In ottemperanza alla Legge di Bilancio 2024, il CdA dell’AIFA ha approvato il passaggio dalla distribuzione diretta a quella nelle farmacie e l’abolizione dei piani terapeutici delle gliflozine, anti-diabetici di nuova generazione utilizzati anche per il trattamento dello scompenso cardiaco congestizio e dell’insufficienza renale cronica. Un passo avanti importante verso la semplificazione, la maggiore aderenza alle terapie e la riduzione delle liste di attesa: gli assistiti, infatti, non dovranno più sottoporsi a visita specialistica per il rinnovo dei Piani terapeutici, così come espressamente richiesto in passato da associazioni mediche e dei pazienti, ma per accedere al farmaco basterà la ricetta ripetibile.
Nonostante la Legge Finanziaria dello scorso anno non preveda vincoli di invarianza dei costi relativi alle riclassificazioni, l’Agenzia ha avviato e concluso la rinegoziazione con le quattro aziende produttrici delle gliflozine, che ha portato a un’importante riduzione dei prezzi, con la stipula di nuovi contratti vincolati al patto di riservatezza, sempre vigente in Italia come in altri Paesi d’Europa.
La scontistica ottenuta, unita al risparmio dei non indifferenti costi di gestione degli acquisti centralizzati e della distribuzione dei medicinali da parte delle Regioni, lasciano prevedere al momento un risparmio sulla base dei costi medi nazionali. Fermo restando che, come previsto dalla stessa Finanziaria 2024, spetterà poi al tavolo sul Monitoraggio della spesa, istituito presso il ministero della Salute, valutare in corso d’anno il reale andamento.
«Esprimo grande soddisfazione per la decisione AIFA di abolire i piani terapeutici per le gliflozine e di procedere con la distribuzione nelle farmacie – ha commentato la Presidente FAND – Associazione Italiana Diabetici, Manuela Bertaggia -. Questa decisione viene, da un lato, incontro alle persone con diabete e alle loro famiglie, soprattutto quelle che vivono nelle aree interne, lontano dalle città, perché facilita l’accesso a questi farmaci. Dall’altro, rispecchia la visione che FAND sempre caldeggia ossia la semplificazione dei percorsi per una malattia di per sé già complessa. Semplificazione per i cittadini che ne soffrono, semplificazione per i familiari e i professionisti della salute che se ne prendono cura».
Lo screening sui bambini per il diabete di tipo 1 e la celiachia funziona e riesce a intercettare precocemente i possibili casi. Lo affermano i primi risultati del progetto D1CeScreen coordinato dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità, presentati oggi nella sede dell’ISS alla presenza del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, promotore della legge 130/2023 che ha istituito lo screening nazionale, che ne ha annunciato la partenza entro l’inizio del prossimo anno.
«Questo evento – ha spiegato Mulè – dà il senso del successo di un lavoro che ha unito la comunità scientifica, i pazienti, l’amministrazione. Si chiude oggi ufficialmente una tappa fondamentale, cioè capire cosa mettere nella ‘cassetta degli attrezzi’ dello screening . Di pari passo si è lavorato a costruire lo screen nazionale che partirà a fine 2025 o a inizio 2026. Possiamo dare il calcio d’inizio attraverso un decreto attuativo che ha garantito la dotazione finanziaria che ora è alla Conferenza Stato Regioni. A settembre tutti i treni saranno in fila pronti per avviare lo screening nazionale».
Lo screening pilota
I risultati ottenuti nelle quattro regioni pilota (Campania, Lombardia, Marche, Sardegna) hanno visto una positività al test di screening del diabete di tipo 1 (DT1) pari allo 0,97%, mentre per la celiachia (MC) la positività al test di screening per la ricerca degli anticorpi antitransglutaminasi IgA è risultata del 2,8%. I bambini risultati positivi allo screening sono stati avviati al centro clinico di riferimento per la necessaria conferma diagnostica.
Lo screening per le due malattie croniche più diffuse nell’età pediatrica ha riguardato 5.363 bambini, raggiunti grazie alla collaborazione di 429 pediatri di libera scelta, in quattro regioni italiane (Campania, Lombardia, Marche, Sardegna). I bimbi erano distribuiti in tre classi di età, 2, 6 e 10 anni, e hanno effettuato l’analisi per individuare gli anticorpi specifici per DT1 e MC mediante test di screening su prelievo capillare.
«Questi dati – sottolineano Marco Silano, responsabile dell’ISS del progetto per la parte sul DT1, e Umberto Agrimi, per la parte sulla MC – suggeriscono una prevalenza degli autoanticorpi contro il DT1 paragonabile a quella di altri Stati europei, mentre per quanto riguarda la MC è possibile che ci sia un aumento rispetto alle stime fatte finora, che però potrà essere quantificato solo con un campione più ampio e dopo la verifica diagnostica. Lo studio preliminare ha analizzato i principali fattori per l’implementazione dello screening a livello nazionale, evidenziando l’elevata disponibilità sia dei pediatri di famiglia sia dei laboratori analitici a partecipare al progetto, e ha inoltre mostrato l’efficacia dello screening nei soggetti asintomatici, favorendo l’attivazione di programmi di follow-up e interventi terapeutici tempestivi, con l’obiettivo di prevenire o ridurre significativamente le complicanze sia a breve che a lungo termine».
Diabete e celiachia
Il diabete tipo1 (DT1) e la celiachia (MC) rappresentano le due malattie croniche più frequenti tra i bambini, con una diffusione pari allo 0,3% per il DT1 e poco più dell’1% per la MC. Sono entrambe patologie di natura autoimmune, cioè caratterizzate da anticorpi diretti contro il proprio organismo. La presenza di tali anticorpi può predire l’insorgenza di DT1 e MC in quanto gli autoanticorpi compaiono prima che la malattia si manifesti.
La misurazione degli anticorpi assume quindi un rilievo particolarmente importante in considerazione delle conseguenze di queste due malattie. Lo screening non serve a misurare la prevalenza delle malattie ma a fare diagnosi precoce, mentre la prevalenza va confermata. Le ricerche scientifiche condotte in tutto il mondo dimostrano, infatti, che diagnosi e interventi tempestivi riducono fortemente sia i rischi acuti che le conseguenze a lungo termine di queste malattie nelle persone che ne sono affette.
Lo studio ha evidenziato una significativa adesione da parte della rete dei pediatri di famiglia e un’ampia disponibilità delle famiglie a partecipare allo screening. Le modalità organizzative per la raccolta dei campioni si sono dimostrate appropriate, con risultati paragonabili a quelli ottenuti negli studi condotti da consorzi di ricerca europei.
L’endometriosi è una patologia cronica e spesso invalidante che colpisce tra il 10% e il 15% della popolazione femminile, rappresentando una delle principali cause di infertilità e di dolore pelvico cronico. Nonostante l’impatto sociale ed economico significativo, ad oggi la diagnosi resta spesso tardiva e invasiva, con percorsi clinici lunghi e complessi.
È in questo contesto che nasce ENDO2023 – Endometriosi e sviluppo di un lab-on-a-chip per la diagnostica non invasiva, un ambizioso progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) con oltre 4,4 milioni di euro nell’ambito del bando FISA (codice FISA-2023-00281).
Il progetto, della durata di cinque anni e con un budget complessivo di 8,5 milioni di euro, ha l’obiettivo di realizzare un test non invasivo per la diagnosi precoce dell’endometriosi, sfruttando tecnologie di ultima generazione nel campo della biologia molecolare, delle scienze omiche e dell’analisi bioinformatica.
L’iniziativa nasce dalla sinergia tra l’Università UniCamillus (Research Organization), Eurofins Genoma (Host Institution) e l’Università di Torino, con Chiara Benedetto, Professoressa Emerita di Ginecologia e Ostetricia, nel ruolo di Principal Investigator. A questa alleanza si affianca un ampio network di gruppi clinici e di ricerca multidisciplinari.
Eurofins Genoma, leader nelle tecnologie molecolari per la diagnostica avanzata e punto di riferimento nella ricerca applicata alla next-generation sequencing (NGS), ha messo a disposizione il proprio know-how scientifico e tecnologico. Forte di un’esperienza consolidata e del lavoro della sua unità di Ricerca e Sviluppo (R&D), Eurofins Genoma ricoprirà un duplice ruolo: sarà responsabile della componente di ricerca genetica nell’ambito delle scienze omiche (miRnomica, trascrittomica e metagenomica) e guiderà lo sviluppo industriale e tecnologico del dispositivo Lab-on-a-Chip.
L’Università UniCamillus, in qualità di Organismo di Ricerca, svolge un ruolo di primo piano nella promozione e nella definizione progettuale dell’iniziativa, offrendo un contributo significativo alla strutturazione scientifica del progetto. L’Ateneo è coinvolto attraverso un team multidisciplinare altamente qualificato, organizzato in quattro unità specializzate – Biologia Molecolare, Istologia, Biochimica e Microbiologia – impegnate nell’individuazione di biomarcatori innovativi mediante l’integrazione di genomica, metabolomica, trascrittomica, analisi computazionale e sviluppo di sistemi cellulari in vitro.
Chiara Benedetto, in qualità di Capo Progetto, metterà a disposizione la sua consolidata esperienza per guidare il trial clinico, fondamentale per il reclutamento e la caratterizzazione dei pazienti coinvolti nella ricerca.
L’obiettivo comune è lo sviluppo di un dispositivo compatto, user-friendly e ad alta precisione, capace di rilevare un’ampia gamma di biomarcatori (miRNA, RNA, metaboliti, DNA patogeno) in modo non invasivo. L’impatto atteso di ENDO2023 è duplice: da un lato, una diagnosi più rapida e accessibile per le pazienti; dall’altro, una riduzione significativa dei costi sanitari, a beneficio dell’intero sistema pubblico.
Il progetto sarà supportato anche dallaFondazione Medicina a Misura di Donna Onlus, organizzazione da anni impegnata della promozione della salute e del benessere femminile attraverso il sostegno a progetti di ricerca clinica e interventi innovativi, nonché presieduta dalla stessa Chiara Benedetto. «Proprio nell’ambito di questa sinergia, sarà attivato un nuovo dottorato di ricerca dal titolo “Sviluppo di un ‘lab on a chip’ per la diagnostica non invasiva dell’endometriosi”, che consentirà di fornire un ulteriore e rilevante contributo scientifico al progetto» afferma Benedetto.
«Siamo orgogliosi di partecipare a un progetto di tale rilevanza scientifica e sociale, che coinvolge l’Università di Torino insieme a Eurofins Genoma – afferma Emiliano Maiani, Delegato alla Ricerca di UniCamillus –. Il progetto rappresenta un cambiamento di paradigma nella diagnosi e gestione dell’endometriosi, patologia che colpisce fino al 15% della popolazione femminile e il 50% delle donne infertili. Le metodologie tradizionali si basano spesso su procedure invasive che possono risultare gravose sia dal punto di vista fisico che psicologico. UniCamillus contribuirà allo sviluppo della ricerca attraverso un approccio multidisciplinare che include studi di metabolomica, genomica, trascrittomica e metagenomica, insieme a sofisticate analisi computazionali e colture cellulari per studiare i meccanismi biologici dell’impianto. Uno degli elementi distintivi del progetto è proprio l’adozione di una strategia integrata per l’identificazione di biomarcatori, evitando di focalizzarsi su un solo tipo, e abbracciando invece un ventaglio ampio di possibili “spie dell’endometriosi”. Questo finanziamento è un riconoscimento importante per UniCamillus, e ne conferma la capacità di promuovere una ricerca scientifica che non si limita al laboratorio, ma si orienta concretamente verso soluzioni innovative a beneficio della salute delle persone».
«Il coinvolgimento di UniCamillus nel progetto ENDO2023 rappresenta un passo significativo per il nostro Ateneo, che continua a investire nella ricerca clinico-sperimentale con forte impatto sociale – aggiunge Gianni Profita, Rettore di UniCamillus –. Siamo fermamente convinti che il futuro della medicina passi attraverso l’integrazione tra scienza di base, tecnologia avanzata e attenzione concreta ai bisogni dei pazienti. Questo progetto ne è una dimostrazione».
Sono stati poco meno di mille i casi confermati nell’uomo di H5N1, l’influenza aviaria, dal 1997 a oggi in tutto il mondo: 997, di cui 471 morti (a partire da quando sono disponibili i dati sui decessi, cioè dal 2003).
Secondo l’ultimo report dell’ECDC, dall’8 marzo al 6 giugno di quest’anno i casi di H5N1 sono stati 8 (20 quelli di tutti i ceppi) e le morti 4, tutte avvenute in bambini. Le sei nazioni in cui si sono riscontrati sono Bangladesh, Cambogia, Cina, India, Messico e Vietnam. Negli Stati Uniti non si sono più registrati casi da febbraio.
Questi numeri mostrano uno dei dati più preoccupanti del virus dell’aviaria: la sua letalità, che supera il 50% (per avere un confronto, quella di SARS-CoV2 era di 0,6%). Tuttavia, quasi tutte le persone infettate negli Stati Uniti attraverso i bovini hanno avuto sintomi lievi come congiuntivite e raffreddore. Questo potrebbe significare che la mutazione del virus che passa attraverso i mammiferi sia meno aggressiva, oppure che in passato sono stati tracciati solo i casi più gravi.
Nonostante l’ampia circolazione dei virus dell’influenza aviaria nelle popolazioni animali, le infezioni umane restano rare
Sulla base delle informazioni attualmente disponibili, la FAO, l’OMS e il WOAH (l’Organizzazione mondiale della salute animale) hanno classificato il rischio di infezione da H5N1 come basso per la popolazione generale e da basso a moderato per gli individui esposti per motivi professionali.
Nonostante l’ampia circolazione dei virus dell’influenza aviaria nelle popolazioni animali, le infezioni umane restano rare. Durante il periodo di riferimento, inoltre, non è stata documentata nessuna trasmissione da uomo a uomo.
I mammiferi come serbatoio
«Tra gli elementi che destano preoccupazione, c’è la trasmissione del virus tra i mammiferi e la sua permanenza nelle specie domestiche», ha ricordato Calogero Terregino, veterinario e direttore del Laboratorio di referenza UE per l’influenza aviaria dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie (IZSVe), durante l’evento “Un virus in attesa: l’influenza aviaria e il rischio che non vogliamo vedere” organizzato dal Dipartimento di Scienze Veterinarie dell’Università di Torino.
Da qualche tempo, infatti, i mammiferi non sono più ospiti senza via d’uscita, ma fanno da “ponte” per la trasmissione del virus. Questo comporta la creazione di nuove nicchie ecologiche per l’evoluzione del virus e potenziali cambiamenti nel profilo di rischio anche per l’uomo.
Il nostro Paese sta lavorando a una sorveglianza dei bovini da latte a partire da settembre
Sebbene la presenza del virus nei bovini non interessi l’Italia o l’Europa, ma sia al momento confinata negli Stati Uniti, il nostro Paese sta lavorando a una sorveglianza dei bovini da latte a partire da settembre: «Si tratta di un intervento apripista, poiché a livello europeo non c’è alcuna direttiva che imponga la sorveglianza nei mammiferi, in particolare quelli da latte – afferma Terregino a TrendSanità -. Sebbene al momento non ci siano segnali, anche da studi retrospettivi, che il virus circoli in questi mammiferi nel nostro continente, è utile porre l’attenzione anche su queste categorie, per poter rispondere con dati a chi chiede come facciamo a sapere che il virus non sta circolando senza una sorveglianza sistematica. Dal punto di vista pratico, si sta ragionando sull’impatto di certe misure sul sistema di sorveglianza e sulle attività produttive».
L’approccio One Health e l’importanza del dato
Durante la giornata, è stata più volte sottolineata l’importanza dell’approccio One Health, che permetta a veterinari, allevatori, medici e agli esperti ambientali di parlarsi e confrontare i dati.
Calogero Terregino
«In questo momento ci sono delle difficoltà nella circolazione delle informazioni, perché i sistemi di raccolta dei dati sono diversi – ammette Terregino -. Per quanto riguarda la caratterizzazione dei virus dell’influenza animale, però, sono in corso molti progetti con l’Istituto Superiore di Sanità che dovrebbero portare nel giro di qualche mese a una piattaforma unica di sorveglianza che aggiunga al monitoraggio delle malattie umane respiratorie anche i casi di infezione umana da influenza animale».
E poi c’è il nodo dell’informazione degli operatori: «C’è poi la volontà di fornire a chi è in prima linea, come i medici del Pronto soccorso o i MMG tutte le notizie utili per essere aggiornati sulla situazione epidemiologica. Queste informazioni saranno rilasciate sotto forma di bollettino periodico».
Anche per quanto riguarda la salute animale, in Italia si patisce la frammentarietà regionale: «Esistono Regioni che da tempo convivono con l’influenza e che hanno sistemi ben strutturati di sorveglianza e monitoraggio, dove veterinari, SISP, Regione e Ministero si parlano – ricorda Terregino -. In altre aree questi sistemi non sono ben strutturati perché non hanno avuto casi di influenza aviaria, ma stanno cercando di capire come costruire un sistema simile se dovessero averne. In ogni caso, i progetti con l’ISS sono tesi proprio a uniformare i sistemi nelle varie Regioni».
Il Piano strategico operativo di preparazione e risposta a una pandemia da patogeni di trasmissione respiratoria a maggiore potenziale pandemico 2025-2029 è in bozza da febbraio e, sebbene non sia cambiato molto rispetto alla versione precedente per quanto riguarda la sorveglianza veterinaria, è stata sottolineata l’importanza di intercettare nel serbatoio animale virus che potrebbero poi mutare, a conferma di quanto l’approccio One Health sia cruciale.
La sfida dei virus emergenti
Il Covid ha reso chiaro come sia fondamentale arrivare preparati a un’epidemia, senza minimizzare i segnali. In questo momento H5N1 è un osservato speciale: proprio perché è sotto ai riflettori, le potenziali mutazioni pericolose per l’uomo dovrebbero essere intercettate.
È importante incentivare a livello internazionale le attività di sorveglianza e la trasparenza dei dati
Che cosa dire invece degli altri virus emergenti? «È un problema che non interessa direttamente l’Italia, ma Paesi nei quali serbatoi di virus prima confinati in ambienti naturali ora si stanno avvicinando. Penso per esempio ai mercati con animali selvatici, oppure alla deforestazione, che avvicina questi ultimi alle zone coltivate – spiega Terregino -. In queste aree ci sono condizioni che si fa fatica a monitorare perché non esistono sistemi di sorveglianza, nonostante sappiamo che si tratta di luoghi in cui circolano virus pericolosi, per esempio progenitori di virus che possono adattarsi all’uomo».
Che cosa fare, quindi? «Credo che l’unica risposta sia incentivare a livello internazionale le attività di sorveglianza e la trasparenza dei dati: più si conosce quello che c’è sul territorio e le interazioni e prima si può intervenire», conclude l’esperto.
Oscillazioni di peso, dispositivi per lo svapo, nuovi prodotti a base vegetale e bevande alcoliche alla moda: questi nuovi fenomeni di ‘tendenza’ costituiscono pericoli reali per l’insorgenza di tumori e altre patologie croniche? A fornire le risposte sarà YouGoody, uno studio di riferimento della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che coinvolgerà 100mila cittadini italiani in una ricerca all’avanguardia e in continuo aggiornamento. Ne parliamo con Sabina Sieri, Direttrice della Struttura Complessa di Epidemiologia e Prevenzione dell’INT e responsabile dello studio.
Con l’avvento di questi prodotti, molti consumatori pensano di fare scelte più salutari. Lo studio Yougoody indaga la correlazione tra questi prodotti e il rischio di sviluppare cancro e malattie cronico-degenerative?
«Il nostro è uno studio di coorte prospettico e siamo ancora nella fase di reclutamento. In questo momento possiamo solo descrivere il consumo di questi alimenti, ma per stabilire una relazione con l’insorgenza delle malattie cronico-degenerative serviranno anni di follow-up. Gli studi precedenti, essendo questi alimenti relativamente nuovi, non hanno raccolto informazioni specifiche sui prodotti plant-based o proteici. Quello che possiamo dire, basandoci su studi consolidati sulla mortalità, è che il consumo elevato di proteine non è associato a un minor rischio di mortalità. Il vantaggio emerge piuttosto dalla sostituzione delle proteine animali con quelle vegetali. Viviamo in una popolazione senza carenza proteica e ad oggi non c’è indicazione ad aumentare il consumo di proteine. Questi prodotti non rispondono a un’esigenza reale della popolazione italiana, e gli effetti benefici millantati, come quelli sul peso, non sono supportati da studi solidi, specialmente per la dieta iperproteica proposta ai giovani».
Può approfondire il tema dei rischi legati al consumo di proteine?
«Mi riferisco ai grandi studi di coorte, come il nostro che fa parte dello studio europeo EPIC. Abbiamo una coorte di 13mila persone reclutate in provincia di Varese negli anni ’90, che continuiamo a seguire. EPIC è uno studio prospettico che ha reclutato 500mila persone in tutta Europa tra il 1993 e il 1998, raccogliendo informazioni dettagliate su dieta, stile di vita e campioni biologici. Anche nel nostro studio abbiamo confermato che chi consumava molte proteine non aveva un minor rischio di mortalità, ma abbiamo osservato un vantaggio in chi sostituiva le proteine animali con quelle vegetali. È emersa l’importanza non della quantità totale, ma della qualità delle proteine come fattore protettivo».
Quanto è importante monitorare fenomeni recenti come l’uso della sigaretta elettronica o le diete yo-yo rispetto ai fattori di rischio classici?
«Per le sigarette elettroniche è fondamentale. Attualmente non abbiamo informazioni dettagliate sul loro utilizzo con tutte le diverse tipologie. Il nostro questionario dettagliato ci permetterà di dare risposte sui loro effetti nei prossimi anni, sia negli adulti che nei giovani. Stiamo infatti implementando la partecipazione dei giovani attraverso iniziative nelle scuole e nelle università. Dai primi dati su 30mila persone reclutate, emerge positivamente che i consumatori di sigarette elettroniche sono principalmente ex fumatori. Sembra che vengano utilizzate come ausilio per smettere di fumare, come auspicato dalle agenzie internazionali, senza evidenze di ‘addiction’ tra chi non fumava in precedenza. Per le diete yo-yo, gli studi mostrano che le oscillazioni continue di peso possono aumentare il rischio tumorale diminuendo le difese immunitarie. Gli studi epidemiologici danno risultati contrastanti: alcuni mostrano effetti protettivi (il dimagrimento riduce l’infiammazione), altri mostrano aumenti di rischio per le oscillazioni di peso. Il vantaggio del nostro studio è che ogni due anni aggiorneremo le informazioni su peso e diete, permettendoci di verificare nel tempo gli effetti reali delle diete yo-yo su tumori, malattie cardiovascolari e diabete, senza i bias del ricordo».
A che punto siete con il reclutamento di YOUGOODY?
«Ad oggi abbiamo 30mila iscritti alla piattaforma, di cui 20mila hanno completato tutti i questionari. Il nostro obiettivo è raggiungere 100mila persone in tutte le regioni italiane. Lo studio EPIC aveva coinvolto solo cinque centri (Milano, Ragusa, Napoli, Firenze, Torino), principalmente nelle grandi città. Ora abbiamo avviato la seconda fase coinvolgendo diversi istituti di ricerca e collaborando con AVIS per la loro distribuzione capillare. Vogliamo studiare anche regioni mai coinvolte prima e indagare se i donatori di sangue sono realmente più sani, come si ipotizza, per i controlli frequenti o per stili di vita più salutari».
Dopo il successo della prima edizione, che ha coinvolto oltre 3.000 cittadini e restituito un quadro nitido delle fragilità del sistema sanitario dal punto di vista di chi lo vive quotidianamente, prende il via oggi la seconda edizione del Barometro del Patient Engagement, promosso da Helaglobe – realtà che da oltre dieci anni si occupa di strategie di coinvolgimento nel settore salute – insieme ad un’ampia rete di istituzioni, strutture sanitarie, associazioni di pazienti e caregiver e di un gruppo di esperti di altissimo livello chiamato ad analizzare i risultati della ricerca.
2024: una sanità che prescrive, ma non accompagna
Nel 2024, la prima edizione del Barometro ha rivelato diversi elementi critici:
il 20% degli italiani non riceve alcun invito a fare screening;
1 cittadino su 5 rinuncia alla prevenzione per orari incompatibili, liste d’attesa e problemi logistici;
l’87% non è mai stato coinvolto in indagini sulla qualità dei servizi sanitari;
il 62% si sente poco o per nulla coinvolto dal proprio medico nelle decisioni sulla salute.
«Abbiamo dato vita al Barometro, uno strumento di indagine nazionale, per misurare la percezione del reale coinvolgimento nei percorsi di cura e prevenzione, le difficoltà di accesso ai servizi e l’approccio comunicativo della sanità. Ripeteremo l’indagine in questi mesi soffermandoci sulle differenze a distanza di un anno e aggiungeremo nuovi indicatori. Con il Barometro vogliamo rilevare quanto le persone si sentano realmente engaged, quindi, coinvolte, nei processi del Sistema Sanitario Nazionale e nelle decisioni che riguardano la propria salute. Dopo un primo sguardo nazionale nel 2024, grazie alla collaborazione di numerosi partner, quest’anno cercheremo di fotografare il patient engagement nei distretti sanitari locali», afferma Davide Cafiero, Managing Director di Helaglobe.
2025: una ricerca più profonda e rappresentativa
La ricerca partita oggi sarà attiva fino al prossimo autunno e, una volta conclusa, i risultati e le analisi del board scientifico saranno presentati in un evento istituzionale. Oltre alla conferma dei principali parametri del 2024, il Barometro 2025 vede importanti innovazioni e il coinvolgimento di infermieri, farmacisti, medici e di tutti i professionisti sanitari chiamati a interagire con i cittadini.
In Italia 14 over 65 su 100 hanno una disabilità, intesa come l’incapacità di svolgere una attività fondamentale della vita quotidiana, e a questi si aggiungono 16 su 100 che invece sono considerati fragili. Inoltre circa 1 persona ultra 65enne su 4 ha almeno un problema di tipo sensoriale (fra vista, udito o masticazione) che non risolve neppure con il ricorso ad ausili, come occhiali, apparecchio acustico o dentiera. Questo il quadro relativo al biennio 2023-2024 tracciato dalla sorveglianza Passi d’Argento coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità.
«L’analisi temporale- spiega Maria Masocco, responsabile della sorveglianza – mostra una riduzione, lenta ma significativa, della quota di fragili e disabili dal 2016 ad oggi e in questa lenta riduzione si osserva un calo repentino del 2021 che non si può escludere possa essere associato all’eccesso di morbosità o mortalità correlata al COVID-19 che ha investito il nostro Paese colpendo le persone più anziane e certamente più vulnerabili per condizioni di salute rendendo meno probabile intercettarle durante il picco pandemico».
Disabilità
Negli ultra 65enni, la perdita di autonomia nello svolgimento anche di una sola delle sei attività fondamentali della vita quotidiana (ovvero delle ADL, come mangiare, vestirsi, lavarsi, spostarsi da una stanza all’altra, essere continenti, usare i servizi per fare i propri bisogni) è considerato dalla letteratura internazionale una condizione di disabilità.
Dai dati di PASSI d’Argento 2023-2024 emerge che la condizione di disabilità, così definita, coinvolge 14 persone su 100. La disabilità cresce con l’età, in particolar modo dopo gli 85 anni interessa 4 anziani su 10 (42%); è mediamente più frequente fra le donne (17% vs 10% uomini), fra le persone socio-economicamente svantaggiate per difficoltà economiche (31% fra chi ha molte difficoltà economiche vs 9% tra chi non ne riferisce) o per bassa istruzione (26% vs 7% fra chi ha un livello di istruzione alto).
La quasi totalità delle persone con disabilità (99%) riceve aiuto, ma questo carico di cura e di assistenza è per lo più sostenuto dalle famiglie, molto meno dal servizio pubblico di ASL e Comuni. Il 95% delle persone con disabilità dichiara di ricevere aiuto dai propri familiari per le attività della vita quotidiana per cui non è autonomo, il 37% di essere aiutato da badanti e il 12% da conoscenti. Il 12% ha ricevuto aiuto a domicilio da operatori socio-sanitari e solo il 2% ha ricevuto assistenza presso un centro diurno. Una piccola quota è sostenuta da associazioni di volontariato (2%).
Circa una persona su 4 con disabilità riceve un contributo economico per questa condizione (come l’assegno di accompagnamento). La disabilità si associa alla cronicità e se circa il 6% degli ultra 65enni liberi da cronicità sono disabili, questa quota è pari al 28% fra le persone con due o più patologie croniche (fra quelle indagate in PASSI d’Argento). Esiste un gradiente Nord-Sud della disabilità a svantaggio dei residenti nel Sud Italia (17% vs 14% nel Centro e 10% nel Nord) che potrebbe riflettere una differenza nella distribuzione degli esiti di salute, ma anche una differente offerta o ricorso a strutture di ricovero per anziani non pienamente autonomi fra Nord e Sud del Paese che la sorveglianza PASSI d’Argento non intercetta, dal momento che non raggiunge le persone istituzionalizzate, residenti in RSA o Case di riposo per anziani o ricoverate ma soltanto le persone che vivono nelle loro abitazioni.
Fragilità
Promuovere un invecchiamento sano e prevenire la fragilità rappresentano oggi priorità fondamentali di sanità pubblica, in Italia e a livello internazionale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’invecchiamento sano è «il processo di sviluppo e mantenimento della capacità funzionale che consente il benessere in età avanzata».
In questo contesto, la fragilità emerge come un bersaglio chiave per la prevenzione: una condizione dinamica di aumentata vulnerabilità agli stressor, dovuta alla riduzione delle riserve fisiologiche e psicosociali. A differenza della disabilità, la fragilità è potenzialmente reversibile e può essere contrastata attraverso interventi tempestivi su fattori di rischio modificabili come l’inattività fisica, la malnutrizione, l’isolamento sociale e l’accesso limitato alle cure.
PASSI d’Argento, secondo un approccio bio-psico-sociale, contribuisce all’identificazione precoce della fragilità definendo come fragili gli anziani non disabili, cioè autonomi nelle ADL ma con difficoltà in almeno due funzioni complesse (IADL), quali preparare i pasti, effettuare lavori domestici, assumere farmaci, muoversi autonomamente, gestire le proprie risorse economiche o utilizzare il telefono.
Dai dati di PASSI d’Argento 2023-2024 risultano fragili circa 16 persone su 100. La fragilità è una condizione senza differenze significative tra uomini e donne, ma che cresce progressivamente con l’età, riguarda il 8% dei 65-74enni e raggiunge il 31% fra gli ultra 85enni; è anch’essa associata allo svantaggio socio-economico, sale al 24% fra le persone con molte difficoltà economiche (vs 14% tra chi non ne riferisce) e al 24% fra le persone con bassa istruzione (vs 12% fra chi ha un livello di istruzione alto).
La quasi totalità delle persone con fragilità (98%) riceve aiuto per svolgere le funzioni delle attività della vita quotidiana per cui non è autonomo (IADL). Tuttavia, questo aiuto è sostenuto per lo più dalle famiglie, dai familiari direttamente (95%) o da badanti (24%), ma anche da conoscenti (15%); meno del 3% riferisce di ricevere aiuto a domicilio da operatori socio-sanitari delle ASL o dei Comuni, ancora meno (meno di 5 persone su 1000) ricevono assistenza da un Centro diurno. Una piccola quota è sostenuta da associazioni di volontariato (1%). Esiste un gradiente Nord-Sud della fragilità a sfavore delle Regioni meridionali (19% vs 17% nel Centro e 11% nel Nord).
Problemi di vista, udito e masticazione
I dati 2023-2024 confermano quanto emerso nelle precedenti rilevazioni: circa 1 persona ultra 65enne su 4 ha almeno un problema di tipo sensoriale (fra vista, udito o masticazione) che non risolve neppure con il ricorso ad ausili, come occhiali, apparecchio acustico o dentiera.
Vista
Nel 2023-2024 circa il 9% degli intervistati ultra 65enni riferisce di avere problemi di vista (non correggibili neppure con l’uso di occhiali) che condizionano lo svolgimento delle attività quotidiane. Questa quota cresce con l’età (a 65-74 anni è del 4% ma sale al 25% dopo gli 85 anni) ed è mediamente più alta fra le donne (11% vs 6%). Il gradiente sociale è ampio e significativo e la quota di persone con problemi di vista è maggiore fra quelle con bassa istruzione (16% vs 5% di chi ha un livello di istruzione alto) e in coloro che hanno molte difficoltà economiche (19% vs 6% fra chi non ne riferisce). Anche il gradiente geografico da Nord a Sud del Paese è significativo: nelle Regioni meridionali le persone con problemi della vista sono il 11%, quota che scende a 6% fra i residenti nelle Regioni settentrionali.
Udito
Dai dati 2023-2024 emerge che il 13% degli ultra 65enni residenti in Italia riferisce un problema di udito (non risolto o non risolvibile con il ricorso all’apparecchio acustico). Questa quota cresce con l’età (a 65-74 anni è meno del 6% ma sale al 33% dopo gli 85 anni) ed maggiore tra le donne (14% vs 12% tra gli uomini).
Il gradiente sociale è ampio e significativo e la quota di persone con problemi di udito è maggiore fra quelle con bassa istruzione (23% vs 8% di chi ha un livello di istruzione alto) e fra quelle con molte difficoltà economiche (25% vs 10% fra chi non ne riferisce). Anche il gradiente geografico è visibile e a sfavore delle Regioni meridionali (15% vs 11% del Nord).
Fra le persone con un problema di udito è più alta la prevalenza di coloro che restano socialmente isolate e riferiscono che in una settimana normale non incontrano né parlano con qualcuno (34% vs il 14% nel campione totale); è più alta la prevalenza di sintomi depressivi (19% vs 9% nel campione totale) ed è più alta la quota di chi è caduto nei 30 giorni precedenti l’intervista (12% vs 6%). Il 7% degli anziani intervistati ricorre a un apparecchio acustico per risolvere il suo deficit uditivo, solo circa una persona su 4 tra chi ha problemi di udito.
Masticazione
Nel biennio 2023-2024 l’11% degli intervistati riferisce di avere problemi di masticazione e non riesce a mangiare cibi difficili (una difficoltà non risolta o non risolvibile con l’uso della dentiera). Questa quota cresce con l’età (a 65-74 anni è del 6% ma sale al 33% dopo gli 85 anni) ed è mediamente più alta fra le donne (13% vs 9%).
Il gradiente sociale è ampio e significativo e la quota di persone con problemi di masticazione è più alta fra quelle con bassa istruzione (23% vs 8% chi ha un livello di istruzione alto) o con molte difficoltà economiche (31% vs 7% fra chi non ne riferisce). Anche il gradiente geografico da Nord a Sud del Paese è significativo: nelle Regioni meridionali c’è una quota 2 volte più alta di persone con problemi di masticazione, rispetto a quanto si osserva fra i residenti nel Nord Italia (15% nel Sud vs 7% nel Nord).
Fra le persone con problemi di masticazione è più alta la prevalenza di coloro che restano socialmente isolati e riferiscono che in una settimana normale non incontrano né parlano con qualcuno (37% vs il 14% nel campione totale); è più alta la prevalenza di sintomi depressivi (22% vs 9% nel campione totale) e persino la frequenza delle cadute (11% vs 6% nel campione totale). Il 27% degli anziani intervistati ricorre alla dentiera per risolvere le proprie difficoltà a masticare cibi difficili.
«Agire con coraggio e rapidità nell’adottare politiche pro-concorrenza, per rendere l’Europa più competitiva a vantaggio della salute pubblica, della sicurezza e dell’autonomia strategica». Questo l’appello rivolto al governo dell’Unione dalla 31° Conferenza annuale di Medicines for Europe – l’associazione che riunisce le aziende di equivalenti, biosimilari e Value Added Medicines – in corso a Bruxelles.
Dai protagonisti del comparto – cui afferisce un totale di oltre 400 siti manifatturieri, 126 siti di ricerca e sviluppo e 190 mila addetti diretti e che fornisce il 70% dei medicinali dispensati in Europa e oltre il 90% di quelli presenti nell’elenco UE dei medicinali critici – la richiesta di andare a bersaglio sulla riforma complessiva della legislazione europea di settore fornendo un sostegno mirato al settore dei medicinali fuori brevetto.
In particolare – si legge in una nota – con l’avvio dei negoziati nel trilogo tra rappresentanti del Parlamento, del Consiglio e della Commissione europea «va colta l’occasione per modernizzare il sistema normativo e renderlo adatto all’era digitale».
Tra i nodi da sciogliere:
l’adozione di norme equilibrate sull’esclusività dei dati e di mercato, per garantire che un maggior numero di pazienti benefici dell’accesso ai farmaci e all’innovazione in tutti gli Stati membri;
l’armonizzazione della clausola Bolar, che consente l’attività anticipata di sperimentazione durante la copertura brevettuale al fine di ottenere un’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC) di generici o biosimilari entro la scadenza e tutte le attività amministrative per il prezzo ed il rimborso;
la semplificazione delle procedure di autorizzazione all’immissione in commercio di generici e biosimilari e l’istituzione di un sistema di implementazione del foglietto illustrativo elettronico sui prodotti medicinali, per migliorare l’accesso e cure per milioni di pazienti europei.
Le aziende avanzano specifiche richieste anche sui contenuti del Critical Medicines Act, la proposta di Regolamento che integra la revisione in corso della legislazione farmaceutica, attualmente all’esame del Parlamento europeo:
garantire la sicurezza dell’approvvigionamento negli appalti, prevedendo l’introduzione di criteri MEAT (Most Economically Advantageous Tender / offerta economicamente più vantaggiosa) e gare multi-aggiudicatario, e nelle riforme dei mercati nazionali in materia di politiche di prezzo e acquisto;
introdurre nuovi strumenti di incentivo dedicati alla produzione industriale su larga scala in particolare dei farmaci inclusi nella Union List of Critical Medicines, prevedendo altresì misure ad hoc in relazione alle norme UE sugli aiuti di Stato e sugli IPCEI per consentire investimenti nella produzione manifatturiera;
adottare soluzioni solidali in tema di riserve strategiche per garantire che in caso di carenza di farmaci l’accesso dei pazienti ai farmaci abbia la precedenza sull’accumulo di scorte a livello nazionale.
L’ultimo richiamo delle aziende degli off patent riguarda quella che è già un’emergenza: la necessità di intervenire sulla Direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane (UWWTD). «È basata su studi scientifici incompleti che hanno dato origine ad una valutazione d’impatto errata che avrà conseguenze disastrose sull’accesso ai farmaci essenziali – conclude la nota di Medicines for Europe – per questo deve essere modificata con urgenza per tutelare la disponibilità di farmaci essenziali e critici».
Il Commissario europeo per la Salute e il benessere degli animali, Olivér Várhelyi, ha dichiarato: «La sicurezza dei medicinali non è mai stata così cruciale come lo è oggi. Senza una sicurezza dell’approvvigionamento, non possiamo garantire che i nostri cittadini avranno accesso ai medicinali essenziali. Dobbiamo aiutare la nostra industria a rimanere e prosperare in Europa, in modo da avere una solida base manifatturiera europea. Con il Critical Medicines Act, puntiamo a riportare la produzione più vicina a casa, attraverso progetti strategici, appalti e partenariati internazionali».
Il 30% degli over 65 italiani assume ogni giorno più di 10 farmaci. Un dato che solleva una questione sempre più urgente per il sistema sanitario: tutte queste terapie sono davvero necessarie? Nasce da qui il progetto sperimentale avviato dall’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, che ha posto al centro la revisione critica delle terapie farmacologiche negli anziani fragili, con l’obiettivo di ridurre i farmaci inappropriati attraverso la pratica del medication review e deprescribing.
I risultati sono stati illustrati durante il convegno monotematico della Società Italiana di Farmacologia (SIF), promosso dal Gruppo di lavoro 3F & RWE (Farmacovigilanza, Farmacoepidemiologia, Farmacoeconomia e Real World Evidence), dal titolo: “Come ottimizzare le (poli)terapie farmacologiche: dalla personalizzazione delle cure tramite farmacogenetica e farmacocinetica alle attività di farmacovigilanza e medication review/deprescribing”. L’evento si è tenuto nei giorni 24-25 giugno presso il Policlinico di Borgo Roma a Verona, con il patrocinio delle principali società scientifiche italiane: Accademia di Geriatria, FADOI, SIFACT, SIGOT, SIMG, SIMI, SISI, e il supporto della Regione Veneto.
Deprescribing: 273 farmaci eliminati, -20% di ricoveri
Nel progetto veronese sono stati coinvolti 70 pazienti ultraottantenni complessi ricoverati nei reparti di Geriatria e Medicina Interna, ciascuno dei quali assumeva in media 10 farmaci al giorno. Attraverso un’attenta medication review condotta da un team multidisciplinare, sono stati rivalutati complessivamente 836 farmaci: 273 sono stati sospesi perché considerati inappropriati o non più necessari. In media, ogni paziente ha potuto eliminare 4 farmaci e ricevere un aggiustamento di dosaggio per altri.
A distanza di tre mesi dalle dimissioni, i dati indicano una riduzione del 20% del rischio di ri-ospedalizzazione e un risparmio annuale stimato di 56.000 euro per la spesa farmaceutica solo su questo piccolo gruppo di pazienti. Il progetto, coordinato da Gianluca Trifirò (ordinario di Farmacologia, Università di Verona) e Mauro Zamboni (ordinario di geriatria e direttore UOC Geriatria B), è stato esteso ad altre tre unità cliniche: Medicina Interna C, Medicina Interna B e Medicina d’Urgenza, con il supporto della Farmacia ospedaliera e della Scuola di Specializzazione in Farmacologia e Tossicologia Clinica.
«Nel nostro sistema sanitario esiste ancora una forte inerzia prescrittiva: farmaci iniziati da tempo che nessuno rivede, anche quando non servono più – spiega Gianluca Trifirò, coordinatore del gruppo Farmacovigilanza, Farmacoepidemiologia, Farmacoeconomia e Real World Evidence della SIF -. Questo progetto dimostra che è possibile fare una medicina più personalizzata, più sicura e più sostenibile, semplicemente imparando a prescrivere meglio e, quando serve, anche a sospendere. Meno farmaci non significa meno cura: spesso, significa più attenzione e più salute».
Una sfida culturale per tutto il sistema
Sebbene la geriatria sia il contesto naturale per attività di medication review e deprescribing, l’ottimizzazione delle terapie è una sfida trasversale, che riguarda tra l’altro anche altre aree specialistiche l’urgenza, la medicina generale e le RSA. Ogni revisione completa delle terapie da parte di farmacologi clinici richiede in media 4 ore per paziente, ma si traduce in una maggiore appropriatezza terapeutica, meno reazioni avverse ed un impatto positivo sulla qualità della vita. Il servizio di medication review e deprescribing veronese ha dimostrato che con un approccio integrato tra farmacologi, geriatri, internisti e farmacisti clinici si possono ottenere risultati significativi e replicabili su larga scala, efficaci clinicamente e sostenibili dal punto di vista economico.
Ricerca, formazione e giovani: la SIF investe nel futuro
Il convegno, che ha coinvolto oltre 40 esperti da università, ospedali e istituti di ricerca, ha anche segnato la chiusura del primo Corso di Perfezionamento in Medication Review e Deprescribing attivato con successo dall’Università di Verona.
A sostegno dei giovani, la Società Italiana di Farmacologia (SIF) ha assegnato due borse di studio da 500 euro per i migliori contributi scientifici presentati al convegno, confermando il proprio impegno nel promuovere una cultura farmacologica moderna, basata sull’evidenza, sulla personalizzazione e sulla sostenibilità. «La revisione delle prescrizioni – dichiara Armando Genazzani, presidente della Società Italiana di Farmacologia SIF – dovrebbe diventare la norma per migliorare il servizio sanitario erogato e in questo team la presenza di una squadra multidisciplinare che includa clinici, farmacologi clinici e farmacisti territoriali/ospedalieri è di capitale importanza. Si risparmiano soldi? Forse sì, ma soprattutto si cura meglio».
Nel corso del convegno monotematico, il premio per la migliore comunicazione orale è stato consegnato a Gianluca Gazzaniga della Sapienza Università di Roma, mentre quello per il miglior poster è andato a Massimo Carollo dell’Università degli Studi di Verona.
Una narrazione “controintuitiva”, “non supportata da basi scientifiche solide”, e che rischia di falsare il dibattito sul futuro della medicina di emergenza in Italia. Sono le parole di Fabio De Iaco, past president della Società italiana della medicina di Emergenza-Urgenza (Simeu), nei confronti dello studio Altems presentato lo scorso 23 giugno a Roma, durante il Graduation Day della facoltà di Economia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Uno degli elementi più controversi, secondo Simeu, riguarda la classificazione dei medici
Secondo Simeu il report propone una lettura ottimistica della situazione dei Pronto Soccorso in Italia: meno strutture, ma più medici per ciascuna e accessi apparentemente in calo. E Simeu, analizzando al microscopio tutti i dati presentati da Altems non risparmia critiche: «Raccontare che tutto va bene è una semplificazione fuorviante. È l’assenza di dati veri il vero problema».
Cosa dice lo studio Altems
Secondo i ricercatori il sistema dell’emergenza sanitaria in Italia ha visto tra il 2011 e il 2023 una razionalizzazione dell’infrastruttura:
i servizi di pronto soccorso e Dea (dipartimento di Emergenza e Accettazione)attivi sono passati da 808 a 693
i medici di emergenza-urgenza per ogni struttura sono aumentati da 3,8 a 6,9
gli accessi al Pronto Soccorso (Ps) per 1.000 abitanti sono scesi da 363 a 311
la percentuale di pazienti ricoverati dopo il Ps è calata dal 14,9% al 13%
il numero di medici di Emergenza-Urgenza (E-U), dopo un picco nel 2018 (5.217), è leggermente calato, arrivando a 4.748 nel 2023, ma resta comunque superiore al dato del 2011 (3.033).
Lo studio segnala inoltre una forte eterogeneità regionale: nel 2023 la quota di medici E-U rispetto al totale dei medici Ssn varia dallo 1% dell’Umbria al 7,2% dell’Abruzzo. Regioni come Campania, Toscana e Calabria mantengono livelli superiori al 6%, mentre Marche, Lombardia e Umbria non superano mai il 2%.
«Dati costruiti su basi fragili e fuorvianti»
Fabio De Iaco
Ma la Simeu non ci sta. E critica fortemente la narrazione di una medicina di Emergenza-Urgenza che appare in netta ripresa, quasi in un momento d’oro, secondo i dati dell’ateneo romano. «Questa analisi tenta di offrire una visione del Ssn più rosea di quanto in realtà non è. Ma non possiamo accettare che la realtà venga forzata per esigenze politiche. È evidente che i dati su cui si basa non sono sufficienti a rappresentare la complessità del sistema», commenta de Iaco.
Uno degli elementi più controversi, secondo Simeu, riguarda la classificazione dei medici: «In molte strutture i medici lavorano in pronto soccorso, ma risultano formalmente inquadrati in altre specializzazioni, come medicina interna. Nessuno sa dire se questi professionisti siano conteggiati nei dati ufficiali, e questa ambiguità rende i numeri del tutto inaffidabili».
6,9 medici per servizio: un numero che inganna
Uno dei principali dati presentati da Altems – l’incremento medio da 3,8 a 6,9 medici E-U per Ps o Dea – è, secondo De Iaco, un esempio di interpretazione errata. «Non bastano 6,9 medici per coprire H24 un pronto soccorso. Ne servono almeno 6 per ogni singolo turno. Quindi se hai due medici in turno (che è il minimo sindacale), servono 12 professionisti per copertura H24. Dire che siamo a 6,9 è una vittoria apparente, una contraddizione nei termini».
Alessandro Riccardi
A parlare di dato “fuorviante”, è anche il presidente SimeuAlessandro Riccardi. Perché «è il risultato di un differente inquadramento dei medici all’interno delle strutture di Medicina d’Emergenza Urgenza. Medici che prima erano inquadrati, per esempio, in Medicina Interna o in Chirurgia, ma lavoravano esclusivamente in Pronto Soccorso e sono stati successivamente inquadrati nei Pronto Soccorso». Ma la differenza è solo formale e non sostanziale, avverte Riccardi: «Il dato medio attuale indicato dallo studio di Altems, pari a 6,9 medici d’urgenza per singolo centro, esprime dunque un inquadramento professionale e non un incremento reale di addetti, e comunque il dato di meno di 7 medici per singola struttura di Pronto Soccorso si dimostra gravemente insufficiente rispetto alle esigenze».
L’eterogeneità dei modelli organizzativi rende impossibile da calcolare il fabbisogno reale di medici nei Pronto Soccorso
Prosegue poi l’affondo di Riccardi: «Tutto questo a fronte dell’assenza di un dato cruciale ma impossibile da calcolare, ovvero la quantità numerica dei medici necessari per il buon funzionamento del Pronto Soccorso italiano: il dato non è ottenibile per l’estrema eterogeneità dei modelli organizzativi adottati non solo dalle singole regioni, ma addirittura dai singoli ospedali all’interno delle stesse regioni o persino delle stesse aziende».
Accessi in calo? Solo fino al 2020
Lo studio Altems registra un calo degli accessi al pronto soccorso, ma Simeu invita a contestualizzare il periodo analizzato: «Il 2020-2021 è stato un biennio anomalo, influenzato dalla pandemia. Ma dal 2020 a oggi gli accessi stanno salendo costantemente, siamo tornati a 18 milioni all’anno e stiamo risalendo verso quota 20. I dati di Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) lo mostrano chiaramente».
Aumenta la complessità degli interventi in Ps, non basta contare gli accessi
Inoltre, i numeri non terrebbero conto di un altro dato chiave: la complessità degli accessi. Diversamente da 15-20 anni orsono infatti in Pronto Soccorso oggi si eseguono procedure diagnostiche complesse, emocolture, risonanze, drenaggi. La diminuzione degli accessi è un «dato incontrovertibile, ma insufficiente a descrivere l’impegno dei Pronto Soccorso», dice Riccardi. Infatti «il trend dopo il 2020 – anno orribile della pandemia che ha prodotto oltre 200.000 decessi, prevalentemente tra persone anziane e fragili – è in costante risalita. Ma soprattutto ripetiamo da sempre che gli accessi di Pronto Soccorso non vanno solo contati, ma soprattutto pesati: la complessità degli interventi è enormemente aumentata negli ultimi anni, l’epidemiologia degli accessi si è complicata con l’incremento dell’età media, della polipatologia e degli indici di fragilità, il boarding crescente continua a moltiplicare il carico lavorativo dei Pronto Soccorso, una quota crescente di accessi, non sufficientemente indagata, comporta permanenze lunghe in Ps con dimissione diretta da Ps (ovvero l’equivalente di ricoveri in degenza non calcolati né valorizzati, ma gravemente impegnativi per il personale). L’equazione minor numero di accessi uguale minor carico lavorativo è gravemente errata».
Appropriatezza degli accessi: dubbio legittimo
Lo studio suggerisce poi un miglioramento nella appropriatezza degli accessi, ma De Iaco è scettico anche su questo fronte: «Abbiamo sempre criticato la definizione di inappropriatezza. Spesso chi arriva in Ps lo fa perché non ha alternative, non trova risposte altrove. E l’esperienza dei Centri di Assistenza-Urgenza (Cau) in Emilia-Romagna lo dimostra: hanno accolto pazienti, sì, ma non hanno ridotto l’afflusso al pronto soccorso. Molti accessi non sono clinicamente urgenti, ma assistenzialmente inevitabili». Il riferimento è, ad esempio, ad anziani soli, senza assistenza, con problemi sociali, che restano anche sei o sette giorni in Ps perché non c’è altra collocazione possibile. E naturalmente questa non è inappropriatezza: è assenza di risposte sociali strutturate.
La buona sanità esiste, anche in Pronto Soccorso
Critiche e dibattiti a parte, però, Simeu vuole ricordare che la buona sanità esiste in tutto il nostro Paese. E spesso anche all’interno dei Pronto Soccorso, purtroppo spesso agli onori della cronaca per episodi di malasanità o di aggressioni al personale medico e sanitario.
«La buona sanità esiste, ma raccontare bugie non l’aiuta. Dire che i problemi non ci sono o sono pochi o contrastare la narrazione di chi lavora in Emergenza-Urgenza è sbagliato ed è un insulto a chi ogni giorno lavora in condizioni difficilissime. Noi amiamo questo sistema e proprio per questo chiediamo che venga corretto dove serve. La sanità d’urgenza è sotto pressione. Servono dati reali, non narrazioni costruite. Chi ha dubbi su quello che diciamo venga a passare un giorno in un pronto soccorso qualunque. Vedrà subito se oggi siamo davvero meglio di dieci anni fa».