Home Blog Page 146

Carcere nel metaverso: sperimentazione di sanità digitale per persone ristrette

Sono più di 60mila le presenze nelle nostre carceri, a fronte di una capienza ufficiale di poco più di 51mila posti. Le donne presenti nelle carceri italiane sono il 4,4 % e gli stranieri costituiscono il 31,3 % della popolazione carceraria. Crescono le presenze in carcere rispetto all’anno precedente e crescono anche i suicidi. Il disagio psichico è uno delle problematiche più segnalate. Le diagnosi psichiatriche gravi, nel corso dell’ultimo anno, sono cresciute: nel 2024 il 12% delle persone detenute ne soffre (quasi 6mila), a fronte di una percentuale del 10% relativa al 2023. Già solo questi dati, tratti dal ventesimo rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia, illustrano la situazione drammatica delle nostre prigioni.

E poi ci sono le colonie penali, come quelle della Sardegna. Mamone è una delle tre colonie penali in Sardegna, definito carcere riabilitativo, all’aperto, dove le persone ristrette, perlopiù con sentenze definitive, lavorano, fanno agricoltura, allevano bestiame e producono formaggi. Tuttavia, la peculiarità del luogo è l’estremo isolamento. Infatti, Mamone dista 45 minuti di auto dal primo Comune vicino e ad un’ora e mezza dal capoluogo.

Erogare servizi sanitari da remoto in una realtà penitenziaria

Paolo Cannas

«L’esperienza delle visite nel metaverso nasce da un’esigenza e, come spesso accade, quando non si hanno soluzioni a problemi organizzativi diventa necessario inventarsi qualcosa». Lo racconta a TrendSanità Paolo Cannas, Direttore Generale dell’ASL3 Nuoro e Presidente Federsanità ANCI Regione Sardegna.

«L’Azienda Asl di Nuoro ha in carico la gestione delle carceri Mamone e Badu e’ Carrus. Presso quest’ultima è presente anche la sezione di carcere speciale 41-bis. Entrambe si trovano in territori isolati e ad entrambi i luoghi di detenzione dobbiamo dare risposte sanitarie. L’Azienda ASL di Nuoro ha emesso bandi per i medici, tuttavia come spesso accade ultimamente, vanno deserti, e la difficoltà a garantire il diritto alla salute per le persone presenti nelle colonie penali diventa assai difficoltoso».

In seguito ad un’indagine svolta dentro le due carceri in carico all’Azienda è emerso che il 50% delle problematiche sanitarie risultano essere di carattere psichiatrico o di tossicodipendenza. Tali problematiche possono dar luogo a visite con il solo colloquio dello specialista psichiatra o psicologo. Prosegue Cannas: «Con il Progetto Metaverso abbiamo quindi pensato di ricreare un’ambiente clinico, sicuro per il contesto, dove le persone ristrette potessero fare delle visite abbattendo le liste d’attesa.  E devo dire che il progetto, per ora ancora in fase sperimentale e primo in Italia, è piaciuto molto alle persone ristrette e anche agli specialisti, i quali hanno il vantaggio di non spostarsi, tenendo presente che Mamone dista un’ora e mezza di auto dal centro di Nuoro. Così come non è agevole anche spostare il detenuto e non è nemmeno sostenibile. Per il 41-bis diventa oltreché più difficile e con criteri di sicurezza che devono essere rispettati e che incidono pesantemente sui costi. Il nostro progetto Metaverso è costato, in tutto, circa 16mila euro, a fronte dei costi logistici normali di spostamento dei detenuti. Sono sufficienti una ventina di televisite con il metaverso ed andremmo a pareggiare i conti».

L’esperienza delle visite nel metaverso nasce da un’esigenza e, come spesso accade, quando non si hanno soluzioni a problemi organizzativi diventa necessario inventarsi qualcosa  

La sperimentazione di questo tipo di telemedicina è partita a maggio, con le prime persone ristrette visitate in un ambulatorio virtuale, ma lo stesso progetto l’Azienda ASL di Nuoro, grazie ai fondi del PNRR ha intenzione di portarlo anche nei territori interni della Sardegna, nei paesini con poche migliaia di abitanti, che, spesso raggiungono con difficoltà gli specialisti. Conclude Cannas: «In questo momento il paziente carcerato è un paziente fragile e questo tipo di iniziativa, secondo me, non risolve tutto, ma dà un ottimo contributo. Se dimostrassimo che il progetto del Metaverso in carcere funziona e che è anche sostenibile economicamente potrebbe diventare una risposta sanitaria importante».

Il progetto Metaverso è frutto della collaborazione tra l’Azienda Asl3 di Nuoro, la casa di reclusione di Mamone, lo spin-off accademico Chain Factory dell’Università di Cagliari, Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali e State1, società operante nel settore del Metaverso.

La digitalizzazione aiuta a recuperare le visite perse per la pandemia

«In un’epoca in cui la digitalizzazione si sta faticosamente affacciando nell’ambito sanitario, sarebbe particolarmente richiesta in questo periodo post-Covid, per gli aspetti che riguardano soprattutto il recupero delle visite e dei contatti che sono stati persi nel periodo della pandemia». Lo sottolinea Roberto Ranieri, Direttore Struttura Complessa Direzione ASST Santi Paolo e Carlo, Milano e Coordinatore carceri Lombardia. «Il bisogno – continua Ranieri – è particolarmente sentito negli istituti penitenziari, laddove queste difficoltà sono state amplificate anche dagli ostacoli di comunicazione e dal fatto che non molto e non sempre l’attività sanitaria penitenziaria viene affiancata, almeno in modo equivalente a quella dell’attività pubblica».

Roberto Ranieri

Nel caso degli istituti penitenziari, l’esperienza dell’epidemia di SARS-COV-2, con la sua particolarità, ha segnato un punto di svolta: «La situazione, da negativa si è paradossalmente trasformata in un aspetto positivo. Le Linee guida nazionali e internazionali sulla telemedicina la mettono in evidenza come setting particolarmente opportuno per gli istituti penitenziari, per cui, anche questa iniziativa dell’ASL di Nuoro la trovo particolarmente efficace, perché riflette la possibilità di eseguire vari contatti sanitari con l’esterno senza richiedere necessariamente la presenza del detenuto all’esterno. Tale situazione favorisce sia l’aspetto sanitario, sia quello penitenziario, perché il detenuto, molto spesso, non è soltanto afflitto da problemi di salute, ma può presentare uno stato di restrizione con particolari caratteristiche, come ad esempio la detenzione di alta sicurezza 41-bis, che rende ancora più difficile e ancora più complesso il collegamento con l’esterno».

«Tuttavia – ricorda Ranieri – si deve evitare che il primo contatto con il detenuto possa avvenire soltanto in modo virtuale, in quanto è molto importante il contatto fisico, il contatto personale; anche per guadagnare la fiducia da parte della persona che, come sempre succede da parte di popolazioni fragili, ha necessità di sentirsi presa in carico direttamente».

Le innovazioni in sanità possono minimizzare i rischi garantendo qualità e umanizzazione delle cure anche per le persone detenute

In ogni caso, le nostre carceri, letteralmente, scoppiano e diventa sempre più necessario intervenire per garantire l’equità di accesso alle cure. Le innovazioni in sanità, come l’esperienza del Metaverso in carcere, possono fare da “rompighiaccio”, minimizzando i rischi e garantendo qualità e umanizzazione di cura anche per le persone che, di fatto, anche se ristrette non perdono il diritto alla cura.

Immagine di copertina: @Asl Nuoro

Nuovi eurodeputati discutono il futuro della salute europea

Con l’inizio del suo nuovo mandato come Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen ha svelato un’agenda politica per la salute europea focalizzata sulla costruzione di un’economia più resiliente e circolare.

Abbiamo parlato con due nuovi membri del Parlamento Europeo e della sua sottocommissione per la salute — Laurent Castillo, medico francese del Partito Popolare Europeo (PPE), di centro-destra, e Stine Bosse, liberale danese (Renew) e vice-presidente della sottocommissione — per comprendere le loro visioni della salute dell’UE. Le loro prospettive evidenziano le priorità e le sfide nell’affrontare i medicinali essenziali, l’innovazione, la salute preventiva e la necessità che la sottocommissione per la sanità pubblica operi come una commissione indipendente.

Legge sui medicinali critici: ridurre la dipendenza esterna

Laurent Castillo

Uno dei pilastri centrali del nuovo mandato di von der Leyen è la Legge europea sui medicinali critici. La proposta della Commissione mira a contrastare le allarmanti carenze di medicinali essenziali e a ridurre la dipendenza della catena di approvvigionamento dell’UE da fornitori esterni, in particolare India e Cina, che insieme producono il 60% dei principi attivi farmaceutici mondiali. La legge mira a rafforzare la capacità di produzione interna e garantire una catena di approvvigionamento più sicura e autosufficiente.

Castillo sostiene l’iniziativa, sottolineando l’importanza di stimolare la produzione europea di medicinali critici. «Dobbiamo riportare la produzione di farmaci in Europa, soprattutto per i farmaci essenziali come analgesici e antibiotici», afferma Castillo.

Bosse sottolinea anche l’importanza della produzione interna. Sostiene l’uso di dazi strategici per proteggere le industrie europee dalla concorrenza sleale, in particolare da paesi come la Cina, dove gli aiuti di Stato sovvenzionano pesantemente le imprese nazionali. «Voglio assicurarmi che ci siano tariffe che proteggano le nostre imprese», spiega Bosse. Sottolinea la necessità di promuovere un ambiente competitivo che bilanci gli interessi commerciali con il benessere sociale.

Innovazione e ricerca

Nella sua agenda politica, von der Leyen ha anche sottolineato l’importanza dell’innovazione, sostenendo l’aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo, in particolare nelle tecnologie digitali e nelle industrie verdi, per mantenere il vantaggio competitivo dell’Europa e garantire una crescita economica sostenibile.

Stinne Bosse

Laurent Castillo sottolinea la necessità di una ricerca più ampia in diverse aree critiche, come antibiotici, bioterapie innovative e trattamenti avanzati. Sottolinea l’importanza di trattenere i talenti in Europa, incoraggiando collaborazioni pubblico-private per guidare l’innovazione medica. «Dobbiamo garantire che i nostri ricercatori non migrino verso gli Stati Uniti, il che ci fa perdere preziose risorse intellettuali», afferma Castillo.

Bosse è anche preoccupata per le differenze della forza lavoro all’interno dei paesi dell’UE, portando la sua prospettiva di benessere sociale: «Abbiamo bisogno di più infermieri e medici qualificati, non solo in Danimarca, ma anche in Romania, in Polonia», aggiungendo che «dobbiamo collaborare tra di noi, come europei». Bosse sostiene una maggiore innovazione digitale nella sanità, che ritiene essenziale per il futuro dei sistemi sanitari europei.

Salute preventiva

Le misure di salute preventiva sono un punto focale dell’agenda di von der Leyen, con particolare attenzione alla salute mentale di bambini e giovani adulti, nonché alle malattie cardiovascolari e degenerative. Ciò include il proseguimento del Piano europeo di lotta contro il cancro e la priorità alla salute cardiovascolare, un obiettivo chiave della Presidenza ungherese del Consiglio per la seconda metà del 2024.

Castillo sostiene una maggiore enfasi sulla salute preventiva, in particolare nell’educazione e nei cambiamenti dello stile di vita. «Le misure preventive sono cruciali per migliorare la salute pubblica e ridurre l’onere delle malattie – afferma -. Sebbene siano stati fatti significativi progressi nella prevenzione del cancro, c’è ancora molto da fare in aree come la salute cardiovascolare e il benessere mentale».

Meno regole

Castillo e Bosse vogliono anche «meno regole» per la salute dell’UE, riecheggiando la visione di von der Leyen. La Commissione Europea si sta impegnando per un ambiente normativo più agile, proponendo un principio di “One In, One Out” per ridurre i carichi amministrativi e semplificare le normative dell’UE.

Bosse chiede una regolamentazione più intelligente per supportare la concorrenza e la crescita economica in Europa, spiegando: «Parliamo di ‘Mercato unico’, ma se abbiamo una direttiva, è attualmente implementata in modi diversi in 27 paesi». Castillo sottolinea l’importanza di semplificare le normative sulla ricerca clinica per accelerare lo sviluppo di nuovi trattamenti: «Le aziende stanno scegliendo di testare nuovi farmaci negli Stati Uniti, in Cina».

Bilancio per la salute

A maggio, la direttrice generale del servizio sanitario della Commissione Europea (SANTE), Sandra Gallina, ha avvertito che il programma sanitario da 5,3 miliardi di euro, in vigore dal 2021 al 2027 come risposta dell’UE al COVID-19, era probabilmente un “episodio unico”. Le sue parole riecheggiano i commenti di aprile della Commissaria per la Salute, Stella Kyriakides, che ha avvertito della necessità di tagliare un miliardo di euro da quel fondo, accennando alla necessità di trovare risorse per l’Ucraina.

Sia Bosse che Castillo sconsigliano i tagli al bilancio sanitario dell’UE: «Si tratta di decisioni difficili, ma dobbiamo reinvestire quei soldi nella sanità», esorta Castillo. Bosse, che è anche nella commissione bilancio, concorda, ma con un approccio più sfumato: «Dobbiamo pensare a come spendiamo. Possiamo fare investimenti collettivi a livello europeo, trovando modi per finanziare aree strategiche senza tagliare i budget sanitari», spiega, aggiungendo: «Ma dobbiamo guadagnare i soldi prima di poterli spendere. E molte persone dimenticano questo».

Una commissione per la salute?

Infine, sia Bosse che Castillo sono favorevoli alla creazione di una commissione dedicata alla salute all’interno del Parlamento Europeo. Bosse sostiene l’idea di creare una commissione separata per concentrarsi sulle questioni sanitarie, mentre Castillo ritiene che una commissione dedicata garantirebbe che le questioni specifiche della salute, come i farmaci e la ricerca, ricevano attenzione e risorse adeguate. Si prevede che la questione venga ridiscussa dopo la pausa estiva, con il coordinatore del PPE Peter Liese che sostiene una separazione prima della fine dell’anno.

Nuovo programma pilota a sostegno dei dispositivi medici orfani

L’EMA ha lanciato un programma pilota per i gruppi di esperti a sostegno dello sviluppo e della valutazione dei dispositivi medici orfani nell’Unione Europea (UE). Il programma pilota offre la consulenza gratuita dei gruppi di esperti di dispositivi medici a produttori e organismi notificati selezionati sullo status di dispositivo orfano e sui dati necessari per la loro valutazione clinica. Sebbene il programma pilota sia attualmente previsto fino alla fine del 2025, l’obiettivo è quello di stabilire un processo a lungo termine per il supporto ai dispositivi orfani.

I dispositivi orfani sono dispositivi medici destinati a essere utilizzati per malattie o condizioni che colpiscono solo un piccolo numero di individui ogni anno (non più di 12.000 individui nell’UE all’anno). Spesso vengono utilizzati per trattare o diagnosticare malattie o condizioni rare per le quali non esistono o sono insufficienti opzioni diagnostiche o terapeutiche alternative, soddisfacendo così un’esigenza medica insoddisfatta.

I produttori possono consultare i gruppi di esperti in diverse fasi dello sviluppo della strategia clinica per il loro dispositivo, mentre gli organismi notificati possono richiedere consulenza in momenti specifici della valutazione di conformità in corso del dispositivo. Nell’ambito del programma pilota, l’EMA darà priorità ad alcuni tipi di dispositivi medici orfani, come i dispositivi per il trattamento di una condizione medica che mette a rischio la vita o che potrebbe causare una compromissione permanente di una funzione corporea, i dispositivi destinati ai bambini e i nuovi dispositivi con un potenziale beneficio clinico importante.

Nel giugno 2024, la Commissione europea ha annunciato nuove linee guida sulla valutazione clinica dei dispositivi medici orfani emanate dal Gruppo di coordinamento dei dispositivi medici, composto da rappresentanti di tutti gli Stati membri dell’UE. Questa guida fornisce i criteri per determinare quando un dispositivo medico debba essere considerato orfano ai sensi del Regolamento sui dispositivi medici dell’UE e mira a guidare i produttori e gli organismi notificati nell’applicazione dei requisiti di evidenza clinica.

Questo programma pilota fa parte del supporto normativo dell’EMA ai gruppi di esperti sui dispositivi medici, in seguito all’introduzione di una nuova legislazione nell’UE. Dal 1° marzo 2022, l’Agenzia sostiene i gruppi di esperti in materia di dispositivi medici che forniscono pareri e opinioni agli organismi notificati sulla valutazione scientifica delle valutazioni cliniche e delle prestazioni di alcuni dispositivi medici ad alto rischio e di dispositivi medici diagnostici in vitro.

La consulenza tempestiva ai produttori, in particolare alle piccole e medie imprese, è uno strumento fondamentale per promuovere l’innovazione e l’accessibilità a dispositivi più sicuri ed efficaci che rispondono alle esigenze dei pazienti. Il progetto pilota per i dispositivi orfani si svolgerà parallelamente al progetto pilota per la consulenza scientifica ai produttori, che ha già dato priorità alla consulenza ai produttori sulla strategia di sviluppo clinico e sulle indagini cliniche dei dispositivi che rispondono a esigenze non soddisfatte.

Liste d’attesa, Quici: «Non è chiaro da dove prenderanno i soldi»

0

Tante promesse, pochi soldi a bilancio. Entrato in vigore dal 1° agosto, il testo del decreto liste d’attesa non sembra aver convinto la Federazione dei sindacati dei professionisti sanitari, che rappresenta gli stessi medici a cui saranno rivolti i benefici fiscali sul lavoro straordinario che dovranno servire a far aumentare le ore di lavoro negli ospedali. Il decreto vorrebbe rispondere ad una richiesta dei cittadini, ormai costretti ad aspettare tempi insensatamente lunghi per visite specialistiche ed esami in regime di servizio sanitario nazionale. La soluzione è quella di aumentare i numeri delle prestazioni, facendo lavorare gli ambulatori ospedalieri anche nei fine settimana. Il tutto senza stanziare nuovi fondi per assumere nuovo personale.

«Il sistema è già saturo ed è molto improbabile che i medici possano fare più straordinari di così»

Per il presidente della Federazione Cimo-Fesmed, Guido Quici «il sistema è già saturo ed è molto improbabile che i medici possano fare più straordinari di così, viste le ore in più che già molti accettano di fare e i giorni di ferie in arretrato maturate da una alta percentuale dei colleghi». I sindacati dal decreto si aspettano un nulla di fatto perché «non sono state introdotte nuove risorse per risolvere vecchi problemi».

I dati del sindacato su ferie e straordinari

Guido Quici

«Dove sono i nuovi fondi messi a capitolo dal tanto atteso decreto liste d’attesa?», si domanda provocatoriamente Quici. «Le intenzioni del governo di ridurre i tempi d’attesa per visite ed esami sono più che buone, ma come possiamo aspettarci di risolvere un problema così complesso senza guardare in faccia alla realtà? La nostra sanità viene da anni e anni di tagli. La risposta della politica sembra essere sempre la stessa: chiedere ai medici di lavorare di più, in questo caso dandogli un piccolo incentivo economico. Ma basta guardare i dati sul lavoro straordinario e sulle ferie arretrate dei medici ospedalieri per capire quanto questa soluzione sia problematica in partenza».

Per il presidente della Federazione Cimo-Fesmed i dati ci dicono chiaramente che la maggior parte dei medici italiani lavora già più di quanto sarebbe previsto dall’orario di lavoro standard, senza riuscire a coprire i normali turni di servizio per garantire i livelli di assistenza.

«Solo il 27% dei medici lavora le 38 ore a settimana – spiega Quici, dati alla mano -, il 53% arriva alle 48 ore settimanali e il 20% è in servizio per più di 48 ore alla settimana».

Se già il 70% dei medici lavora oltre l’orario, per i sindacati l’incentivo economico al lavoro straordinario non è destinato ad essere la soluzione ottimale per coprire carichi di lavoro che sembrano essere molto maggiori di quelli richiesti oggi. Se il decreto verrà tramutato in legge, le prestazioni dovranno essere offerte anche il sabato e la domenica e ci saranno misure molto più stringenti per evitare la chiusura delle agende per prestazioni ed esami.

Il 39% dei camici bianchi ha più di 50 giorni di ferie in arretrato da smaltire e il 18% ha ben più di 100 giorni

«Gli straordinari sono solo uno dei problemi – ha proseguito Quici -. Ci sono anche le ore di ferie in arretrato: il 43% dei medici ha ancora fra gli 11 e i 43 giorni di ferie da fare. Il 39% dei colleghi ha più di 50 giorni e il 18% ha più di 100 giorni di ferie in arretrato da smaltire. Se questo è il contesto sui cui punta la flat tax, la vedo dura. I medici non si sono mai tirati indietro rispetto al fare di più e i numeri lo dimostrano».

«Agenas sottostima il reale bisogno di medici: ne servono 10mila in più»

«In sanità è l’offerta che genera la domanda; se continuiamo a non fornire il minimo indispensabile, finirà per mancare anche la richiesta di prestazioni sanitarie legate alla prevenzione secondaria e terziaria – ha detto il presidente della Cimo-Fesmed –: La medicina preventiva invece è fondamentale e ha una ricaduta significativa anche sui costi sanitari, che saranno sempre più alti se dovremo curare tutte le patologie di cui avremmo potuto evitare o ritardare l’insorgenza».

Se continuiamo a non fornire il minimo indispensabile, finirà per mancare anche la richiesta di prestazioni sanitarie legate alla prevenzione secondaria e terziaria

Per Quici «Agenas sottostima il reale bisogno di medici che, secondo i calcoli della federazione, è molto superiore alle cifre stimate dall’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali», dal momento che oggi le prestazioni aggiuntive in regime di straordinario stanno servendo per coprire i turni di pronto soccorso in cui non c’è abbastanza personale. Il sistema si basa su un complesso calcolo algoritmico in cui vengono considerati i numeri di posti letto, il numero di medici presenti ma anche le ferie, i turni di riposo e la malattia.

«Le nostre stime ne contano 10mila in più» – ha affermato Quici che, a dimostrazione della tesi secondo cui è l’offerta che genera la domanda, ha sottolineato come nei primi due anni dopo la pandemia siano state effettuate 19.800.000 prestazioni in meno rispetto agli anni prima del Covid. Le uniche ad essere aumentate dal 2019 in poi sono le prestazioni irrinunciabili dell’oncologia, della radioterapia e della medicina nucleare.

La medicina territoriale dimenticata

Quici sottolinea come il decreto liste d’attesa preveda che i soldi per mettere a punto il nuovo sistema arrivino dalle Regioni stesse, che potrebbero però aver già utilizzato questi fondi in altro. «Se tutto avviene con le risorse già stanziate alle Regioni non si capisce chi pagherà per implementare la medicina territoriale – afferma -. La nuova legge riguarda principalmente gli ospedali e l’obiettivo è tutto sulla riduzione dei tempi d’attesa. Corretto cercare soluzioni a questo problema, ma com’è possibile che per l’ennesimo anno consecutivo il piano nazionale della cronicità rimanga a finanziamento zero? Le visite specialistiche dovrebbero essere erogate dagli ambulatori, ma senza risorse questo continua ad essere di difficile realizzazione».

Questo decreto ai sindacati sembra una rincorsa per soddisfare il cittadino che vuole più prestazioni e non una seria presa in carico di un problema strutturale: «Le liste d’attesa sono un problema per qualsiasi servizio sanitario pubblico, non solo in Italia – ha concluso Quici -, un problema che resterà probabilmente insoluto a meno che non si intervenga in maniera strutturale. Certo non attraverso le mance date sugli straordinari».

Al via iter legislativo del Ddl per esercizio fisico in ricetta medica

È stato sottoscritto ieri da tutti i partiti in X Commissione (Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale) del Senato il Ddl 287 a firma della Sen. Daniela Sbrollini su “Disposizioni recanti interventi finalizzati all’introduzione dell’esercizio fisico come strumento di prevenzione e terapia all’interno del Servizio sanitario nazionale”. Il Disegno di legge, che è al centro di un’importante battaglia per promuovere il ruolo dell’attività fisica come volano per la salute, ha come obiettivo quello di rendere l’esercizio fisico prescrivibile proprio come un farmaco da parte del medico di medicina generale, pediatra di libera scelta e specialisti, per incentivarlo come strumento di prevenzione e di cura. Ora, con la sottoscrizione del Ddl da parte di tutti i partiti, si avvia un iter legislativo che nel suo ambito potrebbe essere veramente rivoluzionario.

«Lo sport è un “farmaco” che non ha controindicazioni e fa bene a tutte le età – dichiara la Sen. Sbrollini, Vicepresidente della X Commissione Affari sociali, sanità, lavoro e previdenza sociale del Senato, Presidente dell’Intergruppo parlamentare Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili – Il Disegno di legge che ho presentato intende dare la possibilità a pediatri, medici di medicina generale e specialisti di inserirlo in ricetta medica, così che le famiglie possano usufruire delle detrazioni fiscali. La speranza è che, recuperando attraverso il 730 parte dell’investimento, le persone siano incentivate a impegnarsi in attività positive per la propria salute».

«I numeri evidenziano che l’esercizio fisico, nonostante sia un fattore determinante per la salute degli individui, è infatti ancora troppo poco praticato – sottolinea la Sen. Sbrollini – I dati dell’Eurobarometro dicono che nell’Unione europea il 45 per cento delle persone afferma di non fare mai esercizio fisico o praticare sport e una su tre ha livelli insufficienti di attività fisica. La conseguenza è l’insorgere di milioni di casi di malattie non trasmissibili che peggiorano la salute delle persone e gravano sulle economie dei singoli paesi. Il rapporto congiunto dell’OMS e dell’OCSE “Step up! Affrontare il peso dell’insufficiente attività fisica in Europa” evidenzia che, con un aumento dell’attività fisica a 150 minuti a settimana, si eviterebbero in Europa 11,5 milioni di nuovi casi di malattie non trasmissibili entro il 2050, tra cui 3,8 milioni di casi di malattie cardiovascolari, 1 milione di casi di diabete di tipo 2, oltre 400.000 casi di diversi tumori. In Italia il costo dell’inattività fisica è stimato a 1,3 miliardi di euro nei prossimi 30 anni. Da qui l’importanza di un’iniziativa legislativa che consenta finalmente di prescrivere l’esercizio fisico esattamente come un farmaco».

«Una battaglia quella per sostenere il binomio tra sport e salute, che è importante portare avanti su più fronti – aggiunge la Sen. Sbrollini – Come Presidente dell’Intergruppo Parlamentare Obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili, a fianco delle società scientifiche FeSDI, SID e AMD, ho promosso negli ultimi anni molte iniziative, tra cui la firma di importanti protocolli d’intesa con il CONI e con Sport e Salute, finalizzati alla promozione dell’attività sportiva come corretto stile di vita e come forma di prevenzione per il diabete e l’obesità, con il coinvolgimento del mondo dello sport. Ritengo che lo sport sia uno strumento per investire sul miglioramento del Paese. È importante portare avanti un lavoro comune che consenta il riconoscimento del valore formativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva, ponendo la cura e la prevenzione delle malattie croniche al centro dell’agenda politica e dell’azione legislativa. Ringrazio i colleghi della Commissione Sanità del Senato per il sostegno a questo Disegno di legge, e auspico che con l’impegno comune la prescrizione dell’esercizio fisico come un farmaco possa divenire presto una legge»

Decreto liste d’attesa, la flat tax sugli straordinari basterà a reperire i fondi necessari?

0

Creare una piattaforma nazionale unica per le liste d’attesa, con un numero verde da cui sarà possibile prenotare le visite, sia in ospedali e ambulatori pubblici che in strutture private convenzionate; impedire la chiusura delle agende ed estendere l’erogazione di prestazioni sanitarie anche il sabato e la domenica. Il testo del Decreto liste d’attesa è stato pubblicato il 31 luglio in Gazzetta Ufficiale ed è entrato in vigore dal 1 agosto. I benefici per gli utenti sembrano essere molto rilevanti.

Da dove arrivano i fondi per le misure previste dal Decreto liste d’attesa?

Dalla comodità di prenotare le prestazioni da un solo numero verde (Centro Unico di Prenotazione), che incrocia per la prima volta le disponibilità di tutte le agende delle strutture sul territorio nazionale in cui è possibile effettuare visite ed esami pagando solamente il ticket, alla possibilità di accedere alle prestazioni anche nel fine settimana, quando per molti utenti è più facile organizzarsi tra famiglia e lavoro. Da dove arrivano però i fondi per tutto questo? Il testo del DL, infatti, non sembra prevedere ulteriori stanziamenti, tranne il recupero di risorse attraverso la detassazione degli straordinari dei medici e la possibilità di attingere a finanziamenti di progetti già definiti. Ne abbiamo parlato con la professoressa Debora Di Gioacchino, docente del corso di Health Economics and Policy presso l’università degli studi di Roma La Sapienza.

Più lavoro per i medici e infermieri già assunti, fra turni e straordinari

Una delle principali problematiche legate alla lunghezza eccessiva delle liste d’attesa per accedere ad esami e prestazioni mediche in regime di servizio sanitario nazionale o privato convenzionato riguarda la carenza di personale. Medici e infermieri, soprattutto nella medicina d’urgenza, lavorano in molti casi sottorganico. Nel decennio precedente la pandemia, il SSN ha visto una riduzione di circa 45 mila unità di personale. Per fronteggiare la pandemia, le politiche di reclutamento hanno invertito la tendenza negativa, portando a un aumento complessivo delle assunzioni di medici e infermieri. Ma l’Italia fa ancora molta fatica a rendere queste professioni attraenti per le nuove generazioni: l’età media dei sanitari è passata da 43 a 51 anni nell’ultimo ventennio. I medici italiani sono i più anziani fra i Paesi membri OCSE [Health at Glance, 2023] e le ragioni sembrano essere legate alle retribuzioni troppo scarse a fronte di carichi di lavoro non pagati adeguatamente se comparati con gli stipendi percepiti dai sanitari degli altri Paesi Europei.

Ai compensi erogati a medici e infermieri per le ore di lavoro straordinario la nuova legge in approvazione promette di applicare una flat tax

Fra le misure forse più interessanti del decreto ce n’è una che punta a convincere il personale sanitario a lavorare di più in cambio di una maggior retribuzione. Nessun aumento di stipendio però: ai compensi erogati a medici e infermieri per le ore di lavoro straordinario la nuova legge in approvazione promette di applicare una flat tax, ovvero la tassazione al 15 per cento. Si punta quindi a convincere il personale ad un lavoro extra che deve supplire alla mancanza di organico in cambio di una convenienza economica.

Una tassazione separata per le ore di lavoro extra

All’approvazione da parte dell’esecutivo c’è la norma per cui i compensi erogati per lo svolgimento delle prestazioni aggiuntive, quindi le ore svolte in più rispetto al normale orario di lavoro, saranno oggetto di tassazione separata con aliquota ridotta. Un’imposta agevolata, sostitutiva dell’Irpef e delle relative addizionali (esattamente come quella già applicata per i professionisti in regime forfettario che guadagnano un compenso annuo entro gli 85 mila euro, ndr), per un numero di ore che non possono però superare il totale monte ore ordinario in termini quantitativi. Cosa cambierà quindi, rispetto alla situazione attuale, nelle tasche dei professionisti sanitari? Oggi la retribuzione del lavoro straordinario viene calcolata separatamente e varia a seconda della mansione sanitaria svolta dal professionista. La tassazione invece non è separata visto che fiscalmente contribuisce al reddito complessivo e quindi all’imponibile soggetto all’Irpef ordinaria. Le aliquote fiscali stabilite dalla Legge di Bilancio 2022 (art. 1, comma 2, lettera a) variano dal 23% in caso di redditi fino a 15 mila euro fino ad arrivare progressivamente al 43% per i redditi che superano i 50 mila euro.

La misura dovrebbe incentivare ore di lavoro aggiuntive, e non solo rendere più conveniente gli straordinari già fatti

Con l’approvazione alla Camera del nuovo decreto quindi lavorare di più sarà effettivamente più vantaggioso fiscalmente, perché consentirà di pagare dal 5% al 28% in meno di tasse. La convenienza resterà in ogni caso da valutare per tutti i lavoratori il cui stipendio annuale si avvicina al limite superiore di uno scaglione di reddito. Una parte del reddito imponibile potrebbe infatti rientrare nello scaglione successivo, ed essere comunque soggetto a un’aliquota fiscale più elevata. Sarà dunque un incentivo sufficiente a convincere medici e infermieri a lavorare di più?

Una coperta corta, se manca il personale

Agire dal lato dell’offerta significa aumentare la dotazione di macchinari e attrezzature sanitarie e, soprattutto, aumentare il personale sanitario. Questa è la strada che sembra seguire il disegno di legge nell’art. 7 (Imposta sostitutiva sulle prestazioni aggiuntive del personale sanitario), che introduce una agevolazione fiscale sugli straordinari dei dirigenti sanitari e del personale sanitario.

La copertura finanziaria indicata consiste sostanzialmente in spostamenti di voci di bilancio

«Questa misura può essere efficace nell’aumentare l’offerta di ore lavorate se induce effettivamente ore di lavoro aggiuntive, senza rendere solo più convenienti le ore di straordinario già prestate in precedenza. Inoltre, incentiva il lavoro addizionale di una categoria di lavoratori già sovraccaricata e carente di risorse umane. Anche se la misura fosse efficace nell’aumentare l’offerta di ore lavorate, rimane pur sempre una soluzione emergenziale (straordinaria) e non strutturale, poiché non aumenta stabilmente il personale sanitario – ha commentato la professoressa Di Gioacchino –. Gli oneri finanziari previsti per questa misura sono pari a 88 milioni per il 2024, circa 160 milioni per il 2025 e circa 165 milioni a partire dal 2026, mentre per il 2027 la previsione è di 165,5 milioni annui [Ufficio studi del Senato https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/01424565.pdf]. La copertura finanziaria indicata consiste sostanzialmente in spostamenti di voci di bilancio».

Un monitoraggio più completo ed esteso sul territorio nazionale

Con l’approvazione definitiva di inizio agosto, dovrebbe essere istituita presso Agenas una piattaforma nazionale per le liste d’attesa. La piattaforma in realtà è già in essere ma al momento non tutte le Regioni collaborano all’invio dei dati. Al momento non è chiaro se la nuova norma ne imporrà la partecipazione, ma l’obiettivo dichiarato dal documento uscito dal Senato è proprio quello di disporre per la prima volta di un monitoraggio in tempo reale di tutta la situazione italiana delle liste d’attesa, con i tempi per ciascuna prestazione divisi per Regione.

Anche il Centro Unico di Prenotazione dovrà lavorare in maniera sinergica con le strutture private convenzionate, per offrire all’utente una panoramica reale delle disponibilità, non demandando più all’utente una ricerca singola, struttura per struttura. Anche questo servizio oggi è giù presente in alcune Regioni, la novità prevede che venga reso effettivo su tutto il territorio nazionale. Il Cup avrà anche l’onere di ricontattare gli utenti che hanno prenotato una prestazione, per evitare quello che oggi accade nel 20 per cento dei casi: ovvero che visite ed esami vengano prenotati ma non effettuati. Per i pazienti cronici invece, la novità è che potranno essere direttamente i medici di base a fissare per loro controlli ed esami, senza passare dal Centro Unico di Prenotazione.

La lite fra Governo e Regioni e l’emendamento pacificatore

La commissione sanità del Senato ha dovuto riscrivere l’articolo 2 del decreto, che introduceva un organismo di verifica e controllo sull’assistenza sanitaria presso il Ministero della Salute. Le Regioni hanno rivendicato l’autonomia di ogni Asl di poter effettuare i controlli sulla corretta gestione delle liste d’attesa, senza la possibilità per il Ministero della Salute di sanzionare i singoli ospedali che offrono prestazioni oltre i limiti di attesa consentiti. Tutto, insomma, resta in capo alle Regioni.

Master OPTIMA: Operational and Lean excellence in Healthcare Management – II edizione

In un’epoca di profonda trasformazione, il settore sanitario si confronta con la necessità di evolvere verso sistemi più sostenibili, utilizzando strumenti manageriali avanzati per affrontare le complessità della cura del paziente e rispondere in modo più efficace e tempestivo ai loro bisogni.

Con l’avvento delle tecnologie digitali e il crescente volume di dati, il Master mira a sfruttare questa ricchezza di informazioni per aumentare le performance delle singole strutture, trasformando le sfide in opportunità.

Attraverso un approccio che integra teoria e pratica, il Master Executive Operational and Lean excellence in Healthcare Management vuole quindi essere un percorso di formazione specialistico finalizzato a diffonderne la cultura Lean tra i professionisti che operano in contesti sanitari, fornendo loro competenze strategiche e supporto pratico per la crescita organizzativa.

Macrotemi

  • Cambiamento organizzativo
  • Lean management
  • Six Sigma
  • Industry 4.0 e Data analytics
  • Tecnologie sanitarie
  • Gestione del progetto di miglioramento

Partecipazione

  • In presenza: Experiential. Ogni incontro verrà progettato come un’occasione trasformativa di full immersion sui temi proposti e permetterà di partecipare ad attività di gruppo che simulano il mondo aziendale. Le lezioni si adatteranno perfettamente agli impegni lavorativi dei partecipanti. Tutte le lezioni sono fruibili anche online, tranne due lezioni che si terranno nella i-FAB di LIUC (laboratorio esperienziale lean e industry 4.0) e in visita a struttura sanitaria d’avanguardia.
  • A distanza: Smart. Il Master può essere fruito anche a distanza in modalità live streaming. I partecipanti possono seguire in modo sincrono tutto ciò che accade in aula e rivedere le registrazioni delle lezioni.

A chi è rivolto

  • Laureati in materie economico-ingegneristiche
  • Professioni sanitarie
  • Professionisti di aziende produttive
  • Professionisti socio-sanitari
  • Medici/Farmacisti
  • Biologi/Fisici sanitari

Partnership strategiche

Il Master è in collaborazione con prestigiose aziende del contesto sanitario come TapMyLife, Artexe e Porini e in partnership con IN.GE.SAN. (Associazione Nazionale Ingegneri Gestionali in Sanità) e Lean Club.

Iscrizioni

Il processo di selezione si svolge nel periodo Aprile 2024 – Ottobre 2024

Data scadenza application: 11/10/2024

Per ulteriori informazioni e contatti https://www.liucbs.it/catalogo/optima/

Patologie oncoematologiche pediatriche, siglato protocollo intesa FIAGOP-ADMO

Promuovere, attraverso attività congiunte, campagne di informazione sulle patologie oncoematologiche pediatriche e sulle donazioni del midollo osseo e di cellule staminali; sviluppare iniziative di sensibilizzazione sul tema rivolte agli associati e alla popolazione; incoraggiare la collaborazione tra le associazioni su argomenti di reciproco interesse anche per favorire la partecipazione a bandi di ricerca nazionali ed europei. Sono alcuni dei punti contenuti nel protocollo d’intesa siglato oggi a Roma tra la Federazione Italiana Associazioni Genitori e Guariti Oncoematologia Pediatrica e l’Associazione Donatori Midollo Osseo, nel corso di una conferenza stampa che si è svolta alla Camera dei Deputati. A sottoscrivere l’accordo, che ha validità tre anni, i due presidenti Paolo Viti (FIAGOP) e Rita Malavolta (ADMO), presenti alla conferenza anche l’onorevole Vanessa Cattoi, coordinatrice dell’Intergruppo parlamentare ‘Insieme per un impegno contro il cancro’ alla Camera, e l’onorevole Marianna Ricciardi, componente della Commissione Affari Sociali della Camera.

«L’obiettivo del protocollo siglato con ADMO è quello di lavorare insieme per sensibilizzare l’opinione pubblica e i cittadini sulle donazioni, che sono alla base della vita – ha fatto sapere il presidente di FIAGOP, Paolo Viti –. È fondamentale che le persone donino tutto ciò che si può donare. Per quanto riguarda l’oncologia pediatrica, negli ultimi 20 anni sono stati effettuati circa 16mila trapianti e solo nel 2023 abbiamo salvato quasi 450 bambini oncologici. Si tratta di numeri importanti, ma bisogna fare sempre meglio: basti pensare che ogni anno si ammalano di tumore 2.400 bambini (di cui 1.500 bambini e 900 adolescenti)”. Viti ha quindi sottolineato l’importanza della rete: «In Italia i centri qualificati e ad alta specializzazione (provider) in oncologia pediatrica non sono molti e per lo più sono concentrati al nord e al centro».

Regioni come la Calabria e la Sardegna, per esempio, sono «fortemente penalizzate». Dunque anche in questo settore, purtroppo, l’Italia sembra viaggiare «a due velocità – ha sottolineato ancora il presidente FIAGOP – per questo avere una rete di supporto per i familiari dei piccoli pazienti diventa davvero essenziale. Per fortuna su tutto il territorio nazionale sono invece presenti moltissime associazioni, pronte ad offrire aiuto alle famiglie che hanno necessità di ricevere informazioni sui centri di riferimento in oncologia pediatrica e supporto, talvolta anche di tipo economico per il sostegno delle spese».

Secondo la presidente ADMO, Rita Malavolta, la firma del protocollo rappresenta un «traguardo importante, perché per la prima volta vedrà entrambe le associazioni impegnate in una serie di iniziative di sensibilizzazione – commenta – portatrici anche di un messaggio di speranza. Siamo poi particolarmente lieti di ricevere il supporto di FIAGOP per divulgare insieme il messaggio dell’importanza della donazione del midollo osseo, in particolare per la cura delle patologie oncoematologiche. Stiamo infatti assistendo, purtroppo, ad un aumento della necessità di ricorrere a trapianti in ambito pediatrico».

Tra gli impegni che FIAGOP ed ADMO intendono rispettare reciprocamente, intanto, anche quello di favorire l’inserimento della tipizzazione HLA di consanguineo in caso di mancata compatibilità familiare nel Registro Donatori del Midollo Osseo a favore della ricerca nazionale e internazionale. «La richiesta – spiega Malavolta – nasce da esperienze ormai consolidate negli anni a livello nazionale, considerando che solo in Italia sono circa 2.000 le persone che necessitano di un trapianto di midollo osseo all’anno e metà di queste sono bambini. il nostro scopo, allora, è anche quello di creare una sinergia in modo tale che questo messaggio venga amplificato».

FIAGOP ed ADMO, si legge quindi nel documento, si impegnano attraverso i propri presidenti e consigli direttivi a «promuovere l’attuazione delle iniziative oggetto del protocollo d’intesa, monitorare la realizzazione degli interventi e proporre gli opportuni adeguamenti per il miglioramento dei risultati, costituendo un comitato paritetico composto da due membri per ogni organizzazione». Le parti, inoltre, cureranno la gestione del comitato paritetico e il coordinamento e la valutazione delle iniziative realizzate. Il comitato, infine, si riunirà «almeno due volte l’anno» per pianificare le nuove attività e valutare quelle del periodo precedente.

Tumori pediatrici

Ogni anno nel nostro Paese si registrano circa 1.500 nuovi casi di tumore nella fascia d’età 0-14 anni e 800-900 casi tra gli adolescenti di 14-18 anni. Nei bambini fino a 14 anni prevalgono le leucemie, in particolare la leucemia linfoblastica acuta che conta circa 400 diagnosi annue. Negli adolescenti, invece, il tumore più comune è il linfoma di Hodgkin, con circa 150 casi all’anno. Altri tumori che colpiscono bambini e adolescenti sono quelli cerebrali, che rappresentano la categoria più frequente tra i tumori solidi pediatrici. Poi ci sono neoplasie tipiche dell’età pediatrica, come il neuroblastoma, e l’epatoblastoma. Negli adolescenti sono caratteristici anche i tumori ossei, in particolare l’osteosarcoma.

Come usare l’IA nel settore medico per ottimizzare la gestione delle chiamate

0

Nel mondo sempre più digitalizzato della sanità, l’efficienza e l’attenzione al paziente sono elementi cruciali per il successo di qualsiasi centro medico o poliambulatorio. Grazie all’intelligenza artificiale, è possibile ottimizzare la gestione delle chiamate, migliorare l’esperienza dei pazienti e liberare risorse per attività più complesse.

Gestire le chiamate in entrata può rappresentare una sfida significativa per i centri medici e i poliambulatori, soprattutto quando il volume delle telefonate è elevato. Rispondere tempestivamente e in maniera efficace è essenziale per garantire un servizio di qualità e mantenere alta la soddisfazione dei pazienti. L’intelligenza artificiale offre soluzioni innovative per affrontare queste sfide, trasformando la gestione delle chiamate in un processo più fluido ed efficiente.

Come funziona l’assistente virtuale IA per i centri medici

CGM Italia ha recentemente presentato al mercato una soluzione di segreteria virtuale totalmente AI-based: CGM AIDA. Si tratta di un assistente virtuale progettato per interagire in modo naturale con i pazienti, rispondendo alle loro richieste, siano esse appuntamenti o informazioni generali, attraverso vari canali di comunicazione, inclusi WhatsApp e telefonate. Grazie alle avanzate capacità di elaborazione del linguaggio naturale, CGM AIDA comprende e risponde alle domande dei pazienti in modo contestualizzato e pertinente, garantendo un’interazione piacevole e senza intoppi.

I vantaggi concreti dell’uso di CGM AIDA

  • Disponibilità H24

Una delle caratteristiche distintive di CGM AIDA è la sua disponibilità continua, 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Questo significa che i pazienti possono contattare il centro medico in qualsiasi momento, anche al di fuori degli orari di apertura, per fissare appuntamenti, richiedere informazioni o lasciare messaggi. Questa disponibilità garantisce un livello di accessibilità e tempestività molto elevato, migliorando notevolmente la soddisfazione dei pazienti.

  • Integrazione con CGM XMEDICAL

CGM AIDA si integra perfettamente con il sistema di gestione per centri medici e poliambulatori CGM XMEDICAL, assicurando che l’agenda degli appuntamenti sia sempre aggiornata e che i pazienti siano riconosciuti immediatamente se già presenti nel database. Questa integrazione permette di automatizzare attività come la prenotazione degli appuntamenti, l’invio di promemoria e la gestione delle comunicazioni, liberando così il personale di segreteria per dedicarsi a compiti a maggior valore aggiunto.

  • Sicurezza e conformità GDPR

La sicurezza dei dati personali è una priorità assoluta. CGM AIDA garantisce la massima sicurezza nel trattamento dei dati, rispettando pienamente le normative GDPR. Questo assicura che tutte le informazioni sensibili siano protette, mantenendo la fiducia dei pazienti e la conformità legale.

  • Miglioramento dell’efficienza operativa

Adottare CGM AIDA significa ridurre drasticamente il carico di lavoro del personale di segreteria. Con la gestione automatizzata delle chiamate e delle prenotazioni, il personale può concentrarsi su attività più importanti. Questo non solo migliora l’efficienza operativa del centro medico, ma anche la qualità del servizio offerto.

L’automazione intelligente

Nel panorama sempre più competitivo della sanità, l’efficienza e la qualità del servizio sono elementi chiave per il successo. CGM AIDA rappresenta un passo avanti significativo verso l’automazione intelligente e l’efficienza operativa nei centri medici e poliambulatori per migliorare la gestione delle chiamate e la soddisfazione dei pazienti e liberare risorse preziose da dedicare alla cura dei pazienti.

Incontinenza nel Lazio: trattamenti bloccati e pazienti in fuga al nord

0

Il blocco degli interventi nel Lazio

Colpisce milioni di persone in tutto il mondo, predilige le donne ma non risparmia gli uomini, è più comune fra gli anziani, ma può interessare persone di tutte le età. E poi, diciamolo, di incontinenza urinaria si parla poco, complice lo stigma sociale e l’imbarazzo che porta le persone a non confidarsi con amici, familiari e nemmeno con il proprio medico. Per avere le idee più chiare, diamo dei numeri: in Italia sono oltre 7 milioni le persone incontinenti, (di cui 6 da incontinenza urinaria e la restante parte di incontinenza fecale), il 57% non ne parla in famiglia e solo il 25% si rivolge a un professionista. Per fortuna le terapie esistono anche per le forme più gravi, curabili con la tecnica invasiva della neuromodulazione sacrale, con percentuali di successo dell’85%. Un intervento che può cambiare la vita di tanti incontinenti, ad eccezion fatta, da ormai cinque anni, di quelli residenti nel Lazio.

Marzio Zullo

Con una popolazione di oltre 5,8 milioni di abitanti, il Lazio è la seconda regione italiana per numero di incontinenti, stimati intorno ai 900.000. Tuttavia, dal 2019, l’intervento è bloccato a causa della mancata copertura economica. «Al Campus Biomedico eravamo il secondo centro italiano come inserzione dei pacemaker vescicali, ne impiantavamo fino a 40 ogni anno» riferisce Marzio Zullo, Direttore UOS Chirurgia del Pavimento Pelvico e Proctologia, presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma. Una prassi che, per giunta, riduceva i costi della sanità: «Si stima che vent’anni di incontinenza costino 20mila euro a persona (fra pannolini, smaltimento degli stessi e complicanze del paziente) – sottolinea Zullo – quando invece, curare queste persone, costerebbe 10mila euro in meno».

I costi dell’incontinenza e dell’intervento invasivo 

Continuando a parlare di costi, la sola incontinenza femminile peserebbe per 3,3 miliardi di euro l’anno, stima Zullo. Importo che non include la platea maschile, i costi aggiuntivi relativi alle persone incontinenti ricoverate e tutti i costi intangibili. Per quanto riguarda l’intervento per l’incontinenza urinaria, avrebbe un costo totale medio intorno ai 12mila euro per paziente, anche se è variabile per ogni Regione, sostiene Pier Raffaele Spena, presidente FAIS – Federazione delle Associazioni Incontinenti e Stomizzati. Che aggiunge: «Sono cifre indubbiamente alte, ma per un pubblico ristretto, dato che sono 180 le persone in attesa nel Lazio. Se costasse solo 500 euro, verrebbe approvata, ma essendo costoso nessuno vuole prendersene carico,  mentre, nel frattempo, Piemonte, Lombardia e Veneto fanno cassa», conclude Spena. 

Pier Raffaele Spena

Tutti in fuga al nord  

La conseguenza inevitabile alla quale fa riferimento Spena è infatti la mobilità sanitaria passiva, cioè le persone che decidono di operarsi altrove. In particolare, si va in Piemonte, in Lombardia e nel Veneto, pagando in autonomia le spese del viaggio e di un eventuale alloggio. «L’aspetto singolare – sottolinea Spena – è che la Regione Lazio finisce per pagare di più, perché il Piemonte emette fatture a costi più alti. Nonostante questo, si preferisce perdere soldi anziché risolvere la situazione». Una condizione complessa e intricatissima, priva di soluzioni evidenti e costantemente ostacolata da continui inciampi.

La lentezza dei gestionali e la carenza di fornitura dei cateteri 

Non si riesce a trovare una soluzione nemmeno per la distribuzione dei cateteri, dispositivi usati per drenare l’urina dalla vescica, garantiti per legge e inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), disponibili nelle parafarmacie (mentre nelle altre Regioni arrivano in farmacia) con enormi ritardi. Tutto nasce da un nuovo gestionale, pensato per snellire la prassi per attivare la fornitura dei cateteri, ma di fatto non è così. Il meccanismo ce lo racconta Spena: «Prima viene emessa una prescrizione che arriva alla ASL di riferimento, la quale avvia la procedura per la fornitura. Tuttavia, nella Regione Lazio, questo processo include ulteriori due passaggi: serve richiedere un preventivo per i prodotti necessari e poi, a sua volta, deve essere approvato. Questo causa un significativo allungamento dei tempi». Alla fine della corsa il paziente, che non può fare a meno del catetere, è costretto a comprarlo da sé, tenendo conto che, nelle migliori delle ipotesi, è necessario cambiarlo una volta al giorno.

La risposta della Regione Lazio

Marzia Mensurati

Capire cosa succede nella Regione è doveroso: noi di TrendSanità abbiamo raggiunto Marzia Mensurati, dirigente dell’Area Farmaci e Dispositivi. «Il problema principale è che non esiste una tariffa specifica del Ministero per questa attività. La Regione Lazio è in piano di rientro e questo esclude gli accreditati, come il Policlinico Universitario Fondazione Agostino Gemelli, perché non recupererebbero i costi e quindi non possono offrire il servizio. Le strutture pubbliche potrebbero farlo, ma solo accettando una perdita o rendicontando l’operazione in modo diverso». E poi, aggiunge: «Di conseguenza, le Regioni che non sono in piano di rientro e possono stabilire tariffe aggiuntive attirano i pazienti dalla Regione Lazio, creando una disparità alla quale non possiamo opporci».

La lettera e la mancanza di dialogo 

Non sono mancate le sollecitazioni per richiedere l’attenzione e un’azione immediata da parte della Regione Lazio, alla quale FAIS, nel 2021, dopo due anni dal blocco degli interventi, ha inviato una lettera. Nel testo si fa riferimento non solo alla preoccupazione per la situazione innescata, ma anche per i pazienti sopraffatti da “gravi forme depressive per l’attesa di subire un intervento che dà loro la speranza della guarigione”. Ma come spesso accade, uno dei problemi principali è la mancanza di una comunicazione efficace. Sottolinea Spena: «Negli anni, abbiamo cercato di coinvolgere diversi soggetti, ma ora tutti sembrano allontanarsi. Come presidente nazionale di una federazione, devo interagire con diverse Regioni, ma loro sono gli unici che non rispondono mai. Questo è un problema serio, considerando che l’incontinenza colpisce il 10% della popolazione laziale».

La strada per il dialogo non si trova da tempo, anche per via del ricambio del personale all’interno della Regione: «Non abbiamo interlocutori fissi e veniamo continuamente girati da una persona all’altra, – afferma Spena – situazioni pendenti come queste sono sinonimo di scarsa volontà di confronto. Noi siamo un’associazione che desidera solo collaborare, per garantire ai pazienti una vita dignitosa e libera dai disagi». Una vita che migliora per merito delle cure, ma anche grazie allo sforzo di chi sensibilizza su una problematica che genera tanto imbarazzo. Una partita che si gioca tutti insieme.  

INCOlimpiadi: anche un gioco può aiutare

E che il gioco inizi: “Qual è un effetto collaterale comune dell’incontinenza urinaria nelle persone anziane?“, oppure, “Che cos’è l’esame urodinamico?”. Pensate di dover rispondere a domande come queste sull’incontinenza, mentre vi cimentate in una partita di calcio, completate una vasca di nuoto o state pedalando. In concomitanza con le Olimpiadi di Parigi, nasce un progetto innovativo, capace di informare e parlare su un tema di salute trascurato e oggetto di pregiudizio. INCOlimpiadi è il primo serious game, con quiz multiplayer a tema olimpico, adatto a tutte le età, pensato dalla FAIS, in collaborazione con Helaglobe. La scelta è fra cinque sport: corsa, nuoto, canoa, ciclismo e calcio.

Dopo aver selezionato lo sport e il segnalino, bisognerà rispondere rapidamente e correttamente alle varie domande (per ciascuna c’è un tempo massimo). Abbiamo partecipato anche noi di TrendSanità a una partita di canoa, nuoto e corsa, riuscendo a classificarci tra i primi posti. Tuttavia, dobbiamo ammettere che forse partivamo un po’ avvantaggiati. Il vero vantaggio, però, sarebbe raggiungere un equilibrio che permetta non solo di parlare liberamente di incontinenza, ma anche di ripristinare un sistema che consenta agli incontinenti di sottoporsi a un’operazione invasiva capace di migliorare significativamente la loro qualità di vita.