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«La sfida sanitaria del piccolo Lussemburgo per l’Europa: più forti sul prezzo dei farmaci»

«La carenza di istituzioni accademiche nel settore medico e farmaceutico rappresenta una sfida significativa che richiede un’attenzione continua»

Il Lussemburgo emerge come un caso interessante e peculiare ragionando di servizi sanitari europei. Con una popolazione di circa 653mila abitanti, in grande aumento negli ultimi vent’anni, il Paese affronta le sfide e le opportunità legate alla gestione dei servizi sanitari in un contesto di crescita dinamica e di trasformazione sociale. È bene notare come il Lussemburgo sia il primo Paese, in Europa, in termini di spesa sanitaria pro capite, ma con il 5,7% nel rapporto tra spesa sanitaria e PIL, si posiziona all’ultimo posto su questo parametro.

A TrendSanità ne parla il farmacista Xavier Schoubben, un professionista con vent’anni di esperienza nel sistema sanitario lussemburghese. Schoubben condivide punti di forza e di debolezza del sistema sanitario del Paese, offrendo uno sguardo privilegiato all’accesso alle cure mediche, alle sfide finanziarie e alle prospettive future.

Il servizio sanitario del Lussemburgo, dunque, è fondato su un regime d’assicurazione sanitaria obbligatoria noto come Caisse d’Assurance Maladie. Un elemento chiave di questo sistema è rappresentato dalla Caisse Nationale de Santé (CNS), o Fondo Sanitario Nazionale, che garantisce a ogni cittadino un’assicurazione sanitaria obbligatoria. Il sistema prevede l’affiliazione automatica per i lavoratori dipendenti, gestita dai datori di lavoro, mentre ci sono disposizioni specifiche per coloro che si trovano al di fuori del mercato del lavoro.

Denaro e accessibilità, i punti di forza del Paese

Xavier Schoubben

Schoubben evidenzia il notevole vantaggio finanziario derivante dalla crescita della popolazione e dall’apporto dei lavoratori frontalieri, che contribuiscono al sistema sanitario senza gravarne in modo completo sulle risorse: «Circa 700mila persone vivono in Lussemburgo, 20 anni fa erano solo 450mila (+55%). Inoltre, circa 226mila persone attraversano il confine ogni giorno. Queste persone contribuiscono al sistema sanitario e pagano le tasse ma non vivono nel Paese – continua il farmacista –. Questi lavoratori frontalieri possono utilizzare il sistema sanitario ma ad esempio, i loro figli non vanno a scuola in Lussemburgo, non utilizzano le infrastrutture perché lasciano il Paese ogni sera per quello di origine (tra i più comuni, Belgio, Francia e Germania). Quindi, l’ammontare di denaro disponibile per il sistema sanitario è certamente superiore rispetto ad altri paesi europei».

Inoltre, il Paese garantisce l’accessibilità universale alle cure mediche «anche se non hai un lavoro, puoi comunque essere coperto dal sistema sanitario. Se sei al di fuori del sistema, ci sono anche alcune associazioni che aiutano i gruppi vulnerabili» spiega il professionista sanitario.

«Il paziente viene rimborsato entro due settimane, ma alcune persone hanno problemi di liquidità e anticipare quelle somme sta diventando un problema»

Nonostante i vantaggi finanziari, Schoubben identifica nella mancanza di una lunga tradizione medica del Lussemburgo uno dei punti deboli del sistema sanitario. La carenza di istituzioni accademiche nel settore medico e farmaceutico rappresenta una sfida significativa che richiede un’attenzione continua: «La tradizione medica in Lussemburgo non è rodata come in altri Paese europei. In Lussemburgo non ci sono le facoltà di medicina o farmacia, ad esempio».

La sostenibilità finanziaria e la sfida logistica

Negli ultimi due anni, con il Paese che affronta il deficit di bilancio, il Governo si trova di fronte a nuove sfide; nonostante ciò, Schoubben afferma: «Questo è un problema nuovo per il Lussemburgo, il Governo sta osservando l’evolversi della situazione, e il suo rientro, perché il bilancio è in deficit solo da due anni».Considerando altre questioni su cui il Governo sta riflettendo, come il tema caldo dei rimborsi delle cure mediche, «l’unica soluzione che viene avanzata è quella di ridurre il prezzo che il paziente deve pagare quando va dal medico. Il paziente viene comunque rimborsato entro due settimane, ma alcune persone hanno problemi di liquidità e anticipare quelle somme sta diventando un problema – aggiunge il farmacista –. La CNS vorrebbe avere per i medici lo stesso sistema che ha per le farmacie: il paziente paga solo la sua parte che viene rimborsata automaticamente e immediatamente. Ma il Governo sta ancora discutendo di questo con i medici. Dovrebbe essere fatto nei prossimi due o al massimo tre anni».

Il Lussemburgo, nonostante le dimensioni modeste, ha una superficie doppia rispetto a quella di Roma, e affronta un’interessante sfida logistica nel garantire un accesso equo ai servizi sanitari in tutto il territorio nazionale: «La densità di popolazione è piuttosto alta in Lussemburgo. La maggior parte dei cittadini vive nel centro e nel sud del Paese, potrebbe essere più difficile trovare un ospedale nel nord… – continua Schoubben –. Ma vorrei ricordare le dimensioni del Paese: più o meno 2.600 km quadrati, al massimo ci sono 55 km da ovest a est e 110 km da nord a sud. Il Lussemburgo ha 13 ospedali. Un ospedale non sarà mai così irraggiungibile».

Nell’Europa del domani non lasciamo indietro i farmacisti

Guardando al futuro, ogni Paese sottolinea l’importanza dell’efficienza nel sistema sanitario, incoraggiando i pazienti a essere più responsabili nell’uso dei farmaci e promuovendo un approccio più sostenibile e collaborativo per garantire cure mediche di alta qualità per tutti i cittadini. In una delle note conclusive, Schoubben sottolinea: «Non dimentichiamoci dei farmacisti. Abbiamo giocato un ruolo chiave durante la pandemia da covid-19, ora più che mai bisogna incoraggiare i pazienti a essere più responsabili nell’uso dei farmaci, pensiamo all’uso degli antibiotici e del crescente pericolo dell’antibiotico resistenza. Una sfida per l’Europa del domani».

Da sottolineare, infine, la questione dell’approvvigionamento dei farmaci e della medicina nella dimensione europea, tutti risvolti che sono emersi chiaramente durante la pandemia. Nodi cruciali da affrontare con determinazione e visione su cui Schoubben conclude le sue considerazioni: «Per i farmaci la concorrenza tra gli Stati europei è troppo grande. Le aziende farmaceutiche possono vendere gli stessi prodotti a prezzi molto diversi in ciascun Paese, questo meccanismo continuerà a favorire Paesi dove gli interessi delle aziende sono maggiori. L’Europa dovrebbe essere più forte – come lo è stata durante la pandemia – continuando ad insistere su un prezzo europeo per i farmaci. La medicina non dovrebbe essere un valore commerciale. Ogni paziente in Europa dovrebbe avere le stesse possibilità».

Sanità, CIMO-FESMED: “Professione chirurgo in codice rosso”

«In un contesto di profonda trasformazione del servizio sanitario nazionale, soprattutto alla luce delle innovazioni tecnologiche, è chiaro che la chirurgia si deve adeguare alle nuove tecnologie e questo presuppone la presenza di professionisti altamente qualificati. Intanto però la fuga dagli ospedali, la crisi vocazionale verso la chirurgia ha portato, anche a causa anche del blocco delle assunzioni degli ultimi venti anni, a un vero e proprio salto generazionale per cui molti colleghi rinunciano a iscriversi alle scuole di specializzazione nell’area chirurgica e questo creerà notevoli problemi alla chirurgia in Italia». A dichiararlo è Guido Quici, presidente del sindacato dei medici Federazione CIMO-FESMED (a cui aderiscono ANPO-ASCOTI, CIMO, CIMOP e FESMED), intervenuto al congresso nazionale ACOI (Associazione Chirurghi Ospedalieri) a Napoli, augurando buon lavoro al neo presidente Vincenzo Bottino.

Guido Quici

«I veri problemi– spiega Quici – sono legati innanzitutto alla carenza di personale e quindi di chirurghi; c’è il blocco del tetto di spesa sul personale che dura da oltre 20 anni e che ancora non trova una soluzione, anzi Agenas prevede un fabbisogno di chirurghi probabilmente inferiore rispetto al reale fabbisogno. In secondo luogo, le retribuzioni sono particolarmente basse rispetto all’esposizione da un punto di vista professionale. Poi c’è la grande attesa sulla riforma della responsabilità professionale che non promette nulla di buono e che, oggi, porta ad un elevatissimo contenzioso legata alla cosiddetta medicina difensiva che allo Stato costa oltre 10 milioni di Euro».

Il congresso nazionale dell’Associazione Chirurghi Ospedalieri è l’occasione per ragionare sulle sfide della professione

«L’altro aspetto fondamentale – ha concluso il presidente della Federazione CIMO-FESMED – è come formare i chirurghi. La proposta ACOI del distretto formativo e dell’ospedale di formazione è una valida soluzione e per questo occorre che consentire ai giovani colleghi di completare la propria formazione sul campo nelle strutture ospedaliere, fermo restante il ruolo didattico e formativo assegnato alle Scuole di Specializzazione. Oggi le università utilizzano posti letto e casistiche delle aziende ospedaliere, relegando ad un ruolo marginale e gratuito ai tutor ospedalieri che, quotidianamente, si assumono enormi responsabilità sia nei confronti dei giovani medici, che dei pazienti. Chi si specializza in chirurgia deve avere una casistica di almeno 500 interventi chirurgici di alta, media e bassa complessità, per evitare di essere utilizzato solo come tappabuchi nelle vistose carenze di organico. Al neo Presidente Bottino è affidato un compito molto gravoso perché la chirurgia italiana è in codice rosso ed occorre affrontare la questione con urgenza e senza demagogia».

Blackout comunicativo tra ospedale e territorio: ASSIMEFAC risponde a FADOI

«Abbiamo letto con attenzione le dichiarazioni della FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti) riportate nei giorni scorsi e inerenti al numero di ricoveri impropri, imputabili a carenza della medicina territoriale e la mancata comunicazione tra medici di famiglia e colleghi ospedalieri. Vorremmo tentare di dare una risposta e avanzare una proposta», così Leonida Iannantuoni, Presidente di ASSIMEFAC (Associazione Società Scientifica Interdisciplinare e di Medicina di Famiglia e Comunità).

«A proposito della mancata comunicazione tra medici di famiglia e colleghi ospedalieri, vorremmo segnalare che il paziente non giunge ai  reparti ospedalieri  direttamente dal territorio, ma solo dopo attenta valutazione da parte dei  colleghi del Pronto Soccorso, valutazione, quasi sempre, corroborata da molteplici esami emato-chimici e strumentali, unitamente a un corredo di consulenze specialistiche. Molte difficoltà, invece, si riscontrano ogni volta  che si avvia una comunicazione clinica tra colleghi medici di famiglia e i medici ospedalieri internisti. Spesso volte quando un medico di medicina generale cerca di comunicare con un collega ospedaliero sorgono problemi organizzativi, dovuti alla scarsità di personale e alla crisi del sistema ospedaliero».

Il presidente dell’Associazione Società Scientifica Interdisciplinare e di Medicina di Famiglia e Comunità propone un incontro per stilare insieme a FADOI un decalogo per una migliore collaborazione

«Le difficoltà del sistema ospedaliero sono purtroppo sotto gli occhi di tutti, causate da politiche decennali; questi problemi vengono avvertiti dai cittadini, come un recente sondaggio condotto da Ipsos ha dimostrato. Il sondaggio, infatti, ha rivelato un giudizio negativo sul Servizio Sanitario Nazionale, con solo il 45% dei cittadini che valuta positivamente le sue prestazioni, mentre, ha fatto emergere un forte apprezzamento per il medico di famiglia, con il 70% dei cittadini che esprime un giudizio positivo».

«Lungi da noi, però, avviare una disputa tra medici di medicina generale e medici ospedalieri internisti. Occorre, invece, costruire percorsi di condivisione tra le varie discipline mediche per ottimizzare le cure dei pazienti. Bisogna dare concretezza e rendere sempre più operativo il rapporto sinergico tra ospedale e territorio, creare una rete, un filo diretto, che dai servizi ospedalieri arrivino, in maniera circolare, ai medici specialistici ambulatoriali e a quelli di medicina generale. Questa è la strada per difendere le professioni mediche, tutelare la salute dei cittadini avere una visione unitaria in difesa del Servizio Sanitario Nazionale».

Iannantuoni conclude quindi con una proposta, sotto l’egida della FISM, la Federazione delle Società Medico-Scientifiche Italiane a cui ASSIMEFAC e FADOI  sono affiliate: «stabilire un incontro di lavoro da cui scaturisca un decalogo comportamentale volto a una migliore reciproca collaborazione».

Basta un click e… scatta più psicoterapia per tutti

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Un click avvia la chiamata. Dall’altra parte dello schermo, ti aspetta uno psicoterapeuta selezionato da un algoritmo. Inizia così la psicoterapia offerta dalle piattaforme on line, sempre più numerose dopo la pandemia. L’impatto del covid-19, e le più o meno attuali tensioni geopolitiche, hanno amplificato l’attenzione sulla salute mentale.

Perfino la politica si è mobilitata con il “bonus psicologo“ che ha registrato un vero boom di richieste. Del resto, la carenza di una rete per le più diffuse forme di disagio psicologico evidenzia i limiti di un servizio pubblico che fatica a stare al passo con i bisogni delle persone. Le piattaforme di terapia on line sollevano però interrogativi sulla possibile banalizzazione del lavoro psicoterapeutico.

Ne abbiamo parlato a TrendSanità con Paola Medde, psicologa e psicoterapeuta, consigliera dell’Ordine psicologi del Lazio, Eugenio Santoro, responsabile dell’Unità di ricerca in Sanità digitale e terapie digitali dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri IRCCS, Francesca Chiricozzi, psicoterapeuta dell’Associazione nazionale psicologi psicoterapeuti (ANaPP) e Stefano (nome di fantasia), psicoterapeuta che ha lavorato presso una di queste piattaforme.

Alcuni dati

L’età degli italiani interessati alla terapia on line oscilla tra i 18 e i 44 anni

Secondo i dati di Guidapsicologi.it, tra il 2017 e il 2021 l’età degli italiani interessati alla terapia on line oscilla tra i 18 e i 44 anni, con una maggioranza di donne (71,8%). Le ricerche sul web sul tema psicologia sono aumentate nel 2021, con Roma in testa (18,4% delle ricerche). Seguono Milano (18%), Napoli (4%), Catania (3,3%) e Firenze (2,8%). I disagi più comuni che spingono a cercare uno psicologo on line sono ansia e depressione, seguiti dalla terapia di coppia, in crescita dopo la pandemia. Tra le criticità, invece, emergono la velocità di connessione (32,8% degli intervistati), la perdita della comunicazione non verbale (22,5%) e le difficoltà dei professionisti a stabilire una buona relazione terapeutica (11%).

Come funziona?

La mancanza di una risposta strutturale che garantisca l’accesso ai servizi di base attraverso il SSN è un problema serio. Questi servizi, in fondo, riempiono un vuoto, diventando gli intermediari tra la domanda, sempre crescente, di supporto psicologico e l’offerta.

In genere, si offrono colloqui immediati grazie a un questionario che guida alla scelta del professionista. In poco tempo, un algoritmo assegna il terapeuta. Segue l’invito a fissare un appuntamento per un colloquio on line gratuito. Come agisca l’algoritmo, non si sa. Ma non si è vincolati, si può chiedere di sostituire il professionista se non ci piace. Le sedute in videochiamata, per la terapia individuale, costano dai 50 euro fino ai 100 per uno psichiatra. Sono disponibili anche dei pacchetti, per risparmiare un po’.

Dall’altro lato dello schermo: l’esperienza diretta

«Si richiede un numero base di pazienti da trattare, almeno 10 ma non meno di 5. Le logiche premianti sono basate sulla quantità…»

Stefano, uno psicoterapeuta con esperienza in queste piattaforme, descrive un processo di selezione che valuta principalmente l’adeguatezza tecnologica per le sedute on line. «Alcune piattaforme accettano soltanto psicoterapeuti e psichiatri, altre accettano anche psicologi specializzandi. Il profilo del professionista è comunque visibile. La tariffa per il terapeuta è di 30 euro lordi e si richiede un numero base di pazienti da trattare, almeno 10 ma non meno di 5. Le logiche premianti sono basate sulla quantità.

Lato paziente, se presenta un “potenziale cliente” alla piattaforma (che va oltre il primo colloquio gratuito) riceve uno sconto, così come il nuovo cliente paga un po’ meno su un certo numero di sedute. Lato terapeuta, più pazienti si seguono, più aumentano i bonus. Il rischio è “riempirsi” di pazienti per guadagnare di più, senza riuscire a seguirli come si dovrebbe». Se, invece, il terapeuta decide di andarsene, in alcune piattaforme si paga una penale, circa 100 euro a paziente, a meno che non si portino a conclusione le terapie in atto. I pazienti, invece, possono decidere di seguire “fuori” il terapeuta (con un costo diverso), oppure restare nella piattaforma e proseguire con un altro professionista.

«In linea generale – prosegue Stefano –, il servizio può essere sufficiente. Non mi sento di dare lo stesso giudizio sulla qualità organizzativa della piattaforma, almeno quella in cui ho lavorato io…».

Accesso immediato: vantaggi e svantaggi

Francesca Chiricozzi

Per Francesca Chiricozzi «ci sono alcuni vantaggi, tra cui, la facilità di accesso alla psicoterapia, anche per quelle persone che hanno difficoltà a sostenere l’impatto emotivo nella relazione in presenza. Tra le criticità, invece, c’è la difficoltà a mantenere il rispetto delle regole del setting (rispetto orario seduta, disdetta da comunicare entro le 24 ore, divieto di contattare il terapeuta fuori dalla seduta, ecc…), condizione necessaria per aprire uno spazio di riflessione terapeutico, e la gestione delle emozioni durante la seduta. C’è poi la mancanza della relazione in presenza: questa modalità di incontro per alcuni pazienti può favorire la collusione con le loro resistenze a mettersi in gioco da un punto di vista emotivo nelle relazioni dal vivo. In questi casi, il lavoro psicoterapico dovrebbe vertere proprio sull’abbattimento delle resistenze personali per tendere a un cambiamento in tal senso. Infine, c’è la possibilità per l’utente di scegliere e sostituire facilmente un terapeuta con molti altri a sua disposizione. È una dinamica che può alimentare la sensazione di onnipotenza nel paziente, si veicola il messaggio che è la situazione ambientale ad adattarsi alle sue richieste piuttosto che essere lui a dover cambiare prospettiva per un cambiamento del proprio modo di approcciare alle situazioni».

«In questi ultimi anni – conferma Medde – il rapido sviluppo delle applicazioni informatiche ha reso più facile l’accesso alla terapia. Chi per difficoltà di spostamento per cause psicologiche (agorafobia, disturbo da attacchi di panico) o altre disabilità non poteva raggiungere il “tradizionale” spazio fisico e relazionale (la stanza del terapeuta), ora può entrare nella “stanza virtuale”, anche se in sedia a rotelle o ipovedente, senza dover essere accompagnato (rendendo pubblico il suo bisogno). Oppure l’adolescente che non possiede mezzi di trasporto, l’anziano con difficoltà a orientarsi, la persona che soffre di sordità o ipoacusia e che può, grazie alla trascrizione di un audio in testo, avere lo stesso diritto che hanno gli altri cittadini. Il processo non si fermerà».

Tra innovazione e tradizione: le sfide dei terapeuti digitali

«Sarebbe utile interrogarsi se una realtà commerciale – dice Stefano – che si qualifica come luogo di incontro virtuale tra terapeuti e pazienti, sia una soluzione adeguata, qualitativamente, a sopperire alla mancanza rispetto alla domanda di servizi psicologici e/o psicoterapeutici. Se è vero che l’on line facilita la raggiungibilità delle cure è però ragionevole che una prestazione sanitaria sia soggetta a logiche commerciali, di marketing e promozioni, come sconti per i pazienti che reclutano nuovi utenti? La disponibilità di un terapeuta on line, quando affiancata a logiche commerciali, può diventare più uno sgradevole ammiccamento per un potenziale cliente anziché un servizio per un paziente. Così come una comunicazione incentrata sulla “comodità” di fare le sedute quando e come vuoi, come se il lavoro psicologico sia una questione di click. Sarebbe importante che gli ordini professionali, così come il welfare sociale, pensino meno ad accodarsi al “successo” di una piattaforma commerciale per un servizio sanitario e si concentrino più sulle parole “prestazione sanitaria” e “paziente”, non cliente. C’è una struttura virtuale accanto alla piattaforma, fatta di professionisti, di supervisori, di organi aziendali: quanto le relazioni tra queste entità aggregate garantiscono le varie voci che sostanziano la qualità del servizio?».

Una stanza privata

Paola Medde

«La terapia “on line” – interviene Paola Medde – offre grandi opportunità ma nasconde anche delle insidie. Non basta che il professionista sia in possesso di una strumentazione adeguata e di una buona conoscenza della tecnologia ma che sia preparato a prevenire il rischio di possibili “scivolamenti” dal contesto professionale a quello amicale. Il “setting” terapeutico cambia: dalla “stanza privata” nella quale avviene l’incontro protetto, allo “spazio con-diviso” con altre persone (luogo di lavoro, abitazione, piattaforme utilizzate per chattare o per fare meeting). Tutto questo può creare confusione, desiderio di infrangere le regole e facilitare degli assetti comunicativi disfunzionali alla riuscita della terapia. La relazione terapeutica deve costruirsi in un contenitore saldamente costruito su regole etico-deontologiche generali e specifiche e il rapporto professionista-paziente non inficiato da interessi che coinvolgano attori “terzi”».

Efficace in ogni situazione?

«Nel caso di gravi patologie – specifica Medde – sia che si tratti di terapia on line o di quella tradizionale, è spesso richiesta la terapia farmacologica di supporto e la necessità di essere seguiti in un’ottica multidisciplinare. Si tratta di situazioni complesse che hanno bisogno di trattamenti più strutturati e di una rete di supporto capace di intervenire tempestivamente in caso di rischio per il paziente o di un suo familiare. Non sono adatti a questo tipo di intervento pazienti con gravi problemi legati all’esame di realtà, con gravi disturbi di personalità, vittime di violenza o abusi, chi presenta ideazioni suicidarie».

Eugenio Santoro

«È un po’ la replica di quanto avviene nella medicina privata – interviene Santoro –. Bisogna fare un po’ di attenzione, perché il percorso on line proposto da queste piattaforme non è fatto in base a una valutazione di appropriatezza clinica, cioè non si valutano tutti i dati di cui avrei bisogno per proporre un trattamento efficace. Sono interventi suggeriti per le condizioni più comuni, ma per quelle più serie, rischiano di essere poco incisive o addirittura di provocare dei danni. Parlo, ad esempio, delle schizofrenie gravi, i disturbi borderline, i disturbi del neuro sviluppo, tutte quelle condizioni che difficilmente si possono gestire attraverso questi strumenti. Ci sono disturbi o malattie che richiedono interventi più strutturati, un contesto assistenziale più ampio. Oltretutto non conosciamo niente di questi algoritmi, non sappiamo secondo quali regole è proposto uno psicologo piuttosto che un altro. Il rischio è un uso eccessivo di questi strumenti o comunque una carenza di regolamentazione che porti a una sorta di “mercificazione della sanità”, a creare malattie che magari non ci sono. Un’eccessiva medicalizzazione o, nel contesto psicologico, un eccessivo carico dato a un determinato stato d’animo che, forse, in certi casi non dovrebbe essere nemmeno preso in considerazione. È il discorso appunto dell’appropriatezza dell’intervento».

DDL per il sostegno finanziario del SSN: l’analisi di GIMBE

La Fondazione GIMBE in audizione presso la XII Commissione Affari sociali alla Camera dei Deputati nell’ambito dell’esame delle proposte di legge recanti disposizioni per il sostegno finanziario del Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

«Negli ultimi 15 anni – ha esordito Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è bene ribadire che tutti i Governi, di ogni colore, hanno tagliato risorse o non finanziato adeguatamente il SSN, portando il nostro Paese ad essere in Europa “primo tra i paesi poveri” in termini di spesa sanitaria pubblica sia in percentuale del PIL, sia soprattutto pro-capite». Infatti, nel 2022 siamo davanti solo ai paesi dell’Europa meridionale (Spagna, Portogallo, Grecia) e a quelli dell’Europa dell’Est, eccetto la Repubblica Ceca» (figura 1).

Il gap rispetto alla media dei paesi europei dal 2010 è progressivamente aumentato, arrivando nel 2022 a $ 867, pari a quasi € 810 (figura 2), che, parametrato ad una popolazione residente ISTAT al 1° gennaio 2023, per l’anno 2022 corrisponde ad una voragine di € 47,7 miliardi. Nell’intero periodo 2010-2022 il gap cumulativo arriva alla cifra monstre di $ 363 miliardi, pari a circa € 336 miliardi (figura 3).

Figura 2
Figura 3

«Una progressiva sottrazione di risorse pubbliche – continua Cartabellotta – che ha determinato l’inesorabile indebolimento del SSN nelle sue componenti strutturale, tecnologica, organizzativa e, soprattutto, professionale, con drammatiche conseguenze che oggi ricadono su 60 milioni di persone».

La progressiva sottrazione di risorse pubblica ha determinato l’inesorabile indebolimento del SSN nelle sue componenti strutturale, tecnologica, organizzativa e professionale

«I princìpi fondanti del SSN, universalità, uguaglianza, equità – continua il Presidente – sono stati ampiamente traditi e la vita quotidiana delle persone, in particolare delle fasce socio-economiche più deboli, è sempre più condizionata da esperienze che documentano la mancata esigibilità del diritto alla tutela della salute: interminabili tempi di attesa, pronto soccorso affollatissimi, impossibilità di trovare un medico o un pediatra di famiglia vicino casa, necessità di ricorrere alla spesa privata sino all’impoverimento delle famiglie e alla rinuncia alle cure, enormi diseguaglianze regionali e locali sino alla migrazione sanitaria».

«Conseguenze del fatto che a partire dal 2010 – commenta Cartabellotta – indipendentemente dalle cifre assolute, la sanità pubblica è continuamente definanziata, come documentato dall’inesorabile aumento del gap della spesa sanitaria pro-capite rispetto alla media dei paesi europei».

FABBISOGNO SANITARIO NAZIONALE (FSN) PASSATO E PRESENTE

  • Periodo 2010-2019: il FSN è aumentato di € 8,2 miliardi con una percentuale di crescita complessiva dello 0,9% rispetto all’1,2 % dell’inflazione. «Per 10 anni – chiosa il Presidente – Regioni, Aziende sanitarie e professionisti hanno lavorato in un contesto iso-risorse che ha progressivamente eroso la resilienza del SSN, poi travolto dalla pandemia quando già gravemente indebolito».
  • Periodo 2020-2023: l’incremento del FSN è pari a € 15,1 miliardi che, spiega Cartabellotta «non hanno consentito alcun rinforzo strutturale del SSN, né hanno permesso alle Regioni – anche quelle più virtuose – di mantenere i conti in ordine senza tagliare i servizi o aumentare le imposte regionali». Sia perché le risorse sono state utilizzate in larga misura per fronteggiare l’emergenza pandemica, sia perché l’incremento del 2,9% nel 2022 e del 2,8% nel 2023 è stato pesantemente eroso dall’inflazione (8,1% nel 2022 e 5,7% nel 2023).
  • Legge di Bilancio 2024. Il FSN viene incrementato di € 3 miliardi per il 2024, € 4 miliardi per il 2025 e € 4,2 miliardi per il 2026, salendo a € 134 miliardi per il 2024, € 135,4 miliardi per il 2025 e € 135,6 miliardi per il 2026. «Se in termini assoluti è ben evidente il netto incremento del FSN nel 2024 – spiega Cartabellotta – è bene rilevare da un lato che oltre l’80% è destinato al doveroso rinnovo dei contratti del personale dipendente e convenzionato, dall’altro che l’ultima Manovra non lascia intravedere alcun rilancio del finanziamento pubblico. Infatti, gli incrementi previsti nel 2025 (+1%) e nel 2026 (+0,15%) sono talmente esigui che non riusciranno a compensare l’inflazione, né l’aumento dei prezzi di beni e servizi».

«A parte piccole differenze – continua Cartabellotta – le proposte dei DdL in esame sull’aumento del FSN sono sì in linea con il Piano di Rilancio del SSN elaborato dalla Fondazione GIMBE, ma sono limitate ad un arco temporale di 5 anni con un finanziamento aggiuntivo di € 4 miliardi l’anno per un totale di € 20 miliardi. Al contrario, il Piano GIMBE suggerisce un incremento progressivo del finanziamento pubblico per allineare la spesa sanitaria pro-capite alla media dei paesi europei».

Dal punto di vista quantitativo, il recente paper dell’OCSE sulla sostenibilità fiscale dei sistemi sanitari entro il 2040 stima un aumento medio della spesa sanitaria nei paesi OCSE del 2,6%, ma prevede al contempo che le entrate attese, fiscali e non fiscali saranno pari all’1,3%, evidenziando dunque una possibile criticità nella sostenibilità della spesa sanitaria. Nelle stime OCSE l’Italia si trova al penultimo posto per incremento delle entrate attese (0,2%) e al terzultimo per l’aumento di spesa sanitaria (1,5%).

«Una situazione – commenta Cartabellotta – che, in assenza di coraggiose scelte politiche, vede il rilancio del SSN pesantemente condizionato dalle difficoltà a reperire le risorse necessarie. In ogni caso, l’incremento del FSN di € 4 miliardi/anno proposto dai DdL in esame è superiore al 2,6% previsto dall’OCSE fino al 2035, salvo poi essere inferiore dal 2036 (figura 4): un’importante iniezione di denaro pubblico per il SSN, tuttavia non sufficiente recuperare l’enorme gap della spesa sanitaria pro-capite rispetto alla media dei paesi europei».

Figura 4

Quanto al reperimento delle risorse necessarie, i DdL in esame fanno riferimento a maggiori risorse derivanti dalla crescita economica, al recupero di risorse dall’evasione/elusione fiscale e alla revisione delle politiche contributive. «Se da un lato i tempi di attuazione di queste ultime misure non permettono di recuperare risorse a breve termine – commenta Cartabellotta – dall’altro è indifferibile rivedere le priorità di investimento del Paese per evitare il crollo imminente di un pilastro della nostra democrazia. Peraltro, con la difficoltà di recuperare risorse da sprechi e inefficienze in assenza di coraggiose riforme, le uniche ipotesi aperte rimangono quelle di una tassa di scopo (es. su alcool, fumo, gioco d’azzardo, bevande zuccherate) e/o una tassazione aggiuntiva e incrementale dei redditi più elevati».

«Il persistere del sotto-finanziamento pubblico – conclude Cartabellotta – avrà tre conseguenze fondamentali sul SSN. Innanzitutto, l’ulteriore demotivazione del personale sanitario con impoverimento del capitale umano che rischia di mettere definitivamente in ginocchio la sanità pubblica; in secondo luogo, la difficoltà sempre crescente nel garantire le innovazioni farmacologiche e tecnologiche; infine, l’addio all’universalismo con l’involuzione del SSN in una sanità a doppio binario, dove il diritto alla tutela della salute sarà condizionato della capacità di spesa delle persone. Tuttavia per rilanciare il SSN il progressivo incremento del finanziamento pubblico è condizione necessaria, ma non sufficiente: sono ormai inderogabili coraggiose riforme di sistema visto che, a fronte di varie transizioni (epidemiologica, demografica, digitale), le modalità di finanziamento, programmazione, erogazione e valutazione dei servizi sanitari “obbediscono” a leggi che risalgono a 25-30 anni fa. Ma ancor prima, serve una visione chiara su quale modello di SSN la politica vuole lasciare in eredità alle future generazioni, attraverso un patto sociale e politico che, prescindendo da ideologie partitiche e avvicendamenti di Governi, riconosca nel modello del SSN un pilastro della nostra democrazia, una conquista irrinunciabile e una grande leva per lo sviluppo economico del Paese».

AIFA ed EGUALIA insieme contro le carenze e per la sostenibilità delle terapie

“La lotta al fenomeno delle carenze passa anche attraverso il riconoscimento della necessità di rendere economicamente sostenibili molti farmaci essenziali. Siamo al lavoro su questo aspetto”. Così il Presidente dell’AIFA, Robert Nisticò, al termine del primo incontro con il Presidente di EGUALIA (Industrie farmaci equivalenti, biosimilari a valore aggiunto), Stefano Collatina, svoltosi presso la sede dell’Agenzia.

La lotta al fenomeno delle carenze passa anche attraverso il riconoscimento della necessità di rendere economicamente sostenibili molti farmaci essenziali

Un confronto che ha fatto da subito emergere la necessità di concentrare l’attenzione e gli sforzi sul contrasto al fenomeno delle carenze, affinché farmaci essenziali e critici per tutte le terapie croniche, dove i farmaci equivalenti e biosimilari rappresentano una risorsa imprescindibile, continuino ad essere resi disponibili ai pazienti senza interruzioni. Sarà quindi avviato un gruppo di lavoro tecnico che individui strumenti e misure concrete che affrontino il nodo della sostenibilità economico industriale dei farmaci equivalenti e biosimilari.

“Sarà necessario affiancare alle vigenti procedure, strumenti idonei a cogliere i fattori determinanti che rendono farmaci di larghissimo utilizzo non disponibili in via continuativa o peggio del tutto carenti, ed agire – ha affermato il Direttore tecnico-scientifico dell’AIFA, Pierluigi Russo – affinché, nel rispetto dei vincoli di spesa complessivi, questi farmaci rimangano economicamente e industrialmente sostenibili per le imprese”.

EGUALIA ha evidenziato i dati relativi all’importante divario nell’utilizzo degli equivalenti tra le regioni italiane, nonché l’elevata spesa di oltre un miliardo di euro sostenuta dai pazienti italiani ogni anno quando non scelgono un farmaco equivalente al prezzo di riferimento, dato significativamente concentrato nel sud del Paese.

Infine nell’ottica della semplificazione è stato condiviso l’impegno, attraverso un gruppo di lavoro, a proseguire il lavoro di semplificazione delle procedure autorizzative e di prezzo e rimborso, riducendo i flussi di lavoro per la neonata Commissione Scientifica ed Economica (CSE) dell’Agenzia proprio su quelle procedure che riguardano equivalenti e biosimilari.

Tecnologie verso un ecosistema digitale, per rispondere alle sfide di cronicità, territorio e prossimità

Cosa sarebbe oggi la sanità senza tecnologie? Cosa farebbe funzionare l’immenso sistema di diagnostica, di presa in carico tempestiva e terapie, di soccorso e di cura che risponde ai bisogni di salute senza le tecnologie avanzate oggi disponibili in una sala operatoria, in rianimazione, al letto del degente e al domicilio? Dietro le migliaia (un grande ospedale ha mediamente a disposizione tra le 20 e le 30mila piccole o grandi apparecchiature) di tecnologie che assicurano – con l’intervento degli operatori sanitari, dai medici agli infermieri – la salute di tutta la popolazione ci sono (anche) gli ingegneri clinici. Vale a dire: gli esperti della tecnologia che cura.

Dal 15 maggio, oltre duemila soci dell’Associazione Italiana Ingegneri Clinici-AIIC si riuniscono a Roma per il 24° Convegno nazionale, che avrà come tema CRONICITA’, TERRITORIO, PROSSIMITA’: COSTRUIAMO INSIEME L’ECOSISTEMA DIGITALE (15-18 maggio, Convention Centre La Nuvola). Un titolo che suggerisce la necessità di pensare in modo nuovo – in termini, appunto, di “sistema interconnesso” – all’intero panorama delle tecnologie healthcare. Un sistema che deve avere anche caratteristiche di eticità e di responsabilità sociale, ed infatti come primo gesto del suo evento annuale il Consiglio Direttivo di AIIC sarà presente in Vaticano all’udienza di papa Francesco, a cui presenterà il suo impegno a favore delle opere di carità e missione della Chiesa in ambito sanitario.

Ma quando AIIC parla di ecosistema digitale a cosa si riferisce? Come precisa Umberto Nocco, presidente AIIC, “Tutto il Paese e tutta la sanità con i suoi infiniti snodi, si attendono dalle soluzioni e dalle innovazioni tecnologiche un contributo effettivo in termini di miglioramento dei servizi, di qualità organizzativa, di ridimensionamento di quelle criticità rappresentate dalle liste d’attesa, dalla disequità delle risposte sanitarie sul territorio o dalla mancante interoperabilità dei dati. Ma se quest’attesa è logica, è anche vero che non si può immaginare che il SSN nel suo complesso vada avanti in ordine sparso, offrendo risposte sconnesse e probabilmente parziali. Ecco dunque la necessità di quello che abbiamo definito ecosistema digitale che sia luogo di riferimento, governo e connessione del cambiamento in atto”.

Afferma Lorenzo Leogrande, presidente del Convegno: “Osservando con attenzione i contenuti della discussione sulle misure e sugli investimenti previsti nel PNRR per la sanità, è possibile cogliere al volo gli ambiti strategici odierni su cui puntare l’attenzione ed intervenire per un SSN rifondato e rinforzato: cronicità, territorio e prossimità. Ambiti e valori apparentemente disgiunti, ma che nel loro insieme focalizzano sfide molto differenziate ed essenziali da cui dipende il futuro della sanità nazionale. Oggi ormai sappiamo che anche dal punto di vista degli esperti di sanità il Convegno AIIC è uno dei momenti più attesi dell’anno, perché il nostro approccio alle tecnologie healthcare è sempre concreto, mai banale o mitizzante”.

Un momento atteso che (dopo i corsi di formazione del 15 e le prime sessioni del 16 mattina) si apre “formalmente” con la sessione istituzionale prevista per il pomeriggio del 16 maggio per discutere di “ecosistema” da più punti di vista, e a cui parteciperanno (tra gli altri) Filippo Anelli (Presidente FNOMCeO), Americo Cicchetti (Ministero della Salute), Michele Perrini (Presidente Consiglio Nazionale Ingegneri), Fernanda Gellona (Direttore Generale Confindustria DM), Enrica Porcari (CERN), Giulio Siccardi (Agenas), Paolo Ferdinando Giuseppe Donzelli (Dipartimento trasformazione digitale), Anselmo Campagna (Coordinatore tecnico della Commissione Salute, Conferenza delle Regioni).

All’inaugurazione porteranno il loro contributo anche Ilaria Cinelli (ingegnere biomedico componente dell’Aerospace Medical Association) e Bebe Vio, in compagnia di Emanuele Lambertini in rappresentanza della Fondazione art4sport.

Se questa è la visione “complessiva” ed inaugurale, quali sono poi gli approfondimenti del programma 2024? Li precisa Stefano Bergamasco, coordinatore del Comitato scientifico del Convegno (a cui hanno contribuito i componenti del Consiglio Direttivo AIIC: Gianluca Giaconia, Giovanni Poggialini, Giulio Iachetti, Leo Traldi, Emilio Chiarolla, Amedeo Lanzani, Pasquale Garofalo, Andrea Fisher, Francesco Pezzatini e Carmelo Minniti): “Nell’agenda del Convegno di quest’anno sono presenti oltre 50 sessioni, a cui si aggiungono 11 corsi di formazione. In questo panorama ricco di contenuti, mi sento di suggerire alcuni temi ‘chiave’ che ricorrono in numerose sessioni del programma:

  • Sanità digitale e telemedicina, che prevede anche il lancio di un Manifesto (17 maggio) specifico condiviso con la Società Italiana di telemedicina e con altre realtà scientifico-professionali;
  • Tecnologie in contesti emergenziali, una duplice sessione (nella mattinata del 16 maggio) che approfondirà la gestione delle strumentazioni sanitarie in situazioni estreme (catastrofi, epidemie, conflitti) in collaborazione con le forze dell’ Aeronautica, della Marina Militare, dell’Esercito e della Nato;
  • Intelligenza artificiale in sanità (18 maggio), che si farà carico di offrire un’esame delle più recenti applicazioni a favore dei pazienti e delle strutture della salute;
  • Ospedale del futuro (16 maggio), dove ci confronteremo con architetti, urbanisti, pianificatori e progettisti di impianti per creare una “cultura” nuova della progettazione;
  • Tecnologie biomediche e green healthcare (17 maggio), per comprendere come la promozione di un ambiente sostenibile passa anche da uno sguardo nuovo verso l’intero comparto della sanità;
  • Cybersecurity, privacy e sicurezza (17 maggio), per condividere metodi e progetti nell’ambito del trattamento dei dati, del governo delle reti e della protezione delle cartelle sanitarie;
  • Tecnologie domiciliari e pazienti (18 maggio), dove proseguiremo nel confronto già esistente tra ingegneri clinici, cittadini e loro associazioni sulla gestione condivisa e sicura delle tecnologie presso le case di pazienti con patologie croniche, oncologiche ed ematologiche”.

Il Convegno – quattro giorni con la presenza di professionisti da vari ambiti sanitari, istituzioni, agenzie sanitarie, società scientifiche nazionali e internazionali, accademici, studenti e specializzandi in ingegneria clinica e biomedica, strutture regionali e locali, mondo della produzione e rappresentanti dei media – vedrà anche l’ormai tradizionale consegna degli AIIC Awards (premi ai migliori abstract e progetti multidisciplinari presentati e selezionati da una giuria qualificata presieduta dal professor Francesco Saverio Mennini) e del Premio Innovazione (attribuito da AIIC alle soluzioni tecnologiche con maggiore impatto nel campo dell’ingegneria biomedica, aperto alle aziende produttrici ed ai rivenditori di tecnologie elettromedicali e medical devices).

«Finlandia, la nostra sanità di alto livello messa in crisi da invecchiamento e squilibri sociali»

Il sistema sanitario finlandese si basa su un modello di accesso universale, che assicura che tutti i cittadini abbiano accesso ai servizi sanitari essenziali. La Finlandia, in linea con gli standard dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, destina il 9,6% del suo PIL alla spesa sanitaria, restando in linea con la media del 9,2% degli altri Paesi OCSE.

Nonostante questo livello di finanziamento pubblico del sistema sanitario, è cruciale sottolineare che i cittadini finlandesi si confrontano con spese dirette notevolmente superiori rispetto ai loro omologhi europei, raggiungendo approssimativamente il 21%.

Le sfide più attuali per il Paese nordico sono: il finanziamento della sanità, le questioni etiche e legali e l’introduzione di un’assistenza focalizzata sul paziente

Approfondendo la tematica con TrendSanità, Kristiina Patja, professoressa presso l’Università di Helsinki e primario dell’Ospedale Universitario di Helsinki (HUS), spiega: «La Finlandia gestisce un sistema sanitario finanziato con fondi pubblici. La città di Helsinki è un unico fornitore dei ventuno distretti presenti sul Paese. Le ventuno contee sono responsabili dei servizi sociali e sanitari, tra cui: assistenza sanitaria primaria e speciale, cure dentistiche, assistenza sociale, servizi per bambini, giovani e famiglie, servizi per le persone in età lavorativa, servizi per la salute mentale e l’abuso di sostanze, servizi per le disabilità, assistenza agli studenti per la scuola dell’obbligo, operazioni di soccorso e servizi medici di emergenza preospedalieri».

Kristiina Patja

«I servizi di assistenza sanitaria primaria sono il pilastro del sistema sanitario finlandese e comprendono la prevenzione, la promozione della salute, il trattamento delle malattie comuni e la gestione delle condizioni croniche, nonché i servizi sociali e mentali integrati. L’assistenza primaria è fornita tipicamente attraverso i centri di assistenza sanitaria, che sono accessibili a tutti i residenti». In merito al settore privato, che ha preso piede nel Paese circa quarant’anni fa, la professoressa dichiara: «Il settore privato è finanziato sia direttamente che indirettamente con fondi pubblici ed è possibile accedervi tramite servizi di medicina del lavoro finanziati dal datore di lavoro e dal dipendente, con denario proprio o con le assicurazioni, un sistema complesso da gestire».

Il successo della Finlandia

In linea con il suo impegno per l’accesso universale e la qualità dei servizi sanitari, la Finlandia ha consolidato un sistema sanitario che è diventato un punto di riferimento internazionale per l’eccellenza e l’efficacia. Tuttavia, è fondamentale comprendere i meccanismi che lo rendono così efficace e le sfide che continua ad affrontare quotidianamente, come affermato da Kristiina Patja: «Una delle caratteristiche distintive del sistema sanitario finlandese è il suo impegno per l’accesso universale ai servizi sanitari essenziali. Questo significa che tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito, dallo stato occupazionale o dalle condizioni di salute preesistenti, hanno diritto a ricevere cure di alta qualità. La Finlandia è riconosciuta a livello mondiale per la qualità dei suoi servizi sanitari, con risultati impressionanti come la mortalità materna e neonatale tra le più basse al mondo e tassi di vaccinazione elevati. Questo successo è il risultato di un impegno costante per garantire che standard di qualità e linee guida siano rispettati in ogni fase della cura. Inoltre, l’uso avanzato della tecnologia, come le cartelle cliniche elettroniche e i sistemi di prescrizione digitale, hanno contribuito a migliorare l’efficienza e la sicurezza dell’assistenza sanitaria».

Il servizio sanitario finlandese è noto per la sua lunga storia in promozione della salute, garantendo un elevato standard sanitario a livello europeo. La docente a tal proposito afferma: «La Finlandia dà priorità alle iniziative di sanità pubblica volte a promuovere la salute e prevenire le malattie. Queste iniziative includono campagne di educazione sanitaria e iniziative per affrontare fattori legati allo stile di vita come il fumo, la dieta e l’attività fisica. Concentrandosi sulla prevenzione, la Finlandia mira a ridurre il peso delle malattie e a migliorare i risultati in termini di salute della popolazione. Tuttavia, le differenze nella mortalità e nella morbilità tra i gruppi sociali sono rimaste ampie e tali iniziative sono andate man mano scomparendo, e i finanziamenti sono diminuiti drasticamente nel corso dei decenni».

Dalla gestione del paziente cronico al finanziamento multicanale

Nel panorama finlandese è di vitale importanza discutere delle sfide che il Paese si ritrova ad affrontare. Certamente il sistema di finanziamento ha delle falle, come ci spiega Patja: «A mio parere il finanziamento multicanale del sistema sanitario ha comportato l’offerta di una vasta gamma di servizi ad una parte della popolazione, ma a fronte di questo molte altre persone faticano ad ottenere servizi di base».

Continuando con l’analisi di alcune criticità la professoressa dichiara: «Attualmente l’assistenza sanitaria finlandese è in fase di riforma a causa di problemi comuni a tutti i sistemi sanitari. Il finanziamento dell’assistenza sanitaria è una sfida continua, in particolare perché i costi sanitari aumentano a causa di molteplici fattori quali le nuove tecnologie, l’invecchiamento della popolazione e la crescente domanda di servizi. Bilanciare la spesa sanitaria con altre priorità concorrenti nel bilancio nazionale è una sfida costante per i politici».

«Nella sanità pubblica possono esserci tempi di attesa lunghi per procedure non urgenti e visite specialistiche, soprattutto in alcune regioni o per servizi specifici, ma nella sanità privata non ci sono tempi di attesa. Esiste quindi un problema di mercato che soddisfa i bisogni e i servizi a livello di popolazione e regionale, portando a discrepanze nell’accesso, e nella qualità dell’assistenza, tra le aree urbane e rurali e per gruppi d’età. Questo sfasamento del sistema sanitario ha portato a carenze di operatori sanitari, in particolare nel sistema pubblico, nelle zone rurali e in alcune scuole di specializzazione. Ciò ha purtroppo anche aggravato le disuguaglianze basate su fattori socioeconomici, etnia e altri determinanti sociali della salute» aggiunge Patja.

Un’altra grande sfida che la docente e primario ospedaliero ci tiene a presentare è quella dell’invecchiamento della popolazione finlandese, con il 22% della popolazione over65: «La Finlandia affronta questo cambiamento demografico che mette sotto pressione le risorse e i budget sanitari, in particolare nella fornitura di assistenza a lungo termine e nella gestione delle malattie croniche. La prevalenza di malattie come il diabete, le malattie cardiovascolari e fattori di rischio come l’obesità sono in aumento. La gestione efficace di queste condizioni richiede strategie di assistenza a lungo termine e misure preventive efficaci. Ci sono state anche alcune lacune nei servizi di salute mentale, in particolare in termini di accessibilità e disponibilità di cure specializzate, servizi che non stanno reagendo adeguatamente agli alti tassi di depressione registrati nel Paese, anche a fronte di alcuni buoni progressi, come il calo dei tassi di suicidio. Pertanto, per concludere il nostro ragionamento, le principali sfide attuali includono le sfide strutturali, la garanzia di un’equa distribuzione delle risorse, la gestione della complessa interazione dei fattori sociali della salute e l’implementazione di una tecnologia che non discrimini le persone nell’accesso all’assistenza sanitaria».

Lo sguardo sull’Europa

«Stanno aumentando le discrepanze nell’accesso e nella qualità dell’assistenza, tra le aree urbane e rurali e per gruppi d’età»

La Finlandia è un esempio significativo nel panorama europeo, con un servizio sanitario ad accesso universale e alta qualità dei servizi offerti, ma, come abbiamo visto, non sono poche le questioni da migliorare e le scelte da implementare. Infatti, analizzando in maniera prospettica le sfide per il futuro, Patja sottolinea: «La Finlandia ha le stesse sfide di tutti i Paesi dell’OCSE, più una serie di sfide peculiari legate alla sua geografia. Problemi di fondo come l’accesso e l’accessibilità economica, la qualità, il personale sanitario, l’aumento dei costi sanitari, l’implementazione e la sicurezza delle tecnologie dell’informazione sanitaria, la governance e il finanziamento della sanità, le questioni etiche e legali e l’introduzione di un’assistenza focalizzata sul paziente. Questioni di salute della popolazione come la gestione delle malattie croniche, l’invecchiamento della popolazione, le disuguaglianze sanitarie, i servizi di salute mentale. Tematiche a livello di società, come le minacce alla salute globale e la preparazione alle sfide per la salute pubblica e gli investimenti nell’innovazione e nella ricerca sanitaria». Temi caldissimi in vista dell’elezione della nuova governance Europea che ci accompagnerà per i prossimi cinque anni.

«A livello europeo, sarebbe importante creare condizioni di concorrenza e sviluppo uniformi per i sistemi sanitari, in modo che siano sicuri, efficaci e sistemicamente in grado di rinnovarsi. In particolare, sarebbe importante considerare a livello comunitario la salute dei cittadini e le possibilità di scelte più lungimiranti, come l’integrazione delle normative relative all’alimentazione, agli stupefacenti e al tabacco e l’armonizzazione della tassazione basata sulla salute. Infine, altri due temi che richiedono la collaborazione internazionale sono, a mio avviso, l’implementazione di un’estesa sostenibilità anche nei sistemi sanitari e le questioni ambientali che impattano sulla salute» chiosa Kristiina Patja.

Dalla Commissione UE due nuove serie di orientamenti per la salute mentale a scuola

All’inizio della Settimana europea della salute mentale (13-19 maggio), il gruppo di esperti della Commissione sul benessere nelle scuole ha pubblicato due nuove serie di orientamenti rispettivamente per i responsabili delle politiche nel settore dell’istruzione e per i dirigenti scolastici e gli educatori, al fine di aiutarli ad affrontare le sfide connesse al benessere e alla salute mentale sia dei giovani sia degli insegnanti.

Le raccomandazioni sono destinate a decisori ed educatori, per creare ambienti di apprendimento sani e inclusivi

Iliana Ivanova, Commissaria per l’Innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e i giovani, ha dichiarato: “Le relazioni sul declino dello stato di benessere e della salute mentale di studenti e insegnanti sono fonte di preoccupazione. Confido che questi orientamenti completi possano fare la differenza nelle scuole di tutta Europa. Insieme stiamo gettando le basi per un panorama educativo più sano e inclusivo.”

Gli orientamenti propongono che il benessere a scuola venga affrontato in modo globale e integrato, con particolare attenzione alla prevenzione. Sottolineano poi la necessità di aiutare gli insegnanti e gli educatori con risorse aggiuntive che consentano loro di mantenere il proprio benessere, nonché la necessità di formare reti solide, che coinvolgano le parti interessate locali, in particolare i settori dell’assistenza sanitaria e sociale, ma anche l’istruzione superiore, le organizzazioni giovanili e le famiglie.

Il gruppo di esperti della Commissione sul benessere nelle scuole è stato istituito per elaborare raccomandazioni strategiche e orientamenti basati su dati concreti nell’ambito dell’iniziativa faro dello spazio europeo dell’istruzione “Percorsi per il successo scolastico”.

Si prevede per il prossimo autunno la pubblicazione di una relazione, che conterrà una versione più approfondita degli orientamenti con prove a sostegno provenienti dalla ricerca, ulteriori pratiche da cui trarre ispirazione e consigli per garantire che gli orientamenti raggiungano efficacemente le scuole in Europa.

Per approfondire

  • Maggiori informazioni sugli orientamenti sono disponibili qui
  • Ulteriori informazioni sul sostegno al benessere e alla salute mentale nello spazio europeo dell’istruzione sono disponibili qui

Riconoscimento della fibromialgia, appello del Collegio Reumatologi Italiani

La fibromialgia è una sindrome complessa cronica multifattoriale ad eziopatogenesi non ben identificata caratterizzata dall’estrema varietà e differenziazione di sintomi che la esprimono. Nel nostro Paese colpisce circa due milioni di persone, in grande maggioranza di sesso femminile. La complessità del quadro clinico e la mancanza di biomarcatori fanno sì che da un lato ancora si metta in dubbio la sua esistenza e dall’altro che i clinici negli anni abbiano avuto la necessità di stilare diversi criteri classificativi/ diagnostici (ultimi quelli dell’ACR 2016) che li aiutassero a fare una diagnosi corretta e così ridurre il ritardo diagnostico che ancora è comunque molto alto (in media 3/5 anni).

Daniela Marotto
Daniela Marotto

Chi è il clinico che può essere a fianco del cittadino-paziente nella sua “battaglia contro la fibromialgia”? È il reumatologo. Nell’occasione della recente giornata mondiale dedicata a questa patologia è stata Daniela Marotto, presidente del Collegio Reumatologi Italiani (CReI), a puntualizzare come «per una corretta diagnosi di fibromialgia occorre una corretta e attenta valutazione clinica che consideri tanti aspetti oltre al dolore generalizzato e cronico, quali le alterazioni del sonno nei suoi molteplici aspetti (insonnia, difficoltà all’addormentamento, frequenti risvegli), stanchezza e deficit neurocognitivi (la cosiddetta nebbia fibromialgica), e faccia una corretta diagnosi differenziale. Proprio la complessità della sintomatologia, altamente invalidante spinge il paziente a peregrinare per anni tra vari specialisti che spesso non guardano alla complessità del quadro, ma solo al singolo sintomo ritardando così la diagnosi e di conseguenza peggiorandone la prognosi». Dalla complessità del quadro clinico si comprende come sia necessario avere un approccio terapeutico multimodale che sia – prosegue Marotto, «solo di tipo farmacologico ma che contempli un‘attività fisica regolare, precise indicazioni alimentari e in alcuni casi terapie psicologiche di supporto quali quelle di tipo cognitivo comportamentale».

La patologia è riconosciuta come tale in molti paesi, ma tra questi purtroppo non c’è ancora l’Italia. In questa occasione quindi, CreI lancia un messaggio “di sistema” per bocca della sua presidente: «Occorre creare una consapevolezza da parte dei cittadini nei confronti del loro stato di malattia, accompagnata dalla creazione di un’alleanza terapeutica con i clinici, e seguita dall’impegno dell’ambiente istituzionale, politico, parlamentare e regionale di dare forma legislativa e normativa alla presa in carico del paziente con fibromialgia, a partire dal suo inserimento nei Livelli Essenziali di Assistenza».

In Italia la battaglia per il riconoscimento di questa patologia sta andando avanti, come sottolineato dalla presidente CReI, grazie anche al lavoro delle associazioni pazienti e all’attenzione delle istituzioni. «Il non riconoscimento come malattia invalidante – prosegue Marotto – è una carenza sostanziale per il nostro Paese a cui per fortuna alcune regioni stanno cercando di porre rimedio, ma proprio in questa giornata occorre lanciare forte il messaggio: i pazienti non possono più aspettare».

Il mondo clinico non è impreparato di fronte ad una patologia che presenta numeri indicativi decisamente preoccupanti. «Gli specialisti in reumatologia, in stretta collaborazione con i medici di medicina generale sono i clinici che direttamente possono intercettare, diagnosticare e rispondere al bisogno di salute del paziente con fibromialgia», conclude la presidente Marotto. «Noi abitualmente incontriamo nei nostri ambulatori, dalla Sardegna al Friuli, dal Piemonte alla Campania, pazienti che si presentano con quella tipica ampiezza di sintomi preoccupanti che può essere ricondotta alla sindrome fibromialgica. Il messaggio che ci sentiamo di lanciare è come sempre uno solo: non sottovalutate i vostri sintomi, non tenete in silenzio il vostro malessere, non silenziate il vostro dolore. Occorre che si crei una attenzione consapevole di tutti i cittadini verso il proprio stato di salute e che questa attenzione si traduca in una visita dal proprio medico di medicina generale, che saprà indicare la via migliore per accedere allo specialista reumatologo che renderà possibile un affronto tempestivo, preciso e soddisfacente di una sindrome che non più possiamo più considerare invisibile».