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HIV, AIDS e infezioni sessualmente trasmesse: giovani ancora troppo poco informati, errori e ‘fake’ sulla prevenzione e sui metodi di trasmissione

Il Telefono Verde AIDS e Infezioni Sessualmente Trasmesse 800861061 (Telefono Verde AIDS e IST) dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) compie 38 anni il 20 giugno, con l’occasione estenderà l’orario dalle 9 alle 19.

Sono in preoccupante aumento le infezioni sessualmente trasmesse (IST) in Europa in particolare tra i giovani, che però nonostante siano i più esposti in molti casi sono disinformati, tanto che al Servizio nazionale Telefono Verde AIDS e IST dell’ISS vengono ancora poste domande sulla possibilità di essere contagiati con un bacio o una puntura di zanzara. Lo evidenziano i dati di un’analisi condotta in occasione dei 38 anni di attività del Servizio, istituito il 20 giugno 1987 e collocato nell’Unità Operativa Ricerca psico-socio-comportamentale, Comunicazione, Formazione (Uorcf) del Dipartimento Malattie Infettive (Dmi) dell’ISS.

Negli ultimi 10 anni, il numero di casi di sifilide, gonorrea e clamidia è aumentato rispettivamente del 100%, del 321% e del 13% secondo i dati pubblicati di recente dal Centro Europeo per la Prevenzione ed il Controllo delle malattie (ECDC), che lancia l’allarme proprio sulla fascia di età giovanile.

«Se le ragazze e i ragazzi sono più vulnerabili, in diversi casi sono anche poco informati, specie sulle modalità di trasmissione – sottolinea Anna Colucci, responsabile dell’Uorcf – : esprimono il timore che un bacio possa trasmettere l’infezione da HIV o che zanzare e insetti possano fare da veicolo, si interrogano sui rischi di aver condiviso una bibita o del cibo o di aver frequentato un bagno pubblico. Per i giovani non è scontato disporre di un corretto bagaglio di conoscenza sulle reali modalità di trasmissione delle IST. Il Telefono Verde AIDS e IST persegue l’obiettivo di aggiungere tasselli di conoscenza importanti in questa fascia di età, nonché consapevolezza sui comportamenti a rischio. A fronte dei tanti giovani che telefonano, vi sono ampie fasce di popolazione giovanile che non conoscono questa opportunità informativa offerta gratuitamente e in anonimato: la vera sfida è intercettarli».

Gli esperti hanno focalizzato l’attenzione in special modo sugli ultimi tre anni, da giugno 2022 a giugno 2025, arco di tempo nel quale una chiamata su 10 è arrivata da persone under 25, con picchi in particolare nella fascia 20-24 anni.

Circa 10mila sono stati i quesiti posti, relativi in 4 casi su 10 alle modalità di trasmissione dell’HIV e delle altre IST e in 3 casi su 10 all’accesso a esami diagnostici e alle strutture dedicate, presenti sul territorio.

850mila chiamate in 38 anni e risposte a oltre due milioni di quesiti

Sono quasi 850mila (per la precisione 846.767) le telefonate pervenute in 38 anni di attività al Telefono Verde AIDS e IST dell’Istituto Superiore di Sanità. Gli esperti in questo arco di tempo hanno risposto a 2.374.496 quesiti.

Per il 76,3% le chiamate ricevute sono pervenute da persone di sesso maschile, l’età media è 30 anni. Nel corso del tempo si è osservato un decremento progressivo delle telefonate pervenute specie dalle donne e dai giovani di età inferiore a 25 anni. All’opposto è stato registrato un incremento in persone di età superiore ai 49 anni. Nelle donne, in generale, vi è una maggiore attenzione ai test diagnostico-clinici e a come accedervi, negli uomini uno dei focus principali delle chiamate riguarda invece le modalità di trasmissione dell’HIV e delle altre Infezioni sessualmente trasmesse.

In occasione dei 38 anni di attività, domani 20 giugno, sarà esteso l’orario del Telefono Verde AIDS e IST. Gli esperti, impegnati abitualmente dal lunedì al venerdì nella fascia oraria 13-18, risponderanno alle telefonate a partire dalle 9 fino alle 19.

Biological-Twins: modelli predittivi per un’oncologia di precisione sempre più efficace

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La medicina entra in una nuova era, quella dei gemelli virtuali e biologici: modelli digitali che simulano l’evoluzione di un tumore e prevedono la risposta alle terapie, e piattaforme biologiche capaci di anticipare la risposta della malattia a nuovi farmaci.

In Italia, l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas – primo centro in Italia ad aver istituito un AI Center dedicato all’applicazione dell’intelligenza artificiale in medicina – è tra i pionieri di questa rivoluzione, grazie all’uso di tecnologie avanzate come i digital twins e i biological twins.

digital twins sono veri e propri “gemelli digitali” del paziente: modelli virtuali costruiti a partire da dati reali – clinici, genomici, di imaging e relativi ai trattamenti – capaci di riprodurre in modo dinamico l’andamento della malattia. Ma la ricerca non si ferma al digitale. In Humanitas è stata sviluppata anche una piattaforma di biological twins, applicata alle neuroscienze, che si basa sull’analisi diretta di campioni biologici di tumori cerebrali per fornire previsioni affidabili sulla risposta a nuovi farmaci e allo studio dei meccanismi di resistenza.

Abbiamo parlato di questa piattaforma di gemelli biologici con Elisabetta Stanzani, ricercatrice CNR presso IRCCS Istituto Clinico Humanitas, nonché fra le firme di un importante studio che mette in evidenza i meccanismi che stimolano le capacità migratorie e infiltrative delle cellule tumorali.

Che cos’è una piattaforma Biological-Twins e quali sono le sue potenziali applicazioni?

Elisabetta Stanzani

«La piattaforma Biological-Twins è un’infrastruttura sperimentale che stiamo sviluppando all’IRCCS Istituto Clinico Humanitas nel laboratorio della professoressa Michela Matteoli per ottenere modelli affidabili in vitro di glioblastoma, uno dei tumori cerebrali più aggressivi e complessi. Questo tipo di tumore colpisce il sistema nervoso centrale e presenta una marcata eterogeneità sia tra pazienti (intertumorale) sia all’interno dello stesso tumore (intratumorale), rendendo particolarmente difficile trovare trattamenti efficaci.

Grazie alla collaborazione con i neurochirurghi di Humanitas, coordinati dal professor Federico Pessina, abbiamo la possibilità di ottenere campioni tumorali da cui generare modelli tridimensionali avanzati, derivati da cellule umane. Vengono chiamati “gemelli biologici” perché riproducono fedelmente le caratteristiche molecolari del tumore originario, rappresentando la variabilità osservata nei pazienti.

Si tratta di un sistema integrato che combina modelli preclinici realistici con tecnologie omiche avanzate, permettendo di studiare la malattia in modo più accurato e di testare strategie terapeutiche in laboratorio prima di arrivare al paziente. Le potenziali applicazioni sono molteplici: dalla selezione di trattamenti mirati per specifici sottotipi tumorali, allo studio dei meccanismi di resistenza ai farmaci, fino allo sviluppo di nuove combinazioni terapeutiche.

Dai campioni tumorali forniti dai neurochirurghi di Humanitas nascono modelli 3D avanzati, i “gemelli biologici”, che replicano la complessità molecolare dei tumori reali

Un ulteriore vantaggio è la possibilità di ottenere dati solidi e riproducibili riducendo al contempo il ricorso alla sperimentazione animale. Questo approccio, orientato alla medicina traslazionale, punta a colmare il divario tra il laboratorio e la clinica, contribuendo in futuro a ottimizzare le cure e renderle sempre più personalizzate.»

Nel vostro studio “Extracellular Vesicles Released by Glioblastoma Cancer Cells Drive Tumor Invasiveness via Connexin-43 Gap Junctions” avete dimostrato che le vescicole extracellulari prodotte dalle cellule tumorali di glioblastoma sono in grado di stimolare le cellule circostanti. Che significato ha avuto la piattaforma Biological-Twins?

«In questo studio ci siamo focalizzati sul ruolo delle vescicole extracellulari (EVs), piccoli frammenti rilasciati dalle cellule tumorali, nel rimodellare il microambiente circostante e favorire la diffusione del tumore. Abbiamo scoperto che queste EVs possono promuovere l’invasività del glioblastoma attraverso l’attivazione delle giunzioni comunicanti mediate dalla proteina Connexin-43.

La piattaforma Biological-Twins è stata fondamentale per questo lavoro perché ci ha permesso di analizzare questi meccanismi in un contesto sperimentale che riflette fedelmente la complessità e l’eterogeneità del tumore umano. Abbiamo potuto verificare che il fenomeno osservato non era generico, ma associato a specifici sottotipi molecolari di cellule tumorali. Questo ha aumentato la risoluzione biologica dello studio e la sua rilevanza traslazionale.»

Quali prospettive si aprono nell’ambito della medicina di precisione grazie a questi strumenti?

«Strumenti come Biological-Twins aprono scenari molto promettenti per la medicina di precisione, perché ci permettono di portare la ricerca in una direzione sempre più personalizzata e applicabile al singolo paziente.

Riprodurre in laboratorio la variabilità del tumore permette di individuare marcatori predittivi, nuovi bersagli terapeutici e rendere più affidabili i test preclinici

La possibilità di riprodurre infatti in laboratorio la variabilità biologica del tumore ci consente di identificare marcatori predittivi di risposta o resistenza ai farmaci, esplorare nuovi bersagli terapeutici e meccanismi biologici, come nel caso del nostro recente studio sulle EVs e aumentare l’affidabilità dei test preclinici, grazie a modelli più rappresentativi della realtà clinica. Al momento, non siamo ancora in grado di creare un modello completamente personalizzato per ciascun paziente, ma stiamo lavorando per rendere il sistema sempre più flessibile e diversificato. Già oggi, la nostra piattaforma permette di testare nuovi farmaci su una gamma ampia di modelli, aumentando la potenza predittiva degli studi e migliorando la selezione di trattamenti più mirati.

Nel caso del glioblastoma – una delle sfide più difficili in ambito oncologico – l’approccio “one-size-fits-all” non è più sostenibile. La piattaforma Biological-Twins ci consente di superare questo paradigma e di avvicinarci a strategie terapeutiche più efficaci, costruite sulla base della biologia unica di ciascun tumore.

Per questo motivo, la ricerca derivante da questa piattaforma ha raccolto l’interesse della Fondazione D3 4Health, ed è stata selezionata assieme ad altre attività per il finanziamento dal Piano Nazionale per gli Investimenti Complementari al PNRR “Digital Driven Diagnostics, prognosis and therapeutics for sustainable Health Care” che prevede di integrare approcci digitali e biologici per sviluppare soluzioni innovative e sostenibili.»

Congresso AIIC, sostenibilità ambientale e intelligenza artificiale in primo piano

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«Devo dire che anche quest’anno il nostro Convegno è riuscito a lasciare il segno, nel senso che abbiamo avuto oltre 2500 partecipanti, con esperti, società scientifiche, istituzioni, ricercatori ed accademici che hanno condiviso ciò che nel settore della sanità si muove in tema di sostenibilità. Abbiamo poi avuto un riscontro da un punto di vista delle aziende davvero importante. Tutto questo conferma il nostro evento come un momento di riferimento per la sanità, per le tecnologie e per gli operatori»: lo ha detto Lorenzo Leogrande (presidente dell’evento) al termine dei lavori del 25° Convegno nazionale AIIC appena concluso a Napoli.

«È stato un appuntamento che ha certamente avuto sostenibilità ambientale e intelligenza artificiale come i due temi-pilastro dei lavori – ha sottolineato il presidente dell’Associazione Umberto Nocco -. Sono argomenti su cui tutta la nostra associazione si è impegnata, e su cui intendiamo prenderci anche nel futuro responsabilità specifiche, ampliando le nostre competenze e generando un sistema virtuoso di dialogo ad ampio raggio con tutti gli stakeholder. Argomenti su cui anche il prossimo Convegno AIIC, che terremo nel giugno 2026 a Torino, potrà fare ulteriori approfondimenti». 

La partecipazione di esperti e speaker del calibro – tra gli altri – di Walter Ricciardi (professore di Igiene pubblica), Carla Collicelli (sociologa dell’Alleanza per lo sviluppo sostenibile), Nino Cartabellotta (presidente GIMBE), Fabio Faltoni (presidente Confindustria DM), Alessandro Preziosa (presidente Elettromedicali, Confindustria DM), David Yadin (presidente GCEA), Ugo Trama (in rappresentanza di Vincenzo de Luca), Massimo Pulin (Presidente Confimi Industria), Gennaro Annunziata (presidente Ordine Ingegneri Napoli) ha confermato l’impianto autorevole del Convegno che aveva un titolo impegnativo – Tecnologie, sostenibilità, ambiente. Il contributo dell’innovazione alla sanità del futuro – che poneva in modo inedito l’attenzione sull’impatto ambientale dello sviluppo tecnologico all’interno di un programma messo a punto da Stefano Bergamasco (coordinatore Centro Studi AIIC) con il contributo di tutto il Direttivo dell’Associazione (Gianluca Giaconia, Leo Traldi, Carmelo Minniti, Alberto Lanzani, Pasquale Garofalo, Danilo Gennari, Andrea Fisher, Emilio Chiarolla, Francesco Pezzatini), di Giovanni Poggialini (responsabile corsi di formazione) e dei due coordinatori AIIC della Campania, Nicola Tufarelli e Antonio Mancaniello. 

Per Leogrande «al termine dei lavori di Napoli possiamo dire che la sostenibilità, soprattutto in riferimento all’ambiente, è un tema non ancora maturo all’interno dei contesti assistenziali e l’obiettivo di questo nostro Convegno era proprio quello di sensibilizzare tutti i professionisti, gli operatori della sanità in generale, le istituzioni ed anche il mercato. Siamo agli inizi di questo percorso, ma abbiamo registrato che sono davvero tanti gli ambiti su cui lavorare per rendere più sostenibili e più green le nostre strutture sanitarie, in stretta collaborazione con le società scientifiche disponibili ad un autentico cambiamento di sistema».

Second hand, tra opportunità e rischi

Si può parlare di riutilizzazione di tecnologie sanitarie? Assolutamente si. Come precisato da Carmelo Minniti (del Consiglio direttivo AIIC) «il fenomeno delle tecnologie second hand è in piena espansione tanto in ambiti con alto contenuto tecnologico quanto in sistemi a ridotta disponibilità economica. Quello che ci siamo proposti di fare nel nostro 25° Convegno è approfondire le opportunità in termini di accessibilità, di equità, accesso alle cure e sostenibilità ambientale. Il tutto analizzando i rischi che l’utilizzo di queste tecnologie comportano in termini di sicurezza, efficacia e responsabilità. Il nostro obiettivo è analizzare la tematica in modo da consentire che una scelta di ripiego, diventi invece una scelta strategica per una sanità più accessibile e più sostenibile».

Federico Lega (professore ordinario di economia politica e management sanitario dell’Università di Milano) ha dimostrato che, dati alla mano, il mercato del riuso e condizionamento delle tecnologie medicali obsolete è in crescita e che anche in Italia potrebbe essere utile la messa a punto di una Agenzia nazionale per la gestione di queste tecnologie. Ma perché il tutto possa avvenire – ha puntualizzato Pietro Derrico (past president AIIC e SIHTA) – occorre ricordare che «nessuno può prendere una decisione da solo: non lo possono fare i burocrati, i funzionari, i professionisti sanitari né, tantomeno, i gestori di tecnologia come ingegneri clinici. Lo devono comprendere tutti, insieme ai legislatori che definiscono le norme sui grandi ideali della convivenza della società. Si tratta qui di riutilizzare un dispositivo monouso, come fanno molti paesi nel mondo, prendendosi la responsabilità di garantire al paziente la sicurezza intrinseca del nuovo prodotto: così si possono perseguire gli obiettivi di sostenibilità dell’ambiente e dei costi sociali».

Alessandro Preziosa (presidente Associazione elettromedicali, Confindustria Dispositivi medici) ha confermato l’attenzione del comparto al tema del re-processing, sottolineando che per accedere ad un riutilizzo sicuro dell’apparecchiatura dobbiamo conoscere a fondo quelli che sono i dati e quelle che sono effettivamente le situazioni dell’obsolescenza dell’apparecchiatura. «Il tema è vasto, delicato e ricco di sviluppi – è la conclusione di Minniti – ed AIIC intende proseguire come soggetto di riferimento della riflessione complessiva, proprio pensando alle sue ricadute in termini di sostenibilità ambientale».

Right to repair, seguendo l’Europa

In un qualche modo connesso al riutilizzo ed alla necessità di basso impatto ambientale c’è anche il Right to Repair, approccio sempre più sostenuto in Unione Europea. Commenta Alberto Lanzani (vicepresidente AIIC): «Rivendicare il diritto alla riparazione significa difendere la possibilità per gli ospedali di scegliere liberamente come gestire il ciclo di vita dei dispositivi medici, senza vincoli imposti da monopolismi commerciali. Right to Repair è un movimento nato in Europa per difendere i diritti dei consumatori contro l’obsolescenza programmata. In campo biomedicale, questa battaglia assume una valenza ancora più forte. Come ingegneri clinici, siamo non solo utenti consapevoli, ma garanti della sicurezza e dell’efficienza delle tecnologie al servizio del paziente, che rappresenta il consumatore più fragile».

«La nostra responsabilità su questo terreno- continua Lanzani – non si limita alla selezione delle tecnologie migliori, ma si estende a tutta la gestione operativa e manutentiva, garantendo che le scelte siano sostenibili e basate su criteri di qualità”. Il Right to Repair ovviamente “è anche un richiamo alla responsabilità ambientale – sottolinea Lanzani -. L’Italia ha raggiunto l’Overshoot Day già il 6 maggio, il che significa che consumiamo più risorse di quante il pianeta possa rigenerare. L’ingegneria clinica, attraverso una gestione più consapevole, può fare la sua parte”.

Interoperabilità fase 2

«Uno dei temi che abbiamo affrontato e approfondito al Convegno di Napoli è stato quello della interoperabilità tra sistemi informativi e soprattutto dei medical device»: lo afferma Gianluca Giaconia (vicepresidente AIIC). Ovviamente non è un tema nuovo, perché AIIC affronta l’argomento dell’interoperabilità da anni, soprattutto con il coinvolgimento di Maurizio Rizzetto (esperto dell’Associazione) e di HIMMS, comunità professionale internazionale. Ma il tema sta divenendo sempre più cruciale perché il dato è diventato veramente l’oro del valore in sanità.

Prosegue Giaconia: «Il passo nuovo che dobbiamo compiere oggi è quello dell’interoperabilità tra i medical device ed i sistemi informativi: e su questo purtroppo c’è un po’ di ritardo. Facciamo un po’ di autocritica perché abbiamo necessità come ingegneri clinici di fare formazione e di aggiornarci su questo tema, ma c’è anche un po’ di ritardo anche da parte dell’industria perché i medical device spesso non hanno quegli standard di interoperabilità che invece oggi qualsiasi sistema informativo in sanità richiede. Questo è un limite che oggi non consente ad esempio di dialogare con gli standard più moderni – penso ad esempio allo standard Fast Healthcare Interoperability Resources – HL7 FIRE – con il fascicolo sanitario elettronico del futuro che prevederà non più i documenti, ma i dati». Da Napoli quindi ecco il messaggio chiaro: entriamo nella fase due dell’interoperabilità. Per non perdere le occasioni offerte dallo sviluppo della sanità digitale.

Ed inoltre…

Al 25° Convegno AIIC si è poi parlato di criteri ESG, di Green procurement, di esperienze ospedaliere di sostenibilità ambientale, di telemedicina (tra le altre cose con tre progetti eccezionali: il progetto Telestroke ASL Salerno, presentato da Maria Biondina, ingegnere clinico dell’Asl salernitana, che ha l’obiettivo di offrire la stessa assistenza in location spoke di quella erogata negli hub dove è presente l’unità operativa di neurologia; il progetto Metacare, metaverso per la sanità territoriale della Asl 3 di Nuoro illustrato da Eleonora Marchi, ingegnere clinico dell’Asl 3, nato per supplire alla carenza di medici e raggiungere zone remote e isolate, tra cui anche le carceri; e il progetto TED: the intelligent doctor at your home, presentato da Massimo Giordano, dell’Università degli studi di Salerno un sistema basato sugli assistenti vocali, che migliorano interazione e aderenza alle terapie dei pazienti cronici, mantenendoli nel comfort abitativo). E non poteva mancare un approfondimento sulle stampanti 3D con Paolo Oliva (IRCCS Humanitas Research Hospital, Milano) che ha illustrato le realizzazioni del 3D innovazione hub soprattutto in ambito di artroscopia d’anca, oculistica e chirurgia oncologica del seno.

E il mondo della produzione?

Il mondo della produzione industriale è (in assoluta trasparenza) tra i protagonisti del Convegno, perché qui gli ingegneri clinici italiani hanno la possibilità di vedere-testare-approfondire-comprendere le realizzazioni più avanzate del settore. L’industria a Napoli ha poi ricevuto anche i suoi riconoscimenti, grazie al Premio Innovazione che ha permesso ai soci AIIC di selezionare i migliori progetti presentati dalle aziende. Tra queste sono state premiate Moviebell (categoria sanità digitale e AI), Medtronic (diagnostica-terapeutica-riabilitativa) e Native Digital (supporto-processo), mentre un gruppo di brand è stato selezionato per gli stand convegnistici più interattivi (GE, Philips, ASP, AbMedica, Olympus e Altamed). Il mondo dei produttori è stato anche rappresentato autorevolmente da Fabio Faltoni, neo-eletto presidente di Confindustria Dispositivi Medici che in sessione plenaria ha lanciato un appello: «Se vogliamo davvero che la sanità digitale italiana ed europea sia protagonista e non gregaria, dobbiamo creare un ambiente che accompagni l’innovazione, non che la rincorra a fatica».

«Il nostro settore – ha detto Faltoni – ha implicazioni etiche, cliniche, sociali troppo rilevanti per rinunciare a regole. Ma serve un cambio di passo, serve praticità, velocità, realismo su alcuni aspetti regolatori, soprattutto a livello europeo: ci ingabbiamo da soli, nel momento in cui dovremmo invece correre».

Scadenza gettonisti, Quici (CIMO-FESMED): «Difficile sostituirli se non si migliorano condizioni di lavoro e stipendi»

«Se non si migliorano le condizioni di lavoro e non si adeguano gli stipendi, sarà molto difficile trovare medici disponibili ad andare a lavorare in Pronto soccorso per colmare i vuoti lasciati dai gettonisti» afferma Guido Quici, Presidente del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED, commentando le dichiarazioni rilasciate ieri mattina dal Ministro Schillaci in merito alla scadenza dell’uso dei medici gettonisti da parte di Asl e ospedali.

«Per il Ministro i medici devono essere assunti e lavorare a tempo pieno per la sanità pubblica, usando per le assunzioni quanto viene speso per i gettonisti – continua Quici -. Non possiamo che essere d’accordo: sono anni che chiediamo di spostare dalla voce di bilancio “beni e servizi” alla voce “personale” quanto speso per i gettonisti; ma forse dovrebbe essere il Ministro dell’Economia Giorgetti ad acconsentire a tale cambiamento. In ogni caso, le aziende non vogliono assumere perché un medico dipendente sarà a carico del SSN almeno per trenta anni, mentre un gettonista costa di più nell’immediato ma può essere mandato via quando si vuole, considerato che nei prossimi anni ci sarà un numero maggiore di specialisti rispetto ai pensionati, e quindi sarà più semplice trovare professionisti a costi inferiori».

«E oltre al problema economico – sottolinea il Presidente CIMO-FESMED -, oggi dobbiamo fare i conti con l’indisponibilità di medici che vogliano lavorare nei Pronto soccorso. “Se tanti giovani scelgono di fare i gettonisti sono convinto che rientrerebbero nel SSN”, dice Schillaci. Peccato che non sia così: i gettonisti, oltre a guadagnare molto di più di un dipendente, scelgono le strutture in cui lavorare, quanti turni coprire, non rischiano denunce e possono prendersi il lusso di andare in ferie, se vogliono. I medici dipendenti che lavorano in Pronto soccorso invece sono malpagati, non hanno prospettive di carriera, hanno mani e piedi legati da vincoli burocratici inaccettabili, subiscono continuamente aggressioni e lavorano in un clima tossico che li porta a rassegnare le dimissioni e a voler cambiare vita. I Pronto soccorso oggi per i dipendenti sono gironi infernali: se non si risolvono a monte queste condizioni, non ci saranno più medici disponibili a lavorarci. Per questo chiediamo a gran voce l’emanazione dell’atto di indirizzo necessario ad avviare le trattative per il rinnovo del contratto collettivo nazionale e investimenti seri per migliorare le condizioni di lavoro del personale».

«Sviluppare menti che siano disponibili al confronto: questo è il ruolo fondante delle Università»

Per la prima volta in oltre sei secoli di storia, l’Università di Torino ha una donna al vertice. Cristina Prandi, docente di Chimica organica, ha infranto un soffitto di cristallo silenzioso ma resistente, segnando un punto di svolta nella governance accademica italiana.

In questa intervista rilasciata a TrendSanità racconta con lucidità e passione il significato simbolico della sua elezione, le difficoltà incontrate lungo un percorso professionale spesso sbilanciato sul piano di genere, e la visione di un’università pubblica come presidio civile, baluardo contro la disinformazione e luogo di crescita delle coscienze. Un dialogo che è anche un invito alle giovani donne: la scienza è anche casa vostra.

Professoressa Prandi, lei è la prima donna alla guida dell’ateneo piemontese da 600 anni a questa parte: ritiene di essere riuscita a rompere un soffitto di cristallo? Come ci si sente?

«Sì, perché di fatto è successo proprio questo. Mi sento molto emozionata in questo ruolo, anche se non è stato un tema prioritario nella campagna elettorale. Però indubbiamente quando poi arriva il risultato ci si rende conto anche della portata di questo risultato. C’è molta emozione e molta consapevolezza di quello che questo significa». 

Che cosa significa esattamente per lei?

«Intanto è simbolico, è un messaggio e di questo sono molto contenta perché è un messaggio più forte di tante parole: si può far capire alle ragazze in generale, ma anche a quelle che vengono da un percorso come il mio, in cui è particolarmente difficile e abbiamo ancora delle disparità di genere, che si può fare. Che si possono raggiungere degli obiettivi, dei ruoli importanti e, nel mio caso, rispetto a una sfera personale è stato anche possibile conciliare l’aspetto familiare e personale. Mi rendo conto che per le nuove generazioni questo è molto importante, e hanno ragione loro, lo voglio precisare. Credo che abbia proprio questo valore simbolico come messaggio».

“Si può fare”: le donne possono raggiungere ruoli apicali anche nella scienza e nell’università

La sua carriera si è snodata all’interno di un ambito maschile come quello della chimica. Molte donne che riescono a raggiungere i propri obiettivi nel lavoro affermano di aver dovuto faticare almeno il 30% in più dei colleghi uomini per mostrare il medesimo valore: è stato così anche per lei?

«Sì, soprattutto in una fase della mia vita coincisa con la maternità. In quel momento ho fatto veramente un notevole sforzo. Stiamo parlando di 25 anni fa. Adesso le cose sono migliorate, però allora c’era assolutamente il pregiudizio che la maternità fosse completamente totalizzante e quindi non compatibile con un’attività di ricerca, perché è un’attività molto intellettuale e richiede una forte concentrazione. Questo l’ho vissuto personalmente. Mi è capitato ancora recentemente di essere testimone di un contesto culturale che, nonostante in qualche modo voglia andare verso una parità di genere, rimane discriminante da un punto di vista culturale. Mi spiego meglio con un esempio. La donna che si assenta da una riunione alle quattro del pomeriggio perché deve andare a prendere i bambini all’asilo continua a essere vittima di un pregiudizio; l’uomo che, soprattutto se è in una posizione già avanzata di carriera, fa la stessa cosa viene invece in qualche modo fatto oggetto di elogio, valutato come moderno. Nella sostanza, credo che da un punto di vista culturale ci sia ancora molto da lavorare». 

Quali ostacoli ha trovato lungo la sua strada? Sono state sfide diciamo “naturali” o massi posti sul sentiero dai suoi detrattori?

«Niente di particolarmente grave, devo dire, tanto è vero che con un po’ di pazienza li ho superati. Però certamente il rallentamento della produzione scientifica per vari motivi c’è ancora. Ho letto recentemente una pubblicazione scientifica che riguarda il cosiddetto fenomeno della “child penalty”, che ha ancora un impatto prevalentemente sulle donne. Se si osservano i dati, per esempio per una donna scienziata madre c’è un rallentamento della produzione scientifica che comincia a riprendere il normale corso più o meno al settimo anno del bambino. Diversamente, le stesse osservazioni sui papà, negli stessi ambiti lavorativi, non indicano nessuna flessione nella produzione scientifica. Il che significa che nei fatti questa cosa succede».

L’ambiente accademico è noto per essere fortemente competitivo. Ancora oggi esistono le baronie, che sono prettamente patriarcali. Qual è stata la sua esperienza in questo senso? Leviamoci i sassolini dalla scarpa: ci sono le baronie? 

«Molto meno di una volta. Il mio Ateneo è molto grande, quindi ci sono delle aree culturali molto diverse: nella mia area direi molto meno di una volta. C’è però di nuovo un aspetto che io definirei prevalentemente culturale, per cui le colleghe donne occupano quello che noi chiamiamo il lavoro accademico “domestico”. In pratica tutti quei ruoli legati ad aspetti organizzativi o ad aspetti di cura: quindi tutoraggio, mentorship, meno strategici e decisionali, molto pesanti perché sono organizzativi. Su questo secondo me bisogna ancora lavorare». 

Lei ha raggiunto un traguardo molto importante, che la vede ai vertici di una prestigiosa università. Così come è accaduto di recente anche alla sua collega Marina Brambilla, che oggi è alla guida dell’Università degli Studi di Milano. Chi si sente di dover ringraziare per averla sostenuta? E a chi, invece, deve dire un bel “vedi che ce l’ho fatta” nonostante tutto!

«Devo dire che prevale il sentimento di ringraziamento. C’è una fila lunghissima di persone a partire dalla mia famiglia che è stata disponibile, perché l’impatto sulla dinamica e sulla vita familiare non è trascurabile. Una squadra che si è raccolta intorno a me e che mi ha convinta a candidarmi, che mi ha aiutata e motivata.

La maternità non deve più essere un ostacolo alla carriera scientifica: la paternità obbligatoria potrebbe essere di aiuto

L’ho detto più volte ed è vero: la mia carriera non è stata particolarmente rapida. Ho fatto tutti i passaggi uno per uno lentamente. Però periodicamente in questa carriera ho trovato delle persone che credevano in me e non tanto dei detrattori».

Sul suo sito cristinaprandi.org si legge “In un’epoca in cui molti sembrano ormai scettici circa il ruolo e il valore del sapere, l’università pubblica è un luogo strategico. Difenderlo significa combattere un’autentica battaglia civile e culturale”: in che modo intende difendere il sapere? E in che modo combatterà contro il dilagare delle fake news anche in ambito scientifico?

«Sul primo tema, credo fermamente che noi dobbiamo difendere gli atenei pubblici puntando principalmente sulla qualità: qualità della formazione, dell’offerta formativa, della ricerca. Non sono ambiti scollegati tra di loro perché il prestigio dell’ateneo deriva anche dai risultati della ricerca. Credo che la nostra missione sia quella di offrire agli studenti che si iscrivono e conseguono un titolo negli atenei pubblici il massimo valore possibile di questo titolo che conseguono in termini di prestigio. Noi siamo all’interno di un sistema di atenei nazionali italiani prestigiosi, storici, e dobbiamo continuare a lavorare su questo. Altrimenti si verifica quello che sta accadendo già in alcuni Paesi all’estero, in cui si sviluppano due sistemi universitari: uno pubblico di bassa qualità perché mancano risorse e che nel tempo diminuisce la qualità; e uno invece privato al quale può accedere evidentemente solo chi rientra in una certa fascia di reddito. Ritengo veramente che la migliore difesa del sistema pubblico sia proprio quella di puntare sulla qualità».

Si rende conto che la sua idea si scontra con una impronta del nostro attuale esecutivo che non rema proprio in questa medesima direzione?

«Sì, non va esattamente in questa direzione. Però credo che l’azione deve essere duplice: da una parte essere comunque sempre molto fermi con il ministero (dell’Università e della Ricerca, ndg) e con il governo rispetto al fatto che il sistema universitario necessita di finanziamento. Rispondendo noi a questo investimento con la qualità e con un altro canale attraverso cui riusciamo ad attrarre risorse da bandi competitivi, bandi pubblici, fondi europei ma anche collaborazioni con privati, in modo da non essere completamente dipendenti dal finanziamento ministeriale, che non è ricco e soprattutto è irregolare».

Torniamo alle fake news…

«Per quanto riguarda le fake news in ambito scientifico come Ateneo abbiamo già avviato da tempo una serie di iniziative. Voglio solamente citare due azioni concrete che intendo potenziare e ulteriormente valorizzare. La prima è una piattaforma che si chiama “Frida”.  È una piattaforma di divulgazione scientifica in cui c’è una connessione diretta tra i risultati della ricerca e quello che pubblichiamo: non sono solo articoli, ma anche organizzazioni di eventi in cui c’è un filo diretto con il ricercatore. La seconda è il recente lancio nella nostra università di una rivista internaOtto, discorsi diretti” che si occupa anche di divulgazione scientifica generale».

L’università pubblica è un presidio civile: va difesa investendo sulla qualità

Oggi si parla sempre più, per fortuna, del ruolo della donna nelle scienze. Qual è oggi e quale può realmente essere questo ruolo nel prossimo futuro?

«Abbiamo bisogno di più scienziate ed è curioso il fatto che su alcune discipline scientifiche abbiamo ormai raggiunto la parità di genere: sono tutti gli ambiti biomedici, ma anche a Chimica per esempio in realtà adesso in entrata abbiamo una parità di genere. Ci sono degli ambiti ancora un pochino ostici come Fisica e Informatica, dove ci sono pochissime ragazze. Questo è un aspetto che riguarda prevalentemente l’orientamento in ingresso, ma l’orientamento già a partire dalla scuola materna che in qualche modo superi questi bias di genere e orienti a una scelta più ad ampio raggio.

Non so se ci può essere un contributo in ambito scientifico che è legato all’essere donna. Forse no; la scienza va trattata come tale. Ci può essere forse una sensibilità diversa rispetto ad alcuni aspetti della scienza, per esempio in ambito medico tutta la parte che riguarda la medicina di genere che è veramente al centro del dibattito odierno, deriva evidentemente (dalla sensibilità femminile rispetto a questi temi». 

Anche le facoltà che sono tradizionalmente di maggior appannaggio maschile ora sono sempre più frequentate dalle ragazze, tanto che abbiamo raggiunto in alcuni casi la parità di genere. Che consigli lei si sente di dare alle bambine e alle giovani che vogliono approcciare le materie STEM con successo?

«Intanto bisogna dar loro un messaggio di fiducia. Sicuramente nella percezione comune l’ambito STEM è percepito come delle materie difficili da affrontare, difficili da studiare. Questo è un primo pregiudizio che credo debba essere superato con un’iniezione di fiducia e con delle azioni culturali rivolte già ai bambini piccoli. Ritengo che il principale ostacolo sia la difficoltà combinata di un impegno totalizzante che le ragazze anche da giovani percepiscono sin da subito come non compatibile con una vita personale, che sia familiare o comunque compatibile con altre cose. Questo è un pregiudizio che è assolutamente da sfatare, perché ostacola molto l’iscrizione alle materie STEM». 

Veniamo a un altro tema molto importante: quello del gender gap, non solo scolastico, ma anche lavorativo. Opportunità e stipendi sono ancora più sfavorevoli alle donne rispetto che agli uomini: cosa fare per raggiungere una maggiore equità?

«Il gender gap è un aspetto che ho approfondito e che è tipicamente italiano e riguarda la legislazione italiana, che prevede una maternità obbligatoria di 5 mesi. Credo che il nostro sia uno dei Paesi in cui la maternità obbligatoria è più lunga, sia in Europa che al di fuori. Questo è un bene da una parte, perché quindi abbiamo la massima tutela della maternità. Dall’altra però diventa immediatamente un limite che porta a una discriminazione nel momento in cui si fa un colloquio di lavoro e devi essere assunta. Perché come donna diventi immediatamente meno competitiva rispetto a un uomo, a volte anche non a parità di curriculum. Questo è un aspetto molto importante, dobbiamo tenerlo presente. In Italia è stata introdotta la paternità, volontaria. Fortunatamente c’è un numero sempre maggiore di giovani uomini che la chiedono, però questo aspetto rimane ancora discriminante. Personalmente sono molto drastica rispetto all’introduzione di misure transitorie – che però servono per accelerare dei processi di cambiamento. Direi paternità obbligatoria, però entro i due o i tre anni di vita del bambino. In questo modo riduci immediatamente questa discriminazione che si verifica quando si fanno colloqui di lavoro».

Un’ultima domanda, sul futuro: si può fare cultura in modo nuovo, così che le nuove generazioni possano mettere a confronto diverse prospettive e modi di vedere il mondo in senso più critico e al contempo scevro da preconcetti che oggi, purtroppo, sono forieri di aspri conflittualità? 

«L’università naturalmente è una fucina di idee, dove le idee si confrontano e possono portare a nuovi esiti. Credo che questo sia il ruolo fondante delle università: sviluppare menti critiche scevre da ideologie. Menti che siano disponibili al confronto. Dobbiamo difendere il luogo dove avvengono i dibattiti e dove le persone ascoltano. Penso che sia non solo un dovere, ma anche un privilegio delle università, e noi dobbiamo assolutamente difenderlo.

Il dibattito deve essere libero sempre e fondato sul saper ascoltare e sempre imparare. Un po’ come accade con le basi del metodo scientifico peraltro, che potremmo dire si possa applicare anche in altri ambiti, più delicati perché coinvolgono la vita politica dei cittadini. Insegnare a imparare ad ascoltare l’altro, anche se l’opinione è diversa della tua e soprattutto aprire al dibattito e continuamente imparare. Questo è il ruolo dell’università, secondo me».

Fotografia da https://www.cristinaprandi.org/chi-siamo (Cristina Prandi © 2025)

Catania (FNO TSRM e PSTRP): «Per una prevenzione efficace, occorre superare la frammentazione professionale»

«Per fare della prevenzione il centro del Sistema Salute è necessario superare la frammentazione professionale, promuovendo un ecosistema sanitario integrato, in cui ogni figura contribuisca alla salute pubblica con pari dignità e responsabilità, puntando su formazione congiunta, strumenti comuni, leadership collaborativa e un’organizzazione centrata sulla persona assistita». È quanto ha dichiarato Diego Catania, Presidente della Federazione nazionale degli Ordini delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, intervenuto agli Stati Generali della Prevenzione, promossi dal Ministero della Salute a Napoli.

Prevenzione efficace solo con rispetto delle competenze professionali

Un’occasione per ribadire il ruolo fondamentale delle professioni sanitarie rappresentate dalla FNO TSRM e PSTRP – ben 18, per oltre 150.000 professionisti – che ogni giorno, sul campo, si occupano di prevenzione nei contesti più diversi. Dai servizi territoriali agli ospedali, dalle scuole agli ambienti di lavoro, «le nostre professioni – prosegue Catania – partecipano con responsabilità a un processo comune: quello di proteggere e migliorare la salute pubblica. Attraverso le loro competenze avanzate trasformano la conoscenza scientifica in attività pratiche e operative, intercettando i rischi prima che diventino emergenze, accompagnando le persone nei percorsi di cura e nel recupero della loro autonomia».

Il Presidente Catania ha voluto mettere in luce non solo la specificità di figure professionali impegnate nella prevenzione primaria, come gli Assistenti sanitari e i Tecnici della prevenzione, ma ha sottolineato anche l’apporto delle professioni tecnico-diagnostiche, fondamentali per la diagnosi precoce in un’ottica di prevenzione secondaria, e delle professioni della riabilitazione, protagoniste della prevenzione terziaria.

Ha quindi evidenziato la necessità di una cooperazione concreta e reale tra le varie professioni sanitarie, affinché la prevenzione sia il punto di partenza per un Sistema sanitario più forte, capace di intercettare in modo tempestivo i bisogni di salute dei cittadini, sempre più complessi e in continua evoluzione.

In particolare, il Presidente Catania ha proposto che sui temi della Prevenzione vi sia l’introduzione di una formazione universitaria interprofessionale, che preveda una condivisione dei saperi, attraverso moduli formativi comuni tra le diverse professioni sanitarie, e tirocini interdisciplinari in cui studenti di differenti ambiti collaborano nella gestione di casi clinici complessi con un approccio preventivo, come la prevenzione delle recidive oncologiche o la gestione del rischio cardiovascolare.

Moduli interprofessionali e tirocini condivisi per formare alla prevenzione

«È il momento di promuovere un cambiamento culturale, che abbia delle ricadute sia sul piano organizzativo che sulla formazione. Noi siamo pronti a fare la nostra parte – ha ribadito Catania – rafforzare la prevenzione significa anche valorizzare le specificità e il contributo delle professioni sanitarie. Per rendere questa valorizzazione autentica, è fondamentale riconoscere e rispettare il core competence di ciascuna professione, frutto di percorsi formativi specifici, che rappresentano un valore aggiunto per l’intero sistema salute e per i cittadini che al nostro sistema si affidano».

Equità delle cure e intelligenza artificiale: un equilibrio ancora da costruire

L’innovazione tecnologica è un driver di equità, universalità ed appropriatezza delle cure? L’intelligenza artificiale garantisce le risposte ai bisogni o aumenta i gap territoriali? Gli interrogativi sono stati al centro di una delle sessioni plenarie del 25° Convegno nazionale AIIC di a Napoli.

«Abbiamo voluto affrontare questo tema nella nostra agenda – ha evidenziato Lorenzo Leogrande, presidente del Convegno – perché non possiamo sconnettere la rivoluzione tecnologica in corso in sanità dagli obiettivi che questa stessa trasformazione cerca di perseguire, che sono quelli di curare tutti, curare meglio e curare sempre».

Se utilizzata in modo etico, responsabile e consapevole, l’intelligenza artificiale può trasformare non solo la ricerca, ma anche l’assistenza sanitaria quotidiana

In questa direzione il presidente GIMBE, Nino Cartabellotta, sottolinea: «Oggi ci troviamo all’interno di un paradosso perché da un lato la tecnologia ha reso disponibili strumenti straordinari come dispositivi medici avanzati, apparecchiature sofisticate, farmaci innovativi, soluzioni di intelligenza artificiale. Dall’altro lato, però, non riusciamo a garantire prestazioni essenziali a tutti i cittadini che ne hanno bisogno, su tutto il territorio nazionale: è proprio questa mancanza di equità che rappresenta oggi la criticità principale». Di certo, ha dichiarato Cartabellotta, «se utilizzata in modo etico, responsabile e consapevole, l’intelligenza artificiale può trasformare non solo la ricerca, ma anche l’assistenza sanitaria quotidiana. È importante però sottolineare che, nella fase attuale, abbiamo molti dati, ad esempio sull’accuratezza diagnostica degli algoritmi, ma non ancora prove solide sul fatto che questi strumenti migliorino concretamente gli esiti di salute dei pazienti. Per il futuro servono evidenze scientifiche consistenti e competenze multidisciplinari per assicurare uno sviluppo della sanità accessibile ovunque e non limitato ai centri di eccellenza».

La voce dei cittadini è stata rappresentata da Lorenzo Latella (Cittadinanzattiva) che ha posto lo sguardo sullo «scollamento tra percezione sociale e narrazione istituzionale dell’intelligenza artificiale in sanità. Da una recentissima ricerca che abbiamo fatto su circa 600 pazienti della regione Campania esce un dato molto interessante: i pazienti all’80% hanno quasi paura dell’ingresso dell’intelligenza artificiale nel proprio percorso di cura, perché temono si possa creare una frattura nel rapporto con i clinici, che sono sempre percepiti come principale punto di riferimento dei cittadini. C’è quindi bisogno di coinvolgere il paziente, affinché comprenda che l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie possono essere strumenti positivi anche per la riorganizzazione di percorsi di cura, per l’ampliamento dell’aderenza terapeutica per avere diagnosi precoci e più attendibili». 

Oggi le obsolescenze tecnologiche e l’opportunità dell’intelligenza artificiale sono le facce contrapposte di una stessa medaglia

Il mondo della produzione industriale è già impegnato a rendere «l’innovazione concretamente fruibile e quindi equa e universale» – ha detto Alessandro Preziosa (Presidente dell’Associazione Elettromedicali di Confindustria Dispositivi Medici) – «Semmai tutto ciò che già esiste non è in questo momento completamente coordinato all’interno del sistema complessivo della salute. Oggi le obsolescenze tecnologiche – autentica criticità del settore – e l’opportunità dell’intelligenza artificiale sono un po’ le facce contrapposte di una stessa medaglia. Noi dobbiamo ovviamente lavorare su entrambi gli aspetti perché si sviluppi efficacemente il tema dell’equità, altrimenti rischieremo di avere ancora una volta una distribuzione non omogenea dell’innovazione tecnologica».

Quale può essere quindi il ruolo dell’ingegnere clinico in questo scenario? Risponde Umberto Nocco (Presidente AIIC): «Non possiamo negare che siamo ad un punto di svolta: l’intelligenza artificiale – con il resto dell’innovazione che sta oggettivamente galoppando – non è più fantascienza, ma è un fattore reale di cambiamento del sistema delle cure. Ebbene: le competenze, di cui Cartabellotta ha parlato, sono già presenti e sono nel bagaglio di molti professionisti, tra cui proprio gli ingegneri clinici. Oggi occorre chiarire, e in primis deve farlo la Governance nazionale della sanità, cosa il Paese vuole fare con l’intelligenza artificiale per garantire ricerca, diagnostica e cura efficace su tutto il territorio nazionale. Come sempre le sfide si vincono tutti insieme, ognuno offrendo il massimo della propria competenza e disponibilità. Noi, come ingegneri clinici, ci siamo: crediamo sia opportuno che tutta la comunità professionale si faccia avanti per partecipare da protagonista».

L’AI nelle linee guida europee per la rianimazione cardiopolmonare

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L’intelligenza artificiale entra nelle linee guida sulla rianimazione cardiopolmonare dell’European Resuscitation Council (ERC), il Consiglio interdisciplinare europeo per la medicina rianimatoria e l’assistenza medica di emergenza. Il documento, che viene aggiornato ogni 5 anni, uscirà nel mese di ottobre e in questo momento è a disposizione per i pubblici commenti.

Elena Giovanna Bignami

La fonte principale per la revisione delle linee guida è uno studio recentemente pubblicato su Resuscitation Plus e condotto da un team multidisciplinare e internazionale coordinato da Federico Semeraro, anestesista rianimatore di Bologna e Presidente dell’ERC, ed Elena Giovanna Bignami, docente di Anestesia e Rianimazione all’Università di Parma e Presidente della SIAARTI, la Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva. Lo studio è stato promosso dall’Italian Resuscitation Council, società scientifica che riunisce medici, infermieri e operatori esperti in rianimazione cardiopolmonare.

Lo studio ha analizzato 197 lavori scientifici pubblicati fino al 2024, mappando per la prima volta in modo sistematico l’applicazione dell’intelligenza artificiale (IA) nella gestione dell’arresto cardiaco. «L’uso dell’AI in questo campo ha mostrato risultati promettenti, soprattutto nella capacità di prevedere un arresto, classificare i ritmi cardiaci e prevedere gli esiti neurologici dopo la rianimazione – spiega Federico Semeraro -. Questa revisione fornisce la base scientifica per portare l’AI dal laboratorio alla gestione reale di sistema dell’arresto cardiaco».

La possibilità di sopravvivenza all’arresto cardiaco diminuisce del 10% per ogni minuto che passa senza manovre di soccorso

Nonostante i risultati incoraggianti – con algoritmi che raggiungono prestazioni molto elevate (in alcuni casi superiori al 90% di accuratezza) – il lavoro sottolinea come l’adozione reale nella pratica clinica sia ancora limitata. «La sfida ora è integrare questi strumenti nella routine ospedaliera in modo sicuro ed efficace e validarne l’utilità clinica attraverso studi prospettici», afferma Elena Giovanna Bignami.

Andrea Scapigliati

Tra le tecniche analizzate figurano l’apprendimento automatico, il deep learning e il natural language processing (NLP) usato, ad esempio, per supportare operatori e operatrici delle centrali operative 118 nel riconoscere precocemente un arresto cardiaco. «Un assistente virtuale basato su NLP si è dimostrato capace di riconoscere l’arresto più rapidamente di un operatore umano», aggiunge Andrea Scapigliati, Presidente dell’Italian Resuscitation Council (IRC) e Direttore Cardioanestesia della Fondazione Policlinico Gemelli, IRCCS, Università Cattolica di Roma. «Intelligenza artificiale è un termine che comprende molti strumenti diversi – ricorda a TrendSanità Semeraro -. Nello studio abbiamo giocoforza dovuto “congelare” quanto c’era a disposizione fino a dicembre 2024. È importante stabilire un punto zero anche con elementi che hanno un’evoluzione così rapida».

I numeri dell’arresto cardiaco

Ogni anno in Europa si verificano circa 400.000 arresti cardiaci extraospedalieri (60.000 in Italia) e si stima che nel 58% dei casi chi assiste intervenga con le manovre salvavita (massaggio cardiaco, ventilazioni) e in circa il 20% dei casi anche con il defibrillatore. La sopravvivenza è di circa l’8%. La possibilità di sopravvivenza all’arresto cardiaco diminuisce del 10% per ogni minuto che passa senza manovre di soccorso.

Diversi studi internazionali hanno dimostrato e misurato quanto un maggiore partecipazione della popolazione ai corsi di rianimazione cardiopolmonare aumenti la percentuale di chi interviene in caso di arresto cardiaco e il tasso di sopravvivenza delle persone che ne sono colpite.

Uno studio giapponese, pubblicato sulla rivista scientifica Resuscitation nel 2024, ha analizzato oltre 350.000 casi di arresto cardiaco avvenuti in presenza di altre persone tra il 2005 e il 2020. In questo lasso di tempo il numero di cittadini giapponesi che avevano seguito un corso certificato di rianimazione cardiopolmonare è più che triplicato (da 9,9 nel 2005 a 34,9 milioni nel 2020, pari al 32,2% della popolazione generale con più di 15 anni) e, contestualmente, è cresciuta dal 40% al 57% la percentuale di chi è stato in grado di intervenire con le manovre salvavita. Se si analizzano i casi di arresto cardiaco defibrillabili, ovvero quelli per cui era indicato l’uso del defibrillatore, il tasso di sopravvivenza a 30 giorni delle persone soccorse da chi aveva assistito all’arresto cardiaco è stato del 35% nel 2020, in crescita rispetto al 2005 quando era inferiore al 25%. Nel 2020 si fermava invece al 26% la sopravvivenza delle persone che non erano state soccorse dagli astanti con le manovre salvavita. Nei casi più gravi, quelli non defibrillabili, la sopravvivenza delle persone soccorse dai presenti ha superato il 4% nel 2020 (era inferiore al 3,5% nel 2005).

Anche una ricerca svedese pubblicata sul New England Journal of Medicine nel 2015 ha sottolineato la forte correlazione tra il numero di persone formate alle manovre salvavita, la percentuale di chi è in grado di intervenire in caso di arresto cardiaco e la sopravvivenza di chi ne è colpito. Da un’analisi di oltre 30.300 arresti cardiaci verificatisi in presenza di altre persone tra il 1990 e il 2011 è emerso che la sopravvivenza a 30 giorni è stata del 10,5% nei casi in cui gli astanti sono intervenuti con la rianimazione cardiopolmonare (in media il 51,1% del totale) e solo del 4% quando questo non è avvenuto. La percentuale di chi è intervenuto in caso di emergenza è cresciuta nel tempo (nel 1990 era di circa il 35%, nel 2011 superiore al 60%) contestualmente con l’aumento del numero di cittadini che avevano seguito un corso di rianimazione cardiopolmonare (che aveva raggiunto circa il 30% della popolazione svedese).

Uno studio danese, pubblicato su Jama Network nel 2023 ha esaminato oltre 50.000 casi di arresto cardiaco extra-ospedalieri verificatisi in Danimarca tra il 2005 e il 2019. È stato osservato in questo periodo un aumento della sopravvivenza a 30 giorni dal 4,5% del 2005 al 14% del 2019, associato a un notevole incremento della percentuale dei soccorritori occasionali che sono stati in grado di effettuare la rianimazione cardiopolmonare in attesa dell’arrivo dei soccorsi (dal 27% del 2005 all’80% del 2019). Su questo incremento ha inciso il fatto che l’insegnamento della rianimazione cardiopolmonare è stato reso obbligatorio in Danimarca dal 2006 per ottenere la patente e per iscriversi ai corsi professionali al punto che nel 2019 nel paese scandinavo le persone che avevano ottenuto una formazione certificata sulla rianimazione cardiopolmonare erano ampiamente oltre il 40% della popolazione totale, più del doppio rispetto a solo dieci anni prima.

«La tecnologia, oltre alla formazione e all’informazione, potrebbe aumentare in modo fondamentale la sopravvivenza – conclude Semeraro -. Le nuove linee guida ERC del 2025 dovranno tenere conto di queste innovazioni per salvare più vite in modo tempestivo ed equo».

Le sfide del futuro

Realisticamente, l’intelligenza artificiale entrerà prepotentemente nella sanità e nella medicina entro il prossimo decennio. Le sfide dei prossimi anni riguardano da una parte la protezione dei dati, dall’altra la tutela dei soggetti più fragili, che quando si parla di arresto cardiaco sono quelle colpite mentre sono da sole, magari a casa propria.

Federico Semeraro

«I Large Language Model che abbiamo oggi a disposizione sono progettati per il general purpose, mentre è importante che le università e i centri di ricerca sviluppino modelli AI addestrati su dei task precisi: non possiamo infatti usare uno strumento di AI commerciale per elaborare dati personali o coperti da privacy. Chi fa ricerca deve costruire ambienti sicura per poter fare ricerca su dati sensibili», continua Semeraro.

Infine, l’intelligenza artificiale potrebbe essere anche una tutela per chi vive da solo: «Molti lavori si stanno concentrando sull’AI interna agli smartwatch, in grado di riconoscere una caduta e lanciare l’allarme se non c’è polso. Si tratta di studi molto recenti e per questo non inclusi nella nostra review. O ancora: si stanno allenando i device che riconoscono la voce a capire se le persone stanno male in casa. Oggi abbiamo la tecnologia per riconoscere l’arresto cardiaco anche in persone da sole, ma dobbiamo sperimentarla sul campo. Le nostre linee guida riconosceranno proprio questo: che la ricerca ha strumenti pronti per essere utilizzati, ma questi vanno implementati. Si tratta di riconoscere le potenzialità e suggerire che cosa fare in futuro». 

Stefania Pedroni è la nuova presidente nazionale dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare

Stefania Pedroni è la nuova presidente nazionale dell’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare (UILDM), la prima donna a guidare l’associazione dal 1961.
È stata eletta oggi, 16 giugno 2025, durante la prima riunione della nuova Direzione Nazionale UILDM.
Pedroni avrà al proprio fianco Antonella Vigna, come vice presidente nazionale. Michele Adamo è stato riconfermato nel ruolo di segretario nazionale, mentre Michela Grande è la nuova tesoriera nazionale.
I consiglieri Maurizio Conte, Simone Giangiacomi, Anna Mannara, Marco Rasconi e Massimiliano Venturi completano una squadra di lavoro che porterà avanti l’impegno di UILDM per i diritti delle persone con disabilità e la piena inclusione fino al 2028.

«La rivoluzione scientifica in atto nell’ambito delle malattie neuromuscolari ci impone di essere pronti ad accogliere i cambiamenti nella cura e a tutelare i nuovi diritti che nascono nella società del 2025. È un lavoro che possiamo fare, come squadra della Direzione nazionale, insieme alle nostre Sezioni e ai nostri soci. È importante esserci prima di tutto sul territorio, per continuare a dare risposte, partendo dai bisogni delle famiglie e offrendo prospettive concrete alle persone con disabilità; altra nostra priorità sarà continuare a partecipare ai tavoli di lavoro, in dialogo con le Istituzioni e con le altre realtà associative», ha dichiarato.

UILDM nasce nel 1961 con l’obiettivo di promuovere l’inclusione sociale delle persone con disabilità, attraverso l’abbattimento di ogni tipo di barriera, e sostenere la ricerca scientifica e l’informazione sulle distrofie e le altre malattie neuromuscolari. Ha una presenza capillare sul territorio grazie alle 65 Sezioni locali, i 3.000 volontari e i 9.000 soci, che sono punto di riferimento per circa 30.000 persone. UILDM svolge un importante lavoro in ambito sociale e di assistenza medico-riabilitativa ad ampio raggio, gestendo anche centri ambulatoriali di riabilitazione, prevenzione e ricerca, in stretta collaborazione con le strutture universitarie e socio-sanitarie.

Classe 1976, Stefania Pedroni dal 2016 è membro della Direzione nazionale UILDM, e dal 2017 al 2025 ha ricoperto il ruolo di vice presidente nazionale. In precedenza, dal 2013 al 2016, è stata vice presidente della Sezione UILDM di Modena.
Psicologa con specializzazione in psicoterapia cognitivo-comportamentale, dal 2014 ha svolto la libera professione in studio privato a Zocca (Mo), proponendo colloqui individuali di valutazione, consulenza e supporto psicologico indirizzati ad adulti, adolescenti, bambini e genitori. Ha collaborato inoltre alla realizzazione e agli sviluppi di progetti per scuole ed enti. Attualmente lavora come psicologa presso il Centro Clinico NeMO (NEuroMuscular Omnicentre) di Milano, città in cui si è trasferita nel 2018.

Nel corso degli anni ha partecipato come relatrice/conduttrice a numerosi incontri formativi e ha perfezionato la sua formazione seguendo corsi, seminari, convegni, conferenze, workshop in tutta Italia. Appassionata di cinema, teatro, lettura.

AIIC Awards 2025: innovare il SSN si può (e sta già accadendo)

Innovare si può, e qualcuno lo sta già facendo. Intelligenza artificiale applicata alla radiomica, telemedicina per avere “un dottore al proprio domicilio”, azioni per realizzare una “ottimizzazione energetica” di un parco tecnologico ospedaliero: sono solo alcuni dei progetti eccellenti premiati con gli AIIC AWARDS e consegnati durante il 25° Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici in corso di svolgimento a Napoli. Le categorie del premio AIIC erano dodici e hanno visto la partecipazione di oltre 250 progetti provenienti da team multidisciplinari provenienti da team ospedalieri, ricercatori universitari, start up, aziende italiane e multinazionali. Lorenzo Leogrande, presidente del Convegno AIIC offre questa chiave di lettura: «Osservando il corpo complessivo dei progetti e dei lavori presentati, quello che emerge è sicuramente la dinamicità di un settore – quello delle tecnologie healthcare – in cui partendo dal confronto con le necessità del SSN, emerge la capacità di ragionare fuori dagli schemi consolidati, si afferma il desiderio di confrontarsi e collaborare tra professionisti, esprimendo la forza ideativa di team ricchi di competenze».

I vincitori dei premi AIIC – così come selezionati dalla Giuria specialistica presieduta da Elena Sini, Chair internazionale della comunità di esperti HIMSS – sono stati: Maria Grazia Gambarota (Università Federico II, Napoli), per un progetto di analisi e interpretazione delle caratteristiche radiomiche in risonanza magnetica per pazienti con demenza; Aleksander Miladinovic (IRCCS Burlo Garofolo, Trieste) che ha presentato un lavoro di intelligenza artificiale sull’apprendimento neurosimbolico per diagnosi retinica; il salernitano Massimo Giordano (Università di Salerno) ha definito un modello efficacissimo di telemedicina come sviluppo di un “intelligent doctor at your home” mentre Ester Mura (ARES Sardegna, Cagliari) è stata selezionata per un lavoro di razionalizzazione dei criteri ambientali per il green public procurement come strumento di governance.

A Greta Puleo (Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, Milano) è stato assegnato l’award per la creazione di un modello di dashboard delle grandi apparecchiature come governance tecnologia di un grande centro di cura, mentre a Vincenzo Muto (Althea Italia, Napoli) il premio è stato attribuito per l’approccio innovativo descritto in un progetto di ottimizzazione energetica del parco tecnologico ospedaliero. La Giuria AIIC ha poi premiato Paola Lualdi (ASST Valle Olona, Busto Arsizio) per un lavoro di building modeling del nuovo ospedale della Malpensa, e Gabriele Garavaglia (Medtronic Italia, Milano) per un sistema ibrido in grado di gestire il percorso complessivo del paziente con diabete. Tullio Bucciarelli (AUSL Bologna) ha ricevuto un Award per un progetto di virtual clinic oculistica capace di superare la “frattura” tra ospedale e territorio, mentre a Michele Gazzara (Humanitas Hospital, Milano) il premio è stato assegnato per la realizzazione di una “rifunzionalizzazione automatizzata” del laboratorio di analisi cliniche di un ospedale di alta specializzazione.

Per finire, gli ultimi AIIC Awards sono stati assegnati a Santo Michele Pettignano (ASP Siracusa) per un progetto di change management per la trasformazione virtuosa del pronto soccorso di Siracusa, mentre un premio è stato attribuito a Matteo Milanesi (GE System, Milano) per l’identificazione di soluzioni capaci di realizzare un rinnovamento dei sistemi di risonanza magnetica in termini di sostenibilità ambientale.


Conclude Leogrande: «Quest’anno la grande partecipazione agli AIIC Awards ha sicuramente confermato l’attenzione con cui tutto il sistema degli esperti, dei ricercatori e degli operatori professionali segue il percorso dei nostri premi. In particolare occorre segnalare che sui temi che sono al centro del nostro Convegno, in particolare la necessità di riflettere sull’impatto ambientale e la spinta ad un uso concreto dell’innovazione tecnologica, il nostro Paese offre già una moltitudine di progetti realizzati decisamente convincenti. A nostro modo di vedere ciò significa che la governance sanitaria deve sapere che non si parte da zero per quel processo di innovazione di cui il SSN ha così urgente bisogno».