In occasione del novantacinquesimo anniversario della nascita della professoressa Marisa Cantarelli, prima teorica italiana dell’assistenza infermieristica scomparsa lo scorso settembre a Milano, è online il sito Infermieri oggi e domani. Il progetto, ideato e fortemente voluto dalla Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche (FNOPI), raccoglie le storie degli infermieri e degli infermieri pediatrici che hanno segnato con impegno e passione, non solo la storia della professione, ma anche quella del nostro Paese.
Nel titolo Infermieri oggi e domani è racchiuso il senso di uno spazio virtuale che vuole essere punto di riferimento, affidabile e sempre aggiornato, per quanti vogliano conoscere la l’Infermieristica e i suoi protagonisti. Un racconto lungo un secolo, che prende le mosse dal 1925, quando la formazione professionale divenne unitaria su tutto il territorio nazionale.
Un viaggio al quale poter aggiungere nuove tappe, grazie alla sezione Raccontaci la tua storia che apre pienamente il progetto agli infermieri e agli infermieri pediatrici intenzionati a condividere momenti particolari del proprio vissuto professionale.
Su infermieristory.it sarà possibile vedere e ascoltare, in esclusiva, Marisa Cantarelli, una guida per chi è infermiere e per chi vuole diventarlo.
Nell’ultima intervista rilasciata prima dell’acuirsi della malattia è possibile scoprire perché ha scelto di essere infermiera, quale è stata la sua formazione e cosa consigliava a colleghi vecchi e nuovi. Ha invitato le nuove generazioni di infermieri a “guardarsi intorno e scegliere l’ambito lavorativo di maggiore interesse”, e i dirigenti a “impegnarsi al massimo per conoscere al meglio i colleghi infermieri e i loro problemi”.
«Esercitare la professione a più livelli, con più sfaccettature, in un’ottica di evoluzione: è questo uno dei messaggi che intendiamo trasmettere attraverso tutte le testimonianze raccolte nel sito, a chi si appresta a intraprendere gli studi di Infermieristica – dichiara la presidente FNOPI, Barbara Mangiacavalli – Essere infermiere, rappresenta, infatti, una scelta di vita, che consente di viverne tante in una».
Accanto alla storia della professoressa Cantarelli, ci saranno, da subito, quelle di altre 9 persone. Grazie alle loro testimonianze sarà possibile scoprire il ruolo svolto dagli infermieri durante la seconda guerra mondiale e seguire gli sviluppi ordinistici e la redazione del primo codice deontologico. Verranno ripercorse tappe fondamentali come la nascita del Servizio sanitario nazionale e la creazione del 118. E le grandi emergenze italiane: dall’alluvione in Toscana al Colera a Napoli, al terremoto in Irpinia, alla strage di Bologna; dall’Aids al Covid.
Sono passati quasi nove anni dall’approvazione del Piano Nazionale Cronicità (PNC), datata settembre 2016. Eppure, il bilancio della sua attuazione è fortemente deludente. A denunciarlo con chiarezza è Tonino Aceti, presidente di Salutequità, che evidenzia limiti strutturali e culturali nella gestione di una delle principali priorità sanitarie italiane: la presa in carico delle persone con patologie croniche.
«Il Piano era – ed è – un documento di valore teorico notevole, ma la sua applicazione pratica è stata disomogenea e tardiva – afferma a TrendSanità Aceti -. Alcune Regioni, come la Sardegna per esempio, lo hanno recepito con ritardi anche di cinque anni».
A febbraio è stata diffusa una bozza di aggiornamento che, tra le altre cose, aggiungeva tre patologie all’elenco: obesità, epilessia ed endometriosi. Tuttavia, da allora, il documento non è stato né approvato né modificato in base alle criticità che secondo gli stakeholder continua ad avere.
Un Piano senza tempo (e senza fondi)
Tonino Aceti
Tra i principali nodi critici, Aceti denuncia l’assenza di un arco temporale definito, con obiettivi e tappe chiare. Ma soprattutto, la mancanza di finanziamenti dedicati: «Ogni riforma o trasformazione organizzativa richiede risorse. Qualcuno dice che il PNRR ha già coperto la riforma del territorio, ma i dati dicono che a fine 2024 erano stati spesi appena 2,8 miliardi dei 15 disponibili. Come può il Piano Cronicità innestarsi in un contesto già in difficoltà?».
Secondo il presidente di Salutequità, senza uno stanziamento autonomo e vincolato, il PNC rischia di restare un esercizio accademico, senza impatto reale. «Gli altri piani approvati negli ultimi anni – oncologico, malattie rare – hanno ricevuto fondi dedicati. Non farlo per la cronicità significa, di fatto, declassarne l’importanza».
Disuguaglianze e pazienti di serie B
Anche sul fronte del monitoraggio, le lacune sono profonde. L’unico vero strumento esistente è il sistema LEA, recentemente aggiornato con 25 indicatori core, ma ancora troppo debole per guidare un cambiamento reale. «Il sistema LEA negli ultimi 2 anni è stato scarsamente strategicizzato e utilizzato in un’ottica di superamento delle disuguaglianze – afferma il Presidente di Salutequità -. Serve poi una capacità di valutazione continua e intervento tempestivo, come previsto nel Patto per la Salute 2019-2021».
E poi manca un meccanismo flessibile di aggiornamento rapido dell’elenco delle patologie croniche: «Nella bozza di aggiornamento se ne sono aggiunte tre, ma che cosa dire di tutto quello che rimane fuori? Così si rischia di creare dei pazienti di serie A e di serie B. Serve un elenco aggiornabile in modo flessibile e continuo, capace di includere le nuove cronicità che emergono nel tempo».
L’altro aspetto che non piace al presidente di Salutequità è il riferimento al costo che producono i pazienti: «Questo ci riporta a una visione della salute e della sanità come spesa e non come investimento: non aiuta a pensare il servizio sanitario nazionale come una grande area di crescita sociale e del paese, ma piuttosto come una zavorra, che pesa sulle casse del dello Stato».
Le leve del cambiamento
Per invertire la rotta, secondo Aceti sono tre le leve fondamentali: «Intanto un finanziamento virtuoso, con risorse vincolate e obiettivi misurabili. Poi una programmazione sanitaria basata su un Piano Sanitario Nazionale (l’ultimo risale al 2006-2008). Infine, la capacità di rafforzare l’uso strategico dei dati, passando dall’informazione alla valutazione reale delle performance regionali».
Finanziamento, programmazione e uso strategico dei dati sono le sfide del futuro
E poi c’è l’aspetto della governance: «Credo che a un certo punto sia necessario che il livello centrale abbia il coraggio, per gli aspetti che ritiene cruciali, di andare avanti in autonomia dopo aver tentato la mediazione con le Regioni». Che il rapporto Stato-Regioni abbia un problema è evidente: «Ad oggi tra queste due entità non c’è un lavoro sinergico come dovrebbe esserci e questo crea dei problemi, tra cui la lentezza nell’approvazione dei Piani. Si tratta di un elemento che non appartiene soltanto a questo governo: pensiamo al fatto che una riforma epocale del territorio che è il DM77 non ha avuto l’intesa… Credo che le modalità di collaborazione vadano fortemente migliorate».
Tornando al Piano Nazionale Cronicità, il rischio è che si licenzi un testo incompleto: «Preferirei ci si prendesse altro tempo per migliorarlo, piuttosto che approvarlo così com’è. Un Piano deve portare un reale miglioramento dell’assistenza, altrimenti è meglio fermarsi e ripensare tutto».
Non solo Livelli essenziali di assistenza per misurare l’universalità e l’equità del Servizio sanitario nazionale, ma i risultati raggiunti in una serie di indicatori selezionati di performance regionali, considerando per la prima volta, accanto ai parametri sanitari e sociali, anche la soddisfazione dei cittadini nelle diverse regioni italiane.
Il C.R.E.A. Sanità – Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità – dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” presenta oggi la XIII edizione dello studio sulle Performance Regionali, che analizza le opportunità di tutela della salute offerte ai cittadini nelle diverse regioni italiane. Lo studio, condotto con il contributo di un Panel di 107 stakeholder del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ha introdotto importanti novità e ha evidenziato risultati significativi. I ris
ultati dello studio mostrano un quadro complesso, caratterizzato da un aumento delle aspettative e da una correlazione positiva tra la Performance dei servizi sanitari ed il livello di soddisfazione dei cittadini. I livelli di Performance regionali risultano ancora significativamente distanti dal target ottimale: negli anni il Panel degli stakeholder, ed in particolare i cittadini, aumentano le loro aspettative, ovvero “spostano verso l’alto l’asticella” della Performance ottimale, ma nessuna Regione sembra riuscire ad avvicinarsi a quel livello.
Nonostante i miglioramenti registrati, i livelli di performance regionale rimangono lontani dai valori ottimali
Il Veneto si conferma la Regione con la migliore Performance, raggiungendo il 55% del massimo teorico possibile, seguito dalla Provincia Autonoma di Trento con il 50%. La Calabria, invece, si posiziona all’ultimo posto con il 23%. Nonostante il divario tra Nord e Sud Italia rimanga significativo, si osserva una progressiva riduzione delle disparità, con un miglioramento più marcato nelle regioni del Mezzogiorno. Tra queste, la Campania ha registrato l’incremento più rilevante, seguita da Abruzzo e Molise.
Un aspetto innovativo dello studio è l’introduzione di un’indagine sulla soddisfazione dei cittadini, che ha misurato l’esperienza degli utenti con i servizi sanitari regionali. Il Trentino-Alto Adige si distingue per la maggiore soddisfazione, con un punteggio medio di 8,1 su una scala da 0 a 10, mentre le regioni del Mezzogiorno, come Puglia e Basilicata, registrano i livelli più bassi, pari a 6,5. La correlazione tra l’indice di performance e la soddisfazione dei cittadini dimostra che una migliore performance genera maggiore soddisfazione. Nel complesso, la correlazione tra l’indice di Performance e il livello di soddisfazione dei cittadini risulta essere forte per le aree assistenziali ospedaliere (0,79) ed ambulatoriali (0,80), bassa per le aree del sociale e della non autosufficienza (0,55), ed intermedia per l’assistenza primaria e l’accesso al farmaco (0,64). Per questi ultimi due aspetti la soddisfazione è generalmente alta in tutto il Paese, senza particolari criticità.
Una migliore performance genera maggiore soddisfazione
Lo studio ha inoltre analizzato la qualità della vita correlata alla salute, evidenziando che il Trentino Alto Adige si conferma al vertice con un valore di 0,938, mentre l’Umbria registra il valore più basso, pari a 0,840 QALY (unità di misura impiegata nell’analisi costi-utilità che combina insieme la durata della vita con la qualità della stessa). Secondo lo studio, la qualità della vita non è strettamente legata alla performance sanitaria: alcune regioni del Sud, pur avendo livelli di performance sanitaria bassi, registrano una qualità della vita più alta rispetto a regioni più performanti. Questo fenomeno è attribuibile a fattori culturali, educativi e ambientali, oltre che alle diverse aspettative dei cittadini.
La XIII edizione dello studio ha introdotto ulteriori novità, tra cui la misurazione della dinamica della performance nel periodo 2019-2024, che ha evidenziato un trend di miglioramento, soprattutto nelle regioni con livelli iniziali più bassi. Nonostante i miglioramenti registrati, i livelli di performance regionale rimangono lontani dai valori ottimali. Il divario tra Nord e Sud Italia persiste, ma si osserva una progressiva riduzione delle disparità.
Inoltre, è stata condotta un’analisi sulla sostenibilità dei Servizi Sanitari Regionali, identificando le regioni più resilienti, tra cui Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. La correlazione tra performance e soddisfazione dei cittadini, secondo C.R.E.A. Sanità, sottolinea l’importanza di investire in politiche sanitarie mirate per migliorare l’efficienza e l’equità del sistema. I risultati dello studio, corredati da schede regionali e nuove analisi sulla qualità della vita e sulla soddisfazione dei cittadini, offrono un quadro innovativo dell’assistenza sociosanitaria in Italia, contribuendo a delineare strategie più efficaci per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale.
Un’Italia che invecchia ha bisogno di una prevenzione più forte, efficace e mirata. È questo il messaggio centrale del Documento di Posizione “Verso un nuovo modello di prevenzione vaccinale nell’anziano. Proposte operative per un modello fondato su evidenze, sostenibilità e capacità organizzativa” presentato daHappyAgeing – Alleanza Italiana per l’Invecchiamento Attivo – da più di 10 anni portavoce degli over 65 in sanità – nel corso dell’Assise Nazionale sulla Prevenzione delle Malattie Infettive nell’Anziano presso l’Istituto Enciclopedia Italiana Treccani. La pubblicazione, realizzata a seguito di un confronto con il CIP – Coordinamento Interregionale Prevenzione e importanti attori direttamente coinvolti nell’organizzazione, gestione e monitoraggio dei programmi vaccinali, propone un nuovo approccio strategico basato su tre dimensioni fondamentali – scientifica, organizzativa ed economica – per rendere il sistema vaccinale più vicino ai bisogni reali della popolazione over 65.
«Oggi serve una visione chiara e coerente che permetta agli anziani di vivere più a lungo ma soprattutto in buona salute. La vaccinazione è uno strumento formidabile per prevenire malattie infettive, ridurre il carico di morbosità e mortalità, limitare le ospedalizzazioni e preservare l’autonomia dei soggetti, oltre a consentire al sistema sanitario di allocare in modo più efficiente le proprie risorse. Ma le coperture sono ancora troppo basse e la frammentazione organizzativa crea disuguaglianze inaccettabili», dichiara Michele Conversano, Presidente del Comitato Tecnico Scientifico di HappyAgeing.
Piano scientifico: vaccini aggiornati e raccomandazioni coerenti
«Sotto il profilo scientifico, il principale limite è rappresentato dal mancato aggiornamento tempestivo del Calendario Vaccinale del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale (PNPV) che non riflette più le attuali evidenze scientifiche né l’evoluzione del panorama epidemiologico – continua Conversano – Ne derivano disomogeneità applicative tra Regioni, incertezze operative e un ritardo nell’integrazione delle innovazioni, come i vaccini contro il virus respiratorio sinciziale (RSV), nei percorsi di offerta per la popolazione anziana».
Il Documento di Posizione suggerisce di:
aggiornare formalmente il calendario nazionale, rendendo esplicite le nuove indicazioni e garantendo un allineamento tra raccomandazioni e attuazione;
avere ogni anno, in tempo utile, la Circolare Ministeriale di aggiornamento per la vaccinazione antinfluenzale e per Covid-19, così come l’aggiornamento delle indicazioni vaccinali per l’Herpes Zoster;
garantire equità tra territori nell’offerta vaccinale.
«Ulteriore elemento che va assolutamente preso in considerazione è la promozione di un uso appropriato dei diversi vaccini a disposizione, tenendo conto dell’età, dello stato immunologico e delle condizioni cliniche individuali», precisa il Presidente del Comitato Tecnico Scientifico di HappyAgeing.
Dimensione organizzativa: prossimità, continuità e cabina di regia nazionale
La dimensione organizzativa si conferma la più fragile: governance frammentata, assenza spesso di una regia centrale stabile, anagrafe vaccinale incompleta e ritardi nell’accesso ai dati ostacolano la pianificazione e il monitoraggio. A queste criticità si aggiungono un uso ancora marginale della chiamata attiva e i limiti nell’interoperabilità dei sistemi informativi e nella gestione dei dati sensibili per finalità di prevenzione.
L’accesso ai vaccini per gli over 65, però, non può dipendere dal luogo in cui si vive. Nel Documento – illustrato all’Assise Nazionale sulla Prevenzione delle Malattie Infettive nell’Anziano: strategie per una corretta ed efficace protezione dell’adulto/anziano, organizzata con il contributo non condizionante di CSL Seqirus, GSK GlaxoSmithKline, Moderna, MSD Italia, Pfizer e Sanofi – HappyAgeing avanza come possibili soluzioni:
rendere operativa la cabina di regia nazionale per il nuovo PNPV e le Circolari ministeriali con compiti di indirizzo e monitoraggio;
rafforzare l’infrastruttura digitale per una gestione più integrata ed efficiente dell’offerta (anagrafe vaccinale e gestione dei dati);
potenziare sul territorio il ruolo dei Dipartimenti di Prevenzione come organo centrale nel coordinamento della rete di Operatori che ruotano intorno alle vaccinazioni;
adottare un modello unificato di consenso informato per favorire una scelta responsabile e consapevole da parte del cittadino;
ampliare gli attori dell’offerta vaccinale (rafforzare la collaborazione con Medici di Medicina Generale, Specialisti Ospedalieri e Territoriali, e farmacie);
realizzare un adeguato percorso di comunicazione alla popolazione.
«Occorre costruire un’offerta vaccinale durante tutto l’anno che preveda la destagionalizzazione delle somministrazioni attraverso la definizione di un ‘Calendario Vaccinale’ che includa anche tutte le vaccinazioni per l’anziano previste dal PNPV e pianificando quindi le somministrazioni di quelle non stagionali al di fuori del periodo autunnale – commenta Francesca Russo, Coordinatrice del CIP – Coordinamento Interregionale Prevenzione –. Tra gli strumenti più efficaci vi è certamente la chiamata attiva, che deve essere operativa per fascia di età attraverso mezzi tradizionali, come la lettera o la telefonata, oppure mezzi innovativi come gli SMS, le app di messaggistica istantanea e le email. Rispetto al trattamento dei dati sensibili, opportuno introdurre una norma chiara che consenta l’uso dei flussi correnti per targettizzare iniziative di prevenzione, con adeguate garanzie per i cittadini».
Fattore economico: prevenzione come investimento, non un costo
Sul piano economico si evidenzia una cronica sottovalutazione del valore della vaccinazione come investimento. Le risorse destinate alla prevenzione sono limitate, rigide e spesso assorbite dal mantenimento dell’esistente a scapito dell’innovazione. Mancano strumenti strutturali per valutare il ritorno economico delle strategie vaccinali. Eppure, l’insufficiente copertura vaccinale tra la popolazione adulta e anziana genera un impatto economico significativo: si stima una perdita annua pari a 610 milioni di euro in gettito fiscale, un aumento di costi sociali pari a 3,1 miliardi e fino a 10,8 miliardi di perdite in termini di PIL.
aumentare dal 5% al 7% la quota del Fondo sanitario nazionale destinato alla prevenzione, vincolando parte dei fondi alla vaccinazione; alle Regioni si suggerisce, parallelamente, di incrementare la quota dei propri bilanci riservata alla prevenzione vaccinale;
affiancare modelli di analisi costo-efficacia e di impatto sul sistema sanitario alle decisioni di programmazione vaccinale;
integrare la logica del “ritorno sulla prevenzione” nei bilanci sanitari e nei documenti di programmazione, rendendo visibile il valore generato dai vaccini in termini di salute, benessere e produttività.
HappyAgeing: oltre 10 anni di impegno per l’invecchiamento attivo
«Chiediamo alle Istituzioni un impegno concreto nelle politiche per l’invecchiamento attivo e per la non autosufficienza. Occorre attuare finalmente, con adeguati finanziamenti, la Riforma approvata con la Legge 33/2022. L’invecchiamento deve diventare una priorità nazionale non solo in termini di durata della vita, ma di qualità, autonomia, partecipazione e inclusione. Parliamo di diritti che devono essere garantiti a tutte le cittadine e a tutti i cittadini, a prescindere dal territorio in cui vivono, il diritto alla salute è infatti sancito dall’Articolo 32 della nostra Costituzione. Perché ciò avvenga, è necessario superare le disomogeneità nei modelli regionali, rafforzare il coordinamento tra Stato e Regioni e costruire una governance sostenibile capace di tradurre le esigenze delle persone in risposte tangibili, adeguate, eque e durature. Ribadiamo, insieme agli altri partner dell’Alleanza, la necessità di destinare maggiori fondi alla prevenzione, un vero e proprio investimento per il Servizio Sanitario Nazionale e per l’economia del Paese. Rinnoviamo, inoltre, il nostro impegno a diffondere tra le nostre comunità una comunicazione matura, incisiva, concreta sulla prevenzione e promozione della salute», sostengono congiuntamente Carmelo Barbagallo, Segretario Generale UIL Pensionati, Annamaria Foresi, Segretario Nazionale FNP CISL, e Tania Scacchetti, Segretaria Generale SPI CGIL, in chiusura dell’evento.
Mancano almeno 502 pediatri di famiglia e la maggior parte delle carenze si concentra in tre grandi Regioni del Nord: Lombardia, Piemonte e Veneto. In alcune aree si supera il massimale di 1.000 assistiti per pediatra mentre entro il 2028 ne andranno in pensione 2.598.
Secondo il sito del Ministero della Salute, il pediatra di libera scelta (PLS) – cosiddetto pediatra di famiglia – è il medico preposto alla tutela della salute di bambini e ragazzi di età compresa tra 0 e 13 anni. Ad ogni bambino, sin dalla nascita, deve essere assegnato un PLS per accedere a servizi e prestazioni inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza garantiti dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
«Le segnalazioni sulla difficoltà di accesso al PLS – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – arrivano oggi da tutte le Regioni, evidenziando criticità ricorrenti: complessità burocratiche, carenza di risposte da parte delle Aziende Sanitarie Locali (ASL), pediatri con un numero elevato di assistiti e impossibilità, per molte famiglie, di iscrivere i propri figli a un PLS. Una situazione che genera disagi rilevanti e richiede interventi organizzativi urgenti, per garantire la continuità dell’assistenza pediatrica, soprattutto ai più piccoli e ai più fragili».
La carenza di pediatri si concentra in Lombardia, Veneto e Piemonte
Per approfondire le cause e le dimensioni del problema, la Fondazione GIMBE ha analizzato dinamiche e criticità che regolano l’inserimento dei PLS nel SSN, stimando l’entità delle carenze di PLS nelle Regioni italiane. «È importante chiarire – spiega Cartabellotta – due aspetti fondamentali della nostra analisi: innanzitutto, le stime sulle carenze dei PLS sono state effettuate su base regionale, mentre i fabbisogni reali vengono determinati dalle ASL in relazione agli ambiti territoriali carenti; in secondo luogo, non è possibile stimare il ricambio generazionale, perché non è noto quanti nuovi specialisti in pediatria scelgano la carriera di PLS anziché quella ospedaliera».
Dinamiche e criticità
Fasce di età.Sino al compimento del 6° anno di età, i bambini devono per legge essere assistiti da un PLS, mentre dai 6 ai 13 anni compresi i genitori possono optare tra il PLS e il medico di medicina generale (MMG). Al compimento del 14° anno, l’assistito viene revocato automaticamente, salvo nei casi di patologie croniche o disabilità documentate, per i quali è possibile richiedere una proroga fino al compimento del 16° anno. Secondo i dati ISTAT, al 1° gennaio 2024 la fascia 0-5 anni (iscrizione obbligatoria al PLS) comprendeva quasi 2,5 milioni di bambini, mentre nella fascia 6-13 anni rientravano oltre 4,1 milioni di minori, che potrebbero essere iscritti al PLS o al MMG secondo le preferenze dei genitori o, soprattutto, in base alle disponibilità locali di PLS o MMG.
Quadro demografico. Il progressivo calo delle nascite sta modificando in modo significativo la platea di assistiti dei PLS. I dati ISTAT documentano una costante riduzione dei bambini della fascia 0-5 anni, per la quale l’iscrizione al PLS è obbligatoria: tra il 1° gennaio 2019 e il 1° gennaio 2025 si contano circa 430 mila potenziali assistiti in meno per i PLS (figura 1). «Di conseguenza nello stesso periodo – osserva il Presidente – il crollo delle nascite ha ridotto, su scala nazionale, il fabbisogno di PLS di oltre 500 unità in soli 6 anni».
Nel 2023 si sono registrati in Italia 379.890 nuovi nati, mentre 570.894 adolescenti hanno compiuto 14 anni. Considerando che il 57,5% della fascia 6-13 anni risulta ancora iscritto ai PLS, si stima che 328.264 assistiti siano transitati dai PLS ai MMG, a fronte di quasi 380 mila nuovi nati iscritti ai PLS. Il saldo comporta un incremento netto di oltre 50.000 assistiti per i PLS, con un conseguente aumento del carico assistenziale.
Massimale di assistiti. L’ultimo Accordo Collettivo Nazionale (ACN), in vigore dal 25 luglio 2024, ha fissato a 1.000 il numero massimo di assistiti per ciascun PLS, eliminando la precedente distinzione tra scelte ordinarie e in deroga. Una volta raggiunto questo massimale, il PLS può acquisire nuovi assistiti solo ricusando contestualmente un numero equivalente di bambini appartenenti alla fascia 6-13 anni. Al di sopra della soglia dei 1.000, l’unica eccezione prevista è l’iscrizione dei fratelli di assistiti già in carico. Deroghe temporanee al massimale di 1.000 possono essere concesse dalla ASL esclusivamente per un periodo limitato, in presenza di esigenze specifiche legate al contesto locale o a criticità organizzative (es. indisponibilità di altri PLS sul territorio).
«Il vero nodo – sottolinea il Presidente – è che la carenza di oltre 5.500 MMG, già evidenziata da una nostra precedente analisi, rischia di lasciare scoperti i ragazzi “ricusati” dal PLS, che potrebbero non trovare un MMG disponibile. In molti casi, quindi, l’unica soluzione resta l’estensione delle deroghe al massimale, alimentando un circolo vizioso di sovraccarico e riduzione della qualità dell’assistenza pediatrica».
Ambiti territoriali carenti. L’inserimento di nuovi PLS nel SSN avviene previa identificazione da parte della Regione – o di un soggetto da essa individuato – degli ambiti territoriali carenti, ovvero le zone dove è necessario colmare un fabbisogno assistenziale e garantire una distribuzione capillare degli studi dei PLS sul territorio. Secondo quanto stabilito dall’ultimo ACN, la carenza viene calcolata sulla base di un rapporto ottimale di 1 PLS ogni 850 bambini, o frazione superiore a 450. In particolare, per definire il fabbisogno si sommano tutti i residenti sotto i 14 anni, detraendo quelli della fascia 6-13 anni in carico ai MMG.
In assenza di accordi integrativi regionali, si considera che il 70% della popolazione tra i 6 e i 13 anni possa essere assistita dai PLS. «Sostanzialmente con il nuovo ACN – spiega il Presidente – rientrano nel calcolo del fabbisogno tutti gli assistiti in carico ai PLS, anche quelli della fascia 6-13 anni che in precedenza ne erano esclusi. Questo consente di parametrare correttamente il numero dei PLS rispetto alla popolazione effettivamente assistita».
Pensionamenti. Secondo i dati 2024 forniti dalla Federazione Italiana dei Medici Pediatri (FIMP), tra il 2024 e il 2028 andranno in pensione 2.598 pediatri di libera scelta, avendo raggiunto il limite massimo di età previsto, pari a 70 anni (salvo deroghe): dai 333 PLS del Lazio a 3 PLS in Valle d’Aosta (figura 2).
Nuovi PLS. Il numero di borse di studio per la scuola di specializzazione in pediatria, rimasto stabile per un decennio, ha registrato un incremento significativo negli ultimi 6 anni: da 496 borse nell’anno accademico 2017-2018 a 853 nel 2023-2024, con un picco di 973 nell’anno accademico 2020-2021 (figura 3). «Tuttavia – osserva Cartabellotta – considerato che gli specialisti in pediatria possono intraprendere anche la carriera ospedaliera, non è possibile prevedere quanti sceglieranno effettivamente di diventare PLS. Di conseguenza resta incerto se le nuove leve riusciranno a garantire un ricambio generazionale adeguato e uniforme in tutte le Regioni, oltre che colmare le attuali carenze».
Stima delle carenze di pediatri
Trend 2019-2023. Secondo l’Annuario Statistico del SSN 2023, pubblicato dal Ministero della Salute, nel 2023 i PLS in attività erano 6.706, ovvero 702 in meno rispetto al 2019 (-9,5%). «Una riduzione – commenta Cartabellotta – solo in parte compensata dal calo demografico». A preoccupare è anche il progressivo invecchiamento della categoria: la quota di PLS con oltre 23 anni di specializzazione è passata dal 39% nel 2009 al 77% nel 2023, segno di un ricambio generazionale sempre più rallentato.
Numero di assistiti per PLS. Secondo le rilevazioni della Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati (SISAC), al 1° gennaio 2024 risultavano attivi 6.484 PLS, con in carico oltre 5,8 milioni di assistiti: il 42,5% nella fascia 0-5 anni (2,48 milioni) e il 57,5% nella fascia 6-13 anni (3,35 milioni). Complessivamente, l’81,2% della popolazione ISTAT tra 6 e 13 anni risulta seguita da un PLS, con marcate differenze regionali: dal 92,6% della Liguria al 60,7% della Sardegna (figura 4).
In termini assoluti, la media nazionale è di 900 assistiti per PLS: superano il massimale di 1.000 assistiti la Provincia Autonoma di Bolzano (1.139), il Piemonte (1.119) e il Veneto (1.008) (figura 5). «Con un simile livello di saturazione – spiega Cartabellotta – il principio della libera scelta viene spesso ostacolato: in molte aree del Paese diventa difficile, se non impossibile, trovare un pediatra disponibile, sia nelle zone interne o periferiche, sia nei grandi centri urbani. In altre parole, la situazione reale è spesso più critica di quanto lascino intendere i numeri».
Stima della carenza di PLS al 1° gennaio 2024. «Tutte le criticità fin qui evidenziate – spiega Cartabellotta – permettono soltanto di stimare il fabbisogno di PLS a livello regionale, poiché l’individuazione delle zone carenti da parte delle ASL dipende da molteplici variabili locali». Se l’obiettivo è garantire la qualità dell’assistenza, una distribuzione capillare coerente con la densità abitativa, la prossimità degli ambulatori e il diritto alla libera scelta, non è corretto stimare il fabbisogno di PLS facendo riferimento al massimale con deroga.
Per questo motivo la Fondazione GIMBE, adottando il rapporto ottimale di 1 PLS ogni 850 assistiti e utilizzando le rilevazioni SISAC al 1° gennaio 2024, stima una carenza complessiva di 502 PLS, con forti squilibri regionali. Infatti, il 75,7% delle carenze si concentra in 3 sole grandi Regioni del Nord: Lombardia (180), Piemonte (108), Veneto (93). Al contrario, in 9 Regioni (Basilicata, Emilia-Romagna, Lazio, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia e Umbria) non si rileva alcuna carenza, poiché la media di assistiti per PLS è inferiore a 850 (figura 6).
«In realtà – precisa Cartabellotta – è necessario considerare due aspetti fondamentali. Anzitutto, l’ultimo ACN ha innalzato il rapporto ottimale da 600 a 850, “assorbendo” di fatto una quota consistente delle carenze registrate al 1° gennaio 2023. In secondo luogo, una stima su base regionale non intercetta le carenze localizzate, che si manifestano in territori a bassa densità abitativa, zone disagiate, aree montane».
«Nonostante il calo delle nascite – spiega Cartabellotta – alcune grandi Regioni del Nord, come Lombardia, Piemonte e Veneto, registrano carenze rilevanti di PLS in termini assoluti. Al di là dei numeri, però, la distribuzione capillare sul territorio resta fortemente influenzata da variabili locali non sempre prevedibili. Per un’adeguata programmazione del fabbisogno è indispensabile che ogni Regione disponga di stime accurate sul numero di pediatri che intraprendono effettivamente la carriera di PLS, integrate con le proiezioni ISTAT sulla denatalità. Ma non basta: servono modelli organizzativi orientati al lavoro in team e una piena attuazione della riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR (Case di comunità, Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare, telemedicina), accompagnata da accordi sindacali coerenti con gli obiettivi di ricambio generazionale e distribuzione capillare dei PLS, come indicato negli stessi atti di indirizzo. Perché guardando ai pensionamenti attesi, nonostante il calo delle nascite, non è affatto scontato che le nuove generazioni di PLS siano sufficienti a garantire il ricambio, né tantomeno a colmare le carenze attuali, che rischiano di aggravarsi ulteriormente, in particolare nelle aree più periferiche».
Le vaccinazioni rappresentano uno degli strumenti più efficaci per ridurre l’impatto sanitario, sociale ed economico delle malattie infettive, soprattutto nella popolazione anziana. Eppure, il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale (PNPV) non sempre tiene il passo con l’evoluzione scientifica e l’innovazione tecnologica: per alcuni vaccini il calendario resta fermo, le coperture incomplete, le disuguaglianze regionali marcate. Ne abbiamo parlato con Michele Conversano, presidente del Comitato tecnico scientifico di Happy Ageing, in occasione dell’Assise nazionale sulla prevenzione delle malattie infettive nell’anziano.
Nel corso dell’intervista, Conversano sottolinea come ogni euro investito in vaccinazione generi risparmi sanitari da venti a quaranta euro, ma denuncia la mancanza di una governance realmente efficace: «Abbiamo vaccini sicuri ed efficaci, ma non li offriamo in modo equo e tempestivo a tutti gli over 65». Tra le priorità indicate: aggiornare ogni anno il calendario vaccinale, promuovere la chiamata attiva e l’ampliamento dei punti vaccinali, integrare i diversi attori del sistema sanitario e soprattutto istituire una anagrafe vaccinale nazionale dell’anziano, oggi assente.
“Sostenibilità e Innovazione nella Colangite Biliare Primitiva: verso un modello di presa in carico efficiente e più vicino al paziente”: è il titolo del dialogue meeting organizzato dall’Italian Health Policy Briefing (Ihpb) presso la Fondazione Sturzo di Roma. Numerose le tematiche affrontate nel corso del dibattito: dalla diagnosi precoce all’integrazione dei percorsi di diagnosi e cura tra ospedale e territorio in una logica multidisciplinare, fino al pieno accesso alle innovazioni terapeutiche.
Durante l’evento è stato presentato il primo Manifesto Sociale sulla Pbc (dall’acronimo inglese Primary Biliary Cholangitis), un’iniziativa promossa da uno Scientific and Advocacy Network composto da società scientifiche (Aisf e Simg), associazioni dei pazienti, rappresentanti del mondo accademico e dell’advocacy, nonché da esponenti dei sistemi sanitari regionali. Il Manifesto nasce con l’intento di evidenziare le principali difficoltà che affrontano le persone affette da colangite biliare primitiva, sottolineando l’urgenza di risposte concrete per arrivare a un modello di presa in carico rapido ed efficace.
Pietro Invernizzi, direttore scientifico della Fondazione Irccs San Gerardo dei Tintori, European Reference Network (Ern) Rare-Liver Center, professore ordinario di Gastroenterologia università di Milano Bicocca e coordinatore della Commissione Malattie Rare Aisf, ha spiegato che «è un periodo di grandi novità per le persone affette da Pbc. Mi occupo di questa malattia da oltre 30 anni e ricordo che per molti anni non ci sono state novità nell’ambito della cura. Poi tante industrie farmaceutiche hanno finalmente deciso di investire nella Pbc ed abbiamo iniziato ad avere nuovi farmaci, e sempre più efficaci. Anche la conoscenza della malattia è migliorata e oggi la diagnosi è più tempestiva ed accurata».
«Importante a questo riguardo – ha proseguito – è stata l’attività di un’ampia comunità di epatologi esperti della Pbc che recentemente ha anche ricevuto un importante supporto dal programma Pnrr finalizzato a strutturare delle reti regionali collegate tra loro in una rete nazionale, con la finalità di migliorare la competenza nella diagnosi e nella gestione anche a livello di centri epatologici e di medicina generale di primo livello. Ovviamente il lavoro di squadra ci sta permettendo di portare avanti progetti di ricerca di valore sulla malattia».
La conoscenza della malattia è migliorata e oggi la diagnosi è più tempestiva ed accurata
La colangite biliare primitiva è una malattia epatica autoimmune, rara e progressiva, che danneggia i piccoli dotti biliari e che, se non trattata adeguatamente, può causare danni al fegato che possono portare a fibrosi e cirrosi epatica o, nella fase terminale della malattia, alla necessità di trapianto di fegato e morte. La patologia si manifesta prevalentemente tra i 45 e i 65 anni e nove pazienti su dieci sono donne.
In Italia, la prevalenza della Pbc è stimata in 27,9 casi per 100mila abitanti, con un’incidenza annuale di 5,31 casi ogni 100mila abitanti. La diagnosi di Pbc viene effettuata attraverso test biochimici, sierologici e talvolta istologici, spesso in assenza di sintomi specifici. La prognosi della malattia sta migliorando grazie a diagnosi più precoci e ad un inizio del trattamento più tempestivo, sebbene tale riscontro non sia presente egualmente su tutto il territorio nazionale.
Tuttavia, le complicanze legate alla diagnosi tardiva, in pazienti nei quali la patologia è già evoluta verso la cirrosi, sono associate a una prognosi sfavorevole e ad una ridotta aspettativa di vita. I sintomi più comuni comprendono fatigue e prurito, che possono interessare fino all’80% dei pazienti: sono sintomi all’apparenza aspecifici ma, se sottovalutati, possono diventare gravemente debilitanti, con un impatto negativo sulla qualità di vita delle persone affette da questa patologia. Attualmente, le terapie disponibili per il trattamento della Pbc mirano a rallentare la progressione della malattia. Oggi l’Udca è l’unico farmaco rimborsato per il trattamento in prima linea e per quel 20% di pazienti che non risponde in modo adeguato è disponibile elafibranor come terapia di seconda linea.
In Italia, la prevalenza della Pbc è stimata in 27,9 casi per 100mila abitanti
Uno dei temi sui quali si è registrata unanime convergenza è l’importanza di una più organica integrazione ospedale-territorio che possa favorire la presa in carico del paziente, anche mediante un approccio multidisciplinare. «Una presa in carico – ha sottolineato Edoardo Giovanni Giannini, professore ordinario di Gastroenterologia presso l’università di Genova, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Clinica Gastroenterologica dell’IRCCS ospedale Policlinico San Martino di Genova, componente della Commissione Malattie Rare di Aisf – che non solo faciliti la precoce identificazione dei pazienti, ma che sia anche concepita nella logica di garantire un accesso alle cure che sia adeguato alla condizione del malato, attraverso una collaborazione tra medico di medicina generale e specialisti operanti in strutture di riferimento, prevedendo una gradualità di presa in carico che includa cure di prima linea e cure di seconda linea».
Importanti indicazioni sono anche pervenute dal mondo advocacy, specie in relazione alla necessità che le risposte sanitarie possano essere sempre più incisive e produttive grazie al ricorso a strumenti e metodologie di lavoro innovativi come telemedicina e teleconsulto, in grado di facilitare la relazione a distanza tra paziente, medico di medicina generale e centro di riferimento.
Una sottolineatura cui si è aggiunta la raccomandazione del dottor Ivan Gardini, presidente Epac, che a proposito del riconoscimento della Pbc come malattia rara anche in Italia, ha evidenziato che è “una soluzione che consentirebbe l’accesso a una serie di benefici e semplificazioni tra le quali il più rapido inserimento dei farmaci nei prontuari regionali, la disponibilità di risorse per la ricerca, i finanziamenti alle associazioni e alle reti di centri specialistici che devono essere formalizzati e ben mappati sul territorio».
«Come Amaf Aps – le parole del presidente Amaf Aps, Davide Salvioni – da sempre al fianco dei pazienti, desideriamo evidenziare con forza un aspetto: la diffusione capillare delle conoscenze sulla Pbc. È un fattore chiave per permettere una maggiore equità di cura su tutto il territorio nazionale. Non possiamo accettare che la qualità dell’assistenza dipenda dalla regione o dalla struttura in cui ci si trova. Un’informazione capillare e aggiornata, rivolta sia ai professionisti sanitari che ai pazienti stessi, è fondamentale per una diagnosi precoce, un accesso tempestivo alle terapie e una gestione ottimale della malattia, ovunque ci si trovi in Italia».
«Questa iniziativa – ha concluso – segna un passo cruciale verso una sanità più inclusiva e responsiva. Ci auguriamo che il Manifesto sia un’occasione per un dialogo costruttivo e per azioni concrete che mettano sempre più al centro la persona con Pbc». Dal confronto “Sostenibilità e Innovazione nella Colangite Biliare Primitiva: verso un modello di presa in carico efficiente e più vicino al paziente” sono scaturite alcune parole d’ordine che dovrebbero essere alla base di una più incisiva risposta sanitaria alla Pbc: – Informazione e formazione per la consapevolezza di medici e pazienti – Tempestività diagnostica, prerequisito per evitare e contenere le complicanze – Integrazione ospedale-territorio – Presa in carico multidisciplinare del paziente – Innovazione, sul piano terapeutico e delle dotazioni tecnologiche – Riconoscimento pratico della Pbc come malattia rara.
La possibilità che si sviluppino in diversi paesi Europei, inclusa l’Italia, focolai di malattie che prima erano solo importate, come quelle causate da virus Dengue e Chikungunya, è in aumento negli ultimi anni, soprattutto per effetto della ripresa dei viaggi internazionali, della diffusione degli insetti vettori, soprattutto della cosiddetta ‘zanzara tigre’, e per l’aumento delle epidemie in paesi a clima tropicale e sub-tropicale.
A circa metà della stagione di sorveglianza, per fare il punto sulla situazione attuale delle arbovirosi endemiche nel nostro Paese (come quelle causate da virus West Nile e virus Toscana che stanno registrando negli ultimi anni incidenze in aumento) e per discutere di come affrontare i rischi legati alla trasmissione di virus emergenti come Dengue e Chikungunya, oggi e domani nella sede dell’ISS si terrà il convegno “Preparazione e Contrasto alle arbovirosi endemiche ed epidemiche in Italia“, che riunirà gli esperti nazionali (Ministero della Salute, IZS, ISS) e delle Regioni. Con l’occasione verranno forniti i numeri aggiornati della sorveglianza sulle arbovirosi, che dall’inizio dell’anno al 30 giugno 2025, vedono 68 casi confermati di infezione umana da virus Dengue (tutti associati a viaggi all’estero) e 22 casi confermati di infezione umana da virus Chikungunya (tutti associati a viaggi all’estero , in aumento rispetto allo scorso anno).
«Le Arbovirosi rappresentano un gruppo di malattie importanti per la Sanità Pubblica e necessitano di un vero approccio One Health per la prevenzione ed il controllo. Questo evento si si pone come un momento di scambio e confronto con operatori sanitari di diverse discipline operanti a livello nazionale e regionale in Italia per condividere dati, evidenze ed esperienze di contrasto – spiega Anna Teresa Palamara, che dirige il dipartimento di malattie Infettive dell’ISS –. Lo scopo sarà fare il punto sulla stagione in corso, e sulle attività di allerta rapida e valutazione del rischio, per preparare il periodo agosto-novembre in cui, oltre alla arbovirosi endemiche, è anche più elevato il rischio di osservare focolai autoctoni causati da virus emergenti a potenziale epidemico trasmesse da Aedes albopictus, in particolare Dengue e Chikungunya».
I numeri della sorveglianza e la situazione internazionale
Dal 1 gennaio al 30 giugno 2025, al sistema di sorveglianza nazionale implementato nella piattaforma dell’Istituto Superiore di Sanità risultano: 68 casi confermati di infezione umana da virus Dengue in Italia, tutti associati a viaggi all’estero (età mediana di 41 anni, 51% di sesso maschile, nessun decesso). La maggior parte delle infezioni sono state contratte in Centro e Sud America e in paesi del Sud Est Asiatico. Sono invece 22 i casi confermati di infezione umana da virus Chikungunya in Italia, in aumento rispetto agli scorsi anni e tutti associati a viaggi all’estero (età mediana di 49 anni, 50% di sesso maschile, nessun decesso). La maggior parte dei casi sono stati contratti in Madagascar e nell’isola Reunion e in Sry Lanka. Sono inoltre stati segnalati 4 casi confermati di virus Zika tutti importati.
Tra le arbovirosi endemiche, al 30 giugno 2025, sono stati segnalati 12 casi di TBE (tutti autoctoni, nessun decesso) e 5 casi di infezione da Toscana virus (nessun decesso). Sebbene sia stati segnalato un caso sporadico confermato di West Nile in mesi di bassa trasmissione, iniziano le prime segnalazione di circolazione virale in pool di zanzare con attivazione delle misure di controllo trasfusionali nelle province di Oristano e Venezia.
A livello internazionale, secondo le mappe messe a disposizione dall’Ecdc (qui quella per la Dengue, qui quella per Chikungunya), i casi di dengue (oltre tre milioni da inizio anno, con 1400 morti) si concentrano prevalentemente in America, soprattutto del Sud, Asia, Oceania e in alcuni paesi africani. La mappa per la Chikungunya (220mila casi con 80 morti) vede invece i casi concentrati in America del Sud, specialmente in Brasile, e in India.
Sono invece stati segnalati dall’inizio dell’anno al 25 giugno 2025 otto casi autoctoni di infezione umana da virus Chikungunya in sei regioni della Francia continentale: Prades le Lez in the Hérault , La Crau in the Var, in Bernis in the Gard, Montoison in the Drôme , Salon-de-Provence in the Bouches-du-Rhône e nel dipertimento Corse-du-Sud (Corsica) (link). Tra le arbovirosi emergenti è stata inoltre segnalato a ECDC nel 2025 un caso di infezione umana autoctona causata dal virus della febbre emorragica Crimea Congo, trasmesso da zecche del genere Hyalomma, in Spagna (nella Regione della Salamanca).
Il convegno
L’evento si realizza nell’ambito del NextGeneration EU-MUR-PNRR Extended Partnership Initiative sulle Malattie Infettive emergenti (INF-ACT) e in particolare nel Nodo 4 (Epidemiology, monitoring and modelling – EPI-MOD) con il supporto del Nodo 2 (Arthropod Vectors and Vector-Borne Diseases) che ha un focus sulla allerta rapida e valutazione del rischio in chiave One Health dei virus emergenti o riemergenti a potenziale epidemico e pandemico.
In questo ambito, l’evento tratterà le arbovirosi con particolare attenzione a quelle endemiche ed emergenti a potenziale epidemico in Italia, soffermandosi sulla sorveglianza integrata con funzione di allerta rapida e sulla valutazione del rischio in chiave One Health. L’obiettivo è fare il punto su tutte le arbovirosi di rilevanza per la sanità pubblica in Italia, ovvero le malattie infettive causate da virus trasmessi da artropodi vettori, come zanzare, zecche e flebotomi, con un confronto tra gli esperti nazionali e regionali sulle migliori pratiche e sulle sfide future.
I consigli per limitare i rischi
Per il momento il principale strumento preventivo contro la diffusione delle arbovirosi è la riduzione dell’esposizione ai vettori durante il periodo favorevole alla trasmissione. Per quanto riguarda le zanzare è consigliabile proteggersi dalle punture ed evitare che possano riprodursi facilmente:
usando repellenti e indossando pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe, quando si è all’aperto, soprattutto all’alba e al tramonto;
usando delle zanzariere alle finestre e soggiornando in ambienti climatizzati;
svuotando di frequente i contenitori con acqua stagnante (per esempio, secchi, vasi per fiori e sottovasi, catini, bidoni, ecc.) e coprendo quelli inamovibili;
trattando tombini e griglie di raccolta delle acque in giardini privati e spazi condominiali con larvicidi a partire da aprile-maggio, per tutta la stagione favorevole alle zanzare, con cadenza indicata sull’etichetta del prodotto;
cambiando spesso l’acqua nelle ciotole per gli animali;
svuotando le piscinette per i bambini quando non sono usate;
evitando le ore di maggiore attività: molte zanzare sono più attive all’alba e al tramonto, quindi è consigliabile evitare di esporsi all’aperto in queste ore o utilizzare maggiori precauzioni
Per chi viaggia, prima della partenza:
informarsi sui rischi: verificare quali arbovirosi sono endemiche o epidemiche nell’area di destinazione, consultando il sito del Ministero della Salute o dell’Istituto Superiore di Sanità;
consultare il medico: se si hanno dubbi o si rientra in categorie a rischio (es. bambini, anziani, donne in gravidanza, persone con patologie preesistenti), è consigliabile consultare il proprio medico curante per valutare eventuali precauzioni aggiuntive o vaccinazioni specifiche;
verificare la necessità di vaccinazioni: per alcune aree e patologie (es. encefalite da zecche) potrebbe essere consigliabile o obbligatoria la vaccinazione, specialmente per chi svolge attività all’aperto o soggiorna in zone rurali.
Al rientro:
continuare a prestare attenzione alla comparsa di eventuali sintomi, come febbre, dolori articolari, eruzioni cutanee;
se si notano sintomi, consultare immediatamente il proprio medico curante, fornendo informazioni dettagliate sul viaggio e sulle eventuali punture di insetti subite;
segnalare al medico la comparsa di febbre, soprattutto se accompagnata da dolori articolari
Un cambiamento radicale per chi sogna il camice bianco. A partire dall’anno accademico 2025/2026, l’accesso a Medicina, Odontoiatria e Veterinaria non sarà più regolato dai test d’ingresso tradizionali. Al loro posto nasce il Semestre aperto, con accesso libero, esami scritti e la possibilità di frequentare anche un corso di laurea affine, con il riconoscimento dei crediti formativi in caso di mancata ammissione al secondo semestre.
A firmare il decreto che rende operativa la riforma è stata la ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, che ha presentato la novità come una svolta nel segno del merito e della valorizzazione del tempo degli studenti.
Come funziona il nuovo sistema
Dal 1° settembre al 30 novembre, gli iscritti al Semestre aperto frequenteranno corsi su tre discipline fondamentali: Chimica e propedeutica biochimica, Fisica e Biologia. Ogni materia vale 6 crediti formativi, per un totale di 18. Gli esami finali si svolgeranno in due appelli nazionali, a novembre e dicembre, con 31 quesiti per materia, tra domande a risposta multipla e completamento. Ogni prova durerà 45 minuti. I punteggi, espressi in trentesimi (con possibilità di lode), concorreranno a formare una graduatoria nazionale. Per essere ammessi al secondo semestre di Medicina, sarà necessario ottenere almeno 18/30 in tutte e tre le prove.
Per chi non dovesse superare gli esami al primo tentativo, sarà possibile ripetere il Semestre aperto fino a tre volte, anche non consecutive. Intanto, ogni studente dovrà iscriversi anche a un corso affine, scelto tra Biotecnologie, Scienze Biologiche, Farmacia, Scienze Zootecniche o alcune professioni sanitarie. L’iscrizione al corso affine sarà gratuita e non comporterà obbligo di frequenza, ma permetterà comunque di mantenere attivi i crediti già acquisiti.
Il test d’ingresso cambia forma, ma resta una selezione rigida
In fase di iscrizione, tramite la piattaforma Universitaly, sarà necessario indicare la sede preferita per il Semestre aperto e almeno nove alternative, oltre a dieci sedi di interesse per il corso affine. Le università, in autonomia, potranno decidere come erogare la didattica (in presenza, online o in modalità mista) e dal 2026/2027 dovranno adeguare anche i piani di studio dei corsi affini.
Più equità o solo un nuovo filtro? Resta da capire se le università riusciranno a gestire l’aumento degli iscritti e se questo nuovo modello riuscirà davvero a garantire maggiore equità o se finirà per sostituire il numero chiuso con un numero programmato mascherato.
Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Nunzio Miraglia, coordinatore nazionale dell’ANDU (Associazione Nazionale Docenti Universitari) e Pierino Di Silverio, Segretario Nazionale ANAAO ASSOMED.
Nunzio Miraglia
Vantaggi e criticità della riforma
Per Miraglia non ci sarà alcun vantaggio, ma solo maggiori danni. «L’anno prossimo con la nuova riforma, che si ispira al modello francese, s’iscriveranno al “semestre filtro” circa 75.000 giovani e, dopo sei mesi, all’80% sarà impedito di proseguire a Medicina a causa della ghigliottina del numero chiuso. La decimazione avverrà il 20 novembre con tre esami-test nazionali: uno per ognuna delle tre materie che gli studenti avranno frequentato, con la possibilità di ripeterli il 10 dicembre. Insomma all’attuale unico test effettuato prima di entrare all’università, si sostituiranno tre test che potranno diventare sei. Va sottolineato che, di fatto, i corsi dureranno poco più di due mesi e che alla fine, per la prima volta nell’università italiana, a esaminare gli studenti non sarà il docente che avrà tenuto il corso. La valutazione avverrà attraverso un test impersonale, una modalità che palesemente mina l’autonomia e la libertà dell’insegnamento garantita dalla Costituzione».
«È una riforma suicida e populista – interviene Di Silverio. Un boomerang non solo sul piano dell’istruzione, ma anche su quello politico. Si stanno illudendo forse 100mila famiglie, facendo credere che i loro figli entreranno a Medicina. Ma il test non è stato davvero abolito: dopo il primo semestre dovranno comunque affrontarlo, solo che nel frattempo avranno seguito una formazione che sarà inevitabilmente di bassa qualità. Non ci sono né spazi, né risorse per accogliere 70 mila studenti. E in più, il giudizio finale sarà lasciato alla discrezionalità dei cosiddetti “baroni”, perché sarà il voto a determinare chi entra e chi no.
Il semestre filtro escluderà l’80% degli aspiranti medici dopo sei mesi
L’unico aspetto positivo della riforma poteva essere il cambiamento del test. Andava rivisto, certo, ma mantenendo l’attinenza con le materie della facoltà. Invece, si è scelta una strada diversa, si è deciso di rimandare tutto di sei mesi, illudendo tante famiglie e generando costi aggiuntivi, disorientamento e un allungamento dei tempi per tutti».
Il semestre filtro
Pierino Di Silverio
«L’84% degli studenti interpellati dal governo ha definito questa riforma suicida. E parliamo di un momento delicato, in cui c’è una carenza gravissima di medici e infermieri. Ma qui si confonde il diritto allo studio con il diritto all’iscrizione. Sono due cose diverse – aggiunge il Segretario ANAAO. Con questa riforma si aumentano i posti a Medicina per rispondere alla carenza, ma sappiamo bene che per formare un medico servono almeno 11 anni. Quindi, oggi aumentiamo i numeri e tra 11 anni ci ritroveremo con un surplus. Rivedremo i famosi “camici grigi” che non riescono ad accedere alle scuole di specializzazione. Avremo 50mila laureati per 20mila posti. Ciò alimenterà la precarietà e il lavoro sottopagato, tutto il contrario di ciò che il governo dice di voler combattere».
«Saranno mesi pesantissimi per gli studenti, che dovranno giocarsi il tutto per tutto per proseguire gli studi a Medicina, in forte competizione tra di loro – concorda Miraglia. E così avverrà quello che per decine di anni è successo in Francia, dove quel sistema di selezione è stato definito un “massacro generazionale”, una “macelleria didattica”, un “calvario”. Lo stesso Emmanuel Macron lo ha giudicato obsoleto, ingiusto e inefficace».
C’è spazio fisico o virtuale per tutti?
«La didattica non potrà che essere scadente perché, se molti studenti dovessero frequentare, sarebbe impossibile contenerli in aule normali e si dovrebbe ricorre a locali molto vasti, dove la calca renderebbe estremamente difficile seguire le lezioni in maniera proficua – afferma il coordinatore ANDU. Probabilmente si dovrà ricorrere alla didattica a distanza, fornendo così una didattica priva del rapporto diretto con il docente e con gli altri studenti».
Aule insufficienti e didattica fragile: il sistema sarà pronto?
«Se i test saranno nello stesso giorno per tutti, ci sarà bisogno di correggere circa 70mila prove e stilare graduatorie nazionali – aggiunge il Segretario ANAAO. Tutto questo rischia di far perdere l’anno accademico a molti. E non solo. Oggi chi non entra a Medicina spesso ripiega su Scienze infermieristiche. Con questa riforma, anche quei pochi posti saranno bloccati per mesi, in attesa dell’esito del semestre filtro. Si penalizza tutto il sistema: la formazione a Medicina, ma anche quella di altri corsi, perché per legge uno studente che si trasferisce da una facoltà all’altra non può sostenere esami nei primi sei mesi. Il danno è doppio.
Non ci sono spazi fisici sufficienti, né le infrastrutture digitali per una didattica a distanza adeguata. Come si organizzerà questo semestre? In presenza? Online? In modalità mista? Non si sa. Molte università non sono attrezzate. Siamo curiosi, e preoccupati, di vedere come finirà».
L’onere economico: spese per affitti, logistica e materiali didattici, da sostenere in una fase in cui non si è ancora formalmente immatricolati
«Né il governo, né i parlamentari hanno mai preso in considerazione i disastrosi effetti collaterali del modello francese, che si è voluto ad ogni costo approvare – ribadisce Miralgia. Eppure più volte e in più occasioni, studenti, organizzazioni dei medici, rettori, opinionisti e anche l’ANDU hanno avvertito che si stava effettuando una scelta devastante per i giovani, per le loro famiglie, per l’Università e per il Sistema sanitario. Tutto inutile: il modello francese andava imposto comunque, pur essendo chiaro che si trattava di un errore per migliaia di giovani.
Va aggiunto che la “graticola” del semestre-filtro renderà di gran lunga più florida l’industria della preparazione ai test. Preparazione prima dell’ingresso, sostegno allo studio delle tre materie, preparazione ai tre, ma anche sei, test-esame. Inoltre, i ricorsi amministrativi aumenteranno a dismisura e sarà più facile vincerli.
I costi per tentare di entrare a medicina aumenteranno e non poco, naturalmente per coloro che potranno permetterselo
Ancora una volta i giovani sono utilizzati come cavie, sottoponendoli a fantasiose e sempre disastrose modalità di ingresso a medicina. Per tanti anni si è avuto un solo test variamente ‘calibrato’, poi 4 test negli ultimi due anni delle superiori, poi di nuovo un solo test e ora il “semestre filtro” con ancora tanti test».
Si affronta concretamente la carenza di medici?
«Il numero chiuso non è stato affatto eliminato – spiega Di Silverio. Semplicemente non si chiama più così. In Italia, da sempre, si parla di “numero programmato”. Quando l’Italia era un Paese serio, le leggi prevedevano che il numero dei medici fosse definito in base ai fabbisogni territoriali e specialistici, raccolti ogni tre anni dalle Regioni e trasmessi al Ministero. Quella legge esiste ancora, non è stata toccata. Questa riforma era meglio non farla».
Per Miraglia, «la carenza dei medici non è legata alle modalità di accesso a Medicina, ma al numero chiuso. Da anni si è adottato il numero chiuso con la pretesa di potere “indovinare” quanti medici sarebbero serviti nei successivi 10-11 anni, il tempo per formare compiutamente un medico. Quanti medici (e in quali specializzazioni) saranno allora necessari nel Servizio Sanitario, quanti nel privato, quanti andranno all’estero, quanti abbandoneranno gli studi, quanti medici non faranno i medici? E ancora, quali e quanti saranno i bisogni sanitari da affrontare tra 10-11 anni e quale medicina ci sarà allora? Occorre inoltre considerare che il costituzionale diritto allo studio è anche diritto a scegliere cosa studiare».
Alternativa ai test prima dell’ingresso all’università
«L’alternativa è superare gradualmente il numero chiuso e nel frattempo abolire i test: questo è quello che da più di cinque anni l’ANDU propone. Occorre approvare un piano che preveda l’aumento progressivo degli ingressi al primo anno di Medicina, adeguando le strutture e il personale e sostituendo nel frattempo ogni selezione pseudo-meritocratica (che sarebbe comunque inadeguata e dannosa) con il sorteggio per l’ingresso al primo anno. Un sistema semplice, immediato, non costoso e inattaccabile dai ricorsi, a differenza di quanto sempre accaduto per i vari tipi di test utilizzati per sbarrare l’ingresso a Medicina. Peraltro il sorteggio è stato già impiegato in Olanda, risultando ‘equivalente’ al sistema dei test, cioè delle costose lotterie».
Taglio del nastro oggi per ESOD, acronimo di Équipe Ospedaliera Specializzata in Dipendenze del Centro Antiveleni IRCCS Maugeri Pavia dedicata allo studio delle nuove droghe e alla presa in carico di pazienti che utilizzano nuove sostanze per l’identificazione analitica, per il trattamento dei sintomi correlati all’abuso e per lo studio di cure che possano far tornare indietro le lancette della salute danneggiata. Nasce così a Pavia il primo e al momento unico centro operativo in Italia con focus sulle nuove sostanze psicoattive.
La tossicologia clinica in Italia è nata a Pavia, con l’avvio nel 1967 della prima Scuola di specializzazione in Tossicologia e con l’istituzione della Società Italiana di Tossicologia. Il Centro Antiveleni dell’IRCCS Maugeri Pavia si è affermato nel tempo come punto di riferimento nazionale anche nell’ambito delle droghe per la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Politiche Antidroga e a servizio di tutti gli ospedali del nostro Paese: è stato quindi scelto per gestire il primo progetto pilota nazionale da Guido Bertolaso, Assessore al Welfare di Regione Lombardia, presente oggi all’inaugurazione.
La tossicologia clinica in Italia è nata a Pavia nel 1967
«Intervenire sui giovani è priorità assoluta del Welfare di Regione Lombardia–ha dichiarato Guido Bertolaso, Assessore al Welfare di Regione Lombardia –. L’inaugurazione oggi della prima ESOD è un passaggio importante per gestire un problema di una società che sta invecchiando e deve dedicare sé stessa a tutela dei giovani che vivono in questo Paese. Partiamo con l’attuazione di una legge regionale lungimirante sulla gestione delle dipendenze e concretizziamo un progetto trasversale sul territorio, con tutti i soggetti coinvolti in ambito sanitario: istituzioni, università, enti privati convenzionati. Abbiamo stanziato 6 milioni di euro per riuscire a realizzare questi interventi in Regione Lombardia. Sperimentiamo come funziona questo nuovo approccio multidisciplinare e integrato qui a Pavia e, quando avremo sufficiente esperienza lo trasferiremo anche a Milano, in Brianza e poi in tutte le altre Province della Regione. Questa sicuramente sarà un’ottima practice per tutto il Paese. Abbiamo il dovere di intervenire per ridurre al massimo le conseguenze delle droghe e per accompagnare i giovani in un percorso che li liberi definitivamente da queste sostanze».
ESOD è l’unica équipe in Italia e in Europa di questo tipo
All’incontro inaugurale erano presenti anche Lorella Cecconami, Direttore Generale ATS Pavia, Giancarlo Iannello, Direttore Servizi Sanitari ASST Pavia, Luca Damiani, Presidente Esecutivo Maugeri e Carlo Locatelli, Direttore del Centro Antiveleni IRCCS Maugeri Pavia e ora anche di ESOD.
«ESOD è l’unica équipe in Italia e in Europa di questo genere – commenta CarloLocatelli –. Abbiamo un’esperienza unica nel Paese, maturata in oltre 15 anni, sulle problematiche correlate all’abuso di nuove droghe e di sostanze psicoattive che ci ha resi un punto di riferimento nazionale in questo ambito. Non andiamo a sostituire l’attività dei SerD, ma rispondiamo all’esigenza di un mondo che risulta ancora sconosciuto sul piano medico e sul quale occorre, da un punto di vista deontologico e sanitario, sperimentare un modello per la gestione e la cura di questi pazienti».
Il personale
Il personale di ESOD è composto da medici del Centro Antiveleni dell’IRCCS Maugeri Pavia e da personale infermieristico specializzato, supportati da specialisti di Maugeri e da psichiatri di ASST Pavia. ESOD lavora su problematiche complessive: dalla ricerca molecolare a quella analitica per arrivare alla ricerca sui soggetti intossicati. In un unico servizio si concentrano le capacità scientifiche, diagnostiche e terapeutiche necessarie per delineare un modello di gestione di un problema molto grave di salute pubblica e che rappresenta una nuova sfida per l’intero Servizio Sanitario Nazionale.
«L’attivazione della prima Équipe Specializzata Ospedaliera per le Dipendenze (ESOD) presso il Centro Antiveleni dell’IRCCS Maugeri di Pavia rappresenta un tassello significativo all’interno del progetto sperimentale promosso da Regione Lombardia per lo sviluppo di modelli innovativi per la presa in carico dei giovani con dipendenze da nuove sostanze psicoattive – ha dichiarato Lorella Cecconami, direttore generale ATS Pavia –. La sperimentazione, affidata all’ATS di Pavia e sostenuta con uno stanziamento regionale di 675mila euro, consente di mettere a sistema competenze specialistiche e percorsi integrati tra ospedale e territorio, rafforzando così la capacità del sistema sanitario di rispondere a bisogni clinici emergenti. Intercettare precocemente situazioni complesse, costruire percorsi terapeutici efficaci e favorire il recupero rappresentano obiettivi prioritari. Il progetto che avviamo oggi va proprio in questa direzione, con l’ambizione di contribuire a un’evoluzione concreta dei percorsi di cura».
Quali sono le nuove droghe
Sono 1.050 le nuove droghe. Fra quelle che di recente hanno creato intossicazioni di difficile diagnosi vi sono i catinoni, le ketamine e il muscimolo, composto chimico contenuto in natura anche in alcuni funghi che viene “spacciato” in cioccolato e caramelle facilmente reperibili nel web.
«Le Nuove Sostanze Psicoattive rappresentano un notevole problema, soprattutto per la penetrazione territoriale, il cui mercato viaggia protetto nel dark web e raggiunge ogni più piccolo centro in forma anonima, sotto le forme insospettabili – ha dichiarato Giancarlo Iannello, Direttore Sociosanitario ASST Pavia -. Gli utilizzatori ricercano molteplici effetti dalla loro assunzione che infrangono i normali schemi percettivi e comportamentali. Per queste premesse ASST rappresenta attraverso la collaborazione tra gli psicopatologi e i medici delle dipendenze un valore aggiunto per ESOD. La collaborazione con il CAV è, non soltanto pluridecennale e quotidiana, fatta di telefonate, riscontri, follow-up, briefing e, naturalmente, tanta ricerca e formazione».
«Dal punto di vista diagnostico, qui in Maugeri Pavia abbiamo capacità analitiche per identificare le nuove sostanze grazie anche al supporto di laboratori del Policlinico San Matteo e dell’Università di Pavia. Sotto il profilo terapeutico abbiamo la convinzione assoluta, basata su dati scientifici, che il trattamento di questo tipo di patologia debba basarsi contemporaneamente su due pilastri: da un lato il problema della dipendenza intesa così com’è, cioè una problematica psichiatrica e psicologica, per la gestione degli aspetti comportamentali, dall’altra parte dobbiamo curare i danni biologici che queste sostanze procurano al cervello, indagarli con tecniche raffinate sia di diagnostica per immagini che con biomarkers specifici per poi approcciare trattamenti innovativi al fine di rimediare al danno neuronale provocato dalle sostanze», ha spiegato Locatelli.
Attivi subito 4 posti letto, verranno accettati in reparto solo pazienti che transitano attraverso il sistema di urgenza, provenienti cioè dal Pronto Soccorso, dai Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, dalle rianimazioni della Provincia di Pavia. Al paziente, una volta stabilizzato, verrà chiesta la disponibilità di trasferimento presso ESOD per le indagini e le attività sperimentali di diagnosi e trattamento.
Nel suo intervento Luca Damiani, Presidente Esecutivo Maugeri ha ricordato: «ESOD è un progetto rilevante di collaborazione pubblico privata convenzionato voluto insieme a Regione Lombardia e ATS Pavia e coinvolge in maniera sinergica l’Ospedale San Matteo, ASST Vigevano e Voghera, un esempio virtuoso di integrazione tra le esigenze del territorio e le competenze del Centro Antiveleni Maugeri. Conosciamo tutti le criticità derivanti dall’uso e abuso di nuove sostanze. Poterne analizzare da vicino composizione ed effetti è importante per curare rapidamente e frenare questo fenomeno negativo e nel contempo per lavorare alla ricerca di terapie e percorsi di cura che possano prendere in carico i nostri giovani pazienti».
«Non esiste attualmente nessun modello di diagnosi e cura specifico per le nuove droghe. ESOD è un unicum – commenta Locatelli -. Per questo motivo dobbiamo procedere un passo alla volta, recependo i feedback dei pazienti, cercando di capire come queste persone manifestano i loro problemi, cosa tollerano di fare e cosa no nell’ambito del ricovero. Il desiderio in prospettiva è quello di ampliare la capacità di ricezione e gestione di questi pazienti e di creare un modello per il Paese».