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Primi risultati positivi delle strategie contro l’antibiotico-resistenza in Italia

Il G7 del 2024 a guida italiana ha determinato una nuova consapevolezza nella lotta all’antimicrobico-resistenza. L’Italia, pur partendo da una situazione svantaggiata, ha intrapreso un percorso dinamico e una serie di attività di cui si fa portavoce la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali attraverso i suoi progetti “Resistimit” e “Insieme”.

I progressi sono stati condivisi al Ministero della Salute nel terzo appuntamento della quarta edizione de “La Sanità che vorrei…”, la progettualità promossa dalla SIMIT, in collaborazione con altre società scientifiche (in questa occasione AMCLI, SIGOT, SIMG, SIMPIOS), associazioni di pazienti, rappresentanze della società civile e delle imprese (CARB-X, Federfarma, gli Istituti Zooprofilattici), decisori politici, istituzioni nazionali e internazionali.

L’approccio internazionale al Ministero della Salute

L’incontro “Antimicrobico-resistenza: una sfida sanitaria urgente e una responsabilità condivisa”, organizzato da Aristea International, si è tenuto al Ministero della Salute con la partecipazione di tutti gli stakeholder del settore, con anche rappresentanti di istituzioni internazionali.

Maria Rosaria Campitiello Capo del Dipartimento prevenzione, ricerca ed emergenze sanitarie del Ministero della Salute, all’indomani degli Stati Generali di Napoli, ha sottolineato l’importanza della prevenzione, da estendere anche all’ambito della resistenza antimicrobica, definita come una delle principali minacce per la medicina moderna. Ha ricordato l’impegno del Ministero in questo settore, supportato da investimenti significativi.

Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento Programmazione, dispositivi medici, farmaco e politiche in favore del SSN, Ministero della Salute, ha richiamato gli sforzi compiuti negli ultimi anni, citando, tra gli esempi, l’istituzione in legge finanziaria di un fondo da 100 milioni di euro per gli antibiotici “reserve”: un passo avanti per garantire cure efficaci ai pazienti che ne hanno bisogno, ma anche un investimento strategico per il SSN.

L’antibiotico-resistenza come minaccia globale

Antibiotico-resistenza e Infezioni Correlate all’Assistenza (ICA) sono fenomeni in crescita in tutta Europa, con l’Italia che è tra i Paesi con le peggiori performance. Lo hanno ribadito in apertura il Massimo Andreoni, Direttore Scientifico SIMIT nonché nuovo membro del Consiglio Superiore di Sanità, e Claudio Mastroianni, Past President SIMIT.

«Tra le cause di questo fenomeno vi sono l’eccessivo uso di antibiotici a livello umano e animale, la scarsa conoscenza del tema, la mancanza di buone pratiche come l’igiene delle mani – ha sottolineato Massimo Andreoni –. Occorrono strategie mirate per un uso corretto degli antibiotici (Antimicrobial Stewardship) e un efficace controllo (Infection control). Nel mondo si stimano 5 milioni di morti per antibiotico resistenza, di cui un milione 300mila direttamente attribuibili ad essa. In Italia si calcolano 11mila morti l’anno per infezioni ospedaliere, record in Europa, dove i decessi complessivi sono circa 33mila. Circa l’8% dei pazienti ricoverati contrae un’infezione correlata all’assistenza. Tuttavia, un diverso approccio permetterebbe di ridurre di almeno il 30% l’impatto di queste infezioni».

Il controllo delle ICA nel progetto “Insieme”

Il progetto “Insieme” è finalizzato a uniformare a livello nazionale le politiche di controllo delle infezioni ospedaliere all’insegna di principi come la formazione, l’organizzazione dei controlli e audit per comprendere le criticità.

«In questi mesi abbiamo realizzato una survey sull’applicazione dei programmi di contrasto alle infezioni nosocomiali che è da poco stata accettata su “Scientific report”: emergono gli imponenti sforzi ancora da compiere, ma anche i significativi risultati raggiunti – spiega Cristina Mussini, Vicepresidente SIMIT –. Nei 30 ospedali coinvolti, infatti, abbiamo potuto rilevare alcuni miglioramenti. Su tutti, l’incremento dal 40% al 70% all’adesione al lavaggio delle mani, che, come indicato dalle linee guida OMS, rappresenta una pratica fondamentale per prevenire la diffusione di germi, specialmente in ambito sanitario, dove le mani sono un veicolo comune di trasmissione di microrganismi. Migliorare la situazione dunque è possibile, basti pensare che l’applicazione di strategie adeguate può prevenire fino al 50% delle ICA. Servono un cambiamento culturale che generi consapevolezza e strategie operative capaci di garantire continuità».

I dati di Resistimit per diagnosi tempestive e riduzione della mortalità

La piattaforma Resistimit è un registro nazionale dinamico che raccoglie e analizza in tempo reale i dati su infezioni gravi da batteri resistenti. Obiettivo è migliorare diagnosi, trattamento e prevenzione.

«Il lavoro realizzato con Resistimit ha consentito di analizzare fin qui oltre 1400 pazienti in 40 ospedali italiani di tutto il territorio nazionale colpiti da infezione grave da batteri gram negativi – spiega Marco Falcone, Consigliere SIMIT, responsabile progetto Resistimit – Sono emersi dati di mortalità rilevanti, specie per alcuni batteri come Klebsiella pneumoniae (22-23%), del 37% per Acinetobacter baumannii, mentre si arriva addirittura a una mortalità del 43% per Stenotrophomonas maltophilia. Stiamo identificando i pazienti più vulnerabili e le condizioni che li espongono maggiormente al rischio. L’analisi di questi dati permetterà di diagnosticare tempestivamente le infezioni e di ridurre la mortalità dovuta a questi germi resistenti. Il lavoro potrà avere dunque un’importante ricaduta pratica. Entro fine anno, quando avremo raggiunto i duemila pazienti analizzati, presenteremo un nuovo bilancio e i progressi ottenuti».

IRMO, il progetto che integra nutrizione e big data per migliorare le cure oncologiche

Un registro nazionale per cambiare il paradigma della cura: rendere i dati nutrizionali parte strutturale dei sistemi di big data sfruttando informazioni già disponibili anche nella routine clinica. La malnutrizione in oncologia non è più considerata un destino ineluttabile, ma un elemento su cui si può agire per migliorare le possibilità di guarigione e che può fare la differenza tra la vita e la morte. È questa la premessa del progetto IRMO (Italian Registry for Malnutrition in Oncology), una piattaforma web innovativa che sta rivoluzionando l’approccio nutrizionale nei pazienti oncologici italiani.

La cura nutrizionale in oncologia è scienza, non marketing. E IRMO rappresenta il futuro di questa scienza: basata sui dati, prospettica, integrata e centrata sulla persona

Nato in seno al Working Group Survivorship Care e Supporto nutrizionale di Alleanza Contro il Cancro, la Rete Oncologica Nazionale del Ministero della Salute presieduta dal professor Ruggero De Maria, IRMO è il primo registro real-world italiano pensato per monitorare longitudinalmente la malnutrizione e integrarne la gestione nei percorsi di cura. Il registro vuole far dialogare gli oncologi e i centri di nutrizione clinica dello stesso ospedale. Quando l’oncologo inserisce i dati nutrizionali di un paziente, si attiva automaticamente la consulenza del centro di nutrizione clinica per una presa in carico progressiva nel tempo.

Ne parliamo con Riccardo Caccialanza, Direttore della Struttura Complessa di Dietetica e Nutrizione Clinica della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia, coordinatore del progetto e del Working Group Survivorship Care e Supporto nutrizionale di Alleanza contro il cancro.

Riccardo Caccialanza

Quale problema concreto risolve questa piattaforma?

«Il problema è culturale prima che tecnico. Per troppo tempo la malnutrizione in oncologia è stata vista come qualcosa di inevitabile. Oggi sappiamo invece che intervenendo sulla nutrizione si può cambiare il decorso della malattia: migliorando gli aspetti nutrizionali, aumentiamo le possibilità del paziente di rispondere alle terapie, riduciamo le complicanze e la tossicità, migliorando qualità di vita e stato funzionale».

Che numeri avete raggiunto finora?

«Abbiamo già circa mille pazienti arruolati in 13 IRCCS. Il nostro obiettivo è raggiungere i 1.500 pazienti per avere analisi statistiche significative. Speriamo di avere i primi risultati solidi entro la primavera 2026».

Qual è l’impatto economico della malnutrizione?

«I numeri sono impressionanti: in Italia la malnutrizione generale costa circa 10 miliardi di euro all’anno in costi sanitari diretti. I pazienti oncologici malnutriti vengono ricoverati più spesso e restano in ospedale più a lungo. Sono le due voci che incidono maggiormente sui costi sanitari».

Il progetto ha attraversato delle difficoltà?

«Per un periodo ci siamo autofinanziati con le aziende di nutrizione clinica a causa di uno stop nei finanziamenti centrali. Ora il progetto è stato rilanciato ed entrerà nel progetto Health Big Data di Alleanza Contro il Cancro. È un segnale positivo: finalmente anche a livello istituzionale il dato nutrizionale sta diventando più attraente».

«Vogliamo raccogliere dati clinici reali per capire come diversi interventi nutrizionali influenzino gli outcome dei pazienti»

Cosa distingue IRMO da altri studi?

«La maggior parte degli studi in questo campo non supera le poche migliaia di pazienti. Noi puntiamo a creare i primi Real World Clinical Data numericamente significativi. Ma soprattutto, non ci limitiamo al dato basale. Ci interessa il dato dinamico, prospettico: vogliamo capire se diversi tipi di presa in carico nutrizionale come la nutrizione artificiale e il counseling dietetico, per esempio, si associano a outcome clinici diversi».

Come si inserisce l’intelligenza artificiale in questo scenario?

«È fondamentale. L’analisi complessa di dati numericamente insostenibili con metodi classici richiederà necessariamente l’AI. Stiamo iniziando a studiarla anche per associare i dati nutrizionali – che in Lombardia sono diventati obbligatori al ricovero – con complicanze e costi del paziente».

Un tema delicato: la disinformazione nutrizionale, diete & C. Come lo affrontate?

«È un problema enorme. Abbiamo un mercato degli integratori che vale sei miliardi in Italia. Quando si parla di oncologia, proliferano diete miracolose, kit per il digiuno venduti a 200 euro, guru che promettono guarigioni senza avere uno straccio di dato clinico accettabile. Quest’anno abbiamo prodotto le prime linee guida nazionali ufficiali dell’Istituto Superiore di Sanità. Abbiamo anche pubblicato una revisione scientifica di tutte le “diete trendy” in oncologia: per il 99% degli approcci proposti, come quelli restrittivi, digiunanti e vegani, non abbiamo evidenze accettabili. C’è evidenza solo di quanto guadagna chi le propone».

L’obiettivo ultimo di IRMO è creare evidenze sempre più solide per sensibilizzare i decisori politici ed economici

Qual è invece l’evidenza scientifica solida?

«L’evidenza definitiva che abbiamo è questa: se il paziente perde muscolo e peso durante chemio e radioterapia, è più fragile e rischia di morire prima perché non tollera la terapia. Tutto il resto non ha evidenze definitive. La nutrizione varia molto da individuo a individuo, c’è la predisposizione genetica e la tolleranza individuale».

Come gestite l’aspetto psicologico?

«La nutrizione ha una valenza non solo fisica, ma psicologica e sociale. Un paziente che mangia tranquillo e si gode il cibo è molto più felice di uno terrorizzato perché non può mangiare zucchero o bere un goccio di vino. La maggior parte delle mie visite consiste nel riportare la gente sulla terra e dirgli che possono fare un brindisi a Capodanno, mangiare una fetta di torta al compleanno del nipotino e anche andare dal macellaio».

Quali sono le prospettive future?

«L’obiettivo ultimo di IRMO è creare evidenze sempre più solide per sensibilizzare i decisori politici ed economici, non quelli clinici che sono già convinti. Vogliamo dimostrare che investire nella nutrizione clinica oncologica ha un ritorno economico e clinico misurabile. Con l’ingresso nel progetto Health Big Data potremo fare associazioni con genomica, radiomica e tutti gli altri big data sanitari. Dobbiamo occuparci delle persone, non vendere verità o terrorizzare. Il nostro lavoro è far sì che i pazienti non “vivano come malati, per poi morire sani”. La cura nutrizionale in oncologia è scienza, non marketing. E IRMO rappresenta il futuro di questa scienza: basata sui dati, prospettica, integrata e soprattutto centrata sulla persona».

Vaccini anti-COVID-19, l’Europa conferma: tutti i segnali di alert chiusi senza alcun impatto sul profilo beneficio-rischio

Dal Rapporto AIFA 2023 sui vaccini appena pubblicato la conferma: nessuna segnalazione ha alterato la sicurezza dei vaccini. L’EMA, dopo i dovuti approfondimenti, ha chiuso tutti i segnali di sicurezza senza rilievi. In diminuzione dell’86% le segnalazioni degli eventi avversi ai vaccini anti-COVID-19 e del 71% quelle riguardanti le altre immunizzazioni.

Il Rapporto vaccini 2023 dell’AIFA fa il punto anche su oltre due anni di monitoraggio post-autorizzazione dei vaccini anti-COVID-19. Dati, numeri e analisi dettagliate raccontano un’Italia attenta, ma senza allarmismi, capace di vigilare sul buon funzionamento del più imponente piano vaccinale della storia recente.

Il Rapporto Vaccini 2023 ha infatti lo scopo di informare i cittadini e gli operatori sanitari sulle sospette reazioni avverse successive alla vaccinazione che sono state registrate nel 2023 nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza, gestita dall’AIFA.

La sorveglianza

Il processo di sorveglianza dimostra di aver funzionato secondo i parametri previsti: ogni sospetto è stato esaminato, e nessuno si è trasformato in un rischio accertato. «In nessuno dei segnali analizzati è stato identificato un rischio che potesse alterare il rapporto beneficio/rischio favorevole dei vaccini», sottolinea il Rapporto.

Nel 2023, sono stati aperti 9 segnali di sicurezza sui vaccini contro il COVID-19. Tutti sono passati al vaglio del PRAC, il comitato di valutazione rischi dell’Agenzia Europea per i Medicinali. E tutti sono stati chiusi favorevolmente, cioè senza alcuna modifica all’autorizzazione o alle indicazioni cliniche dei vaccini coinvolti.

I numeri: segnalazioni in calo, ma attenzione sempre alta

Nel 2023, le segnalazioni complessive di eventi avversi da vaccini in Italia sono state 4.330, di cui 1.224 relative ai vaccini anti-COVID-19. Un calo drastico: -86% rispetto all’anno precedente, e -94% per i soli vaccini anti-COVID-19 (nel 2022 erano 21.175).

Il motivo? Innanzitutto, il crollo del numero di dosi somministrate: da oltre 52 milioni del 2022 a poco più di 25 milioni nel 2023. Ma anche la fine dei grandi progetti di farmacovigilanza attiva e l’attenuazione dell’interesse mediatico, che storicamente spinge verso l’alto le segnalazioni spontanee per tutti i vaccini.

Eppure, la rete non ha mai smesso di raccogliere, verificare e segnalare. Lo dimostra il fatto che, nonostante il calo delle vaccinazioni, siano stati comunque identificati e analizzati 15 segnali specifici — e nessuno sia stato sottovalutato.

Cosa è stato chiuso e perché

Il Rapporto entra poi nel dettaglio dei 9 segnali chiusi nel 2023.
Il primo ha riguardato l’ulcerazione vulvare in associazione con il vaccino Comirnaty a mRNA di Pfizer; i successivi tre segnali di sicurezza hanno riguardato il pemfigo e il pemfigoide, malattie autoimmuni caratterizzare da formazione di bolle sulla superficie dell’epidermide nel primo caso e sotto la stessa nel secondo. I casi sono stati associati ai vaccini Vaxzevria a vettore virale di Astra Zeneca, Comirnaty e Spikevax a mRNA di Moderna; il quinto, sesto e settimo segnale hanno riguardato i vaccini Vaxzevria, Comirnaty e Spikevax associati alla miosite, una infiammazione muscolare che può essere causata da vari fattori tra cui infezioni, condizioni autoimmuni e assunzione di farmaci; l’ottavo e nono segnale hanno riguardato le emorragie postmenopausali associate ai vaccini Comirnaty e Spikevax.

In tutti i casi, non sono mai emerse sufficienti evidenze per stabilire un nesso di causalità tra il vaccino e gli eventi avversi oggetto del segnale, non si è mai raggiunta una soglia di evidenza tale da mettere in dubbio la sicurezza complessiva del vaccino. Nessun segnale ha richiesto il ritiro di lotti, la modifica delle indicazioni terapeutiche, o l’interruzione delle somministrazioni.

«I dati del Rapporto – ha affermato il Presidente di AIFA, Robert Nisticò – mostrano come nonostante l’attenzione pubblica sia rimasta concentrata sul COVID-19, il sistema italiano di farmacovigilanza ha continuato a lavorare a 360 gradi, documentando ogni evento, di ogni vaccino. In silenzio, ma con precisione. La stessa precisione è necessaria per una corretta lettura dei dati sulle segnalazioni. Perché – aggiunge Nisticò – considerando solo quelle con almeno un evento grave, il tasso di segnalazione nel 2023 da 9,8 si riduce a 2 ogni 100mila dosi somministrate. Dato in calo del 70% rispetto al 2021. Questo non per dimostrare quanto i vaccini siano oggi più sicuri di ieri, ma per dire quanto sia azzardato creare automaticamente nessi di causalità tra vaccinazione ed eventi avversi. Così come dimostrano gli esiti fatali di quelli segnalati per i vaccini anti-COVID-19, per i quali la correlazione non è mai stata accertata, salvo un caso sospetto di shock anafilattico».

Accesso a Medicina, Bernini chiede di aumentare i posti. CIMO-FESMED: «Così si crea un esercito di medici disoccupati»

Il Ministro dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini continua a illudere i ragazzi che sognano di diventare medici. Dopo aver parlato di abolizione del numero chiuso, quando in realtà la riforma dell’accesso a Medicina rinvia di solo qualche mese la selezione all’ingresso, causando esclusivamente enormi difficoltà organizzative agli atenei che non sanno come ricevere decine di migliaia di studenti, adesso propone di aumentare di altre 3.000 unità i posti disponibili a Medicina, condannando migliaia di giovani medici al rischio di rimanere disoccupati.

Se, infatti, le università riterranno sufficiente lo stanziamento di 50 milioni per poter garantire uno standard formativo adeguato, gli immatricolati a Medicina nell’anno accademico 2025-2026 saranno poco meno di 24mila. Considerato che al termine dei sei anni di studi in Medicina si laurea mediamente il 94% degli iscritti, secondo i calcoli del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED, nel 2031 avremo almeno 22.435 nuovi medici; camici bianchi che tuttavia non inizieranno immediatamente a lavorare, ma dovranno frequentare anche la scuola di specializzazione che dura, a seconda dell’indirizzo scelto, tra i 3 e i 6 anni. L’ingresso nel Servizio sanitario nazionale di chi inizia a studiare Medicina a settembre è previsto quindi tra il 2034 ed il 2037.

L’aumento dei laureati in Medicina, tuttavia, è in evidente contrasto con la progressiva riduzione di medici che andranno in pensione nei prossimi anni: se infatti nel 2025 i pensionati saranno 14.918, nel 2031, per effetto dell’esaurimento della gobba pensionistica, scenderanno a 8.674, per ridursi a 4.864 nel 2040. Tra il 2025 ed il 2040, dunque, qualora il numero di posti disponibili a Medicina non dovesse diminuire, il rapporto tra iscritti e pensionati passerà da 1,5 a 4,9: tra 15 anni, per ogni medico che andrà in pensione, ci saranno quasi 5 ragazzi che inizieranno a studiare Medicina. 

In altre parole, nel 2034, considerando la differenza tra chi entra e chi esce, in Italia ci saranno 15.246 medici in più. E nel periodo tra il 2025 ed il 2040, sommando la differenza annuale tra neolaureati e pensionati, si potrebbero superare i 220mila medici in più. Un numero evidentemente eccessivo rispetto al fabbisogno, che rischia di aprire le porte ad una nuova fase di pletora medica cui conseguiranno contratti al ribasso, aumento dell’offerta sanitaria privata e fuga di giovani medici verso l’estero, dopo che l’Italia ha speso più di 150mila euro per formare ciascuno di loro.

«Negli ultimi anni – commenta Guido Quici, Presidente della Federazione CIMO-FESMED – siamo passati dalla pletora medica, all’imbuto formativo, alla carenza di specialisti e ora rischiamo di ricominciare il giro con una nuova pletora: non è possibile che il Ministero dell’Università ed il Ministero della Salute non riescano a definire in modo corretto il fabbisogno di medici per i prossimi anni, e che il numero di posti a Medicina venga deciso esclusivamente a fini propagandistici ed elettorali. A rimetterci alla fine sono sempre i medici e le loro famiglie».

L’ingegneria clinica italiana è eccellenza internazionale

Nella serata di ieri a New Orleans, l’American College of Clinical Engineering-ACCE ha premiato il presidente AIIC, Umberto Nocco con il suo Antonio Hernandez International Clinical Engineering Award (unico riconoscimento offerto ad esperienze non americane).

Il premio è stato consegnato dal presidente ACCE, Kim Greenwood (professore di ingegneria presso l’università di Ottawa) che ha illustrato le motivazioni del riconoscimento: «Umberto Nocco ha concentrato la sua attenzione (e quella dell’Associazione Italiana) sull’approfondimento dei legami tra i professionisti italiani della formazione continua attraverso la condivisione di conoscenze e informazioni e il rafforzamento delle reti regionali e nazionali.

Nell’ambito dello stesso processo (favorito da quanto accaduto durante la pandemia di Covid-19), Nocco ha sostenuto la necessità di avvicinarsi ad altre associazioni europee di Clinical Engineering (ad esempio, Francia e Spagna) per far conoscere meglio la formazione continua alle istituzioni sanitarie e alle autorità governative europee. Nell’ambito di un processo di valorizzazione professionale, attraverso AIIC, Umberto Nocco ha focalizzato l’attenzione della comunità professionale italiana sulla formazione continua per i professionisti della formazione continua. Un grande risultato è la Summer School per giovani ingegneri, tenuta da membri senior di AIIC. Si tratta di un campo di formazione full immersion di una settimana in cui i tirocinanti non solo seguono le lezioni, ma condividono anche momenti di condivisione, creando così un ambiente interattivo molto efficace sia per gli studenti che per i docenti». 

Il presidente AIIC, ringraziando i colleghi americani di ACCE, ha voluto coinvolgere nel premio «tutta la nostra associazione, che da tre decenni lavora instancabilmente per allargare, irrobustire e rendere sempre più prestigiosa l’ingegneria clinica italiana. Questo premio va idealmente esteso a tutti i presidenti AIIC che mi hanno preceduto, ai responsabili delle parti scientifiche e formative della nostra Associazione ed anche – visto che abbiamo appena concluso il nostro convegno nazionale – a tutti i colleghi che si sono impegnati per la riuscita di un evento che conferma l’ingegneria clinica italiana come interlocutore forte per la sanità del nostro Paese».

«La forza di AIIC – ha concluso Umberto Nocco – sta nella consapevolezza che il futuro della sanità e delle tecnologie per la salute lo scriveremo insieme, con tutti i colleghi, con tutti i giovani in formazione, e con i colleghi europei, offrendo sempre il massimo impegno ed ogni nostra competenza per raggiungere una sanità avanzata, appropriata ed adeguata ai bisogni dei cittadini».

European Health Data Space: più diritti, più controllo, più equità

Accesso immediato, gratuito e interoperabile ai propri dati sanitari in qualsiasi paese dell’Unione Europea. È questo uno dei principali cambiamenti introdotti dal nuovo Regolamento sull’European Health Data Space (EHDS), pubblicato lo scorso aprile nella Gazzetta ufficiale dell’UE. Il tema della sanità digitale è stato al centro della Giornata Europea dei Diritti del Paziente, organizzato a Bruxelles mercoledì 15 maggio da Active Citizenship Network – Cittadinanzattiva, con il patrocinio della Presidenza polacca del Consiglio dell’UE e del Garante polacco per i diritti dei pazienti, e con il sostegno del MEPs Interest Group “European Patients’ Rights & Cross-Border Healthcare.

Fulvia Raffaelli

A margine dell’evento, TrendSanità ha intervistato Fulvia Raffaelli, Head of Unit Digital Health, DG SANTE, presso la Commissione Europea: «Con l’EHDS si introducono nuovi diritti per tutti i cittadini europei, che potranno finalmente accedere ai propri dati clinici ovunque si trovino, senza costi e con garanzie rafforzate».

Il diritto all’accesso ai propri dati sanitari, oggi ancora frammentato o inesistente in molti Stati membri, sarà assicurato a tutti i cittadini dell’Unione. «Oggi i nostri dati sono sparpagliati tra ospedali, laboratori, medici di base – spiega Raffaelli – e spesso nemmeno nello stesso Stato membro è semplice ricostruire il proprio quadro clinico completo. Con l’EHDS, ogni cittadino avrà accesso a tutti i propri dati sanitari registrati elettronicamente, ovunque si trovi in Europa».

Non solo accesso: più trasparenza e più controllo

Non solo accessibilità. Il regolamento stabilisce anche il diritto a sapere chi accede ai propri dati e per quale motivo. «La privacy è tutelata – chiarisce Raffaelli – i dati non saranno disponibili indiscriminatamente, ma solo per i professionisti sanitari direttamente coinvolti nella presa in carico del paziente. Inoltre, ogni cittadino avrà anche il diritto di oscurare determinate informazioni sensibili, come ad esempio una diagnosi psichiatrica o una malattia sessualmente trasmissibile».

Il regolamento stabilisce anche il diritto a sapere chi accede ai propri dati e per quale motivo

Questo rafforzamento dei diritti individuali è accompagnato da un principio di interoperabilità: i dati potranno essere utilizzati dal cittadino anche per fini diversi dalla cura, come attività sportive o esigenze assicurative: «I dati saranno a sua disposizione, ma sempre sotto la sua responsabilità».

Tra gli esempi più concreti di impatto quotidiano, Raffaelli cita la possibilità di usare una prescrizione medica elettronica da un Paese all’altro. «Oggi, anche in Italia, ci sono ancora barriere tra regioni diverse. Il nuovo sistema permetterà, ad esempio, a un cittadino italiano in vacanza in Portogallo di ricevere i propri farmaci in una farmacia portoghese, semplicemente contattando il medico di base in Italia. È una vera rivoluzione per chi si muove spesso, ma anche per gli studenti Erasmus o i lavoratori transfrontalieri».

Il valore strategico dei dati per la salute pubblica

Ma perché i cittadini dovrebbero fidarsi e contribuire alla condivisione dei propri dati? La risposta è tanto semplice quanto cruciale: «Perché i dati sono il carburante della ricerca e della sanità pubblica – risponde Raffaelli –. Sono fondamentali per definire politiche di prevenzione, prepararsi alle crisi sanitarie e sviluppare nuovi farmaci o dispositivi. È importante chiarire che i dati utilizzati per usi secondari, come la ricerca o l’innovazione, non saranno resi disponibili in forma identificabile. Dovranno essere forniti in formato aggregato oppure anonimizzati o pseudonimizzati, nel rispetto di rigorose misure di sicurezza. La re-identificazione di una persona fisica è esplicitamente vietata dal Regolamento EHDS».

I dati sono il carburante della ricerca e della sanità pubblica, fondamentali per la prevenzione, le emergenze sanitarie e lo sviluppo di nuove terapie

Il nuovo impianto normativo crea quindi un quadro unico per tutta l’Unione, ma senza accentramento: «Non esisterà un mega-database europeo con i dati di tutti i cittadini. I dati rimarranno dove sono, sotto il controllo degli ospedali e delle autorità nazionali competenti, e potranno essere consultati solo nel rispetto di regole condivise, passo dopo passo, così come previsto dal testo del regolamento».

Dalla ricerca clinica alla solidarietà: un cambio di paradigma

Una novità culturale, oltre che tecnologica. «Oggi la maggior parte dei dati clinici proviene da pazienti già in cura. Ma se riuscissimo a coinvolgere anche persone sane, i dataset risultanti sarebbero più rappresentativi e completi, permettendo un uso dei dati più solido e scientificamente valido. E questo promuoverebbe le attività di prevenzione e una maggiore equità nella definizione delle politiche sanitarie».

L’EHDS introduce anche un principio etico di fondo: quello della solidarietà tra cittadini. Sottolinea Raffaelli: «Oggi sono sana, ma potrei ammalarmi domani. Condividere i miei dati significa contribuire a costruire una medicina migliore anche per me stessa in futuro».

L’innovazione sanitaria nasce anche dalla fiducia e dai dati condivisi

Una riflessione che, secondo Raffaelli, vale tanto quanto le garanzie tecniche: «Nel campo sanitario rischiamo di soffrire della stessa sindrome che vediamo nell’ambiente: tutti vogliono l’energia pulita, ma nessuno vuole la turbina nel proprio giardino. Qui è lo stesso: tutti vogliono la terapia innovativa, ma pochi sono disposti a condividere i propri dati. Questo atteggiamento va cambiato, anche con un’educazione civica alla salute». Da perseguire – come ha sottolineato Mariano Votta, Responsabile delle Politiche Europee di Cittadinanzattiva/Active Citizenship Network nelle conclusioni della Giornata Europea dei Diritti del Malato – anche con programmi pubblici di health literacy, che includano ovviamente la digital health literacy.

I prossimi passi

Sul fronte dell’implementazione, l’Unione è già in movimento. «Il 16 giugno c’è stata la prima riunione con gli Stati membri per avviare la fase dei decreti attuativi. Ci aspettano due anni di intenso lavoro per definire gli standard tecnici, tenendo conto dei progressi già fatti dai vari Paesi».

Nel frattempo, esiste già un’iniziativa volontaria, MyHealth@EU, che anticipa alcune delle funzionalità future: «L’Italia non partecipa ancora, ma sta lavorando per entrare nel sistema. È il modo migliore per prepararsi, perché ci sarà continuità tra la fase volontaria e quella obbligatoria».

E il futuro? «Spero che tra qualche anno l’EHDS diventi parte della nostra quotidianità, come è accaduto con l’abolizione del roaming – conclude Raffaelli –. Un tempo ci sembrava complicato, ora nemmeno ci pensiamo più. Magari ricordandoci con un sorriso che è stata l’Europa a renderlo possibile».

Ausili per disabilità grave, inviata alla Commissione LEA l’indagine dell’Associazione Coscioni

L’Associazione Luca Coscioni ha inviato alla Commissione nazionale LEA del Ministero della Salute un documento contenente i risultati di un’indagine pubblica svolta per segnalare le gravi criticità nell’accesso agli ausili destinati alle persone con disabilità grave e complessa, come previsto dall’art. 30-bis della Legge n. 96/2017. L’obbligo di consultazione con le associazioni che si occupano di disabilità è stato imposto al Ministero a seguito della Class Action promossa dall’Associazione Luca Coscioni, vinta al Tar, impugnata dal Governo, e confermata dal Consiglio di Stato.

L’indagine, che ha raccolto oltre 300 testimonianze, di cui 234 utilizzate per l’analisi, ha evidenziato ritardicontributi economici imposti agli utenti, scarsa personalizzazione, difficoltà di riparazione, qualità inadeguata e mancanza di libertà nella scelta dei fornitori. Gli ausili più critici risultano essere carrozzine elettroniche con seduta o comandi speciali, carrozzine ad autospinta superleggere e sistemi posturali complessi.

Le procedure ad evidenza pubblica, adottate per la fornitura di ausili, stanno penalizzando le persone con disabilità più complesse

«Le evidenze raccolte – dichiara Rocco BerardoCoordinatore delle iniziative per i diritti delle persone con disabilità dell’Associazione Luca Coscioni – confermano che le procedure ad evidenza pubblica, adottate per la fornitura di ausili, stanno penalizzando le persone con disabilità più complesse. Tempi di attesa insostenibili, costi aggiuntivi a carico delle famiglie e l’impossibilità di ricevere ausili realmente personalizzati stanno vanificando il diritto all’assistenza protesica sancito nei LEA. È indispensabile che gli ausili più critici vengano inseriti nell’elenco 1 dell’allegato 5 del DPCM 12 gennaio 2017, e che venga garantita concretamente la possibilità di personalizzazione e riparazione, come previsto dalla normativa. Le persone con disabilità non possono più essere lasciate sole a pagare il prezzo dell’inefficienza del sistema.»

L’Associazione Luca Coscioni, nella sua nota, specifica che continuerà a monitorare l’attuazione dei diritti delle persone con disabilità, chiedendo un intervento urgente per garantire un sistema equo, efficace e rispettoso della dignità di ogni individuo

Diagnosi mediche più accurate con team composti da umani e AI

Sappiamo già che l’Intelligenza Artificiale può supportare efficacemente i medici nella formulazione delle diagnosi; la novità consiste nello scoprire che AI ed esperti umani “sbagliano” in maniera differente: una complementarietà che rappresenta un punto di forza in precedenza inesplorato. Lo rivela uno studio internazionale pubblicato su PNAS e guidato dal Max Planck Institute for Human Development, in collaborazione con lo Human Diagnosis Project (Human Dx) e con l’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc): ha dimostrato che la combinazione delle competenze umane con la capacità dei sistemi AI contemporanei porta a diagnosi significativamente più accurate.

Gli errori diagnostici sono tra i problemi più gravi nella pratica medica quotidiana. I sistemi basati su intelligenza artificiale – in particolare i modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) come ChatGPT-4, Gemini o Claude 3 – offrono nuovi modi per supportare efficacemente le diagnosi mediche. Tuttavia, questi sistemi comportano anche rischi considerevoli: ad esempio, possono generare “allucinazioni” e false informazioni. Inoltre, riproducono pregiudizi osservabili in ambito sia medico che sociale, e a volte commettono errori che lasciano perplessi gli utenti più esperti.

AI e umani sbagliano in modo diverso e complementare

Il team ha studiato come esperti umani e sistemi AI possano collaborare al meglio: il risultato è che i team ibridi – gruppi composti sia da esperti umani che da sistemi AI – sono significativamente più accurati dei team composti esclusivamente da esperti umani o da sistemi AI. Questo vale in particolare per quesiti diagnostici complessi e aperti con numerose possibili soluzioni, piuttosto che per semplici decisioni binarie.

«I nostri risultati dimostrano che la cooperazione tra esperti umani e sistemi AI ha un grande potenziale per migliorare la diagnosi medica, e quindi la salute dei pazienti», afferma l’autore principale Nikolas Zöller, ricercatore post-dottorato presso il Center for Adaptive Rationality del Max Planck Institute for Human Development.

I ricercatori hanno utilizzato i dati forniti da Human Dx, che associano a vignette cliniche – brevi descrizioni testuali di casi clinici – alle diagnosi corrette. Utilizzando oltre 2.100 di queste vignette, lo studio ha confrontato le diagnosi formulate da professionisti medici con quelle di cinque sistemi AI. Nell’esperimento principale, sono stati simulati diversi team diagnostici: individui, team umani, team di AI e team misti umani-AI. In totale, il team ha analizzato oltre 40.000 diagnosi: ciascuna è stata classificata e valutata attraverso standard medici internazionali (SNOMED CT).

Lo studio dimostra che la combinazione di più sistemi AI ha migliorato la qualità diagnostica. In media, i team composti da sistemi IA hanno ottenuto risultati migliori rispetto ai team composti da esperti umani nell’85% dei casi. Tuttavia, ci sono stati numerosi casi in cui gli esperti umani hanno ottenuto risultati migliori. È interessante notare che, quando i sistemi AI falliscono, gli esperti umani spesso forniscono la diagnosi corretta. Il risultato più importante è che la combinazione di entrambi i mondi porta ad un aumento significativo dell’accuratezza. Anche l’aggiunta di un singolo sistema AI ad un gruppo di esperti umani – o viceversa – porta a migliorare sostanzialmente l’accuratezza. I risultati più affidabili sono emersi da decisioni collettive che coinvolgono allo stesso tempo più esperti umani e più AI.

Team misti AI-medici migliorano l’accuratezza delle diagnosi

La spiegazione è che gli esperti umani e i sistemi AI commettono errori sistematicamente diversi. Quando l’AI fallisce, un esperto umano può compensare l’errore, e viceversa. Questa complementarietà degli errori rende i team ibridi così potenti. «Non si tratta di sostituire gli esseri umani con le macchine. Piuttosto, dovremmo considerare l’intelligenza artificiale come uno strumento complementare che dispiega appieno il suo potenziale nel processo decisionale collettivo», aggiunge il coautore Stefan Herzog, ricercatore senior presso il Max Planck Institute for Human Development.

Tuttavia, i ricercatori sottolineano anche i limiti del loro lavoro. Lo studio ha preso in considerazione solo casi clinici basati su testo, non pazienti reali in contesti clinici reali. Se i risultati possano essere trasferiti direttamente alla pratica clinica rimane una questione che gli studi futuri dovranno affrontare. Inoltre, lo studio si limita alla fase diagnostica senza affrontare le conseguenze terapeutiche, e una diagnosi corretta non garantisce di arrivare ad un trattamento ottimale. Rimane, inoltre, incerto come i sistemi di supporto basati sull’AI saranno accettati nella pratica dal personale medico e dai pazienti. Anche i potenziali rischi di pregiudizi e discriminazioni da parte sia dell’AI che degli esperti umani, in particolare in relazione a differenze etniche, sociali o di genere, richiedono ulteriori ricerche.

La collaborazione uomo-macchina può rafforzare l’equità sanitaria

Lo studio fa parte del progetto Hybrid Human Artificial Collective Intelligence in Open-Ended Decision Making (HACID), finanziato nell’ambito di Horizon Europe, che mira a promuovere lo sviluppo di futuri sistemi di supporto alle decisioni cliniche attraverso l’integrazione di intelligenza umana e artificiale. I ricercatori intravedono un potenziale sviluppo per migliorare l’assistenza medica nelle regioni in cui l’accesso ad alte professionalità è limitato. I gruppi ibridi potrebbero dare un contributo cruciale a una maggiore equità nell’assistenza sanitaria in tali aree.

«L’approccio può essere trasferito anche ad altri ambiti professionali, come il sistema legale, la risposta alle emergenze da disastri ambientali o le politiche per il clima, ovvero ovunque siano necessarie decisioni complesse e ad alto impatto. Ad esempio, il progetto HACID sta anche sviluppando strumenti per migliorare il processo decisionale nello sviluppo di strategie di adattamento al cambiamento climatico», afferma Vito Trianni, dirigente di ricerca del Cnr-Istc e coordinatore del progetto HACID.

Salute e crisi climatica: l’OMS lancia una nuova commissione pan-europea

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di Ivana Barberini

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha istituito una nuova Commissione Paneuropea per il Clima e la Salute (PECCH) per affrontare una delle sfide sanitarie più urgenti del nostro tempo: il cambiamento climatico. Annunciata a Reykjavík, in Islanda, la commissione riunisce 11 esperti da tutta Europa ed è guidata da Katrín Jakobsdóttir, già prima ministra islandese, con Sir Andrew Haines come consulente scientifico capo.

L’Europa è il continente che si riscalda più rapidamente. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato e, negli ultimi 40 anni, gli eventi meteorologici estremi hanno causato fino a 145.000 morti, in gran parte a causa delle ondate di calore. Il riscaldamento globale altera anche la diffusione di virus come dengue, chikungunya e Zika, compromette la sicurezza alimentare, la qualità dell’acqua e gli ecosistemi. La presidente della Commissione ha evidenziato la necessità di passare dalle parole ai fatti. Troppi rapporti e non abbastanza azioni concrete.

La nuova Commissione Paneuropea per il Clima e la Salute (PECCH) si propone di colmare le lacune nelle politiche sanitarie e climatiche, formulando strategie di adattamento e mitigazione

La PECCH si propone di colmare le lacune nelle politiche sanitarie e climatiche, formulando strategie di adattamento e mitigazione, aumentando la consapevolezza e fornendo supporto all’OMS. Le raccomandazioni definitive saranno presentate nel maggio 2026, durante l’Assemblea Mondiale della Sanità.

Il settore sanitario contribuisce per circa il 5% alle emissioni globali, più di tutti i voli commerciali messi insieme. In Regno Unito, ospedali e cliniche generano oltre 6.600 tonnellate di rifiuti al giorno. Un singolo intervento per ridurre la plastica presso un centro ustioni in Inghilterra ha permesso di risparmiare circa 2 milioni di sterline e 150 tonnellate di CO₂. Inoltre, fino a 1 miliardo di litri d’acqua l’anno sono sprecati per prevenire infezioni nei sistemi idrici del NHS.

La transizione verso una sanità sostenibile passerà da tanti piccoli interventi coordinati e non da un’unica soluzione. La speranza è che la PECCH riesca a imprimere la svolta necessaria, trasformando l’ambizione in cambiamento reale.

Clima e salute, la voce di Cesena in Europa: il sindaco Enzo Lattuca alla Commissione OMS

Anche Cesena ha portato la sua testimonianza, prendendo parte ai lavori della prima audizione della Commissione. «Questa prima audizione ha coinvolto numerosi esperti per comprendere le minacce al clima e alla salute che affrontano gli Stati membri e le popolazioni nella Regione Europea dell’OMS – racconta Lattuca a TrendSanità. Basandosi su questa audizione, e su altre due che si terranno entro la fine dell’anno, la Commissione formulerà raccomandazioni per un’azione sulla salute e sul clima, sia a breve che a lungo termine, e consiglierà l’Ufficio Regionale OMS per l’Europa su come migliorare il suo ruolo di leadership in materia di cambiamento climatico e rafforzare il supporto ai suoi 53 Stati membri. 

I governi locali non possono affrontare questa sfida da soli. Non si tratta più di risposta all’emergenza, ma di trasformare sistematicamente il modo in cui funzionano le nostre città

Nel mio intervento, oltre ad aver condiviso l’esperienza e l’impatto dell’alluvione del 2023, ho inviato un messaggio ai leader politici europei. Quello che abbiamo vissuto in Romagna non è un incidente isolato. È un’anteprima del futuro climatico dell’Europa. Le politiche di mitigazione devono restare in cima all’agenda dell’UE, dobbiamo dare a questi temi la stessa priorità urgenza che riserviamo alle crisi economiche. Le città di tutta Europa devono adattarsi, e questo richiede un piano europeo di finanziamento strutturale e duraturo».

Aderenza e rinuncia alle cure entrano a far parte degli indicatori “Core” del Nuovo Sistema di Garanzia dei LEA

I Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) sono l’insieme delle prestazioni e dei servizi che il Servizio Sanitario Nazionale deve garantire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di un ticket, per assicurare l’uniformità e l’equità nell’accesso alle cure su tutto il territorio nazionale.

Il Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) dei LEA è il cruscotto che grazie a precisi indicatori monitora la capacità delle Regioni di adempiere a questo compito essenziale e costituzionalmente garantito. E nel 2023 ha dato come risultato tredici Regioni promosse sui LEA, otto bocciate, confermando divari ancora marcati tra territori e criticità concentrate prevalentemente nella prevenzione e nell’assistenza territoriale.

Abbandono delle cure e PDTA: arrivano gli indicatori “core” per la verifica a livello regionale

Fino al 2023 gli indicatori “core”, quelli di base ai quali è collegato anche il meccanismo di premialità delle Ragioni (cioè una quota integrativa di risorse che viene loro erogata solo dopo la verifica del raggiungimento degli obiettivi) erano solo 22. Dal 2023 sono diventati 24 e nel 2024 sono passati a 27. Le novità più rilevanti sono l’indicatore nell’area equità, che verifica la rinuncia a prestazioni sanitarie per inappropriatezza organizzativa, ad esempio liste di attesa o motivi economici, e quello sull’aderenza al trattamento farmacologico per scompenso cardiaco. Quest’ultimo è il primo indicatore riferito ai Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA), strumenti utilizzati per definire il migliore percorso di cura per i pazienti a garanzia di continuità e qualità delle cure.

A fare sì che diventasse “core” la verifica sulla rinuncia alle cure e si aprisse la strada ai PDTA è stata proprio Salutequità, insieme ai tanti rappresentanti di associazioni pazienti, professionisti sanitari, società scientifiche e manager di strutture sanitarie, grazie alle evidenze e proposte prodotte attraverso le sue molteplici analisi.

Infatti, anche nel 2024 continua ad aumentare la difficoltà di accesso alle cure. Secondo l’ultimo dato Istat, quasi un italiano su dieci (9,9%) ha dichiarato di aver rinunciato a visite o esami specialistici negli ultimi dodici mesi, con un aumento del 2,3% rispetto al 2023. Le cause principali sono le liste di attesa (6,8%) e le difficoltà economiche (5,3%). Anche iI ricorso al privato è cresciuto, proprio per l’impossibilità di essere assistiti nell’ambito del Ssn, passando dal 19,9% nel 2023 al 23,9% nel 2024.

Le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte nel nostro Paese e sono responsabili del 44% di tutti i decessi. Chi sopravvive a un attacco cardiaco diventa un malato cronico. Lo scompenso cardiaco rappresenta la principale causa di ricovero tra gli ultrasessantacinquenni e la prima causa di morte tra le patologie cardiovascolari nel Paese. La prevalenza dello scompenso cardiaco aumenta con l’età, raggiungendo il 10% tra gli over 65.

Per questo Salutequità per il terzo anno consecutivo ha promosso un momento di studio e confronto per tenere alta l’attenzione e fare il punto sul Nuovo Sistema di Garanzia (NSG) dei LEA con i principali stakeholder grazie al contributo non condizionato del Gruppo Servier in Italia.

I più colpiti: fasce economicamente più deboli, meno istruite, donne e anziani

Se da un lato si registra una generale crescita della rinuncia alle cure, dall’altro la forbice del divario territoriale rispetto al 2019 tende a ridursi, come certifica Istat. Ma non è una buona notizia: dimostra che anche le regioni settentrionali, dove tradizionalmente l’accesso alle cure era più garantito, peggiorano. Al nord l’abbandono delle cure è del 9,2%, va peggio al Centro (10,7%) e nel Mezzogiorno (10,3%). Incidono di più le lunghe attese soprattutto al Centro e al Nord (rispettivamente 7,3% e 6,9%), mentre al Sud motivazioni economiche e organizzative hanno lo stesso peso (6,3%).

A pagare di più lo scotto di attese lunghe e difficoltà economiche sono le persone tra 45 e 54 anni (13,4%) e quelle over 75 che rinunciano di più della media nazionale. Le donne rinunciano più degli uomini, soprattutto in età adulta (15,6% vs 11,2% tra i 45 e i 54 anni), mentre dopo i 75 anni il gap si riduce.

Anche il titolo di studio influenza la possibilità di curarsi: chi ha un livello di istruzione più elevato rinuncia meno per problemi economici rispetto a chi lo ha più basso (5,7% vs 7,7%).

Rinunciare alle cure significa spesso aggravare il proprio stato di salute, con conseguenze anche sul sistema sanitario, che si trova poi a dover gestire patologie più gravi e costose.

Nuovo Sistema di garanzia dei LEA: come rafforzarlo e usarlo per l’equità

«Continuare a rafforzare ed innovare il Nuovo Sistema di Garanzia dei LEA deve essere la priorità del nostro SSN e anche grazie al nostro impegno, alcuni passi in avanti sono stati fatti – queste le dichiarazioni di Tonino Aceti Presidente di Salutequità -. Infatti, nel 2024 sono diventati “core” due importanti indicatori di performance delle Regioni: la rinuncia alle cure che misura il livello di equità sociale dell’assistenza sanitaria e l’aderenza alle terapie nel percorso diagnostico terapeutico assistenziale dello scompenso cardiaco. E ancora la Legge di Bilancio 2025 ha previsto entro giugno 2025 l’emanazione di un decreto del Ministero della salute, che ancora manca all’appello, al fine di integrare il nuovo sistema di garanzia dei LEA con una dimensione di monitoraggio e valutazione delle performance regionali che riguarda aspetti gestionali, organizzativi, economici, contabili, finanziari e patrimoniali. Anche l’Atto di indirizzo del Ministro della salute per l’anno 2025 ha previsto la necessità di introdurre nuovi indicatori all’interno del NSG, come pure il “DDL prestazioni sanitarie” approvato dal Senato prevede l’inserimento nel NSG dei LEA di un indicatore sull’aderenza terapeutica».

«Sono diverse le tematiche che devono ancora essere messe sotto controllo all’interno del NSG – sottolinea Aceti –  come ad esempio: liste di attesa, umanizzazione delle cure, aderenza alle terapie, PREMS (acronimo di Patient-Reported Experience Measures, sono strumenti di indagine che misurano la percezione e l’esperienza dei pazienti riguardo all’assistenza sanitaria ricevuta) e PROMS (dall’inglese Patient-Reported Outcome Measures, sono strumenti utilizzati in ambito sanitario per raccogliere informazioni direttamente dai pazienti riguardo alla loro salute e al loro benessere), il tempo di attesa in Pronto Soccorso, la qualità dell’ADI, la presa in carico di tutte le cronicità, la telemedicina, le infezioni correlate all’assistenza (ICA), il personale sanitario, l’accesso equo e tempestivo alle innovazioni tecnologiche, il corretto esercizio dell’intramoenia… Il NSG dovrebbe fotografare e comunicare non solo i dati regionali, ma anche sub-regionali e  diventare uno strumento più dinamico e flessibile da revisionare costantemente senza dover passare ogni volta per Decreti e Intese».

«Il Comitato LEA preposto al suo aggiornamento dovrebbe essere meno autoreferenziale e aprirsi agli stakeholder, e l’attività di misurazione, valutazione e verifica dei LEA deve essere sempre più sottratta a logiche politiche e consegnata completamente alla dimensione tecnica – ha continuato Aceti – garantendo il massimo livello di trasparenza e accountability dei dati: i risultati NSG 2023 infatti sono stati pubblicati ad oggi solo in forma sintetica. Ma misurare e verificare sempre meglio l’assistenza sanitaria da sola non basta per ridurre le disuguaglianze e migliorare l’accesso alle cure. Servono interventi incisivi, puntuali e tempestivi di potenziamento dei LEA critici nel rispetto del principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni, così come previsto dal Patto per la Salute 2019-2021, e prevedendo anche l’esercizio di poteri sostitutivi – ha quindi concluso Aceti -. La prova provata di tutto questo è l’incremento vertiginoso della rinuncia alle cure nel 2024, lo stesso anno in cui sulla stessa questione le Regioni sono state per la prima volta anche misurate e controllate con uno specifico indicatore “core”».

Nascono gli educational tools di Salutequità

Aiutare a conoscere come il Servizio Sanitario Nazionale viene misurato e verificato può contribuire a usarlo meglio, migliorarlo e renderlo più trasparente, aumentando così anche il livello di fiducia nelle istituzioni.

Per questo Salutequità ha realizzato proprio nell’ambito dei LEA e del NSG una mini-guida ragionata per spiegare di cosa si tratta, i diritti, le necessità e i meccanismi di funzionamento.