In Italia, secondo i dati del XXII Rapporto sulle politiche della cronicità realizzato da Cittadinanzattiva, più di 4 persone su 10 (40,5%) hanno una malattia cronica mentre sono 12,2 milioni i cittadini italiani affetti da almeno due patologie croniche. In base ai dati, la tendenza è che nel 2028 i malati cronici saliranno a 25 milioni, mentre i multi-cronici saranno 14 milioni.
Tra le patologie croniche più diffuse vi sono quelle reumatologiche che sono oltre 150, rappresentano una delle principali cause di disabilità nel nostro Paese e la seconda in Europa dopo le malattie cardiovascolari e colpiscono oltre 5 milioni di persone, quasi il 10% della popolazione italiana. Queste malattie, spesso invisibili agli occhi di chi non le vive, hanno un impatto profondo sulla qualità della vita, sul lavoro, sulle relazioni sociali e sulla sfera emotiva. Secondo una recente indagine condotta da APMARR – Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare in collaborazione con l’istituto di ricerca WeResearch, più del 70% dei pazienti ha dovuto modificare i propri progetti di vita a seguito della diagnosi, e oltre il 60% ha dovuto abbandonare o ridurre l’attività lavorativa. Ma nonostante le difficoltà, emerge un dato incoraggiante: le persone con patologie croniche non rinunciano al desiderio di vivere pienamente la propria vita.
Una ricerca condotta nel Regno Unito, ripresa anche sull’International Travel & Health Insurance Journal, ha evidenziato che più del 75% dei viaggiatori con condizioni mediche croniche sceglie vacanze attive, orientate al benessere fisico e mentale, con attività come camminate, nuoto ed escursioni. Questo trend internazionale dimostra che il bisogno di autonomia, movimento e salute è centrale anche per chi affronta ogni giorno una condizione di cronicità.
L’estate, con il suo clima variabile e le abitudini che cambiano, può rappresentare una sfida per chi vive con una malattia reumatologica. Il caldo può migliorare la percezione del benessere articolare, ma non ha effetti curativi sull’evoluzione della patologia. Inoltre, fattori come l’esposizione al sole, l’altitudine, l’umidità e la gestione dei farmaci possono influire sensibilmente sullo stato di salute. Per questo motivo APMARR– Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare APS ETS ha raccolto, con il contributo di Francesca Romana Spinelli, reumatologa presso La Sapienza Università di Roma, una serie di raccomandazioni praticheper aiutare le persone con patologie reumatologiche a vivere le vacanze con serenità. «Convivere con una patologia reumatologica non significa rinunciare alla propria libertà e alla propria vita, ma occorre imparare a viverla con consapevolezza. Soprattutto durante le vacanze, è importante vivere normalmente, posto che è bene seguire le indicazioni del proprio medico su come comportarsi a seconda delle diverse patologie esistenti. Ma quello che conta davvero è non abbattersi e vivere il periodo di vacanza con spensieratezza e allegria, godendosi il relax, proprio come fanno tutti. Le vacanze possono e devono essere un momento di benessere, anche per chi affronta ogni giorno una condizione cronica», dichiara Antonella Celano, presidente di APMARR.
Il decalogo
Ecco dunque i 10 consigli degli esperti di APMARR per una vacanza sicura e consapevole per chi è affetto da una patologia cronica:
Protezione solare e attenzione agli orari sono fondamentali. L’esposizione al sole deve avvenire con moderazione, evitando le ore più calde e proteggendo la pelle, soprattutto in caso di farmaci fotosensibilizzanti o patologie cutanee associate.
La scelta della destinazione non è neutra. Il clima di montagna, più secco, può essere utile per chi ha artrosi, mentre l’ambiente marino può dare sollievo a chi convive con la psoriasi.
L’attività fisica è amica della salute, se svolta con equilibrio. Il nuoto è spesso indicato per il suo effetto non traumatico sulle articolazioni, mentre le camminate, se praticate con rispetto dei limiti personali, possono migliorare il benessere generale.
L’idratazione va curata con costanza. È essenziale bere acqua regolarmente, soprattutto quando fa caldo o si pratica movimento. In alcuni casi, può servire integrare sali minerali, ma solo su consiglio medico.
I farmaci devono viaggiare con il paziente, sempre in condizioni adeguate. È opportuno portarli in quantità sufficiente, insieme a prescrizione e piano terapeutico aggiornato, e conservarli al riparo da temperature eccessive.
Prima di partire, è utile confrontarsi con il proprio reumatologo. Una visita o una consulenza telefonica possono offrire indicazioni preziose e personalizzate in base alla meta e alla condizione clinica.
È importante conoscere la disponibilità dei servizi sanitari nella località scelta. Sapere dove rivolgersi in caso di necessità è parte di una pianificazione responsabile.
Le valigie e gli spostamenti vanno pensati in modo intelligente. Evitare pesi eccessivi, scegliere valigie con ruote, prenotare sistemazioni accessibili sono strategie che facilitano il viaggio e ne riducono lo stress fisico.
Anche l’alimentazione incide sul benessere. Seguire una dieta leggera e bilanciata, ricca di frutta e verdura di stagione, può aiutare a gestire l’infiammazione e supportare la salute generale.
È importante ascoltare il proprio corpo. Le vacanze non sono una gara né una sospensione delle esigenze di cura. Alternare attività e riposo, concedersi momenti di tranquillità e rispettare i segnali dell’organismo sono le vere chiavi per una rigenerazione autentica.
«Al 30 giugno 2025 – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – per la Missione Salute del PNRR sono state raggiunte le quattro scadenze previste entro la fine del 2° trimestre di cui due europee. Tuttavia, a un anno dalla rendicontazione finale, al di là del rispetto formale delle scadenze e dell’incasso delle rate, la spesa effettiva delle risorse e l’avanzamento reale degli obiettivi procedono con estrema lentezza e con inaccettabili diseguaglianze tra le Regioni. In particolare, delle 14 misure da completare entro giugno 2026, almeno 5 presentano criticità di attuazione, mentre per 5 le informazioni pubblicamente disponibili non sono sufficienti per valutarne lo stato di avanzamento. 4 misure risultano quasi completate o già raggiunte».
Secondo i dati pubblicati sul portale del Ministero della Salute, che monitora l’attuazione della Missione Salute del PNRR, al 30 giugno 2025 sono state raggiunte le due scadenze europee sul finanziamento di progetti di ricerca e tutte le precedenti. «Tuttavia – spiega il Presidente – il rispetto delle scadenze formali, necessario per il via libera all’erogazione delle rate, non rappresenta in questa fase finale un indicatore affidabile sul reale stato di avanzamento dei progetti».
Per tale ragione, a un anno dalla scadenza, il monitoraggio indipendente dell’Osservatorio GIMBE sull’attuazione della Missione Salute del PNRR si è focalizzato sul reale status di avanzamento dei 14 obiettivi europei ancora da raggiungere: 3 entro dicembre 2025 e 11 entro giugno 2026. «Riteniamo fondamentale – commenta Cartabellotta – offrire ai cittadini un quadro chiaro basato su dati oggettivi, al riparo strumentalizzazioni politiche. Al tempo stesso, esortiamo Governo, Regioni e ASL a condividere le responsabilità, facendo convergere gli sforzi su una volata finale che sarà una corsa contro il tempo».
Roadmap al 30 giugno 2026
Risorse da spendere. Secondo la Relazione sullo Stato di Attuazione del PNRR della Corte dei Conti, pubblicata lo scorso 15 maggio, al 31 dicembre 2024 risultavano ancora da spendere 12,81 miliardi di euro, pari all’82% delle risorse assegnate. Una percentuale che colloca la Missione Salute al penultimo posto per spesa sostenuta (18%), davanti solo alla Missione 5 (Inclusione e Coesione) ferma al 15,9%. «Questi numeri – commenta Cartabellotta – documentano che serve un impulso decisivo per completare i progetti e trasformare in servizi le risorse da spendere, senza alcun margine per ritardi o inerzie». Infatti, secondo la Corte dei Conti, per completare l’attuazione finanziaria delle Missioni 5 e 6, in assenza di slittamenti, sarà necessario tra gennaio 2025 e giugno 2026 un ritmo di spesa oltre sette volte superiore rispetto a quello dell’intero triennio 2022-2024.
Target da raggiungere entro il 30 giugno 2026. Il sito del Ministero della Salute, in occasione del pagamento della VII e VIII rata, riporta che per completare la Missione Salute devono essere raggiunti 13 target e 1 milestone: 3 target entro il 31 dicembre 2025 ai fini dell’erogazione della IX rata; 10 target e 1 milestone entro il 30 giugno 2026 per incassare la X rata. «Il vero nodo – spiega Cartabellotta – è che il 30 giugno 2026 non segna solo il completamento formale dei target, ma coincide con la consegna reale di tutte le strutture e i servizi finanziati dal PNRR, che dovrebbero tradursi in un concreto miglioramento dell’assistenza sanitaria».
La Fondazione GIMBE, nell’impossibilità di un pubblico accesso al sistema ReGis, ha analizzato lo status di avanzamento degli obiettivi da raggiungere entro giugno 2026 utilizzando tutte le fonti istituzionali disponibili al 28 luglio 2025: Corte dei Conti, Ufficio Parlamentare di Bilancio, Ministero della Salute, Dipartimento per la Trasformazione Digitale, Agenas (Tabella 1). «È verosimile – commenta Cartabellotta – che alcuni progetti siano più avanti di quanto riportato. Ma allo stesso tempo è poco realistico immaginare che, anche per i dati aggiornati a dicembre 2024, in soli sei mesi siano stati compiuti exploit tali da recuperare i ritardi accumulati, soprattutto nelle Regioni più indietro».
Tre target in netto ritardo
Oltre al potenziamento dei posti letto in terapia intensiva e semi-intensiva, è la riorganizzazione dell’assistenza territoriale l’obiettivo più critico. Infatti, i dati del Monitoraggio Agenas, aggiornati al 20 dicembre 2024, documentano ritardi sostanziali nella piena attivazione di Case e Ospedali di Comunità.
Case della Comunità. Il target prevede che entro il 30 giugno 2026 siano pienamente operative almeno 1.038 Case della Comunità, dotate di servizi e personale sanitario. Tuttavia, a dicembre 2024, solo 164 strutture (15,8%) avevano attivato tutti i servizi previsti e, tra queste, appena 46 (4,4%) disponevano di personale medico e infermieristico. In 485 strutture (46,7%) risultava attivo un solo servizio, mentre le rimanenti 389 Case di Comunità (37,5%) non risultavano aver attivato alcun servizio. «Al di là dei ritardi nel completamento strutturale e tecnologico – avverte Cartabellotta – preoccupano la grave carenza di infermieri e il mancato accordo con i medici di famiglia per lavorare nelle Case di Comunità. Così la grande sfida della riforma territoriale rischia di essere rimanere una colossale opera di edilizia sanitaria o di essere affidata ai privati».
Ospedali di Comunità. Entro giugno 2026 dovrebbero essere pienamente funzionanti almeno 307 Ospedali di Comunità, le strutture intermedie per accogliere i pazienti dimessi dagli ospedali per acuti. Ma al 20 dicembre 2024, solo 124 strutture (40,4%) dichiaravano almeno un servizio attivo e non è riportata alcuna informazione sul personale sanitario. «È evidente – commenta il Presidente – che l’attivazione degli Ospedali di Comunità è ancora più in ritardo e l’obiettivo di rafforzare le cure intermedie rischia di naufragare».
Posti letto in terapia intensiva e semi-intensiva. Il PNRR prevede l’attivazione, entro giugno 2026, di 2.692 posti letto di terapia intensiva e 3.230 di semi-intensiva. Tuttavia, al 21 marzo 2025, risultano attivati solo 890 letti di terapia intensiva (33,1%) e 1.199 di semi-intensiva (37,1%). «È surreale – chiosa il Presidente – che, nonostante la drastica revisione al ribasso degli obiettivi iniziali, a cinque anni dalla pandemia l’Italia non sia ancora riuscita a completare un’infrastruttura essenziale per fronteggiare future emergenze sanitarie».
Due target con ritardi significativi
Nonostante gli avanzamenti, altri 2 target mostrano ritardi sulla tabella di marcia.
Interventi di antisismica. Per mettere in sicurezza almeno 84 ospedali, il PNRR ha finanziato interventi antisismici in tutto il Paese. A febbraio 2025 risultavano attivi o conclusi 86 cantieri, ma la spesa effettivamente sostenuta era ferma all’11% del totale, con una media ancora più bassa nel Mezzogiorno (6%).
Adozione del FSE in tutte le Regioni. Entro giugno 2026, tutte le Regioni dovrebbero adottare e utilizzare il FSE. Tuttavia, a marzo 2025 solo 6 documenti su 16 risultano disponibili in tutte le Regioni (lettera di dimissione ospedaliera, referti di laboratorio e di radiologia, prescrizione farmaceutica e specialistica e verbale di pronto soccorso). Inoltre, solo il 42% dei cittadini ha fornito il consenso alla consultazione dei propri dati. «Senza informare i cittadini sull’utilità del FSE – avverte Cartabellotta – e rassicurarli sulla sicurezza dei dati, nonostante il raggiungimento del target PNRR le potenzialità di questo strumento rischiano di essere vanificate dal mancato consenso dei cittadini».
Quattro target in via di completamento o già completati
Risultano in fase avanzata di attuazione o completati in anticipo quattro target.
Progetti di ristrutturazione e ammodernamento degli ospedali (ex art. 20): erogazione di almeno il 90% di € 250 milioni. Al 21 marzo 2025, risultano finanziati 127 progetti per un totale di € 458,1 milioni. «Il superamento della soglia teorica di finanziamento certificherebbe il raggiungimento del target – sottolinea Cartabellotta – ma è in corso una ricognizione perché non è chiaro quanti progetti rientrino nel perimetro del PNRR».
Assistenza domiciliare integrata (ADI) negli over 65. L’obiettivo prevede di aumentare i pazienti in ADI di almeno 842.000 unità rispetto al 2019. Il dato di fine 2024 certifica il superamento del target ben 18 mesi prima della scadenza, con 900.853 pazienti in più presi in carico.
Grandi apparecchiature sanitarie. Dei 3.223 macchinari previsti, al 31 gennaio 2025 ne risultavano ordinati 3.126 (97%), consegnati 2.578 (80%) e collaudati 2.482 (77%). Il target, riferito al collaudo delle apparecchiature, è quindi prossimo al completamento.
Contratti di formazione specialistica. A partire dall’anno accademico 2020-21 sono stati stanziati 538 milioni di euro per i 4.200 contratti di formazione medico-specialistica previsti dall’obiettivo. Il target risulta formalmente completato.
Cinque target non valutabili per dati non disponibili
Per alcuni target non sono state identificate fonti pubblicamente disponibili aggiornate, rendendo impossibile valutarne lo stato di attuazione. «Riteniamo indispensabile – commenta Cartabellotta – che tutti i dati relativi all’avanzamento dei progetti del PNRR debbano essere resi pubblicamente disponibili. In un Paese democratico, la trasparenza non è un dettaglio tecnico, ma il primo strumento di rendicontazione pubblica e di fiducia tra istituzioni e cittadini».
Almeno 300.000 persone assistite con strumenti di telemedicina. La scadenza è fissata al 31 dicembre 2025, ma ad oggi non sono disponibili dati ufficiali sul numero di pazienti presi in carico con strumenti di telemedicina. Nel primo trimestre del 2025 è stata avviata la raccolta dei dati tramite la Piattaforma Nazionale di Telemedicina e sono state completate le gare per infrastrutture e postazioni.
Digitalizzazione di 280 strutture ospedaliere sede di DEA. Anche questo target ha come scadenza il 31 dicembre 2025. Non esistono dati pubblici sugli ospedali già digitalizzati, mentre al 25 febbraio 2025 risultano aggiudicati tutti gli appalti. Tuttavia, l’importo fatturato a livello nazionale si attesta appena al 21% del totale.
Alimentazione del Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) da parte dei Medici di Medicina Generale (MMG). Entro il 31 dicembre 2025, l’85% dei MMG dovrebbe alimentare regolarmente il FSE. Tuttavia, non esistono dati pubblici per valutare il rispetto di questo obiettivo. L’unica informazione disponibile è che il 95% di MMG e Pediatri di Libera Scelta (PLS) ha effettuato almeno un accesso al FSE nell’ultimo trimestre monitorato. «Senza dati puntuali sull’alimentazione del FSE – osserva Cartabellotta – è impossibile valutare il ruolo attivo dei medici di famiglia. In particolare, rispetto al Profilo Sanitario Sintetico (cd. Patient Summary), il documento dove il MMG riassume e mantiene aggiornata la storia clinica del paziente per favorire la continuità di cura».
Tessera sanitaria elettronica e interoperabilità del FSE. Entro giugno 2026 il sistema dovrà essere pienamente operativo. A inizio 2025 sono state attivate le infrastrutture tecniche per l’interoperabilità dei dati sanitari tra le Regioni e, a marzo, è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che istituisce il nuovo Ecosistema dei dati sanitari.
Formazione su competenze e abilità di management e digitali per 4.500 professionisti sanitari. Anche per questo obiettivo, da raggiungere entro giugno 2026, non sono disponibili dati pubblici sul numero di professionisti che hanno già completato la formazione.
«La volata finale della Missione Salute – commenta Cartabellotta – non può trasformarsi in un terreno di scontro politico perché le responsabilità ricadono su tutti: sul Governo Conte che, complice la ristrettezza dei tempi e la pandemia in corso, non ha previsto un monitoraggio più rigoroso e ravvicinato di vari target; sul Governo Meloni, che ha prima tentennato sull’utilità reale di alcune misure (es. Case di Comunità) e poi si è limitato a celebrare l’incasso delle rate, senza esercitare una pressione costante su Regioni e ASL, i “soggetti attuatori” chiamati a portare a termine i progetti. La responsabilità della volata finale è collettiva e impone una convergenza di sforzi, senza spazio per giocare a scaricabarile».
«A 11 mesi dalla rendicontazione finale della Missione Salute del PNRR – conclude Cartabellotta – 5 dei 14 target presentano ritardi di attuazione, di cui 2 particolarmente critici (Case e Ospedali di Comunità), mentre per 5 target è impossibile effettuare una valutazione indipendente per mancanza di dati pubblici. La Fondazione GIMBE invoca una stretta collaborazione tra Governo, Regioni e ASL al fine di completare con successo il percorso ed evitare tre rischi che il Paese non può permettersi. Il primo, assolutamente da scongiurare, è di non raggiungere i target europei e dover restituire il contributo a fondo perduto. Il secondo, difficile da neutralizzare, è di raggiungere il target nazionale senza ridurre le diseguaglianze regionali e territoriali, aumentando ulteriormente il divario Nord-Sud. Il terzo, il più paradossale, è di incassare le rate senza generare alcun beneficio per cittadini e pazienti, lasciando in eredità alle future generazioni strutture vuote, tecnologie digitali non integrate nel SSN e, last but not least, un pesante indebitamento. Sprecando un’occasione irripetibile per rafforzare la sanità pubblica».
Il contesto ospedaliero è uno snodo cruciale per l’attuazione di politiche efficaci di Antimicrobial Stewardship (AMS). Non solo perché rappresenta uno dei luoghi a più alto rischio di prescrizione inappropriata e sviluppo di antibiotico-resistenze, ma anche perché può diventare il motore di cambiamento culturale e organizzativo all’interno del sistema sanitario.
Il progetto ARCO (Approcci di Rete per il Contrasto all’Antimicrobico-Resistenza Ospedale-Territorio) è nato nel 2023 in Veneto per fotografare lo stato di attuazione delle politiche regionali sull’antimicrobico-resistenza, facendo emergere buone pratiche, criticità e disomogeneità tra le aziende sanitarie.
Nel workshop legato alla seconda fase del progetto, svoltosi a Padova il 16 maggio 2025, si è affrontato il tema della stewardship antimicrobica in ambito ospedaliero con approccio pratico e orientato alla fattibilità. La discussione – che si è svolta tra esperti provenienti da diversi ambiti professionali – ha preso le mosse da sei statement elaborati a partire dalle esperienze regionali e dalla letteratura internazionale, con l’obiettivo di definire modelli e strumenti per rendere la stewardship una prassi sistemica e quotidiana all’interno delle strutture ospedaliere.
Team AMS ospedaliero: multidisciplinare, strutturato, con mandato operativo
L’istituzione di un team di AMS ospedaliero formalmente riconosciuto, multidisciplinare (composto per esempio da infettivologo, microbiologo, farmacista, direzione medica) e dotato di un mandato operativo chiaro si è dimostrato essere efficace nell’ottimizzazione della gestione della terapia antibiotica nei reparti ospedalieri. La discussione ha evidenziato ampio consenso su questo modello, nonostante non sia ancora implementato in maniera omogenea sul territorio.
La parola chiave è integrazione funzionale tra ospedale e territorio
I gruppi di lavoro hanno sottolineato l’importanza di assicurare a questi team risorse, autonomia e strumenti di intervento. Il confronto ha anche aperto a soluzioni flessibili, che si possano adattare alla singola situazione: i team aziendali unici sono maggiormente indicati per realtà con bassa intensità prescrittiva, mentre strutture operative distinte ma coordinate funzionano meglio in contesti più complessi. Il fil rouge deve essere una governance unitaria e forte a livello aziendale. La parola chiave è integrazione funzionale tra ospedale e territorio, raggiungibile anche attraverso strumenti digitali e momenti strutturati di raccordo.
Una criticità da risolvere è infatti la frammentazione dei dati microbiologici: siccome molte analisi – soprattutto a livello territoriale – avvengono in laboratori privati non integrati nei sistemi informativi aziendali e regionali, i dati a disposizione rischiano di essere incompleti o poco rappresentativi, compromettendo l’efficacia della sorveglianza dell’antimicrobico resistenza. Da qui l’importanza di introdurre modelli di accreditamento che stabiliscano standard omogenei.
L’importanza di un prontuario terapeutico aziendale aggiornato
Un aggiornamento, almeno a cadenza annuale, del prontuario antibiotico aziendale permette di avere indicazioni prescrittive sempre aggiornate con la letteratura scientifica e coerenti con la microbiologia locale. Lo strumento è stato considerato essenziale per promuovere omogeneità e appropriatezza, ma la sua efficacia dipende da alcuni fattori chiave, come l’accessibilità (dovrebbe essere digitale e user-friendly), la condivisione con i clinici, il collegamento con le linee guida e i PDTA.
Tutti gli esperti che hanno partecipato alla discussione hanno condiviso l’idea che il prontuario debba essere più uno strumento operativo che un vincolo rigido, con margini di flessibilità per le situazioni cliniche complesse. Il coinvolgimento dei reparti nella sua elaborazione è stato indicato come strategico per aumentare l’adesione.
Monitoraggio in tempo reale: sogno necessario o rischio operativo?
La proposta di implementare sistemi di monitoraggio in tempo reale dell’appropriatezza prescrittiva ha generato uno dei dibattiti più accesi. L’idea di dotare i sistemi informativi aziendali di alert, richieste motivate e supporti decisionali automatizzati è giudicata altamente desiderabile. Tuttavia, la sua fattibilità è ancora messa in discussione da diversi limiti strutturali e tecnologici.
I partecipanti hanno segnalato il rischio concreto di alert fatigue tra i clinici e la difficoltà di integrare questi strumenti in flussi operativi già complessi. Alcuni hanno proposto modelli a intensità variabile: come avvisi più severi per le molecole ad alto rischio, suggerimenti contestuali per le altre. Altri partecipanti hanno sottolineato la necessità di disporre di dati microbiologici integrati per rendere realmente utili questi sistemi. Il monitoraggio in tempo reale è quindi visto come una tecnologia utile, ma che va progettata con attenzione, coinvolgendo clinici e farmacisti nella sua configurazione.
Audit retrospettivi: costruire una cultura dell’autoanalisi
Accanto ai sistemi digitali pensati per intervenire in tempo reale, è emersa anche la necessità di strumenti che promuovano un cambiamento più profondo, come gli audit retrospettivi.
Le attività strutturate di audit and feedback sono infatti state unanimemente riconosciute come uno degli strumenti più potenti per migliorare la qualità prescrittiva. La proposta di revisioni periodiche delle prescrizioni antibiotiche – settimanali, mensili o su base tematica – è stata apprezzata, a condizione che siano sostenibili e realmente trasformative.
Le attività strutturate di audit and feedback sono uno degli strumenti più potenti per migliorare la qualità prescrittiva
Fondamentale è la tracciabilità delle azioni correttive e la restituzione dei risultati ai reparti in modalità dialogica, evitando approcci percepiti come punitivi. Alcuni gruppi hanno proposto di concentrare l’audit iniziale su reparti ad alta intensità prescrittiva (terapie intensive, medicina interna), per poi estendere l’intervento.
Il valore degli audit, quindi, sta non solo nell’analisi retrospettiva ma nel creare occasioni di apprendimento e consapevolezza condivisa.
I sistemi informatici aziendali dovrebbero facilitare la selezione dei casi da revisionare e la raccolta dei dati. Questo è emerso come un punto particolarmente critico: quasi tutti i partecipanti hanno infatti ricordato che l’efficacia di un audit dipende in larga parte dalla presenza di dati strutturati e da risorse dedicate alla loro raccolta. Elementi che spesso sono carenti.
Monitoraggio attivo degli antibiotici
Un controllo attivo da parte della farmacia ospedaliera sull’uso degli antibiotici, con una limitazione della fornitura a 72 ore in terapia empirica è considerato utile dagli esperti, che sono consci dell’impossibilità di monitorare tutte le molecole delle classi Watch e Reserve della classificazione AWaRe dell’OMS, come proposto inizialmente.
L’obiettivo del monitoraggio attivo è stimolare una revisione precoce della terapia alla luce dei dati microbiologici. I farmaci da controllare sono stabiliti dal team AMS sulla base dell’epidemiologia locale e delle priorità cliniche. Questo consente di focalizzare le risorse e rendere il sistema più agile ed efficace.
Il monitoraggio inoltre non deve rappresentare una mera barriera burocratica, ma un’occasione per attivare percorsi di confronto clinico, rafforzare la collaborazione tra farmacisti e prescrittori e promuovere una cultura della revisione terapeutica.
Reportistica: i dati devono guidare il cambiamento
Chiudere il cerchio informativo è una condizione imprescindibile per il successo dell’AMS. La produzione e diffusione periodica di report quantitativi e qualitativi sul consumo di antibiotici e sui profili di antibiotico-resistenza, a livello di reparto o struttura, è dunque fondamentale.
I partecipanti hanno concordato sull’utilità di una cadenza trimestrale per i consumi e annuale per l’antibiotico resistenza, eventualmente integrata con trend storici e confronti tra reparti. I report devono essere interattivi, facilmente interpretabili e orientati all’azione. È fondamentale che siano utilizzati non solo dai farmacisti o dai team AMS, ma anche dai clinici per guidare le proprie scelte prescrittive.
Verso una stewardship ospedaliera strutturale, non straordinaria
Il lavoro degli esperti ha restituito un’immagine chiara: l’ospedale deve diventare il luogo dove la stewardship si esercita con rigore, continuità e visione sistemica. I modelli ci sono, le esperienze anche, ma la sfida sta nel passare da iniziative isolate a infrastrutture permanenti. Servono formalizzazione dei team, strumenti decisionali digitali, governance forte e accountability diffusa.
L’AMS in ospedale non può più essere trattata come una questione tecnica affidata a pochi specialisti
Il messaggio finale emerso dal workshop è che l’AMS in ospedale non può più essere trattata come una questione tecnica affidata a pochi specialisti. Deve diventare una competenza distribuita, sostenuta da dati, strumenti e cultura organizzativa. Solo così si potrà garantire un uso realmente appropriato degli antibiotici, tutelare l’efficacia delle terapie e contribuire alla sostenibilità del sistema.
Vaccinazioni per le epatiti A e B, screening mirati per le forme B, C e Delta: far emergere il sommerso e avviare rapidamente al trattamento le persone infette è oggi una priorità di sanità pubblica. Le epatiti virali colpiscono ancora milioni di persone nel mondo e causano migliaia di morti evitabili ogni anno. Nella Giornata Mondiale per le Epatiti, promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come ogni anno per il 28 luglio, l’Associazione Italiana per lo Studio del Fegato – AISF e la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT rinnovano l’appello alla popolazione per stimolare alla prevenzione e al trattamento tempestivo di queste patologie, mentre auspicano il rinnovo dei fondi per gli screening per l’Epatite C che scadono il 31 dicembre 2025 e l’allargamento delle coorti d’età da sottoporre al test.
Epatite C: l’urgenza di far emergener il sommerso
Grazie a terapie efficaci, ben tollerate e di poche settimane, l’Epatite C oggi può essere eradicata in oltre il 95% dei casi. Tuttavia, in Italia si stima che oltre 200mila persone convivano ancora con l’infezione senza saperlo. L’attuale programma nazionale di screening gratuito, previsto per i nati tra il 1969 e il 1989, per il quale nel 2020 sono stati stanziati 71,5 milioni di euro, rappresenta un’opportunità cruciale per far emergere il sommerso, ma serve un maggiore impegno delle regioni per intercettare i pazienti e accompagnarli lungo il percorso di cura. Come riportato dai dati AIFA, se al 1° luglio 2024 i pazienti avviati al trattamento per l’eradicazione del virus dell’Epatite C erano 264.678, a un anno di distanza il bollettino del 30 giugno 2025 riporta 275.502 trattamenti: un progresso significativo, con una media post-COVID di circa 12mila trattamenti l’anno, ma non ancora sufficiente per l’eliminazione dell’infezione dal nostro Paese entro il 2030 come indicato dall’OMS.
«Il rischio è che le persone con un’infezione asintomatica arrivino alla diagnosi troppo tardi, quando il danno epatico è ormai avanzato e si è già sviluppata una cirrosi o addirittura un epatocarcinoma – spiega Giacomo Germani, Segretario AISF –. Per questo è essenziale rafforzare la rete di screening e linkage to care, affinché la diagnosi precoce si traduca tempestivamente in accesso alla terapia».
«In alcune realtà si sono attivati gli screening, ma è mancato il passaggio successivo: le persone risultate positive non sono state avviate al trattamento – evidenzia Nicola Coppola, infettivologo SIMIT e Professore Ordinario di Malattie Infettive, Università della Campania –. Oggi è indispensabile che lo screening sia solo il primo passo di un percorso strutturato, sia nelle cosiddette key population, come detenuti e tossicodipendenti, che nella popolazione generale, per la quale auspichiamo l’estensione delle fasce anagrafiche incluse nei programmi di screening anche ai nati tra il 1948 e il 1968. Auspichiamo inoltre che vengano rinnovati i fondi per queste attività, fondamentali per l’eliminazione del virus».
L’iniziativa di Policlinico Gemelli e Campus Biomedico a Roma
Proprio in occasione della Giornata Mondiale contro le Epatiti, presso il Policlinico Gemelli e al Campus Bio-Medico di Roma, verrà promossa un’importante iniziativa di sensibilizzazione rivolta alla cittadinanza, intitolata “Non aspettare i sintomi, rendi virale la prevenzione”. Medici, infermieri e operatori sanitari dei due ospedali della Capitale accoglieranno le persone spiegando loro l’importanza di sottoporsi al test per Epatite B, C e Delta, che spesso restano a lungo asintomatiche e, se non diagnosticate in tempo, possono causare gravi danni al fegato. L’iniziativa, fortemente voluta da Antonio Gasbarrini, Direttore Scientifico della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, nasce dalla convinzione che solo una corretta informazione possa spingere le persone a prendersi cura del proprio fegato. L’evento è realizzato con il patrocinio di AISF, che da anni promuove la prevenzione e la diagnosi precoce delle epatiti.
«Portare lo screening e l’informazione tra le persone, nei luoghi in cui vivono e si curano, è fondamentale per superare le barriere della diagnosi precoce – commenta Giuseppe Marrone, epatologo del Policlinico Gemelli e membro del Comitato Coordinatore AISF – Questa iniziativa nasce proprio con l’intento di avvicinare la scienza alla popolazione, favorendo consapevolezza e accesso immediato ai percorsi di cura: è così che possiamo davvero cambiare la storia clinica delle epatiti virali».
Epatite A: un rischio che può crescere d’estate
Sebbene l’Epatite A sia considerata una forma meno pericolosa, durante l’estate può aumentare il rischio di contagio, soprattutto a causa di consumo di alimenti a rischio o viaggi in Paesi endemici. Secondo i dati SEIEVA dell’Istituto Superiore di Sanità relativi al 2024, tra i principali fattori di rischio vi è proprio il consumo di alcuni alimenti, come molluschi bivalvi crudi o poco cotti (37,6%) e frutti di bosco (21,6%). Inoltre, spesso la causa risiede in viaggi in zone endemiche (35,1%), soprattutto il Marocco. Un’altra possibile causa è riconducibile a rapporti sessuali non protetti fra uomini (29,5%).
Epatite B: una storia di successo, ma serve attenzione
Per l’Epatite B, l’Italia è considerata un esempio virtuoso grazie all’introduzione della vaccinazione obbligatoria nel 1991, che ha portato a una significativa riduzione di nuovi casi nei più giovani. Oggi il virus è quasi assente nella popolazione under 40, ma continua a circolare tra i soggetti più anziani e tra le persone nate in Paesi dove la vaccinazione non è stata sistematica.
Nel 2024, sono stati segnalati al SEIEVA dell’Istituto Superiore di Sanità 189 casi di epatite B acuta, in aumento rispetto ai 153 del 2023. Le regioni con più notifiche sono Lombardia (49), Emilia-Romagna (36) e Toscana (15). I principali fattori di rischio emersi riguardano trattamenti estetici invasivi come manicure, piercing e tatuaggi (38,2%), cure odontoiatriche (27,9%), comportamenti sessuali a rischio (25,4%) e esposizione nosocomiale (16,2%). I farmaci antivirali a disposizione permettono di controllare l’infezione e di prevenirne le complicanze, purché vi sia una diagnosi precoce.
Epatite Delta: testare i pazienti con HBV per cogliere le opportunità terapeutiche
L’Epatite Delta è particolarmente insidiosa. Può colpire solo pazienti affetti da HBV; in Italia secondo l’Osservatorio Polaris si stimano 6.200 persone HDV RNA positive. Si tratta di una forma clinicamente molto aggressiva, con un rischio elevato di progressione verso cirrosi e epatocarcinoma. È quindi cruciale che i pazienti con epatite B siano sempre testati per HDV, soprattutto vista la disponibilità di nuove terapie.
Il trattamento con Bulevirtide, infatti, ha mostrato risultati incoraggianti: oltre la metà dei pazienti ha risposto con una significativa riduzione della carica virale e dei marcatori biochimici, mentre i dati preliminari suggeriscono una diminuzione del rischio di scompenso epatico nei pazienti con cirrosi. L’attenzione crescente per questo tema è testimoniata dall’inserimento dell’HDV RNA nella bozza di aggiornamento dei LEA in attesa di approvazione. AISF da parte sua si conferma molto attiva in questo ambito, come dimostrano i documenti di indirizzo congiunti con SIMIT finalizzati a supportare la gestione ottimale dell’infezione e a guidare l’uso appropriato delle terapie.
Già Ippocrate nel 400 a.C. aveva descritto l’influenza del clima sulla salute umana, ma è solo a causa del cambiamento climatico degli ultimi anni che questa relazione sta assumendo i contorni di una vera emergenza sanitaria. Le temperature estreme, come quelle registrate in questi giorni, sono una minaccia ambientale e una sfida crescente per la salute pubblica, in particolare per milioni di persone affette da malattie reumatologiche. «I nostri pazienti sono molto vulnerabili agli stress termici – spiega Andrea Doria, Presidente della Società Italiana di Reumatologia (SIR) -. Fenomeni quali ondate di calore, aumenti dell’umidità e dell’inquinamento atmosferico possono influire sulla comparsa e la recrudescenza di artrite reumatoide, lupus e gotta, portando anche a un aumento delle ospedalizzazioni».
«Gli effetti del cambiamento climatico sull’impatto delle malattie reumatologiche stanno diventando così evidenti che l’American College of Rheumatology ha recentemente dedicato al tema un white paper, in cui si analizzano i possibili meccanismi biologici alla base del problema – evidenzia Gian Domenico Sebastiani, Past President SIR -. L’esposizione a temperature elevate stimola il rilascio di citochine infiammatorie e aumenta lo stress ossidativo, peggiorando i sintomi di molte malattie autoimmuni. L’inquinamento atmosferico, invece, può agire sull’epigenetica, ossia modificare il modo in cui i nostri geni funzionano, ‘accendendo’ quelli che scatenano infiammazione o autoimmunità e favorendo l’insorgenza di malattie reumatiche in persone predisposte».
Il cambiamento climatico può influire anche in modo indiretto sulla salute. Eventi estremi possono interferire con l’accesso alle cure, nella catena di distribuzione dei farmaci, sulla produzione di cibo. «Si tratta di problematiche che riguardano principalmente le aree più povere del pianeta – precisa Sebastiani – ma alcune minacce, che un tempo sembravano confinate a luoghi lontani, oggi iniziano a fare la loro comparsa anche da noi. Pensiamo, ad esempio, a come sta cambiando la diffusione degli insetti, che sono vettori di malattie infettive, verso cui i pazienti reumatici sono più suscettibili. Il West Nile, che attualmente sta destando particolare preoccupazione, rappresenta un pericolo per chi convive con una malattia reumatologica e ha un sistema immunitario reso più fragile dall’assunzione di farmaci immunosoppressori. Il virus Chikungunya e la malattia di Lyme possono innescare manifestazioni reumatologiche reattive, che rischiano poi di evolvere in vere e proprie malattie infiammatorie croniche».
«Il clima – prosegue l’esperto – sta modificando anche il microbioma, ossia l’insieme del materiale genetico, il ‘genoma’, dei microrganismi che vivono in simbiosi con l’organismo, con effetti sull’immunomodulazione. Soprattutto in giovani e bambini, che stanno ancora forgiando il loro sistema immunitario, il cambiamento climatico può produrre alterazioni del microbioma condizionando il potenziale sviluppo di malattie reumatiche autoimmuni».
Di fronte a questo scenario, caratterizzato da temperature sempre più elevate e da condizioni meteorologiche estreme, la Società Italiana di Reumatologia invita i pazienti a prestare particolare attenzione, soprattutto in occasione di spostamenti o viaggi, e a adottare alcuni semplici accorgimenti “salva-estate”.
Tanti buoni motivi per proteggersi dal sole
Evitare di esporsi al sole nelle ore centrali della giornata, indossare cappelli e occhiali da sole, utilizzare adeguati filtri solari è quello che dovrebbero fare tutti ma soprattutto le persone affette da una malattia reumatologica. Nel lupus, ad esempio, le radiazioni ultraviolette possono provocare riacutizzazioni della malattia, non solo a livello cutaneo ma anche sistemico. In tutti i pazienti che seguono una terapia farmacologica, il sole può scatenare reazioni di fotosensibilizzazione. In particolare, chi assume cortisone, che inibisce la sintesi del collagene, ha una pelle più vulnerabile ed esponendola ai raggi solari corre il rischio di danni cutanei legati alla vasodilatazione. Stare sotto l’ombrellone – ricordano gli esperti della SIR – non ci mette al sicuro dagli UV che si riflettono sulla sabbia.
Attenzione a caldo eccessivo e disidratazione
È fondamentale mantenere una buona idratazione perché in caso contrario si diventa più suscettibili alle malattie infettive, molto insidiose per i malati reumatici. Non solo, gli squilibri metabolici ed elettrolitici in chi è disidratato possono favorire attacchi acuti di gotta. Le alte temperature, inoltre, inducendo danni a livello della cartilagine, sono nemiche anche di malattie come l’artrosi.
Non perdere di vista la dieta
Se le vacanze sono un periodo in cui è giusto concedersi qualche sgarro alimentare, chi soffre di gotta deve ricordare che alcuni alimenti tipici delle tavolate estive, come pesce azzurro e crostacei, contengono molte purine e andrebbero quindi evitati. Mangiando cibi ricchi di purine, infatti, si produce più acido urico e questo può peggiorare o scatenare un attacco di gotta.
Ricordarsi le vaccinazioni
I malati reumatologici sono più suscettibili sia a contrarre le infezioni sia a svilupparne forme più complicate. Prima di partire alla volta di mete particolari, è quindi indispensabile sottoporsi alle opportune vaccinazioni, rivolgendosi ai centri vaccinali.
Quando si parla di accessibilità negli spazi della salute, il pensiero corre subito a scale, rampe o porte strette. Ma le barriere più insidiose sono spesso invisibili: riguardano la percezione, l’orientamento, la comprensione e l’interazione con l’ambiente. Nei luoghi di cura – ospedali, RSA, ambulatori, centri riabilitativi – queste barriere possono trasformarsi in ostacoli reali all’autonomia e alla qualità della cura.
A TrendSanità ne abbiamo parlato con Daniela Pedrini, presidente della Società Italiana dell’Architettura e dell’Ingegneria per la Sanità (SIAIS ETS) e con Filippo Taidelli, architetto specializzato in progettazione sanitaria e umanizzazione degli spazi (Healthy Building). Una riflessione a due voci che mette in luce errori ricorrenti, nodi culturali ancora irrisolti, ma anche proposte concrete. Perché progettare un ospedale accessibile non significa solo rispettare le norme, ma ripensare l’intero ambiente della cura partendo dai bisogni, anche quelli invisibili, delle persone più fragili.
Accessibilità nei luoghi di cura: non solo barriere architettoniche
Daniela Pedrini
«La vera accessibilità include anche le barriere sensoriali, cognitive, comunicative, relazionali ed emotive – risponde Pedrini. La progettazione dei luoghi di cura si concentra ancora troppo sulle barriere architettoniche visibili (scale, rampe, porte strette, ecc.), mentre quelle sensoriali (illuminazione abbagliante, rumori eccessivi), cognitive (segnaletica confusa, percorsi poco intuitivi) e comunicative (assenza di informazioni in formato facile da leggere o in lingua dei segni) restano spesso in secondo piano. Solo alcune strutture più all’avanguardia, o in contesti dove operano associazioni di pazienti e disabili attive, si integrano soluzioni inclusive più ampie. Negli ambienti sanitari, ospedali, ambulatori, RSA, centri di riabilitazione, l’accessibilità non è solo un requisito tecnico. Sono barriere che impattano in modo particolare su persone con disabilità sensoriali o cognitive, pazienti con autismo o Alzheimer, anziani fragili, stranieri con difficoltà linguistiche, persone con traumi o ansia da ospedalizzazione, ecc.».
La progettazione dei luoghi di cura guarda ancora troppo alle barriere fisiche, trascurando quelle meno visibili ma altrettanto impattanti, come disorientamento, sovraccarico sensoriale e difficoltà di comunicazione
«Nella nostra cultura c’è ancora una forte tendenza a considerare il malato solo nella sua accezione biologica – aggiunge Taidelli. Cioè come qualcuno che ha “una parte rotta”, c’è un pezzo guasto e dobbiamo dedicarci unicamente a quel pezzo. Quando, invece, serve un approccio che considera gli esseri umani come un insieme complesso di relazioni sociali, culturali, emozionali. I limiti non sono soltanto fisici, anche se, ovviamente, è fondamentale considerare il superamento delle barriere architettoniche sin dalle fasi embrionali del progetto. Troppo spesso però si trascurano altri tipi di barriere, così come l’aspetto emozionale e qualitativo dell’esperienza. Parliamo di come gli utenti, tutti, non solo i pazienti, ma anche gli operatori sanitari, i familiari, vivono lo spazio.
Già nel 1984 Guglielmo Ulrich dimostrò come alcuni fattori dell’ambiente fisico possono effettivamente accelerare e migliorare il processo di guarigione. Ad esempio, può sembrare banale, la presenza di una finestra o la possibilità di avere una vista verso l’esterno è un elemento che ha effetti concreti e positivi sulla guarigione. Lo stesso vale per tanti altri aspetti legati allo spazio in cui ci si trova».
Manca una strategia nazionale
Filippo Taidelli
«Siamo in un momento di transizione importante – continua Taidelli. Stiamo passando da un’epoca in cui il processo progettuale era centrato sull’archistar, al centro della scena, a un cambiamento che vede questo modello sgretolarsi. Era un modello energivoro, costoso e poco lungimirante rispetto alle necessità, che cambiano rapidamente e sono spinte anche dalla tecnologia. Oggi, si sta tornando un approccio più essenziale, in cui lo spazio nasce dalle necessità reali delle persone. Ci siamo un po’ allontanati da questa dimensione, abbiamo iniziato a focalizzarci sulle responsabilità dell’architettura in termini di impatto ambientale come inquinamento e consumo di energia.Il comparto edilizio, da solo, consuma il 40% dell’energia mondiale. Presi da una sorta di bulimia di dati quantitativi misurabili, ci siamo dimenticati di ciò che dovrebbe restare l’elemento centrale, l’essere umano e i suoi bisogni, spesso invisibili. Se parliamo, ad esempio, della qualità dell’aria, sappiamo che viviamo il 90% del nostro tempo in ambienti chiusi. E sappiamo anche che è proprio negli ambienti indoor che, a livello epidemiologico, ha origine circa un terzo delle patologie. In questi spazi, la qualità dell’aria è essenziale e siamo noi i primi inquinatori degli ambienti in cui viviamo, semplicemente respirando e producendo CO₂. Idem per la luce naturale e l’acustica, tutti elementi che influiscono sul benessere e che generano stress ambientale. Dobbiamo cominciare ad abbandonare il marketing urbanistico, che ha trasformato l’architettura in una sorta di operazione d’immagine, per tornare a fare ricerca. Ricerca intesa come semplificazione, tornare a vedere la funzionalità degli spazi fin dalle loro fasi embrionali e fare in modo che gli edifici siano flessibili, adattabili, aperti a nuove configurazioni».
Serve superare l’architettura d’immagine e tornare a una progettazione fondata su ricerca e funzionalità, capace di generare spazi semplici e realmente adattabili
«In assenza di standard nazionali aggiornati e controllati – aggiunge il presidente SIAIS –, l’accessibilità è spesso delegata alla buona volontà dei progettisti, dei dirigenti sanitari o delle associazioni locali ed è eterogenea sul territorio. Le Regioni e le aziende sanitarie cominciano ad affrontare tali tematiche ed a promuovere progetti specifici. Inoltre, si dovrebbero integrare le tematiche dell’accessibilità nei percorsi formativi dei professionisti (architetti, ingegneri, sanitari), per ottenere sempre più progettazioni inclusive. Senza una visione sistemica a livello nazionale forte, l’accessibilità è spesso vista come un costo extra e non come un investimento in qualità, sicurezza e dignità. La mancanza di una cultura del progetto inclusivo incide anche sulla formazione degli operatori sanitari, dei tecnici, degli ingegneri e degli architetti, che raramente ricevono formazione sul tema della disabilità invisibile o sensoriale».
Protocolli sull’accessibilità
«Ci sono Protocolli e Linee guida nazionali anche se datati (a partire dal DM 236/1989 – Decreto Ministeriale sull’eliminazione delle barriere architettoniche, la Legge 104/1992, che tutela i diritti delle persone con disabilità, le Linee guida del Ministero della Salute per l’umanizzazione degli ospedali e quelle specifiche regionali, il Codice dell’edilizia -DPR 380/2001- aggiornato nel tempo) – evidenzia Pedrini. Tuttavia questi strumenti non sempre hanno valore vincolante e non coprono in modo sufficiente le barriere sensoriali e cognitive. Inoltre, dovrebbero essere aggiornati secondo le migliori pratiche internazionali. La SIAIS, infatti, con la sua rete internazionale di Ingegneria ospedaliera (“IFHE – International Federation of Healthcare Engineering”), ha come obiettivo centrale diffondere proprio le migliori pratiche internazionali (come ad esempio le linee guida dell’Universal Design e dell’Inclusive Design)».
Design universale in sanità, una promessa ancora da realizzare
«La cultura del “design universale” in ambito sanitario esiste, ma è ancora marginale in Italia – ci dice Pedrini. Alcuni esempi virtuosi ci sono, soprattutto nei nuovi ospedali pediatrici, nelle esperienze pilota di alcune RSA e centri per disabili, nei progetti sostenuti da associazioni di pazienti e disabili attive. Tuttavia, il più delle volte i progetti non hanno al centro la persona, ma vincoli economici e normativi. Occorre incrementare la co-progettazione con utenti reali, come pazienti con disabilità, anziani, caregiver, ecc. Da un lato una sanità davvero inclusiva deve mettere al centro la persona in tutte le sue dimensioni, valorizzare la co-progettazione con gli utenti fragili, promuovere una formazione interdisciplinare e continua. Dall’altro la stessa architettura può essere vista come cura: coniugare luce naturale, aria sana, comfort acustico, materiali sostenibili e integrazione della natura per promuovere il benessere psicofisico degli utenti. A livello internazionale si possono citare come esempio i Centri oncologici progettati secondo il principio di “healing architecture” (Maggie’s Centres UK) e l’Ospedale pediatrico con design accessibile, aree multisensoriali, percorsi “sensor-friendly” e spazi dedicati all’autoregolazione per bambini neurodivergenti (CHU Sainte-Justine, Montreal – Canada)».
Spesso gli ospedali, una volta completati, sono già inadatti: rigidi e superati, più gabbie che spazi flessibili pensati per evolvere con i bisogni
«Purtroppo, e chi lavora nel mondo sanitario lo sa bene, capita spesso cheunospedale, quando è inaugurato, sia già vecchio – aggiunge Taidelli. Siamo il Paese più lento in Europa nella progettazione e realizzazione degli ospedali. Ciò è particolarmente drammatico se pensiamo alla velocità con cui cambiano i contenuti, le esigenze e le tecnologie in ambito sanitario. Quando un ospedale è finalmente pronto, spesso è già superato. Non è più un edificio flessibile, ma diventa una gabbia rigida, un contenitore obsoleto. Non è solo un problema funzionale, ma anche di sostenibilità, ti ritrovi con un ammasso di cemento armato con cui poi devi fare i conti, se vuoi evitare di rifare tutto da capo o lasciarlo morire».
Cosa non funziona nella progettazione per l’inclusione in sanità?
«Tra gli errori più frequenti – osserva Pedrini – ci sono la segnaletica incomprensibile o assente per chi ha disabilità visive, cognitive o linguistiche; i percorsi lunghi, confusi o stressanti, senza punti di orientamento; gli spazi sovrastimolanti con luci abbaglianti, rumori continui, odori forti (problema per autismo, ipersensibilità sensoriale); la mancanza di supporti alla comunicazione, come simboli, pittogrammi, o strumenti digitali accessibili; bagni e locali “tecnicamente” accessibili (in base alle norme), ma non usabili nella realtà da chi ha disabilità motorie complesse o è accompagnato da caregiver.
Serve una visione sistemica, non progetti isolati e ogni luogo di cura deve essere progettato per tutti, non per “la media”
Particolarmente interessante in questo momento è la ricerca più avanzata a livello nazionale e internazionale, che combina tecnologie avanzate come l’Intelligenza Artificiale (AI) e l’Internet delle Cose (IoT) con problematiche sociali come l’invecchiamento e la società civile per dare forma ad ambienti di vita sani e stimolanti, concentrandosi su soluzioni architettoniche innovative per gruppi target specifici, come anziani (con demenza) o persone con disabilità. Combinando modelli rispettosi dell’uomo e della natura, questo tema esplora le opportunità di progettare “ambienti empatici” abitativi, terapeutici e curativi».
«Il concetto chiave è quello di progettazione integrata – aggiunge Taidelli – cioè mettersi al tavolo non solo con tecnici e specialisti, ma anche con il committente e con tutte le figure che operano quotidianamente nell’ambiente sanitario, comprese quelle che si occupano di disabilità. Troppo spesso, invece, c’è una realtà iper-specializzata, dove ciascuno lavora per compartimenti stagni. Il problema non è tanto normativo, quanto procedurale e culturale. Manca una squadra coesa, presente fin dalle fasi embrionali del progetto. Solo così si può garantire la qualità e la coerenza della progettazione, rispondendo davvero ai bisogni dell’utente finale. Sembra una banalità, ma spesso, non si arriva mai aparlare con chi “abita” davvero quello spazio. Nessuno ti dice “ecco cosa si prova a stare in un letto d’ospedale”. Nel nostro studio per il think tank “Breath: Reflection as Human Connection” realizzato con Fujifilm, abbiamo analizzato la qualità dello spazio terapeutico, dall’ingresso alla sala d’attesa, fino agli ambienti più delicati e sensibili, dove la persona è più fragile anche dal punto di vista psicologico.
Per progettare davvero spazi di cura inclusivi servono team multidisciplinari fin dall’inizio, capaci di ascoltare chi quegli ambienti li vive ogni giorno
Ciò che abbiamo osservato è che la qualità dello spazio è inversamente proporzionale alla vulnerabilità emotiva della persona. Le sale d’attesa, ad esempio, sono spesso ambienti freddi, spogli, ostili. Talvolta è per via di vincoli strutturali o impiantistici. In radiologia, ad esempio, ci sono muri spessi un metro, ma proprio lì noi architetti dovremmo fare la differenza. Non possiamo usare gli strumenti tradizionali, aprire finestre o porte per far entrare luce o aria. Allora, dobbiamo guardare quello spazio da un altro punto di vista, coinvolgere la memoria sensoriale delle persone, prenderle per mano e immaginare un nuovo paesaggio. Che può nascere anche dalla tecnologia, come le luci a nanotecnologia che riproducono l’effetto del sole, finestre virtuali, giardini zen, tutto ciò che può mantenere un contatto con l’esterno. Non solo per i pazienti, ma anche per gli operatori sanitari, che hanno bisogno di spazi in cui dissipare lo stress, prendersi cura del proprio benessere. Superare “l’ospedalo-centrismo”, l’idea che un grande involucro contenga tutto, pronto soccorso, terapie intensive, tutte le specialità, per puntare invece su una rete diffusa, più umana, fatta di case di comunità, presidi più piccoli, più vicini alle persone. Purtroppo, a oggi, siamo ancora molto, molto lontani da quel modello. Perché le competenze ci sono, le persone ci sono, ciò che manca è il coordinamento».
L’EMA ha raccomandato una modifica nella composizione di Trixeo Aerosphere e del suo prodotto duplicato Riltrava Aerosphere per sostituire il propellente attualmente utilizzato con un’alternativa a gas a basso potenziale di riscaldamento globale (GWP). Il nuovo propellente alternativo a basso GWP ha una riduzione del potenziale di riscaldamento globale di 1000 volte e proprietà fisiche simili rispetto al propellente attuale.
Trixeo Aerosphere e Riltrava Aerosphere sono i primi medicinali inalatori nell’UE a utilizzare un propellente a gas con basso GWP. Sono indicati per il trattamento di mantenimento in un sottogruppo di adulti con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) da moderata a grave e vengono somministrati come due inalazioni due volte al giorno utilizzando un inalatore predosato (MDI).
Un componente fondamentale della formulazione di un MDI è il propellente (gas liquefatto compresso), che genera una nube di aerosol contenente le particelle di principio attivo da inalare.
I gas ad alto GWP, tra cui gli idrofluorocarburi utilizzati come propellenti negli MDI pressurizzati per il trattamento delle malattie respiratorie, sono in fase di eliminazione per motivi ambientali in conformità con il Regolamento UE sui gas fluorurati a effetto serra (Regolamento UE 2024/573) e con le normative applicabili in altre giurisdizioni regolatorie. Il titolare dell’autorizzazione all’immissione in commercio di Trixeo/Riltrava Aerosphere ha valutato opzioni di sostituzione per il propellente attuale, concentrandosi su un propellente con GWP inferiore in grado di mantenere le stesse prestazioni del prodotto medicinale.
Il Trixeo/Riltrava Aerosphere riformulato è stato caratterizzato in linea con i principi delineati nella bozza di Linea guida sui requisiti per dimostrare l’equivalenza terapeutica tra prodotti inalatori orali per asma e BPCO, ed è terapeuticamente equivalente (cioè funziona nello stesso modo e produce gli stessi effetti nei polmoni e nell’organismo) al prodotto attualmente in commercio.
Gli studi hanno confermato che sicurezza ed efficacia del medicinale riformulato sono equivalenti a quelli del prodotto attualmente approvato.
Il parere sarà ora trasmesso alla Commissione Europea per l’adozione di una decisione sulla variazione dell’autorizzazione all’immissione in commercio.
«La sottoscrizione di questi Accordi dimostra ancora una volta, qualora ce ne fosse stato bisogno, che l’Accodo Collettivo Nazionale (ACN) 2024 è perfettamente declinabile su base regionale. Basta volerlo». A parlare è il Segretario Generale della Fimmg, Silvestro Scotti, che commenta con favore la firma, da parte della Regione Molise e della Valle d’Aosta, dei nuovi Accordi Integrativi Regionali (AIR) per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale, in attuazione dell’Accordo Collettivo Nazionale del 4 aprile 2024 e dell’articolo 8 del D.Lgs. 502/1992.
Scotti definisce “emblematico” l’esempio del Molise — regione commissariata — e della Valle d’Aosta, entrambe caratterizzate da forti criticità logistiche nell’assistenza di prossimità. In territori con queste caratteristiche, l’ACN consente infatti una declinazione regionalizzata dei principi del PNRR. Basti pensare che in Molise si contano 136 Comuni, di cui 132 molto piccoli — nei quali vive circa il 60% della popolazione — e in larga parte situati in aree montane.
«Queste firme – ribadisce – dimostrano che l’ACN 2024 offre risposte efficaci e può essere attuato, come già avvenuto recentemente in altre regioni. Resta la domanda su cosa stiano facendo le Regioni ancora ferme al palo».
Gli AIR di queste regioni rappresentano anche un passo avanti nel superamento del modello del medico singolo, isolato dal resto del sistema sanitario regionale. L’attivazione delle Aggregazioni Funzionali Territoriali (AFT) consente infatti di mettere in rete medici di famiglia e pazienti, dalle Case di Comunità fino agli ambulatori nei piccoli centri, integrando anche il nuovo servizio di Continuità Assistenziale. Quest’ultimo, per esempio in Molise, è stato interamente riprogettato con una redistribuzione più razionale dei medici sul territorio, in linea con la normativa vigente.
L’esempio delle difficoltà in Regioni che devono conciliare modelli metropolitani e modelli dispersi richiama con forza l’urgenza di definire, senza ulteriori ritardi, l’Atto di indirizzo per il prossimo ACN. Solo così sarà possibile prospettare soluzioni praticabili in territori misti, dove la mera applicazione di un unico modello crea difficoltà nella sua attuazione uniforme.
«Lasciare la questione dei rinnovi contrattuali nazionali in sospeso – spiega Scotti – significa imporre già oggi ai medici di famiglia un dazio del 25%». Non si tratta di una provocazione, ma di una stima fondata su dati concreti. L’assenza dell’Atto di indirizzo, infatti, blocca l’avvio delle trattative per il nuovo ACN, rallenta l’ingresso dei medici di famiglia nelle Case di Comunità e frena l’evoluzione verso un ruolo unico.
Inoltre, ostacola l’adeguamento delle retribuzioni all’inflazione (+13,4% cumulata tra il rinnovo dei due ACN 2022-2024 e 2025-2028), con una conseguente perdita di potere d’acquisto che mette a rischio la sostenibilità e l’attrattività della professione. «Tutto questo – sottolinea il leader Fimmg – sommato all’incremento dell’inflazione, che nella somma di questi anni arriva all’11%, porta a una situazione simile a quanto accade oggi sul piano dell’economia internazionale: i medici italiani stanno già pagando un “dazio” di quasi il 25% a causa di decisioni che spettano esclusivamente alle Regioni, le quali hanno già in bilancio i fondi accantonati per i rinnovi contrattuali».
«Le Regioni devono rendersi conto – conclude Scotti – che è inutile inseguire soluzioni alternative: basta rinnovare i contratti per tempo, semplificare la burocrazia che incombe sulla medicina generale, e far evolvere il medico di famiglia come una specialità riconoscibile per il suo valore. Solo così potremo renderla attrattiva per i giovani e motivante per chi, da sempre, è in prima linea».
Concluso con successo il Bando AIFA 2025 per la ricerca indipendente sulle malattie rare. Entro la scadenza del 23 luglio sono stati inviati 100 progetti, per un finanziamento complessivo di 17,8 milioni di euro.
Le proposte provengono principalmente da aziende ospedaliere, sanitarie e policlinici universitari (41), Università (20), IRCCS (18), Fondazioni IRCCS/ospedali (10), altri enti come istituti e network (5), Fondazioni (4) e IRCCS/aziende ospedaliere universitarie (2). Il Nord Italia è l’area più rappresentata, con la Lombardia in testa, seguita da Lazio, Emilia-Romagna, Piemonte, Toscana, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Puglia, Liguria, Campania, Sicilia, Umbria, Marche, Molise, Sardegna e Trentino-Alto Adige.
«Il primo Bando AIFA dedicato esclusivamente alle malattie rare si è chiuso con una cifra tonda: 100 progetti rappresentano un bel risultato, che testimonia la vitalità e l’elevato livello della ricerca italiana, che ha risposto con grande interesse – sottolinea il presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco Robert Nisticò –. A livello globale si registra un calo notevole degli studi no profit, che non risparmia neanche il nostro Paese, probabilmente per la difficoltà a reperire le risorse necessarie. In questo contesto l’Agenzia ha voluto dare un segnale rafforzando l’impegno a sostegno della ricerca indipendente, in aree meno appetibili per il mercato come le malattie rare: è necessario proseguire su questa strada e rendere strutturale la pubblicazione dei Bandi. Un appuntamento annuale, per consentire ai ricercatori di programmare i loro progetti e incentivare lo sviluppo di terapie efficaci per le malattie rare, migliorando la salute e la qualità di vita dei pazienti».
Le 100 proposte di studio saranno sottoposte a una fase di validazione da parte dell’Ufficio di Ricerca Indipendente dell’AIFA, per verificare la conformità ai requisiti del Bando. Verrà poi istituita una Commissione che valuterà i progetti candidati. Il Bando si concentra su due linee di indagine: studi preclinici e clinici finalizzati allo sviluppo di terapie farmacologiche per patologie prive di trattamenti specifici, inclusi progetti di riposizionamento di farmaci esistenti per indagare nuove indicazioni terapeutiche per le malattie rare, e studi preclinici e clinici mirati allo sviluppo di farmaci orfani derivati dal plasma. Sono stati previsti meccanismi rigorosi di valutazione e monitoraggio, con l’obiettivo di favorire il trasferimento dei risultati dal laboratorio alla pratica clinica.
Consip ha pubblicato la prima gara per sistemi integrati per la gestione del diabete (Sistemi di Monitoraggio Continuo della Glicemia – CGM, Microinfusori, Sistemi integrati), che garantisce alle persone con diabete l’accesso a tecnologie all’avanguardia, già ampiamente validate dalla comunità scientifica, in grado di migliorare sensibilmente la qualità della vita e l’efficacia del trattamento.
L’iniziativa – del valore di 674 milioni di euro – amplia il perimetro di intervento di Consip, in linea con gli indirizzi del Piano industriale 2025-2028, a un ambito ad alto impatto clinico e sociale con l’obiettivo di rispondere più efficacemente alle esigenze del Sistema Sanitario Nazionale e di contribuire alla diffusione dell’innovazione tecnologica nelle cure.
Tra le novità più rilevanti: ● una nuova offerta di sistemi integrati per la gestione del diabete (CGM e Microinfusori), che rappresentano un’evoluzione significativa, tecnologica e clinica, rispetto ai glucometri tradizionali: la lettura continua dei livelli di glucosio nel sangue, rispetto a misurazioni puntuali, consente un controllo più preciso, tempestivo e personalizzato della glicemia, migliorando l’efficacia del trattamento e l’autonomia del paziente; ● l’introduzione di un nuovo modello di remunerazione dei fornitori basato sul costo della terapia per ogni paziente, diluito su un arco temporale pluriennale, che consente al SSN una gestione programmabile e sostenibile della spesa, assicurando al contempo continuità terapeutica e accesso alle tecnologie più avanzate; ● la scelta di un modello di approvvigionamento in ‘’service’’, ovvero un noleggio full risk per 36 mesi di sistemi e strumenti, che consente assistenza continua e manutenzione completa dei dispositivi e assicura una gestione efficace lungo l’intero ciclo terapeutico del paziente. Lo strumento scelto per la gara – l’Accordo quadro multi-aggiudicatario – favorisce un’offerta ampia e flessibile, da selezionare in base alla graduatoria di merito e al criterio della “scelta clinica”, consentendo ai medici di individuare la soluzione più appropriata alle esigenze del paziente.
L’iniziativa è il frutto di un percorso condiviso con le principali società scientifiche di riferimento, Associazione Medici Diabetologi (AMD) e Società Italiana di diabetologia (SID), e, in linea con l’approccio di Consip alle iniziative in campo sanitario, la Commissione giudicatrice sarà composta da medici esperti del settore.