Cure primarie e Infermieristica di famiglia e di comunità: la nuova laurea specialistica per rispondere ai bisogni del territorio

Anna Brugnolli, coordinatrice del corso interateneo delle Università di Trento e Verona, racconta a TrendSanità le prospettive di questa evoluzione professionale e la sfida di creare organizzazioni capaci di riconoscerne e valorizzarne le competenze

Un percorso di specializzazione che, a fronte di bisogni di salute sempre più complessi in una popolazione in cui l’invecchiamento è particolarmente significativo, è quanto mai necessario. Lo è perché il territorio, in questo scenario in continua evoluzione è e deve essere il luogo primario della promozione della salute, della presa in carico dei problemi di salute e della continuità assistenziale. Nel territorio l’infermiere agisce un ruolo determinante proprio per la sua capacità di individuare e risolvere i problemi, identificare e prendere in carico bisogni, con un approccio che facilita percorsi di autonomia, autocura e benessere della persona, della famiglia e della comunità.

Cure primarie, perché servono infermieri con competenze specialistiche

Il neo Corso di Laurea magistrale in scienze specialistiche nelle Cure Primarie e Infermieristica di famiglia e Comunità è interateneo, ovvero in collaborazione tra Università di Verona e Università di Trento; le attività didattiche si tengono a Trento presso il Polo Universitario delle Professioni sanitarie in continuità con il percorso sperimentale avviato nell’a.a. 2022/2023. A parlarne con TrendSanità è Anna Brugnolli, Professoressa Associata di scienze infermieristiche presso l’Università degli Studi di Trento, Coordinatrice della Laurea Magistrale e Dirigente Responsabile del Polo Universitario delle Professioni sanitarie.

Perché oggi il Servizio sanitario ha bisogno di infermieri specialisti nelle Cure Primarie?

Anna Brugnolli

«Negli ultimi anni è maturata, a livello internazionale e nazionale, una crescente convergenza sul fatto che l’evoluzione dei bisogni di salute richieda infermieri con competenze cliniche avanzate. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento della cronicità, della multimorbilità e delle fragilità rendono infatti sempre meno efficace una risposta centrata esclusivamente sull’episodio acuto di malattia.

Le Cure Primarie sono oggi chiamate a promuovere salute, prevenire l’aggravamento delle condizioni croniche, sostenere l’autonomia delle persone e garantire continuità assistenziale. Per svolgere queste funzioni servono professionisti capaci di effettuare valutazioni multidimensionali, identificare precocemente bisogni e vulnerabilità, prendere in carico situazioni complesse e operare in stretta integrazione con famiglie, comunità e reti territoriali, anche attraverso modelli organizzativi innovativi e strumenti digitali. La Laurea Magistrale Specialistica in Cure primarie e Infermieristica di famiglia e comunità nasce proprio con questa finalità: sviluppare competenze avanzate che consentano all’infermiere di contribuire, insieme agli altri professionisti, all’evoluzione dell’assistenza territoriale. La vera sfida, tuttavia, non riguarda soltanto la formazione di nuovi professionisti specialisti, ma la capacità del sistema sanitario di riconoscerne e valorizzarne pienamente il contributo all’interno dei nuovi modelli organizzativi delle Cure Primarie, individuando criteri condivisi per definirne il fabbisogno».

Professoressa Brugnolli, il 5 ottobre si svolgeranno le selezioni per il nuovo Corso di Laurea Magistrale Specialistica: che cosa offrirà ai professionisti che decideranno di iscriversi?

«Il percorso è biennale e strutturato in 12 insegnamenti, articolati in 4 semestri comprensivi di esperienze di stage per provarsi sul campo ad esercitare le nuove competenze specialistiche con la supervisione di Tutor esperti.

Richiede la frequenza in presenza dell’attività didattica, che di norma si colloca nei fine settimana, ma una parte sarà erogata anche con modalità e-learning; questa organizzazione permette di integrare il percorso accademico con l’attività lavorativa. Saranno approfonditetematiche quali: l’accertamento infermieristico avanzato e triage territoriale, educazione terapeutica e self-management, promozione della salute e sanità digitale, gestione dei bisogni assistenziali complessi e cure palliative, management e organizzazione delle cure primarie, relazione di cura e sostegno alla persona, alla famiglia e al caregiver e dimensioni etiche, psicologiche e sociali della cronicità, metodi di analisi delle risorse e della caratteristiche delle comunità. Inoltre metodologie di progettazione formativa e didattica, metodi per esprimere una leadership clinica e di consulenza, metodi di ricerca e di pratica basata sulle evidenze».

Come cambierà concretamente la risposta ai bisogni della persona, della famiglia e della comunità grazie a queste competenze specialistiche?

«Il cambiamento riguarda innanzitutto il modo di leggere i bisogni di salute. L’infermiere specialista non osserva soltanto la malattia, ma valuta la persona nel suo contesto di vita, considera la famiglia come unità di cura e la comunità come contesto nel quale individuare risorse, vulnerabilità e bisogni di salute. Questo significa sviluppare interventi rivolti alla presa in carico delle persone con condizioni croniche, fragilità e situazioni assistenziali complesse, integrando prevenzione, educazione terapeutica e sostegno all’autocura (self-management). Significa inoltre contribuire all’analisi dei bisogni della comunità, favorire la costruzione di reti tra servizi sanitari, sociali e risorse del territorio e partecipare alla progettazione di interventi integrati.

La credibilità di questi percorsi dipenderà dalla capacità di assicurare coerenza tra formazione, competenze e bisogni del sistema sanitario

L’obiettivo è offrire risposte sempre più personalizzate, continue e coordinate, migliorando gli esiti di salute delle persone e rafforzando, nello stesso tempo, la capacità della comunità di collaborare a rispondere ai bisogni dei propri cittadini».

Gli infermieri specialisti lavoreranno insieme agli infermieri generalisti e agli altri professionisti. Quale modello organizzativo immagina per valorizzare competenze diverse senza creare sovrapposizioni?

«La specializzazione non sostituisce il ruolo dell’infermiere generalista né crea sovrapposizioni professionali. Al contrario, amplia il patrimonio di competenze disponibili all’interno dell’équipe e rende più efficace la risposta ai bisogni complessi della popolazione.

L’infermiere continua a rappresentare il riferimento dell’assistenza infermieristica; l’infermiere specialista mette a disposizione competenze avanzate nella gestione di situazioni cliniche, assistenziali, educative e organizzative più complesse, attraverso attività di consulenza clinica, presa in carico, educazione terapeutica, coordinamento dei percorsi, valutazione degli esiti e miglioramento della qualità.

Queste competenze assumono particolare rilievo nei nuovi modelli organizzativi territoriali – Case della Comunità, Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare e reti integrate dei servizi – dove è necessario disporre di professionisti capaci di governare percorsi assistenziali, integrare competenze diverse e sostenere la continuità delle cure.

L’esperienza internazionale dimostra che lo sviluppo di figure infermieristiche con competenze avanzate rappresenta un investimento strategico per rafforzare le Cure Primarie. Anche in Italia questa evoluzione richiederà un cambiamento culturale, organizzativo e contrattuale.

L’infermiere specialista può offrire un contributo significativo nella gestione delle transizioni assistenziali tra ospedale e territorio

La formazione universitaria dovrà essere accompagnata da parte delle Aziende Sanitarie e ULSS, dal riconoscimento di coerenti livelli di autonomia e responsabilità oltre che creare le condizioni per far esprimere le competenze specialistiche acquisite, per realizzare percorsi di sviluppo professionale e di carriera, anche verso posizioni professionali avanzate quali ad esempio la dirigenza professionale specialistica.

Parallelamente, anche il sistema universitario sarà chiamato a una profonda evoluzione. Non sarà sufficiente introdurre nuovi insegnamenti, ma occorrerà innovare i modelli didattici, rafforzare i contesti di tirocinio, sviluppare modalità di valutazione autentica e garantire che il titolo conseguito corrisponda a competenze specialistiche effettivamente acquisite, osservabili e certificabili. La credibilità di questi percorsi dipenderà proprio dalla capacità di assicurare questa coerenza tra formazione, competenze e bisogni del sistema sanitario».

L’infermiere specialista potrà agire anche come facilitatore della relazione e dell’interazione, ad oggi non sempre fluida e facile, tra territorio e strutture ospedaliere per promuovere la continuità assistenziale?

«La continuità assistenziale rappresenta una delle principali sfide del Servizio sanitario. Non si tratta soltanto di trasferire informazioni tra ospedale e territorio e viceversa, ma di garantire che la persona riceva risposte appropriate lungo tutto il percorso di cura.

In questo ambito l’infermiere specialista può offrire un contributo significativo nella gestione delle transizioni assistenziali, sostenendo la persona e la famiglia nel passaggio tra i diversi setting di cura e favorendo l’integrazione tra i professionisti coinvolti.

Nei nuovi modelli organizzativi – Centrali Operative Territoriali, Case della Comunità, Ospedali di Comunità e reti delle Cure Primarie – questa funzione assume un valore strategico. L’infermiere specialista contribuisce al governo dei percorsi assistenziali, coordinando la presa in carico, facilitando la comunicazione tra servizi e monitorando la continuità degli interventi, con particolare attenzione alle persone con bisogni complessi.

L’evoluzione delle competenze professionali dovrà trovare piena corrispondenza nei modelli organizzativi

A livello internazionale è stato dimostrato che le competenze infermieristiche avanzate favoriscono l’integrazione tra i diversi livelli di assistenza e migliorano gli esiti di salute. Anche per il nostro Paese questa rappresenta una sfida importante: fare in modo che l’evoluzione delle competenze professionali trovi piena corrispondenza nei modelli organizzativi, affinché la continuità delle cure diventi una responsabilità condivisa e strutturata dell’intero sistema sanitario.

La sfida che abbiamo davanti non è soltanto formare infermieri specialisti, ma costruire un sistema capace di riconoscerne il contributo, valutarne gli esiti e continuare ad evolvere, mettendo sempre al centro i bisogni delle persone, delle famiglie e delle comunità».

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Marina Vanzetta
Marina Vanzetta
Infermiera, PhD, MSN, Responsabile comunicazione OPI Verona