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Società Italiana di Farmacologia: “Dallo spazio speranze di aiuto per i pazienti fragili”

“I tanti tipi di stress a cui sono sottoposti gli astronauti, le variazioni a cui vanno incontro tutti gli apparati e la impossibilità di monitorare e intervenire in tempo reale in situazioni di emergenza, fanno sì che il soggiorno nello Spazio rappresenti un modello di studio per pazienti fragili, impossibilitati a muoversi e che devono mettere in atto procedure mediche in maniera autonoma”. La conferma arriva da Gianluca Trifirò, Professore Ordinario di Farmacologia all’Università di Verona e Lucia Morbidelli, Professoressa Ordinario di Farmacologia all’Università degli Studi di Siena, entrambi soci della Società Italiana di Farmacologia – SIF – che sottolineano come “la sfida spaziale porterà a notevoli migliorie nella gestione della salute pubblica, come ha già fatto in passato con tante tecnologie innovative che ci aiutano nella vita di tutti i giorni”.

La sfida spaziale porterà a notevoli migliorie nella gestione della salute pubblica, come ha già fatto in passato con tante tecnologie innovative che ci aiutano nella vita di tutti i giorni

La Ricerca Spaziale Biomedica ci ha permesso di realizzare o migliorare molte tecnologie, dalle lenti antigraffio e fotocromatiche, ai termometri a infrarosso, alla analisi delle microcalcificazioni nelle mammografie, fin alle tecniche avanzate di imaging funzionale, ai microsensori ed ai dispositivi medici ad autolettura. Ma può servire anche per lo studio dei farmaci da usare sulla Terra? “Riguardo ai farmaci – spiegano Trifirò e Morbidelli – oltre all’aggiustamento del dosaggio e alla scelta dei principi attivi più adatti, una sfida riguarda le tecnologie della ricerca di nuovi medicinali in assenza di gravità e lo sviluppo di formulazioni per un uso efficace e sicuro”.

E nello Spazio, invece, che farmaci si possono e si devono assumere? “Nello spazio i farmaci servono sia per il trattamento di sintomi che si possono verificare comunemente – aggiungono dalla SIF – che per eventuali situazioni di emergenza come traumi ed emorragie. Nei kit medici forniti agli astronauti, in particolare, vengono inclusi farmaci per trattare disturbi del sonno, allergie, cinetosi spaziale, nausea, dolore e congestione sinusale. Il volo spaziale comporta alterazioni nella fisiologia umana con conseguenti modifiche farmacocinetiche, come assorbimento, distribuzione, metabolismo ed escrezione del farmaco, e farmacodinamiche, cioè l’effetto farmacologico in risposta all’interazione del farmaco con il suo specifico bersaglio molecolare. Tutto ciò può inevitabilmente avere un impatto sull’efficacia e sulla sicurezza dei farmaci”.

Negli ultimi anni le agenzie spaziali stanno lavorando molto per ampliare gli attuali confini del volo spaziale umano con missioni anche su Marte. “La ricerca nell’ambito dell’astrofarmacia contribuisce a rendere l’esplorazione umana nello spazio sicura e accessibile. Abbiamo approfondito questo tema nell’ultimo numero di Sif Magazine pubblicato sul sito della Società Italiana di Farmacologia e realizzato in collaborazione con l’Unione Astrofili Napoletani”, concludono i professori Gianluca Trifirò e Lucia Morbidelli.

Astrofarmacia, what else?

L’astrofarmacia si occupa dello sviluppo di farmaci e trattamenti medici utilizzabili in condizioni di microgravità e valuta la sicurezza di questi nello spazio. In Italia, pochi atenei propongono lo studio di questa materia. Tra questi vi sono l’Università degli Studi di Padova con un corso di perfezionamento “MAS – Medicina Aeronautica e Spaziale” e l’Università degli Studi di Napoli Federico II con un Master di II livello in medicina aerospaziale.

Inoltre, proprio all’Università di Verona, già a partire dagli anni ’90, il Professore di farmacologia Giampaolo Velo si era interessato alla space pharmacology come nuova frontiera della farmacologia.

«Il SSN non sta bene… Integrare sanità e sociale per ridurre accessi impropri»

Come sta la sanità pubblica italiana? È questa la domanda con cui si apre questo 2024 con una Legge di Bilancio approvata da poco e con il corredo del consueto duello verbale della politica: da una parte il Governo e la maggioranza soddisfatti per l’aumento di fondi e dall’altra le opposizioni (e non solo) che ne lamentano la carenza.

Per capire meglio la situazione e le prospettive dell’anno, rivolgiamo cinque domande a chi ha rivestito e riveste entrambe le posizioni (Governo o maggioranza e opposizione). Abbiamo cominciato dagli ex ministri della Salute con le interviste a Beatrice LorenzinGiulia Grillo e Roberto Speranza. Oggi le 5 domande sono per Mariapia Garavaglia, Ministro della Salute dal 1993 al 1994.

1 – LE RIFORME

Il prossimo futuro vedrà la popolazione anziana diventare sempre più ampia, con l’aumento dei tassi di cronicità, di poli-patologici e di non autosufficienti. Basteranno PNRR, DM 77, telemedicina e fascicolo elettronico ad affrontare queste sfide?


In questi anni sono stati ridotti i posti letto, ma ora mancano medici di medicina generale, specialisti ambulatoriali, infermieri e altri operatori

«La domanda sembra essere retorica ma non lo è, perché l’analisi del futuro si basa pur sempre sul presente. Il nostro SSN non sta bene… Anche senza elencare i dati basta lo scontento dei cittadini e anche degli operatori. Dalla Legge 833 del 1978 avremmo dovuto contare primariamente sull’assistenza territoriale, con una progressiva deospedalizzazione. Sono stati effettivamente ridotti i posti letto, ma ora mancano medici di medicina generale, specialisti ambulatoriali, infermieri e altri operatori. Il PNRR offre finanziamenti notevoli ma si tratta di investimenti, non di fondi per la gestione. La tecnologia aiuterà l’assistenza primaria, di prossimità, purché sia equamente distribuita. Ricordiamo che non è ancora diffuso universalmente il fascicolo sanitario elettronico. I dati, che sono importanti per governare i fenomeni, occorre che siano tempestivamente raccolti, analizzati e utili alla gestione.
Serve, perciò, uno shock decisionale per definire il finanziamento e reclutare personale. E ci vuole tempo…».

2 – IL DECLINO

I dati ci dicono che già oggi il nostro Servizio sanitario nazionale non è più universalistico: il 50% delle visite specialistiche ambulatoriali sono pagate privatamente, così come il 33% degli accertamenti diagnostici ambulatoriali. Il 7% della popolazione rinuncia alle cure, addirittura il 24% tra gli anziani. E l’aspettativa di vita cala. Il SSN è ancora un nostro punto di forza?

«Con la pandemia da covid-19 abbiamo capito che siamo in grado di organizzarci in emergenza; ci manca la cultura gestionale. Come ho appena detto, il SSN può continuare ad essere una grande risorsa e un punto fermo purché diventi una priorità radicale dei governi. Di tutti i governi. I cittadini, soprattutto i più vulnerabili, hanno bisogno che il SSN sia effettivo nel suo agire. Il contrario significherebbe abbandonarli ad una grave diseguaglianza. Una “eutanasia di Stato”».

3 – I PRIVATI

Sanità privata convenzionata, sanità integrativa, sanità classificata, cooperative: tra privato e pubblico la competizione è corretta? 

Il privato ha meno vincoli nei contratti; sceglie i clienti; sa gestire in economia anche rispettando gli standard richiesti

«Non credo sia corretta la competizione. Il privato, anche meno qualificato, è diventato sostitutivo e non era questa la finalità della norma che prevede sia, giustamente, complementare. Il privato ha meno vincoli nei contratti; sceglie i clienti; sa gestire in economia anche rispettando gli standard richiesti. E non è asfissiato dalla burocrazia pubblica. Il privato ha diritto a lavorare all’interno del SSN, definendo la collaborazione in modo chiaro e in modo tale che le assicurazioni integrative non nuocciano al sistema pubblico, doppiamente, sottraendo “clienti” e fondi attraverso le detrazioni fiscali».

4 – LE SOLUZIONI

Per salvare realmente la sanità pubblica si deve immaginare un enorme aumento del finanziamento del SSN (e allora la domanda è come reperire le risorse?) o prendere atto che il sistema non è sostenibile e farlo diventare selettivo come prestazioni offerte e come partecipazione gratuita degli utenti?

«Può darsi, ma non vorrei che accadesse. Probabilmente mantenere l’universalità del diritto all’accesso ai servizi è fondamentale per garantire la stessa qualità a tutti i cittadini, ma non a tutti allo stesso grado di gratuità. L’integrazione con il sociale (che è competenza comunale e in parte regionale) deve aiutare il sistema a liberarsi di accessi impropri al sanitario, perché è gratuito. Si deve definire una percentuale fissa – magari nella media europea – sul Pil del finanziamento del Fondo Sanitario Nazionale e, infine, combattere l’evasione. È una ingiustizia inaccettabile che la fiscalità generale non sostenga il servizio sanitario per tutti. Gli evasori usufruiscono di un servizio complesso, prezioso, costoso a carico dei cittadini che pagano fedelmente le tasse».

5 – I RIMPIANTI

Una cosa che farebbe se tornasse indietro nel tempo, ai mesi in cui era a Lungotevere Ripa…

Il Governo Ciampi, purtroppo, durò solo un anno e tuttavia mettemmo a segno molti risultati. Ma tra esecutivi manca spesso la continuità

«Ci possono sempre essere rimpianti, ma voglio stare su qualcosa di concreto. Il Governo Ciampi, purtroppo, durò solo un anno e tuttavia mettemmo a segno molti risultati. Basta consultare tutti gli atti che ho firmato. Avrei desiderato vedere i risultati. Ma accade (troppo spesso) che il governo successivo, invece di garantire continuità, propone sue scelte. In tal modo viene meno anche la possibilità di verificare il successo o meno delle norme varate e della programmazione precedente, e non si acquisiscono i dati per modificare, riformare o cancellare. Questo è un rimpianto “istituzionale” che coltivo rispetto alla politica in generale».

Autonomia differenziata, i molti dubbi e le poche certezze di una sanità già regionalizzata

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Totale deflagrazione del Servizio Sanitario Nazionale a favore di 21 sanità locali diverse. Un sistema snello e capace di intervenire in modo più efficiente sui bisogni di salute di ogni territorio. Una macchina che, faticosamente, ha già assorbito oltre 20 anni di regionalismo sanitario e non è destinata a subire contraccolpi significativi.

I giudizi sul testo “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario” appena approvato nella lettura del Senato, e che ora è atteso alla Camera per un ulteriore passaggio parlamentare, sono decisamente variegati rispetto all’impatto che potrà avere sul Servizio Sanitario Nazionale. Undici articoli che consentiranno alle Regioni, se la riforma diventerà legge, di chiedere su 23 materie, tra cui la sanità, «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» purché siano rispettati livelli essenziali fissati dallo Stato.

«È una riforma che va applicata in maniera intelligente» dice a TrendSanità Americo Cicchetti, direttore generale della programmazione sanitaria del Ministero della Salute, ovvero la direzione che, tra le tante strategiche funzioni, è preposta alla definizione, monitoraggio e aggiornamento dei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e del piano sanitario nazionale.

I Lep previsti dall’autonomia differenziata ripercorreranno la dissestata strada dei Lea o l’aumento di autonomia delle Regioni renderà più efficiente il sistema, superando la complicata dialettica centro/periferia?

E proprio i Lea, introdotti in sanità nel 2001 con il regionalismo come strumento per garantire a tutti i cittadini prestazioni e servizi che il SSN è tenuto ad assicurare gratuitamente o dietro pagamento di un ticket uniformemente in tutta Italia, sono stati uno dei modelli giuridici e culturali che stanno alla base di questo testo di riforma. I Lep, infatti, vengono definiti all’articolo 3 dell’attuale testo come i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Questo, dunque, è uno degli elementi che corroborano la valutazione di chi ritiene che la sanità non subirà grandi scossoni dalla riforma.

Cosa potrebbe andare storto

«Può essere un’opportunità per il nostro sistema ma a condizione che venga implementata tenendo fermo il nucleo di un servizio sanitario che è, e deve restare, nazionale, pur con tutte le sue declinazioni regionali» precisa ancora Cicchetti che sposta l’attenzione sulle garanzie che il Ministero deve attualmente verificare e certificare con un complesso sistema fatto di 88 indicatori che vanno dalla prevenzione collettiva e sanità pubblica all’assistenza distrettuale, dalla stima del bisogno sanitario all’assistenza ospedaliera, dall’equità sociale al monitoraggio e valutazione dei percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) di alcune importanti patologie come BPCO, scompenso cardiaco, diabete, tumori alla mammella, al colon e al retto. La faticosa messa a regime di questo sistema ha visto definire 22 di questi indicatori come “CORE”, cioè, decisivi per valutare se le Regioni stanno o non stanno garantendo a tutti i loro cittadini livelli essenziali di assistenza sanitaria.

La storia di questi anni ha dimostrato come la messa a regime di un sistema così complesso non è affatto facile. La salute e la medicina hanno tempi che non si adattano a quelli delle burocrazie ministeriali e regionali, le terapie, i farmaci e l’innovazione corrono veloci, le emergenze sanitarie entrano nelle nostre case senza bussare e farsi annunciare.

Un dato significativo che alimenta lo scetticismo di chi vede nell’autonomia differenziata un ulteriore colpo alla tenuta del sistema sta nel ritardo con cui i Lea sono stati aggiornati: 17 anni per l’aggiornamento e altri 7 per diventare operativi, cosa che avverrà effettivamente, salvo ulteriori rinvii, solo il primo aprile 2024. Anni di ritardi, di richieste di pazienti inevase, di contenziosi tra Stato e Regioni, di ricorsi milionari e di cause giudiziarie. I Lep previsti dall’autonomia differenziata ripercorreranno la dissestata strada dei Lea o l’aumento di autonomia delle Regioni renderà finalmente efficiente e adattativo il sistema senza riproporre la complicata dialettica tra centro e periferia? Questo è il dilemma in cui si misurano osservatori e studiosi.

Intanto, proprio quegli indicatori si stanno per aggiornare come spiega Cicchetti: «Da 22 passiamo a 29 indicatori che entrano nel sistema di monitoraggio Lea. Sta migliorando la nostra capacità di raccogliere dati dalle Regioni e, a mano a mano che i dati diventano più robusti, il sistema si aggiorna. Tra i nuovi criteri entreranno i PDTA e quindi la capacità della singola Regione di prendere in carico un intero programma di salute come, in questo caso, le patologie croniche. L’obiettivo è quello di implementarli tutti, ma soprattutto quelli legati ai PDTA pensiamo possano essere il modo migliore per valutare le performance sui diversi territori e capire se siamo in grado come sistema di rispondere a quelle che sono le esigenze dei cittadini e dare concretezza al loro diritto alla salute».

La mobilità sanitaria

Ma organizzare la salute su base regionale non basta. Siamo nel 2024 e prendere l’auto per curarsi nella Regione a mezz’ora di distanza o un treno per andare in poche ore da una parte all’altra dello stivale è una consuetudine per molti. Nel 2021, la mobilità sanitaria interregionale in Italia ha raggiunto un valore di € 4,25 miliardi, cifra nettamente superiore a quella del 2020 (€ 3,33 miliardi), con saldi estremamente variabili tra le Regioni del Nord e quelle del Sud. Il saldo è la differenza tra mobilità attiva, ovvero l’attrazione di pazienti provenienti da altre Regioni, e quella passiva, cioè la “migrazione” dei pazienti dalla Regione di residenza. Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto – Regioni capofila dell’autonomia differenziata – raccolgono il 93,3% del saldo attivo, mentre il 76,9% del saldo passivo si concentra in Calabria, Campania, Sicilia, Lazio, Puglia e Abruzzo.

Nino Cartabellotta

«La mobilità sanitaria – spiega Nino Cartabellotta, Presidente della Fondazione GIMBE – è un fenomeno dalle enormi implicazioni sanitarie, sociali, etiche ed economiche, che riflette le grandi diseguaglianze nell’offerta di servizi sanitari tra le varie Regioni e, soprattutto, tra il Nord e il Sud del Paese. Un gap diventato ormai una “frattura strutturale” destinata ad essere aggravata dall’autonomia differenziata, che in sanità legittimerà normativamente il divario Nord-Sud, amplificando le inaccettabili diseguaglianze nell’esigibilità del diritto costituzionale alla tutela della salute».

I più gravi problemi che individua GIMBE stanno nel sottofinanziamento attuale della sanità che costringe anche le Regioni Nord a tagliare i servizi, nella vaghezza del DdL Calderoli sulle modalità di finanziamento e sugli strumenti per garantire i Livelli essenziali delle prestazioni. Cartabellotta conclude con un esempio e una richiesta: «Una maggiore autonomia in termini di contrattazione del personale rischia di provocare una fuga dei professionisti sanitari verso le Regioni in grado di offrire condizioni economiche più vantaggiose. Per questo e per tutti gli altri motivi che ricordavamo, chiediamo che la tutela della salute sia espunta dalle materie su cui le Regioni possono richiedere maggiori autonomie».

La mobilità sanitaria riflette le grandi diseguaglianze nell’offerta di servizi sanitari tra le varie Regioni

Le disparità sulla sanità tra le Regioni sono sotto gli occhi di tutti da anni. Secondo l’ex ministro Lorenzin la madre di tutti i mali fu proprio la riforma introdotta nel 2001 in Costituzione che aumentava i poteri dei territori, secondo molti analisti quelle disparità erano evidenti già nel 1978 con la nascita del Servizio Sanitario Nazionale che aveva tra i suoi propositi proprio quello di riequilibrare la situazione.

«L’autonomia differenziata rischia di portare ulteriori squilibri?» si chiede dialogando con TrendSanità Barbara Polistena, Responsabile di Ricerca di C.R.E.A. Sanità (Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità). «Noi ci siamo riproposti di monitorare l’evoluzione della riforma già dallo scorso anno e nell’ultimo rapporto performance abbiamo iniziato una valutazione per capire quello che succederà alle Regioni e per vedere se l’autonomia differenziata porterà a degli ulteriori squilibri. Di fatto crediamo che la sanità con i Lea, che sono un po’ quello che saranno i Lep, avesse già fatto questo passaggio quindi, probabilmente, è il settore che soffrirà meno di rivoluzioni. Però questo poi dovremo analizzarlo.

Forse la sanità, dopo 20 anni di federalismo e Lea, potrebbe essere il settore meno rivoluzionato dall’autonomia differenziata

Quello che possiamo già dire è che il nostro sistema sanitario già con il federalismo in questi oltre 20 anni non aveva portato secondo i dati a grandi differenze o, quantomeno, ad allargare le differenze tra le Regioni che c’erano prima. È questo il dato che ci fa pensare che la sanità potrebbe essere il settore che meno sarà sconvolto da questa innovazione».

Responsabilità professionale sanitaria: la FNO TSRM e PSTRP auspica che agli intenti positivi seguano azioni concrete

La Federazione nazionale Collegi professionali Tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (FNO TSRM e PSTRP) desidera esprimere il proprio favore in merito alla recenti mozioni presentate alla Camera dei Deputati in materia di disciplina della responsabilità professionale degli operatori sanitari, che hanno avuto il consenso di maggioranza e opposizione.

Le tematiche prese in esame vengono da anni portate all’attenzione dei decisori dalla nostra Federazione nazionale, consapevole della loro fondamentale importanza per fronteggiare l’annosa questione della responsabilità professionale sanitaria.

La politica sembra abbia preso finalmente atto del fatto che non sia più procrastinabile un intervento volto a garantire la tutela giudiziaria dei professionisti della salute, troppo spesso già costretti ad operare in condizioni di lavoro svantaggiate.

Con queste premesse e nell’attesa che ai buoni propositi seguano azioni concrete, riteniamo parimenti utile soffermare l’attenzione sui decreti di attuazione previsti dalla legge 24/2017.

Nelle diverse mozioni, infatti, emerge la necessità di emanare i richiamati decreti tra i quali quello sui requisiti minimi delle polizze assicurative. Proprio su quel testo avevamo avuto modo, ormai anni addietro, di evidenziare tutta una serie di rilevanti criticità e sulle quali, purtroppo, non c’è mai stata offerta l’occasione di un confronto che sarebbe stato utile ad evitare che i professionisti sanitari (tutti) potessero trovarsi in ulteriori ed insormontabili difficoltà nel reperire una polizza assicurativa per la responsabilità professionale seria, stabile e duratura.

Nel ribadire il nostro plauso per le iniziative in atto, a cui auspichiamo seguano azioni corrette, reali e produttive, confermiamo la nostra massima disponibilità a condividere l’esperienza degli oltre 160.000 professionisti sanitari rappresentati e che certamente potrebbe fornire un prezioso contributo nella tanto auspicabile quanto necessaria ed urgente fase attuativa.

Anziani, Schillaci: «Importanti misure per promuovere invecchiamento attivo e in salute»

«Abbiamo approvato un provvedimento importante con cui diamo concreta attuazione alla legge delega sulle politiche in favore delle persone anziane. L’Italia è tra le Nazioni più longeve al mondo e dobbiamo fare in modo che questa longevità sia accompagnata da un buono stato di salute e una migliore qualità della vita: promuovere l’invecchiamento attivo e in salute è fondamentale per aumentare lo stato di benessere fisco e psichico ma anche per ridurre i costi di cura e assistenza. Si tratta di un provvedimento che, dopo tanti anni, si occupa a 360 gradi delle persone anziane stanziando la cifra significativa di 1 miliardo: cura al domicilio, tutela della salute mentale, inclusione sociale, accesso ai servizi socio-sanitari. Da questo governo arriva un vero e proprio cambio di passo per la tutela e il benessere dei nostri anziani», ha dichiarato il Ministro della Salute Orazio Schillaci.

Misure di competenza del Ministero della Salute

Articolo 4: congiuntamente al Dipartimento per le politiche della famiglia, realizzazione di periodiche campagne istituzionali di comunicazione e sensibilizzazione in materia di invecchiamento attivo; adozione, di concerto con i Ministri del lavoro delle politiche sociali, per la famiglia, la natalità e le pari opportunità e per le disabilità, delle linee di indirizzo nazionale per la promozione dell’accessibilità delle persone anziane ai servizi e alle risorse del territorio.

Articolo 9: promozione dell’utilizzo degli strumenti di sanità preventiva e di telemedicina, per consentire il mantenimento delle migliori condizioni di vita della persona anziana presso il proprio domicilio.

Articolo 13: introduzione di misure volte a incentivare la relazione con gli animali d’affezione, nella prospettiva di tutela del benessere psicologico dell’anziano, promuovendo l’accesso degli animali nelle strutture residenziali e prevedendo specifiche agevolazioni per l’adozione di animali domestici.

Articolo 26: integrazione tra servizi sanitari, sociosanitari e sociali, promuovendo la collaborazione attiva tra Ambiti territoriali sociali, Aziende sanitarie e distretti sanitari.

Articolo 27: accesso ai servizi sociali e sociosanitari attraverso i Punti unici di accesso (PUA), che coordinano e organizzano l’attività di valutazione dei bisogni e di presa in carico della persona anziana (valutazione multidimensionale unificata – VMU). In particolare, si definisce l’ambito di applicazione della disciplina individuando gli Ambiti territoriali sociali e stabilendo i requisiti che devono essere posseduti dall’anziano per accedere ai servizi dei PUA secondo criteri di priorità definiti di concerto con i Ministri del lavoro e delle politiche sociali e per le disabilità.

Articolo 28: istituisce la valutazione multimediale unificata come strumento scientificamente validato, informatizzato e digitale, i cui risultati sono resi disponibili su piattaforme interoperabili, al fine di promuovere la semplificazione e l’integrazione delle procedure di accertamento e valutazione della condizione di persona anziana.

Articolo 29: gli Ambiti territoriali sociali, le Aziende sanitarie e i distretti sanitari, nell’ambito delle rispettive competenze, provvedono a garantire l’attivazione degli interventi definiti dal progetto di assistenza individuale integrato, finalizzati ad attuare concretamente la prosecuzione della vita in condizioni di dignità e sicurezza mediante prestazioni coordinate di cure domiciliari di base e integrate. Le prestazioni sono sottoposte a monitoraggio, tramite apposito Sistema Informativo (SIAD), che si avvale anche delle informazioni e dei dati derivanti dall’integrazione dei flussi del Sistema informativo unitario dei servizi sociali (SIUSS).  Si prevede, inoltre, che con decreto del Ministro della Salute, di concerto con i Ministri del lavoro e delle politiche sociali e per le disabilità, siano definite le Linee guida nazionali per l’integrazione operativa degli interventi sociali e sanitari previsti nei servizi di cura e assistenza domiciliari e per l’adozione di un approccio continuativo e multidimensionale della presa in carico della persona anziana non autosufficiente e della sua famiglia, ferma restando la competenza legislativa regionale per la definizione delle procedure per l’accreditamento dei servizi di assistenza domiciliare socioassistenziale.

Articolo 31: disposizioni per garantire, nell’ambito dell’assistenza residenziale e semiresidenziale, i trattamenti riabilitativi in favore delle persone anziane con disabilità psichiche e sensoriali, previa valutazione multidimensionale unificata e stesura del progetto riabilitativo individuale.

Articolo 32: prevede che l’accesso alle cure palliative sia garantito, tramite la rete nazionale e le reti regionali e locali delle cure palliative, a tutti i soggetti anziani non autosufficienti affetti da patologia evolutiva ad andamento cronico ed evolutivo, per le quali non esistono terapie o, se esistono, sono inadeguate o inefficaci ai fini della stabilizzazione della malattia o di un prolungamento significativo della vita.

Il servizio di psicologia delle cure primarie in Lombardia è legge

Il Consiglio Regionale della Lombardia, con deliberazione del 23 gennaio 2024, ha approvato il progetto di legge n. 16 che ha per oggetto l’Istituzione del servizio di psicologia delle cure primarie.

La legge, composta da otto articoli, introduce la figura dello psicologo del servizio di cure primarie all’interno della rete territoriale delle strutture di prossimità, tra cui le Case di Comunità, aumentando la capacità del servizio sociosanitario di intercettare precocemente situazioni di disagio psicologico.

Questa legge nasce come risposta all’evidenza dell’incremento del bisogno psicologico e ha la finalità di garantire interventi più tempestivi, appropriati, vicini alla cittadinanza e al territorio.

Si tratta di un risultato di grande rilievo per la categoria professionale degli psicologi che riconosce la necessità di misure strutturali per prestazioni psicologiche che siano facilmente accessibili e maggiormente disponibili per le cittadine e i cittadini; implica un cambiamento nel modello di offerta delle prestazioni psicologiche all’interno del Sistema Sanitario Regionale, favorendo i servizi  territoriali e l’integrazione del lavoro delle professioniste e dei professionisti psicologi con quello dei medici di medicina generale (MMG) e dei pediatri di libera scelta (PLS) e favorisce l’intercettazione precoce delle forme di disagio e sofferenza e la promozione del benessere psicologico.

La legge prevede la messa a disposizione di un finanziamento di 12 milioni di euro per ciascun anno del triennio 2024-2026: un dato davvero ragguardevole che consentirà la concretizzazione di un vero servizio che abbia la possibilità di diventare una realtà per tutti i cittadini e le cittadine lombardi.

«Condivido con grande soddisfazione l’esito di un lungo percorso di interlocuzione e di lavoro bipartisan, votato con un consenso trasversale tra le forze politiche. La legge approvata oggi rende finalmente concreta una misura rappresentativa della priorità e della centralità della tutela della salute psicologica. Continueremo a lavorare per tenervi aggiornati sulle prossime evoluzioni di questo progetto, garantendo fin da ora il nostro massimo impegno per la tutela e la promozione della nostra Professione», ha dichiarato Laura Parolin, Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.

SMI: sburocratizzare la medicina generale, valorizzare la telemedicina, stop alla medicina difensiva

«All’incontro che si è tenuto oggi, con il Vice Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, l’On. Luciano Ciocchetti,  abbiamo avanzato la nostra proposta di semplificazione del  lavoro dei medici di medicina generale», così Pina Onotri, Segretario Generale del Sindacato Medici Italiani rende pubblico l’incontro avvenuto a Montecitorio.

«Abbiamo chiesto all’onorevole che si faccia promotore, insieme ai Ministri competenti, dell’autocertificazione di malattia per i primi tre giorni, al pari di quando avviene negli altri Paesi europei. Non possiamo stressare le strutture sanitarie territoriali ed ospedaliere già in affanno per carenza di personale, per rispondere a bisogni amministrativi e non sanitari sottraendo tempo e risorse alla gestione dei problemi di salute reali degli utenti che devono fare i conti con strutture sovraffollate. Nel I primo trimestre del 2023, come riportano le statistiche del Polo unico di tutela della malattia dell’INPS, sono stati emessi 15 milioni di certificati di malattia. Il 70% di questi cittadini richiedenti certificati non necessitava di un’assistenza sanitaria vera e propria ma hanno di certo contribuito a sancire il collasso del sistema sanitario durante l’ultimo picco influenzale».

«Abbiamo posto, poi all’attenzione dell’On. Luciano Ciocchetti, tenuto conto che da più parti si sostiene  che vi è bisogno di una sempre maggiore valorizzazione della telemedicina, di prevedere la possibilità per i medici di medicina generale di poter certificare anche in modalità di televisita e un’emendamento, in questo senso, potrebbe essere inserito nel Decreto Semplificazioni. Un’opportunità da non perdere».

«Ci siamo, infine, soffermanti sulla colpa grave per i medici, esprimendo apprezzamento su quanto il Parlamento sta producendo, con l’auspicio che si affronti anche il tema della  responsabilità civile, per arginare il fenomeno della medicina difensiva, che, da un lato, tanto costa alle tasche dei contribuenti e, dall’altro, dispone i medici in condizione di non lavorare con serenità. L’On. Ciocchetti si è detto disponibile ad affrontare e portare avanti i temi proposti».

Uno “zio irascibile” per promuovere i vaccini e non farsi ingannare dalla disinformazione

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Il dilemma che si presenta agli scienziati che affrontano le distorsioni informative è sempre lo stesso: con quali strumenti si contrastano la paura e l’odio che fanno da propellente per la disinformazione?

Perché ormai è consolidata la nozione che non basti una notizia falsa a far circolare una falsa narrativa. Ci sono dubbi legittimi (i vaccini anti covid-19 sono sicuri?) che ricevono false risposte (i vaccini provocano danni permanenti) e sulla paura alimentata da quelle false risposte si costruisce una distorsione narrativa che può andare avanti per mesi e per anni. E montagne di studi scientifici, dati incontrovertibili e ferme smentite servono a poco per chi si è convinto che quella narrativa sia vera.

Il fumettista John Cook più di un decennio fa doveva affrontare le discussioni domenicali con il suocero, un vigoroso negazionista climatico. Per trovare argomentazioni si mise allora a catalogare tutti gli argomenti scettici sul riscaldamento globale e notò degli schemi ricorrenti. Fondò il sito Skeptical Science, scrisse un libro e iniziò un percorso che l’avrebbe portato ad essere oggi un ricercatore senior all’Università di Melbourne e una delle voci più autorevoli a livello globale sul contrasto alla disinformazione (citato anche da Barak Obama quando era presidente degli Stati Uniti).

Il fumettista John Cook più di un decennio fa doveva affrontare le discussioni domenicali con il suocero

Cranky Uncle per i vaccini

Incrociando le sue abilità con i cartoon e le ricerche sulla disinformazione ha dato vita a Cranky Uncle un riuscitissimo e divertente videogioco che, risposta dopo risposta, aiuta a svelare e comprendere i meccanismi della disinformazione e ad aumentare le possibilità di non farsi abbindolare da teorie strampalate e negazionismi vari. Il gioco (tradotto e adattato anche in Italia da alcuni ricercatori, tra cui Teresa Gavaruzzi, psicologa dell’Università di Bologna) ha riscosso un successo planetario e in questi giorni l’UNICEF ha chiesto a Cook di realizzarne una versione per combattere la disinformazione sulle vaccinazioni nei paesi in via di sviluppo come Uganda, Kenya & Rwanda.

Falsi esperti, aspettative impossibili, errori logici, teorie del complotto e cherry picking sono le tecniche più usate nella disinformazione

«Quello che ho osservato tante volte durante questi anni di ricerca – spiega John Cook ai microfoni di TrendSanità a margine di un evento organizzato da WWF e CMCC Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici – è che se fai capire alle persone i “trucchi” che usa la disinformazione prima che venga esposta a quelle argomentazioni si riesce a generare una sorta di immunità. Infatti, è una tecnica che viene definita prebunking o teoria dell’inoculazione. Pensateci, dal negazionismo climatico a quello sui vaccini vediamo sempre usare le stesse cose: falsi esperti, aspettative impossibili, errori logici, teorie del complotto e cherry picking, un’espressione che indica l’attitudine da parte di un individuo a ignorare tutte le prove che potrebbero confutare una propria tesi evidenziando solo quelle a suo favore. Ma vediamo sempre più spesso anche attacchi ad hominem, cioè, attacchi personali alle persone che si espongono su un tema. Pensate a quello che viene detto dai negazionisti contro scienziati e movimenti ambientalisti, non vengono contestati i dati che portano ma per screditarli vengono presi di mira sul piano personale e a volte privato».

Per voi che studiavate la disinformazione sulla crisi climatica vedere quelle tecniche utilizzate anche nella pandemia e nella infodemia da covid-19 è stata una conferma?

«Inizialmente ero sollevato di non dovermi occupare della disinformazione sul covid-19. Soprattutto nei primi mesi era molto difficile gestire la comunicazione perché la scienza e i cittadini si trovavano di fronte a qualcosa di sconosciuto e nel vuoto dell’informazione proliferavano le notizie false e i complotti».

Poi anche il suo gioco Cranky Uncle ha iniziato a contrastare la disinformazione su vaccini e altre misure sanitarie.

«Sono davvero felice della diffusione che ha avuto. È stato usato in tanti contesti, dalle classi delle scuole alle università e adattato per tanti argomenti. Tutte le volte che circola disinformazione e c’è la necessità di introdurre pensiero critico il gioco può fare la sua parte».

John Cook e Mauro Buonocore di CMCC

La comunicazione della scienza cerca di essere fredda e razionale, di affidarsi a dati e studi, di non semplificare, di non enfatizzare. Non rischia di avere armi spuntate di fronte a chi alza i toni e manipola le emozioni puntando su paura o rabbia?

Sono furioso se penso a chi manipola le nostre democrazie usando la disinformazione

«Sono sicuramente tecniche coinvolgenti. Ma non sarebbe etico da parte della scienza e da parte di nessuno usare le stesse manipolazioni per convincere le persone. Ma, d’altro canto, anche esporre i fatti potrebbe far sorgere nelle persone rabbia o paura. Io sono furioso se penso che ci sono persone scorrette che per difendere i loro interessi usano la disinformazione per avere un impatto sul clima facendo ritardare le misure che potrebbero salvare il pianeta e farci vivere tutti meglio. Sono furioso se penso a chi manipola le nostre democrazie usando la disinformazione per influenzare le campagne elettorali e il voto».

Quali saranno le sue prossime ricerche?

«Stiamo lavorando a quello che chiamo il Santo Graal del fact-checking. L’idea è quella di usare la tecnologia – natural language processing e intelligenza artificiale generativa – per realizzare un sistema che intercetti la disinformazione appena viene prodotta e la smonti in tempo reale. È una sfida difficile ma siamo fiduciosi di ottenere notevoli risultati».

Rapporto Sanità CREA: «Il futuro (incerto) del SSN»

L’Italia perde ancora terreno nella spesa sanitaria rispetto ai principali partner UE (quelli “originari” ante 1995) ed è sempre minore anche il vantaggio rispetto ai partner più recenti (post 1995): il livello della spesa italiana è distante dalla media UE del 32 per cento.

Per portare la quota di PIL destinata alla Sanità sui valori attesi in base alle effettive disponibilità del Paese, ricordando che una parte significativa del PIL non è disponibile perché impegnata per gli interessi sul debito pubblico (sono il 4,3% del PIL contro una media dell’1,8% negli altri paesi), servirebbero 15 miliardi, ma questo lascerebbe un rilevante gap fra la spesa sanitaria italiana e quella dei Paesi europei di confronto; ed anche se in tal modo si eviterebbe di peggiorare ulteriormente il gap con i partner UE nel breve periodo, il vantaggio sarebbe solo transitorio, qualora il PIL dovesse continuare a crescere meno che nella media degli altri Paesi UE.

Al SSN servono 15 miliardi per non aumentare il distacco dal resto dell’UE

Una situazione critica quindi, che il C.R.E.A. Sanità, Centro di ricerca riconosciuto da Eurostat, Istat e Ministero della Salute, composto da economisti, epidemiologi, ingegneri biomedici, giuristi, statistici, ha illustrato nel suo 19° Rapporto, (curato da Federico Spandonaro, Daniela D’Angela, Barbara Polistena e da ricercatori ed esperti) presentato nella sede del Cnel a Roma.

I focus del Rapporto non si fermano alla spesa, ma analizzano gli aspetti oltre che di quella pubblica anche della privata, il finanziamento, la situazione del personale e del settore sociosanitario, di farmaceutica, tariffe per la specialistica, equità del sistema e molto altro. Analizza poi, a livello di singole Regioni, alcuni indicatori presentati nel rapporto, ma soprattutto fornisce un decalogo di “opportunità”, azioni cioè che è urgente programmare per risollevare le sorti del SSN.

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Spesa privata

La spesa sanitaria privata nel 2022 ha raggiunto i € 40,1 mld., in crescita dello 0,6% medio annuo nell’ultimo quinquennio. Nell’ultimo anno si registra un incremento in tutte le Regioni, di circa il 5,0 per cento. Nel 2022 Trentino-Alto Adige (21,0%) e Lombardia (19,7%) sono le Regioni con la quota più alta di spesa privata intermediata. La Sicilia quella con la quota minore (1,0%).

Il 75,9% delle famiglie italiane sostiene spese per consumi sanitari: la quota è aumentata dell’1,7% nell’ultimo anno. Tra le famiglie più abbienti, quelle che ricorrono a spese sanitarie private, superano l’80%; tra quelle meno abbienti non si raggiunge il 60%. In particolare, spendono per la salute le coppie anziane over 75 e le famiglie con tre o più figli. Il 72,7% delle famiglie ha speso per acquistare farmaci, il 37,1% per prestazioni specialistiche e/o ricoveri, il 26,2% per prestazioni diagnostiche, il 23,7% per protesi e ausili, il 21,2% per cure odontoiatriche e il 13,4% per attrezzature sanitarie.

Finanziamento

La Sanità si comporta come un bene di lusso e quindi la sua quota nei consumi aumenta al crescere del reddito disponibile. Sulla base di questa relazione considerando il PIL “netto” (degli interessi), il punto di “neutralità” per la spesa sanitaria si può stimare intorno ai 3.150 euro pro-capite, cioè il +8,2% in più di quella attuale; in termini di incidenza sul PIL, tale livello di spesa risulterebbe pari al 10,0% (contro l’11,5% medio dei Paesi EU originari) e, quindi, assumendo (cosa discutibile) che la spesa sanitaria privata sia una variabile indipendente e rimanga pari ai livelli sul PIL attuali, ovvero che non si riduca al crescere di quella pubblica, la spesa sanitaria pubblica dovrebbe aumentare sino a raggiungere il 7,2% del PIL (nominale). Nel 2023 la spesa pubblica è stata il 6,7% del PIL e le previsioni la danno in discesa nei prossimi anni.

Personale

Tra il 2003 e il 2021 il numero di medici per 1.000 abitanti over 75 è passato da 42,3 a 34,6 (corrispondente a un gap di 54.018 unità) e il numero di infermieri da 61,0 a 52,3 (corrispondente ad un gap di 60.950 unità). I professionisti escono dal sistema soprattutto per andare all’estero o in pensione mentre le possibilità di ricambio sono condizionate dal numero di posti messi a bando negli Atenei.

Per i medici il Rapporto presenta una survey originale realizzata in collaborazione con la FNOMCeO

Per i medici il Rapporto presenta una survey originale realizzata in collaborazione con la FNOMCeO (la Federazione degli ordini professionali) da cui emerge che la professione ha una forte carica vocazionale, “appesantita” però dalla percezione di lavorare in un contesto non favorevole e che non riconosce adeguatamente la professionalità: oltre il 40% non è soddisfatto della propria situazione professionale. Pesa lo stress legato alla percezione di lavorare in situazioni caratterizzate da carenza di organico: rilevata un po’ da tutti e, in particolare, da chi opera negli ospedali pubblici. La valutazione è comune anche ai professionisti che lavorano in strutture convenzionate accreditate; solo nelle strutture ospedaliere e ambulatoriali private non convenzionate la carenza di personale sembra essere percepita come un problema meno pressante. E dalla survey risulta che le aspettative dei professionisti vanno verso una richiesta di aumento della retribuzione posizionata nella fascia 20-40 per cento.

Per gli infermieri il Rapporto segnala la mancanza di attrazione della professione: ai test di ingresso per la laurea in infermieristica hanno preso parte 22.957 candidati per 20.059 posti, con un rapporto domande/posti pari a 1,1. Tra le cause, il salario gioca un ruolo importante: gli stipendi dei medici italiani, a parità di potere d’acquisto, pur essendo inferiori a quelli dei colleghi dei Paesi dell’Europa occidentale, sono comunque pari a 2,9 volte il salario medio italiano, mentre per gli infermieri il salario non si discosta da quello medio nazionale. Per far fronte alla situazione la FNOPI (Federazione nazionale degli ordini) pubblica nel Rapporto un contributo in cui sottolinea che si dovranno sviluppare le competenze della professione per una migliore qualità dell’assistenza, con il passaggio da una logica prestazionale alla presa in carico dell’assistito e del più generale “sistema assistenza” con competenze avanzate gestionali e cliniche e il superamento dei tabù ancora associati ai concetti di skill mix e task shifting.

Il Rapporto in questo senso sottolinea anche la carenza dei cosiddetti “assistenti alle cure” (in primis gli OSS) figure che operano sia in contesto residenziale che domiciliare. Si tratta di una figura per assistenza alle non auto-sufficienze, tipicamente coordinata dagli infermieri. Anche perché trascorrendo molto tempo al fianco della persona assistita, sono da considerarsi i destinatari principali dei percorsi di alfabetizzazione digitale per incentivare il ricorso a strumenti di cura digitale. Per queste figure l’Italia, a meno di voler assimilare agli OSS l’esercito di badanti (non professionali) che hanno attualmente in carico gli anziani italiani fragili, è mal posizionata in Europa con 86,4 assistenti per 1.000 abitanti over 75, contro 114,6 della Spagna, 175,8 della Francia e 211,1 del Regno Unito.

Sociosanitario

Nel 2022, a fronte di 14,5 miliardi di indennità di accompagnamento erogate, il 69,0% (10,0 miliardi) è stato impiegato per “acquistare” servizi o da soggetti che svolgono la professione della badante o da strutture dedicate alla cura e al trattamento di soggetti non autosufficienti. Il restante 31,0% (4,5 miliardi) va a costituire una sorta di “compenso” per l’attività svolta dai cosiddetti caregiver informali, che per lo più si identificano con la figura di un familiare.

La stima apre una serie di interrogativi sulla efficacia/efficienza dell’istituto delle indennità di accompagnamento: sarebbe infatti auspicabile che venisse condotta una analisi della efficacia e efficienza relativa dell’assistenza informale rispetto a quella “formale” così come è oggi (ovvero in mano a badanti non professionalizzate), e anche confrontata l’efficacia/efficienza delle attuali modalità di protezione, basate sull’erogazione di indennità monetarie, verso l’alternativa di una erogazione di servizi in natura coordinati con gli altri servizi sanitari.

Farmaceutica

Malgrado la Legge di Bilancio 2021 avesse previsto un progressivo incremento del tetto per gli acquisti diretti di farmaci (all’8,00% nel 2022, all’8,15% nel 2023 e all’8,30% nel 2024, incrementando il tetto complessivo, dal 14,85% del 2021 al 15,5% del 2024), nessuna Regione rispetta il tetto per acquisti diretti: solo Valle d’Aosta e Lombardia si avvicinano al risultato; Sardegna, Umbria e Abruzzo registrano il maggiore sforamento (oltre 65 euro pro-capite). Al contrario, la spesa farmaceutica convenzionata si è attestata al 6,43% del FSN, quindi al di sotto del target previsto del 7 per cento.

Ipotizzando per il 2023 lo stesso incremento di spesa registrato nel 2021-2022 (+8,2%), si determinerebbe uno sforamento di circa 3,2 miliardi. Anche per il prossimo anno, nonostante la Legge di Bilancio 2024 abbia incrementato il tetto degli acquisti diretti all’8,5% (inclusi i gas medicinali), con un incremento del finanziamento di ulteriori 3 miliardi e una (improbabile) costanza della spesa, permarrebbe uno sforamento di 2,5 miliardi, che potrebbe raggiungere anche i 3,6 miliardi se la spesa si incrementasse come nell’ultimo anno.

Le misure di governance prese non sembrano, quindi, siano state sufficienti a riportare lo sforamento (e quindi il conseguente payback a carico delle aziende farmaceutiche) a valori “fisiologici”.

Per i dispositivi medici, nel triennio 2019-2022, al lordo delle spese per quelli dedicati alla pandemia, lo sforamento del tetto è stato di 7,3 miliardi. La determinazione ufficiale del payback, e quindi della quota di ripiano a carico delle aziende fornitrici, verranno determinati al netto della spesa per il Covid-19. C.R.E.A. Sanità sottolinea che, con le carenze degli attuali flussi informativi, che riescono a rilevare meno del 80% delle reale spesa per dispositivi e non considerano la spesa per quelli utilizzati nelle strutture accreditate, le stime dello sforamento del tetto prese a base del calcolo del payback presentano limiti oggettivi e generano distorsioni sovrastimando le performance delle Regioni che di più ricorrono all’attività delle strutture private accreditate: risulta quindi urgente il completamento del processo di messa a regime dei flussi di monitoraggio del settore.

Tariffe per la specialistica

Per effettuare una valutazione, per quanto indiretta, della congruità delle nuove tariffe, C.R.E.A. Sanità ha elaborato confronti con le tariffe adottate in altri Paesi, per alcune prestazioni “comuni”.

C.R.E.A. Sanità ha elaborato confronti con le tariffe adottate in altri Paesi, per alcune prestazioni “comuni”

Ad esempio, per l’elettrocardiogramma l’Italia ha una tariffa di 11,6 euro, inferiore del 22,9% rispetto alla Francia (14,3 euro), del 29,3% rispetto alla Spagna (15 euro), del 96,1% se si considera la Germania (22,8 euro) e di oltre il 140,0% rispetto al Regno Unito (32,1 euro). Al contrario, in Italia, la tomografia computerizzata dell’addome completo senza contrasto è associata una tariffa di 158 euro, mentre in Germania la medesima prestazione è erogata ad una tariffa di 83,2 euro (-19,7%) e nel Regno Unito è valorizzata con una tariffa pari a € 76,0.

Significativa rimane la differenza di valore delle tariffe per quanto concerne le visite specialistiche. In Italia, una prima visita ha una tariffa di 22,0 euro indipendentemente dalla branca di afferenza dello specialista, in Spagna la tariffa è di 115,0 euro, oltre 5 volte la tariffa italiana. Nel Regno Unito il valore della visita dipende dalla tipologia di specialista e va da 136 euro a 382.

Per la visita di controllo, in Italia la tariffa è di 16,2 euro, oltre 4 volte inferiore rispetto alla valorizzazione adottata ad esempio in Spagna (71). Nel Regno Unito si va da 58 a 157 euro.

Emerge quindi – è la considerazione del Rapporto – una tendenza delle tariffe italiane alla sottostima dei costi realmente associati alle prestazioni cliniche degli specialisti e una sovrastima dei costi associati ad alcune diagnostiche di alta complessità.

Equità

Il “disagio economico” delle famiglie dovuto a consumi sanitari (somma del fenomeno dell’impoverimento dovuto alle spese sanitarie e delle “rinunce” a curarsi per motivi economici) nel 2021 affligge il 6,1% dei nuclei (1,58 milioni di famiglie): il fenomeno è in crescita di +0,9 punti percentuali rispetto al 2020 e di +1,5 rispetto al 2019. L’incidenza è superiore (e in crescita di 0,1%) nel Sud (8,2%, +0,1%); segue il Nord-Ovest con il 5,9% delle famiglie (+2,0%.), il Centro (5,0%, +1%) e il Nord-Est con il 4,0% (+0,2%).

I casi di disagio economico sono più frequenti (18,1%) tra le famiglie del 20% più “povero” della popolazione e meno in quelle più ricche (1,6%).

Il disagio economico delle famiglie dovuto a consumi sanitari è in crescita di +0,9 punti percentuali rispetto al 2020 e di +1,5 rispetto al 2019

Definendo “catastrofiche” le spese che ammontano al 40% della “Capacity To Pay” delle famiglie (a sua volta pari ai consumi totali della famiglia al netto delle spese di sussistenza), si registra un aumento dei casi, che interessano il 2,8% delle famiglie residenti (731.489 nuclei), dato in aumento di +0,4% rispetto al 2019. Il Mezzogiorno continua a essere il più colpito: 4,7% delle famiglie, in aumento del +1,0% nell’ultimo anno; segue il Nord-Est con 2,4% (+0,5%), il Nord-Ovest con l’1,9% (+0,1%) e il Centro con l’1,5% (-0,2%). I casi sono più frequenti nei nuclei meno abbienti (13,5%), mentre si fermano all’1,8% in quelli più abbienti.

Le famiglie più esposte al rischio di spese “catastrofiche” sono quelle degli anziani over 75 (soli o in coppia) e le coppie con tre o più figli minorenni: queste ultime, in particolare, a causa delle cure odontoiatriche.

Proposte per un adeguamento del SSN alle nuove esigenze della Società italiana

  • SSN deve superare un approccio concentrato sulla mera organizzazione dell’offerta clinica, mirando piuttosto a ripensarla in termini di integrazione con la presa in carico dei bisogni sociali e, più in generale, di adeguamento alla trasformazione dei bisogni, delle aspettative e dei comportamenti di consumo legate all’evoluzione tecnologica. Sarebbe opportuno che venisse prodotto un documento di indirizzo strategico finalizzato a ridefinire prospetticamente i bisogni della popolazione e a riconciliarli con le capacità di risposta del SSN.
  • Potenziare i processi di comunicazione e collaborazione all’interno del SSN a partire dalla prevenzione, attraverso una rivoluzione culturale, capace di generare una convinta adesione della popolazione sulla opportunità di adottare stili di vita “salutari”. Dove non si possano evitare interventi clinici, è necessario snellire i processi di presa in carico: lo sdoppiamento (territorio e ospedale) dei luoghi di erogazione, rischia di generare una duplicazione di interventi. È necessaria una presa in carico multidisciplinare, sviluppando livelli di integrazione fra professionisti.
  • Per la cronicità una vision che guardi al futuro del SSN deve iniziare a occuparsi dei “futuri cronici” (non solo anziani), ripensando le modalità della medicina di iniziativa, adattandola ai bisogni e ai comportamenti dei “millenials”: una popolazione nativa digitale, che comunica quasi solo attraverso gli strumenti digitali, che compra praticamente tutto a distanza, valuta i servizi mediante le informazioni in rete, etc., più disposta verso alcune innovazioni quali l’Intelligenza Artificiale, ma forse anche meno critica nella analisi delle evidenze scientifiche.
  • Evitare l’aumento dell’iniquità, con la crescita dei casi di disagio economico (impoverimento e rinuncia alle cure) per la crescita dei consumi sanitari delle famiglie meno abbienti. Tra le cause la totale non integrazione del “circuito” privato con quello pubblico, alimentata anche dal pregiudizio che il privato è anche non etico perché risponde a esigenze di massimizzazione del profitto; tesi che si scontra con la natura dei mercati sanitari europei, dove anche la massimizzazione del profitto è perimetrata dalle regolamentazioni pubbliche. Evitare le distorsioni che possono crearsi con barriere all’entrata: la logica dell’accreditamento è stata aggirata con gli accordi contrattuali, e le entrate e uscite delle aziende dai mercati accreditati sono nulle, confermando che la regolamentazione genera barriere da rimuovere.
  • Appare distorsivo il mantenimento di categorie che non trovano riscontro in “natura”, come la forzata distinzione fra “prestazioni integrative” e “sostitutive”, spesso utilizzata per stigmatizzare la crescita dei Fondi Sanitari; va ricordato che le prestazioni “integrative” per essere tali si vorrebbero escluse dai LEA. Ma la possibilità di avere la prestazione in tempi percepiti come ragionevoli e nel luogo prescelto, sono elementi sufficienti per definire una “integrazione” del servizio pubblico: non riconoscerla appare un negare la realtà. Se non si vogliono forme di sussidiarietà, si dovrebbe spingere per aumentare la risposta pubblica, e non cercare di limitarne le alternative.
  • Se la detraibilità delle spese sanitarie può essere sulla carta considerata iniqua, nella misura in cui premia i maggiori consumi, ragionevolmente attribuibili alle famiglie più abbienti, gli sgravi legati ai premi versati a Fondi collettivi, essendo oggi appannaggio fondamentalmente del ceto medio e di larga parte del lavoro dipendente, appaiono tutt’altro che iniqui; anzi, si possono ritenere una (parziale) compensazione del fatto che si tratta delle uniche fasce della popolazione a cui è, di fatto, impedito evadere. Andrebbe recuperato nelle azioni di governo il tema del rapporto fra SSN e fisco: è un tema che rimane centrale, nella misura in cui i sistemi di welfare universalistico richiedono sistemi fiscali efficienti, in assenza dei quali si generano inaccettabili sperequazioni.
  • Rivedere i criteri di Riparto del fondo sanitario, da alcuni anni sostanzialmente “congelati”, a parte il recente intervento per inserire dal 2023 il parametro della “deprivazione”, una modifica che ha spostato relativamente poco l’allocazione delle risorse. L’equità del criterio di riparto è messa in discussione dall’incidenza della spesa privata per prestazioni e da una quota di entrate regionali (le “entrate cristallizzate”), che vale il 5,3% delle altre entrate proprie regionali, di cui una parte sono compartecipazioni. È una situazione non equa: nessuna Regione riesce a erogare i Lea con i soli fondi FSN e le entrate proprie, trasformate in imposte per il finanziamento della Sanità, garantiscono un gettito regionale difforme, anche in ragione delle diverse incidenze di residenti esenti.
  • Rivedere le regole che caratterizzano l’operatività delle aziende pubbliche, un aspetto che richiede un confronto e la formulazione di proposte operative: gli approvvigionamenti e la gestione delle risorse umane sono le aree strategiche che richiedono un più radicale adeguamento delle “regole”: da una parte per contenere i rischi di “amministrazione difensiva”, e dall’altra per evitare di trovarsi nell’impossibilità di poter reclutare il personale necessario per le posizioni “scoperte”. È ineludibile mettere in discussione anche il tema della natura delle Aziende Sanitare pubbliche, eventualmente ripensandola in una logica di efficientamento operativo.
  • Le risorse umane sono l’aspetto più critico per il SSN; per quanto concerne i medici, più di numero è un tema di incentivi per la copertura delle posizioni meno appetite e non è più procrastinabile l’adeguamento delle retribuzioni; per gli infermieri le retribuzioni sono in cima all’agenda, insieme a un serio problema di carenza. Poco o nulla è noto della consistenza dell’offerta di assistenti alle cure (in primis gli OSS) che si occupano dell’assistenza ai non autosufficienti. Vanno definiti i fabbisogni ed è urgente che si ridiscutano i criteri con cui si valutano, anche considerando il mutato quadro in cui è presente maggiore autonomia degli infermieri, rispetto ai quali ha senso declinare il fabbisogno di OSS/Assistenti per programmare le risorse per far fronte alle prese in carico domiciliari.
  • Sarebbe necessario che le decisioni sulla adozione delle tecnologie fossero prese in base a trasparenti e razionali criteri di valutazione, secondo il dettato dell’HTA. L’HTA è un assessment a supporto di una decisione che rimane politica, e che deve basarsi su una declinazione finale del “valore” delle tecnologie: quest’ultima dimensione è però sinora rimasta in secondo piano perché il SSN ha garantito la quasi totalità delle tecnologie sanitarie; tuttavia, la crescente scarsità di risorse rischia di far divenire il tema “sensibile” in quanto occorrerà adottare una logica di prioritarizzazione legata al valore sociale, la cui valutazione richiede una decisione politica, che comporta il coinvolgimento di tutti gli stakeholder del sistema sanitario.

Maternità e malattie, esperti a confronto a Firenze al convegno sulla salute di genere ‘Ex-Health’

Rinunciare ad una gravidanza a causa della malattia. È quello che accade a molte donne con patologie autoimmuni sistemiche come spondilite anchilosante, artrite psoriasica, lupus eritematoso sistemico: una ricerca internazionale del 2017 ha riportato che il 59% delle intervistate aveva avuto meno figli di quelli che avrebbe voluto.

«Non deve essere sempre così» affermano le principali esperte del settore, rappresentanti delle tre Aziende Ospedaliere Universitarie toscane (Pisana, Senese e Careggi), insieme alle pazienti rappresentate dall’Associazione Nazionale Malati Reumatici (ANMAR), riunite a Firenze nell’evento sulla salute di genere EX-Health, progetto di Helaglobe, sviluppato grazie al supporto non condizionante di UCB.

Dalle esperte delle tre Aziende Ospedaliere Universitarie toscane arrivano le indicazioni per un approccio di genere nel percorso terapeutico assistenziale della donna in età fertile con malattie immunomediate infiammatorie croniche

Per supportare donne e coppie in questo percorso, però, arrivano dall’incontro tre raccomandazioni condivise da sottoporre all’intero servizio sanitario regionale e non solo:

  • migliorare le conoscenze delle donne con malattie immunomediate infiammatorie croniche in età fertile;
  • migliorare il coordinamento tra gli specialisti delle diverse aree e tra specialisti e medici di medicina generale e diffondere e implementare le raccomandazioni delle linee guida nazionali e internazionali;
  • garantire il counseling e il supporto psicologico in tutte le fasi, dal momento in cui la donna esprime il desiderio di gravidanza fino al puerperio.

Al tavolo di lavoro, accreditato anche come corso di educazione continua in medicina, hanno partecipato come responsabile scientifico Marta Mosca, Professore Ordinario in Reumatologia, Università di Pisa e Responsabile U.O. Reumatologia, mentre, Francesca Bellisai, U.O.C. Reumatologia Azienda Ospedaliera Universitaria Senese, Ielizza Desideri, Direttrice U.O. Farmacia Ospedaliera Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana, Serena Guiducci, Professoressa in Reumatologia, Università di Firenze e specialista della U.O.C. Reumatologia Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi, hanno rappresentato il comitato scientifico. A comporre il panel, coordinato da Lucia Politi di Helaglobe, anche Paola Grossi, Presidente A.T.Ma.R. Ass. Toscana Malati Reumatici, Silvia Tonolo, Presidente A.N.MA.R. Ass. Nazionale Malati Reumatici, Francesca Bartoli, U.O.C. Reumatologia Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi, Francesca Monacci, Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale – Università di Pisa, Chiara Tani, Reumatologia – Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana, Dina Zucchi, Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale – Università di Pisa.

«La nostra Regione ha delle eccellenze in questo settore, ma c’è ancora molto da fare e le best practice che ci sono vanno rese omogenee in tutti i territori» è il messaggio di fondo condiviso dalle esperte. «Va migliorata la conoscenza perché molte donne interrompono le terapie anche quando non è necessario. Altre non comunicano ai loro specialisti di riferimento la volontà di concepire e di conseguenza non hanno la possibilità di valutare la loro terapia, modificandola con una compatibile con la gravidanza. A volte è necessario puntare sulla contraccezione in attesa di un quadro clinico che consenta di pianificare la gravidanza. E non dimentichiamo che anche gli uomini vanno coinvolti in questo percorso. Va, inoltre, garantito il coordinamento tra gli specialisti e tra specialisti e medici di medicina generale. Non devono essere le pazienti a fare da tramite tra i diversi medici. Se le pazienti percepiscono una frammentarietà perdono fiducia e si sentono private di un diritto – sottolineano le specialiste che indicano tre elementi per migliorare la comunicazione – un migliore utilizzo del fascicolo sanitario, di dotare le strutture di personale infermieristico esperto che possa supportare le pazienti e implementare il ruolo della farmacia dei servizi».

«Un’adeguata gestione di una persona con una patologia complessa implica una forte difficoltà organizzativa – sottolinea la professoressa Marta Mosca, Ordinario in Reumatologia dell’Università di Pisa e Responsabile U.O. Reumatologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana –. Le linee guida forniscono chiare indicazioni in merito alle modalità di gestione delle donne con malattie immunomediate infiammatorie in età fertile e indicano, ad esempio, come l’assistenza multidisciplinare debba essere coordinata e continuativa. Ci sono, però, numerose barriere che possono ostacolare la completa applicazione delle linee guida che al momento, secondo una survey, il 62% dei medici dichiara difficili da adottare nella pratica clinica. Pertanto, è necessario costruire dei percorsi organizzativi che favoriscano non solo l’applicazione delle linee guida, ma anche la loro implementazione, e che offrano alle pazienti un accesso equo alle giuste terapie e al monitoraggio necessario».

Punta l’attenzione sull’impatto sociale di queste patologie la professoressa Serena Guiducci dell’Università di Firenze e specialista della U.O.C. Reumatologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi: «Le pazienti sono persone che lavorano e che dovrebbero, pertanto, essere tutelate per gestire al meglio la malattia. Invece talvolta sono costrette, addirittura, a prendere ferie per effettuare visite e controlli. Inoltre, a parte alcune best practice, le strutture sanitarie non sono ancora organizzate per facilitare l’accesso dei pazienti. Spesso, purtroppo, la persona con una malattia cronica non viene messa in condizione di svolgere i controlli con gli specialisti in un unico luogo. Oggi, se ciò accade, è un lusso. Ma non dovrebbe esserlo. Così come non dovrebbe essere un lusso avere lo psicologo esperto di patologia o l’infermiere di riferimento all’interno del proprio percorso di cura. Purtroppo, sulla relazione tra malattie autoimmuni e gravidanza c’è ancora molta ignoranza. Tanto che anche in letteratura gli articoli sull’argomento non sono molti. Per questo occorre lavorare tanto e bene per aumentare la conoscenza e, quindi, riuscire a migliorare la presa in carico del paziente».

«Il concetto di appropriatezza terapeutica in un momento della vita della donna importantissimo come quello rappresentato dalla gravidanza, non è un optional, ma è un elemento obbligatorio e tassativo – spiega Francesca Bellisai, U.O.C. Reumatologia Azienda Ospedaliera Universitaria Senese –. Ci viene richiesto di prenderci cura della donna, la paziente si affida a un gruppo di specialisti e noi dobbiamo aiutarla ad arrivare a questo momento controllando la sintomatologia e trattandola con farmaci che siano sicuri e che possano portare alla remissione o alla bassa attività di malattia». «Queste patologie colpiscono spesso le donne, ma non rappresentano una controindicazione per diventare madri. Certo ci sono delle regole. In primis occorre una presa in carico multidisciplinare a 360° che preveda anche un supporto psicologico – spiegano Silvia Tonolo, presidente nazionale di ANMAR, e Paola Grossi, presidente Associazione Toscana Malati Reumatici (ATMaR) –. Purtroppo, tanti pazienti non riescono a spiegare la propria storia in modo esaustivo, per questo dovrebbero essere i medici di medicina generale a svolgere questa parte importante. È quella figura che può gestire le cronicità sul territorio, abbattendo anche le liste d’attesa, e potrebbe seguire i follow up dei casi più gestibili. Ma il coinvolgimento del medico di famiglia o dello psicologo non deve rimanere solo all’interno di un disegno ipotetico. Deve diventare un percorso reale. Anche le associazioni vanno coinvolte, come succede in Toscana, per sollecitare per le pazienti con patologie immunomediate in età fertile un percorso diagnostico terapeutico assistenziale vero e proprio che possa seguirle con una presa in carico dalla diagnosi alla pianificazione della gravidanza coinvolgendo reumatologo, psicologo e ginecologo. Occorrono reti reumatologiche in tutte le Regioni, mentre al momento sono solo un’eccezione. Sono interventi a costo zero che possono fare la differenza per i pazienti».