queste patologie. Una rete ad alta specializzazione, connessa con il territorio, è l’unico modo per garantire cure tempestive, appropriate e vicine al paziente», dichiara Silvia Carrara, Presidente della Associazione Italiana Studio Pancreas (AISP).
«Questo modello fonda la sua forza sull’integrazione reale tra specialisti: gastroenterologi, endoscopisti, chirurghi, oncologi, radiologi, patologi, nutrizionisti e palliativisti. È la sintesi perfetta tra qualità, prossimità e sostenibilità delle cure», aggiunge Luca Frulloni, Presidente della Società Italiana di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva (SIGE).
Perché servono le Pancreas Unit
Il carcinoma del pancreas è tra i tumori più aggressivi: le stime indicano che entro il 2030 potrebbe diventare la seconda causa di morte per cancro in Europa. Anche le forme benigne – come pancreatiti acute e croniche, lesioni cistiche e neoplasie a basso potenziale maligno – richiedono un’assistenza continua e altamente specialistica.
Secondo studi recenti (Balzano et al., Dig Liver Dis, 2025), trattare i pazienti in centri ad alto volume e con esperienza multidisciplinare riduce significativamente la mortalità post-operatoria e migliora l’efficacia delle cure. In Italia, invece, troppi interventi sono ancora eseguiti in strutture a basso volume, con conseguente aumento del rischio clinico e dei costi sanitari.
Dal modello lombardo alla rete nazionale: l’organizzazione Hub & Spoke
Un’esperienza virtuosa arriva dalla Regione Lombardia, che già nel 2022 ha attivato una rete di 14 centri Hub e numerosi Spoke, basata su criteri rigorosi:
multidisciplinarietà reale, con coinvolgimento regolare di tutte le figure sanitarie essenziali;
volumi minimi di attività, come almeno 50 resezioni pancreatiche ogni 3 anni e mortalità chirurgica sotto l’8%;
incontri clinici MDT (Multidisciplinary Team) strutturati, con almeno 20 riunioni l’anno;
case manager dedicato e formazione continua del personale;
piattaforme digitali per monitorare gli indicatori di qualità.
Questo modello è oggi il riferimento per la Cabina di Regia ministeriale, che punta a strutturare una rete nazionale di Pancreas Unit, riducendo la mobilità sanitaria e garantendo equità territoriale.
Le priorità per rendere operativa la rete secondo AISP E SIGE
Perché le Pancreas Unit diventino realtà effettiva in ogni regione, è necessario:
investire nella formazione di nuovi specialisti;
attivare e finanziare registri clinici nazionali per raccogliere dati real-world;
adeguare i LEA, includendo le procedure endoscopiche e radiologiche avanzate oggi non rimborsate;
sostenere la ricerca multicentrica, attraverso reti coordinate e piattaforme condivise.
Sostegno al percorso
AISP e SIGE si impegnano a sostenere il percorso attraverso formazione, advocacy istituzionale, aggiornamento scientifico e un forte legame con le associazioni pazienti. Al centro di questa visione ci sono anche i giovani medici in formazione, già protagonisti di progetti e attività legate alle Pancreas Unit. Le Pancreas Unit sono una grande opportunità per il sistema sanitario italiano: un modello che unisce efficacia clinica, sostenibilità organizzativa e prossimità territoriale, fondato su dati, esperienza e centralità del paziente. Una risposta concreta a una delle sfide più complesse della medicina contemporanea.
Una malattia della pelle che si credeva confinata al passato sta tornando a farsi sentire. Si tratta della scabbia, un’infezione causata dall’acaro Sarcoptes scabiei, oggi in crescita anche nei Paesi industrializzati. A lanciare l’allarme è la Società Italiana di Dermatologia e Malattie Sessualmente Trasmesse (SIDeMaST), che invita a non sottovalutare la diffusione del parassita e a puntare su prevenzione e diagnosi precoce.
Storicamente associata a povertà e scarsa igiene, oggi la scabbia si trasmette facilmente in ambienti come scuole, RSA, ospedali e nuclei familiari numerosi
Storicamente associata a povertà e scarsa igiene, oggi la scabbia si trasmette facilmente in ambienti come scuole, RSA, ospedali e nuclei familiari numerosi. Il contagio avviene quasi esclusivamente per contatto diretto tra persone. L’acaro, invisibile a occhio nudo, scava cunicoli nella pelle dove depone le uova, provocando un prurito intenso (soprattutto notturno) e lesioni localizzate su mani, piedi, polsi e genitali.
I dati italiani: aumento dei casi in Emilia-Romagna e nel Lazio
Due recenti studi evidenziano una diffusione in crescita. A Bologna, una ricerca pubblicata su Sexually Transmitted Infections ha rilevato un incremento costante delle diagnosi negli ultimi anni, con picchi stagionali ricorrenti. Tra i fattori favorenti, c’è il sovraffollamento urbano e le condizioni socioeconomiche fragili. Uno scenario altrettanto preoccupante emerge nel Lazio. Uno studio pubblicato su Infectious Diseases of Poverty ha analizzato i casi tra il 2017 e il 2023. Dopo un calo marcato durante la prima fase della pandemia da COVID-19 (–79,6% nel 2020), i numeri sono tornati a salire: +143,4% tra 2020 e 2021, +142,3% tra 2021 e 2022, +170,3% tra 2022 e 2023. Particolarmente allarmante è l’aumento dei focolai nelle strutture di lunga degenza: +750% in tre anni.
Michela Magnano
Michela Magnano, dirigente medico presso l’Unità operativa di dermatologia dell’Ospedale Versilia di Lido di Camaiore (Lucca), spiega a TrendSanità perché si parla ancora di scabbia, come si cura e quanto conta fare prevenzione.
Perché questa recrudescenza?
«C’è da dire che questa recrudescenza si è evidenziata negli ultimi anni, soprattutto a partire dal 2020-2021, un po’ in tutta Europa. Emilia-Romagna e Lazio hanno fatto degli studi che, al momento, sono gli unici con dati precisi sull’effettivo aumento dei casi. Uno studio su larga scala dell’Istituto Superiore di Sanità, che analizzi l’aumento della scabbia negli ultimi anni a livello nazionale, ancora non c’è. Al momento, quindi, si descrivono singole realtà specifiche e non una situazione complessiva del Paese. Sappiamo che la scabbia ha un andamento ciclico: ogni dieci anni circa può esserci un picco di incidenza, che però, solitamente, è seguito da un periodo di calo dei casi. Già dal 2017 abbiamo iniziato a notare un trend in crescita. Poi, c’è stato un aumento importante che abbiamo notato nella pratica clinica, soprattutto dopo la pandemia. Sebbene i numeri ufficiali ancora non ci siano, è un dato che emerge con forza dall’esperienza sul campo».
Emilia-Romagna e Lazio hanno fatto degli studi che, al momento, sono gli unici con dati precisi sull’effettivo aumento dei casi
Quali sono le cause?
«Possono essere diverse. L’ipotesi più accreditata è che ci sia stata una concomitanza di fattori, a partire dall’isolamento dovuto al COVID. Molte persone hanno vissuto a lungo in ambienti chiusi, spesso sovraffollati e talvolta con condizioni igienico-sanitarie precarie. A questo si aggiunge il cosiddetto “overtourism”, cioè il turismo di massa ripreso subito dopo la pandemia, che ha comportato un aumento di viaggi e soggiorni in ambienti condivisi come hotel, campeggi, ostelli. Un altro fattore può essere il frequente ricambio di pazienti negli ospedali, proprio durante e dopo il periodo pandemico. Infine, potrebbe aver contribuito anche l’aumento della tolleranza o della resistenza del parassita alla permetrina, il farmaco fino a pochi anni fa più utilizzato in Italia per il trattamento della scabbia».
Ci sono delle evidenze scientifiche che suggeriscono lo sviluppo di questa resistenza?
Diversi studi hanno descritto l’aumento della tolleranza o della resistenza del parassita alla permetrina
«Diversi studi hanno descritto come alcuni pazienti non guarivano più con l’applicazione della permetrina. Uno studio pubblicato nel 2023 sul Journal of the European Academy of Dermatology and Venereology ha analizzato proprio questo fenomeno, studiando l’acaro nei pazienti che non rispondevano al trattamento. Si è visto che l’acaro aveva sviluppato una mutazione nei canali del sodio. Questo non significa che la permetrina non funzioni più del tutto, ma che l’acaro è diventato più tollerante. Servivano, perciò, più applicazioni per ottenere lo stesso effetto. In ospedale, ad esempio, eravamo abituati a prescrivere due applicazioni a distanza di una settimana, oppure una sola e poi il richiamo. Con questi casi più resistenti, invece, si è visto che servivano anche quattro o cinque applicazioni consecutive, seguite da una pausa di una settimana. Poi di nuovo altre applicazioni. Insomma, non bastavano più i cicli brevi.
Ci sono state osservazioni simili anche in Italia, come lo studio di Carlo Mazzatenta e Andrea Bassi (Lucca), oppure lo studio di Riccardo Balestri (Trento), che sono stati tra i primi a descrivere questo fenomeno di “resistenza” o, meglio, di ridotta risposta alla permetrina».
Non è un problema del farmaco in sé, ma della posologia?
«Da una parte sì, ma nella pratica clinica molti di noi, me compresa, non usano più la permetrina come prima scelta. È una terapia complicata da applicare, richiede molto impegno, soprattutto se va ripetuta per tanti giorni. Oggi si preferisce usare direttamente un altro farmaco, l’ivermectina, in compresse da 200 microgrammi per chilo di peso corporeo. Come trattamento topico, al posto della permetrina, usiamo il benzoato di benzile, che ci dà più sicurezza sull’efficacia. Tra l’altro, ci sono anche studi che confrontano i due approcci e mostrano che il benzoato di benzile funziona, anche nei pazienti che non rispondevano alla permetrina. Forse, quindi, non era solo un problema di quante applicazioni fare, ma anche di efficacia generale della molecola».
Dalla scabbia si guarisce?
Non è una malattia incurabile: semplicemente oggi sappiamo che può essere un po’ più difficile da trattare, richiede più attenzione, più costanza
«Assolutamente sì, questo è un messaggio importante. Non è una malattia incurabile, semplicemente oggi sappiamo che può essere un po’ più difficile da trattare, richiede più attenzione, più costanza. Bisogna seguire bene la terapia, prendere i farmaci correttamente, applicare i prodotti nel modo giusto, secondo le indicazioni precise del medico. È importante anche fornire istruzioni scritte ai pazienti, così da evitare errori. Io, ad esempio, consegno sempre un foglio con indicato come lavare le lenzuola, gli indumenti e come gestire l’ambiente domestico. Per eliminare l’acaro, infatti, è fondamentale lavare tutto ad almeno 50 gradi. Gli indumenti che non possono essere lavati vanno chiusi in sacchi ermetici per almeno una settimana, senza essere toccati.
Poi c’è un altro punto fondamentale, trattare tutte le persone conviventi e i contatti stretti, non solo il nucleo familiare. Ad esempio, se un bambino ha un amico che sta spesso a casa, che gioca sempre con lui, va trattato anche l’amico. Non fermarsi solo a chi vive in casa, ma chiedere al paziente se ci sono persone che frequentano abitualmente l’ambiente domestico. Anche queste vanno incluse nel trattamento».
La scabbia è considerata una malattia “del passato” o legata solo a condizioni di marginalità. Quanto pesa lo stigma sociale nella diagnosi e nel trattamento tempestivo?
«Lo stigma sociale c’è ancora e pesa molto, sia sulla diagnosi, sia sull’inizio tempestivo del trattamento. Nonostante oggi sappiamo che la scabbia è una malattia comunissima e che non ha nulla a che fare con l’igiene personale, è ancora molto radicata l’idea che sia “una malattia da sporchi”. La maggior parte dei pazienti, appena riceve la diagnosi, ci risponde: “Ma com’è possibile? Dove l’ho presa? Mi lavo tutti i giorni…”. Questa è, quasi sempre, la prima reazione.
Con i virus, come l’influenza, il sistema immunitario sviluppa una risposta; con la scabbia no, quindi il contagio può andare avanti all’infinito
La scabbia, poi, limita anche le relazioni sociali. Anche se viviamo in un mondo di interazioni virtuali, non possiamo permetterci facilmente di stare a casa, saltare la scuola o il lavoro per giorni, il sistema sociale non lo consente. Per questo, tante volte si tende a nascondere la malattia. Magari non si dice nulla all’amico del figlio, che invece andrebbe trattato, oppure l’adolescente evita di dirlo al fidanzatino o alla fidanzatina. È un problema, perché la cosa più importante nel trattamento della scabbia è proprio curare anche i contatti stretti, pure se asintomatici. Altrimenti si crea quello che chiamiamo “effetto ping-pong”, ci si continua a contagiare a vicenda.
In un’ottica di prevenzione, ci sono nuove linee guida?
«Un gruppo di colleghi sta lavorando proprio alla stesura di nuove linee guida, fondamentali alla luce dei dati più recenti e del problema dell’aumentata tolleranza alla permetrina. Servono con urgenza e spero che siano pubblicate al più presto».
Quanto è importante coinvolgere anche altri professionisti oltre ai dermatologi?
Non bisogna informare solo i dermatologi, ma anche i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta
«È essenziale. Non bisogna informare solo i dermatologi, ma anche i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, che spesso sono i primi a visitare i pazienti. Devono imparare a riconoscere i segnali o almeno a farsi venire il dubbio, soprattutto quando due o più persone all’interno dello stesso nucleo familiare iniziano ad avere prurito. In quei casi bisogna avviare subito il trattamento oppure inviare la persona il prima possibile dal dermatologo, perché intervenire precocemente è fondamentale».
Quanto conta una corretta informazione pubblica?
«È molto importante. Se una persona si gratta da settimane, è giusto che sappia che non deve continuare con il fai-da-te, né pensare che si tratti solo di un’allergia. È importante farsi visitare, farsi controllare, anche solo per escludere la scabbia. Ci sono alcuni aspetti pratici che vale la pena ribadire: trattare anche gli asintomatici, perché altrimenti si rischia di mantenere attivo il contagio, ed eseguire una corretta igiene ambientale, perché uno dei motivi di fallimento della terapia è proprio non associare al trattamento farmacologico una pulizia adeguata di ciò che ci circonda.
Trattare anche chi non ha sintomi è fondamentale
Anche se sappiamo che la scabbia non si prende facilmente dagli indumenti, è comunque utile disinfettare l’ambiente. Bisogna, infine, sfatare un mito e cioè che l’acaro non vola, non salta. Il contagio avviene solo per contatto pelle a pelle diretto e continuativo, in genere dai 5 ai 20 minuti. Non è che se mi siedo su una poltrona del treno rischio di prenderla».
Misure di mitigazione dell’impatto del payback sui dispositivi medici per le piccole e piccolissime imprese: sospensione delle azioni esecutive in corso, dilazione dei pagamenti e accesso al Fondo di garanzia. Sono queste alcune delle richieste prioritarie che le associazioni Aforp–Associazione Fornitori Ospedalieri, Confimi Industria Sanità, Confindustria Dispositivi Medici e il Coordinamento Filiera, in audizione oggi in Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, hanno chiesto di inserire nel percorso di conversione del Decreto-legge Economia 95/2025.
Più complesso il percorso per quanto riguarda la richiesta di stabilire una soglia di esenzione a 4 milioni per le piccole e medie imprese, depositata ufficialmente al MEF, ribadita unanimemente in tutte le sedi e che continua a essere una proposta senza aggravio sulla spesa pubblica.
«Siamo consapevoli della necessità di controllare la spesa pubblica per i dispositivi medici – dichiarano le Associazioni, che rappresentano oltre il 90% delle imprese soggette a payback – ma ciò non può avvenire a discapito della tenuta di migliaia di piccole aziende che assicurano ogni giorno forniture e servizi essenziali al Servizio Sanitario Nazionale. Perché il Decreto-legge 95/2025 rappresenti per tutte le aziende del settore un primo passo positivo, è necessario prevedere in fase di conversione misure immediate a tutela delle piccole e medie imprese, le più esposte all’impatto del payback, per evitare un danno sistemico alla filiera. Il confronto con Governo, Parlamento e Regioni deve continuare in modo costruttivo, con l’obiettivo di definire un modello di governance più equo, sostenibile e orientato al lungo periodo».
Richiesta anche la disponibilità delle Regioni a inserire una compensazione sui versamenti IRAP per le aziende che avevano già pagato la quota di payback maggiorata, a seguito delle sentenze della Corte costituzionale del luglio 2024. Infine, le Associazioni hanno richiamato l’attenzione anche sul tema del payback 2019-2024, sollecitando la riconvocazione del tavolo istituzionale già a settembre per avviare un percorso di progressiva sterilizzazione della norma attraverso rifinanziamenti statali e un incremento dei tetti di spesa, che ne portino all’eliminazione definitiva in Legge di Bilancio 2026.
Conflavoro PMI Sanità e Confapi Sanità: «Governo non dice tutta la verità. I fondi ci sono, ma loro destinazione è errata»
In questi giorni hanno preso posizione anche Conflavoro PMI Sanità e Confapi Sanità: «Sul payback dispositivi medici il governo continua a raccontare una verità parziale. I fondi sono stati stanziati, ma la loro destinazione è profondamente errata. Anziché tutelare le PMI italiane, si distribuiscono infatti sconti a pioggia, ignorando la proposta più logica e sostenibile: l’introduzione di una franchigia da 5 milioni, a costo zero per lo Stato, già adottata nel comparto farmaceutico senza alcuna obiezione costituzionale». Lo dichiara, in una nota, Gennaro Broya de Lucia, presidente di Conflavoro PMI Sanità, l’associazione che riunisce le principali aziende del medtech Italiano, secondo il quale «se davvero si vuole salvare il comparto, non si può ignorare una misura equa, già sperimentata e senza costi aggiuntivi».
Per Broya de Lucia «la responsabilità è politica, diretta e grave. Il danno per l’occupazione, la filiera e la credibilità del sistema rischia di essere irreparabile con le piccole e medie imprese italiane (che pure rappresentano il tessuto produttivo del Paese) lasciate morire nel mentre si restituiscono milioni a grandi multinazionali che hanno già pagato. Il governo ha scelto scientemente di non replicare il modello farmaceutico e ora dovrà risponderne agli imprenditori traditi» conclude il presidente di Conflavoro PMI Sanità.
Gli fa eco Michele Colaci, presidente di Confapi Sanità: «Abbiamo fornito soluzioni concrete. L’eliminazione della franchigia è una scelta politica che colpisce le PMI, in particolare nei territori che andranno al voto nei prossimi mesi: Veneto, Campania, Toscana, Marche, Puglia e Valle d’Aosta. Ci auguriamo che i cittadini sappiano distinguere chi difende davvero l’impresa italiana da chi preferisce abbandonarla». «Chiediamo con urgenza il ripristino della franchigia a 5 milioni, misura semplice, già attuata in altri settori, che salverebbe centinaia di aziende e darebbe finalmente credibilità all’azione del governo» concludono Colaci e Broya De Lucia.
La Società Italiana dei Medici di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIMG) è pronta a rispondere alla nuova realtà epidemiologica che sta cambiando il volto della sanità italiana. Il nostro Paese, infatti, complici i cambiamenti climatici, non è più immune alle infezioni emergenti: casi autoctoni di arbovirosi – malattie virali trasmesse da zanzare come Chikungunya, Dengue e West Nile Virus – sono in costante aumento e non sono più solo casi “di importazione”, legati cioè a viaggi e migrazioni. I recenti casi segnalati in diverse regioni (come Emilia Romagna, Veneto e Lombardia, Toscana, Lazio) confermano un trend già in atto da anni.
Il ruolo strategico dei MMG
Visto che spesso i sintomi sono aspecifici, come un semplice innalzamento della temperatura corporea con la febbre, cefalea, dolori articolari, è fondamentale che i Medici di Medicina Generale siano in grado di avere un tempestivo sospetto diagnostico, da confermare nei Centri di riferimento ed avviare il trattamento soprattutto nei pazienti fragili, che potrebbero subirne conseguenze anche gravi. A partire da questa esigenza, SIMG si dichiara da subito disponibile a collaborare con l’Istituto Superiore di Sanità per una formazione ad hoc dei Medici di famiglia affinché abbiano delle competenze aggiornate.
«Il clima sempre più favorevole alla proliferazione delle zanzare vettori sta modificando profondamente il nostro panorama epidemiologico – spiega Alessandro Rossi, Presidente SIMG –. In questo scenario, il medico di famiglia assume un ruolo cruciale: ogni febbre prolungata, soprattutto se associata a cefalea, dolori muscolari o articolari, in questo periodo e in determinate aree del Paese, dovrebbe spesso far pensare a un’arbovirosi. Il Medico di Medicina Generale è il primo osservatore sul territorio e può intercettare i casi sospetti e avviare rapidamente il percorso di segnalazione e presa in carico. Per affrontare la sfida con efficacia, SIMG è pronta a potenziare la propria rete di sorveglianza, avvalendosi dell’esperienza maturata con RespiVirNet, il sistema di monitoraggio dell’influenza. Metteremo in campo una rete di medici sentinella formati e certificati, in collaborazione con le istituzioni sanitarie, a partire dall’Istituto Superiore di Sanità, con l’obiettivo di garantire una diagnosi precoce e il contenimento dei focolai».
Il ruolo dell’ISS
«Per contenere efficacemente Dengue e Chikungunya una diagnosi precoce è fondamentale – sottolinea Anna Teresa Palamara, Direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità –. Queste infezioni infatti possono essere trasmesse dalla zanzara che, dopo aver punto una persona infetta, punge una persona sana trasmettendo il virus. Questa caratteristica è diversa dal virus West Nile che viene trasmesso dalla zanzara all’uomo ma non viceversa. Per questo, per Dengue e Chikungunya, il ruolo dei medici di medicina generale è fondamentale per riconoscere subito i sintomi e fare diagnosi precoce, come ha dimostrato anche il recente caso in Emilia Romagna dove la diagnosi è stata fatta proprio da un medico di famiglia. Ogni regione dovrebbe implementare un sistema per rendere capillare la diagnosi, partendo proprio dai MMG, che sono le prime ‘sentinelle’ sul territorio».
Il caso incoraggiante dell’Emilia Romagna
Un esempio concreto del ruolo che può svolgere la Medicina Generale arriva proprio da uno dei recenti casi in Emilia-Romagna, diagnosticato tempestivamente da un medico di famiglia: un intervento che ha consentito di interrompere rapidamente la catena di trasmissione, con tempi più rapidi rispetto a quelli osservati in altre situazioni.
«La diagnosi di Chikungunya in provincia di Piacenza effettuata da un Medico di Medicina Generale mi ha favorevolmente colpito e ha dimostrato il ruolo strategico che la medicina di famiglia può svolgere in questo contesto – sottolinea Federico Gobbi, Direttore Scientifico IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (VR) e Professore Associato di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Brescia –. Quando un paziente, che non ha viaggiato all’estero, ha un sintomo aspecifico come una febbre tende a rivolgersi al proprio medico di famiglia e non al centro di malattie infettive. Serve dunque una sensibilizzazione di tutta la classe medica per inserire nel panorama diagnostico anche la possibilità che si tratti di una arbovirosi autoctona. Lo sforzo delle autorità scientifiche in collaborazione con la SIMG verterà sulla realizzazione di materiali che possano rendere più semplice per il MMG la possibilità di identificare e diagnosticare tempestivamente queste patologie».