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SIPPS: Bronchiolite lascia segno, non facciamola entrare

«Quando si comunica ai genitori ‘Vostro figlio ha una bronchiolite’, anche se lieve, si induce grande ansia. La bronchiolite fa paura, prevenire è un dovere. Il Virus Respiratorio Sincinziale (RSV) lascia il segno, non deve entrare in contatto con i nostri lattantini». Giuseppe Di Mauro, presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS), torna a sensibilizzare famiglie e istituzioni su questo virus che colpisce tanti neonati e rappresenta un pericolo per la loro crescita. Può causare bronchioliti e polmoniti nel breve termine, o wheezing e infiammazioni croniche nel lungo termine.

L’impegno della SIPPS nella prevenzione dall’RSV non è nuovo. Già durante il XXXVI Congresso Nazionale della Società scientifica, che si è svolto dal 5 al 7 luglio a Firenze, la professoressa di Igiene e Medicina preventiva dell’Università di Pisa, Caterina Rizzo, ha parlato del grave burden del Virus Respiratorio Sinciziale e della possibile prevenzione con gli anticorpi monoclonali.

Ma come agisce questo virus? «L’RSV fu scoperto a Napoli circa 50 anni fa – racconta Di Mauro – veniva chiamato il ‘male oscuro‘ perché si connotava come un’infezione virale respiratoria polmonare non ancora isolata. È un virus abbastanza recente, caratterizzato da un’attività interstiziale che agisce proprio come il Covid. Per questo motivo l’RSV deve essere prevenuto, poiché una volta entrato in contatto con un bambino – che in genere è un lattante – può causare delle complicazioni anche a distanza di tempo dall’episodio acuto, proprio come accade con tutti gli esiti post-Covid».

Chi sono i soggetti più a rischio di contrarre l’RSV? «La bronchiolite è tipica dei primi mesi di vita, ma può essere contratta nei primi due anni di vita del bambino. Il 60% dei lattanti è a rischio contagio. Se prendiamo come riferimento il 2024, su 400mila nati circa 80mila bambini hanno richiesto assistenza medica ambulatoriale, circa 16mila sono stati ricoverati e 16 sono stati i decessi solo nei primi sei mesi di quest’anno. Non sono pochi casi per una infezione virale, in un solo anno, è un rischio che non possiamo accettare».

Le stagioni in cui è più facile contrarre l’RSV sono autunno, inverno e primavera. «In questi periodi proliferano sia i virus gastrointestinali che respiratori.Bisogna fare attenzione», precisa il pediatra.

Come si riconosce l’RSV e quando un genitore deve preoccuparsi? «Esistono dei test rapidi che si possono fare per individuare il Virus Respiratorio Sincinziale, ma è di fondamentale importanza la diagnosi clinica. Finché il bambino/lattante riesce ad alimentarsi e ad interagire bene con i genitori – sottolinea il presidente della SIPPS – questi, sempre in contatto con il loro pediatra di famiglia, potranno tenere sotto controllo l’evoluzione delle condizioni di salute del figlio. Se invece l’equilibrio del piccolo salta e le sue condizioni di salute si aggravano, anche a distanza di poche ore dalla visita dal pediatra, allora è meglio ricorrere a un ricovero. Ricordo che, con qualunque infezione, nei lattantini le condizioni cliniche possono peggiorare rapidamente».

Non esiste una terapia risolutiva. «Oltre a controllare l’idratazione, dare ossigeno al bambino, ci sono poche cose che si possono fare. Gli antibiotici non vanno somministrati – rimarca – nessun antibiotico al mondo può ammazzare o colpire un virus».

Fortunatamente esiste una prevenzione che agisce come un vaccino. «Da oltre sei anni vengono condotti studi e ricerche sugli anticorpi monoclonali – chiarisce Di Mauro – che sono uno strumento di prevenzione primaria. I pediatri di famiglia sono impegnati nell’informare i genitori che i loro figli vivono in una Regione che dà l’opportunità di proteggerli dall’RSV. Adesso abbiamo gli anticorpi monoclonali a lunga durata d’azione: grazie ad una sola iniezione l’anno, con costi accettabili, possiamo fare una prevenzione efficacissima che permette ai piccoli di non contrarre la malattia. Quindi, tutti i nati del 2024 dovranno essere “vaccinati” il prossimo ottobre. Sarebbe utile offrire questa somministrazione anche alle donne in gravidanza – suggerisce il pediatra – per coprire il neonato nei primi mesi di vita, quando non ha ancora ricevuto questa protezione, come si fa per la pertosse».

Le Regioni si stanno attrezzando per la somministrazione di questi anticorpi monoclonali ma la situazione è ancora a macchia di leopardo: «Da meno di un anno solo la Valle d’Aosta è riuscita a fare prevenzione nel 2023 (e lo ripeterà anche nella prossima stagione), ad ottobre 2024 ci riusciranno altre Regioni tra cui Veneto, Trento, Bolzano, Lombardia, Toscana, Sicilia e Campania, augurandomi che tutte le altre Regioni mancanti inizino la campagna di immunizzazione. Da presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale, da pediatra di famiglia, da padre e da nonno, non vorrei che si determinasse una grande disuguaglianza in Italia nell’offrire quest’opportunità di prevenzione primaria, che non è un lusso. Si tratta di sicurezza del lattantino e della sua famiglia. La prevenzione è la migliore arma che abbiamo a disposizione per proteggere i nostri bambini da questo virus così pericoloso». Da qui l’appello di Di Mauro alle Regioni: «Evitiamo differenze e operiamo tutti insieme in un’ottica di prevenzione primaria. Prevenire è un dovere».

Oltre a tutti gli interventi medici di prevenzione, non dimentichiamo mai l’altro importante strumento di protezione. «L’allattamento al seno è un’arma fortissima di prevenzione primaria dalle infezioni respiratorie, gastrointestinali e dal sovrappeso», fa sapere il pediatra. In più, in estate, «mare, sole e aria aperta sono ottimi alleati – conclude Di Mauro – mentre in inverno bisogna lavare spesso le mani e usare le mascherine, soprattutto con i neonati e i nati pretermine».

CReI: Il DL Liste d’attesa è un buon inizio, ma attenzione a appropriatezza, monitoraggio e conoscenza domanda-offerta sul territorio

Il Collegio Reumatologi Italiani – CReI in merito al Decreto liste d’attesa appena approvato in Parlamento esprime un plauso, ma anche l’invito a «non fermare proprio ora la necessaria azione di rinnovamento complessivo della sanità italiana, anche in relazione alle dinamiche ed alle criticità che coinvolgono la reumatologia e gli specialisti di questo settore».

«Ogni Decreto che tenti di porre in essere risposte concrete a debolezze conclamate della sanità pubblica ha degli aspetti di positività – sottolinea Daniela Marotto, presidente CReI – ma occorre qui cogliere l’occasione per osservare con attenzione il sistema nella sua totalità. I reumatologi italiani oggi quindi invitano il Ministero della Salute, il Parlamento e le Istituzioni ed agenzie della sanità a porre un’attenzione decisa su tre temi rilevanti: appropriatezza prescrittiva di esami e visite specialistiche, monitoraggio delle prestazioni, conoscenza della domanda-offerta sui territori locali».

Daniela Marotto

«Le nostre considerazioni si poggiano sull’esperienza quotidiana di tutti i nostri soci e sui campanelli d’allarme che CReI raccoglie dai territori – commenta Marotto -. Spesso il reumatologo visita pazienti che gli vengono indirizzati come urgenti, anche quando questo non è realmente necessario. Inoltre nelle varie situazioni territoriali si percepisce una decisa carenza di monitoraggio delle prestazioni in reumatologia, spesso considerate meno rilevanti di quelle di altre specialità».

I dati raccolti da CReI nel suo network indicano la classica situazione “a macchia di leopardo” che purtroppo ormai è generalizzata per quando riguarda i sistemi sanitari regionali: si va da situazioni tendenzialmente virtuose (in alcune Asl del Nord-Est non c’è lista d’attesa per la prima visita, mentre per i controlli si giunge ad una media di sei mesi di attesa) a situazioni preoccupanti (in un’Asl dell’Italia centrale con popolazione di 600mila abitanti, sono presenti quattro reumatologi di cui tre in servizio di medicina interna; la prima visita è a quattro mesi ed il controllo giunge dopo altri quattro mesi).

Sicuramente, afferma CReI, il Decreto – anche avviando la Piattaforma nazionale e l’Organismo di verifica, controllo e monitoraggio – crea le condizioni affinché vengano definiti ulteriori strumenti per migliorare l’appropriatezza della richiesta di visite ed esami, ma è necessario che questi strumenti siano avviati in tempi brevi, producendo quell’effettivo alleggerimento e de-affollamento degli ambulatori che è nell’attesa di popolazione e istituzioni.


È inoltre importante per CReI «monitorare immediatamente tutte le specialità» e – in un momento in cui viene sta per essere varato anche il nuovo Piano Nazionale Cronicità, attualmente in Conferenza Stato Regioni – occorre «porre attenzione specifica alla specialità della reumatologia, che si occupa di patologie croniche invalidanti, per giungere ad un diagnosi precoce ed avviare una presa in carico ed un trattamento terapeutico tempestivo». Occorre di conseguenza che il sistema sia in grado di monitorare la domanda reale e l’offerta reale sul territorio, «affinché si possa vedere come agire nella singola area territoriale, anche per comprendere nello specifico se il personale dedicato è sufficiente oppure è sotto-dimensionato».


Daniela Marotto conclude così: «La situazione complessiva indica che è urgente una conoscenza nuova, differente, approfondita e puntuale della dinamica richiesta-offerta sul territorio. Solo così il Decreto Liste d’Attesa potrà nel tempo essere parte di quella visione sistematica e completa di cui oggi tutti sentono il bisogno».

«Contrastiamo “l’ageismo” per curare meglio gli anziani e rendere più efficiente il SSN»

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Curare bene la terza età vuol dire anche utilizzare al meglio le risorse a disposizione del SSN. TrendSanità ne ha parlato approfonditamente con il professor Andrea Ungar, che dal 2023 presiede la Società Italiana di Gerontologia e Geriatria.

In Italia oggi manca all’appello un geriatra su due. Le scuole di specializzazione sul territorio nazionale riescono a riempire solo la metà dei posti a disposizione. Eppure, l’invecchiamento progressivo e costante della popolazione italiana rende facile presagire come in futuro serviranno sempre più medici specializzati proprio nella cura dei pazienti più anziani.

Nel tempo questa specialità medica ha fatto grossi passi avanti e oggi è in grado di incidere in maniera decisiva sull’efficienza del servizio sanitario nazionale. Basti pensare che la metà delle ospedalizzazioni e dei ricoveri nei nosocomi riguarda proprio gli anziani, che sono i destinatari principali delle cure mediche ospedaliere erogate dal sistema.

Cos’è la vecchiaia?

«L’inizio della vecchiaia vera e propria viene sancito convenzionalmente dai sessantacinque anni in avanti – spiega il geriatra –. Oggi, tuttavia, è anacronistico parlare di anzianità prima dei settantacinque anni. Naturalmente si tratta di una condizione soggettiva e l’inizio di questa fase della vita varia da soggetto a soggetto; prima dei sessantacinque anni e fino ai settantacinque però in geriatria si parla di ‘giovani anziani’, mentre dagli ottant’anni in su di grandi anziani, quelli in cui il deterioramento delle funzioni cognitive e le malattie croniche hanno una maggior incidenza sulla vita della persona».

Età cronologica, biologica e psicologica

Sebbene l’anzianità sia a tutti gli effetti la parte finale del ciclo vitale, caratterizzata da un progressivo indebolimento dell’individuo, non si può dire che essa sia legata solo all’età. «L’età cronologica è un fatto insindacabile – spiega Ungar –, ma ci sono fattori ben più importanti da valutare, fra cui lo stato funzionale del paziente, le sue condizioni fisiche (fra cui la presenza o meno di una o più patologie croniche), il livello cognitivo e la condizione sociale ed economica in cui versa». L’età può pesare più o meno sull’individuo a seconda del contesto sociale in cui questo è inserito: «Il fattore psicologico ha una sua importanza. Diversi studi hanno dimostrato come la solitudine, che affligge in Italia il 30% degli anziani ultrasettantacinquenni, li renda molto più vulnerabili, più soggetti alle cadute e meno resistenti alle malattie», afferma il professore.

I test sull’invecchiamento

Cosa si può fare per valutare le condizioni di un anziano? Oltre all’esame obiettivo geriatrico, esistono diversi test che sono in grando di “misurare” il livello di invecchiamento di un individuo. Uno dei più dirimenti prende in esame la velocità del passo su 4 metri: se il ritmo di deambulazione scende sotto 0,8 metri al secondo significa che l’individuo è affetto da un decadimento fisico e che sarà più soggetto a possibili cadute. Anche la qualità della camminata, il grado di stabilità e le oscillazioni eccessive sono oggetto di osservazione attenta dello specialista.

Un altro test utilizzato è quello chiamato chair stand test, che prevede che il paziente si alzi dalla sedia ripetutamente con le braccia incrociate, con la sola forza delle gambe. «Nella geriatria moderna abbiamo superato il concetto secondo cui lo stato di invecchiamento è determinato principalmente dal numero e dalla gravità delle patologie del paziente – spiega il presidente SIGG –, ormai siamo consapevoli di come il grado di salute sia invece legato allo stato funzionale del paziente, indipendentemente dall’età e dalle malattie di cui è affetto che, se ben curate, non impattano così significativamente sul suo stato di invecchiamento».

La lotta all’ageismo

La Legge 33 del febbraio 2023 e il suo decreto attuativo hanno rappresentato un passo importante e sancito il bisogno di una modifica di paradigma nelle cure dei pazienti anziani. Le cure domiciliari, la prossimità fra ospedale e territorio e la cosiddetta “geriatrizzazione” degli ospedali, luoghi in cui gli anziani possano essere curati a partire dalla propria età biologica e non a discapito di quella cronologica, sono tutti passi in avanti che la legge tutela ma che ancora non vedono la piena applicazione in Italia.

Andrea Ungar

«Nel febbraio 2024 abbiamo firmato la Carta di Firenze contro l’ageismo all’interno del progetto Age-It – continua il presidente -, ad aprile la SIGG ha organizzato un panel con esperti provenienti da tutto il mondo, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, per spiegare a medici provenienti da tutti i continenti come sia necessario modificare radicalmente l’approccio nelle cure degli anziani: un nuovo modello che metta il fattore età solo fra uno dei tanti aspetti da considerare e centralizzi il ruolo di test delle capacità funzionali e cognitive del paziente per un corretto approccio alla cura». Gli ospedali sono popolati da persone appartenenti alla terza età almeno per il 50 per cento dei casi. In molti di questi l’ospedalizzazione è necessaria, in molti altri invece potrebbe essere evitata a beneficio del paziente in cambio di ospedalizzazione domiciliare, che riduce sia i costi sanitari che i rischi di complicanze per i pazienti.

L’esempio virtuoso del progetto Girot: l’ospedale a domicilio

La pandemia ha portato la regione Toscana a testare già nel 2021 un protocollo di cura in cui sono i medici dell’ospedale a visitare i pazienti più anziani a casa loro e ad eseguire lì la terapia: «L’abbiamo chiamato progetto Girot ed è partito 4 anni fa – spiega Ungar, che è stato fra i promotori dell’iniziativa -. L’acronimo sta per Gruppi di Intervento Rapido Ospedale Territorio. Nell’arco del primo anno di sperimentazione delle 3mila visite effettuate con una presa in carico media di 8-10 giorni a paziente, solo il 7% dei casi trattati ha dovuto essere ricoverato in ospedale a seguito dell’intervento domiciliare e la mortalità media dei pazienti è passata al 5% rispetto al 20% della media nazionale».

Il beneficio, secondo i geriatri, è evidente: migliori cure per il paziente, meno ospedalizzazioni e riduzione dei costi sanitari. D’altro canto, anche il modello anti-ageistico, che parte dal considerare lo stato funzionale del paziente e non la sua sola età anagrafica, fa risparmiare soldi al sistema: «Nel momento in cui è necessario determinare l’efficacia di interventi e terapie specifiche, come ad esempio quelle dell’ipertensione di cui sono affetti il 70 per cento degli ultrasettantacinquenni – spiega Ungar –, l’età biologica del paziente è più importante dell’età anagrafica ai fini della prognosi. L’accesso alle cure, così come la somministrazione delle terapie nella terza età dovrebbero quindi sempre passare attraverso quella che in gergo chiamiamo ‘riconciliazione’, ovvero da una rivalutazione geriatrica di tipo prognostico, nell’interesse di tutte le parti in gioco e dell’efficienza del sistema sanitario stesso».

«Ridurre distanze, superare diseguaglianze»: a Torino dal 4 al 6 ottobre torna il Festival del Digitale Popolare

Il Festival del Digitale Popolare ritorna a Torino per la sua terza edizione il 4, 5 e 6 ottobre in Piazza San Carlo, dove saranno allestiti due igloo pronti ad accogliere il pubblico per tre giorni di incontri dedicati a promuovere la cultura del digitale e dell’innovazione attraverso un approccio popolare e universale.

Organizzato da Fondazione Italia Digitale con il patrocinio della Città di Torino, del Dipartimento per la Trasformazione Digitale, Agid, Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Ordine dei Giornalisti del Piemonte e il sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo, il Festival punta infatti a portare i tanti temi del digitale vicino alle persone.

Un intento che si ritrova anche nel titolo della manifestazione 2024: Ridurre distanze, superare diseguaglianze, filo conduttore dell’evento che, come da tradizione, avrà il suo manifesto d’artista.

Questa edizione ha scelto la firma di Gaetano ‘Tanino’ Liberatore, il ‘Michelangelo del fumetto’ come ebbe a definirlo Frank Zappa. Il suo successo porta il nome della serie ‘Ranxerox’, l’androide che sul finire degli anni ’80 spalancò a Liberatore le porte del palcoscenico internazionale.

«Siamo orgogliosi – spiega il direttore editoriale della Fondazione Italia Digitale Francesco Nicodemo – che uno dei padri del fumetto italiano abbia firmato il nostro manifesto, dimostrando come la Fondazione Italia Digitale stia svolgendo un importante lavoro per la crescita del Paese, legando insieme gli elementi dalla cultura digitale e popolare. Anche grazie anche ad Etna Comics che ci accompagna in questo percorso».

«Durante la mia lunga carriera – sottolinea invece Tanino Liberatore – ho avuto la fortuna di raccontare i momenti storici più rappresentativi dell’epoca e i miei personaggi hanno sempre posto l’accento sul tema dell’inclusività e del superamento delle diseguaglianze anche tramite mezzi tecnologici e a volte fantascientifici. Sono certo che il personaggio che ho scelto come effige sia in grado di comunicare efficacemente le lodevoli finalità del Festival».

Antonio Mannino, direttore di Etna Comics: «Ringrazio l’organizzazione del Festival del Digitale Popolare per averci affidato nuovamente la creatività di questo importante evento che parla ai giovani con un linguaggio dinamico, che affronta temi attuali e anche un po’ pionieristici senza trascurare l’attenzione verso tematiche sociali scottanti e sempre più spesso trascurate».

Per l’evento nazionale di ottobre – che nella scorsa edizione ha visto oltre duecento relatori tra imprese, startupper, artisti, sportivi, giornalisti e comunicatori, amministratori pubblici, formatori, politici, esperti ed innovatori in ambito digitale e tremila presenze – torneranno a confrontarsi personaggi della cultura, dello sport, dell’innovazione e delle istituzioni in una fitta agenda di incontri, seminari e dibattiti.

PNRR Missione Salute, al 2° trimestre 2024 raggiunta l’unica scadenza europea

«Al 30 giugno 2024 – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – l’unica scadenza europea della missione Salute del PNRR, che condiziona il pagamento delle rate, è stata rispettata». Continua l’attività di monitoraggio indipendente dello stato di avanzamento delle riforme dell’Osservatorio GIMBE sul Servizio Sanitario Nazionale, che mira a fornire un quadro oggettivo sui risultati raggiunti, di informare i cittadini ed evitare strumentalizzazioni politiche.

Il monitoraggio, oltre allo status di avanzamento, analizza le criticità conseguenti alla rimodulazione delle scadenze e all’esecuzione delle attività previste.

Secondo i dati resi pubblici il 23 luglio 2024 sul portale del Ministero della Salute che monitora lo stato di attuazione della Missione Salute del PNRR:

  • Milestone e target europei: al 30 giugno 2024 è stata raggiunta l’unica scadenza prevista, relativa all’assegnazione di 2.700 borse di studio aggiuntive per corsi specifici di medicina generale, che garantiranno il completamento di tre cicli di apprendimento triennali;
  • Milestone e target nazionali: «Anche se non condizionano l’erogazione dei fondi del PNRR – spiega Cartabellotta – questi step intermedi richiedono un attento monitoraggio perché potrebbero compromettere le correlate scadenze europee». Al 30 giugno 2024 sono stati raggiunti tutti i target previsti nel 2021, 2022 e 2023, ad eccezione del target “Stipula di un contratto per gli strumenti di intelligenza artificiale a supporto dell’assistenza primaria” che era già stato differito dal 30 giugno 2023 al 31 dicembre 2024 (+ 18 mesi). Relativamente al 2024, il target “Realizzazione, implementazione e messa in funzione delle componenti architetturali che garantiscono l’interoperabilità nazionale di documenti e dati sanitari all’interno del Fascicolo sanitario elettronico” è slittato dal 30 giugno al 31 dicembre 2024 (+ 6 mesi). È stato invece stato raggiunto con un anticipo di 6 mesi il target “Pubblicazione di una procedura di selezione biennale per l’assegnazione di voucher per progetti PoC (Proof of Concept) e stipula di convenzioni, progetti di ricerca su tumori e malattie rare e progetti di ricerca ad alto impatto sulla salute” fissato al 31 dicembre 2024.

Criticità

«Sul raggiungimento del target europeo per l’assegnazione di 2.700 borse di studio aggiuntive per la medicina generale – segnala il Presidente – se è certo che 900 borse annuali finanziate dal PNRR sono state assegnate raggiungendo così il target, in assenza di una rendicontazione pubblica del totale delle borse di studio ordinarie è impossibile verificare se le borse PNRR siano realmente “aggiuntive”».

«Formalmente – conclude Cartabellotta – al 30 giugno 2024 le scadenze europee sul PNRR che condizionano il pagamento delle rate sono state tutte rispettate». Tuttavia, commenta il Presidente «effettuata la “messa a terra” della Missione Salute, il rispetto delle scadenze successive sarà condizionato soprattutto dalle criticità di attuazione del DM 77 nei 21 servizi sanitari regionali, legate sia alle figure chiave del personale sanitario coinvolte nella riorganizzazione dell’assistenza territoriale, sia alle rilevanti differenze regionali di partenza. In tal senso, il primo banco di prova è al 31 dicembre 2024 quando dovranno essere “pienamente funzionanti” almeno 480 Centrali Operative Territoriali».

Occhio e piede, podologi e ortottisti: l’alleanza che sta rivoluzionando diagnosi e trattamenti

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I disturbi posturali entrano a pieno titolo nell’elenco delle patologie che compromettono la qualità della vita, poiché causano dolore e disagi spesso sottovalutati. Uno per tutti: il mal di schiena, in cima alla classifica delle richieste di visita dal medico di famiglia. In Italia poi le assenze sul lavoro dovute ai problemi posturali costa diversi miliardi di euro l’anno.

Per rispondere a questa emergenza nasce un’alleanza inedita. La collaborazione tra podologi e ortottisti, i professionisti sanitari che valutano i disturbi motori e sensoriali della visione, sta aprendo nuove prospettive nel trattamento di queste problematiche. Comprendere il ruolo del piede e dell’occhio nel controllo posturale e nell’equilibrio del corpo umano è essenziale per gestire efficacemente i disturbi da postura scorretta.

Mal di schiena in cima alla classifica delle richieste di visita dal medico di famiglia e causa in Italia di assenze sul lavoro che costano diversi miliardi di euro l’anno

L’approccio interprofessionale offre l’opportunità di integrare competenze diverse, fornendo cure appropriate e personalizzate che ottimizzano i risultati clinici e migliorano la vita delle persone. Per affrontare le cattive abitudini posturali, il Ministero della Salute ha promosso l’elaborazione di Linee guida nazionali, fornendo indicazioni precise e basate sulle migliori evidenze scientifiche alle diverse professionalità sanitarie coinvolte nella prevenzione, diagnosi e cura dei disturbi posturali.

Posturologia: il punto di vista di ortottista e podologo

Vito Cassano

La postura e l’equilibrio dipendono da un complesso sistema integrato di input sensoriali e risposte motorie, con il piede e l’occhio che svolgono ruoli fondamentali. Il piede, base di supporto del corpo, è fondamentale per la trasmissione delle forze e il mantenimento dell’equilibrio. Le sue strutture anatomiche, come arcate plantari, articolazioni e muscoli, contribuiscono alla stabilità e alla distribuzione del carico. Alterazioni biomeccaniche, come la pronazione eccessiva, ad esempio, possono influenzare negativamente la postura e aumentare il rischio di infortuni. Il sistema visivo, invece, fornisce informazioni per la percezione spaziale e la stabilizzazione posturale, con gli occhi che monitorano l’ambiente e regolano l’orientamento del corpo. Difetti visivi, infatti, possono compromettere la postura e la stabilità. L’integrazione sensoriale del piede e dell’occhio avviene attraverso il sistema nervoso centrale, coinvolgendo il cervelletto e il sistema vestibolare. Le disfunzioni in questi recettori possono influenzare significativamente la postura, la distribuzione del peso corporeo e la stabilità posturale.

Per approfondire queste interazioni rispondono a TrendSanità Lucia Intruglio, Presidente della Commissione di albo nazionale degli ortottisti e Vito Cassano, Presidente della Commissione di albo nazionale dei podologi che testimoniano l’importanza del ruolo dei professionisti FNO TSRM e PSTRP.

Postura, occhio ed equilibrio: il progetto

La postura e l’equilibrio dipendono da un complesso sistema integrato di input sensoriali e risposte motorie, con il piede e l’occhio che svolgono ruoli fondamentali

«Il progetto di collaborazione tra podologo e ortottista in posturologia – ci dice Cassano – nasce dalla consapevolezza che il corpo umano funziona come un sistema integrato, dove il corretto funzionamento di un’area può influenzare altre parti del corpo. La posturologia è una disciplina che studia la postura e i meccanismi che la regolano, includendo l’interazione tra piedi e occhi. Queste due parti del nostro corpo hanno la funzione di sensori fondamentali per il mantenimento dell’equilibrio e della postura. Il piede fornisce informazioni sulla posizione del corpo nello spazio attraverso la propriocezione, mentre l’occhio contribuisce all’orientamento spaziale e all’equilibrio visivo. Disturbi in queste aree possono causare alterazioni posturali significative. La collaborazione tra podologo e ortottista è nata per affrontare questi problemi in maniera integrata, offrendo agli assistiti un approccio multidisciplinare che possa migliorare il loro benessere globale. Fondamentale è stato partire “con il piede giusto”, prevedendo percorsi formativi comuni e integrati».

«È necessario mettere al centro la persona assistita e il diritto costituzionale alla salute – interviene Intruglio –. Crediamo fortemente che la formazione di base e continua (ECM) debba comprendere un approccio interdisciplinare e interprofessionale per ogni professionista sanitario, nell’ottica della presa in carico globale della persona, altrimenti continueremo a occuparci sempre e solo di un limitato distretto della persona».

Piede, occhio e postura: la relazione inaspettata

Lucia Intruglio

Secondo la Presidente della Commissione di albo nazionale degli ortottisti «la visione è elemento fondamentale per l’equilibrio, l’orientamento, il camminare e non solo per la lettura e il riconoscere. Sono diverse le problematiche visive che possono indurre problemi posturali. Ad esempio, una posizione viziata del capo può insorgere per evitare una visione doppia negli strabismi paralitici o incomitanti o bloccare le scosse nel nistagmo. Prima di iniziare un eventuale trattamento, occorre porsi la domanda: “è un torcicollo ortopedico o oculare?” Le alterazioni della visione binoculare come l’insufficienza di convergenza o le eteroforie con ridotta capacità fusionale possono creare degli squilibri. È da evidenziare che anche i difetti rifrattivi (miopia, ipermetropia, astigmatismo) non corretti o non corretti adeguatamente o differenti nei due occhi (anisometropia) e/o la presenza di un’ambliopia (occhio pigro) possono alterare il recettore oculare che concorre con piede, bocca e orecchio all’equilibrio del sistema posturale.  È noto che la visione è un meccanismo complesso, la sua qualità è determinata da numerosi fattori, per questo motivo non si può pensare banalmente di ridurre disturbi visivi con un occhiale premontato o una “macchinetta misura-visus” (ultima trovata statunitense). La valutazione ortottica è sempre utile e spesso risolutiva».

Una posizione viziata del capo può insorgere per evitare una visione doppia negli strabismi paralitici o incomitanti o bloccare le scosse nel nistagmo

«Le alterazioni del tono muscolare del piede di natura causativa, così come altri disturbi del piede, come il piede piatto, l’alluce valgo o le fasciti plantari, possono alterare la biomeccanica del corpo, portando a compensazioni che influenzano negativamente la postura – interviene il Presidente della Commissione di albo nazionale dei podologi –. Questi problemi possono causare dolori articolari, disturbi alla schiena e disfunzioni muscolari. Il podologo può intervenire con trattamenti ortesici, plantari personalizzati e consigli su calzature appropriate al fine di ridurre la sintomatologia dolorosa, migliorando la funzionalità biomeccanica del piede e la distribuzione del carico. Dall’altra parte, i disturbi visivi, sono fortemente impattanti per la postura e la sua ricaduta sul piede può risultare un forte ostacolo al trattamento ortesico che attua il podologo. La conoscenza e la collaborazione in ambito posturale, in una visione sempre più olistica della persona assistita permettono una presa in carico in equipe più efficiente ed efficace. La riabilitazione diventa quindi sempre più globale e coinvolge i professionisti integrando i loro profili e le loro specifiche competenze».

Podologi e ortottisti: aree di intervento e collaborazione

Per Intruglio, nella presa in carico della persona diabetica si possono riscontrare complicanze in vari distretti. «Relativamente all’occhio, uno dei maggiori segni da prevenire è la retinopatia diabetica, la sua comparsa può inficiare sia la visione centrale, che quella periferica compromettendo anche la percezione dei colori, inoltre il diabete può comportare alterazioni della motilità oculare con visione doppia. Lo screening di questa condizione, effettuato dall’ortottista anche a domicilio, nelle case di comunità (previsto un retinografo e OCT fra gli strumenti diagnostici di base in dotazione delle case di comunità) o in altre strutture, e sani stili di vita, possono ridurre il rischio di una maculopatia con conseguente ipovisione e/o cecità. Un ulteriore elemento comune riguarda la prevenzione delle cadute degli anziani, una delle raccomandazioni ministeriali. La letteratura scientifica internazionale evidenzia che nelle persone con esiti di ictus, malattie demielinizzanti o Parkinson c’è un aumento delle cadute per la presenza di un deficit visivo non compensato e/o non individuato; una valutazione ortottica iniziale è sempre utile, sia per capire la qualità della visione, sia per un percorso riabilitativo e/o per individuare un presidio utile ad ottimizzare il residuo visivo, che a volte può consistere anche in una semplice correzione ottica».

Aggiunge Cassano: «Oltre ai disturbi posturali, podologi e ortottisti collaborano in diverse altre aree per migliorare la qualità della vita delle persone assistite. Sull’assistito diabetico, il podologo monitora la comparsa di segni di neuropatia e ridotta perfusione vascolare che possono portare l’insorgenza di ulcere o disfunzioni d’arto, oltre a predisporre un intervento rieducativo e riabilitativo. Inoltre, la cura della fase acuta del piede diabetico vede il podologo pienamente integrato nel team multidisciplinare di presa in carico della persona assistita. Parimenti, in ambito neurologico, in presenza di malattie come la sclerosi multipla o la malattia di Parkinson, dove la coordinazione motoria e visiva è spesso compromessa, la collaborazione tra queste due figure può aiutare a sviluppare piani di riabilitazione personalizzati».

«L’assistito geriatrico, invece, soffre frequentemente di problemi sia ai piedi, sia alla vista, come detto, che possono portare a un maggiore rischio di cadute. Il podologo lavora con trattamenti volti a ridurre gli effetti di un’alterata deambulazione anche attraverso terapie ortesiche che possano ridistribuire i carichi pressori e mobilizzare le strutture articolari ipomobili. Nei bambini, problemi ai piedi come il piede torto o il piede piatto, insieme a disturbi visivi come lo strabismo, possono influenzare lo sviluppo posturale e motorio. L’intervento del podologo è dunque fondamentale nel manipolare correttamente il piede al fine di ottimizzarne la funzione. Infine, gli atleti di ogni livello possono beneficiare di un approccio combinato per ottimizzare la performance e prevenire infortuni. Il lavoro fatto da alcuni portieri di calcio sull’allenamento dei riflessi fatto dagli ortottisti, combinato con la gestione del tono muscolare e del gesto atletico del piede, ha portato notevoli risultati in termini di aumento delle performance atletiche» spiega ancora Cassano.

Payback DM, le reazioni alle sentenze della Consulta: «Si apra subito un tavolo di concertazione»

Il 22 luglio la Corte Costituzionale si è pronunciata in merito ai ricorsi sul payback dei dispositivi medici. Per la Consulta, il payback DM, pur presentando qualche criticità, non è incostituzionale né irragionevole e nemmeno sproporzionato, siccome beneficia – almeno per il triennio 2015-2018 – di una significativa riduzione introdotta con un decreto legge lo scorso anno.

La decisione non è piaciuta agli addetti ai lavori, in primis a Confindustria DM, che ha parlato di crisi irreversibile del settore se sarà applicato il payback.

Barni (Confindustria DM): «Subito un tavolo per gestire la crisi del comparto»

Nicola Barni

«La pronuncia di rigetto della Corte costituzionale sull’incostituzionalità del meccanismo del payback sui dispositivi medici versa un intero comparto e tutta la filiera italiana del settore in una crisi irreversibile. Gran parte delle imprese non solo saranno nell’impossibilità di sostenere il saldo di quanto richiesto dalle regioni, ma saranno altresì costrette ad avviare procedure diffuse di mobilità e licenziamento, ad astenersi dalla partecipazione a gare pubbliche e, in molti casi, a interrompere completamente la propria attività in Italia». Questo, in sintesi, il commento di Nicola Barni, Presidente di Confindustria Dispositivi Medici, alla notizia del pronunciamento della Corte costituzionale sul payback dei dispositivi medici.

«Confindustria Dispositivi Medici chiede con forza al Governo l’immediata convocazione e costituzione di tavoli per gestire la crisi del comparto. Inoltre, con questa sentenza – ha concluso il Presidente Barni – non si è considerato che le imprese potrebbero non essere in grado di provvedere alle forniture con un’inevitabile ripercussione sulla capacità del sistema di garantire la tutela della salute dei pazienti».

Nocco (AIIC): «Si richia un triplice impatto sociale negativo»

Umberto Nocco

Anche l’Associazione Italiana Ingegneri Clinici (AIIC) esprime l’auspicio di un maggiore e concreto dialogo tra le parti: «La lettura accurata delle sentenze ci mostra un impianto che da un lato conferma che il meccanismo del payback presenta di per sé diverse criticità», dichiara il presidente AIIC Umberto Nocco, «e dall’altro afferma che lo stesso meccanismo non risulta irragionevole e neppure sproporzionato alla luce della riduzione al 48 per cento dell’importo posto a carico delle imprese. In pratica – prosegue Nocco – abbiamo la sensazione che le sentenze confermino il quadro delle richieste delle Regioni italiane, ammorbidendo però loro istanze e quindi implicitamente aprendo la strada per una sorta di ‘terza’ via in cui si conferma l’esistenza del payback anche per i DM, ma si richiama ad una sua applicazione ridotta e non retroattiva».


«Resta il fatto – prosegue Nocco – che fatichiamo a comprendere l’utilità sociale del provvedimento. Riteniamo infatti che l’impatto del provvedimento sarà pagato su tre fronti differenti: dai pazienti di domani, che potrebbero non avere a disposizione i dispositivi corretti utili o necessari a causa dell’impatto del provvedimento sulle imprese; dalle strutture sanitarie, che non potranno più accedere a una pluralità di dispositivi utili sia in termini di efficacia clinica che di concorrenza di mercato; ed anche dai lavoratori del comparto industriale che potrebbero vedere le loro opportunità occupazionali fortemente limitate. Dovremmo quindi scongiurare questo triplice impatto sociale che potrebbe accadere oggi: la tempestività delle azioni in molti casi ne determina l’efficacia».

«Auspichiamo almeno – conclude il presidente AIIC – che ora le parti chiamate in causa si siedano al tavolo del dialogo, come sempre accade quando non c’è un vincitore ed un vinto. Auspichiamo che questo dialogo possa iniziare da subito ed imboccare strade chiare, sostenibili e non penalizzanti per l’intero SSN e non solo».

Nollo (SIHTA): «La partita è ancora aperta. Serve concertazione e una strategia sostenibile per il futuro»

«La delibera della Consulta scrive la parola ‘fine’ ad una lunga partita giudiziaria, ma di certo non risolve un problema, complesso, che resta in campo e che ora sarà con ogni probabilità la politica a dover risolvere – interviene il presidente SIHTA Giandomenico Nollo – Se da un lato la pronuncia della Suprema Corte parla di una norma contenente ‘criticità’, ma non ‘irragionevolezza’, dall’altra resta infatti una filiera in stato di shock che ora rischia di essere messa in ginocchio dal provvedimento e che invoca soluzioni estreme pur di rivendicare il suo diritto ad esistere. Le aziende da un lato, il Diritto dall’altro. Ed in mezzo una chiara, cristallina, necessità di concertazione».

Giandomenico Nollo

Per il presidente SIHTA servono urgentemente misure contenitive per l’immediato e una strategia sostenibile per il futuro: «L’auspicio, per il bene di tutti, è che si apra subito un tavolo di concertazione in cui trovare una via di rientro che salvaguardi tanto i bilanci delle Regioni quanto quelli delle imprese e che nel contempo si pensi seriamente ad elevare i tetti di spesa oramai palesemente superati dagli attuali standard di cura».

«Nessuno può permettersi di perdere questa partita perché all’orizzonte si intravede già chiaramente il configurarsi di uno scenario irricevibile – ricorda Nollo -: la perdita di molti posti di lavoro, un depauperamento dell’offerta pubblica con conseguenti minori servizi al cittadino ed un deciso passo indietro sulla competitività industriale. Un colpo mortale al nostro sistema e al nostro Paese».

Patrizi (Omceo Roma): «Mancano sostituti estivi per medici di famiglia»

«Le sostituzioni estive rappresentano un grande problema per i medici di famiglia, che devono organizzarsi autonomamente nella ricerca di un collega che possa rimpiazzarli, sostenendo peraltro anche le spese. Il riposo psicofisico previsto dal contratto, infatti, è completamente a carico del medico che deve reperire e pagare il sostituto. E nella generale carenza di medici questa situazione diventa ancora più insostenibile: i sostituti, generalmente colleghi più giovani o a volte già in pensione, in questi casi possono sostituire per brevi periodi, non si trovano e capita, purtroppo in numerose circostanze, che gli stessi colleghi diano forfait all’ultimo minuto». A dirlo Cristina Patrizi, mmg, segretario dell’Ordine dei Medici di Roma e segretario regionale del Sindacato Medici Italiani (Smi) Lazio, in una intervista rilasciata all’agenzia Dire sul tema.

«Non parliamo poi solo di sostituzioni estive per i medici – prosegue Patrizi – pensiamo anche a chi ha una gravidanza, una malattia, un impegno improvviso oppure un lutto. Questo crea una condizione di stress enorme ai medici di famiglia, costantemente contattati anche quando sono in ferie oppure alle prese con impegni familiari». Non solo: i costi sono «lievitati», spiega Patrizi, perché «ormai c’è un’abitudine del mercato del sistema pubblico a ‘gettone’ e questo pesa ulteriormente sulle tasche del medico di famiglia».

Inoltre, non è più «come una volta, quando d’estate il carico di lavoro diminuiva. Un tempo – spiega Patrizi – le persone andavano in ferie un mese, oggi invece gli studi e le farmacie sono stracolme anche in estate; senza contare che nel Lazio stiamo assistendo ad una recrudescenza di forme influenzali e virali, anche di Covid. Per i medici di famiglia è un aggravio enorme, gli studi sono pieni di assistiti in fila che attendono di essere visitati, sentiti e di avere le prescrizioni».

Ma cosa auspica la categoria? «Speriamo che il futuro sistema organizzativo delle AFT (Aggregazioni Funzionali Territoriali) possa consentire realmente di risolvere questo problema e che le aziende possano avere liste di medici sostituti aggiornata costantemente». Anche perché fa «veramente male» tornare ogni anno in estate a «leggere sui giornali titoli come ‘Medici di famiglia in ferie e studi chiusi’, dichiarazioni, queste – sottolinea Patrizi – che confliggono con la grave realtà della situazione. È una grande fake che speriamo non ritrovare più sui giornali».

«Rivolgiamo un appello ai cittadini, affinché comprendano le difficoltà. Quindi se ci sono aggiustamenti sugli orari oppure sui giorni di visita – afferma Patrizi – di venire incontro ai medici di famiglia o ai loro sostituti. Facciamo poi un appello ai sistemi regionali, perché si facciano carico delle future forme organizzative che siano in grado di dare risposte non gravose per nessuno. Serve – conclude il mmg – un maggiore senso civico di collaborazione».

Tumori della mammella e del colon, al Sud più anni di vita persi e più pazienti che vanno fuori regione

Nelle regioni del Sud si perdono più anni di vita per i tumori della mammella e del colon e i tassi di mortalità, che storicamente erano più bassi rispetto al nord, ora sono paragonabili. Lo afferma il primo rapporto del Gruppo di Lavoro su equità e salute nelle Regioni dell’Istituto Superiore di Sanità, pubblicato oggi sul sito dell’ISS, secondo cui tra le cause c’è anche il minore ricorso agli screening: nelle aree dove si partecipa meno a questa forma di prevenzione, sottolineano gli autori, oltre ad avere una maggiore mortalità c’è anche un più alto l’indice di fuga, il numero cioè di pazienti costretto a spostarsi per potersi operare.

Il gruppo, istituito dal presidente dell’ISS Rocco Bellantone, ha utilizzato, i dati di mortalità per causa, i dati sulle coperture degli screening oncologici ottenuti dai sistemi di sorveglianza (in particolare da Passi e Passi d’Argento) e i dati sulle Schede di Dimissione Ospedaliera. Sono state quindi analizzate, separatamente per tumore della mammella e per tumore del colon-retto, che rappresentano il 40% di tutte le diagnosi di tumore in Italia, le differenze regionali nella mortalità totale e prematura, è stato valutato l’impatto che i programmi di screening hanno avuto sulla riduzione della mortalità per queste cause negli ultimi 20 anni e infine è stata analizzata la capacità delle singole regioni di presa in carico dei pazienti oncologici attraverso l’analisi della mobilità sanitaria extra-regionale.

«Questo rapporto, a cui a breve seguirà un lavoro simile sulle patologie cardiovascolari, è un esempio ulteriore di cosa può fare l’Iss per aiutare il Servizio Sanitario Nazionale – afferma Bellantone –. Sono sicuro che gli spunti contenuti nel documento potranno essere molto utili per elaborare strategie che riescano a mitigare le disparità regionali nell’accesso all’assistenza sanitaria, di gran lunga il problema principale della sanità nel nostro paese».

Ecco i dati principali emersi dall’indagine.

La mortalità cala ma non al Sud, dove si perdono più anni di vita

In Italia, la mortalità per tumore della mammella dal 2001 al 2021 si è ridotta del 16%, ma con ritmi diversi nelle diverse aree del Paese: al Sud la riduzione di mortalità è stata inferiore rispetto a quanto osservato nel Nord (-6% vs -21%). In alcune Regioni del Sud, quali Calabria, Molise e Basilicata, si osservano addirittura degli incrementi pari al 9%, 6% e 0,8% rispettivamente.

Anche per il tumore del colon gli andamenti sono simili: dal 2005 al 2021 risulta che nelle donne la mortalità si è ridotta di circa il 30% nelle aree del Nord (-29%) e del Centro (-27%) e molto meno al Sud (-14%). Il divario tra Nord e Sud risulta ancora più ampio fra gli uomini, dove la riduzione è stata pari a -33% nel Nord, – 26% al Centro e solo -8% nel Meridione. La regione più critica è rappresentata dalla Calabria dove in 15 anni la riduzione è stata minima nelle donne (-2%) e praticamente nulla negli uomini (-0,9%).

Per il tumore della mammella c’è stata una diminuzione progressiva degli anni di vita persi nelle regioni del Nord e in parte del Centro, mentre le regioni del Sud non mostrano evidenti cambiamenti in questo parametro. Ancora peggio va per il tumore del colon: il Sud mostra andamenti crescenti (quindi un aumento della mortalità prematura) in entrambi i sessi in contrasto con i valori del Nord e del Centro.

La mortalità cala dove si fanno più screening

La copertura totale dello screening mammografico disegna un chiaro gradiente Nord-Sud, a sfavore delle regioni meridionali con la percentuale di adesione che va dal 90% raggiunto in molte regioni settentrionali ad appena il 60% in alcune regioni meridionali.

Nelle Regioni del Nord, dove la copertura di popolazione degli screening è elevata, la riduzione di mortalità per tumore della mammella tra il 2001 ed il 2021 è più forte (oltre il 35%) rispetto alle regioni del Sud. Andamento simile anche per i tumori del colon: la copertura dello screening per il tumore del colon-retto raggiunge valori più alti fra i residenti al Nord (67%), ma è significativamente più basso fra i residenti del Centro (51%) e del Sud (26%). Nelle regioni del Centro e del Nord dove lo screening è partito prima e con livelli di copertura più elevati (intorno al 70%) la mortalità si è ridotta di circa il 30%, molto più che al Sud (-14% nelle donne e -8 negli uomini).

Dove si fanno meno screening aumenta anche l’indice di fuga

Per entrambi i tumori il rapporto mostra livelli contenuti di mobilità dei pazienti nel Centro e nel Nord del Paese. Nel Sud comprese le isole sono presenti livelli di mobilità nettamente più alti (circa 3 volte) rispetto al Centro-Nord. Per quanto riguarda il tumore della mammella se si guarda alla correlazione tra l’indice di fuga e la copertura dello screening emerge che le Regioni con le coperture di screening più alte presentano indici di fuga più bassi. «Questo dato – sottolineano gli autori – evidenzia come in Regioni in cui lo screening mammografico raggiunge una buona parte della popolazione femminile target il sistema è anche in grado si prendersi carico dei casi di tumore della mammella che necessitano di un ricovero ospedaliero per intervento chirurgico, mentre questo non è sempre garantito nelle Regioni dove lo screening è ancora lontano dai livelli ottimali. In questo panorama regioni come Calabria e Molise si distinguono fra quelle con i più bassi livelli di copertura dello screening mammografico e il più alto indice di fuga».

Tendenzialmente anche per il tumore del colon-retto, così come per la mammella, le regioni con alti livelli di copertura dello screening tendono a presentare livelli bassi dell’indice di fuga, seppure esistano alcune regioni in contro tendenza (Puglia e Campania, bassa copertura e bassa fuga). Si conferma invece per regioni come Calabria e Molise la compresenza di elevati indici di fuga e bassi livelli di copertura dello screening.

Le raccomandazioni della SIPPS per un’estate in sicurezza

Con l’arrivo dell’estate, le vacanze e la libertà sono all’ordine del giorno. Tuttavia, la stagione estiva può nascondere diverse insidie per tutta la famiglia. La Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) sottolinea l’importanza di affrontare queste insidie in modo corretto per garantire un’estate sicura per tutti.

Virus e batteri, infatti, non vanno in vacanza e, complice il caldo, il contatto con laghi o piscine e la vita all’aperto, il rischio di infezioni e malattie aumenta. Tra le più diffuse si segnalano infezioni cutanee, gastroenteriti, intossicazioni alimentari e allergie da punture di insetto.

Ecco i consigli e le raccomandazioni della SIPPS per affrontare le malattie estive più comuni del bambino.

Infezioni cutanee

L’impetigine è un’infezione batterica molto contagiosa che colpisce soprattutto i bambini. Gli agenti eziologici principali sono lo Streptococco beta-emolitico di gruppo A e, più raramente, lo Stafilococco aureo. Questa infezione causa vescicole-bolle che si risolvono in 4-8 giorni. Nelle forme più lievi e superficiali è sufficiente un trattamento locale con antisettici per ammorbidire e rimuovere le squame crostose, insieme all’uso di antibiotici topici da applicare 2-3 volte al giorno per almeno una settimana dopo la scomparsa delle lesioni. Il trattamento antibiotico orale è necessario quando le lesioni sono più estese o profonde, oppure se il bambino è immunodepresso. In questi casi, il farmaco più indicato è l’amoxicillina con acido clavulanico, sempre sotto prescrizione del pediatra.

La micosi cutanea delle dita di piedi e mani è un’infezione fungina causata da Trichophyton rubrum e Trichophyton interdigitalis. Questa infezione è piuttosto contagiosa, favorita dal contatto diretto, frequentazione di luoghi pubblici e scarso rispetto di buone norme igieniche. Le micosi si manifestano con chiazze eritemato-squamose, localizzate soprattutto sotto la pianta dei piedi, il palmo delle mani e a livello interdigitale, spesso pruriginose e molto fastidiose. Il trattamento è locale, con creme anti-micotiche da applicare 2 volte al giorno per almeno 14 giorni. La terapia sistemica va riservata ai casi resistenti alla terapia locale, con lesioni estese o plurifocali o coinvolgimento dei peli, poiché il follicolo pilifero non è raggiungibile dai farmaci topici. È fondamentale prevenire tali infezioni utilizzando ciabattine in gomma a bordo piscina, nella doccia e nello spogliatoio e tenendo teli, asciugamani e spazzole ad uso personale.

Gastroenteriti e intossicazioni alimentari

La gastroenterite di origine infettiva è causata da virus come Rotavirus, Norovirus e Adenovirus, e batteri come Escherichia coli, Salmonella, Shigella e Campylobacter. Questi patogeni sono spesso acquisiti durante viaggi internazionali in Paesi endemici e rappresentano una causa significativa di possibile disidratazione. È essenziale compensare un’eventuale perdita di liquidi con reidratazione orale, evitando bibite ad alto contenuto di zucchero come i succhi di frutta confezionati, che potrebbero aggravare la diarrea.

È inoltre raccomandabile non smettere di mangiare, preferendo pasti leggeri, piccoli e frazionati (ad esempio 6 pasti al giorno). In generale, quando si viaggia in zone con scarse condizioni igieniche, è importante bere solo acqua in bottiglia, non consumare verdure crude e frutta non sbucciata, evitare il ghiaccio e consumare carne ben cotta. Evitare cibi potenzialmente contaminati come molluschi e mitili crudi, non condividere tovaglioli, bicchieri, posate e stoviglie, e lavare sempre bene le mani con acqua e sapone o un disinfettante a base di clorexidina dopo essere stati alla toilette e prima di mangiare o manipolare cibo.

Tra le cause di tossinfezione alimentare, le salmonellosi sono tra le più comuni. Le Salmonelle non tifoidee sono presenti tutto l’anno e si trasmettono principalmente attraverso prodotti di origine animale come uova o pollame, e occasionalmente altri cibi come frutta, verdura, cereali e acqua contaminati. Le tossinfezioni da Staphylococcus aureus, invece, si manifestano entro 24-48 ore dall’assunzione di un alimento contaminato con diarrea, vomito, dolori addominali e raramente febbre.

Allergie da punture di insetto

Le punture di insetti come api e vespe possono causare reazioni che variano da una semplice eruzione cutanea a uno shock anafilattico, sebbene raro, che può mettere il soggetto in pericolo di vita. Anche le punture di zanzare devono essere considerate e prevenute attraverso norme igienico-comportamentali: evitare l’uscita nelle ore del tramonto, utilizzare indumenti che coprano braccia e gambe, e proteggersi con zanzariere e repellenti da applicare sulla pelle o da utilizzare negli ambienti.

La maggior parte delle reazioni alle punture di insetto si manifesta con arrossamento, gonfiore nella zona della puntura, fastidio o dolore che si risolvono entro 5-10 giorni, febbre e malessere temporanei. In questi casi, è sufficiente applicare una pomata a base di antistaminici e, in caso di febbre o dolore, utilizzare un antipiretico come paracetamolo o ibuprofene.

I casi gravi, quelli con anafilassi, si presentano più comunemente dopo punture di api e vespe e richiedono un intervento terapeutico tempestivo con somministrazione di adrenalina, ossigeno e fluidi per via endovenosa, oltre a esami di laboratorio per confermare la sensibilizzazione al veleno dell’insetto.

Reazioni da contatto con punture di meduse e tracine

La Pelagia noctiluca è una medusa velenosa diffusa nel Mediterraneo, mentre le tracine sono pesci che si trovano sotto la sabbia, vicino alla riva. Le punture di medusa causano dolore bruciante seguito da prurito intenso, con formazione di una zona eritematosa ed edematosa sulla pelle. Le punture di tracina provocano un dolore intenso che può durare diverse ore, con la zona di inoculazione del veleno arrossata e gonfia.

Dopo una puntura di medusa, è necessario disinfettare con acqua di mare e bicarbonato, quindi applicare un gel a base di cloruro d’alluminio. Per le punture di tracina, mettere subito il piede sotto la sabbia calda o tamponare con acqua bollente, poiché il calore lenisce il dolore delle tossine velenose. È importante non utilizzare ammoniaca, limone, aceto, alcol, non strofinare o grattare la zona colpita per evitare la diffusione delle tossine, non usare pinzette per rimuovere frammenti di tentacoli e non disinfettare con acqua dolce, troppo fredda o ghiaccio.

Colpi di sole e colpi di calore

Il colpo di sole è causato dall’esposizione diretta ai raggi solari e provoca un aumento della temperatura corporea oltre i 38 gradi, spesso associato a scottature. Il colpo di calore si manifesta quando la temperatura esterna è molto alta e una persona non riesce a disperdere il calore. Spesso, il colpo di calore si sovrappone al colpo di sole.

I bambini, specialmente i più piccoli, sono i più a rischio. Per evitare colpi di sole e di calore è fondamentale evitare l’esposizione prolungata al sole nelle ore più calde e proteggere adeguatamente il capo. I sintomi includono febbre, cefalea, nausea, irritabilità, confusione mentale e, nei casi più gravi, perdita di coscienza e collasso cardio-circolatorio.

La Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale invita tutte le famiglie a seguire queste raccomandazioni per vivere un’estate serena e sicura, proteggendo la salute dei bambini e dell’intero nucleo familiare. «Purtroppo – evidenzia Susanna Esposito, direttrice della Clinica Pediatrica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma e presidente della SIPPS Emilia-Romagna – una stagione completamente esente da patologie non esiste. Anche in estate, sebbene alcuni agenti eziologici come il Sars-CoV-2, i virus influenzali e il virus respiratorio sinciziale tendano a ridursi in frequenza, altri agenti patogeni prendono il sopravvento. Batteri, miceti e parassiti sono tra i maggiori responsabili delle infezioni che colpiscono grandi e piccini nel periodo estivo».

«Uno stile di vita sano e l’ascolto dei consigli degli esperti – sottolinea il presidente della SIPPS, Giuseppe Di Mauro – è utile per prevenire la maggior parte delle situazioni a rischio. Laddove la prevenzione fallisse, l’adesione alle indicazioni e alla terapia prescritta dagli specialisti permette una gestione ottimale di ogni caso».

«È bene ricordare che il pediatra è sempre la figura a cui fare riferimento – conclude Piercarlo Salari, pediatra e divulgatore medico-scientifico a Milano – anche perché, conoscendo la storia clinica di ogni suo assistito, è in grado di offrire consigli accurati e soprattutto personalizzati per quanto riguarda sia le precauzioni sia, in caso di viaggi con destinazioni particolari, eventuali vaccinazioni o strategie di profilassi».