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Nursing Up: «L’Europa per gli infermieri aumenta il gap con gli stipendi italiani. La Germania offre 3500 euro netti mensili»

«Mentre l’Italia, inspiegabilmente, forma e assicura cervelli e competenze per tutto il vecchio continente, i Paesi Europei “nostri vicini di casa” puntano senza mezzi termini al rafforzamento dei propri sistemi sanitari. La carenza di professionisti non è solo una piaga italiana, ma le altre nazioni, nell’ultimo biennio, sono state capaci di affrontarla in maniera nettamente diversa rispetto a noi. Il comune denominatore della sanità europea è non solo quello di rinforzare numericamente gli organici degli ospedali pubblici, ma anche di garantire maggiore efficienza al di fuori delle proprie strutture ospedaliere, in quelle realtà ambulatoriali che fanno parte dei sistemi sanitari nazionali, e garantiscono servizi come le cure domiciliari che, ad esempio, in Paesi come la Svizzera sono all’avanguardia, con la continua ricerca di personale specializzato nella gestione delle malattie croniche». Così Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up.

«Proprio la parola specializzazione è quella che in questo momento accomuna le politiche sanitarie di paesi quali Germania, Svizzera, Olanda, Norvegia. Gli ospedali pubblici, in particolar modo, cercano infermieri strumentisti, infermieri di sala operatoria, infermieri pediatrici, infermieri che hanno lavorato in neurologia e infermieri esperti in terapia intensiva e reparti di emergenza-urgenza. Per coprire questi incarichi di responsabilità, i Paesi appena citati hanno alzato decisamente il tiro delle proprie proposte economiche, aumentando vertiginosamente il gap con l’Italia, che a livello di retribuzioni per i professionisti dell’assistenza non si è mossa di un solo millimetro negli ultimi anni».

«Abbiamo provato a fare una ricerca dettagliata, ricavando una panoramica delle offerte di lavoro aggiornate al mese di maggio: naturalmente le agenzie con cui siamo in contatto, quali Linguedo, Global Working e Man Power Svizzera ci hanno confermato che i professionisti italiani sono sempre i più graditi. Quando gli italiani presentano le proprie candidature c’è sempre la convinzione di essere di fronte a infermieri con una marcia in più» spiega De Palma.

«Ed ecco che dalla Germania, in Baviera, scatta la ricerca di infemieri per terapia intensiva e stroke unit. Si propone un corso di lingua gratuita, alloggio convenzionato ad un prezzo molto basso offerto dall’ospedale, stipendio di 3500 euro netti esclusi straordinari. Mai la Germania in passato aveva presentato offerte del genere ai professionisti sanitari stranieri. Dalla Germania passiamo all’Olanda, dove lo stipendio medio può arrivare a 2800 euro mensili netti. Si offrono contratti di 18 mesi rinnovabili, la ricerca qui è addirittura rivolta a neolaureati italiani. Le proposte economiche di un altro pianeta sono però come sempre quelle di Svizzera e Norvegia. Un infermiere che lavora nel Ticino può arrivare, secondo le nostre indagini recenti, a 4500 euro netti mensili: le offerte che abbiamo visionato riguardano nel mese di maggio città come Lugano e Mendrisio, a due passi dall’Italia. Immaginate la legittima tentazione per un infermiere lombardo quale possa essere» continua De Palma.

«La Norvegia è ben più lontana, ma i 60mila euro annui offerti, con alloggio e bollette pagate, sono un sogno da tenere in considerazione e non sono pochi i giovani professionisti della sanità italiana che hanno scelto la terra dei fiordi. In conclusione, l’Europa a differenza dell’Italia pare avere compreso davvero quale sia la strada da percorrere per rilanciare i propri sistemi sanitari ed elevare il livello delle cure: le parole d’ordine sono talento e specializzazione. La qualità delle prestazioni sanitarie, ovunque, può solo essere garantita dagli uomini e dalle donne con solide competenze, capaci di gestire elevate responsabilità e vincere le nuove sfide della salute globale», conclude De Palma.

GIMBE: «Carenza pediatri, ne mancano almeno 827. Due su tre in Lombardia, Piemonte e Veneto»

Secondo quanto riportato sul sito del Ministero della Salute, il pediatra di libera scelta (PLS) – cd. pediatra di famiglia – è il medico preposto alla tutela della salute di bambini e ragazzi tra 0 e 14 anni. Ad ogni bambino, sin dalla nascita, deve essere assegnato un PLS per accedere a servizi e prestazioni inclusi nei Livelli Essenziali di Assistenza garantiti dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). «L’allarme sulla carenza di PLS – dichiara Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – oggi è sollevato da genitori di tutte le Regioni, da Nord a Sud. Le loro testimonianze evidenziano problemi burocratici, mancanza di risposte da parte delle ASL, pediatri con un numero eccessivo di assistiti e impossibilità di iscrivere i propri figli al pediatra di famiglia, mettendo potenzialmente a rischio la salute, soprattutto dei più piccoli e dei più vulnerabili».

Per comprendere meglio le cause e le dimensioni del fenomeno, la Fondazione GIMBE ha analizzato dinamiche e criticità che regolano l’inserimento dei PLS nel SSN e stimato l’entità della carenza di PLS nelle Regioni italiane. «Due aspetti fondamentali – spiega Cartabellotta – devono essere precisati: innanzitutto, le stime sulle carenze dei PLS sono state effettuate a livello regionale, perché la loro reale necessità viene definita dalle Aziende Sanitarie Locali (ASL) in relazione agli ambiti territoriali carenti; in secondo luogo, le stime sul ricambio generazionale sono ostacolate dall’impossibilità di sapere quanti nuovi specialisti in pediatria scelgono la carriera di PLS».

DINAMICHE E CRITICITÀ

Fasce di età. Sino al compimento del 6° anno di età i bambini devono essere assistiti per legge da un PLS, mentre dai 6 ai 13 anni inclusi i genitori possono scegliere tra PLS e medico di medicina generale (MMG). Al compimento dei 14 anni la revoca del PLS è automatica, tranne per pazienti con documentate patologie croniche o disabilità per i quali può essere richiesta una proroga fino al compimento del 16° anno. «Queste regole – spiega Cartabellotta – se da un lato contrastano con la definizione di PLS come medico preposto alla tutela della salute di bambini e ragazzi sino al compimento dei 14 anni, dall’altro rappresentano un ostacolo rilevante per un’accurata programmazione del fabbisogno di PLS». Infatti, secondo i dati ISTAT al 1° gennaio 2023 la fascia 0-5 anni (iscrizione obbligatoria al PLS) include più di 2,5 milioni di bambini e quella 6-13 oltre 4,2 milioni, che potrebbero essere iscritti al PLS o al MMG in base alle preferenze dei genitori.

Massimale di assisiti. Secondo quanto previsto dall’Accordo Collettivo Nazionale (ACN), il numero massimo di assistiti di un PLS è fissato a 880, con deroga nazionale di ulteriori 120 scelte temporanee (residenti in ambiti limitrofi, non residenti, extracomunitari). Tuttavia, esistono inoltre deroghe regionali e locali che portano a superare i 1.000 iscritti: indisponibilità di altri pediatri del territorio, fratelli di bambini già in carico ad un PLS. «In realtà – commenta il Presidente – il numero di 1.000 assistiti non potrebbe essere superato in quanto la determinazione del massimale di scelte è stabilita dall’Accordo Collettivo Nazionale (ACN), come previsto dalla L. 502/1992, e non è derogabile dalle Regioni o dalle singole ASL».

Ambiti territoriali carenti. I nuovi PLS vengono inseriti nel SSN previa identificazione da parte della Regione – o soggetto da questa individuato – degli ambiti territoriali carenti, dove bisogna colmare un fabbisogno assistenziale e garantire una diffusione capillare degli studi dei PLS. Attualmente, la necessità della zona carente viene calcolata solo sulla fascia di età 0-6 anni tenendo conto di un rapporto ottimale di 1 PLS ogni 600 bambini. «È del tutto evidente – chiosa il Presidente – che questo metodo di calcolo sottostima il fabbisogno di PLS: paradossalmente, facendo riferimento alle regole vigenti, i PLS sarebbero addirittura in esubero perché il loro fabbisogno viene stimato solo per i piccoli sino al compimento dei 6 anni. Mentre di fatto i PLS assistono oltre l’81% di quelli della fascia 6-13 anni». Va segnalato che l’atto di indirizzo per la contrattazione in corso dispone di rivedere il calcolo del rapporto ottimale tenendo conto degli assistibili di età 0-13 anni, decurtati dagli assistiti di età ≥6 anni in carico ai MMG e di portare il massimale a 1.000 assistiti, eliminando la distinzione tra scelte ordinarie e deroghe.

Pensionamenti. Secondo i dati forniti dalla Federazione Italiana dei Medici Pediatri (FIMP), tra il 2023 e il 2026 sono 1.738 i PLS che hanno compiuto/compiranno 70 anni, raggiungendo così l’età massima per la pensione, deroghe a parte: dai 236 PLS del Lazio a 1 PLS in Valle d’Aosta.

Nuovi PLS. Il numero di borse di studio ministeriali per la scuola di specializzazione in pediatria, dopo un decennio di sostanziale stabilità, è nettamente aumentato negli ultimi 5 anni: da 456 nell’anno accademico 2017-2018 a 885 nel 2022-2023, raggiungendo un picco di 973 nell’anno accademico 2020-2021. «Tuttavia – spiega Cartabellotta – considerato che gli specializzandi in pediatria possono scegliere anche la carriera ospedaliera, è impossibile prevedere quanti nuovi pediatri opteranno per la professione di PLS».

STIMA DELLE CARENZE ATTUALI E FUTURE

Trend 2019-2022. Secondo la “fotografia” scattata dal Ministero della Salute e riportata nell’Annuario Statistico del SSN 2022, in Italia i PLS nel 2022 in attività erano 6.962, ovvero 446 in meno rispetto al 2019 (-6%). Inoltre, i PLS con oltre 23 anni di specializzazione sono passati dal 39% nel 2009 al 79% nel 2022. «Un dato – commenta Cartabellotta – che se da un lato documenta una crescente anzianità dei PLS in attività, dall’altro richiederebbe stime molto precise su quanti PLS potrà contare il SSN nei prossimi anni per garantire il ricambio generazionale evitando di creare un “baratro” dell’assistenza pediatrica territoriale».

Numero di assistiti per PLS. Secondo le rilevazioni della Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati (SISAC), al 1° gennaio 2023 6.681 PLS avevano in carico quasi 6 milioni di iscritti, di cui il 42,5% (2,55 milioni) della fascia 0-5 anni e il 57,5% (3,45 milioni) della fascia 6-13 anni. Ovvero l’81,8% della popolazione ISTAT al 1° gennaio 2023 di età 6-13 anni risulta assistita dai PLS, con percentuali molto diverse tra le Regioni: dal 95,9% della Liguria al 60,3% della Sardegna. In termini assoluti, la media nazionale è di 898 assistiti per PLS: superano la media di 880 assistiti (massimale di assistiti senza deroghe) 12 Regioni, di cui Piemonte (1.108), Valle d’Aosta (1.047), Provincia Autonoma di Bolzano (1.026) e Veneto (1.011) vanno oltre la media di 1.000 assistiti per PLS. «In realtà – spiega Cartabellotta – lo scenario è più critico di quanto lasciano trasparire i numeri, perché con un tale livello di saturazione non solo viene ostacolato il principio della libera scelta, ma in alcune Regioni diventa impossibile trovare disponibilità di PLS sia nelle aree interne o disagiate, sia vicino casa nelle grandi città».

Stima della carenza di PLS al 1° gennaio 2023. «Tutte le criticità sopra rilevate – spiega Cartabellotta – permettono solo di stimare il fabbisogno di PLS a livello regionale, in quanto la necessità di ciascuna zona carente viene identificata dalle ASL in relazione a numerose variabili locali». Se l’obiettivo è garantire la qualità dell’assistenza, la distribuzione capillare in relazione alla densità abitativa, la prossimità degli ambulatori e l’esercizio della libera scelta, non si può far riferimento al massimale con deroga delle scelte per stimare il fabbisogno di PLS. Di conseguenza la Fondazione GIMBE, ritenendo accettabile un rapporto di 1 PLS ogni 800 assistiti (valore medio tra il rapporto ottimale di 600 e il massimale con deroga di 1.000) e utilizzando le rilevazioni SISAC al 1° gennaio 2023, stima una carenza di 827 PLS, con notevoli differenze regionali. Infatti il 62% delle carenze si concentra in sole 3 grandi Regioni del Nord: Lombardia (244), Piemonte (136), Veneto (134); mentre in 4 Regioni (Lazio, Molise, Puglia e Umbria) non si rileva alcuna carenza visto che la media di assistiti per PLS è inferiore a 800.

Stima della carenza di PLS 2026. Conoscendo il numero dei pensionamenti attesi e il numero di borse di studio disponibili per la scuola di specializzazione in pediatria si potrebbe stimare la carenza di PLS al 2026, anno in cui dovrebbe “decollare” la riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR. «Tuttavia – commenta Cartabellotta – considerato che non è noto quanti specialisti pediatri intraprenderanno la carriera di PLS, è impossibile stimare se per i 1.738 PLS che tra il 2023 e il 2026 hanno compiuto/compiranno 70 anni ci sarà un adeguato ricambio generazionale e se questo sarà omogeneo nelle varie Regioni».

«La carenza di PLS – conclude Cartabellotta – oggi riguarda in particolare alcune grandi Regioni del Nord e deriva da errori di programmazione del fabbisogno, in particolare la mancata sincronia per bilanciare pensionamenti attesi e borse di studio per la scuola di specializzazione. E, comunque, la distribuzione capillare sul territorio rimane sempre condizionata da variabili e scelte locali non sempre prevedibili. In tal senso, serve innanzitutto un’adeguata programmazione del fabbisogno che richiede tre elementi: ridefinire la fascia di età di esclusiva competenza dei PLS, disporre di stime accurate sul numero di pediatri che intraprendono la carriera di PLS e, nel medio e lungo periodo, considerare il fenomeno della denatalità. Servono inoltre l’adozione di modelli organizzativi che promuovano il lavoro in team, l’effettiva realizzazione della riforma dell’assistenza territoriale prevista dal PNRR (Case di comunità, Ospedali di Comunità, assistenza domiciliare, telemedicina), accordi sindacali in linea con il ricambio generazionale e la distribuzione capillare dei PLS, come indicato negli stessi atti di indirizzo. Perché guardando ai pensionamenti attesi, non è affatto certo che nei prossimi anni i nuovi PLS saranno sufficienti a garantire il ricambio generazionale, con l’inevitabile acuirsi della carenza in alcune Regioni».

ISS: «Il Long Covid raddoppia il rischio di ricovero, 4700 morti per questa condizione»

L’impatto del Long-COVID sullo stato di salute si sta mostrando rilevante dal punto di vista del Servizio Sanitario Nazionale, con il rischio di nuovo ricovero o di visite mediche che raddoppia in chi ha avuto l’infezione e oltre 4700 morti stimate proprio a causa degli effetti a distanza di mesi dell’infezione acuta. Sono i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità in occasione del convegno che conclude il progetto del Ministero della Salute coordinato dall’ISS dal titolo “Analisi e strategie di risposta agli effetti a lungo termine dell’infezione COVID-19 (Long-COVID)”.

“È importante – afferma Graziano Onder, coordinatore del progetto –  incrementare le conoscenze e uniformare l’approccio al trattamento del Long-COVID, assicurare una forte coesione tra tutti gli stakeholder, raccogliere le esperienze territoriali e promuovere l’utilizzo di linguaggi e strumenti comuni nella risposta e nel contrasto alla pandemia, in considerazione del numero importante di persone colpite da COVID-19 che presentano, a distanza di settimane e mesi dal termine dell’infezione acuta, un complesso eterogeneo di manifestazioni cliniche subacute e croniche che precludono un pieno ritorno al precedente stato di salute”.

Gli studi

Secondo studi recenti fino al 45% di chi sopravvive a un’infezione da Sars-CoV-2 ha esperienza di almeno un sintomo non risolto dopo 4 mesi, con una prevalenza più alta in chi è stato ricoverato. Le dimensioni del fenomeno Long-COVID sono state valutate in pazienti residenti nelle regioni Friuli Venezia Giulia, Toscana e Puglia su oltre 7 milioni di assistiti. I risultati hanno mostrato che, in chi ha contratto il COVID-19, il numero di nuovi ricoveri ospedalieri e di visite mediche nei 6 mesi seguenti l’infezione è raddoppiato come conseguenza del Long-COVID e il numero di prestazioni diagnostiche triplicato. Secondo i dati elaborati congiuntamente da ISS e Istat, presentati sempre al convegno, inoltre 2020 e 2021 sono stati registrati 4752 decessi associati a questa condizione.

Il progetto

Il progetto, iniziato nel dicembre 2021, è coordinato dal Prof. Graziano Onder e coinvolge ARS Toscana, AReSS Puglia, Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale, Rete delle Neuroscienze e Neuroriabilitazione (rete degli IRCCS), Rete Aging (rete degli IRCCS), Associazione Rete Cardiologica (rete degli IRCCS), Università Cattolica del Sacro Cuore. Scopo del convegno è stato presentare i risultati del progetto, articolati in varie attività fra cui la definizione dello spettro clinico e delle dimensioni del problema Long-COVID, la produzione di raccomandazioni cliniche per l’assistenza ai pazienti LongCovid, la disseminazione di informazioni e la formazione sul tema, e la definizione di una rete nazionale di centri di assistenza clinica. Il progetto svolge attività di diffusione di informazioni attraverso il sito ISS. Sul sito sono anche disponibili i risultati di un censimento dei centri clinici di assistenza a LongCovid sul territorio nazionale, che ha raccolto informazioni su numero, caratteristiche e distribuzione dei centri, tipologia di assistenza fornita e organizzazione dei servizi, mostrando che la maggioranza dei centri dispongono di competenze multidisciplinari, buona integrazione con le cure primarie e l’uso di tecnologie e strumenti multidimensionali. L’elenco dei centri attivi è disponibile sul sito ISS ed è stato aggiornato a gennaio 2024. Le attività di diffusione e formazione hanno inoltre incluso 3 webinar e un corso FAD dal titolo “Il Long-COVID: un nuovo scenario clinico” su piattaforma EDUISS, a cui hanno partecipato oltre 14000 partecipanti.

«Innovazione, etica e comunicazione per coinvolgere gli over 65 nella sanità digitale»

Come affrontare la sfida della sanità digitale e come coinvolgere la popolazione over 65 in questo percorso. È questo il tema affrontato nel primo appuntamento del progetto di co-design che Rome Technopole e Sapienza Università di Roma hanno promosso sul tema dell’innovazione del sistema sanitario e dei dispositivi medici intitolato Sostenibili e Generativi. Al primo incontro 45 esperti di diverse discipline si sono riuniti per pianificare le soluzioni concrete, app e servizi dedicati e per definire le linee concettuali ed etiche per guardare al domani della salute con un focus particolare su quelli che saranno i principali utenti di questi servizi nel prossimo futuro: gli anziani e i malati cronici.

A TrendSanità, media partner di Salute Digitale Community, la rete nata da questo progetto, ne parlano in tre video-interviste, alcuni dei protagonisti coinvolti: Leandro Pecchia, Professore Ordinario Ingegneria Biomedica, Università Campus Bio-Medico di Roma, Paolo Petralia, Direttore generale della ASL 4 del SSR Liguria, Vicepresidente nazionale vicario della Federazione Italiana Aziende Sanitarie e Ospedaliere (FIASO) con delega al digitale, e Monica Calamai, Direttrice Generale Azienda USL e Commissaria Straordinaria dell’Azienda Ospedaliero Universitaria di Ferrara.

«Gruppo di esperti multidisciplinare per guidare la transizione tecnologica dei senior»

«Risposte frammentate dal SSN: vanno unificate per migliorare accesso alle cure»

«Una APP per gli anziani che coniughi medicina digitale e interazione sociale»

Con gli ingegneri clinici per parlare di PNRR e grandi apparecchiature, telemedicina, transizione ecologica e sostenibilità

“È stata un’edizione che ha superato ogni nostra aspettativa, che ha trasformato il Convegno AIIC nell’autentico palcoscenico del confronto sulle tecnologie della salute e sullo sviluppo del SSN in chiave realmente innovativa”: con queste parole Umberto Nocco, presidente dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici, ha concluso il 24° appuntamento della professione.

I “numeri” sono lusinghieri: oltre 2600 presenti, quasi 48 sessioni con oltre 160 relatori, 12 corsi di formazione (con 900 iscritti), oltre 110 aziende presenti con le loro soluzioni tecnologiche. “Ma al di là delle cifre”, commenta Lorenzo Leogrande, presidente del Convegno, “ci portiamo a casa la consapevolezza di quanto il nostro evento sia diventata la ‘casa dell’innovazione di sistema’, cioè il luogo in cui si comprende come le tecnologie entrano a far parte della quotidianità operativa di ingegneri clinici, clinici, operatori e professionisti di tutto il SSN”.

L’evento ha rappresentato “la casa dell’innovazione di sistema”, dove si comprende come le tecnologie entrano a far parte della quotidianità operativa di tutto il SSN

“E non dimentichiamo”, conferma Stefano Bergamasco, coordinatore del Comitato Scientifico, “che è stato accolto pienamente il richiamo alla necessità di creare un eco-sistema digitale, per evitare che gli investimenti e le progettualità siano fini a se stessi e incapaci di imprimere un reale cambio di passo qualitativo alle risposte di salute sempre più necessarie in un tempo di più vaste cronicità e di nuovi approcci di prossimità”. L’ultimo atto del Convegno AIIC è stato l’annuncio dell’appuntamento 2025, che si terrà a Napoli e sarà incentrato (il titolo verrà messo a punto nei prossimi mesi dal Consiglio Direttivo) sulle problematiche-criticità-opportunità legate a transizione verde, sostenibilità e nuova cultura organizzativa del sistema salute.

Il Manifesto della Telemedicina

Durante il Convegno è stata presentata la prima bozza del Manifesto “La Telemedicina che vorrei”, messo a punto da AIIC e dalla Società Italiana di Telemedicina-SIT. È un documento in dieci punti che definisce una piattaforma di riferimento etico-professionale per tutto il sistema della telemedicina. I valori proposti sono: Visione, Etica, Inclusività, Formazione, Controllo, Interoperabilità, Scienza, Diritto, Architettura, Sicurezza. 

AIIC e Società Italiana di Telemedicina (SIT) si sono fatte promotrici del Manifesto per la Telemedicina in 10 punti, condiviso con numerose realtà professionali e scientifiche

Per Emilio Chiarolla (componente del Direttivo AIIC e promotore del Manifesto), “l’applicazione del Decreto ministeriale 77 e i progetti del PNRR stanno generando una svolta epocale per la presa in carico dei pazienti, con la telemedicina che diventa tassello indispensabile in un processo di nuova presa in carico nel territorio, che ci consente di raggiungere tutti i pazienti in maniera capillare. I contenuti del nostro Manifesto partono dai principi etici e tengono conto delle questioni infrastrutturali e tecnologiche, ma anche delle professioni e della modalità di cooperazione tra professionisti diversi a beneficio ovviamente dei pazienti. E qui il ruolo degli ingegneri clinici emerge come trasversale a tutte le attività in ospedale e come anello di congiunzione tra le varie professionalità per la cosiddetta messa a terra delle progettualità che riguardano l’implementazione della telemedicina, sia dal punto di vista tecnologico che dal punto di vista organizzativo”.

Aggiunge Antonio Vittorino Gaddi (presidente della Società italiana di telemedicina-SIT): “Il Manifesto della Telemedicina è fondamentale perché noi viviamo in un sistema sanitario universalistico unico al mondo, che vorrebbe portare la tecnologia più avanzata e la telemedicina a tutti i cittadini, a tutti i pazienti, e in tutti gli ospedali nei prossimi anni. Ma questo può essere fatto solo se tutte le forze del Paese concorrono: medici, ingegneri clinici, giurisprudenza ed esperti di etica, sociologia, antropologia, informatica e di tutte le discipline che devono concorrere a creare la telemedicina del futuro”.

Il Manifesto è stato condiviso durante il Convegno da varie realtà professionali e scientifiche (FNOPI, FNO TSRM.PSTRP, Ordine degli Avvocati di Roma, Lega Coop Sociali, Confindustria Dispositivi Medici, SIHTA, ANTEV, CARD, ANTAB) ed ora sarà revisionato ed ampliato con i contributi di tutte le Società che desiderano aderirvi e farlo diventare riferimento per la propria rete sociale e professionale.

Grandi apparecchiature e stato di attuazione del PNRR

A che punto siamo con l’attuazione del PNRR (specifico riferimento al PNRR – Missione 6 Componente 2, l’investimento 1.1: Ammodernamento del parco tecnologico e digitale ospedaliero) che prevede l’installazione di 3.136 grandi apparecchiature su tutto il territorio nazionale? In una sessione dedicata a questo interrogativo, il presidente AIIC, Umberto Nocco, ha presentato i dati raccolti dalla stessa Associazione: “I dati CONSIP mostrano che è stato raggiunto il primo Milestone del 2022 sulla pubblicazione dei bandi di gara. La tempestività delle procedure e dell’accordo quadro sono stati aspetti vincenti di questo periodo. Oggi, il residuo delle apparecchiature da acquisire è limitato a quelle oggetto di ricorso e quindi questo primo dato è confortante”. Però, prosegue Nocco, “c’è da riflettere sul fatto che se a livello geografico la percentuale di acquisto è superiore al 90%, la percentuale di collaudato – e quindi di funzionante – è solo del 37%. Pensare di colmare il 60% mancante da qui a fine anno è una sfida improba, una corsa a ostacoli su cui dobbiamo confrontarci”. Fortunatamente ci sono anche regioni con il 73% di collaudato – che nello specifico sono Lazio e Campania, che spesso hanno operato in autonomia da CONSIP – con l’aggiunta della Calabria, che fa caso a sé, visto che ha acquistato molti ecografi, strumenti decisamente più semplici da collaudare, rispetto a una TAC.

Se a livello geografico la percentuale di acquisto delle grandi apparecchiature è superiore al 90%, la percentuale di collaudato – e quindi di funzionante – è solo del 37%

Le difficoltà affrontate nelle installazioni sono molte, ha detto Nocco, “e tra queste non possiamo dimenticare il fatto che si sta sostituendo un parco macchine di enorme importanza proprio mentre l’ospedale lavora e non si ferma: occorre gestire un allestimento senza provocare disagi e limitando i ritardi alle erogazioni di prestazione”. Ha concluso il presidente AIIC: “L’idea che possiamo lanciare è di provare a capire come uscire da questa situazione insieme per raggiungere il miglior risultato possibile. Sicuramente occorre una riflessione sugli aspetti burocratici ed amministrativi: l’impressione generale è che il sistema di rendicontazione sia troppo complicato, con eccessive richieste di autocertificazioni da parte dei RUP. La percezione è che ci sia un’attenzione maniacale su dettagli, ed una carenza di attenzione sulla capacità operativa, a cui si aggiunge una bulimia burocratica che incide sui ritardi”.

Concludendo la sessione sul PNRR, Nino Cartabellotta (presidente GIMBE) ha sottolineato che “Milestone e target europei sono stati raggiunti a marzo, mentre sono stati poi rimodulati alcuni target intermedi che riguardano la stipula di contratto per l’assistenza primaria e per le interconnessioni aziendali. La nostra personale considerazione è che gli ostacoli odierni all’implementazione del PNRR siano soprattutto le differenze regionali, la carenza di personale sanitario e le carenze nell’attuazione del sistema nazionale di telemedicina”.

Ospedale green e sostenibilità

La transizione green (anche nella sua incidenza sulla cultura HTA) sarà il tema centrale del Convegno 2025, ma già a Roma il tema è stato affrontato con alcuni degli esperti riconosciuti di settore. Lorenzo Leogrande ha ricordato intervenendo nella specifica sessione, che l’Health Technology Assessment “è una valutazione multidisciplinare che affronta tutte le dimensioni, da quella clinica a quella tecnica, quella legata alla sicurezza ed anche quella connessa alla sostenibilità.  Oggi, quando si parla di sostenibilità non ci si riferisce più solo all’equilibrio economico, ma si attivano anche altri concetti che fanno riferimento proprio alla transizione green ed all’economia circolare. Come AIIC e come sistema-sanità vogliamo e dobbiamo affrontare questi temi perché riteniamo che, da un punto di vista valutativo, devono essere avviati dei nuovi punti di osservazione che favoriscano la diminuzione dell’impatto dei prodotti e dei rifiuti della sanità sull’ambiente”.

Impatto che Marco Rossi (Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, Roma) ha declinato nell’ambito dell’anestesia citando ad esempio il propofol (agente ipnotico) e la necessità di una miglior gestione della sua eliminazione. “Più in generale – ha affermato Rossi – nel nostro ambito la sostenibilità è considerata ormai valore imprescindibile. Non a caso poche settimane fa è stato presentato il documento di consenso della Società europea di anestesia che evidenzia come l’impiego di farmaci e dispositivi deve ripercorre i concetti della circolarità. Serve un avanzamento culturale complessivo a cui tutti insieme dobbiamo contribuire”. A conclusione di sessione, Marco Marchetti (AGENAS) ha ricordato che l’Agenzia sta implementando il Piano nazionale HTA presentato nello scorso novembre, ed ha già portato alla riformulazione della cabina di regia. “Nel frattempo dobbiamo far crescere la cultura e la competenza nella valutazione delle tecnologie. Abbiamo previsto, a tale proposito, una lista dei centri collaborativi che dovrà essere aggiornata annualmente. E per incrementare il livello culturale sulle valutazioni Hta, a brevissimo usciremo con un avviso per la formazione di base e avanzata. Nella prima prevediamo di formare circa 2000- 2500 operatori l’anno con corsi Ecm, mentre per la formazione avanzata, diretta alle università, prevediamo Borse di studio per i corsi abilitanti”.

Innovazione e sostenibilità possono convivere?

Tra le riflessioni importanti emerse dal 24° Convegno AIIC non poteva mancare quella su cui professionisti, istituzioni e aziende si stanno confrontando da tempo: l’innovazione e la sostenibilità possono coesistere o sono destinate ad un dialogo tra sordi? Mentre si attende la pronuncia sul tema Payback, Massimo Giuseppe Barberio (Coordinatore Gruppo di lavoro dei diagnostici di Assobiotech), ha dichiarato che “i tempi sono maturi per accelerare una spinta interna alle organizzazioni, che operano nel mondo della Salute, che faccia emergere tra gli obiettivi condivisi anche quelli legati alla sostenibilità. Diventa necessario coniugare sostenibilità e appropriatezza, usando come collante le tecnologie innovative che contribuiscono ad aumentare le possibilità di cura per un numero sempre maggiore di pazienti e nel contempo riducono significativamente il costo complessivo di gestione di determinate patologie.”

Dal suo punto di vista Fernanda Gellona (Direttore Generale Confindustria Dispositivi Medici) ha sottolineato che “sull’accesso all’innovazione tecnologica, noi abbiamo visto con grande favore l’ingresso e la definizione del Piano nazionale HTA che per la valutazione delle innovazioni tecnologiche è, noi riteniamo, lo strumento giusto. Però, a fianco di questo Piano, ci deve essere anche la certezza che poi l’innovazione che abbia avuto un parere positivo, trovi spazio adeguato nei LEA”.

La conclusione l’ha proposta il presidente Nocco: “La sostenibilità dell’innovazione va ripensata. Spesso ci fermiamo all’aspetto puramente economico perché è quello probabilmente più comprensibile a tutti, però ci sono tanti driver che controllano l’innovazione e quindi è chiaro che la sostenibilità non è solo da pensare in chiave economica, ma è anche di processo, perché ogni nuova tecnologia comporta modifiche ai processi che vogliono dire cambiare il modo di lavorare, oppure modificare il loro modo di lavorare, e quindi aver bisogno di avviare una nuova formazione. Occorre pertanto entrare in una chiave culturale differente in cui finalmente concordiamo tutti sul fatto che il driver dell’innovazione tecnologica sia multidisciplinare e comprenda pertanto i molti fattori – economici e non solo – che danno nuovo significato alla parola sostenibilità”.

La cultura come risorsa per la salute

La Rete Piemontese HPH – Health Promoting Hospitals & Health Services, con le Reti Italiane e Internazionali HPH, organizza per il 4 e il 5 giugno due inediti e importanti momenti di approfondimento sul ruolo della partecipazione e dell’espressione culturale per il ben-essere e la cura, acclarato da una mole crescente di evidenze scientifiche. In tale contesto verrà lanciata una task force internazionale Salute e Cultura promossa dalla Rete HPH nazionale.

Per martedì 4 giugno dalle 14 alle 19, nello Spazio BAC del Distretto Sociale Barolo, è in programma un workshop su invito, curato dalla Rete Piemontese HPH, indirizzato alle ASL e ASO che aderiscono alla Rete e alle aziende delle Reti Italiane. Uno spazio di confronto sulle pratiche in essere nella sanità che coniugano la Salute con gli strumenti e i linguaggi della Cultura. L’appuntamento si concluderà con “Arte Bella”, una performance teatrale sul ben-essere dei e delle curanti, fondamento della relazione di cura, di SCT – Social Community Theatre Centre.

Il 4 e 5 giugno a Torino due eventi della rete Health Promoting Hospitals & Health Services sul ruolo delle arti nel migliorare la salute e il ben-essere

Mercoledì 5 giugno, dalle 9 alle 17, nell’Aula Magna Cavallerizza Reale – Università di Torino, in via Verdi, 9, si terrà una giornata di studi con esperti nazionali e internazionali per dibattere e documentare l’impegno a ricercare nuovi percorsi per la salute delle persone, attraverso i linguaggi e le pratiche culturali, promuovere la ricerca, la valutazione e lo sviluppo delle competenze.

La task force internazionale HPH è un ulteriore salto di scala per azioni che possano rispondere a standard, con competenze mirate in Medical Humanities, essere replicabili ed entrare stabilmente in protocolli di cura e prevenzione.

L’evento del 5 giugno è aperto a tutte e tutti coloro che sono interessati al tema Salute e Cultura e sarà riconosciuto l’accreditamento ECM per le professioni sanitarie per chi partecipa in presenza.

Le iscrizioni sono aperte per tutti coloro che sono interessati, con iscrizione sulla piattaforma regionale https://www.formazionesanitapiemonte.it  

Le giornate di lavoro sono rese possibili dall’alleanza del mondo della Sanità con una rete di partner del mondo accademico, della cultura e del terzo settore:

  • Reti HPH Piemonte Italia, Internazionale e Università di Torino – Dipartimento Scienze Chirurgiche
  • In collaborazione con MAMD – Fondazione Medicina a Misura di Donna, DoRS – Centro di Documentazione per la Promozione della Salute Regione Piemonte, ISS – Istituto Superiore di Sanità, CCW – Cultural Welfare Center ETS, Università di Chieti e Pescara – Centro BACH
  • Con la partecipazione di: Osservatorio Culturale del Piemonte, Istituto dei Sordi di Torino, Biblioteche civiche torinesi, SCT – Social Community Theatre Centre, Centro Scienza. Grazie a Fondazione Compagnia di San Paolo

Promuovere la salute con le arti

La rilevanza delle arti e della cultura nella relazione di cura, nella prevenzione e promozione della salute è dimostrata da un corpus di evidenze scientifiche e umanistiche sempre più consistente, oggi alla base di politiche europee e nazionali che ne stanno sostenendo l’integrazione in piani e programmi nazionali in alleanza con i diversi settori della società.
La rete internazionale HPH (Health Promotion Hospitals and Health Services) raccoglie questa sfida per rinnovare e rafforzare la cultura organizzativa e i processi di cura. Il cuore di questo rinnovamento è il ben-essere del personale sanitario, che è il primum movens della qualità e dignità delle cure nella relazione con i pazienti e i cittadini che entrano in contatto con i servizi sanitari dell’ospedale e delle cure primarie.

La rete HPH piemontese con questo convegno intende creare un’occasione di studio e confronto su una doppia sfida: riconsiderare la dimensione umana della relazione di cura attraverso l’approccio delle arti e della cultura, valorizzando le storie delle persone, le loro risorse e potenzialità nella cura nel promuovere la promozione della salute attraverso le arti.

La relazione di cura ridiventa così il fattore di valore e cambiamento nella pratica professionale, nella programmazione e gestione dei servizi, nella ricerca e formazione.

La rilevanza delle arti e della cultura nella relazione di cura, nella prevenzione e promozione della salute è dimostrata da un corpus di evidenze scientifiche e umanistiche sempre più consistente

L’evento è organizzato con enti che condividono questa sfida e intendono promuovere congiuntamente azioni di advocacy, ricerca e capacity building: la Rete Internazionale e le reti italiane HPH regionali attive in Italia, l’Università di Torino, ISS – Istituto Superiore di Sanità, DoRS – Centro di documentazione per la promozione della Salute della Regione Piemonte, CCW – Cultural Welfare Center ETS, MAMD – Fondazione Medicina a Misura di Donna e Fondazione Compagnia di San Paolo, aggregando altri partner. Questa alleanza collaborativa è aperta a quanti condividono la rilevanza delle arti e della cultura per il ben- essere, la qualità e la dignità della vita e della salute delle persone e delle comunità locali. Il convegno è parte di un percorso internazionale della Rete HPH avviato su proposta della delegazione piemontese, che si impegni nella ricerca sanitaria sul ruolo delle arti (arti dello spettacolo, arti visive, design e artigianato, letteratura, esperienze culturali on life) nel migliorare la salute e il ben-essere.

Il percorso si ispira alle Raccomandazioni di New Haven, il modello di coinvolgimento del paziente sui tre livelli (relazione di cura, co-progettazione dei servizi, coinvolgimento nelle policy sanitarie) degli standard HPH, attivabile anche con le arti/cultura ed è in attuazione dei macro-obiettivi della “Strategia Globale HPH 2021-2025”.

Dalle esperienze maturate nella Regione Piemonte nel corso degli anni dalle aziende sanitarie aderenti alla rete HPH e dai servizi culturali emerge come le arti possano rappresentare una leva per costruire relazioni di empowerment e alleanze per l’engagement sulla salute e il ben-essere di pazienti, caregiver, operatori nei diversi setting assistenziali. Si propone quindi di interpretare e applicare gli Standard HPH 2020 integrando Salute con Arti/Cultura, con le necessarie azioni di advocacy, capacity building, ricerche valutative.

Un’indagine sulle esperienze su Salute&Cultura

Al fine di valorizzare le esperienze progettuali su Salute&Cultura, le Reti Regionali Italiane HPH del Piemonte, Trentino, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lazio (Roma 1 e Ospedale Pediatrico Bambino Gesù), svolgeranno un’azione di benchmarking in sanità, raccogliendo e catalogando progetti sul tema Salute&Cultura. La raccolta di tali progetti costituisce un riconoscimento e valorizzazione delle iniziative che gli Ospedali e le Aziende Sanitarie hanno avviato nel corso degli ultimi anni.

I risultati della survey saranno resi disponibili in un prodotto digitale multimediale con gli atti del convegno HPH “La cultura come risorsa per la salute” – L’altra dimensione della cura, Torino 4 e il 5 giugno 2024.

Il 4 giugno la ricerca verrà condivisa in un workshop in spazio BAC (SCT – Social Community Theatre Centre – Università di Torino – Distretto Sociale Barolo). La sessione farà inoltre “vivere” in diretta l’esperienza Salute&Cultura con la performance teatrale “Arte Bella” sul ben-essere dei e delle curanti.

La giornata di studi del 5 giugno all’Università di Torino – Aula Magna Cavallerizza Reale – sarà articolata in tre panel:

  • Dalle evidenze scientifiche alle policy
  • La cultura come risorsa nel Piano della Promozione della Salute
  • Salute&Cultura un progetto internazionale della Rete HPH Piemonte

Terapie avanzate: entro il 2030 fino a 60 nuovi farmaci. ISS: «Assicurare equità e sostenibilità»

Le Terapie Avanzate sono il futuro della medicina. Da farmaci per una ristretta nicchia di pazienti, saranno presto standard di cura per un numero sempre maggiore di persone. Come preparare i sistemi sanitari ad accogliere il frutto dell’innovazione rappresentato dalle Terapie Avanzate per assicurare ai pazienti italiani ed europei equità e parità di trattamento nel diritto di cura è stato il tema al centro dell’evento: “Terapie avanzate: dalla sostenibilità ai modelli organizzativi sul territorio” organizzato da Istituto Superiore di Sanità e Assobiotec, l’Associazione di Federchimica per lo sviluppo delle biotecnologie, che si è tenuto a Roma presso la sede dell’Iss.

L’ultimo report di Alliance Regenerative Medicines parla di più di 1.900 trials nel mondo, di cui 112 già in fase 3 (99 portati avanti dall’industria bio-farmaceutica, 13 da accademia, governi o altre istituzioni). E di 360 studi clinici in Europa con una cinquantina nella fase pre-autorizzativa. L’Italia ha sempre avuto nella ricerca e sviluppo delle Terapie Avanzate un ruolo chiave: solo per fare un esempio, tra le prime Terapie Avanzate approvate da EMA ben 4 sono frutto della ricerca italiana. E oggi l’impegno prosegue con importanti investimenti economici e 23 studi clinici in corso nel 2022 [1] in aree con bisogni clinici insoddisfatti come ad esempio le malattie rare, le malattie neurodegenerative o i tumori. Durante le diverse sessioni dell’evento si è discusso dello stato dell’arte, delle possibilità e delle sfide rappresentate da queste terapie ma anche delle possibili soluzioni per la loro sostenibilità finanziaria e degli aspetti organizzativi per la loro distribuzione sul territorio attraverso i centri erogatori.

“L’Iss ha raccolto volentieri l’invito di Assobiotec ad organizzare congiuntamente questo incontro perché riteniamo che il tema del trasferimento delle cure, e in questo caso delle terapie avanzate, dal laboratorio al letto del paziente sia estremamente importante – afferma il presidente Rocco Bellantone -. Sebbene infatti le terapie avanzate rappresentino un’importante speranza di cura per alcune malattie prima incurabili, esistono ancora degli ostacoli significativi alla reale possibilità di utilizzo da parte dei pazienti. Auspico che la discussione congiunta delle principali criticità possa contribuire a favorire un trasferimento efficace, tempestivo, equo e sostenibile delle promesse di tali terapie al letto dei pazienti che ne hanno bisogno”.

“Le Terapie avanzate costituiscono un cambiamento epocale nel concetto di cura che diventa paziente-specifica e che porta grandi benefici dal punto di vista clinico e terapeutico. Per la prima volta nella storia della medicina sono stati messi a punto farmaci a base di materiale biologico, personalizzati che aspirano a guarire il paziente in un’unica somministrazione. –  spiega Fabrizio Greco, Presidente di Assobiotec – Nei prossimi 10 anni arriveranno nella pratica clinica molte nuove terapie, destinate a patologie sempre di nicchia, ma sicuramente meno rare. Si stima che entro il 2030 potrebbero essere lanciate fino a 60 nuove terapie geniche e cellulari a livello globale, che potrebbero riguardare complessivamente 350.000 pazienti [2]. Con riferimento agli impatti economici in Italia – prosegue Greco – recenti analisi riportano, per l’anno 2023, una spesa compresa tra i 132 e 264 milioni di euro, fino ad arrivare ad una spesa a carico dei Sistemi Sanitari Nazionali tra 905 e 1,810 milioni di euro per l’anno 2027 [3]. È dunque chiara ed evidente la necessità di preparare i sistemi sanitari ad accogliere il frutto di questa innovazione che procede a un passo senza precedenti nella storia. Serve un tavolo di confronto permanente fra tutti gli attori del Sistema Salute per costruire un nuovo modello organizzativo capace di garantire equità di accesso e cura. Per questo ringraziamo l’Istituto Superiore di Sanità che, come più volte è avvenuto in passato, ha accolto il nostro nuovo invito a sederci a un tavolo e a discutere insieme su come affrontare la sfida dell’innovazione e come accompagnare l’inarrestabile progresso della scienza a vantaggio dei pazienti e del sistema.

Cosa sono le Terapie avanzate (ATMPs)

Le Terapie avanzate, che comprendono le terapie cellulari, geniche, l’ingegneria dei tessuti e i prodotti combinati, e che in Europa sono denominate ATMP (Advanced Therapy Medicinal Products) sono le protagoniste di una rivoluzione in ambito medico. Per la prima volta nella storia della medicina è stato possibile mettere a punto farmaci a base di materiale biologico, personalizzati e che aspirano a guarire il paziente in un’unica somministrazione.

A differenza delle piccole molecole di sintesi chimica e delle macromolecole biotecnologiche come gli anticorpi monoclonali e le proteine ricombinanti, le ATMP sono costituite da cellule o tessuti, eventualmente ingegnerizzati, o da acidi nucleici. Questi farmaci, innovativi per definizione, stanno dimostrando la loro efficacia non tanto nel curare i sintomi, quanto la malattia stessa, intervenendo direttamente sulle cause e offrendo nuove prospettive di guarigione per patologie che sino a ora non avevano soluzione terapeutica.

Le caratteristiche delle ATMP possono essere sinteticamente riassunte come segue:

▪ trasformano in maniera significativa la storia clinica dei pazienti affetti da malattie che non hanno un’alternativa terapeutica, andando a soddisfare un bisogno clinico insoddisfatto e sono in grado di ristabilire, correggere o modificare funzioni fisiologiche compromesse negli esseri umani, anche con la correzione di mutazioni acquisite su base genetica e l’aggiunta di copie di geni funzionanti.

▪ sono sviluppate per avere un beneficio clinico rilevante in aree di patologia ad elevato medical need, su malattie, gravi e disabilitanti spesso con esiti infausti, malattie rare e con scarse o nulle opzioni terapeutiche disponibili;

▪ sono one-shot, ovvero, vengono somministrate in un unico trattamento, a differenza dei farmaci e dei protocolli tradizionali, che prevedono cure ripetute e regolari, con un evidente disallineamento temporale tra costi attuali, concentrati nel breve periodo, e benefici futuri, diffusi su un più lungo orizzonte temporale;

▪ hanno costi d’investimento elevati, si tratta di terapie personalizzate ad alta complessità anche produttiva, ma che presentano notevoli benefici futuri in termini clinici, terapeutici, sociali ed economici per i sistemi sanitari e la salute dei pazienti (costi diretti, indiretti e sociali evitati, recupero in produttività, maggior gettito fiscale, etc.);

▪ sono somministrati solo in centri qualificati e specializzati e nascono da piattaforme estremamente innovative e complesse

In Europa sono state approvate 25 terapie avanzate, 18 delle quali attualmente in commercio. Di queste 18 terapie, l’Italia ha concesso la rimborsabilità a 8 [4] con significative differenze in termini numerici a livello europeo.


[1] La sperimentazione clinica dei medicinali in Italia. 20° Rapporto Nazionale AIFA

[2] Estimating the Clinical Pipeline of Cell and Gene Therapies and Their Potential Economic Impact on the US Healthcare System – Casey Quinn, PhD, C olin Young, PhD, Jonathan Thomas, BSc, Mark Trusheim, MSc the MIT NEWDIGS FoCUS Writing Group, Center for Biomedical Innovation, Massachusetts Institute of Technology, Cambridge, Massachusetts, USA. 2019 https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/31198178/

[3] V Report italiano sugli ATMPs, ATMP Forum

[4] VI Report italiano sugli ATMPs, ATMP Forum, cut off dati 31.08.2023

Amministrazioni green, ma non troppo. Italia va lenta soprattutto in sanità: i numeri

Un’amministrazione che faccia scelte sostenibili anche in sanità. Ospedali “green” che riducano le emissioni, strutture sanitarie che, lavorando su formazione e acquisti, vadano a ridurre l’impatto sociale e ambientale della loro azione.

È questo l’obiettivo del Green Public Procurement (GPP) e dei Criteri Ambientali Minimi (CAM), strumenti e metriche ancora lontane dal raggiungere un livello ottimale, introdotti da tempo nel nostro Paese accogliendo l’indicazione contenuta nella Comunicazione della Commissione europea “Politica integrata dei prodotti, sviluppare il concetto di ciclo di vita ambientale” (COM 2003/302), e in ottemperanza del comma 1126, articolo 1, della legge 296/2006 (Legge Finanziaria 2007)

Matteo Nevi, Mauro Pantaleo e Claudia Romero

A dare la “temperatura” attuale sono arrivati i dati del VII rapporto 2024 “I numeri del Green Public Procurement in Italia” dell’Osservatorio Appalti Verdi di Legambiente e Fondazione Ecosistemi, presentato il 15 e il 16 maggio a Roma al Forum Compraverde Buygreen 2024, giunto alla sua XVIII edizione. Obiettivo del rapporto è raccontare come l’Italia sta affrontando la sfida della sostenibilità che passa anche dagli acquisti promossi dalle amministrazioni pubbliche e dall’applicazione dei CAM. L’Italia continua a procedere con lentezza: a otto anni dalla loro entrata in vigore, la performance delle PA è del 62%. Faticano a decollare in maniera strutturata in un quadro che vede, secondo gli ultimi dati dell’Anac, un valore complessivo degli appalti pubblici di importo pari o superiori a 40mila euro, che si attesta attorno ai 283 miliardi di euro.

Su un campione di 126 amministrazioni pubbliche (tra cui 41 ASL), l’indice medio di performance nel 2023 è stato del 62%, con un massimo del 79% raggiunto dai Comuni metropolitani e un minimo del 56% toccato dagli enti gestori di aree protette. Nonostante il 98% delle amministrazioni pubbliche riconosca l’importanza del GPP, solo il 17% delle stazioni appaltanti monitora l’uso corretto degli strumenti. Tra le politiche più conosciute e applicate ci sono il “Plastic free” (57%) e la “Formazione” (56%), seguite dai “Criteri Sociali” (47%) e dal “Gender Procurement” (46%).

Le sfide del GPP e le strategie necessarie

Tra le 41 Asl che hanno risposto al questionario dell’Osservatorio, si apre una lacuna enorme nel sistema di monitoraggio degli acquisti, con solo il 5% di attuazione

Le difficoltà principali nell’applicazione del GPP e dei CAM derivano dalla “difficoltà di stesura dei bandi” (53%), dalla “mancanza di formazione” adeguata (41%) e dalla carenza di imprese con requisiti idonei (34%). Punti deboli su cui occorre intervenire per accelerare l’applicazione del GPP. Per questo l’Osservatorio Appalti Verdi suggerisce di partire dalla formazione del personale competente e dal controllo dell’esito delle gare d’appalto.

Secondo Andrea Minutolo, responsabile scientifico Legambiente «gli acquisti verdi, sebbene la loro utilità sia ampiamente riconosciuta, subiscono ancora troppi rallentamenti. Il Rapporto dell’Osservatorio serve a puntellare i punti di debolezza su cui intervenire per rendere il GPP uno strumento strutturale. La promozione di un sistema di acquisti ambientalmente e socialmente preferibili può davvero generare un miglioramento in termini ambientali e di diffusione di tecnologie verdi».

Silvano Falocco, direttore Fondazione Ecosistemi, sottolinea, invece, la necessità di tre azioni: avere un referente del GPP in ogni pubblica amministrazione, un programma nazionale per formare le PA e una Task Force nazionale per verificare il rispetto dei diritti umani e sociali lungo le filiere di produzione.

«Non basta la formazione − afferma Roberto Caranta, dell’Università di Torino e coordinatore di ITN SAPIENS –. Servono organismi di supporto agli operatori, un help desk, che aiuti la procedura degli appalti e che indichi le soluzioni tecniche. Occorre anche un diverso approccio al mercato, stabilire un dialogo per trovare insieme le soluzioni».

Ospedale Verde e One Health

Tra le 41 Asl che hanno risposto al questionario dell’Osservatorio, si apre una lacuna enorme nel sistema di monitoraggio degli acquisti, con solo il 5% di attuazione su una spesa sanitaria di oltre 131 miliardi di euro per l’anno 2023, con un rapporto spesa sanitaria/PIL del 6,3%. Queste cifre mostrano chiaramente l’importanza di monitorare il settore sanitario e capire come la spesa possa essere veicolata verso una sostenibilità che riguarda diversi acquisti del settore e la gestione del sistema sanitario.

Gli ospedali sostenibili non solo mirano a ridurre l’impatto ambientale, ma vogliono anche migliorare la salute complessiva della popolazione. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ospedale del futuro sarà sostenibile a livello sociale, economico ed ecologico, considerando l’intero ciclo di vita della struttura.

L’impronta della sanità sulle emissioni

«L’approccio One Health è ideale per raggiungere la salute globale e rispondere ai bisogni di salute dei cittadini – spiega Matteo Nevi ai microfoni di TrendSanità, Direttore generale Assosistema, Confindustria –. Laddove il settore sanità è uno dei responsabili della crisi climatica con il 5,2% di emissioni di gas serra. Senza azioni mirate, tali emissioni potrebbero triplicare entro il 2050. L’OMS indica che almeno un quarto delle malattie e dei decessi nel mondo si devono proprio a fattori ambientali. Il cittadino finanzia, attraverso le tasse, il SSN, ma delega il soggetto pubblico all’acquisto, non può valutare la sostenibilità. Tuttavia, deve convivere con le conseguenze di un errato acquisto in termini di smaltimento e inquinamento che restano sul territorio. È necessario stabilire un dialogo costruttivo tra pubblico e privato già durante il percorso di gara».

La limitata adesione alle politiche green nel comparto sanità è solo una questione di soldi, oppure manca la cultura e la sensibilità verso queste tematiche?

Un ostacolo importante è la formazione del soggetto che acquista, perché occorre sapere cosa acquistiamo e avere in mente la sostenibilità

«Credo che le risorse economiche all’interno delle politiche Green – dice ancora Nevi –, soprattutto sugli acquisti, rappresentino il 40% della necessità di investimenti green da parte della pubblica amministrazione nel settore sanitario. Anche perché per il nostro settore, quello del lavanolo (lavaggio e noleggio) o della sterilizzazione dello strumentario, le gare sono centralizzate. Quindi, quando si parla di una gara per un acquisto “verde”, significa che è la Regione che acquista il servizio e che si estende per tutto il territorio. Si sta parlando di appalti aggregati molto grandi che riguardano l’intera sanità. Il tema economico è molto importante, perché va a toccare sia la qualità del servizio, sia la parte ambientale. Ma quello che riscontriamo è una passività di fronte al tema dell’acquisto verde, che si compone di vari aspetti. Il primo è legato alla scelta di prodotti con un minor impatto ambientale, da individuare attraverso un’analisi delle esternalità che crea l’acquisto di un bene. Noi puntiamo molto sul prodotto riutilizzabile, che ha una ripercussione collettiva positiva con una riduzione dei costi sociali come l’inquinamento, il costo di smaltimento, di incenerimento e così via. E qui si arriva a un bivio che comunque è stato superato, cioè, è preferibile la sicurezza igienica o la sostenibilità ambientale? L’ultimo CAM, anche quello del tessile, a seguito del DL rilancio, ha superato questa dicotomia proprio perché è stato validato sia dal Ministero dell’Ambiente che dal Ministero della Salute, scongiurando una rivalità tra la sicurezza igienica e la sostenibilità ambientale. Infatti, nel nuovo CAM del tessile è indicato chiaramente la predilezione verso il dispositivo medico o dispositivi di protezioni individuali riutilizzabile piuttosto che il monouso. Resta un aspetto culturale di come si acquista e di cosa si acquista».

Qual è l’ostacolo principale alla svolta green e cosa può fare la politica per favorire la sostenibilità degli acquisti?

«Un ostacolo importante è la formazione del soggetto che acquista, perché occorre sapere cosa acquistiamo e avere in mente la sostenibilità. Se manca questo, diventa difficile costruire una gara che sia sostenibile. Infatti, nella stragrande maggioranza si copiano le tabelle che sono previste dai due CAM, il tessile e il lavanolo. Si copia e incolla e si mette nella gara e spesso le richieste sono in antitesi con la sostenibilità. Ci sono gare, ad esempio, che premiano il colore, la cosa più impattante per l’ambiente in una gara. La formazione, quindi, resta la prima necessità per l’applicazione del CAM. Cosa può fare la politica? Va distinta la politica nazionale da quella regionale. La prima può intervenire fino a un certo punto, anche perché il CAM è obbligatorio e si è perfino previsto l’intervento dell’Anac su alcuni settori con l’identificazione di costi standard. Il tema di fondo è la politica regionale, quella attraverso la quale i cittadini utilizzano la sanità. I cittadini sono sia finanziatori, sia i fruitori della sanità e sia coloro che subiscono il post ambientale. Quindi, la politica regionale dovrebbe incrementare le risorse economiche nel comparto sanitario, per evitare gare sempre al massimo ribasso, o che vadano a ledere la qualità, e sensibilizzare la centrale di committenza sul tema ambientale, indirizzandola sull’acquisto sui prodotti che hanno un costo sociale minore rispetto a quelli monouso».

Cosa manca nel Nuovo Codice degli Appalti per garantire la sostenibilità?

«Sono molte le cose che mancano. Nell’ambito green, è stata ripresa la struttura del precedente codice, inserendo perfino una cosa molto utile come l’analisi LCC (Life Cycle Costing), cioè quanto costa la risorsa dall’inizio alla fine, per mappare anche i costi sociali. Però manca l’aspetto della qualità, perché rispetto al precedente codice è venuto meno l’equilibrio fra il prezzo offerto in gara e la qualità del prodotto, il famoso 70/30. Oggi non c’è più, quindi nella discrezionalità della centrale di committenza si può decidere anche di fare una gara totalmente al prezzo più basso senza problema, oppure trovare un equilibrio diverso dal 70/30 che penalizza la qualità del servizio e la scelta ambientale, premiando lo sconto più alto rispetto all’elemento qualitativo».

Bebe Vio ed Emanuele Lambertini agli ingegneri clinici: «Siate al nostro fianco»

La tecnologia permette di vivere una vita bella, dignitosa, coraggiosa e stimolante anche in situazioni di forte disabilità. L’hanno testimoniato Bebe Vio ed Emanuele Lambertini, atleti paralimpici dal lunghissimo curriculum di vittorie e medaglie nell’ambito della scherma. Bebe ed Emanuele hanno portato davanti alla platea del 24° Convegno dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici-AIIC (in corso di svolgimento a Roma) un’esperienza contagiosa di vitalità e coraggio, anche raccontando gli scopi e le attività della fondazione Art4Sport, che ha come obiettivo quello di avviare bambini e giovani con disabilità verso lo sport come terapia di recupero fisico e psicologico.

In un Convegno che ha ascoltato sul tema dell’Ecosistema digitale in sanità le voci di rappresentanti ed esperti di sanità, Bebe Vio ed Emanuele Lambertini hanno lanciato un messaggio importante e impegnativo: «Tantissimi giovani e meno giovani italiani sono in attesa dell’aggiornamento del Nomenclatore tariffario che stabilisce le modalità di fornitura di ausili e protesi per disabili a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Ciò significa che migliaia di persone che hanno bisogno di protesi, carrozzine e deambulatori per poter vivere una vita migliore non hanno accesso gratuitamente alle soluzioni migliori e più avanzate, ma solo a modelli di base, semplici e spesso di progettazione particolarmente vecchia e superata. Il messaggio che lanciamo da qui – hanno proseguito Bebe ed Emanuele – e su cui desideriamo coinvolgere l’Associazione degli Ingegneri clinici è semplice: muoviamoci tutti insieme affinché le Istituzioni procedano velocemente al rinnovo del nomenclatore per assicurare tramite il SSN a migliaia e migliaia di italiani una quotidianità di vita degna e dignitosa».

Muoviamoci tutti insieme perché le Istituzioni procedano velocemente al rinnovo del nomenclatore per assicurare tramite il SSN a migliaia e migliaia di italiani una quotidianità di vita degna e dignitosa

Durante il loro intervento, i due atleti – che hanno raccontato la loro esperienza personale di “convivenza” con le tecnologie – hanno anche lanciato un invito agli ingegneri clinici, soprattutto a quelli che operano nell’ambito della progettazione protesica: «Cercate sempre di pensare e progettare mettendovi nei panni dei giovani che utilizzeranno le protesi e chiedetevi: come possiamo aiutare queste persone con disabilità a vivere la vita che vogliono vivere?».

Intervenendo al termine della sessione, Umberto Nocco (Presidente AIIC) e Lorenzo Leogrande (Presidente del Convegno) hanno confermato che l’Associazione si prenderà l’impegno di far arrivare i due messaggi – attenzione alla fase progettuale e rinnovo del nomenclatore tariffario – ai propri iscritti e ai vertici del Ministero della Sanità.

Un messaggio almeno in parte già raccolto da Americo Cicchetti (Direttore generale Programmazione presso il Ministero della Sanità), che è direttamente coinvolto nella gestione dei Lea, era presente in sala e si è fatto carico della richiesta riguardante il rinnovo del nomenclatore.

“Sostenibili e Generativi”, 45 esperti di diverse discipline riuniti per pianificare le soluzioni per il futuro della sanità digitale

«Per la prima volta, 45 esperti di alto livello insieme tra medici, docenti universitari, direttori generali di strutture sanitarie, ricercatori, ingegneri, comunicatori, avvocati, psicologi, divulgatori e imprese, provenienti da ogni parte d’Italia e da diversi Paesi, hanno lavorato su tre tavoli paralleli per dare risposte concrete a un sistema sanitario in difficoltà che vede nella medicina digitale una soluzione efficace per affrontare il futuro». Esordisce così la nota che illustra il primo incontro di “Sostenibili e Generativi” un progetto di co-design che Rome Technopole e l’Università Sapienza promuovono sul tema dell’innovazione dei dispositivi medici. L’appuntamento del 15 maggio è stato curato da Culture e ospitato dall’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede.

Le sfide alle quali i professionisti si sono confrontati in questo evento innovativo hanno toccato i temi tecnici della telemedicina o come trasformare per esempio i dispositivi medici nel corpo umano in device che comunicano con l’esterno, la sicurezza e la gestione dei dati, preziosi per il medico e la ricerca ma altrettanto importanti per il settore privato e vittime spesso di attacchi hacker e infine il dialogo con i senior che devono imparare a gestire le proprie cronicità attraverso soluzioni tecnologiche che interagiscono con l’intelligenza artificiale.

Cesare Buquicchio e Flavia Trupia

Il cambio di paradigma che sposta il benessere tra “cura”, totalmente a carico del sistema sanitario a “prendersi cura” che prevede un atteggiamento più responsabile da parte del cittadino, è l’unica strada per una Sanità sostenibile. ll mercato della sanità digitale in Italia, che ha raggiunto i 2,229 miliardi di euro nel 2023 e si prevede cresca fino a quasi 3 miliardi entro il 2026, rappresenta una straordinaria opportunità per migliorare l’efficacia e l’efficienza del sistema sanitario.

“Il PNRR rappresenta un’occasione senza precedenti, una forte spinta per l’innovazione e lo sviluppo del sistema della formazione superiore e della ricerca in Italia. Esso, infatti, si propone di superare quella distanza che separa il mondo della ricerca da quello dell’impresa, nell’ambito di una strategia che pone la ricerca e la formazione universitaria come motore primo di un processo di innovazione necessario per il nostro sistema Paese” ha dichiarato il professor Domenico Alvaro, professore ordinario di gastroenterologia e Preside della Facoltà di Medicina dell’Università La Sapienza di Roma.

I lavori sono stati avviati da Antonio Parenti, Direttore Rappresentanza in Italia Commissione Europea, il Prof. Vincenzo Cardinale, Dipartimento di Medicina Traslazionale e di Precisione Sapienza Università di Roma e Felicia Pelagalli, Direttore Culture: i 45 esperti hanno lavorato su tre diversi tavoli paralleli in modalità co-design idealmente in conclave con il compito di formulare le soluzioni per il futuro della sanità in Italia focalizzati su Cyber Human, sensori, dati e cybersicurezza, Anziani, tecnologie per la salute e Relazioni di prossimità, modelli e buone pratiche.

Felicia Pelagalli presenta l’iniziativa

Nel pomeriggio, presso l’Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede gli interventi di Isabel Celaá, Ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede, Mons. Vincenzo PagliaSabrina Saccomandi, Direttore Generale Fondazione Rome Technopole e Antonio Parenti, Direttore Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, e la Cerimonia di conferimento del Premio Sapienza-Agenas al progetto.

«A 45 anni dalla sua introduzione, il sistema sanitario nazionale deve fare i conti con una delle popolazioni più anziane d’Europa e affrontare sfide sanitarie crescenti e costose: circa il 22% degli italiani ha più di 65 anni, una percentuale destinata a salire nei prossimi decenni. Questo invecchiamento demografico mette sotto pressione un sistema sanitario che già spende oltre 115 miliardi di euro all’anno, pari a quasi il 9% del PIL nazionale. Le malattie croniche, che prevalgono tra gli anziani, rappresentano il 75% di questa spesa, evidenziando l’urgente necessità di soluzioni sanitarie più efficienti e meno onerose. Nonostante l’importanza della digitalizzazione per affrontare tali sfide, l’Italia stenta a integrare pienamente le tecnologie digitali nella gestione quotidiana della salute, infatti solo il 10-15% delle strutture sanitarie ha adottato sistemi di telemonitoraggio, un dato che contrasta nettamente con la media europea del 30%. Inoltre, il 40% degli italiani sopra i 65 anni soffre di almeno due malattie croniche, sottolineando la necessità di sistemi di gestione della salute più integrati e proattivi. La sfida è trovare soluzioni che spostino l’intervento dalla cura al prendersi cura: è il cittadino e la sua casa il punto su cui lavorare e non più solo il luogo sanitario» hanno concluso gli organizzatori.