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Chi è il disability manager e perché è sempre più necessario

Una figura professionale che nasce con l’obiettivo di garantire piena inclusione e accessibilità alle persone con disabilità, superando ostacoli e barriere in ogni ambito della vita quotidiana e sociale. Dal lavoro alla scuola, dalla sanità agli spazi pubblici e culturali, fino al tempo libero. La sua funzione è individuare e rimuovere non solo barriere architettoniche, ma anche sensoriali, cognitive, organizzative e culturali, per promuovere l’autonomia e tutelare la dignità di ogni persona. Non si tratta di un ruolo assistenziale, ma di una figura strategica che lavora in modo trasversale e multidisciplinare, dialogando con amministrazioni, aziende, progettisti ed enti culturali e sanitari per sviluppare soluzioni inclusive e durature.

In Italia manca ancora una normativa completa per il disability manager che, però, sta acquisendo sempre più riconoscimento grazie a protocolli, regolamenti regionali e iniziative locali. I principali riferimenti normativi risalgono alla Legge 104/1992, che stabilisce il principio di abbattimento delle barriere per garantire i diritti delle persone con disabilità, e alla Legge 67/2006 che rafforza la tutela contro ogni forma di discriminazione. Alcune regioni, tra cui Lazio, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, hanno avviato percorsi formativi e riconoscimenti ufficiali, ispirandosi alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (ratificata dall’Italia con Legge 18/2009). Sul piano professionale, rientra nelle professioni non regolamentate riconosciute dalla Legge 4/2013, che tutela le attività professionali non organizzate in ordini o collegi, purché svolte con competenza, trasparenza e responsabilità.

SIDiMa (Società Italiana Disability Manager) e di AIDiMa (Associazione Italiana Disability Manager), sono le prime realtà a lanciare e a promuovere in Italia, dal 2011, la figura dei disability manager, anche con il supporto di reti formative come DIMA (Disability Management Academy). L’obiettivo è consolidare una cultura professionale strutturata che comprende percorsi formativi certificati, esperienze sul campo e collaborazioni con enti locali, aziende e università. In particolare, AIDIMa ha istituito presso il Ministero dello Sviluppo Economico e la Presidenza del Consiglio dei Ministri un albo professionale dei Disability Manager (ai sensi della legge 4 del 2013).

Comuni e inclusione

Nel mese di giugno, a Padova, è stato siglato un Protocollo d’Intesa tra Anci Veneto e SIDiMa per promuovere politiche inclusive nei comuni trevigiani. L’accordo mira a valorizzare la figura del disability manager negli enti locali, superando una visione limitata al solo ambito lavorativo per promuovere, invece, una partecipazione trasversale e diffusa nei servizi pubblici, nella cultura, nel turismo e nella vita quotidiana. Il protocollo prevede azioni concrete di informazione, formazione e supporto, con l’istituzione di un Tavolo Tecnico Congiunto per monitorare le attività, sviluppare nuovi progetti e verificarne i risultati. L’obiettivo è creare un modello replicabile che contribuisca a costruire sul territorio una rete stabile di professionisti qualificati, diffondendo una cultura dell’inclusione concreta, partecipata e condivisa.

TrendSanità ne ha parlato con Rodolfo Dalla Mora, presidente nazionale di SIDiMa e AIDiMa.

Cosa fa concretamente un disability manager e dove opera?

Rodolfo Dalla Mora

«È un facilitatore, una figura professionale che, attraverso un percorso formativo dedicato, acquisisce competenze specifiche e sviluppa un ambito di intervento all’interno della propria professione di base. Mi spiego meglio. Io, ad esempio, sono un architetto, ma tra i nostri iscritti alla Disability Management Academy ci sono anche avvocati, educatori, medici, Terapisti occupazionali, assistenti sociali e architetti, figure molto diverse, tutte con una propria formazione e iscrizione all’albo professionale. Dico questo perché il disability management non è una professione a sé, ma una competenza specialistica che si innesta in una professionalità esistente.

Nel mio caso, ho seguito diversi percorsi di specializzazione, un master in Disability Management presso l’Università Tor Vergata di Roma, altri in Bioetica e Tecnologie assistive, un altro in biotecnologie e così via. Mi occupo di questi temi da oltre 35 anni. Svolgo la mia attività come architetto, collaborando con enti pubblici e in particolare con il Comune di Treviso, dove sono anche disability manager. Ma opero anche in ambito sanitario, che è forse l’aspetto meno noto. Da oltre 20 anni, infatti, lavoro come disability manager presso un ospedale riabilitativo di alta specializzazione, l’Ospedale di Motta di Livenza, in provincia di Treviso. Lì sono responsabile dell’ufficio accessibilità e del servizio CAD, cioè il Centro per l’Adattamento dell’Ambiente Domestico».

Che tipo di supporto offre?

«I pazienti che seguiamo possono restare ricoverati anche per lunghi periodi, da un mese a un anno. Si tratta spesso di persone con disabilità complesse. Il mio lavoro consiste nell’interfacciarmi con l’équipe riabilitativa, medici, fisioterapisti, terapisti occupazionali, psicologi, per capire quale sarà il percorso di recupero della persona. Poi tradurre tutto questo in soluzioni pratiche: adattamenti ambientali, percorsi per la mobilità assistita o autonoma, fino al supporto per il conseguimento della patente. Ma, soprattutto, il disability manager è un costruttore di reti. Reti territoriali e reti tra servizi e istituzioni. Per questo nel 2020 abbiamo anche redatto un Manifesto del Disability Manager».

In che modo è una figura trasversale?

«Solitamente si considera legata all’ambito lavorativo, anche a livello normativo. È vero, può operare anche nel contesto aziendale, ma non è un ruolo esclusivamente legato all’inclusione lavorativa. È un facilitatore della disabilità e proprio per questo deve poter agire in maniera trasversale, in tanti ambienti diversi. Le faccio un esempio: quando realizziamo adattamenti ragionevoli per una persona, non lo facciamo solo pensando all’ambiente di lavoro, ma lo facciamo in tutti gli ambiti della vita quotidiana, casa, scuola, ospedale, tempo libero, viaggi, musei, ecc. ».

Chi volesse formarsi per diventare disability manager, che percorso deve seguire?

«Il fatto che la figura non sia ancora normata, significa che non esiste un percorso formativo ufficiale, riconosciuto a livello nazionale, né un profilo professionale unico. Tuttavia, esistono diversi enti accreditati, università e istituzioni che organizzano corsi, master e percorsi formativi, più o meno strutturati, su questi temi. All’interno di AIDiMa e DIMA, ad esempio, abbiamo stabilito dei criteri minimi per l’iscrizione. Per accedere è necessario aver seguito almeno 80 ore di formazione specifica. Sul nostro sito si può trovare l’elenco delle persone iscritte, ognuna delle quali riceve un numero progressivo di iscrizione, più un codice con una lettera che identifica il tipo di percorso formativo effettuato. Dico questo perché purtroppo, oggi, c’è un vero e proprio pullulare di proposte formative, alcune delle quali sono davvero al limite della decenza, con corsi di appena 12 ore, massimo 40».

I vostri percorsi formativi, invece, quanti ne prevedono e quali sono i requisiti di accesso?

«Partono da un minimo di 80 ore, che è il requisito base per l’iscrizione all’albo, e arrivano anche a 200 o 250 ore. Inoltre, collaboriamo con una decina di università italiane e i percorsi hanno diversi livelli di approfondimento. All’interno del percorso formativo di DIMA abbiamo anche moduli obbligatori con crediti formativi, proprio per garantire una formazione continua e strutturata. Quanto ai requisiti, occorre almeno una laurea triennale. È il titolo minimo per accedere alla formazione e poi all’albo».

In quali settori un disability manager può trovare più facilmente occupazione?

«Gli ambiti sono i più diversi. Tra chi frequenta i nostri corsi, ci sono persone che lavorano in cooperative sociali, in aziende, nel settore della sanità, oppure si occupano di accessibilità digitale. Ultimamente, sta crescendo l’interesse delle aziende, quindi nell’ambito professionale, ma in azienda, da solo, il disability manager non può fare molto, va inserito in un team. Per questo i nostri percorsi prevedono moduli specifici.

Non ci limitiamo a spiegare la Legge 68 sul collocamento mirato, ma affrontiamo anche temi come progettazione universale, accessibilità e comunicazione inclusiva

C’è una cosa importante da dire: tutti i nostri docenti sono disability manager operativi, non teorici. Non facciamo “lezioni frontali”, condividiamo esperienze di chi lavora davvero sul campo. Abbiamo anche lanciato una collana editoriale che si chiama “Per una nuova cultura della disabilità”. Non ci guadagniamo nulla, ma ci teniamo molto a promuovere questa cultura, a livello divulgativo e professionale».

Esiste una rete europea dei disability manager?

«Non ancora. Ogni Paese ha un’impostazione diversa. Ad esempio, in Germania il disability manager è associato più alla tutela assicurativa del lavoratore, quindi segue le indennità e gli infortuni. Se guardiamo al Canada, invece, è più integrato nelle aziende, sul piano organizzativo. In Italia, invece, stiamo puntando molto sul versante sanitario».

In cosa consiste il lavoro quotidiano di un disability manager?

«Si lavora sul campo, in relazione diretta con le persone. Faccio un esempio, semplice ma chiaro. Come ho detto, sono disability manager sia del Comune di Treviso, sia dell’Ospedale di Motta di Livenza. Nel primo caso, lavoro su una scala comunitaria, faccio progettazione partecipata, interventi che riguardano la città, i servizi, la mobilità, l’accessibilità urbana.
In ospedale, invece, il mio lavoro è sartoriale, cucito su misura sui bisogni specifici della persona. Mi occupo di soluzioni personalizzate in base al grado di autonomia, alle capacità residue, al contesto domestico e sociale in cui quella persona tornerà a vivere. Sono due approcci completamente diversi ma necessari».

CCW dà il via alla prima indagine sulla prescrizione sociale di attività artistiche e culturali in Italia

Il Cultural Welfare Center dà il via alla prima indagine sulla prescrizione sociale di attività artistiche e culturali in Italia. La rilevazione ha l’obiettivo di delineare il panorama attuale delle iniziative italiane che, su indicazione di medici, psicologi, e altri operatori sanitari, integrano pratiche artistiche e culturali nei percorsi di prevenzione e cura, contribuendo al ben-essere e alla salute delle persone.

Possono partecipare enti e operatori dei settori artistico, culturale, sanitario, educativo e sociale, Pubbliche amministrazioni e investitori sociali che abbiano già sperimentato – o intendano sperimentare – l’inserimento di attività artistiche e culturali nei propri programmi attraverso una logica di prescrizione sociale, con la messa a sistema delle risorse di comunità consigliate dal mondo sanitario per promuovere la salute.

La prescrizione sociale, consolidata da anni in Paesi come il Regno Unito, è un approccio centrato sulla persona che mira a promuovere la salute e la coesione sociale, indirizzando le persone verso attività che – pur non essendo di natura clinica – hanno un impatto positivo sul ben-essere, come laboratori creativi, visite museali, teatro, lettura, musica. Questo modello di assistenza personalizzato e centrato sulla persona può contribuire ad alleggerire le pressioni sul sistema sanitario, come dimostrano numerosi studi.

In Italia la prescrizione sociale della cultura e dell’arte è ancora in fase sperimentale e frammentata, e raccogliere dati e pratiche è esserziale per:

  • comprendere le diverse forme in cui la prescrizione sociale si declina;
  • fare emergere obiettivi, modalità operative e risultati;
  • sostenere lo sviluppo;
  • costruire una base solida per politiche e interventi sistemici

Per partecipare, basta compilare un questionario online entro il 30 settembre: la partecipazione richiede circa 20 minuti e le risposte saranno trattate in forma anonima e confidenziale. L’indagine rientra in un progetto di ricerca del Cultural Welfare Center, grazie alla collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo – Obiettivo Cultura, Missione Favorire partecipazione attiva.


Insediato il nuovo Consiglio Superiore di Sanità: Alberto Siracusano alla presidenza

Si è insediato oggi, 8 luglio 2025, alla Presenza del Ministro della Salute Orazio Schillaci, il nuovo Consiglio superiore di sanità per il triennio 2025-2028.

«Il Consiglio Superiore di Sanità rappresenta, da sempre, un pilastro della sanità italiana e un riferimento per tutto il sistema sanitario nazionale. L’attuale Consiglio ne è una conferma e garantisce elevati profili scientifici e professionali. A tutti i membri del Consiglio auguro buon lavoro», ha detto il Ministro Schillaci aprendo la seduta di insediamento.

Nel corso del suo intervento il Ministro ha ricordato la rilevanza dell’attività del Consiglio Superiore di Sanità attraverso la formulazione di proposte e pareri in aree della sanità pubblica di grande interesse e impatto sulla salute e la vita dei cittadini.

«Non mancherà il supporto delle strutture ministeriali e degli altri componenti di diritto del Consiglio – ha aggiunto il Ministro – Inoltre, in conformità alla normativa di riferimento, provvederò a predisporre un elenco di esperti per le aree tematiche non rappresentate nella composizione del Consiglio».

La riunione è proseguita con la designazione per acclamazione a Presidente del Consiglio Superiore di Sanità di Alberto Siracusano, affiancato da Annamaria Colao e da Alberto Mantovani, in qualità di vicepresidenti.

«Ringrazio l’assemblea per l’incarico che mi è stato assegnato – dichiara Alberto Siracusano -. Con il supporto prezioso dei vicepresidenti, due eccellenze della medicina, lavoreremo insieme al Consiglio per dare il nostro contributo a tutela della salute pubblica, in un’ottica One Health, anche con attenzione alla salute mentale per una visione più ampia e inclusiva della sanità».

Il Consiglio Superiore di Sanità è il massimo organo tecnico consultivo del Ministero della Salute e si compone di membri di diritto e di 30 membri non di diritto nominati dal Ministro della Salute.

Health Equity Italy, il Centro per orientare le politiche a partire dalle disuguaglianze

Orientare le politiche di benessere a partire dallo studio delle diseguaglianze attraverso i principali indicatori di salute. È questo uno degli obiettivi dell’Health Equity Italy, il Centro Interdipartimentale dell’Università di Torino presentato il 30 giugno scorso.

Il Centro è nato sotto la Mole nel 2022, dalla collaborazione del Dipartimento di Scienze Cliniche e Biologiche, di quello di Culture, Politica e Società e di quello di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis”. 

Tra i suoi scopi c’è anche la costituzione di banche dati che permettano il tracciamento e lo studio delle storie di salute, di lavoro e di vita ricorrendo ai dati amministrativi. L’ambizione è creare uno spazio di confronto e ricerca interdisciplinare di contrasto alle disuguaglianze.

«HEI nasce da un’intersezione di interessi – ha affermato in apertura il Direttore del Centro, Fulvio Ricceri -: lo studio eziologico sulle disuguaglianze di salute, lo studio sulle relazioni lavoro-pensione-salute e la costruzione di reti e laboratori sul territorio». Sottotraccia, il lavoro per stimolare un approccio integrato ed intersettoriale e promuovere politiche efficaci di contrasto alle diseguaglianze in salute

Il database WHIP Salute

Roberto Leombruni, associato di Statistica economica presso il Dipartimento di Economia e Statistica “Cognetti de Martiis”, ha posto l’accento sul rapporto tra infortuni sul lavoro e dati a disposizione: «Spesso vediamo che i primi sono in aumento, ma non ci interroghiamo mai se è aumentato il numero di lavoratori o il rischio. Con le informazioni raccolte in WHIP Salute cerchiamo di uscire dai numeri assoluti aggiungendo i denominatori».

WHIP Salute è un database che monitora la salute dei lavoratori nel nostro Paese sopperendo, almeno in parte, all’assenza di studi longitudinali. Il sistema di sorveglianza è basato sui flussi provenienti dagli archivi amministrativi dell’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS), dell’Istituto Nazionale per l’Assicurazione sul lavoro (INAIL) e del Ministero della salute. È importante che il database sia integrato da più fonti, poiché per esempio l’INAIL non copre tutte le categorie di lavoratori. «Va da sé che chi non è assicurato non compare mai tra gli infortunati», ha osservato Leombruni.

Chiusure aziendali, contesto economico, esperienza e precarietà sono fattori che influenzano il rischio di infortunio

E poi sono tanti i motivi per cui delle persone possono “sfuggire” al database INAIL: secondo un’indagine campionaria somministrata a 1.500 lavoratori tra 18 e 45 anni, è emerso che circa la metà degli intervistati in caso di infortunio dichiara di mettersi in malattia anziché aprire una pratica INAIL; uno su quattro non beneficia né della copertura INPS né di quella INAIL; tra i dipendenti a tempo determinato la percentuale di lavoratori che denuncia l’infortunio è la metà rispetto a coloro a tempo indeterminato; nel caso dei lavoratori a partita IVA, anche nel caso degli infortuni con almeno due settimane di assenza dal lavoro, solo un lavoratore su tre beneficia di un intervento dell’INAIL.

I dati di WHIP Salute ci dicono che, al di là delle esposizioni a rischi fisici, chimici o biologici, i fattori di rischio socio-economici e di carriera che influenzano maggiormente il rischio di infortuni sono: le chiusure aziendali, il contesto economico, il livello di esperienza e la precarietà. Chi perde il lavoro o è in una condizione di instabilità è più propenso ad accettare lavori che non garantiscono un adeguato livello di sicurezza. Per contro, il rischio di infortuni si appiattisce dal terzo anno che si passa nello stesso posto. «I dati ISTAT ci dicono che circa il 40% degli occupati sotto ai 25 anni ha iniziato la propria occupazione da meno di un anno, mentre i dati WHIP che solo il 20% dei rapporti di lavoro iniziati da un anno dura almeno tre anni».

Il WHIP Salute è inserito nel Programma Statistico Nazionale e prevede il rilascio di dati che sono molto utili per la comunità scientifica: «Grazie ad un finanziamento Age-IT/PNRR stiamo finalizzando sia la costruzione di un File per la ricerca da rilasciare a università e istituzioni, sia modi collaborativi per l’accesso sicuro a versioni più dettagliate dei dati», ha concluso Leombruni.

La metrica della salute disuguale

In chiusura, Giuseppe Costa, presidente HEI e professore emerito di Igiene all’Università di Torino, ha portato un suo cavallo di battaglia: l’importanza della metrica della salute disuguale. Misurare le disuguaglianze (sociali, economiche, di contesto…) che impattano sulla salute permette di costruire agende politiche con azioni finalizzate a garantire a tutti una salute più equa e di definire le priorità di investimento. Il percorso è lungo, ma negli ultimi anni ci sono stati compiuti dei passi in avanti.

Nel 2017 il Ministero della Salute ha pubblicato il report “L’Italia per l’equità nella salute”, che istituiva l’Health Equit Audit (HEA), proponendo che diventasse un criterio valutativo nei sistemi di rendicontazione. «Il requisito minimo è che sia facilitato e garantito l’accesso a dati stratificati per posizione sociale attraverso i quali rilevare e valutare l’esistenza di livelli disuguali di salute», ha rilevato Costa. L’HEA è diventato obbligatorio nei Piani Regionali di Programmazione: «È vincolante per ottenere l’approvazione dei documenti, ma mancano adeguati interventi a sostegno». 

Il requisito minimo è poter accedere a dati sociali stratificati

Un altro passo in avanti è la nascita del progetto BES all’interno dell’ISTAT, con una serie di indicatori volti a misurare il benessere delle persone. «Questi indicatori sono entrati anche nel documento di accompagnamento alla Legge di Bilancio».

Le sfide ancora sul tavolo per consolidare la strategia italiana nell’equità in salute restano:

  • la costruzione di un indicatore di posizione sociale in ogni sistema informativo e non solo in ambito sanitario;
  • lo studio dei meccanismi di generazione di salute disuguale per capirne l’evitabilità;
  • l’arricchimento dei sistemi longitudinali di indagine

L’Health Equity Italy si pone tra gli obiettivi anche questi, agendo sia nella fase di ricerca e di attivazione di infrastrutture longitudinali, sia sull’applicazione dei metodi a vari livelli, sia per quanto riguarda la comunicazione, per rendere più informati i processi decisionali presso i policy maker e il pubblico.

Farmaci biosimilari, IBG – Egualia: con i dati di Real World subito un tavolo con le Regioni per superare le disuguaglianze

Nel panorama europeo il settore italiano dei biosimilari è caratterizzato da una particolare vitalità: nel 2024 infatti, per la prima volta, le 20 molecole biosimilari in commercio hanno assorbito il 51,2% dei consumi nazionali, a conferma del fatto che questi farmaci rappresentano oggi una leva cruciale per garantire l’accesso equo alle cure, soprattutto per i cronici, e per mantenere sostenibile il SSN.

Tuttavia per mantenere e ottimizzare l’uso di biologici e biosimilari, incrementando il vantaggio per i pazienti, è però necessario fare tesoro dei dati di real world, riferiti alla popolazione generale e a sottocategorie di pazienti poco rappresentate negli studi clinici, definendo tra vari stakeholder le «regole del gioco» per il loro utilizzo in ambito regolatorio a livello nazionale e loco-regionale.

E su questo obiettivo che si è focalizzato l’appuntamento annuale dell’Italian Biosimilar Group (IBG) di Egualia dal titolo “Il Ruolo dei Farmaci Biosimilari: un’opportunità di Valore”, organizzato oggi a Roma con la partecipazione di esperti di settore, associazioni dei pazienti e autorità di regolamentazione nazionali e regionali, a partire dai rappresentanti di AIFA e del Ministero della Salute.

Starter del dibattito gli studi illustrati da Gianluca Trifirò, ordinario di Farmacologia all’Università di Verona e coordinatore scientifico dello spin-off INSPIRE (INnovative Solutions for medical Predictions and big data Integration in REal world setting): in primis il progetto VALORE, finanziato da AIFA, che ha coinvolto 16 regioni italiane, analizzando i dati di oltre 340mila utilizzatori di farmaci biologici affetti da malattie infiammatorie croniche autoimmuni.

«Nonostante il crescente ricorso ai biosimilari nel corso dell’ultima decade si osserva ancora in parte un sottoutilizzo di tali farmaci specialmente in alcune aree terapeutiche ed in alcune Regioni – ha spiegato Trifirò -. Da attenzionare nel setting post-marketing – ha proseguito – sono anche i molteplici switch tra originator e biosimilari e tra differenti biosimilari della stessa molecola tra cui spicca quel 10% dei pazienti che switchano da originator a biosimilare per poi tornare all’originator, fenomeno dettato probabilmente da una non piena consapevolezza sui prodotti da parte dei pazienti».

Dubbi e criticità, ha annunciato Trifirò, che saranno affrontati in successivi studi: «Il progetto VALORE avrà continuità con un altro progetto nazionale di farmacovigilanza, già approvato da AIFA, denominato VULCANO. Grazie ad esso – ha concluso – sarà possibile costruire un’infrastruttura dati di larga scala ed un network di ricerca che include regolatori, decisori regionali, associazioni dei pazienti, clinici e ricercatori, con il fine ultimo di monitorare nel setting di real world appropriatezza prescrittiva e profilo beneficio-rischio dei biologici, inclusi i biosimilari».

Un bagno di realtà sollecitato anche dai dati illustrati da IQVIA – rappresentata al convegno da Marco Travaglio (IQVIA UK) e Francesca Poma e Isabella Cecchini (IQVIA Italia): secondo gli ultimi dati il 75% dei biologici in scadenza entro il 2032 non ha biosimilari in sviluppo. E questo vuoto si tradurrà in Europa in un mancato risparmio di 15 miliardi di euro mentre in Italia si stima un potenziale mancato risparmio di 1,7 miliardi l’anno.

«I medicinali biosimilari sono una leva concreta per garantire la sostenibilità del sistema sanitario, liberando risorse preziose da reinvestire in innovazione e assistenza. Consentono un accesso più equo alle terapie biologiche per tutti i pazienti, contribuendo a superare le disuguaglianze, priorità per questo Governo”, il commento del Sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, intervenuto ai lavori.  «La terapia – ha sottolineato – non deve essere vista come un costo da contenere, ma come un investimento strategico in salute e qualità della vita e nel futuro del Servizio Sanitario Nazionale. Aprire un dialogo in questa direzione – ha concluso – è un’opportunità per tutti gli attori del sistema».

Il nodo dell’intercambiabilità

Tra i temi cruciali del dibattito la questione dell’intercambiabilità dei biosimilari, già sancita nello statement dell’EMA condiviso dagli esperti e dai vertici regolatori, da cui emerge che la dimostrazione della biosimilarità abbinata ad una puntuale sorveglianza post-marketing, rappresenta il meccanismo più solido per garantire l’intercambiabilità dei biosimilari approvati dall’UE sotto la supervisione del medico prescrittore.

Un tema che vede perfettamente allineato il coordinatore del Gruppo IBG, Matteo Rinaldi: «Come comparto industriale, anche ascoltando la voce dei pazienti, sottolineiamo quanto sia importante garantire la valutazione clinica del medico prescrittore nelle terapie con farmaci biologici» – ha affermato. «Una modifica di questo quadro minerebbe la fiducia del paziente nel percorso terapeutico, oltre a snaturare i principi su cui si fonda la Legge 232/2016 che regola l’acquisto dei farmaci biologici a brevetto scaduto nel nostro paese: un modello virtuoso da preservare e applicare coerentemente per contrastare il rischio di carenze e assicurare la disponibilità futura di questa risorsa terapeutica. Il valore dei biosimilari – ha concluso – si misura proprio nella capacità di conciliare sostenibilità, decisione clinica garantita dalla legge di riferimento e fiducia del paziente: nessuna scelta imposta, ma un percorso condiviso di appropriatezza e accesso alle terapie».

I dati 2024

Che la strada indicata sia quella giusta emerge dai dati dell’ultimo Report dell’Ufficio studi Egualia sul Mercato italiano dei biosimilari nel 2024, caratterizzato però da un mix di stagnazione e contrazione: nel 2024 i biosimilari hanno registrato una leggera flessione dei consumi (- 0,2% rispetto ai dodici mesi precedenti) ma specularmente si è registrata una contrazione del 4,7% delle vendite di tutti gli altri farmaci biologici. E se sono ben 10 le molecole protagoniste sul mercato nazionale del sorpasso nelle vendite di biosimilare rispetto al biologico originatore avendo superando oltre il 70% del consumo per molecola (primo in classifica Bevacizumab, i cui biosimilari in commercio hanno assorbito il 99,13% del mercato della molecola a volumi) è anche vero che i consumi restano più che mai, poco comprensibilmente, a macchia di leopardo.

A fronte di cinque mercati guida dove la quota di biosimilari supera il 60% rispetto al mercato delle molecole di riferimento (Marche, 69,9%; Liguria, 67% circa; Valle d’Aosta e Piemonte, 65,3%; Umbria, 63%; Sicilia, 61%) ca.) ci sono realtà dove il dato è quasi dimezzato (Calabria, 39,7%; Lombardia, 35,8%; Sardegna, 34,2%).

Un tavolo di lavoro per le Regioni

«I dati ci dicono che i biosimilari rappresentano oggi più che mai oggi una leva cruciale per garantire accesso equo alle cure e sostenibilità al SSN, ma il sistema non regge più. Per questo è urgente mettere mano all’attuazione della Legge 232/2016 oggi applicata in modo distorto», ha commentato il presidente di Egualia, Stefano Collatina.

«In molte Regioni, si continua a favorire il primo aggiudicatario, limitando la competizione e ostacolando l’ingresso di altri player – ha proseguito – «È necessario invece armonizzare le politiche regionali, condividere buone pratiche ed affrontare insieme le sfide delle cronicità e dell’accesso. Chiediamo ai referenti regionali presenti di farsi parte attiva nel chiedere l’istituzione di un tavolo dedicato in seno alla Commissione Salute della Conferenza Stato-Regioni – ha concluso Collatina – per evitare frammentazioni, garantire un quadro stabile, prevenire le carenze assicurare la sostenibilità della filiera».

Legge Bilancio, Quici (CIMO-FESMED): «Sanità diventi no fly zone, partiti collaborino. Servono risorse e riforme per salvare SSN»

La sanità diventi per la politica una no fly zone. Un terreno di confronto tra partiti e non di scontro, di collaborazione reale e disinteressata e non di propaganda, che di certo non serve a risolvere la grave crisi del Servizio sanitario nazionale. Questo l’appello che il sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED rivolge a tutta la politica per salvare la sanità pubblica.

«In vista della prossima legge di Bilancio, a cui i partiti stanno senz’altro lavorando alacremente – dichiara Guido Quici, Presidente CIMO-FESMED -, chiediamo alla maggioranza e all’opposizione di riporre le armi, ammainare le bandierine e lavorare insieme sulla sanità, avendo come unico obiettivo la salute dei pazienti ed il benessere del personale sanitario. Per una volta, vorremmo non assistere al solito copione, che prevede la presentazione della manovra da parte del Governo, audizioni meramente formali, emendamenti puntualmente bocciati e, alla fine, approvazione della Legge con il voto di fiducia».

«I partiti intendono davvero risolvere la crisi del Servizio sanitario nazionale? Bene, lavorino insieme per trovare le risorse sufficienti. Quindi – aggiunge Quici – in un secondo momento occorrerebbe dar vita ad una riforma complessiva del sistema salute. Creare dunque quella costituente per la sanità, che veda una collaborazione non ideologica tra tutte le forze politiche, proposta qualche giorno fa da Sergio Harari sulle colonne del Corriere della Sera. Una proposta subito accolta dal Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che proporrà a tutte le Regioni di costruire insieme un patto di riforma sanitaria».

«Quando si parla della salute delle persone non dovrebbe esserci spazio per giochini e calcoli politici. Siamo sicuri che una tale presa di responsabilità da parte della politica sarebbe estremamente apprezzata anche dall’elettorato, sempre più distante e deluso dai partiti. Sono la scuola e la sanità, infatti, i nodi del nostro Stato sociale più in sofferenza, e su cui i cittadini valutano se un Paese funziona o meno. E non si può aspettare che i problemi, come quello delle liste d’attesa, si risolvano da soli: dopo aver osservato e analizzato le criticità, bisogna intervenire con risorse e riforme. L’attuale quadro geopolitico è estremamente complesso, è vero, ma per salvare il Servizio sanitario nazionale non c’è più tempo. Occorre agire ora, e farlo con consapevolezza e intelligenza – conclude Quici –, nell’interesse esclusivo della salute della popolazione».

Piani terapeutici, semplificare a favore del paziente. La proposta FNOMCeO

Semplificare la vita dei pazienti che devono seguire un piano terapeutico per le loro patologie. Un intervento legislativo potrebbe dare concretamente una mano a risolvere questa situazione tanto diffusa in Italia e che colpisce soprattutto anziani e malati cronici. La proposta viene da FNOMCeO, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi, che, assieme a diverse Società Scientifiche, ha elaborato un Documento che offre soluzioni concrete, recentemente presentato al Parlamento.

Filippo Anelli
Filippo Anelli

«La proposta – spiega il Presidente della FNOMCeO, Filippo Anelli – è semplice: limitare la necessità del piano terapeutico ai primi 12 mesi di terapia, per aprire poi la prescrizione a tutti i medici, ferme restando le condizioni di rimborsabilità stabilite dall’Agenzia italiana del farmaco.

Questo al fine di garantire una maggiore accessibilità alle cure da parte dei pazienti, ridurre i costi indiretti delle prestazioni sanitarie, facilitare e semplificare i percorsi di presa in carico, contribuire alla riduzione delle liste d’attesa e valorizzare la professionalità di tutti i medici italiani: l’accesso semplificato a terapie appropriate e necessarie avrebbe, infatti, un rilevante impatto sulla qualità di vita dei pazienti, liberando cinque milioni di visite specialistiche l’anno».

I Piani terapeutici (PT) sono stati introdotti nel 2004 con l’obiettivo di assicurare, per i nuovi farmaci, una continuità prescrittiva e assistenziale tra specialista e medico di medicina generale. Sono stati poi aggiornati nel corso degli anni. Un PT ha validità fino a 12 mesi e, se la terapia va continuata, deve essere rinnovato dallo specialista ad ogni scadenza.

Oggi un Piano terapeutico ha validità fino a 12 mesi e, se la terapia continua, deve essere rinnovato dallo specialista a ogni scadenza

Oggi sono circa un centinaio i principi attivi che richiedono, per la loro prescrizione, un PT cartaceo, o su template AIFA (modelli online strutturati per la prescrizione) o web based, Sono soprattutto i farmaci antidiabetici, gli immunomodulanti e immunosoppressori e i principi attivi per la terapia di asma e broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO).

Il paziente è costretto a un lungo percorso

Secondo i dati riportati da FNOMCeO, sono quasi due milioni e trecentomila i pazienti che devono assumere un farmaco sottoposto a PT. Questi pazienti che, per il 69%, hanno oltre 70 anni, devono recarsi una, due, anche tre o persino quattro volte l’anno dallo specialista solo per rinnovare il PT. Semplificare la prescrizione di questi medicinali, lasciandola prima allo specialista e aprendola poi, dopo 12 mesi, a qualsiasi medico, compreso il medico di medicina generale, significherebbe, ricorda FNOMCeO, un risparmio in termini di spostamenti, di tempo, di energie per i pazienti e i caregiver, oltre ai benefici di salute a favore dei pazienti. E, vorrebbe dire anche liberare ore di visite specialistiche da utilizzare per l’attività clinica, anziché per pratiche burocratiche.

Nella realtà dei fatti è oggi il paziente stesso che si deve muovere lungo un percorso con diversi passaggi per arrivare a ottenere il farmaco necessario alla cura. Una lunga strada che costringe il paziente, spesso anziano, a passare dal medico di medicina generale, allo specialista, dalla consegna dei moduli alla farmacia territoriale, dal ritorno del paziente al medico di medicina generale per la registrazione dei PT, quindi c’è emissione della prescrizione, fino alla conclusione dell’iter con il ritiro del farmaco nelle farmacie.

Sono quasi due milioni e trecentomila i pazienti che devono assumere un farmaco sottoposto a Piano terapeutico

«Infatti questa nostra proposta parte dall’assunto che tanta a burocrazia è inutile e fa male – commenta Filippo Anelli –. I PT sono atti burocratici introdotti per monitorare farmaci innovativi. Ma dopo diversi anni di utilizzo questi medicinali hanno già dimostrato la loro validità. In effetti un anno è un tempo sufficiente per valutarlo. E a questo punto riteniamo che non ci sia più bisogno di avere un rinnovo del PT, basta una nota AIFA».

Dispersi in un mare di carta

C’è poi la questione dei documenti cartacei. Secondo specifici riscontri effettuati presso le Regioni e i Servizi farmaceutici delle ASL – denuncia FNOMCeO – i milioni di PT puramente cartacei compilati semestralmente dagli specialisti, nella maggioranza dei casi non sono analizzati né ai fini dell’appropriatezza, né del miglioramento degli esiti da parte di servizi farmaceutici. Il risultato è la produzione di carta e di procedure che costringono il paziente a spostamenti non semplici e ripetuti.

E i PT solo cartacei sono in realtà la maggioranza, pari al 53,7% di tutti i principi attivi (80/149) oggetto di prescrizione. I motivi di questa produzione gigantesca di carta sono diversi. FNOMCeO cita, come esempio, le restrizioni di impiego e rimborsabilità rispetto alle indicazioni di scheda (ad esempio levocarnitina); la necessità di diagnosi differenziale (come nel caso di farmaci anticolinergici per l’Alzheimer); o la selettività di impiego (albumina e fattori della coagulazione).

Il 53,7% dei Piani terapeutici è esclusivamente cartaceo

Il Documento FNOMCeO afferma quindi che “una revisione dei PT cartacei dovrebbe essere basata sulla attuale sussistenza delle motivazioni che li hanno generati, con la eliminazione del PT nei casi di non essenzialità e la sua sostituzione con note AIFA ai fini dell’appropriatezza prescrittiva”.

Una fotografia dei piani terapeutici italiani

Il Documento FNOMCeO riporta una ricerca in Farmadati di tutti i farmaci in fascia A con prescrizione PT AIFA, i cui consumi sono stati ricavati dal flusso OsMed.

L’analisi, datata maggio 2020, ha evidenziato che il PT riguarda 935 specialità medicinali, corrispondenti al 9,6% dei farmaci in fascia A, 147 differenti principi attivi, rientranti in 34 gruppi terapeutici e 66 sottogruppi. Di questi 147 principi attivi, 67 (46%) prevedevano un PT solo cartaceo, 72 (49%) un PT cartaceo su template AIFA e 8 (5%) un PT web-based. I gruppi terapeutici con il maggior numero di principi attivi con PT sono risultati gli antidiabetici (19,7%), seguiti da immunomodulanti e immunosoppressori (9,5%) e dai farmaci per l’asma e per la BPCO (6,8%).

E veniamo ai nostri giorni. A giugno 2025 FNOMCeO riporta che sono attivi PT AIFA per 149 molecole, comprendenti 943 specialità medicinali che si riferiscono a 35 categorie terapeutiche e a 63 classi terapeutiche. Su un totale di 149 principi attivi con PT, 80 PT (53,7%) sono puramente cartacei, 61 PT (40,9 %) sono cartacei ma su template AIFA e 8 PT (5,4 %) sono web-based.

Per quanto riguarda le categorie terapeutiche, la classe dei farmaci per il diabete rappresenta quella con il numero maggiore di principi attivi con PT, pari a 29, dato che corrisponde al 19,5% di tutti i principi attivi.

È notizia recente che l’AIFA ha riclassificato le gliflozine, antidiabetici di nuova generazione utilizzati anche per il trattamento dello scompenso cardiaco congestizio e dell’insufficienza renale cronica, con contestuale abolizione dei piani terapeutici.

«L’eliminazione della previsione del piano terapeutico per le gliflozine è un passo avanti importante nell’ottica della semplificazione e della riduzione delle liste d’attesa. Ringraziamo il CDA di AIFA con il suo Presidente Robert Nisticò e il Direttore tecnico-scientifico Pierluigi Russo, insieme al Ministro della Salute Orazio Schillaci e al Sottosegretario di Stato, Marcello Gemmato, che fortemente hanno voluto questo provvedimento – ha commentato Anelli -. Si tratta di un intervento fortemente caldeggiato dalla FNOMCeO».

Anche in quest’ottica ora l’augurio è che una nuova normativa possa ridurre la mole di documenti e di iter burocratici che pesano sui pazienti già gravati dalle patologie.

È il momento dell’Infermiere di famiglia e comunità, indispensabile attivare formazione specialistica

«La figura dell’infermiere di famiglia e comunità, recepita negli atti da tutte le Regioni italiane, grazie al lavoro capillare fatto dagli Ordini provinciali e dalle Università, è scelta sempre di più dai colleghi, soprattutto dai più giovani. Per questo, come Federazione, in un lavoro di grande sinergia con i due Ministeri competenti, abbiamo inserito Cure primarie e Sanità pubblica tra le tre nuove lauree magistrali a indirizzo clinico. Ci auguriamo che il loro recepimento sia posto subito all’ordine del giorno del nuovo Consiglio superiore di sanità che si insedierà il prossimo 8 luglio». Barbara Mangiacavalli, presidente FNOPI, è intervenuta al workshop promosso dal Ministero della Salute dal titolo “L’Infermiere di famiglia per la continuità assistenziale tra i professionisti, i luoghi e il tempo delle cure”.

Nel corso del suo intervento, partendo dai dati del primo Rapporto FNOPI Sant’Anna, ha delineato l’identikit degli infermieri iscritti all’Albo nazionale: 461mila (dati al 30 giugno), con un’età media di 46.5 anni e una netta prevalenza di donne. «Una professione – ha specificato – che, per quanto più giovane di quella medica, è entrata nella fase della gobba pensionistica che ne mette in evidenza la carenza crescente negli anni a venire».

Mangiacavalli ha ricordato anche l’importanza di accedere a fonti certe, come Ragioneria dello Stato, Ministero della Salute e la Federazione che da quest’anno ha inaugurato il Rapporto con l’intento di metterlo a disposizione di istituzioni e opinione pubblica. «Nel Rapporto vengono analizzate tutte le peculiarità regionali con un focus sull’Infermiere di famiglia e comunità ancora presente a macchia di leopardo nelle varie aree del Paese. Ma laddove funziona se ne comprende la centralità. Di conseguenza – sottolinea la presidente – occorre diversificare i modelli organizzativi, e specializzare le competenze. Partendo da una formazione universitaria triennale generalista e in grado di fornire una base importante al professionista, il percorso deve proseguire attraverso le Lauree magistrali e i master perché con l’infermiere di famiglia e comunità cambia il paradigma dell’assistenza. Semplificando: l’infermiere non risponde più alla chiamata in ospedale, ma lui suona al campanello ed entra nelle case delle persone assistite: case e situazioni sempre diverse e non sempre semplici. Indispensabile, quindi, una formazione specifica e puntuale».

Confindustria DM, bene la revisione dei regolamenti UE, ma servono interventi immediati

Confindustria Dispositivi Medici accoglie con favore l’annuncio della Commissione Europea di presentare entro la fine del 2025 una proposta di revisione dei Regolamenti sui dispositivi medici (MDR) e sui dispositivi medico-diagnostici in vitro (IVDR), ma ribadisce la necessità di interventi immediati per sostenere le imprese del settore e l’innovazione tecnologica.

Confindustria Dispositivi Medici ha già contribuito alla Targeted Evaluation con le proprie proposte, presentate anche in occasione dell’evento al Parlamento europeo “Togheter for an Healthier Europe”. Sono quattro le priorità sulle quali l’associazione chiede di intervenire:

  • maggiore efficienza e predicibilità nei processi di valutazione della conformità;
  • maggiore chiarezza nella gestione delle modifiche ai dispositivi e ai sistemi di gestione;
  • percorso agevolato per dispositivi innovativi;
  • adattamento della validità dei certificati all’approccio basato sul ciclo di vita del dispositivo per eliminare la ricertificazione.

In particolare, l’associazione sottolinea l’urgenza di un atto di esecuzione che renda più prevedibili i tempi di valutazione da parte degli Organismi Notificati, senza dover attendere la conclusione dell’intero iter legislativo di revisione.

«Siamo soddisfatti che la Commissione abbia incluso la revisione dei Regolamenti tra le priorità del 2025 – ha dichiarato il Presidente di Confindustria dispositivi medici Fabio Faltoni -, ma chiediamo che già nei prossimi mesi vengano adottati provvedimenti concreti per semplificare i processi, dare certezza alle aziende e sostenere la competitività di un comparto strategico per la salute e per l’economia europea».

L’annuncio è arrivato il 2 luglio scorso, durante la conferenza stampa sulla nuova Strategia UE per le Scienze della Vita, in cui il Commissario europeo per la Salute Olivér Várhelyi ha dichiarato: «La revisione del settore dei dispositivi medici è una delle principali iniziative previste entro il 2025. È un settore strategico, composto in larga parte da PMI, che ha un ruolo chiave nello sviluppo dell’innovazione sanitaria in Europa. Serve una revisione profonda del quadro legislativo per garantire che l’Europa sia il primo e più veloce mercato per l’autorizzazione di dispositivi innovativi, anche basati su intelligenza artificiale».

Secondo la roadmap delineata dalla Commissione, la redazione delle proposte inizierà già durante l’estate 2025, seguita da una consultazione formale con gli stakeholder (tra cui MedTech Europe) a partire dall’autunno. Il 9 dicembre, in occasione della Conferenza sui Dispositivi Medici, saranno presentati i risultati della Targeted Evaluation. La pubblicazione ufficiale della proposta di revisione è attesa entro dicembre 2025, cui seguirà il processo legislativo di co-decisione, stimato in 18-24 mesi.

Caldo, massima attenzione alle persone fragili e sorveglianza sociale

La Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica (SItI), in un periodo caratterizzato da intense ondate di calore che stanno colpendo l’Italia – con livelli di allerta elevati in numerose città e, purtroppo, diversi decessi correlati – richiama l’attenzione sull’importanza di adottare misure di prevenzione efficaci, sia individuali che collettive.

Le ondate di calore non sono una novità. A partire dal tragico evento del 2003 (che causò oltre 20.000 decessi in Europa di cui circa 4.000 in Italia), la Sanità pubblica ha posto crescente attenzione a questo fenomeno. Da allora sono stati sviluppati strumenti di sorveglianza e allerta sempre più strutturati per prevenire gli effetti sanitari del caldo estremo, oggi amplificato dal cambiamento climatico.

Il Ministero della Salute, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e i Dipartimenti di Prevenzione delle ASL, ha istituito i Piani di Prevenzione e i sistemi di allerta caldo, attivi nelle principali aree urbane del Paese. Il “Piano Caldo 2025” ne rappresenta l’attuale declinazione, prevedendo: l’elaborazione quotidiana di bollettini cittadini, la trasmissione alle autorità sanitarie locali per l’attivazione tempestiva di interventi mirati e la pubblicazione sul portale del Ministero della Salute per informare la popolazione.

A valle di questi strumenti di allerta, si attivano le reti territoriali socio-sanitarie: i Dipartimenti di Prevenzione, in stretta sinergia con i servizi sociali comunali, i medici di medicina generale, le farmacie e le organizzazioni del terzo settore organizzano interventi di sorveglianza attiva, assistenza domiciliare e monitoraggio telefonico nei confronti delle persone più a rischio. In molte Regioni la gestione integrata dei dati epidemiologici, sociali e sanitari consente di individuare in modo proattivo le persone vulnerabili e attivare percorsi personalizzati di supporto. A supporto di queste azioni, il Sistema di Sorveglianza della Mortalità Giornaliera (SiSMG) monitora l’impatto sanitario delle ondate di calore in 55 città italiane, classificando il rischio da Livello 0 a Livello 3 (rischio elevato persistente), offrendo così un utile strumento per calibrare in tempo reale la risposta dei servizi sul territorio.

«Nonostante l’attivazione dei piani, la risposta alle ondate di calore rischia di rimanere in parte frammentata – afferma Enrico Di Rosa, Presidente della Società Italiana d’Igiene (SItI) – Si sottolinea, in maniera positiva, l’intervento del Ministero del Lavoro anche in merito alla sospensione o rimodulazione delle attività lavorative nei settori più esposti per evitare difformità applicative che rischiano di ridurre l’efficacia delle misure protettive, soprattutto per i lavoratori all’aperto e per le fasce di popolazione più vulnerabili. Particolare attenzione va riservata alle persone che vivono da sole: spesso si tratta di soggetti anziani o fragili, che limitano le uscite e i contatti sociali proprio nei periodi più critici, esponendosi inconsapevolmente a un maggiore rischio di disidratazione, isolamento e ritardo nell’attivazione di eventuali soccorsi. Per questo, è fondamentale promuovere reti di vicinato e sorveglianza sociale, anche attraverso il coinvolgimento attivo dei cittadini, del volontariato e dei servizi territoriali».

La Società Italiana d’Igiene (SItI) ribadisce con forza il ruolo centrale dei servizi territoriali nella prevenzione di questi fenomeni e fornisce alcuni consigli utili per affrontare il caldo estremo:

  • Idratarsi frequentemente, anche in assenza di sete. Evitare bevande alcoliche e zuccherate;
  • Evitare l’esposizione diretta al sole tra le 11:00 e le 17:00;
  • Rinfrescare gli ambienti: utilizzare ventilatori, condizionatori e schermare le finestre nelle ore più calde;
  • Indossare abiti leggeri, preferibilmente in tessuti naturali e colori chiari;
  • Prestare attenzione alle persone fragili: anziani, bambini, soggetti con patologie croniche, donne in gravidanza;
  • Limitare l’attività fisica nelle ore più calde;
  • Seguire le indicazioni delle autorità sanitarie, consultando regolarmente i bollettini ufficiali;